sabato 16 marzo 2019

Visita domenica 24 marzo: museo diocesano

 

Tableaux vivants e museo diocesano di Napoli ore 10:30 (8 euro)   


Carissimi amici ed amici degli amici esultate, la prossima visita guidata, la 28^ del nuovo anno accademico, sarà domenica 24 marzo  ed interesserà prima lo spettacolo dei Tableaux vivants e poscia il museo diocesano, con particolare attenzione alla chiesa di Donnaregina vecchia con appuntamento alla biglietteria alle ore 10:30  e con un biglietto di 8 euro se dichiarate di appartenere al gruppo capitanato da un tale di nome (e di fatto) della Ragione..Nelle more vi invio un mio articolo sull’argomento e vi segnalo che in futuro potrete sapere dove si svolgono le visite consultando il mio blog digitando il link  www.dellaragione.eu 
Spargete la lieta notizia ai 4 venti

Achille

 articolo sul "Museo diocesano di Napoli"



giovedì 14 marzo 2019

Lotta al rumore molesto, bisogna impegnarsi







Il disturbo della quiete pubblica, in qualunque ora del giorno e della notte, costituisce un reato punito dal codice penale (art. 659) che, oltre ad un’ammenda, l’arresto fino a tre mesi. Non lo è per la polizia municipale di Napoli, la quale, al telefono, candidamente risponde che bisogna inoltrare una segnalazione scritta ed attendere i rilievi audiometrici. Peggio ancora se si telefona a polizia o carabinieri, che, sdegnati, rispondono di avere reati ben più gravi da perseguire. Solo se si minaccia che la telefonata è registrata e che ci sono auto disponibili e non ci si attiva, l’indomani sarà presentata denuncia alla magistratura per omissione di intervento, si ottengono vaghe promesse, ma mai un sequestro delle attrezzature che emettono i rumori molesti, che oramai rendono la vita insopportabile in interi quartieri della città, non solo a Napoli, ma in tutti i centri urbani italiani.

È necessario che le autorità intervengano e che i cittadini, coraggiosamente facciano fioccare denunce e richiedano risarcimento del danno ai locali che, spesso senza autorizzazione, rompono i timpani e non solo quelli

Achille della Ragione

sabato 9 marzo 2019

Visita sabato 16 marzo: mostra su Chagall

Sabato 16 marzo ore 10:30 (15 euro), nel centro storico di Napoli, nella bella Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, si terrà un’interessante visita alla mostra su Marc Chagall, il grande pittore russo.



Carissimi amici ed amici degli amici esultate, la prossima visita guidata, la 27^ del nuovo anno accademico, sarà sabato 16 marzo ed interesserà la mostra su Marc Chagall che si tiene presso la basilica della Pietrasanta con appuntamento alla biglietteria della stessa alle ore 10:30  e con un biglietto (attenzione) di 14 euro. Essa sarà guidata dalla professoressa Elvira Brunetti, alias mia moglie.
Nelle more vi invio un suo articolo sull’argomento e vi segnalo che in futuro potrete sapere dove si svolgono le visite consultando il mio blog digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/

Spargete la lieta notizia ai 4 venti

Achille


fig. 1 - Il corvo e la volpe


Chagall, il pennello di un poeta
(articolo di Elvira Brunetti)


Chagall piace.
Tra tutti i pittori del Novecento è quello cui si dedicano  più mostre, perché il successo è garantito, anche se il numero dei disegni o delle incisioni in bianco e nero supera quello dei dipinti.
Attualmente e fino al 30 giugno nella basilica della Pietrasanta di Napoli si possono vedere varie sue opere, che permettono di allargare la visione classica del pittore dei fidanzatini che si librano romanticamente in cielo.
I primi ambienti della sede espositiva accolgono le litografie, che illustrano le famose favole di Jean de la Fontaine, realizzate su incarico del celebre mercante parigino Ambroise Vollard tra il '28 e il '35. E' il poeta dell'immagine, che penetra il mondo di un bestiario fantastico per raccontare, attraverso gli animali, i vizi degli esseri umani, tuttavia sempre col sorriso dell'ingenuità. Vedi "Il corvo e la volpe" (Fig.1).
Il quadro più importante della mostra è :"Le coq violet" (Fig.2). In un'atmosfera tipicamente circense gli spettatori felici acclamano l'esibizione di quattro attori. C'è Bella con gli abiti da sposa in groppa ad un cavallo verde, che accoglie sorridente i fiori offerti dal cavaliere in maschera in primo piano nell'eterno gesto del grande amore; ci sono poi un clown che suona una tromba ed un gallo capovolto con la testa all'ingiù, di vaga reminiscenza surrealista. Quest'ultimo indica il mondo sotto sopra di Chagall. Come in un sogno il quadro è tutto blu, di memoria picassiana. Eseguito negli anni '60, Bella la moglie tanto amata è ormai deceduta da tempo. Ma il ricordo del passato è sempre vivo nella mente dell'autore, che vede con gli occhi dell'immaginazione una realtà che fa diventare fantastica.
Quello più piccolo sempre sullo sfondo blu è il ritratto dei due fidanzatini (Fig.3), teneramente avvinghiati, anche se una mano reca il solito bouquin di fiori. E'un'opera degli anni '30, pervasa da una profonda malinconia. In basso si notano le vecchie case di Vitebsk, il loro villaggio natale. Degna di nota è la sapiente scelta coloristica in grado di evidenziare i due corpi in primo piano, chiaro riferimento al fauvisme di Matisse, sebbene Chagall sia stato solo tangente, ha semplicemente sfiorato tutti i movimenti avanguardisti d'inizio secolo, perché in sostanza è rimasto un indipendente dallo stile e dalla poetica completamente inconfondibili e personali.
Del '55 è il ritratto di Vava (Fig.4), sua seconda moglie con la quale sembra aver ritrovato di nuovo l'amore attraverso i fiori, che ne sono il migliore linguaggio. Anche qui la pittura è fiabesca, dalle case ai personaggi, i colori estremamente vivaci, le dimensioni del tutto arbitrarie, come eseguite dalla mano di un fanciullo. Chagall guarda il mondo con l'innocenza di un bambino.
Molto bello è "Il villaggio russo" del 1929 (Fig.5) per l'efficacia dell'aria invernale coinvolgente l'intera rappresentazione. Non è solo la presenza della neve, è il cielo plumbeo, la slitta da favola, elementi che riempiono di solitudine e di nostalgia le case di legno degli umili contadini. Forse è Vitebsk alla fine dell'Ottocento. Oggi è in Bielorussia, ma durante l'impero russo c'erano i pogrom e gli Ebrei non potevano vivere nelle grandi città, dove vigevano persecuzioni maggiori. Chagall attraversa i momenti storici più terribili del secolo breve dalla rivoluzione russa alla Shoah.  Più di tanti altri ha incarnato il mito dell'ebreo errante, spesso presente nelle sue opere, insieme a molti simboli della sua appartenenza all'Ebraismo Chassidico, che valorizza il mondo contadino. Conosce e vive l'esilio, per questo riesce a rendere molto bene l'Esodo dall'Egitto nelle litografie che sempre Ambroise Vollard gli commissiona (Fig.6 Davide e Golia). La Bibbia era per lui la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Racconta tutto il dolore del popolo ebraico, ma sempre come in un sogno. Viaggia per anni in Palestina, a Gerusalemme, in Egitto e senza foto, né documenti, solo con l'immaginazione dal '35 al '56 realizza centinaia di opere.
André Malraux nel 1969 le ha raccolte nel museo di Nizza. L'artista le ha donate alla Francia, sua patria adottiva, perché costituissero un monito di fratellanza e di pace per le generazioni future.
La mostra s'intitola "Sogno d'amore", perché Chagall (1887–1985) credeva veramente che nell'arte come nella vita tutto è possibile se si comincia dall'amore.

Elvira Brunetti 
fig. 2 - Le coq violet

fig. 3 - I due sposi
fig. 4 - Il ritratto di Vava
 fig. 5 - Villaggio russo
fig. 6 - David e Golia






Chagall, il pennello di un poeta

  
 
fig. 1 - Il corvo e la volpe



Chagall piace.
Tra tutti i pittori del Novecento è quello cui si dedicano  più mostre, perché il successo è garantito, anche se il numero dei disegni o delle incisioni in bianco e nero supera quello dei dipinti.
Attualmente e fino al 30 giugno nella basilica della Pietrasanta di Napoli si possono vedere varie sue opere, che permettono di allargare la visione classica del pittore dei fidanzatini che si librano romanticamente in cielo.
I primi ambienti della sede espositiva accolgono le litografie, che illustrano le famose favole di Jean de la Fontaine, realizzate su incarico del celebre mercante parigino Ambroise Vollard tra il '28 e il '35. E' il poeta dell'immagine, che penetra il mondo di un bestiario fantastico per raccontare, attraverso gli animali, i vizi degli esseri umani, tuttavia sempre col sorriso dell'ingenuità. Vedi "Il corvo e la volpe" (Fig.1).
Il quadro più importante della mostra è :"Le coq violet" (Fig.2). In un'atmosfera tipicamente circense gli spettatori felici acclamano l'esibizione di quattro attori. C'è Bella con gli abiti da sposa in groppa ad un cavallo verde, che accoglie sorridente i fiori offerti dal cavaliere in maschera in primo piano nell'eterno gesto del grande amore; ci sono poi un clown che suona una tromba ed un gallo capovolto con la testa all'ingiù, di vaga reminiscenza surrealista. Quest'ultimo indica il mondo sotto sopra di Chagall. Come in un sogno il quadro è tutto blu, di memoria picassiana. Eseguito negli anni '60, Bella la moglie tanto amata è ormai deceduta da tempo. Ma il ricordo del passato è sempre vivo nella mente dell'autore, che vede con gli occhi dell'immaginazione una realtà che fa diventare fantastica.
Quello più piccolo sempre sullo sfondo blu è il ritratto dei due fidanzatini (Fig.3), teneramente avvinghiati, anche se una mano reca il solito bouquin di fiori. E'un'opera degli anni '30, pervasa da una profonda malinconia. In basso si notano le vecchie case di Vitebsk, il loro villaggio natale. Degna di nota è la sapiente scelta coloristica in grado di evidenziare i due corpi in primo piano, chiaro riferimento al fauvisme di Matisse, sebbene Chagall sia stato solo tangente, ha semplicemente sfiorato tutti i movimenti avanguardisti d'inizio secolo, perché in sostanza è rimasto un indipendente dallo stile e dalla poetica completamente inconfondibili e personali.
Del '55 è il ritratto di Vava (Fig.4), sua seconda moglie con la quale sembra aver ritrovato di nuovo l'amore attraverso i fiori, che ne sono il migliore linguaggio. Anche qui la pittura è fiabesca, dalle case ai personaggi, i colori estremamente vivaci, le dimensioni del tutto arbitrarie, come eseguite dalla mano di un fanciullo. Chagall guarda il mondo con l'innocenza di un bambino.
Molto bello è "Il villaggio russo" del 1929 (Fig.5) per l'efficacia dell'aria invernale coinvolgente l'intera rappresentazione. Non è solo la presenza della neve, è il cielo plumbeo, la slitta da favola, elementi che riempiono di solitudine e di nostalgia le case di legno degli umili contadini. Forse è Vitebsk alla fine dell'Ottocento. Oggi è in Bielorussia, ma durante l'impero russo c'erano i pogrom e gli Ebrei non potevano vivere nelle grandi città, dove vigevano persecuzioni maggiori. Chagall attraversa i momenti storici più terribili del secolo breve dalla rivoluzione russa alla Shoah.  Più di tanti altri ha incarnato il mito dell'ebreo errante, spesso presente nelle sue opere, insieme a molti simboli della sua appartenenza all'Ebraismo Chassidico, che valorizza il mondo contadino. Conosce e vive l'esilio, per questo riesce a rendere molto bene l'Esodo dall'Egitto nelle litografie che sempre Ambroise Vollard gli commissiona (Fig.6 Davide e Golia). La Bibbia era per lui la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Racconta tutto il dolore del popolo ebraico, ma sempre come in un sogno. Viaggia per anni in Palestina, a Gerusalemme, in Egitto e senza foto, né documenti, solo con l'immaginazione dal '35 al '56 realizza centinaia di opere.
André Malraux nel 1969 le ha raccolte nel museo di Nizza. L'artista le ha donate alla Francia, sua patria adottiva, perché costituissero un monito di fratellanza e di pace per le generazioni future.
La mostra s'intitola "Sogno d'amore", perché Chagall (1887–1985) credeva veramente che nell'arte come nella vita tutto è possibile se si comincia dall'amore.

Elvira Brunetti 
fig. 2 - Le coq violet

fig. 3 - I due sposi
fig. 4 - Il ritratto di Vava
 fig. 5 - Villaggio russo
fig. 6 - David e Golia

Risarcita finalmente una truffa ai detenuti (ed agli ex)



Questo breve scritto, oltre che all’opinione pubblica, interessa a tutti coloro che attualmente o in passato hanno goduto dell’onore e dell’onere di essere ospitati dalle patrie galere.
Partiamo dal principio: siamo nel 2014, l’Italia sta per ricevere una multa enorme da parte dell’Europa, perché la Corte dei diritti dell’uomo ha sancito che lo Stato tratta i detenuti peggio delle bestie, concedendo loro uno spazio di gran lunga inferiore a quello che le normative comunitarie assegnano, con minaccia di gravi sanzioni, ad un maiale da allevamento: 10 mq, mentre un galeotto è costretto in uno spazio di gran lunga inferiore.
Per evitare le sanzioni viene emanato un decreto legge che prevede uno sconto di pena di 1 giorno ogni 10 per i detenuti, mentre per coloro che hanno già saldato il loro debito un risarcimento di 8 euro per ogni giorno trascorso in condizioni sub umane.
All’epoca, per quanto innocente, mi trovavo in detenzione domiciliare per gravi motivi di salute. Il primo giorno che fu emanato il decreto richiesi al mio giudice di sorveglianza lo sconto di pena relativo al mio non breve soggiorno in quel di Rebibbia. Attesi svariati mesi e poi mi giunse laconica la risposta: non “sono competente” a decidere; sarebbe stato più corretto forse il termine “incompetente”, nel senso letterale della parola.
Non mi scoraggiai, presi penna, inchiostro e calamaio e senza assistenza legale proposi ricorso in Cassazione. Anche qui i tempi furono lunghi e defatiganti, ma infine, nel 2017, le mie ragioni furono accolte (non per niente mi chiamo della Ragione), con una decisione di 7 pagine che prende il mio nome e che chiunque può consultare in rete sul sito della Cassazione (Penale Sent. Sez. 1 Num. 9664 Anno 2017).
Nel frattempo ero da tempo ritornato un libero cittadino, non interessato ad un risarcimento in vile moneta, ma decine di migliaia di ex colleghi potranno usufruire di questa decisione, rigorosamente tenuta all’oscuro dagli organi di informazione.
Coraggio fategliela pagare.

Achille della Ragione


mercoledì 6 marzo 2019

Chiude il Denza, quanti ricordi che tristezza


 Ingresso Istituto Denza

Napoli muore ogni giorno lentamente ma inesorabilmente. Una tappa dolorosa di questo declino è costituita dall’annuncio ufficiale che l’Istituto Denza chiuderà i battenti perché da tempo è in passivo. La denatalità sempre più accentuata e la mancanza cronica di denaro, che avvilisce anche le famiglie una volta facoltose, ha provocato una diminuzione drastica delle iscrizioni. Una volta bisognava prenotarsi con anni di anticipo e vi era una scrupolosa selezione del ceto sociale; oggi non si riesce a radunare in una classe che pochi studenti.
Quanti ricordi mi legano allo storico Istituto, frequentato dai miei figli Tiziana, Gian Filippo e Marina, assurti nella società a posizioni di rilievo: commissaria europea, celebre avvocato, insigne commercialista; in un tempo lontano che bastava studiare con impegno per trovare poi un lavoro prestigioso. Personalmente ho tenuto per anni nello splendido teatro numerose conferenze davanti ad un pubblico interessato alla cultura.
Grande delusione tra ex studenti e genitori legati ad uno degli istituti più famosi della città, intitolato a padre Francesco Denza, barnabita napoletano, celebre metereologo e fondatore dell’Osservatorio astronomico del Vaticano.
L’Istituto a partire dal 1943 ha educato ed istruito generazioni di studenti ed inoltre da alcuni anni ospitava il primo museo etrusco della città, con oltre 800 reperti dall’età del bronzo all’epoca imperiale dichiarato dalla Sovrintendenza di “eccezionale interesse archeologico e storico- artistico” e che potete consultare in un capitolo del mio libro su Posillipo digitando il link
https://achillecontedilavian.blogspot.com/2015/04/un-museo-etrusco-presso-listituto-denza.html
Oggi la struttura, che ha una superficie di alcune decine di migliaia di metri quadrati, tra costruzioni e giardini lussureggianti, è in vendita, si aspetta il cinese che voglia speculare sulla nostra storia: che tristezza, quanta malinconia.

Achille della Ragione

Corriere della sera - 10 marzo 2019
pag. 27

Il Roma  - 7 marzo 2019
pag. 12

domenica 3 marzo 2019

Visita sabato 9 marzo: Pozzuoli


Anfiteatro di  Pozzuoli, veduta aerea

Visita sabato 9 marzo ore 10:30 Anfiteatro Flavio poscia Villa Avellino Pozzuoli (na)

Carissimi amici ed amici degli amici esultate, la prossima visita guidata, la 26^ del nuovo anno accademico, sarà sabato 9 marzo ed interesserà l’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli con appuntamento alla biglietteria dello stesso alle ore 10:30  e poscia ci recheremo nella limitrofa Villa Avellino.
Nelle more vi invio 2 articoli sull’argomento e vi segnalo che in futuro potrete sapere dove si svolgono le visite consultando il mio blog digitando il link 
http://achillecontedilavian.blogspot.com/
Spargete la lieta notizia ai 4 venti

Achille





Panorama da villa Avellino

sabato 2 marzo 2019

Achille maestro di scacchi

     
In copertina
Achille vincitore campionato regionale

Prefazione
Molti giocatori mi chiedevano da tempo di raccogliere in un libro i numerosi articoli che negli anni ho dedicato al nobile gioco degli scacchi, per cui ho deciso di  dare alla luce questa opera, composta da una ventina di capitoli, ma soprattutto ricca  di immagini a colori. I contributi sono stati pubblicati su riviste specializzate come  Torre e cavallo, Scacco, Italia scacchistica, oppure sulle pagine de Il Mattino, che in  passato per anni aveva una rubrica dedicata al re dei giochi ed al gioco dei re.
Non potevo non cominciare da “Achille scacchista”, che costituisce un capitolo  della mia autobiografia, consultabile in rete digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/p/prolegomeni-per-una-futura.html
Segue poi il capitolo più importante: “Gli scacchi nella pittura dall’antichità ai  nostri giorni”, pubblicato anche su numerosi siti stranieri e a giudicare dai contatori  ha avuto migliaia di lettori. Sulla stessa scia “Gli scacchi tra fumetti e letteratura”,  pieno di figure e piacevole da leggere.
Vi è poi il capitolo dedicato a Giorgio Porreca, giustamente denominato il maestro  dei maestri della scacchiera, già pubblicato nel II tomo del mio libro “I napoletani  da ricordare”. In seguito all’illustre personaggio ho dedicato un volume consultabile  in rete digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=il+maestro+dei+maestri
Rimembro poi i memorabili Festival internazionali che si svolgevano nella mia  villa di Ischia e le numerose volte che ho conquistato il titolo di campione regionale.
Una particolare attenzione ho dedicato a Maria De Rosa, più volte campionessa  italiana, oltre ad essere una fanciulla bella quanto procace ed a Andrey Longo, scacchista,  scrittore, ma soprattutto pizzaiolo, a cui mi lega un’amicizia ultra decennale.
Dalle pagine di Scacco è riportata una novità da me introdotta nella Difesa Scandinava,
che ebbe l’onore di essere ripresa anche sulle pagine dell’Informatore e  dell’Enciclopedia delle aperture
Dopo altri articoli su vari argomenti chiudo con una punta di malinconia, riportando  il ricordo di Luigi Amalfi, arbitro internazionale, ma soprattutto signore di altri  tempi ed il torneo e la simultanea da me organizzati tra le tristi mura di Rebibbia.  Buona lettura 

Achille della Ragione 

Napoli febbraio 2019


Indice
  • Prefazione
  • Achille scacchista
  • Gli scacchi nella pittura dall’antichità ai nostri giorni
  • Gli scacchi tra fumetti e letteratura
  • Il maestro dei maestri della scacchiera: Giorgio Porreca
  • Festival scacchistico Estate ad Ischia
  • Festival Internazionale di Scacchi “Panza – Isola d’Ischia”
  • Festival internazionale di scacchi a Napoli
  • Grande prestazione del maestro Achille della Ragione al torneo Rari Nantes
  • Scacchi a Rebibbia
  • Una importante novità nella Difesa Scandinava
  • Un prezioso manuale da consultare
  • Gli scacchi a Napoli
  • Maria De Rosa campionessa italiana di scacchi
  • Olimpiadi degli scacchi a Torino
  • Dalle regine ai pedoni il fascino degli scacchi
  • Lo strapotere dei computer negli scacchi
  • In ricordo di Luigi Amalfi
  • Intervista allo scrittore Andrej Longo

Scacchi by kurosp on Scribd

















martedì 26 febbraio 2019

Una replica autografa del Giacobbe del Ribera


 fig. 1 - Jusepe De Ribera -  Giacobbe e il gregge - 174x 219 - firmato e datato 1632 -
El Escorial (Madrid) monastero di San Lorenzo

Prima di esaminare l’inedito, che presentiamo in questo contributo, appartenente ad una importante collezione italiana, riteniamo parlare, anche se brevemente dell’autore, uno dei più grandi artisti del Seicento europeo.
Nel 1616 giunge a Napoli Jusepe Ribera che rappresenterà una delle figure più importanti del Seicento europeo; valenzano di nascita, ma napoletano a tutti gli effetti per scelta culturale, interessi familiari, affinità di sentimenti. A Napoli avrà residenza, affetti, lavoro, protezione e per alcuni anni sarà protagonista assoluto e punto di riferimento indiscusso.
La sua bottega che forgerà alcuni dei maggiori pittori del secolo dal Maestro degli Annunci ai due Fracanzano, dal Falcone a Salvator Rosa, allo stesso Giordano, sarà un punto di riferimento e di scambio culturale anche verso la Spagna, ove giungerà gran parte della sua produzione, mentre dal Murillo allo Zurbaran, fino allo stesso Velazquez, ospite del Ribera per alcuni mesi nel 1630, perverrà a Napoli l’eco della migliore pittura spagnola, il cui influsso possiamo cogliere agevolmente da un’attenta lettura di molte opere del Finoglia, del Falcone, del Vaccaro, del Guarino e di tanti altri ancora.
Le sue opere ebbero una notevole diffusione anche per la sua abilità di incisore, grazie alla quale egli riproduceva e moltiplicava le sue opere più significative.  
Giunto nel maggio del 1616 a Napoli egli sposerà la figlia del pittore Giovan Bernardo Azzolino ed entrerà nelle grazie del viceré, il duca di Osuna, che diventerà il suo protettore, come lo saranno in seguito tutti i potenti di Spagna, presso i quali il suo prestigio sarà illimitato. Egli del luminismo diede una sua personale interpretazione: il realismo caravaggesco fu infatti profondamente drammatico e sintetico, quello di Ribera fu analitico, caricaturale fino al grottesco.
Il Ribera si abbandona ad un verismo esasperato al di là di ogni limite convenzionale col suo pennello intriso di una densa materia cromatica, con un vigore di impasto che ricorda l’accesa policromia delle più crude immagini sacre della pittura spagnola coeva, segno indefettibile della sua mai tradita hispanidad, ignara dei risultati della pittura rinascimentale italiana. Ed ecco rappresentato un infinito campionario di umanità disperata e dolente, ripresa dalla realtà dei vicoli bui della Napoli vicereale con un’aspra e compiaciuta ostentazione del dato naturale.
La sua pittura è carica di materia da poter essere paragonata ad un bassorilievo cromatico, in grado di trasformare il potente chiaroscuro caravaggesco in un’esperienza percettiva tattile. I bagliori della sua tavolozza fanno risaltare la ruvida pelle dei suoi martiri ed in egual misura lo splendore cangiante delle vesti, che a partire dagli anni Trenta segnano il recupero della lezione coloristica della pittura veneta.
Con una tavolozza accesa vengono rappresentati con enfasi appassionata e senza alcuna pietà santi ed eremiti penitenti, sadicamente indagati nella smagrita decadenza dei corpi consunti, dalla epidermide incartapecorita e grinzosa, dagli occhi lucidi e brillanti, martirii efferati e spettacolari, giganti contorti in esasperazioni anatomiche, repellenti esempi di curiosità naturali: donne barbute e bambini storpi dal sorriso ebete; tipizzazioni mitologiche spinte fino all’osceno, come la ripugnante figura del Sileno nella dilagante rotondità dell’enorme ventre pendulo; il tutto con un tono superbo e crudele e con accenti di grottesca ironia e di cupa drammaticità.
Lentamente la brutalità delle sue prime composizioni che fece esclamare al Byron che il Ribera”imbeveva il suo pennello con il sangue di tutti i santi” cedette ad una maggiore ricerca di introspezione psicologica dei personaggi e ad un lento allontanamento dal tenebrismo per approdare, sotto l’influsso della grande pittura veneziana e dal contatto con la pittura fiamminga di radice rubensiana e vandychiana, a nuove soluzioni di chiarezza pittorica e di rinnovata cordialità espressiva.   
Tra i capolavori del Ribera occupa un posto di rilievo Giacobbe ed il gregge (fig.1), firmato e datato 1632 e conservato in Spagna nell’Escorial vicino Madrid. 
Della tela si conoscono varie copie di bottega, come quella transitata ad una vendita Christie’s nel 1972 o quella della pinacoteca di Cosenza, ma nel caso del dipinto in esame (fig.2), possiamo, per l’altissima qualità della composizione, parlare con ragionevole certezza di replica autografa. 
L’inedito che presentiamo ai lettori appartiene alla collezione Marasini di Alessandria, della quale abbiamo già illustrato in passato  interessanti dipinti di Marullo, Novelli e Cavallino e per chi volesse ammirarli basta digitare il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=dipinti+inediti+di+attribuzione+problematica

Il dipinto rappresenta Giacobbe in mezzo al suo gregge accanto ad una sorgente d’acqua e costituisce un momento cruciale nel percorso stilistico dell’artista, infatti si nota un cambiamento nell’uso della luce, che risente dell’influsso del Grechetto, mentre la materia pittorica, imbevuta di luce, è impreziosita da riflessi argentati eseguiti con particolare maestria. Ne replicala che presentiamo alcuni dettagli (fig.3–4) sono di una qualità talmente alta da riconoscere la mano del maestro, che avrà lasciato alla sua bottega l’esecuzione di parti secondarie del dipinto.

Achille della Ragione


fig. 2 -Ribera - Giacobbe e il gregge (replica autografa) -
Alessandria collezione Marasini
fig. 3 -Ribera - Giacobbe e il gregge (replica autografa) - particolare -
Alessandria collezione Marasini
fig. 4 -Ribera - Giacobbe e il gregge (replica autografa) - particolare -
Alessandria collezione Marasini

domenica 24 febbraio 2019

Una sensuale Lucrezia di Andrea Vaccaro

tav. 1 - Lucrezia - 65 x45 -  olio su rame -
Liguria collezione privata

Da un collezionista ligure mi è stato richiesto di dare una paternità ad un dipinto su rame (fig.1) chiaramente derivato dalla tela di Guido Reni raffigurante il Suicidio di Lucrezia (fig.2) ubicata presso il RISD Museum a Rhode Island.    
Il proprietario del quadro si era rivolto per un parere a due studiosi, il professor Benati, che aveva dichiarato:"...il dipinto di cui m'invia le foto è una derivazione, forse di epoca già settecentesca, da un dipinto di Guido Reni raffigurante Lucrezia. Stante il carattere di copia, è impossibile stabilirne una precisa paternità." ed il celebre Vittorio Sgarbi, la cui segretaria prontamente rispose: "Il professore ha analizzato il materiale da lei inviato e ritiene l’opera importante, con molta probabilità di Francesco Gessi, allievo di Guido Reni ed è disponibile a redigere l’expertise."        
Entrambi non avevano riconosciuto la paternità lampante di Andrea Vaccaro e la straordinaria somiglianza con un dipinto, sito in Uruguay e da me pubblicato tempo fa, identico nella luminosità degli occhi e l'acconciatura dei capelli. 
tav. 2 - Guido Reni - Suicidio di Lucrezia -
Rhode Island, RISD Museum

Sul retro del dipinto, che ricordiamo è un rame, compare un sigillo in ceralacca (fig.3) che non appartiene a famiglia nobile, seguendo il parere di Luca Becchetti esperto sfragista pontificio di Roma il quale afferma: "La prassi di apporre sigilli in ceralacca sul retro dei dipinti è circostanza abbastanza frequente e - date le motivazioni delle prerogative sfragistiche – può rappresentare significati diversi; principalmente segno di appartenenza o pertinenza, ma anche certifica la bontà di provenienza di una tela, avvenuti passaggi doganali dei quadri e molto altro. Tutti questi interrogativi potrebbero essere soddisfatti solo in seguito alla possibilità di capire a chi o a cosa riconduce il leone (o il grifone?), accompagnato dal Capo d'Angiò, pezza araldica che raffigura gigli separati da un lambello, che l’impronta mostra, esercizio che in realtà risulta assai difficile, poichè tale titologia è abbastanza frequente in araldica. Risulta dunque molto complicato, dati gli elementi assai generici che mostra il blasone, effettuare attribuzioni certe". 


tav. 3 - Sigillo sul retro del dipinto


tav. 4 - Dolcezza del volto

Soffermiamoci ora su alcuni dettagli del quadro in esame per sottolineare la dolcezza del volto (fig.4), l’elegante orecchino (fig.5) ed il caratteristico girar degli occhi al cielo (fig.6), il famoso “sottoinsù”, oltre alle labbra carnose e l’epidermide alabastrina.   
Il dipinto in esame fa parte di quella produzione per una clientela laica sia napoletana sia spagnola che il Vaccaro, in una tavolozza monotona con facili accordi di bruni e di rossicci, creava con scene bibliche e mitologiche e le sue celebri mezze figure di donne nelle quali persegue un’ideale femminile di sensualità latente;  diviene così il pittore della "quotidianità appagante, tranquilla, a volte accattivante, in grado di soddisfare le esigenze di una classe paga della propria condizione, attenta al decoro, poco incline a lasciarsi coinvolgere in stilemi, filosofici letterari, o mode repentine, misurato nel disegno, consolante nell’illustrazione; Andrea ottenne il suo  indice di gradimento in quella fascia della società spagnola più austera e di consolidate opinioni e per converso in quelle napoletane di pari stato ed inclinazione" (De Vito).
Tra i suoi dipinti "laici", alcuni, di elevata qualità, sembrano animati da un’agitazione barocca che raggiunge talune volte un coro da melodramma.
Egli si ripeté spesso su due o tre modelli femminili ben scelti, che gli servirono a fornire mezze figure dai volti velati da una sottile malinconia e con un caldo languore nei grandi occhi umidi e bruni. Queste eterne bellezze mediterranee dal volto sensuale ed accattivante fanno mostra del loro pensiero  con indifferenza e con lo sguardo trasognato, incuranti degli affanni terreni e con gli occhi che sembrano proiettato fuori dal tempo e dallo spazio. Dalle tele promana una dolcezza languida, serena, rassicurante, che ci fa comprendere con quanta calma queste sante, avvolte nelle sete rare delle loro vesti acconciatissime, abbiano affrontato il martirio, sicure della bontà delle loro decisioni, placando e spegnendo ogni sentimento e sensazione negativa quali il dolore, la sofferenza, lo sdegno ed esaltando la calma serafica, la serenità dell’animo, la certezza di una scelta adamantina. La pittura in queste immagini dolcissime e sdolcinate cede il passo alla poesia, che si fa canto soave ed incanta l’osservatore.

Achille della Ragione



tav. 5 - Elegante orecchino
tav. 6 - Caratteristico girar degli occhi al cielo

venerdì 22 febbraio 2019

Visita sabato 2 Marzo: chiesa S. Teresa a Chiaia


  

Carissimi amici ed amici degli amici esultate, la prossima visita guidata gratuita, la 25° del nuovo anno accademico, sarà a Napoli sabato 2 marzo ed interesserà la chiesa di S. Teresa a Chiaia e poscia la mostra (gratuita) sulla pittura e la scultura napoletana del Novecento che si tiene al Pan, con appuntamento all’ingresso della chiesa alle ore 10:30.
Nelle more vi invio un articolo sulla mostra e vi segnalo che in futuro potrete sapere dove si svolgono le visite consultando il mio blog digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/ 
Vi preannuncio che i successivi sabato 9 marzo visiteremo l’Anfiteatro Flavio e Villa Avellino, mentre sabato 16 marzo la mostra su Marc Chagall.
Spargete la lieta notizia ai 4 venti

Achille

  

I CAPOLAVORI DEL NOVECENTO NAPOLETANO IN MOSTRA AL PALAZZO DELLE ARTI DI NAPOLI


AL PAN successo della  Mostra Novecento a Napoli. Capolavori di pittura e scultura promossa dalla Galleria Mediterranea (tra le più antiche gallerie italiane) e da La Fenice con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli.
La Mostra, curata da Saverio Ammendola, Paolo La Motta e Isabella Valente si pone  l’obiettivo di contribuire a rivitalizzare e valorizzare il dibattito critico che, a partire dalla seconda metà degli anni 80, si è sviluppato intorno alla pittura e scultura napoletana del XIX secolo e che trova il suo esordio istituzionale con la Mostra “Fuori dall’ombra” in Castel Sant’Elmo (1991).
La Mostra ha così colmato una grave lacuna nello studio della scultura napoletana che con il tempo sarebbe potuta divenire ingiustamente (pressoché) irrecuperabile.
È, pertanto, evidente l’interesse e l’attesa che si respirano intorno alla Mostra “Novecento a Napoli. Capolavori di pittura e scultura che si inaugura, non a caso, il giorno dopo San Valentino perché destinata a tutti gli amanti dell’arte, di quella napoletana in particolare, e destinata a sedurre anche quanti si avvicineranno per la prima volta alla pittura e scultura napoletana del 900.
Particolare e meticolosa attenzione è stata riservata dai curatori al rastrellamento delle opere, quelle che meglio potessero costituire testimonianza del respiro nazionale (quando non mittleuropeo) di cui l’arte napoletana è stata (non sempre riconosciuta) portatrice.
Tra gli autori proposti, che non certo esauriscono l’articolato e significativo panorama degli artisti napoletani del tempo, spiccano, tra gli altri, Crisconio, Viti, Villani, Bocchetti, Brancaccio, Notte, Ciardo, Cifariello, , Chiancone, Striccoli, Capaldo, Fabbricatore, Perez, Guido Casciaro, Bresciani, Tamburrini, Girosi, Verdecchia, Cajati, Lippi, Vittorio, Tizzano, Uccella e Waschimps.
   






Degli autori vengono proposte opere (oltre 50 dipinti e oltre 30 sculture), assai spesso non note al grande pubblico e, talora, anche ai collezionisti più appassionati e che tuttavia sono state esposte in importanti mostre nazionali e internazionali. Tra le altre sono esposte “Il bagno” di Giovanni Brancaccio (Biennale di Venezia; Mostra Carnegie Institute, Pittsburgh), “Libro bianco” (Carnegie Institute, Pittsburgh), “ Il Beone” (esposto anche in “Anni difficili”) nonché “Il ritratto del pittore De Simone”), di Eugenio Viti, “Novembre in città” di Guido Casciaro (I Mostra Intersindacale Fascista 1933), “Dopo la pioggia” di Rubens Capaldo (VII Quadriennale di Roma),“Colloqui” di Carlo Striccoli, “Al balcone” di Carlo Verdecchia (Biennale di Venezia 1936), “Nello studio” (ovvero “Solitudini”) di Alberto Chiancone (Biennale Venezia 1936), “Le amiche al caffè” di Nicola Fabbricatore (Biennale Venezia 1946), “Le donne sarde” di Gennaro Villani (da ultimo esposta in “Gli anni difficili”), “l’Uomo e l’uccello” di Raffaele Lippi (Mostra al Castel dell’Ovo del 2004, curata da Vitaliano Corbi).
Un evento da non perdere per i napoletani (appassionati e non) e che consentirà a tutti noi una feconda passeggiata nella nostra storia culturale (prima che artistica) di cui i più conoscono ancora troppo poco o, peggio ancora, talora troppo male.


venerdì 15 febbraio 2019

Mostra di bozzetti da Baroq



  

Dopo il successo della mostra su Domenico Gargiulo, Baroq, il mitico bistrot di piazza Vittoria, prosegue con una mostra di bozzetti del Seicento e Settecento napoletano da ammirare tra un bicchiere di vino ed una vivanda prelibata.
Per gli appassionati di arte, anche astemi, proponiamo le immagini dei capolavori che sono in mostra con le relative schede.


IN NUCE

Bozzetti del barocco napoletano

Massimo Stanzione, Giovanni Lanfranco, Luca Giordano, Francesco Solimena e Giacinto Diano


Una mostra intima e preziosa, tra bellezza e memoria. Nove importanti bozzetti, dipinti da alcuni tra i più celebri artisti vissuti nel XVII e XVIII secolo. Tracciati in velocità o pensati e ripensati per essere definiti con esattezza, da alcuni sono considerati la rappresentazione più fedele dell’ispirazione.
C’è tanta arte autentica nei “modelletti” degli artisti, frammenti di un tempo per fortuna fermato, contro l’ingiuria dei terremoti, delle guerre e dell’incuria.
Ciascuno dei nove studi presentati è riferito, come si chiarisce in ogni testo di accompagnamento, ad una relativa opera pubblica, ancora visibile nei luoghi per cui era stata realizzata oppure sventuratamente scomparsa. In quest’ultimo caso, il bozzetto diventa uno straordinario documento storico-artistico.


Baroq
piazza vittoria, 6 / 80121 napoli
081 18671407 • www.baroq.it


Massimo Stanzione (Napoli, circa 1585 -1656),
San Paolo morso da una vipera olio su tela, cm 49×75

Questo prezioso dipinto racconta un episodio tratto dagli Atti degli apostoli quando San Paolo, raggiunta la spiaggia di Malta dopo un drammatico naufragio durante il viaggio per Roma, è morso da una vipera spaventata dal falò acceso dagli abitanti del luogo per riscaldare gli sventurati; uscendone illeso appare a tutti come un dio. L’opera, con una vecchia attribuzione a Bernar- do Cavallino giustificata dalla sua cromia preziose dall’elevata qualità, è il modelletto per uno dei riquadri affrescati sul soffitto della basilica di San Paolo Maggiore a Napoli.
Il vasto ciclo, realizzato da Massimo Stanzione tra la fine del 1642 e il 1644, è dedicato ai santi Pietro e Paolo, che sostituivano gli eroici gemelli Castore e Polluce, cui era dedicato l’antico tempio pagano romano sui cui resti era sorta la chiesa.
I documenti attestano che il lavoro piacque così tanto ai committenti da riconoscere all’artista, il frescante napoletano più richiesto del suo tempo, un premio aggiuntivo rispetto al compenso pattuito. Una foto Alinari degli scorsi anni Venti, che riprende purtroppo solo i due terzi del soffitto, ci consente di avere un’idea dello stato dell’epoca oggi irrimediabilmente compromesso in seguito a cattivi restauri eseguiti tra Ottocento e Novecento e ai danni causati dalla guerra e dall’incuria.
La scena in questione ripresa nell’affresco risulta quasi completamente perduta, rendendo questo bozzetto un documento visivo indispensabile per la memoria del lavoro dell’artista.

     
Giovanni Lanfranco (Parma 1582 - Roma 1647)
Paradiso olio su tela, cm 60x75

Quest’opera, dipinta velocemente e ricchissima di ripensamenti, costituisce un importante documento storico-artistico relativo alla fase napoletana del pittore emiliano Giovanni Lanfranco.
Un suo disegno conservato al Museo di Capodimonte, raffigurante una testa di Cristo molto somigliante alla testa di Cristo di questo bozzetto, è stato recentemente ricondotto alla decorazione della cupola del Gesù Nuovo. Pertanto, è largamente verosimile che siamo di fronte ad uno studio preparatorio per quell’affresco.
Lanfranco vi lavorò dal 1633 al 1636 ma purtroppo la cupola andò irrimediabilmente perduta in seguito al terremoto del 5 giugno 1688. Il pittore, del resto, era uno specialista del genere avendo realizzato in città anche la cupola della celebre cappella del Tesoro di San Gennaro.

Luca Giordano (Napoli, 1634 -1704)
I Santi Benedetto e Pietro su una barca intercettano i Saraceni
olio su tela, cm 49,5 × 39,5

Il dipinto rappresenta il prodigioso intervento dei Santi Benedetto e Pietro durante il temporale che scongiurò l’attracco delle navi saracene dirette a Montecassino, reduci dalla distruzione di Fondi.
Il pittore, impegnato per la decorazione della chiesa dell’Abbazia di Montecassino nel 1677 e poi nuovamente nel 1691, realizzò questo bozzetto per una delle tele laterali della terza cappella a sinistra, intitolata a Sant’Apollinare abate.
Esso rappresenta un raro documento delle numerose opere eseguite dall’artista per l’abbazia benedettina di Montecassino, perdute nel terribile bombardamento aereo allato del 15 febbraio 1944, il cui nucleo più cospicuo raffigurava miracoli della vita di San Benedetto. Nel Museo della ricostruita Abbazia è conservata una modesta copia della perduta tela.
     
    
Luca Giordano (Napoli, 1634 -1704)
Sant’Antonio di Padova predica ai pesci
olio su tela, cm 80 × 54
   
Il dipinto raffigura uno dei più noti prodigi di Sant’Antonio di Padova, quando per rispondere all’incredula indifferenza dei riminesi, il santo rivolge la sua predicazione ai pesci che accorrono ad ascoltarlo.
A incorniciare la scena con fluide e sapienti pennellate è presente in alto una cortina retta da un angelo, mentre sulla parte bassa è rappresentata la personificazione della Carità, riconoscibile dalla veste rossa e dal cuore ardente stretto nelle mani.
L’opera è il modelletto preparatorio per uno degli otto riquadri affrescati lungo il registro superiore della parete ellittica della chiesa di Sant’Antonio dei Tedeschi (già dei Portoghesi) a Madrid, eseguiti su commissione reale da Luca Giordano tra la fine del 1698 ed il 1701, durante il fecondo decennio spagnolo in seguito alle insistenti richieste del re Carlo II di Spagna.
La sveltezza pittorica e le evidenti variazioni del dipinto rispetto all’opera finale, si notino le differenti posture dei volti del Santo e della Carità, ci restituiscono tutto il fascino della prima idea, documentando un elemento di una più ampia serie, di cui un altro esemplare è conservato presso la National Gallery di Londra.
     
Francesco Solimena
(Canale di Serino 1657 - Barra di Napoli 1747)
Due studi di angeli
coppia di oli su tela, cm 37x24,5
         
Francesco Solimena
(Canale di Serino 1657 - Barra di Napoli 1747)
Due studi di angeli
coppia di oli su tela, cm 37x24,5

Questi due bozzetti di angeli furono certamente eseguiti da Francesco Solimena durante la fase di studio per l’affresco della controfacciata del Gesù Nuovo con La cacciata di Eliodoro dal tempio, datati 1725.
Il tema, per il messaggio esplicito, rispondeva alla volontà dei Gesuiti come monito per i fedeli che entravano in chiesa.
Eliodoro, ministro del re di Siria Seleuco IV, tentò di profanare il tempio di Gerusalemme impadronendosi del tesoro. Ma improvvisamente, dopo le preghiere del sacerdote Onia, apparvero un cavaliere e due angeli che riuscirono a cacciare Eliodoro.
Solimena raccoglie l’attenzione nel centro della scena, mentre il profanatore è rovinosamente a terra allontanato con la forza. In particolare, il bozzetto raffigurante l’angelo in piedi, per la precisa postura del braccio e delle gambe, mette a fuoco inequivocabilmente la figura del maestoso angelo ammantato di bianco che sta colpendo al centro della scena Eliodoro con una verga. Il secondo studio, invece, raffigurante un angelo accomodato su una nuvola mentre stringe tra le mani un tempietto, è una prima idea per l’angelo in cielo, seduto in controparte su una nuvola.

Francesco Solimena
(Canale di Serino 1657 - Barra di Napoli 1747)
Dialogo tra i Santi Andrea e Agostino
olio su tela, cm 76x63

Il dipinto è il modelletto per uno degli affreschi realizzati da Francesco Solimena, tra il 1682 e il 1685, su una delle pareti laterali del coro della chiesa di Santa Maria Donnaregina Nuova. Negli anni Trenta del ‘900, però, quando si decise di recuperare la vecchia abside della precedente chiesa trecentesca, una parte del ciclo fu strappata e trasferita in alcuni ambienti dell’annesso omonimo convento.
La piccola tela rappresenta un prezioso reperto storico-artistico a causa del cattivo stato di conservazione degli affreschi staccati e si fa testimonianza della prima idea del pittore. Interessante è notare a riguardo le differenze apportate sul volto di Sant’Agostino, che inizialmente pensato molto giovane si trasforma poi nell’affresco, forse per una richiesta esplicita delle stesse mona- che francescane committenti dell’opera, in un più anziano uomo barbuto.
Sul piano stilistico, il bozzetto, insieme ad altre tele note e poste in relazione con lo stesso ciclo pittorico, testimonia in questa fase iniziale di una lunga e brillante carriera il significativo volgersi del giovane pittore in direzione barocca, sugli esempi prodotti in città dai più anziani Giovanni Lanfranco e Luca Giordano.
 
Giacinto Diano (Pozzuoli 1731 - Napoli 1803)
L’immacolata al cospetto della Trinità
olio su tela, cm 62,5x43,5


Giacinto Diano, detto ‘o puzzulaniell, abitò nella sua città fino al 1752, quando si trasferì a Napoli per cominciare il suo apprendistato presso la bottega del celebre Francesco De Mura (Napoli 1696-1782).
Questa piccola tela centinata rappresenta il modelletto, con qualche piccola variante, per una pala d’altare conservata nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Procida.
L’evidente legame con i modelli del maestro, che si evince chiaramente da un disegno di De Mura con lo stesso soggetto conservato presso lo Staatliche Museen di Berlino, insieme ad una preziosità cromatica conquistata in seguito alla conoscenza del pittore Corrado Giaquinto, suggerisce una datazione intorno al settimo decennio del secolo XVIII.

 
Giacinto Diano (Pozzuoli 1731 - Napoli 1803)
Deposizione dalla croce
olio su tela, cm 90x54

Questa tela è il modelletto per la pala dell’altare maggiore realizzata da Giacinto Diano nel 1775 per la chiesa della Pietà dei Turchini. Il peculiare nome ricorda il colore dell’abito indossato dagli orfani accolti nell’istituto annesso, dove venivano iniziati alla musica dando vita al famoso Conservatorio della Pietà dei Turchini.
La Deposizione dalla croce è l’episodio finale della passione di Gesù culminata con la sua morte, quando dopo essere stato tirato giù dalla croce è sul punto di essere sepolto.
L’artista ormai maturo, resosi stilisticamente indipendente dal maestro De Mura, si presenta con le sue caratteristiche cromie lievi dai colori quasi pastello, pur mostrando una corposità materica propria della pittura ad olio.