mercoledì 28 giugno 2017

Francesco De Mura eccellentissimo pittore

In 1^ di copertina
Francesco De Mura - Testa di fanciulla
Napoli collezione privata


La produzione letteraria di Achille della Ragione è indefessa, anche in piena estate sforna libri, l’ultimo la monografia su Francesco De Mura, uno dei più  importanti pittori del Settecento.
Vi proponiamo la prefazione e vi auguriamo buona lettura, possibilmente sotto l’ombrellone.

Prefazione
Francesco De Mura è uno dei più importanti pittori del Settecento, non solo napoletano, ma italiano.
Condusse vasti cicli di affreschi a Napoli, a Montecassino ed a Torino e diede prova di un decorativismo tipicamente settecentesco di grande nobiltà e scioltezza discorsiva, espresso con un colorito delicato e gentile.
Nonostante tanti contributi parziali, che coprono una vasta bibliografia, da decenni si sentiva la necessità di una monografia completa e ricca di immagini, che contribuisse a far conoscere ed apprezzare a studiosi ed appassionati un così importante artista.
Ci siamo avvalsi della collaborazione del massimo esperto del De Mura: Vincenzo Rizzo, autore della voce relativa all’artista nel Dizionario Biografico degli Italiani edito dalla Treccani ed abbiamo riportato integralmente alcuni suoi esaustivi contribuiti, ricchi di note e documenti, pubblicati tempo fa sulle pagine della gloriosa rivista Napoli nobilissima.
Abbiamo poi dato la parola alle immagini, più eloquenti della frase più ricercata, oltre cento, tutte a colori, attinte dall’archivio di Dante Caporali.
Il risultato finale è stato un viaggio entusiasmante tra musei, chiese e collezioni  private alla ricerca del bello e finalmente De Mura, siamo certi, sarà contento.

Napoli luglio 2017

Achille della Ragione



giovedì 22 giugno 2017

Una mostra superstar: Da Caravaggio a Bernini


Il trionfo del Seicento napoletano


E’ dedicata alle relazioni artistiche tra Spagna e Italia nel XVII secolo la mostra che, alle Scuderie del Quirinale, si potrà ammirare fino al 30 luglio. Relazioni che nacquero nel corso del dominio spagnolo su diversi territori della nostra penisola, durato oltre un secolo e mezzo, a partire dalla pace di Cateau Cambrésis, datata 1559. In questo lunghissimo lasso di tempo le due culture, quella iberica e quella italiana, ebbero modo di influenzarsi considerevolmente a vicenda. Il barocco italiano era molto apprezzato da viceré, principi, ambasciatori e dignitari di corte, che acquistavano o commissionavano opere per inviarle ai sovrani di Spagna, su loro diretta richiesta o, come dono, per riceverne in cambio appoggio e favori, considerato che gli Asburgo erano grandi appassionati d’arte. Queste acquisizioni contribuirono alla nascita, nel 1821, del Museo del Prado, mentre le opere rimaste nelle residenze reali, prima annoverate nel “Patrimonio de la Corona de España”, sono poi divenute, “Patrimonio  Nacional”.
La mostra, intitolata “Da Caravaggio a Bernini - Capolavori del Seicento italiano nelle Collezioni Reali di Spagna” , curata da Gonzalo Redín Michaus, attinge proprio dalle importanti collezioni di questo patrimonio, con sessanta opere seicentesche di pittura e scultura che provengono dal Palazzo reale di Madrid e dagli altri siti reali: per esempio, l’Escorial, El Pardo, che, dal 1940 al ’75, fu anche la residenza ufficiale di Francisco Franco, e il Palazzo reale della Granja di San Ildefonso.  
 In esposizione ci sono pezzi molto noti accanto a opere conservate in luoghi non aperti al pubblico e rimaste inedite fino allo scorso anno, quando furono esposte in una mostra presso la reggia madrilena, che ha fatto da fondamentale prologo a quella romana.
Sono molti, infatti, i capolavori che tornano, per l’occasione, nella terra in cui furono concepiti. Tra questi, La tunica di Giuseppe, (fig.1) olio su tela di grandi dimensioni realizzato da Diego Velázquez, presumibilmente subito dopo il suo primo viaggio in Italia, tra il 1629 e  il 1631, quando aveva ancora negli occhi le immagini dell’arte classica ma anche delle opere caravaggesche e dei maestri della scuola bolognese. Il dipinto, tra i più belli e interessanti della rassegna e perciò collocato in posizione centrale nell’allestimento, illustra con grande chiarezza e compostezza compositiva, come se si trattasse della scena di una rappresentazione teatrale, il momento in cui i fratelli di Giuseppe, dopo averlo venduto come schiavo, raccontano al padre Giacobbe la menzogna della sua morte, mostrandogli una tunica insanguinata. Solo il cane in primo piano, fiutandola, riconosce che il sangue è quello di un capretto e abbaia inutilmente, ignorato da tutti.
   
fig.1 -Velazquez - La Tunica di Giuseppe

Altro capolavoro ben noto è la Salomè con la testa del Battista (fig.2) di Caravaggio, proveniente dal Palazzo reale di Madrid e databile intorno al 1607,  quindi un po’ prima rispetto all’altro quadro caravaggesco a medesimo tema conservato presso la National Gallery di Londra. Nel dipinto, che faceva parte della collezione di García de Avellaneda y Haro, conte di Castrillo, viceré di Napoli tra il 1653 e il 1659, da uno sfondo verde scuro, riscoperto da un recente restauro, emergono i busti della principessa giudaica che ha tra le mani il vassoio con il capo mozzo del Battista, della madre di lei, Erodiade, e del giovane giustiziere che regge la spada, rappresentati con tutto il contrasto luministico e la drammaticità caratteristici del linguaggio dell’autore.
   
fig.2 - Caravaggio - Salomè con la testa del Battista

E a Napoli hanno la loro prima origine anche molte altre opere presenti in questa mostra, dal momento che la città dette un contributo veramente significativo al Patrimonio Nacional spagnolo. Basti pensare a tutti i nomi di artisti attivissimi in terra partenopea che troviamo tra le sale dell’esposizione, quali Jusepe de Ribera, noto anche come “lo Spagnoletto”, molto intenso il suo San Gerolamo penitente, (fig.3) del 1638 ed il San Francesco si getta in un rovo di spine (fig.4), Andrea Vaccaro, con un Riposo durante la fuga in Egitto (fig.5), siglato, di un erotismo estenuante con un seno in bella evidenza che più sensuale non si può.
   
fig.3 - Ribera - San Gerolamo penitente

fig.4 - Ribera - San Francesco si getta in un rovo di spine
fig.5 - Vaccaro - Riposo durante la fuga in Egitto

Vi è poi un dipinto I sette Arcangeli (fig.6), una rara iconografia, a lungo assegnato al Guarino e finalmente correttamente attribuito a Massimo Stanzione.
Di Luca Giordano sono esposti vari quadri, tra i quali proponiamo una eccitante Cattura di Cristo (fig.7), immersa in un’atmosfera luminescente.
Nella sezione dedicata alla scultura risaltano due opere in bronzo del Bernini: un modello della Fontana dei Quattro Fiumi e un Cristo crocifisso (fig.8), inizialmente molto sottovalutato in Spagna e per motivi ancora ignoti sostituito poco dopo il suo arrivo al Pantheon reale dell’Escorial da un crocifisso di minor valore di Domenico Guidi, allievo di Alessandro Algardi, uno dei principali antagonisti di Bernini. Eppure il grande crocifisso berniniano è ritenuto dalla critica un manufatto di eccezionale qualità, anche perché, come scrive Tomaso Montanari nel catalogo della mostra, è l’unico esemplare di figura completa in metallo, autonoma e mobile, di Bernini che ci sia pervenuta, vale a dire l’unica non legata, fisicamente o anche solo concettualmente, a una architettura o a un complesso monumentale.
  
fig. 6  - Stanzione - I sette arcangeli
fig. 7  - Giordano - La cattura di Cristo
fig. 8 - Bernini - Crocifisso

Interessantissima, infine, la storia di una delle due opere di Guido Reni presenti in mostra. Oltre a una Santa Caterina, c’è la Conversione di Saulo (fig.9), realizzata intorno al 1620. L’episodio, tratto dagli Atti degli Apostoli, è ben noto: mentre cavalca sulla via di Damasco, Saulo, fino ad allora feroce persecutore dei cristiani, viene disarcionato dal cavallo da una luce folgorante accompagnata dal rimprovero di Cristo. Il dipinto, finora quasi sconosciuto, è stato attribuito al suo autore proprio dal curatore della mostra, Redín Michaus, che ne ha ricostruito anche la complicata, prestigiosa e a tratti sfortunata vicenda collezionistica, che ha origine tra le ricche raccolte del cardinale Ludovico Ludovisi e tra le sale della sua villa situata sulle colline del Pincio, a Roma. Guido Reni riprende un tema già affrontato per ben due volte, circa vent’anni prima, da Caravaggio. Tra i due non correva buon sangue e, anche se quando Reni dipinge la sua opera, il rivale è già morto, il linguaggio che adopera, teso alla ricerca del bello ideale, vuole rappresentare una sorta di contrapposizione e di critica al linguaggio, fortemente realistico, dell’altro, e forse un tentativo di oscurarne la fama. E’ l’emblema stesso, in questo senso, di un inquieto passaggio di consegne e del tramonto di un’epoca.
La mostra permette di conoscere una serie di importanti inediti del Seicento napoletano, fino ad oggi relegati in luoghi inaccessibili e ignoti agli stessi specialisti.
Partiamo da una tela del De Matteis, un San Francesco spogliato davanti al vescovo (fig.10), di rara potenza, collocabile cronologicamente intorno al 1690.
Proseguiamo con un San Paolo (fig.11) di Fracanzano Francesco, che rimembra pienamente la lezione del Ribera e la stessa iconografia (fig.12) interpretata dal Beinaschi.
  
fig.9  - Reni - Conversione di Saulo
fig.10  - De Matteis - San Francesco spogliato davanti al vescovo
fig.11 - Fracanzano Francesco - San Paolo
fig.12 - Beinaschi - San Paolo eremita

Rimanendo nel campo dei santi abbiamo poi un San Girolamo ascolta la tromba del Giudizio universale (fig.13) eseguito dal Preti, dopo il trasferimento a Malta.
Interessante un Trionfo di un imperatore romano (fig.14) correttamente assegnato da Porzio a Beltrano, un pittore a me caro ed a cui ho dedicato una monografia consultabile in rete.
La natura morta è degnamente rappresentata da un imponente Vaso di fiori (fig.15) del Belvedere e da una coppia  di Abraham Brueghel  raffigurante Giardino con figura femminile e con fiori e frutti (fig.16).

fig.13 - Preti - San Girolamo ascolta la tromba del Giudizio universale
fig.14  - Beltrano - Trionfo di un imperatore romano
fig.15  - Belvedere - Vaso di fiori

fig.16 - Brueghel - Giardino con figura femminile e con fiori e frutti

Un vero e proprio capolavoro è costituito dal Lot con la famiglia in fuga da Sodoma (fig.17), un trionfo di colori squillanti, in passato attribuito al Vaccaro e che oggi possiamo con certezza assegnare a Pietro Novelli, più conosciuto come il Monrealese.
Concludiamo la nostra carrellata con due pendant, il primo del Solimena: un Ecce Homo ed una Mater dolorosa (fig.18), da collocare al 4° decennio del Settecento, il secondo del Gargiulo: Strage degli innocenti e Ratto delle Sabine (fig.19).
I due quadri sono straordinari e presentano tutti i caratteri distintivi del celebre pittore, noto anche come Micco Spadaro, fa meraviglia che in passato qualche studioso poco attento li abbia assegnati a Salvator Rosa e che non siano citati nella esaustiva monografia sull’artista compilata da Sestieri e Daprà.

Achille della Ragione

fig.17  - Novelli - Lot con la famiglia in fuga da Sodoma

fig.18  - Solimena - Ecce Homo e Mater dolorosa

fig.19 - Gargiulo - Strage degli innocenti e Ratto delle Sabine

martedì 20 giugno 2017

Grande prestazione del maestro Achille della Ragione al torneo Rari Nantes

fig. 1 - Premiazione


Domenica 18 giugno si è svolto, presso gli splendidi saloni vista mare del circolo Rari Nantes Napoli, un combattuto torneo di scacchi, dotato di ricchi premi, al quale hanno partecipato oltre 50 giocatori, molti di categoria magistrale.
Un folto pubblico ha assistito alle partite, alcune molto combattute e decise all’ultima mossa.
Alle spalle del vincitore, il maestro internazionale ucraino Grigory Seletsky, grande favorito della vigilia, si è classificata una vecchia gloria dello scacchismo campano: il maestro Achille della Ragione, che ha inanellato una serie stupefacente di vittorie, demolendo letteralmente quotati giocatori come Corrado Ficco e Michele Lombardo.
Alla premiazione (fig.1) solenne hanno partecipato l’arbitro internazionale Antonio Altieri, il presidente del circolo Scacchistica Partenopea Francesco Roviello, il responsabile per la Rari Nantes Napoli Pino Esposito.
Poscia Achille ha tenuto un discorso (fig.2) al pubblico, mostrando orgoglioso la busta con il cospicuo premio in denaro (fig.3), che gli ha permesso di trattenersi a pranzo nei saloni del sodalizio con l’adorata moglie Elvira, consumando un banchetto degno di Lucullo.

fig. 2 - Discorso

fig. 3 - Premio in denaro

giovedì 1 giugno 2017

Una nuova piazza



Stamattina, uscendo dalla mia villa, ho notato con somma meraviglia che la piazza dove abito da 40 anni, alla fine di via Manzoni, prima di imboccare il viale Virgiliano, portava il mio nome. Non so se debbo ringraziare la squisita sensibilità del nostro amato sindaco De Magistris,  che ha deciso di riconoscere pubblicamente i miei meriti o qualche buontempone che ha inteso farmi gli auguri per i miei primi 70 anni in maniera originale.

Achille della Ragione







martedì 30 maggio 2017

Il compleanno dell’Università Federico II


Federico II di Svevia

Tra tanti primati negativi Napoli ne annovera anche uno positivo; infatti su tutti i libri di storia leggiamo orgogliosi che, nel lontano 1224, l’imperatore Federico II, non  avendo di meglio da fare, fondò all’ombra del Vesuvio la prima università laica del mondo. Un record mai messo in discussione e che in questi giorni di celebrazioni ha una data ancora più precisa: 5 giugno.
Peccato che se proviamo a chiedere ai massimi storici del periodo, da Feniello a Galasso, non tanto il nome dei primi professori, ma dove avesse sede la prestigiosa istituzione, nessuno è in grado di rispondere, a dimostrazione evidente che si tratta di una bufala, alla pari di tante altre che circolano sulla nostra storia, dalla presenza di decine di ampolle di santi che fanno concorrenza al prodigio di San Gennaro, alla nascita della pizza margherita in epoca post unitaria in onore di una regina sabauda, quando la prelibata specialità è descritta accuratamente in famosi libri settecenteschi.

Achille della Ragione

giovedì 25 maggio 2017

L’incanto di ISCHIA in un libro




Video dell’intervista rilasciata il 24 maggio 2017, alla rete televisiva Canale 9, da Dante Caporali e Achille della Ragione sul  libro “Ischia. L’incanto di un’isola” Edizioni Giammarino - Napoli
Buona visione!




martedì 9 maggio 2017

La Certosa di San Martino chiusa sine die

l'ingresso al complesso certosino di Napoli


In pieno Maggio dei Monumenti, anche se quelli odierni sono una pallida caricatura di quelli grandiosi organizzati anni fa da Mirella Barracco, l'ultima regina di Napoli, il museo di San Martino, una delle strutture più importanti d'Italia, offre uno squallido quanto vergognoso spettacolo ai visitatori, forestieri o indigeni che siano. Oltre ai numerosi settori chiusi da tempo immemore, quali quelli dedicati al Seicento, all'Ottocento, alla collezione Alisio, in questi giorni ha chiuso i battenti, con la scusa di un inesistente dissesto nel pavimento, anche la Certosa con annessi sagrestia, tesoro, coro dei conversi etc. Il Quarto del Priore è visitabile per un sedicesimo. L'unica cosa che resta è lo spettacolare panorama, che si può ancora godere dalle ampie terrazze. Il tutto dovuto, oltre che dalla inefficienza dell'amministrazione, alla cronica carenza di custodi, affetti da asseinteismo reiterato. Va chiesto con urgenza assoluta il commissariamento dei vertici e se necessario dello stesso ministro della cultura.

martedì 11 aprile 2017

I miei primi 70 anni

Prolegomeni per una futura autobiografia
 

 

PREFAZIONE

Lo scopo di questo libro, oltre a fornire una traccia documentaria ai biografi del futuro, che dovranno occuparsi per i posteri di raccontare il mio percorso terreno, è quello di divertire, tra serio e faceto, i lettori, soprattutto quelli che hanno avuto l'onore di conoscermi, illustrando una serie di episodi, alcuni incredibili, che hanno movimentato la mia esistenza, la quale si avvicina a passi velocissimi al traguardo dei primi 70 anni.
Alla lettura del libro è necessario affiancare una consultazione del mio sito e del mio blog, ove si potranno leggere ed eventualmente stampare tutti i miei libri e 1500 articoli da me compilati fino ad oggi; ma soprattutto si potranno visionare foto, video, rassegne stampa, che avrebbero appesantito oltre misura la mole del libro.
http://www.achilledellaragione.it/
http://achillecontedilavian.blogspot.it/
Il volume si divide in poco più di 20 capitoli, partendo dalla mia nascita senza per il momento arrivare alla mia morte.
Ho lasciato per ultimo un capitolo corposo quanto imbarazzante: quello delle traversie giudiziarie; non certo perché voglio nascondere ciò che è avvenuto e che grida vendetta per il momento, non solo davanti alla giustizia divina, ma soprattutto davanti alla Corte Internazionale dei diritti dell'uomo, da cui attendo da anni un parere, che dovrebbe ribaltare una vergognosa sentenza, la cui pena ho completamente espiato.
La Corte Internazionale accoglie meno del 3% dei ricorsi presentati ed il mio è stato accettato in tutti i punti contestati, dopo di che segue immancabilmente l'annullamento della sentenza emanata dallo stato membro, con relativo risarcimento del danno subito, anche se non vi è cifra che possa restituire gli anni rubati dalla mala giustizia al cittadino condannato.
Nel mio caso, secondo le tabelle attualmente in vigore, si tratterà di poco meno di un milione di euro, cifra che, detratte le spese di pubblicazione  della sentenza sulla prima pagina di tutti i quotidiani italiani, sarà devoluta in beneficenza.
Non mi resta che augurarvi buona lettura, soprattutto ai tanti amici che si riconosceranno nelle centinaia di foto che corredano il libro.

Napoli 1° giugno 2017

 Achille della Ragione

                  Achille della Ragione

                  lunedì 10 aprile 2017

                  ROTTAMAZIONE GRANDE BLUFF, LA CASSAZIONE DICE DI NO




                  FINALMENTE UN PUNTO FERMO DA PARTE DELLA CASSAZIONE CHE PONE FINE AI RECENTI CONTRASTI GIURISPRUDENZIALI; CON SENTENZA N.RO2339 del 2016 LA SUPREMA CORTE AFFERMA CHE le cartelle notificate, se non poste in esecuzione nel termine di 5 anni dalla notifica si prescrivono.
                  Tutti i contribuenti (debitori), dunque, che hanno dei ruoli pendenti con Equitalia (o gli altri agenti della riscossione) notificati oltre i 5 anni, se non soggetti a procedure esecutive (pignoramenti, fermi…), possono impugnarli, chiedendo l’annullamento della cartella al Giudice competente.
                  In definitiva chiunque, ad oggi, abbia una  o più cartelle notificate più di 5 anni fa, per le quali non sia stata avviata nessuna forma di esecuzione da parte dell’Agente della Riscossione (salvo atto interruttivo dimostrabile dall’Agente) può impugnare il ruolo e farsi annullare dal giudice competente le relative cartelle. Dal tenore della citata sentenza, non si esclude (almeno per i contributi INPS) la possibilità del rimborso di quanto illegittimamente versato.
                  Pertanto, alla luce della recente “Definizione agevolata dei ruoli” – (la quale prevede la Rottamazione delle Cartelle per i carichi notificati dal 2000 al 2015 (che si estenderanno al 2016 in sede di conversione), il debitore se in possesso dei requisiti sopra descritti (nessuna azione esecutiva avviata in relazione al ruolo) può rottamare solo il dovuto successivo al 2011 e chiedere al Giudice di annullare le cartelle precedenti per intervenuta prescrizione.

                  Avvocato Gian Filippo della Ragione

                  domenica 26 marzo 2017

                  ISCHIA L’incanto di un’isola


                  ISCHIA L’incanto di un’isola

                  PRESENTAZIONE DEL LIBRO

                  ISCHIA
                  L’incanto di un’isola

                  di Dante Caporali e Achille della Ragione
                  Edizioni Giammarino - Napoli

                  SABATO 1° APRILE 2017 ore 10:30
                  nell’aula magna dell’Associazione Culturale EURIOS -Via Ugo Niutta 22 (a pochi passi da Piazza Medaglie d’Oro) - Napoli

                  GIOVEDÍ 6 APRILE 2017 ore 17:00
                  presso i locali della CASINA POMPEIANA nella Villa Comunale di Napoli

                  Relatori: Dante Caporali, Achille della Ragione

                  martedì 21 marzo 2017

                  Precisazioni ed aggiute a Girolamo De Magistro

                  fig.1 - De Magistro -S. Lucia- Napoli, S. Maria della Sanità


                  Girolamo dello Mastro (De Magistro) è pittore collocabile per affinità stilistiche tra i collaboratori o quanto meno tra i seguaci di Stanzione, grazie al Nappi, si è scoperta la sua data di nascita, 1612 e la data di esecuzione del suo San Michele (fig.2), 1650. Egli fino a pochi anni fa ci era noto unicamente per la sua firma: «Hyeronimus De Magistro» reperita la prima volta dal Causa tra vecchie incrostazioni sotto la S. Lucia (fig.1) della chiesa di Santa Maria della Sanità.

                  fig.2 - De Magistro  -S. Michele arcangelo- Napoli, Purgatorio ad arco
                  In seguito è stata ritrovata, in occasione di un restauro, un’altra sua opera firmata: il San Michele che schiaccia i diavoli ribelli della chiesa del Purgatorio ad Arco, tradizionalmente assegnato all’altrettanto misteriosa e sfuggente Annella De Rosa.
                  La critica ha cercato di avvicinare la Santa Lucia al gruppo radunato attorno all’Ultima cena della parrocchiale di Fontanarosa per le analogie molto evidenti tra il volto del Cristo e quello della santa, come pure il Bologna ha segnalato diversi quadri da confrontare, anche se taluni manifestano, per la loro disomogeneità, delle perplessità, esternate in una pubblicazione dalla Vega De Martini.
                  Eseguito nel corso del 1994, il restauro del San Michele Arcangelo posto nella prima cappella a sinistra della chiesa di Purgatorio ad Arco, ha permesso di assegnare il dipinto al poco noto pittore Girolamo De Magistro, del quale è stata ritrovata la firma nascosta da pesanti ridipinture ed occultata dalla cornice spessa. Questa scoperta ha consentito non solo di correggere la tradizionale attribuzione, trasmessa dal Galante, ad Annella De Rosa, sorella di Pacecco e figliastra di Filippo Vitale, ma anche e sopratutto di aggiungere una seconda opera certa all'esiguo catalogo del pittore, il quale non risulta mai citato dalle fonti storiografiche. Nel 1957, il nome di De Magistro fu reso noto per la prima volta dal compianto Raffaele Causa, che lesse la sua firma sulla 'Santa Lucia' che si conserva nel transetto di sinistra della Chiesa di Santa Maria alla Sanità, opera precedentemente attribuita a Massimo Stanzione dal Dalbono e a Bernardo Cavallino dall'Ortolani. Raffaele Causa inserì il pittore nell'ambito di Pacecco de Rosa e di Filippo Vitale, ponendo in evidenza la necessità di ricercare e di ricostruire personalità di cui si è perso anche il nome. Significativo è il ritrovamento di diversi documenti da parte dell'archivista e studioso Eduardo Nappi sulla chiesa di Purgatorio ad Arco(in La chiesa delle Anime del Purgatorio nei sec. XVII-XVIII, in 'Ricerche sul '600 napoletano', Napoli 1987 e in 'Catalogo delle pubblicazioni edite dal 1883-1990 riguardanti le opere di architetti, pittori, scultori, marmorai etc. pagate tramite antichi banchi pubblici napoletani, in ' Ricerche sul '600 napoletano', Milano 1992). Il primo significativo ritrovamento riguarda un 'processetto matrimoniale' del 1654, che ci consente di risalire all'anno di nascita del pittore De Magistro, il 1612, e di apprendere anche il suo vero nome, Geronimo Dello Mastro, latinizzato secondo i costumi dell'epoca; gli altri documenti si riferiscono in particolare all'esecuzione di due dipinti per il Purgatorio ad Arco, pagati 50 ducati nel 1650, il 'San Michele Arcangelo' appunto ed una ' Madonna con il Crocifisso' di cui si è persa traccia. Nell'ambito culturale classicista d'estrazione bolognese e romana del maturo Pacecco De Rosa, di cui forse il De Magistro fu allievo, va inserito il dipinto raffigurante San Michele per i tono cromatici lucenti e per l'astratta tipizzazione, per la cura del dettaglio elegante della veste luminosa e serica e per gli atteggiamenti di grazia manierata di reniana memoria. E proprio ad una nota opera di Guido Reni, il San Michele Arcangelo, dipinto su seta per la chiesa dei Padri Cappuccini di Santa Maria della Concezione a Roma nel 1635, pare ispirarsi il De Magistro, dipinto che poté conoscere senza muoversi da Napoli, perché ne fu ricavata una incisione dal De Rossi fin dal 1636. Le operazioni di restauro, hanno svelato al di sotto di una densa patina bruna, fatta di polveri, grassi, vernici ingiallite, particolari illeggibili, quali la coda e le mani artigliate del demonio ed i brani di cielo di un bel azzurro intenso.

                  fig.3 - Susanna e i vecchioni - Cosenza, collezione Pellegrini
                  fig.4 - Loth e le figlie - Savona collezione Rizzo

                  I suoi due dipinti fino ad ora assegnati con certezza posseggono una validità di impianto ed una accuratezza pittorica che rivelano la mano di un maestro di estrazione solida ed antica, per cui quanto prima, se si riuscirà a reperire qualche altro quadro firmato, si potrà registrare più a fuoco la personalità di questo ancora misterioso pittore, che potrà entrare così a pieno titolo nella storia del secolo d’oro della pittura napoletana.
                  Al suo pennello, a nostro parere, oltre  alle due tele firmate dovrebbe essere assegnata anche una Santa Agnese passata tempo fa sul mercato antiquariale napoletano, la Susanna ed vecchioni (fig.3) della raccolta Pellegrini di Cosenza  e soprattutto il Loth e le figlie (fig.4) di collezione Rizzo.
                  Il tema di Lot e le figlie permette di rappresentare una scena nella quale giovani fanciulle discinte concupiscono l’anziano genitore, facendolo ubriacare, ma soprattutto mostrandogli le grazie dei loro corpi acerbi. L’iconografia ebbe straordinario successo a Napoli, dove numerosa era una clientela borghese, che amava adornare i salotti delle proprie case con soggetti biblici o devozionale, ma nei quali fossero presenti sante od eroine dalle forme ben acconce e generosamente esposte. Negli inventari napoletani si contano centinaia di quadri con questo soggetto e molti ci sono pervenuti. Il Beltrano si è soffermato più volte sul tema, anche se alcuni dipinti in passato a lui attribuiti, vanno espunti e collocati nel catalogo di altri artisti.
                  Lot è un Patriarca della Bibbia, nipote di Abramo, figlio di suo fratello Aran e secondo il racconto biblico, egli seguì suo zio nella marcia fino alla terra promessa (Genesi 11, 27-31) ; ma quando le loro greggi divennero così numerose da non poter più pascolare insieme, decisero di separarsi. Loth scelse come suo territorio la valle del Giordano e la zona intorno al Mar Morto, mentre Abramo andò nella direzione opposta (Genesi 13). In seguito, stabilitosi a Sodoma, venne rapito quando la città fu saccheggiata nel corso di una guerra; ma Abramo, venutolo a sapere, insieme ai suoi servi inseguì i razziatori, li sconfisse e liberò il nipote (Genesi 14).
                  Ritornando al dipinto di collezione Rizzo (fig.4) bisogna  sottolineare la bella impaginazione della composizione, ariosa e franca, aggiustata e gaia nel colorito, il fraseggio fresco ed elegante ed un preciso riferimento alle fascinazioni del Cavallino.
                  La tela fissa il momento in cui Loth viene sedotto dalle sue giovani figlie. Il vegliardo ha un aspetto tranquillo e di fiduciosa attesa, mentre le figlie, dal volto dolcissimo e di una complicità intrigante, bramano a soddisfare ogni più recondito desiderio e pulsione dell’anziano genitore. I panneggi delle vesti sono eseguiti con tecnica raffinata e ricercatezza nella resa cromatica. Sullo sfondo uno scorcio di antiche architetture dalla forte carica espressiva, che evoca città lontane e misteriose.
                  Favola biblica dalla forte carica lirica, questo dipinto illustra egregiamente un pittore in atto di raddolcire la sua cifra stilistica, non insensibile alla languida lezione del Cavallino entro cadenze pacatamente sensuali. Alcuni dettagli appaiono ripresi dall’autore del dipinto in questione, che appare pronto a caricare i toni e le espressioni, secondo un marchio connotativo, che parte indubbiamente da Vitale e prosegue fino a Marullo. L’edificio sulla destra per le irreali lumeggiature in luce diurna appare come una pura citazione, in riferimento alla cultura figurativa di Francois De Nomè. L’opera trova collocazione alla metà del Seicento
                  La Susanna ed vecchion i (fig.3) della raccolta Pellegrini di Cosenza  fu da me illustrata nel catalogo della collezione che pubblicai nel 1998. Riporto parzialmente ciò che scrissi all’epoca: “Il quadro ispirato ad un’iconografia cara a quasi tutti i pittori del Seicento napoletano, che si sono cimentati su questo soggetto, è trattato con una cura diligente nell’espressione dei volti dei personaggi:dai due vecchioni, in cui è lampante la libido repressa e la sfrenata bramosia di peccato, alla casta Susanna, da un lato adombrata per le insistenti attenzioni senili, ma che tuttavia non sa nascondere un’inconscia accondiscendenza a delle profferte così sfacciate. Il tutto immerso in un’atmosfera resa surreale dalla presenza sullo sfondo di un’architettura fantastica alla De Nomè, arricchita da brocche preziose e vesti eleganti di damasco, curate meticolosamente nell’aspetto cromatico.
                  Il pennello del pittore ha indugiato voluttuoso sull’incarnato della donna nuda dalle forme perfette e dalla prorompente bellezza mediterranea, regalandoci un brivido d malizia indimenticabile.
                  I seni della Susanna sono di materia carnosa, opulenta, traslucida, sono eterni, fuori dal tempo e dallo spazio, non si deformano, né avvizziscono, archetipo femminile della femminile bellezza. Simboleggiano il porto sicuro cui ognuno anela di fermarsi a riposare per sempre, preziosi come una boccetta di rare essenze, maestosi, ma nello stesso tempo fragili, come se costituiti da sottile cristallo, che a rompersi si disperdono come polvere di talco.
                  Da considerare attentamente l’ipotesi di Leone De Castris che condividiamo pienamente, il quale oltre a riscontrare tangenze con Filippo Vitale tardo, il giovane Pacecco, Onofrio Palumbo e Niccolò De Simone, ritiene che l’autore possa essere una personalità attiva a Napoli negli anni ’30 – ’40 o forse appena oltre, che potrebbe identificarsi con Gerolamo De Magistro. (In seguito identificato attraverso documenti da De Vito per Gerolamo Dello Mastro)
                  Lo studioso ci confidò di aver scoperto una sua terza opera firmata per esteso e di averla collegata a numerose altre che da tempo raccoglie e che denotano la stessa mano. Tali dipinti fanno capo ad uno splendido Salomone che adora gli idoli, già in asta a New York nel 1981 e posseggono tutti uno sfondo architettonico alla De Nomè o alla Codazzi, una cura meticolosa nella definizione dei panneggi delle vesti, spesso di damasco, la presenza di oggetti di argenteria o brocche preziose, mentre i visi delle donne, dolcissimi, hanno degli ovali caratteristici, lo stesso tipo di costruzione del volto e la stessa boccuccia ben definita nelle labbra che caratterizza la nostra casta Susanna.

                  Caravaggio? Ma quale Caravaggio!

                  fig.1 - Achille con due allieve

                  Da circa un mese circola per Napoli una leggenda metropolitana, consistente nel ritrovamento di due Caravaggio nei depositi della chiesa di S. Anna dei Lombardi.
                  Alla base della bufala vi è un'autorevole fonte documentale: nel Seicento, nella cappella Fenaroli della citata chiesa Caravaggio eseguì tre dipinti: una straordinaria Resurrezione, lodata in maniera entusiastica da tutti i viaggiatori del Grand Tour, con in testa Cochin, che gli dedica ben tre pagine, descrivendola accuratamente in tutti i dettagli ed inoltre vengono eseguiti dal sommo pittore lombardo altre due tele, di cui conosciamo unicamente l'iconografia: un San Francesco con le stimmate ed un San Giovanni Battista.
                  Alcune settimane fa, appena la notizia ha cominciato a dilagare, il massimo studioso di Caravaggio mi ha telefonato da Firenze chiedendomi di accompagnarlo per un sopralluogo per chiarificare la potenziale autografia.
                  Nelle more di questo incontro ho deciso di organizzare una delle mie settimanali visite guidate (fig.1) alla chiesa che ospita senz'alcuna indicazione le tele ritornate alla luce dopo un oblio secolare.
                  L'esame dei quadri ha portato ad un responso del tutto deludente, non solo non ci troviamo davanti ai capolavori perduti del Caravaggio, ma nemmeno davanti ad una copia decente di un seguace, come tutti possono accertarsi dall'esame delle foto, che pubblico in anteprima assoluta (fig.2-3).

                  fig.2 - Caravaggio?
                  fig.3 - Caravaggio?

                  A fare compagnia nella cappella dell'Assunta ai due presunti Caravaggio una splendida replica autografa dell'Annunciazione di Scipione Pulzone (fig.4) conservata nel museo di Capodimonte ed uno squallido San Sebastiano (fig.5) di un ignoto, quanto ignobile seguace del Ribera.
                  In compenso possiamo presentare ai nostri lettori una notevole tela raffigurante la Madonna col bambino che appare a San Carlo Borromeo (fig.6), che giace priva di attribuzione all'ingresso della cappella D'Avalos. Possiamo attribuire con certezza assoluta il dipinto a Carlo Sellitto, di cui in altra cappella si conservano i due documentatissimi lavori del pittore eseguiti nel 1608 e provenienti dall'antica cappella Cortone.
                  Nonostante, come spesso capita anche visitando mostre pubblicizzatissime, non possiamo ammirare dei Caravaggio, la visita della chiesa è rigorosamente consigliata in dosi massicce a napoletani e turisti, perché costituisce un museo della scultura rinascimentale e possiede alcuni gioielli inarrivabili, dal Refettorio affrescato da Giorgio Vasari al commovente Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni.


                  fig.4 - Pulzone - Annunciazione
                  fig.5 - Ignoto - San Sebastiano
                  fig.6 - Sellitto-S.Carlo Borromeo- Napoli, Monteoliveto

                  lunedì 20 marzo 2017

                  La chiesa della Nunziatella


                  Achille con due allieve

                  Carissimi amici ed amici degli amici esultate, la prossima visita guidata, la 28°, si svolgerà domenica 26 marzo, con appuntamento alle 10,15 all’ingresso della chiesa della Nunziatella, aperta solo per noi. Nel frattempo deliziatevi con questo mio  articolo sull’argomento, leggetelo con attenzione e diffondetelo ad amici, parenti, collaterali ed affini.
                  Achille
                  Vi invito inoltre a consultare il mio sito www.achilledellaragione.it  dove potrete leggere oltre 1500 articoli.
                  Trovandovi consultate anche http://www.guidecampania.com/aniellofalcone/

                    Interno della chiesa della Nunziatella

                   La chiesa della Nunziatella


                  La chiesa della Nunziatella si colloca sul punto più alto della collina di Pizzofalcone, luogo storicamente legato alla fondazione della stessa città di Napoli. L'antico borgo di Parthenope fu infatti qui fondato dai Rodii come avamposto commerciale, e si sviluppò, durante il periodo cumano, lungo le odierne via Monte di Dio e via Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone. A quell'epoca, l'area era difesa dall'acropoli posta sulla parte del promontori esposta a sud, ed era collegata al porto, posto in corrispondenza dell'attuale Isola di Megaride, attraverso l'attuale via Gennaro Serra. Il progressivo abbandono di Parthenope, avvenuto nella seconda metà del VI secolo a. C., e la fondazione di Neapolis nell'attuale area di Santa Lucia, lasciò a Pizzofalcone costruzioni militari e templi, tra cui quello dedicato ad Aphrodites Eupoplea, protettrice dei marinai.
                  A partire dal I secolo d. C., l'area di Pizzofalcone divenne luogo di delizie, e come tale vide il sorgere di numerose ville patrizie della nuova élite Romana, tra cui famosa quella di Licinio Lucullo, la quale occupava tutta l'area fra l'attuale Castel dell'Ovo e la cima di Pizzofalcone. Quest'ultima fu poi fortificata nel 440 sotto l'imperatore Valentiniano III, e fu da allora conosciuta come Castrum Lucullanum. L'area del Castrum, con propaggini fino a quella attualmente occupata dal Maschio Angioino, divenne progressivamente nel V secolo una zona conventuale, con l'edificazione di numerosi monasteri. La situazione della zona rimase immutata per tutto il periodo del Ducato di Napoli e fino all'arrivo in città di Alfonso il Magnanimo. Quest'ultimo riconobbe il grande valore strategico di Pizzofalcone per la difesa della città, ed elaborò un disegno che vedeva il Castrum Lucullanum fungere da punto di sutura tra il Maschio Angioino ed il Castel dell'Ovo. La zona, oltre ai conventi ed alle strutture militari, vide progressivamente il sorgere di dimore nobiliari. I proprietari, per dimostrare la propria devozione verso un particolare ordine religioso, spesso fecero costruire nella loro proprietà delle chiese o altre strutture, che poi donavano ai monaci. Nel giardino della Villa di Antonio Rota (padre del poeta Bernardino Rota ), ad esempio, fu edificata da Costanza Doria del Carretto la Basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, poi donata al vicino convento dei Teatini.
                  La chiesa, oggi bellissima testimonianza del barocco, venne edificata nel 1588 da Anna Mendoza Marchesa della Valle, che in seguito ne fece dono ai Gesuiti. Fu rimaneggiata nel 1736 dall'architetto Ferdinando Sanfelice, il quale ne cancellò ogni traccia dell'impianto originario del XVI secolo.
                  In seguito alla cacciata dei Gesuiti nel 1773 da parte di Ferdinando IV di Borbone, il complesso venne affidato ai padri somaschi, affinché vi stabilissero un collegio per i figli dei cavalieri dell'Ordine di Malta. L'anno dopo lo stesso re vi aprì il "Real collegio militare" e i padri somaschi si trasferirono alla chiesa del Gesù Vecchio. Da qui in poi la chiesa è stata utilizzata dalla Scuola Militare Nunziatella come cappella dell'istituto.
                  Oltre che per l'importanza architettonica, la chiesa ha anche un rilevante valore storico. All'atto della sua edificazione, la struttura religiosa fu infatti dedicata alla Vergine Annunziata, ma la voce popolare la denominò presto "Annunziatella" o "Nunziatella", per distinguerla dall'altra molto più grande (basilica della Santissima Annunziata Maggiore). Il nome della chiesa passò successivamente ad indicare anche l'Istituto militare contiguo, uno dei più antichi al mondo ancora in attività. Proprio in tal senso, la parte retrostante l'altare maggiore venne usata fino al 1985 come postazione del Coro degli Allievi della Nunziatella durante la celebrazione della Messa domenicale. Per tradizione informale, gli appartenenti al Coro lasciavano (e lasciano tuttora) la propria firma sulle pareti, costituendo così un documento storico minore, tra l'altro immortalato in un volume sull'argomento.
                  L'interno della chiesa ha una pianta longitudinale, con navata unica coperta da volta a botte e quattro cappelle laterali, mentre il presbiterio viene definito dall'arco trionfale.
                  La prima cappella a destra contiene il monumento funebre a Don Giovanni Assenzio Goyzueta, morto nel 1783, Segretario di Stato di Ferdinando IV. Il monumento è scolpito in marmo bianco ed opera di Salvatore Di Franco, allievo di Giuseppe Sammartino. Gli elementi decorativi, oltre al ritratto del defunto, sono rappresentati da una donna scarmigliata e da un amorino piangente che spegne la propria fiaccola.
                  Sull'altare della cappella è presente una Crocifissione opera di Ludovico Mazzanti, in cui sono rappresentate le figure del Cristo, della Madonna e di San Giovanni. Sulle pareti della cappella sono invece rappresentate altre due scene della Passione di Cristo, opere di Francesco De Rosa. Nella prima viene rappresentata la prima caduta durante l'ascesa al Calvario da parte del Cristo con la croce in spalla. Nella seconda, la Deposizione (1646), viene istoriata la scena della sepoltura, in cui appaiono nuovamente la Madonna e San Giovanni con Maria Maddalena, i quali confortano la Vergine, mentre Giuseppe e Nicodemo depongono il corpo del Cristo nel sepolcro. Il soffitto della cappella è decorato da un affresco rappresentante quattro angioletti, opera di Girolamo Cenatiempo.
                  La seconda cappella a destra è dedicata al gesuita San Stanislao Kostka. L'altare della cappella è sormontato da un quadro allegorico, opera di Paolo de Matteis rappresentante il santo in gloria con la Madonna Assunta. La scena è un'allusione diretta al 15 agosto, giorno della scomparsa del Kostka, in cui la Chiesa Cattolica festeggia l'Assunzione di Maria, e collega la cappella alle altre e al ciclo mariano della navata centrale.
                  Sulle pareti laterali vi sono due quadri di Ludovico Mazzanti, la Gloria del Bambino in braccio al Santo e la "Sacra Eucarestia consegnata al Santo", mentre il cupolino affrescato è opera di Giuseppe Mastroleo.
                  L'altare maggiore, riccamente composto da marmi policromi, è un esempio classico di Barocco napoletano, realizzato nel 1732 da Giuseppe Bastelli su disegno di Carlo Schisano, ed è impreziosito ai due lati da due coppie di angeli reggi-fiaccola, opera del 1756 di Giuseppe Sammartino i quali presentano notevoli analogie con gli Angeli reggi fiaccola che lo stesso autore realizzò per la Chiesa dei Girolamini.
                  Al di sopra dell'altare vi sono tre opere del ciclo in stile rococò La vita di Maria di Ludovico Mazzante. La Visita di S. Elisabetta a sinistra, e La nascita del Signore a destra, affiancano l'Annunciazione di Maria, opera che rappresenta la dedica della Chiesa alla Madonna dell'Annunziata.
                  Ancora sovrastante a questi ultimi, il catino absidale è istoriato dall'affresco L'Adorazione dei Magi, opera di Francesco De Mura.
                  La prima cappella a sinistra dall'entrata, sull'altare porta un quadro di Francesco De Mura, rappresentante il santo che predica agli Indiani.
                  Di Mastroleo sono invece sia i dipinti ad olio alle pareti, rappresentanti scene della vita del santo, che la volta.
                  La seconda cappella a sinistra dall'entrata, porta sull'altare un quadro di Francesco De Mura. I due laterali rappresentano il santo vestito di pianeta in ginocchio davanti al Signore; e di nuovo il santo inginocchiato davanti alla Santissima Trinità, entrambi
                  opera di Giuseppe Mastroleo. Parimenti opera di Mastroleo è la volta, sulla quale è istoriata la scena della morte del santo.
                  La volta della navata è completamente coperta dall'affresco Assunzione della Vergine di Francesco De Mura.
                  La controfacciata, nella quale trova posto l'ampio finestrone che dà luce alla navata, è istoriata dall'affresco i Quattro santi di Ludovico Mazzante.

                    Esterno della chiesa della Nunziatella

                  lunedì 6 marzo 2017

                  Una mostra da sballo al museo PAN di Napoli

                   

                  fig.1

                  Duecento foto di splendide modelle nude


                  Isaac Newton, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, amava scrutare le stelle del cielo, scoprirne forme e dimensioni e le ferree leggi che ne regolano il movimento. Un suo lontano discendente, Helmut, viceversa ha immortalato con le sue audaci foto le fattezze anatomiche di stelle del firmamento terrestre, indagandone non solo i corpi, ma anche l'anima.
                  A questo suo indefesso lavoro è dedicata una mostra che si potrà ammirare fino al 18 giugno al museo PAN di Napoli, fiore all'occhiello dell'alacre sindaco De Magistris, protagonista della rinascita culturale della città.
                  Ad accogliere il visitatore il logo della mostra (fig. 1) riprodotto sulla copertina del catalogo: una spettacolare fanciulla che ci mostra in simultanea un lato B più che invitante e un lato A che più desiderabile non si può. Ma noi preferiamo l'unica immagine a colori (fig. 2), calda e sensuale, che c'invita a dare libero sfogo alle più sfrenate fantasie erotiche.

                  fig.2

                  Per la visita, forse per ricordare l'antenato di Helmut, si deve sborsare una cifra astronomica: 11 euro, il doppio di Capodimonte, per cui somma è stata la mia meraviglia, quando l'altro giorno, dopo aver rotto il salvadanaio, mi sono recato con la mia adorata moglie Elvira a visitare la mostra. Credevo di godere di una perfetta solitudine, mentre invece numerosi erano i visitatori di ambo i sessi, anzi dei tre sessi, perché cospicua era la rappresentanza dei gay.
                  Ho provato a interrogare i visitatori, partendo dalle donne, alle quali chiedevo: "Ma che siete venute a fare, v'interessano le donne nude?" Ho ricevuto le risposte più varie, ma tutte sottolineavano la percezione di un'aurea di volgarità (fig.3 – 4). Le checche invece si deliziavano a contare il numero di foto che costituivano un lampante omaggio a Saffo e le sue seguaci (fig. 5).

                  fig.3

                  fig.4

                  fig.5

                  fig.6

                  Su Helmut (fig.6)  girano le opinioni più disparate. Per qualcuno è un genio che ha elevato la fotografia di moda ad arte; per altri è un misogino le cui fotografie hanno oltrepassato i limiti dell’accettabilità.
                  Lui stesso era consapevole dei giudizi controversi che attirava, e su quell’immagine da cattivo ragazzo ci costruì buona parte del suo personaggio.  Una sua frase, forse la più famosa, spiega bene l’inclinazione di Newton:  «Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione».
                  La fama di Newton esplose nel mondo della fotografia alla fine degli anni ‘60, quando iniziò ad introdurre nella fotografia di moda elementi di sado-masochismo, voyeurismo e omosessualità. Le donne sono riprese in pose provocanti: si aggirano cariche di tensione erotica attraverso la camera di un albergo; si adagiano su un divano colme di soddisfazione post coitale (fig.7 – 8). Quasi sempre nature, ma rigorosamente con tacco 12 (fig.9 – 10)
                  La sua carriera e’ stata accompagnata dal gusto per la provocazione.  Nel 1974, uscì il suo primo libro White Women. che ottenne  l’effetto desiderato: una bomba A. 
                  Le sue  modelle sono alte, forti e muscolose (fig. 11), in pratica il prototipo di modella anni ‘80. Gli scenari che rappresenta riflettono le sue ossessioni represse e, comprensibilmente , non pochi ritengono il suo lavoro degradante per la dignità della donna.
                  L’idea espositiva, nata nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del fotografo e presidente della Helmut Newton Foundation, raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato i tre sezioni. A Napoli la mostra, curata da Matthias Harder e Denis Curti, presenta oltre 200 immagini.
                  I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.
                    

                  fig.7
                  fig.8

                  fig.9

                  fig.10
                  fig.11


                   White Women
                  Nel 1976 Helmut Newton dà alle stampe il suo primo libro monografico, che subito dopo la sua pubblicazione riceve il prestigioso Kodak Photo Book Award. 84 immagini a colori e in bianco e nero in cui per la prima volta il nudo e l’erotismo entrano nel mondo della moda: si tratta di fotografie innovative e provocanti che rivoluzionano il concetto di foto di moda e testimoniano la trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale. Visioni che trovano spunto anche nella storia dell’arte, in particolare nella Maya desnuda e nella Maya vestida di Goya del Museo del Prado di Madrid.
                  Sleepless Nights
                  Anche Sleepless Nights pubblicato nel 1978, ruota attorno alle donne, ai loro corpi, agli abiti, ma trasformando le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage di scena del crimine. I soggetti sono solitamente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici o sono bardate in selle in cuoio, fotografati fuori dal suo studio, quasi sempre in atteggiamenti sensuali e provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come mero pretesto per realizzare qualcosa di completamente nuovo e molto personale. Sicuramente si tratta del volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue fra tutti), ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.
                  Big Nudes
                  Con la pubblicazione Big Nudes del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista della fotografia del secondo Novecento, inaugurando una nuova dimensione – misura, quella delle gigantografie che entrano prepotentemente e di fatto nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Fonte di ispirazione dei  nudi a figura intera ed in bianco e nero ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, sono stati per  Newton i manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.
                  Il percorso espositivo permetterà di conoscere un Helmut Newton più profondo e se vogliamo più segreto rispetto a quanto già diffuso: infatti, se l’opera del grande fotografo è sempre stata ampiamente pubblicata e con enorme successo su tutte le riviste di moda, non sempre la selezione effettuata dalle redazioni corrispondeva ed esprimeva compiutamente il pensiero dell’artista.
                  L’obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà  che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.
                  Potremmo continuare a lungo con le chiacchiere, ma preferiamo lasciare la parola alle immagini (fig.12–13–14) in grado, tra poppe al vento e sederi ben torniti, di parlare in maniera più eloquente all'occhio del lettore, di cui aspettiamo con trepidazione osservazioni e commenti.


                  fig.12

                  fig.13

                  fig.14