martedì 3 aprile 2012

L’Albergo dei poveri diventerà dei ricchi?


28/10/2010

La napoletanità nella storia dell’arte

Dagli splendori del passato allo squallore del presente. Tempi felici quando Napoli non aveva al comune, alla provincia ed alla regione gli attuali amministratori e regnava incontrastato Carlo III, tempi felici almeno per la miriade di poveracci che l’illuminato sovrano alloggiò in uno sterminato edificio, il più grande d’Europa ed ai quali fornì non solo sostentamento, ma insegnò un lavoro che desse dignità e rispetto agli ultimi della terra…
La grande opera fu ammirata in tutto il mondo, non solo per l’arditezza delle scelte architettoniche, tra cui la facciata che doveva essere di 600 metri!, ma soprattutto per l’idea che la permeava: dare un alloggio ed un lavoro anche ai più poveri e sfortunati. Arrivò a contenere più di diecimila ospiti e possedeva  laboratori  attrezzati ed efficienti nei quali si sono formate generazioni di artigiani.
Quando Garibaldi, il conquistatore, venne a Napoli con l’illusione di portarvi la civiltà, nell’Albergo dei poveri vi erano 8000 ospiti.
In seguito l’istituzione nel periodo post unitario è lentamente decaduta, fino a cadere in rovina con l’ultimo colpo di grazia infertole dal terremoto del 1980.
Da decenni si blatera di una nuova destinazione: si parla di sede museale(come se a Napoli a mancare non fossero i visitatori  non certo i contenitori), di sede espositiva di arte contemporanea, di una nuova università, mentre i nostri solerti amministratori si accapigliano su chi dovrà elaborare i faraonici progetti e dirigere i dispendiosi lavori di ristrutturazione e soprattutto come dividersi commesse e tangenti.
E nel frattempo il numero dei poveri e dei senza casa, costretti a dormire avendo il cielo come tetto, aumenta ogni giorno di più. La piazza antistante lo storico edificio è affollata di giacigli di cartone, dove uomini e donne di tutte le età hanno stabilito da tempo la loro dimora ed ogni angolo della città è divenuto oramai un ricettacolo per poveri senza speranza. 
Davanti all’inconcludente cantiere dell’imponente edificio borbonico, che dava un tetto ed un lavoro ai miserabili del regno, sfila ogni giorno la miseria del nuovo millennio, tra fetore e pidocchi, sporcizia ed inutili imprecazioni, mentre il puzzo è insopportabile perché ogni angolo è buono per l’espletamento degli improcrastinabili bisogni fisiologici.
I nuovi barboni sono quasi tutti stranieri, africani ed orfani del comunismo dell’est, alcolizzati, ma organizzati; infatti, cosa che poteva accadere solo a Napoli, si sono accaparrati ognuno la propria panchina per trascorrere la notte,  contrassegnandola col nome di battesimo: Crjsti, Juan, Daniel, una sorta di autogestione, di privatizzazione delle risorse, per impedire inutili risse. E durante i mesi invernali sorgono tendopoli improvvisate per lenire il rigore del freddo. 
Tra queste figure anonime, che si muovono con la consistenza di disperati ectoplasmi, una donna tunisina, Mamaluk, che vive tra topi e stracci e pare sia in grado di ammansire, sussurrando antiche nenie, anche i famelici ratti che rappresentano la sua unica compagnia, come in una moderna fiaba dell’orrore.
La loro vita è scandita da ritmi precisi: sveglia all’alba, una fugace lavata di faccia alla gocciolante fontanina, un caffè striminzito con una vecchia macchinetta nascosta in una delle tante palme devastate dal punteruolo rosso e poi in giro per la città a mendicare e lunghe file alle poche mense gestite dalla pietà dei religiosi.
Una liturgia stanca e ripetuta con rassegnazione, senza speranza alcuna di redenzione, mentre i benpensanti scioccamente ipotizzano per il glorioso edificio  destinazioni culturali ad uso dei ricchi, quando migliaia di persone non possiedono un tetto e sono costrette all’accattonaggio o ad infrangere il codice penale.
La povertà per gran parte degli abitanti è stata per secoli ingombrante compagna, ma oggi, che il benessere ha toccato fette sempre più ampie di popolazione, il mendicante, costretto a vivere per strada rappresenta una lampante ed intollerabile contraddizione.
L’altro giorno un barbone è stato trovato assiderato alla stazione di Napoli, è l’ennesima vittima di una strage infinita che si consuma ogni giorno nell’indifferenza generale per la fame, il freddo e la cieca ferocia di tanti giovani esaltati, i quali hanno fatto del clochard arrosto lo sport nazionale.
Era privo di documenti, dimostrava un’età relativamente giovane, sosterà all’obitorio nella vana attesa che qualcuno riconosca la sua misera carcassa, poi finirà in una triste fossa comune assieme ad altri sconosciuti senza patria e senza nome.
I barboni aumentano di numero anno dopo anno e nelle loro fila si trovano ora anche personaggi inaspettati: professionisti smarriti dopo una crisi coniugale, commercianti strangolati dal pizzo e dall’usura, deboli di spirito travolti da una storia d’amore naufragata, da una malattia, dalla perdita del lavoro; tutti accomunati dall’impossibilità di reggere i ritmi serrati di una società consumistica dalla sfrenata competitività.
Rappresentano un residuo di arcaiche povertà, un imprevedibile esito della modernità. Un brutto giorno precipitati nella solitudine e nella miseria, diventano invisibili per gli amici, per i conoscenti, per gli stessi parenti, bastano pochi mesi e la strada come casa si
Trasforma in una voragine senza ritorno.
 Sonnecchiano sulle panchine dei giardini pubblici o stesi sui cartoni per difendersi dall’umido che penetra nelle ossa; di notte, tutti assieme, pigiati spalla contro spalla, nelle sale d’attesa delle stazioni non tanto per dormire, quanto per difendersi dalle aggressioni gratuite divenute frequentissime.
Qualcuno conosce dei luoghi segreti confortevoli, come alcuni corridoi delle Asl o la sala di lettura di una biblioteca, dove si può utilizzare anche il bagno.
Chi ricorda la storia di Beniamino Pontillo, che passò una vita nei saloni della Posta centrale di Napoli, scrivendo centinaia di lettere di proteste e di proposte, molte puntualmente pubblicate, ai quotidiani locali?
Anche a guardarli sembrano tutti eguali: radi capelli precocemente incanutiti, pochi denti malfermi, la pelle incartapecorita ed un corpo devastato dall’età indefinibile, vestiti a brandelli ed un puzzo devastante che si sente a distanza.
Da tempo sono divenuti gli ultimi tra gli ultimi, disperatamente in coda ai più disperati, più dimenticati degli zingari, dei drogati, degli alcolizzati o degli extra comunitari clandestini, divenuti, soprattutto se islamici, i preferiti dei parroci e delle decrepite signore d’annata delle associazioni benefiche.
Se, minacciati, chiedono aiuto alle forze dell’ordine vengono nel migliore dei casi ignorati, ma più spesso dileggiati, spintonati e malmenati.
Nei dormitori vi è una lista d’attesa chilometrica e si può soggiornare solo per tre giorni durante le ore notturne, mentre fuori imperversa implacabile un freddo omicida. La strada diventa così una soluzione obbligata per decine di migliaia di barboni, costretti a 
Sopravvivere in condizioni da incubo.
Come potremo continuare a dormire beati nei nostri letti con il pensiero che tanti nostri simili, solo più sfortunati di noi, devono arrangiarsi, avendo come tetto il cielo e come giaciglio la pubblica strada.
Restituiamo perciò all’Albergo dei poveri l’antica quanto mai attuale destinazione: daremo così un tetto ed un pasto a tanti sfortunati e diverrebbe in tal modo ingiustificato l’accattonaggio, che potrebbe essere perseguito, snidando i  postulanti di mestiere, che da tempo hanno tolto il decoro a strade e piazze della città.

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