sabato 25 agosto 2018

Diana De Rosa, detta Annella Di Massimo

Ogni martedì, a partire dal 28 agosto, terrò una rubrica sulla pittura del Seicento napoletano, sul giornale telematico: “PuoiDirloQui”, inviato ogni settimana a mezzo milione di lettori.
ecco il primo articolo in anteprima


fig.1

Diana De Rosa, detta Annella Di Massimo
opere certe e nuove ipotesi attributive


Alla figura di Agostino Beltrano è indissolubilmente legata quella di Diana De Rosa, la famigerata Annella di Massimo del racconto dedominiciano, moglie del pittore e pittrice anch’ella, nell’ambito della scuola stanzionesca.
Diana era la sorella maggiore di Pacecco De Rosa e, secondo il De Dominici, allieva dello Stanzione «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella».
Anche le sue sorelle Lucrezia e Maria Grazia, la quale sposò Juan Do, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane», vezzeggiativo che fu poi ereditato dalle tre figlie di Maria Grazia, anch’esse bellissime.
Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza.
Sicuri sono i dati anagrafici, 1602-1643, resi noti dal Prota Giurleo.
Il De Dominici ciarlava che Annella, allieva di Massimo Stanzione, fosse la pupilla del maestro, il quale si recava spesso da lei, anche in assenza del marito per controllare i suoi lavori e per elogiarla. Una serva della pittrice, che più volte era stata redarguita dalla padrona per la sua impudicizia, incollerita da ciò, avrebbe riferito, ingigantendone i dettagli, della benevolenza dimostrata dal «Cavaliere» verso la discepola, scatenando la gelosia di Agostino, il marito, il quale accecato dall’ira, sguainata la spada, spietatamente le avrebbe trafitto il seno. A seguito di questo episodio il Beltrano, pentito dell’enormità del suo gesto ed inseguito dall’ira dei parenti di Annella, si rifugiò prima a Venezia e poi in Francia dove visse molti anni prima di ritornare a Napoli.
Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più a tale favoletta, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che dal Croce al ProtaGiurleo, dal Causa a Ferdinando Bologna unanimemente si credeva fosse stato inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa dell’«epoca», essendo stato rinvenuto in alcuni antichi inventari: in quello di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. In entrambi vengono riferiti dipinti assegnati alla mano di «Annella di Massimo».
Questa nuova constatazione fa giustizia della vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed il Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio. Come pure, alcune contraddizioni inducevano Raffaello Causa a respingere a priori la tesi di Roberto Longhi, pur con la diplomatica frase «segno distintivo di sicuro riconoscimento», di ravvisare nella sigla «ADR», scoperta sotto uno straordinario dipinto, oggi ad ubicazione sconosciuta, le iniziali della pittrice, perché ella si chiamava Dianella e non Annella.
Anche il Bologna, di recente, ribadendo che «è storicamente impossibile prima della pubblicazione e della fortuna della biografia dedominiciana» l’autenticità della sigla, ha ritenuto che essa fosse apocrifa, «anche nel ductus grafico» ricollocando, come è opinione anche del Pacelli, le opere precedentemente assegnate ad Annella nel catalogo di Filippo Vitale e della sua cerchia.
Il Longhi fu il primo che tentò una ricostruzione ragionata del corpus di Diana De Rosa sulla guida di una sigla da lui identificata sotto un pregevole quadro, rappresentante l’Ebrezza di Noè, già in collezione Calabrese a Roma ed oggi purtroppo ad ubicazione sconosciuta. Per affinità stilistica egli assegnò così altre tele alla pittrice, il cui catalogo è stato in seguito ampliato fantasiosamente dal Fiorillo in una pubblicazione molto criticata.
La tradizione assegna alla De Rosa, oltre ai lavori nel soffitto della Pietà dei Turchini, anche un dipinto per la chiesa di Monte Oliveto, oggi S. Anna dei Lombardi, ed uno nella sacrestia della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone: tutte opere di cui oggi non v’è più traccia. La difficoltà maggiore nell’identificare opere sicure di Annella dipende, in base a ciò che raccontava il De Dominici e come suggeriva anche il Causa alcuni anni fa, dalla circostanza che ella collaborava attivamente ad opere sia dello Stanzione che del Beltrano, senza però quasi mai completarle.
Oggi le uniche opere che ragionevolmente possono essere assegnate alla De Rosa sono, come invita a considerare anche il Bologna, le due tele che entrando nella chiesa della Pietà dei Turchini si possono vedere ai lati dell’altare e che probabilmente sono le stesse che il De Dominici collocava nel soffitto, che come vuole la tradizione e le antiche guide napoletane, era decorato da una serie di dipinti su tela commissionati entro il 1646 a Giuseppe Marullo, particolare confermato anche da documenti reperiti da Nappi. Le due tele rappresentano la Nascita e la Morte della Vergine (fig.1-2) ed il De Dominici con una precisione dettagliata dei temi rappresentati le assegna ad Annella De Rosa, per la cui commissione presso i governatori della chiesa si era mobilitato lo Stanzione in persona.
L’affinità stilistica delle due opere con la produzione stanzionesca degli anni Quaranta è fuori discussione, come la sua qualità elevata, per cui per i futuri studi bisognerà decidersi a partire da questi due dipinti.
Molto di recente, dopo il restauro delle due tele della Pietà dei Turchini, che hanno rivelato pesanti ridipinture in grado di alterarne profondamente la lettura è stato pubblicato un articolo della Petrelli, il quale riepiloga lo stato delle conoscenze attuali sulla pittrice. 
Inoltre un tentativo di allargarne lo scarno catalogo è stato avanzato dal Porzio, il quale, nel redigere la scheda di uno Sposalizio della Vergine (fig.3), proveniente dalla chiesa di San Giovanni Maggiore ed oggi nelle sale del museo diocesano di Napoli, ha sottolineato “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici tra il quadro in esame e la Nascita della Vergine ed ha pensato di attribuire, anche se col beneficio del dubbio, l’opera alla De Rosa; ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto.
Per un collegamento con gli altri artisti che lavorano in quegli anni a Napoli e con l’ambiente familiare, nel quale sono attivi numerosi pittori, rinvio alla mia monografia Massimo Stanzione e la sua scuola.
 http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/massimo-stanzione-e-la-sua-scuola.html

fig.2

fig.3


È possibile contattare Achille Della Ragione all’indirizzo: a.dellaragione@tin.it
Un nuovo appuntamento con questa rubrica è previsto per il primo martedì del prossimo mese.

C’era una volta a Posillipo un Gran premio automobilistico internazionale

fig.1 - Partenza nel   1948

Pochi ne hanno memoria, neanche i napoletanisti più incalliti, che non ne danno notizia nei loro libri, ma a Napoli si è svolto per circa 30 anni un gran premio automobilistico di importanza internazionale (fig.1) al quale hanno partecipato i più celebri piloti del mondo
Il circuito, alla pari del famoso Gran Premio di Monte Carlo, era cittadino e si dipanava tra le strade del quartiere chic della città: Posillipo e poteva sfruttare il lungo rettilineo del viale Virgiliano (fig.2), da poco costruito da un cavaliere senza macchia e senza paura: Benito Mussolini. La foto che abbiamo proposto risale al 1931 e fa parte di un volume sulla Campania, della serie sulle regioni italiane, stampato dal Touring club in oltre mezzo milione di copie, in un momento storico in cui i libri erano considerati merce preziosa, venivano conservati con rispetto ed esposti orgogliosamente nei salotti delle famiglie borghesi.
Della corsa ho un vivido ricordo, avendo assistito più volte alla gara, anche se ero poco più di un bambino, ma stranamente, più che i bolidi roboanti (fig.3), rammento le ubiquitarie balle di paglia (fig.4), che circondavano il percorso e che aumentavano di volume nelle curve, dove il pericolo di uscire dalla pista era maggiore.
Il lettore mi scuserà se faccio notare, dall’esame di alcune foto, il procedere dei lavori che hanno portato nel tempo alla costruzione della mia villa. Nella prima foto (fig.5) si nota soltanto la porzione di destra, dominata da una torre medioevale sulla quale in passato si apriva un balcone. Nella foto successiva (fig.6) si evidenzia un cospicuo aumento volumetrico con la nascita di un’ampia balconata. Infine nel 1994, dopo essere divenuto proprietario della villa nel 1980, ho edificato (e condonato) un 5° piano, che si appoggia sulla torre dalla quale è scomparso il balcone.
 
  
fig,2 - Viale Virgiliano
fig,3 - Schieramento di partenza nel 1955
fig,4 - Un uomo in fuga
fig,5 -  A grande velocitá
fig,6- Bolidi in fuga

Ritorniamo ora alla storia della corsa con la prima edizione del Gran premio di Napoli che si svolse nel 1933. In origine era chiamata "Coppa Principessa del Piemonte", in onore della moglie di Umberto di Savoia, Maria José, Il percorso si sviluppava su circa 4 chilometri del circuito cittadino (fig.7) di Posillipo che regalava a pubblico e addetti ai lavori lo splendido scenario del golfo visto dall’alt o della collina. L’ultima edizione si è svolta nel 1962 per un totale di 20 edizioni.
I circuiti cittadini avevano la particolarità, ed il fascino, di mettere il pubblico a diretto contatto con piloti e macchine e gli permetteva di “vivere” la corsa dai bordi del  tracciato delimitato da semplici balle di paglia, protezioni quasi inutili per pubblico e piloti.
Gli spettatori, non potendo contare né su maxischermi né su informazioni in tempo reale  attendevano con trepidazione il passaggio dei piloti proiettando lo sguardo ed il corpo verso l’uscita della curva che precedeva il proprio punto di osservazione.
I piloti consideravano il tracciato partenopeo come uno dei più difficili a livello internazionale. “Quello di Posillipo – raccontava Manuel Fangio (fig.8), che non riuscì mai a vincere qui – era un tipico circuito cittadino e nascondeva tante insidie, come gli spigoli dei marciapiedi, per non dire degli alberi lungo i tratti in discesa, ai lati della strada. Un vero incubo”.
La manifestazione richiamò sin dagli inizi molti piloti, anche di rango internazionale; il programma di gara prevedeva una suddivisione in gruppi delle vetture partecipanti, a seconda della cilindrata: Alfa Romeo, Bugatti, Ferrari, Maserati, Osca, Stanguellini sono solo i nomi dei marchi più prestigiosi che parteciparono alle varie edizioni.
Con la  denominazione Coppa Principessa di Piemonte ebbe luogo nel 1933, 1934, 1937, 1938 e 1939.
Al termine del secondo conflitto mondiale la manifestazione ripartì nel 1948 assumendo la denominazione di Gran Premio Napoli – Circuito di Posillipo; il GP
fu organizzato ininterrottamente fino al 1962, anno dello stop definitivo.
Inizialmente vennero ammesse le Formula 2 seguite poi dalle Sport/Prototipo; a partire dal  1954 presero parte alla manifestazione anche le Formula 1,  benché la gara  non avesse validità per il Campionato del Mondo.
Nell’anteguerra il nome più prestigioso tra i vincitori è quello di Tazio Nuvolari(fig. 9) che vinse l’edizione del 1934 alla guida della Maserati 6C 34.
La prima edizione del dopoguerra, quella del 1948, fu vinta da Luigi Villoresi alla guida di una Osca 1100.
Al circuito di Posillipo sono legati piloti del panorama automobilistico internazionale; oltre ai già citati Nuvolari e Villoresi, furono protagonisti del GP partenopeo Nino Farina (il primo Campione del Mondo di Formula 1 nel 1950), vincitore nel 1937 e poi ancora nel 1952 e nel 1953; Luigi Musso, che si aggiudicò l’edizione del 1954; Giancarlo Baghetti, che vinse nel 1961; all’edizione del 1959 si registrò la partecipazione anche di Alejandro De Tomaso (che poi diventerà prima costruttore e poi industriale delle 2 e delle 4 ruote) alla guida di una OSCA 1500 e infine citiamo Alberto Ascari(fig. 10) (Campione del Mondo di Formula 1 nel 1952 e nel 1953) che vinse le edizioni del 1951 e del 1955; questa, disputata l’ 8 maggio, fu l’ ultima vittoria del pilota milanese in Formula 1 perché il 26 maggio Ascari, reduce da un incidente al GP di Monaco, morirà vittima di un tragico incidente all’Autodromo di Monza.
Dunque il recordman di vittorie è Nino Farina che, come abbiamo ricordato, si aggiudicò 3 edizioni del Gran Premio, nel 1937, 1952, 1953.
Tra le vetture ricordiamo la tripletta della Ferrari che nella XIV edizione del 1957 piazzò i suoi piloti sui tre gradini del podio, con, nell’ordine, Peter Collins, Mike Hawthorn, e Luigi Musso.
Rombo di motori, bandiere a scacchi, tribune stipate di folla (fig.11). Il mondo della Formula 1 affascina per decenni gli amanti dell'automobilismo. Storie irripetibili, fatte di campioni indimenticabili e imprese memorabili. C'è stata un'epoca in cui anche Napoli faceva parte del Circus. In verità la F1 non è mai sbarcata per davvero all'ombra del Vesuvio, ma la Coppa Principessa del Piemonte, nota anche come Gran Premio di Napoli, ha fatto parte per anni del calendario internazionale delle competizioni automobilistiche. La gara non era valida per il campionato mondiale di Formula 1 ma rappresentava uno degli appuntamenti extra classifica, valido per il campionato F2.
Il circuito - lungo 4,8 chilometri - era a Posillipo, nei pressi del Parco Virgiliano. Il rettilineo finale  era sito in viale Virgilio e le auto, procedendo in senso antiorario, svoltavano per via Tito Lucrezio Caro, facendo una morbida curva a sinistra, da dove iniziavano la discesa. Arrivavano a discesa Coroglio, girando a sinistra verso via Boccaccio e proseguendo poi per  via Pascoli. I bolidi sfrecciavano per via Padula, svoltando nuovamente a sinistra su via Manzoni che li riportava al rettilineo di viale Virgilio. Era un circuito tecnico con curve veloci e impegnative, teatro di sfide emozionanti su strade panoramiche. Immaginate le auto da corsa sfrecciare con il mare dei Campi Flegrei sullo sfondo. Uno spettacolo.
  
fig.7 - Mappa del circuito
fig.8 - Manuel Fangio
fig.9 - Tazio Nuvolari
fig.10 - Alberto Ascari
fig.11 - Tribuna d'onore


Sulle strade posillipine si fronteggiarono dal 1934 al 1962 - con alcune pause - i grandi nomi dell'automobilismo. Campioni come Tazio Nuvolari, Nino Farina e Peter Collins scrissero il loro nome nell'albo d'oro del Gran Premio di Napoli. L'impresa più emozionante, però, resta quella di Alberto Ascari nel 1955. La vittoria a Posillipo dell'8 maggio fu l'ultima del grande campione che morì due settimane dopo a Monza. Ascari aveva già vinto a Napoli nel 1951. Era un'amante del circuito partenopeo e nonostante i tanti impegni decise di portare la sua Lancia D50 ai nastri di partenza del Gp partenopeo. E vinse. Sotto il sole napoletano la monoposto rossa di Ascari tagliò il traguardo per prima. I napoletani, grandi tifosi del pilota milanese, lo portarono in trionfo.
Erano gli anni del dualismo con l'argentino Fangio e vincere a Napoli rappresentava una spinta morale in vista degli appuntamenti ufficiali del mondiale di F1. Per uno scaramantico come lui era un'iniezione di fiducia niente male. Quell'ultimo urlo del grande campione - sedici giorni prima dell'incidente mortale durante i test del Gran Premio Supercortemaggiore a Monza - consegnò il Gp di Napoli al mito. Il sorriso di Ascari portato in trionfo restò nel cuore dei partenopei che, il 26 maggio 1955, appresero dalla radio la notizia della morte del proprio beniamino.
Il vincitore dell’ultima edizione, nel 1962, è stato Willy Mairesse su Ferrari Dino 156 Formula 2.
A partire dal 1998 viene organizzata in città la rievocazione storica del Gran Premio, che riporta le auto d’epoca ad affollare le vie di Posillipo e Mergellina.e vivo della corsa e di provare le stesse emozioni dei piloti e degli spettatori.l
A conclusione del nostro articolo proponiamo al lettore alcuni brevi filmati dell’Istituto Luce, che ci permettono di entrare nel vivo della corsa e di provare le stesse emozioni dei piloti e degli spettatori

 


 





Achille della Ragione


Quanti errori nella storia di Napoli


 il Roma - Il Giornale di Napoli:  lunedì 20 agosto 2018 pag.33


DI VALENTINA CAPUANO

Il saggio di Achille Della Ragione riprende e amplia una serie di falsità già denunciate da Benedetto Croce e Matilde Serao



“La vera storia di Napoli è piena di errori madornali, tramandati anche da studiosi celebri come Benedetto Croce e Matilde Serao. Metterli in risalto non può essere considerato un atto di lesa maestà”.
A dichiararlo è Achille Della Ragione, autore di “Errori e bugie sulla storia di Napoli” (edizioni napoletane arte) e di innumerevoli altri volumi , come le trilogie “Scritti sulla pittura del ’600 e del 700 napoletano” e “Napoletanità, arte, miti e riti a Napoli”.
Il suo volume, corredato da significative e preziose illustrazioni dei luoghi e delle opere d’arte più rappresentative della nostra città e dei personaggi più rilevanti, ripercorre la storia di Napoli attraverso un prezioso lavoro di ricerca svolto frequentando archivi storici o attingendo a fonti meno note, ma ritenute attendibili, quelle di alcuni colleghi napoletanisti.
Ed ecco che, dopo un lavoro accurato, durato circa tre anni, l’autore svela al lettore molti aspetti inediti della storia di Napoli, segnalando, doverosamente, alcuni eclatanti falsi storici.
Tra questi, uno dei più singolari è quello legato alla storia della sfogliatella, dolce partenopeo conosciuto nelle sue tre declinazioni: liscia, frolla e santa rosa. Il dolce, molto diffuso già dal 600’, come attestano molti documenti d’archivio e immagini pittoriche, si è creduto fosse nato in ambito monastico, e più precisamente in un convento di Conca dei marini, sulla costiera amalfitana, tra il quindicesimo ed il sedicesimo secolo, laddove, invece, attraverso alcuni documenti in lingua latina è stato possibile retrodatare l'invenzione invenzione a circa 2000 anni fa.
Abbastanza piccante e fantasiosa la storia riportata dall’autore: pare che la sfogliatella riccia, con la sua forma triangolare ed il delizioso ripieno, evocativa del sesso femminile, fosse offerto a virili giovani impegnati in riti pagani che si svolgevano all’interno della grotta di Piedigrotta, all’interno della quale si svolgeva in settembre il culto della Vergine genitrice. Riti di fecondità, quindi, che coinvolgevano, ipotizza l’autore, alcuni sacerdoti ai quali giovani donne offrivano queste prelibatezze per corroborarne la virilità.
Ma sono altri gli argomenti che appassionano, evidentemente l’autore che si reputa, un appassionato meridionalista, ma al tempo stesso fieramente impegnato nella divulgazione della storia, anche più recente di Napoli.
Ad esempio non nasconde, ma anzi difende strenuamente l’operato politico ed amministrativo dell’armatore Achille Lauro, per decenni accusato, ingiustamente, del “sacco edilizio“ di Napoli.
Ma a smentire questa teoria infondata e di parte basterebbe, a suo dire, solo osservare un quadro: la celebre “Tavola Strozzi”, ubicata nel museo di Capodimonte, dalla quale si evince un’urbanizzazione selvaggia che risale, evidentemente ad epoche anteriori. Le sue argomentazioni a riguardo (contenute anche nel suo volume “Achille Lauro Superstar”) partono da una conoscenza precisa e dettagliata delle leggi e dei piani regolatori della città, dalla quale giunge alla conclusione che non sia difficile imputare a circa 2000 anni fa.
Imputare la speculazione edilizia e la cementificazione selvaggia alla criminalità organizzata e ai politici collusi, oltre che ad una storia pregressa, una storica tendenza che parte dal lontano '500 e da Pedro de Toledo, a costruire in verticale.
Bugie e falsità non risparmiano neanche la storia dell’alimento più famoso a Napoli: la pizza margherita, così denominata, secondo la storia ufficiale perché sarebbe stata creata ed offerta , per la prima volta alla regina Margherita di Savoia.La sovrana, narra la leggenda , avrebbe particolarmente gradito questa
nuova tipologia di pizza, offertagli, secondo la fonti, nel 1889 da Raffaele Esposito, pizzaiolo della pizzeria Brandi. Tuttavia, questa storia molto diffusa è stata smentita da un noto napoletanista, Angelo Forgione. Da fonti certe, come ad esempio un testo del filologo Emanuele Rocco del 1849 e da un altro volume risalente addirittura al 1830 (“Napoli contorni e dintorni”) si evince che la pizza Margherita già esisteva ed era accuratamente descritta così come la conosciamo oggi.
Ma l’orgoglio meridionalista di Achille Della Ragione, ben lungi dal sottolineare con consueto vittimismo le avverse sorti dei meridionali schiacciati dal Nord, evidenzia i primati del sud, spesso poco noti, come la nascita del Futurismo nel 1909, che avvenne a Napoli dove il Manifesto di Marinetti fu pubblicato sul periodico “La tavola rotonda” (per poi essere ufficializzato il 29 aprile del 1910 al Mercadante di Napoli), o la scoperta della penicillina, che erroneamente venne attribuita Fleming (e che gli permise di vincere il Nobel nel 1945), laddove è attribuibile al giovane Vincenzo Tiberio, giovane studente di medicina che già nel 1895 aveva testato l’efficacia della stessa senza ottenere alcun riconoscimento.



domenica 19 agosto 2018

Le chiese di Posillipo

fig. 1 - Chiesa dell'Addolorata, via Posillipo 138

Le chiese di Posillipo non costituiscono certamente l’attrazione del quartiere, costituita da verde diffuso, ville principesche e panorami mozzafiato, ma sono numerose e delle principali abbiamo già parlato per cui rinviamo ai rispettivi link:
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=chiesa+villanova
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=santuario+s.antonio
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2018/08/marechiaro-e-la-chiesa-di-s-maria-del.html
Passiamo ora a descrivere le chiese di via Posillipo, partendo da quella dell’Addolorata  (fig.1), posta all’altezza del civico 138. La struttura, di medie dimensioni, costruita nella prima metà del XIX secolo,  rappresenta un puro esempio di  neoclassicismo, del tutto distaccato dalle insistenze, o meglio, dalla reminiscenze del tardo barocco napoletano. La chiesa è vagamente ispirata alla Basilica di San Francesco di Paola; l'esterno, in marmo bianco, presenta un timpano triangolare, quattro colonne di ordine dorico e un cupolino centrale. L'atrio d'ingresso è invece preceduto da scale in piperno. Oggi la struttura risulta in mediocre stato conservativo ed è chiusa da tempo al culto. Ne proponiamo una foto dell’interno (fig.2), reperita in rete, con beneficio d’inventario, perché personalmente non ci siamo mai entrati.
Continuando il percorso, sul lato mare, incontriamo l'Ospizio marino Padre Ludovico da Casoria, in via Posillipo 24.
L'edificio è stato eretto sul suolo dove, nel XVII secolo, era il palazzo del Castellano: venne costruito nel 1875 ad opera dei frati bigi della Carità. Oggi, precisamente dal 1971, è affidato alle suore francescane. La struttura fu particolarmente voluta da padre Ludovico da Casoria. Il fabbricato rappresenta una rilevante testimonianza storica, religiosa e artistica. Al suo interno sono custodite due chiese, il sarcofago di padre Ludovico ed altre opere artistiche di pregio: in particolare, è da ricordare l'ambiente che mostra la raffigurazione della Via crucis  composta completamente da vivaci maioliche.
All'ingresso della struttura, fa invece bella mostra, ben visibile dalla strada, lo pseudo obelisco scultoreo raffigurante San Francesco,  che in atto benedicente impone le mani su tre famosi terziari: da sinistra a destra Dante, Cristoforo Colombo e Giotto. Il monumento (fig.3) fu voluto da padre Ludovico e scolpito da Stanislao Lista nel 1882 per il settecentesimo anniversario della nascita del santo d'Assisi.
Il complesso era solito accogliere soprattutto la gente di mare, prevalentemente pescatori. La struttura mostra interessanti aspetti anche da un punto di vista strutturale e paesaggistico; difatti, due dei tre piani totali del complesso, risultano parzialmente inerpicati al di sotto di via Posillipo e confinano con una spiaggia amena protetta da una scogliera. Anche alcune rampe della struttura risultano fatte di maioliche, come ad esempio la scalinata che dalla portineria porta all'ospizio vero e proprio.
Dopo poco, sul lato destro, incontriamo una chiesa moderna di nessun pregio artistico Maria Santissima del Buon Consiglio (fig. 4), da me sporadicamente frequentata in occasione di funerali di amici, l’ultima volta, per l’estremo saluto al “barone del jazz”, Gaetano Altieri, mio vicino di villa ad Ischia.
Pochi metri ed incontriamo l’imponente sagoma del Mausoleo Schilizzi, al quale abbiamo dedicato un articolo che invitiamo a consultare digitando il link:
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=mausoleo+schilizzi
Nell’interno della struttura si trova una chiesa (fig.5) nella quale una volta l’anno si celebra una messa di suffraggio per i caduti della Grande guerra, che numerosi riposano nel tempio, il quale potrebbe costituire una potente attrattiva turistica e viceversa è colpevolmente chiuso e abbandonato.
Pochi passi ancora e superata piazza Salvatore Di Giacomo incontriamo una chiesa che richiama lo stile gotico: S. Maria di Bellavista (fig.6–7). La struttura in questione è un piccolo tempio che costituisce un punto di riferimento del periodo ottocentesco a Napoli; è stata eretta nel 1860 per volontà della nobile famiglia Capece Minutolo, specialmente delle sorelle Adelaide e Clotilde dei principi di Canosa, e venne decorata con un organo settecentesco, statue lignee ed opere di scuola caravaggesca, principalmente copie di buona qualità di opere del Ribera (fig.8). Fu elevata a parrocchia nel 1932 e venne affidata prima all'Ordine di Malta e poi ai Padri Vocazionisti, che la reggono ancora oggi.
La facciata, affiancata da due contrafforti, termina a capanna ed è articolata a tre archi acuti che inquadrano bifore, portale e rosone. All’interno, ad una navata con due campate coperte a vela ed abside pentagonale, trionfano archi acuti e linee semplici. Il neo gotico prevale nell’altar maggiore, marmoreo e con pitture a fondo d’oro e nell’arredo ligneo, dal pulpito ai battenti di destra ai coretti, ma spesso le figure scolpite contrastano con la struttura in quanto ispirate allo stile rinascimentale. Secondo questo stile è l’altare ligneo di sinistra, col Compianto su Cristo morto nel paliotto, mentre la Resurrezione, l’Incredulità di San Tommaso, l’Apparizione alla Maddalena e la Trasfigurazione sono intagliati nei pannelli alle pareti.
Le sorelle Capece Minutolo erano dedite ad opere pie ma anche all’arte e si sono voluti attribuire a loro questi intagli che, però, in molti punti mostrano la presenza di un maestro col quale forse collaborarono. Certo di mano loro sono le pitture, poste alle pareti o sugli altari, ispirate o copiate da originali del Cinquecento e del Seicento. Alcune recano la sigla MNTOL, da sciogliere appunto in Minutolo. Da notare in alto nell’abside la figura femminile distesa, scolpita nel marmo nel terzo quarto del secolo scorso, sepolcro della madre delle fondatrici


 fig. 2 -Addolorata interno

 fig. 3  - Scultura di Stanislao Lista
 fig. 4  -Maria Santissima del Buon Consiglio
 fig. 5  - Mausoleo Schilizzi , chiesa interna
 fig. 6 -  S. Maria di Bellavista
 fig. 7 -  S. Maria di Bellavista

 fig. 8 - S. Maria di Bellavista, interno

Poche centinaia di metri e via Posillipo nell’ultimo tratto assume il nome di via Santo Strato dove all’altezza del civico 9 scorgiamo una cappella privata (fig.9), da tempo trasformata in deposito di attrezzi agricoli.
Camminiamo ancora e la strada varia di nuovo denominazione, diventando via Coroglio, dove è ubicato l’Istituto Denza, gestito dai padri Barnabiti e dotato di una modesta cappella, che raggiunse un tocco di notorietà quando ebbe l’onore, il 16 luglio del 2005, di celebrare le nozze di mia figlia Tiziana (fig.10).
Portiamoci ora su via Manzoni ed incontriamo, nei pressi di Torre Ranieri, un’altra chiesa moderna, funzionante come parrocchia, dal nome complesso:  Corpus Christi e Regina del Rosario dei Padri vocazionisti (fig.11), frequentata assiduamente da Giuliano Capuozzo e famiglia, un doppio fedele, come mio amico e come credente.
A breve distanza, sempre su via Manzoni, vi è l’ospedale Fatebenefratelli, dotato di una cappella nella quale quotidianamente si celebra la messa vespertina, con la partecipazione, per decenni, delle mie famigerate zie.
Ci spostiamo in via Orazio ed incontriamo la sagoma della chiesa di San Gioacchino (fig.12), una delle più moderne, edificata nel periodo d’oro della speculazione edilizia nella zona, ad opera di costruttori che volevano farsi belli con le gerarchie ecclesiastiche e con la D.C. che allora dettava legge e tollerava infrazioni al piano regolatore.
All’incrocio tra via Orazio con via Petrarca si trova villa Doria d’Angri, a lungo sede dell’Istituto S. Dorothea, frequentato per anni con profitto dalla mia prole e che da alcuni anni ospita l’università degli Studi di Napoli "Parthenope". Credevo di conoscere ogni ambiente della villa, invece ignoravo l’esistenza di una splendida cappella e debbo ringraziare l’amico Dante Caporali di avermi fornito delle ottime foto della struttura (fig.13–14–15), che condivido con i miei lettori.
L’ultima tappa del nostro viaggio incontra in via Petrarca l’ultima chiesa, dedicata a S. Brigida, sede della parrocchia di San Luigi (fig.16).
La chiesa fu costruita in onore di san Luigi Gonzaga. Egli visitò la città di Napoli nel 1585, per motivi di salute, poi fece ritorno a Roma per concludere i suoi studi filosofici in collegio. L'edificio è contemporaneo alla non lontana chiesa di Sant'Antonio a Posillipo, ma venne completamente rifatto durante la seconda metà del XVIII secolo.
La facciata richiama in piccolo la rielaborazione architettonica della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, ma priva della convessità spaziale di quest'ultima. La chiesa è formata da un'unica navata (fig.17), con tre cappelle dalla scarsa profondità per lato. Degni di nota sono: l'antico pavimento in riggiole policrome, gli altari in marmi policromi e i dipinti, perlopiù settecenteschi, fatta eccezione per il cinquecentesco trittico situato alle spalle dell'altare maggiore e per una seicentesca Madonna del Rosario (fig.18) di Giovanni Bernardino Azzolino collocata nella seconda cappella a destra. Di fronte si possono ammirare la Maddalena e S. Caterina d’Alessandria, rilievi marmorei seicenteschi posti ai lati di un Crocifisso ligneo. Sul fondo dell’abside tre tavole raffiguranti S. Brigida in estasi ed ai lati San Paolo e il Battista, rimandano alla chiesa cinquecentesca ed ai suoi fondatori della famiglia d’Alessandro, di cui si vedono gli stemmi e l’immagine di un cavaliere della famiglia orante.
La struttura religiosa è parte di una ben più grande opera architettonica, composta da un grosso monastero che oggi è sede della Pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale.

Achille della Ragione


fig. 9 -  Chiesa S. Strato 9
fig. 10  - Chiesa istituto Denza,  Andrea che aspetta impaziente
 fig. 11 - Corpus Christi e Regina del Rosario dei Padri vocazionisti
fig. 12 - Chiesa San Gioacchino
 fig. 13 - Villa Doria d'Angri, Cappella
 fig. 14 - Villa Doria d'Angri, Cappella, interno
fig. 15 - Villa Doria d'Angri, Cappella, S.Gennaro
 fig. 16 - San Luigi Gonzaga
 fig. 17  -  San Luigi Gonzaga, interno
fig. 18 - Azzolino - Madonna del Rosario, particolare



sabato 18 agosto 2018

Sepoltura o cremazione, una scelta difficile

fig. 1 - Nicchia della famiglia della Ragione


Da sempre nella nostra cultura la sepoltura dei defunti rappresentava una scelta obbligata per tutti, la più logica con l’affermazione: polvere sei e polverei ritornerai ad essere. Il nostro corpo, anche se parzialmente divorato dai vermi, restituiva così alla natura le sostanze con cui era composto. Poi l’affollamento dei cimiteri ha introdotto la pratica disgustosa quanto necessaria della esumazione per fare posto a nuovi clienti.
Da alcuni anni mi capita di discorrere di morte con amici e conoscenti e tutti affermano categoricamente che desiderano essere cremati. Quando chiedo il perché di questa scelta vengono addotti 2 motivi, il primo economico, il secondo, pure importante, per evitare il fastidio ai figli, che quasi sempre abitano lontano, di dover sporadicamente recarsi sulla tomba a deporre un fiore. Anzi quasi tutti ambiscono a che le proprie ceneri vengano disperse al vento o nell’acqua del mare, affinché  scompaia ogni traccia del passato, una eventualità vietata dalla legislazione vigente.
La Chiesa da alcuni mesi si è pronunciata ufficialmente sulla cremazione, affermando che la pratica è tollerata purché non costituisca nelle intenzioni offesa alla materialità della salma, ma ha stabilito che le ceneri debbano essere deposte in un luogo sacro, per cui, almeno i credenti, non potranno conservarle in casa.
Personalmente, forse perché posseggo una nicchia di famiglia (fig.1), desidero lasciare ai posteri un segno del mio passaggio terreno, con la segreta speranza che in futuro, migliorate le tecniche di clonazione, qualche discendente deciderà di farmi rivivere, donando all’umanità  un nuovo Achille della Ragione.

Achille della Ragione

mercoledì 8 agosto 2018

Francesco Solimena superstar

fig. 1 -Francesco-Solimena (1657-1747) e le arti a Napoli - Copertina

Finalmente, dopo una interminabile gestazione, Nicola Spinosa, massimo esperto vivente di pittura napoletana, ha partorito la sua, da tempo annunciata, monografia su Francesco Solimena (fig.1), attesa da studiosi ed appassionati, costretti ancora a fare riferimento al prezioso libro sul pittore di Ferdinando Bologna, uscito nel 1958 e da tempo introvabile, se non nella mia biblioteca, acquistato nel 1980 sul mercato antiquariale per 2 milioni.
A proposito di denaro il libro appena uscito (Bozzi editore) ha un prezzo ragguardevole: 320 euro e si compone di due tomi per un totale di 7 chili di peso. Il primo, curato da Spinosa e ricco di centinaia di splendide foto a colori, è il catalogo ragionato dei dipinti, mentre il secondo, è dedicato ai disegni di Solimena (Cristiana Romalli); con saggi sull’architettura (Leonardo Di Mauro), sulla scultura e le arti decorative (Gian Giotto Borrelli), su Solimena illustratore (Lorella Starita) e sulla musica al tempo di Solimena (Dinko Farbis); regesto su Solimena pittore a cura di Tiziana La Marca, oltre ad un’esaustiva bibliografia generale.
Prima di dare la parola alle immagini con una carrellata di foto, equamente suddivise tra la produzione seicentesca e settecentesca (fig. da 2 a 19) vorremo timidamente avanzare una proposta: l’uscita del libro in formato e – book, per permettere a tutti di consultarlo ad un prezzo ragionevole.

Achille della Ragione
fig. 2 - Madonna delle rose - Napoli museo diocesano
fig. 3 - Caduta di San Paolo - Napoli chiesa di S. Paolo maggiore, sacrestia

fig. 4 - Caduta di Simon mago - Napoli chiesa di S. Paolo maggiore, sacrestia

fig. 5 -Agar e Ismaele nel deserto confortati dall'angelo- Napoli, palazzo Zevallos

fig. 6 - La famiglia di Maria - Londra, già Walpole Gallery

fig. 7 - Santa Rosalia - Napoli collezione Pisani


fig. 8 - Visitazione - Napoli chiesa di S. Maria Donnalbina

fig. 9 -Trionfo della fede sull'eresia ad opera dei Domenicani, sacrestia di San Domenico Maggiore (Napoli)


fig. 10 -San-Gennaro- Napoli museo del tesoro di San Gennaro


fig. 11 - La Madonna consegna a San Bonaventura il Gonfalone del Santo Sepolcro - Aversa cattedrale

fig. 12 - Cacciata di Eliodoro dal tempio - Napoli chiesa del Gesù Nuovo

fig. 13 - Autoritratto - Napoli - Museo di San Martino

fig. 14 - Ritratto del principe di Tarsia - Napoli museo Capodimonte

fig. 15 - Il ratto di Orizia - Vienna Kunsthistoriches museum

fig. 16 - Ritratto del principe di Avellino - Napoli collezione privata

fig. 17 - Trinità e santi - Napoli, chiesa di S. Maria di Piedigrotta


fig. 18 - Ritratto della  principessa di Lusciano - Napoli collezione privata

fig. 19 - Trionfo di Carlo di Borbone alla battaglia di Velletri