sabato 19 gennaio 2019

O tempora o mores



Fino a poco tempo fa se si digitava su Google o qualunque altro motore di ricerca “Achille Lauro”, tra le centinaia di migliaia di citazioni, spiccava al primo posto la possibilità di consultare il libro “Achille Lauro superstar”, il più completo scritto negli ultimi decenni sul mitico Comandante, sindaco plebiscitario di Napoli e massimo armatore di tutti i tempi. Oggi viceversa le prime due pagine sono dedicate ad un cantante rap, dal volto patibolare e dal corpo ipertatuato, che ha usurpato il nome prestigioso e nelle sue canzoni inneggia all’uso dela droga.                                     

Ogni commento è superfluo se non mormorare avviliti: O tempora o mores

Achille della Ragione

giovedì 17 gennaio 2019

L’ ipogeo della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, un tesoro restituito alla città

01 -Sant Anna dei Lombardi, ingresso



La chiesa di Sant’Anna dei Lombardi (fig.1), conosciuta anche come S. Maria di Monteoliveto è una delle più ricche di arte e di storia della città. Costruita nel 1411, rappresenta una rara testimonianza dello splendore del Rinascimento toscano a Napoli e presenta una navata unica lungo la quale si allineano 5 cappelle per lato. La configurazione attuale è frutto di un rifacimento seicentesco, teso a dare una veste barocca all’edificio. Tra le opere di maggior rilievo, qui conservate, si ricordano quelle degli artisti toscani Antonio Rossellino e Benedetto da Maiano, le ceramiche robbiane e il celebre compianto sul Cristo morto del modenese Guido Mazzoni. Gioiello del percorso museale è la sagrestia vecchia, affrescata da Giorgio Vasari, che riprende i colori e le forme della maniera michelangiolesca.
Dal mese di dicembre ha riaperto al pubblico, dopo secoli di chiusura, l’ipogeo, denominato Cripta degli Abati, un ambiente ellittico posto al di sotto del coro della chiesa, a cui si accede attraverso una bella scala a doppia rampa (fig.2) e dove colpisce il visitatore la presenza di teschi decorati da paramenti ecclesiastici (fig.3–4). Un luogo misterioso da esplorare, che arricchisce la Napoli sotterranea, sacra e ancora sconosciuta. Piena di tesori custoditi dal ventre dell’imponente patrimonio ecclesiastico e delle Arciconfraternite della città.
A restituire alla città questo tesoro nascosto si è impegnato il Comitato di Gestione delle Arciconfraternite Commissariate, presieduto dal Sacerdote Salvatore Fratellanza, il quale dichiara: “Il nostro scopo è valorizzare gli oratori della città, con i relativi ipogei ove presenti, riaprendoli nel minor tempo possibile, in modo da arrivare a costituire una rete tra le diverse realtà”.
La visita all’ipogeo (fig.5) di Sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto, chiesa famosa per la splendida sagrestia affrescata da Giorgio Vasari, permette di ammirare il putridarium, la struttura in pietra un tempo utilizzata per il processo di scolatura dei liquidi corporali, da cui deriva il celebre detto in vernacolo“puozze sculà” . Sopra i sedili sono state ritrovate anche teche con i resti mortali di personaggi illustri. Sulle volte sono ancora visibili affascinanti affreschi raffiguranti una foresta sacra e la scena del calvario. Ma l’attenzione del visitatore è attirata subito dalla visione delle 30 nicchie dove venivano adagiati i cadaveri per lo più degli appartenenti all’ordine. Al contrario della maggioranza delle nicchie per scolatoio, in queste i corpi dei defunti non venivano messi seduti, ma in piedi e per mantenerli in posizione eretta venivano ficcati nella nuca degli speroni metallici, ancora visibili. Dopo alcuni mesi, a volte anni, il corpo risultava perfettamente rinsecchito e mummificato con i liquidi confluiti nel “cantaro”. A quel punto le ossa degli abati e dei nobili venivano conservate in apposite teche: ne rimangono 25, sistemate in bella vista, con i teschi a volte decorati da paramenti ecclesiastici. Le targhette con i nomi dei defunti sono illeggibili, ad eccezione di quella centrale, la più addobbata di tutte ove si legge “Zucca”. Ai lati di alcune nicchie sono visibili dei cunicoli utilizzati per collegare gli scolatoi alle cappelle interne di proprietà delle famiglie nobili, così da facilitare il trasporto delle ossa.
Le ossa degli altri cadaveri venivano calate in una seconda cavità sotto l’ipogeo, un tempo accessibile attraverso una scala di 15 metri. Chiamata “terra santa” è attualmente visibile attraverso una grata centrale, da cui si scorgono delle tibie e degli omeri ed una cassa semiaperta dalla quale spuntano i resti di un corpo.
L’ipogeo di Sant’Anna dei Lombardi racchiude infatti anche un mistero: sono diverse le fonti che suggeriscono la presenza delle spoglie del marchese Bernardo Tanucci (fig.6), uomo di fiducia del re di Napoli Carlo di Borbone e di suo figlio Ferdinando IV, segretario di Stato della Giustizia e Ministro degli Affari esteri e della Casa Reale dal 1754 al 1776, all’interno della terra santa, seconda cavità accessibile attraverso un pozzo profondo circa 15 metri e non ancora visitabile, posto al di sotto del primo, che prende il nome dalla terra di Palestina sparsa anticamente.

Achille della Ragione


02  - Accesso all'ipogeo
03 - Serie di teschi
04 - Uno dei teschi
05 - Ipogeo monumentale di Sant’Anna dei Lombardi


06 -  Bernardo Tanucci













domenica 13 gennaio 2019

Un Recco ed un Vaccaro da ammirare

 fig. 1 Giuseppe Recco - Natura morta di cacciagione
101x76 - firmata . Italia collezione privata


Il 1656, l’anno fatidico della peste, fu fatale a Napoli per un’intera generazione di artisti, che venne falcidiata dal morbo; stranamente gli specialisti di natura morta superarono quasi tutti indenni questo evento luttuoso e continuarono a lavorare con identica lena senza particolari sussulti.
È dopo la metà del secolo che compare prepotentemente alla ribalta Giuseppe Recco (Napoli 1634 - Alicante 1695) la personalità più importante nel panorama della natura morta napoletana.
Egli fa parte di una grande dinastia di specialisti: suo padre Giacomo, tra i fondatori del genere, suo zio Giovan Battista, ineguagliabile nei suoi caratteristici soggetti di cucina e selvaggina, i figli Elena e Nicola Maria, che seguiranno degnamente le orme paterne.
A differenza degli artisti del settore, Giuseppe Recco spazia con abilità e padronanza tutti i soggetti, dai fiori ai pesci, dagli interni di cucina alla frutta senza contare un lungo periodo della sua attività in cui ritrae senza problemi squisiti dolciumi e preziosi broccati, vetri e tappeti, strumenti musicali e vasi antichi, maioliche e preziosi ricami, con una tale abilità da provocare, secondo lo spiritoso racconto del De Dominici un aborto per la «voglia» ad una donna gravida incantata alla vista dei suoi dolciumi su una tela, riprodotti con tale perfezione da parer veri; né più né meno che un moderno caso di «ekphrasis», cioè di frutta dipinta così bene, che gli uccelli si mettono a svolazzare sul quadro tentando di beccarla.
Il dipinto che vogliamo proporre all’attenzione dei lettori è una Natura morta di cacciagione (fig.1), un soggetto raro nella produzione di Giuseppe, chiaramente firmata in basso a destra (fig.2), che espone una serie di volatili di varie dimensioni dai colori sgargianti preda di un fucile che compare vittorioso nella composizione su una lastra di pietra dai bordi irregolari, mentre sullo sfondo una serie di alberi di alto fusto lascia intravedere uno scorcio di paesaggio con una collinetta dominata da una imponente costruzione.
L’altro dipinto che esaminiamo è una santa in compagnia di un teschio (fig.3), che presenta tutti i caratteri che contraddistinguono la produzione di Andrea Vaccaro dal famoso “sottoinsù”, il dolce girar degli occhi al cielo, derivato dalla lezione di Guido Reni, alle labbra carnose, dall’epidermide alabastrina, all’accurata definizione delle dita affusolate, mentre il corpo è castamente ricoperto da una veste elegante dalle pieghe curate in ogni dettaglio. 
Il quadro fa parte di quella produzione per una clientela laica sia napoletana sia spagnola che il Vaccaro, in una tavolozza monotona con facili accordi di bruni e di rossicci, creava con scene bibliche e mitologiche e le sue celebri mezze figure di donne nelle quali persegue un’ideale femminile di sensualità latente;  diviene così il pittore della "quotidianità appagante, tranquilla, a volte accattivante, in grado di soddisfare le esigenze di una classe paga della propria condizione, attenta al decoro, poco incline a lasciarsi coinvolgere in stilemi, filosofici letterari, o mode repentine, misurato nel disegno, consolante nell’illustrazione; Andrea ottenne il suo  indice di gradimento in quella fascia della società spagnola più austera e di consolidate opinioni e per converso in quelle napoletane di pari stato ed inclinazione" (De Vito).
Tra i suoi dipinti "laici", alcuni, di elevata qualità, sembrano animati da un’agitazione barocca che raggiunge talune volte un coro da melodramma.
Le sue sante, martiri o non, in sofferenza o in estasi che siano, sono donne vive, senza odore di sacrestia, a volte perfino provocanti nel turgore delle forme e nell’espressione di attesa non solo di sposalizio mistico, «col bel girare degli occhi al cielo» (De Dominici) e con le splendide mani dalle dita affusolate a ricoprire i ridondanti seni. Il Vaccaro fu artista abile nel dipingere donne, sante che fossero, pervase da una vena di sottile erotismo, d’epidermide dorata, dai capelli bruni o biondi, di una carnalità desiderabile sulle cui forme egli indugiò spesso compiaciuto col suo pennello, a stuzzicare e lusingare il gusto dei committenti, più sensibili a piacevolezze di soggetto, che a recepire il messaggio devozionale che ne era alla base. Egli si ripeté spesso su due o tre modelli femminili ben scelti, che gli servirono a fornire mezze figure di sante martiri a dovizia tutte piacevoli da guardare, percepite con un’affettuosa partecipazione terrena, velata da una punta di erotismo, con i loro capelli d’oro luccicanti, con le morbide mani carnose e affusolate nelle dita. I volti velati da una sottile malinconia e con un caldo languore nei grandi occhi umidi e bruni, che aggiungono qualcosa di più acuto alla sensazione visiva delle carni plasmate con amore e compiacimento. Le sue sante, tutte espressioni di una terrena beatitudine. L’idea del martirio e della penitenza è sottintesa ad un malizioso compiacimento e venata da una appena percettibile punta di erotismo. Queste eterne bellezze mediterranee dal volto sensuale ed accattivante fanno mostra del loro martirio con indifferenza e con lo sguardo trasognato, incuranti degli affanni terreni e con gli occhi che, pur fissando lo spettatore, sembrano proiettati fuori dal tempo e dallo spazio. Dalle tele promana una dolcezza languida, serena, rassicurante, che ci fa comprendere con quanta calma queste sante, avvolte nelle sete rare delle loro vesti acconciatissime, abbiano affrontato il martirio, sicure della bontà delle loro decisioni, placando e spegnendo ogni sentimento e sensazione negativa quali il dolore, la sofferenza, lo sdegno ed esaltando la calma serafica, la serenità dell’animo, la certezza di una scelta adamantina. La pittura in queste immagini dolcissime e sdolcinate cede il passo alla poesia, che si fa canto soave ed incanta l’osservatore.

Achille della Ragione


fig. 2 Giuseppe Recco - Natura morta di cacciagione
101 x 76 - Firma . Italia collezione privata
 fig. 3 - Andrea Vaccaro - Santa in estasi
75 x 61 - Italia collezione privata

martedì 8 gennaio 2019

Invito a Evento sul Giappone.


Elvira Brunetti ed Achille della Ragione


Il Dott. Achille della Ragione invita tutti a partecipare all'evento moderato dalla moglie, Prof.ssa Elvira Brunetti

“Carissimi amici ed amici degli amici, esultate, l’appuntamento più importante del 2019 sarà giovedì 10 gennaio, quando, alle 17:30, nell’aula magna della chiesa di S. Maria della Libera in via Belvedere al Vomero, ci sarà, con l’ausilio di decine di foto a colori, la conferenza sul Giappone tenuta da mia moglie, la professoressa Elvira Brunetti. Saranno presenti le autorità diplomatiche ed i titolari delle cattedre universitarie di riferimento”.


mercoledì 2 gennaio 2019

Perché il Giappone?

01 - La Japonais di Monet

Articolo di Elvira Brunetti


Il mio interesse ed il mio amore per il Paese del sol levante sono nati diversi anni fa, quando mi appassionai allo studio degli Impressionisti francesi.
All'epoca la scoperta delle "Stampe giapponesi" (fig.2) determinò un fenomeno di ampia portata, il cosiddetto Giapponismo: "Non vi è strada a Parigi che non abbia la sua boutique di "giapponerie" (Guy de Maupassant). Perfino Claude Monet realizzò un dipinto magnifico di una giapponese tra i ventagli (fig.1).
Era una pittura assolutamente nuova: "Perché Hiroshige (fig.3), Hokusai, Utamaro riuscivano a delineare con pochi e sottili tratti figure tanto deliziose, paesaggi incantati, quasi fiabeschi, delicati, semplici, sospesi?
C'è una sola risposta : E' il trionfo dell'estetica giapponese.
Così incominciai a seguire le loro esposizioni e me ne innamorai.
In verità io credo che tali opere grafiche meriterebbero un'attenzione maggiore.
Leonard Foujita, a cui Parigi dedica una importante retrospettiva tra febbraio e marzo 2019, in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni di uscita dall'isolamento del Giappone, in realtà non lo è, ma viene considerato un impressionista giapponese per essere stato vicino ai pittori francesi negli anni folli della loro rivoluzione (fig.4-5). 

02 - Quartieri di piacere e scene dal Kabuki

03 - Cortigiana pensierosa
 
4 - Leonar Foujita col suo gatto
05 - Nudo con gatto di Foujita

La scorsa primavera, ad aprile, un tempo magico per la cultura nipponica. C'è la famosa fioritura dei Ciliegi, che per molti rappresenta quel breve momento in cui si può contemplare l'impermanenza dell'attimo fuggente. Ebbene decisi allora, coraggiosamente di intraprendere il lungo viaggio da sola verso quella terra lontana. Ricordo che arrivai la sera tardi a Tokio, per un disguido aereo a Pechino e solo il giorno dopo mi collegai al gruppo della Mistral.
Una toccata e fuga di dieci giorni, che certamente mi ha arricchito, lasciandomi tuttavia molti punti interrogativi e un po' di mistero in più.
La storia di tutti i Paesi forse passa attraverso le loro religioni.
I Giapponesi sono innanzitutto e da sempre Scinthoisti, una forma di animismo legato alla natura; poi è arrivato il Buddismo, che hanno adottato, perché non intralciava le loro abitudini di vita derivanti dalla loro credenza primitiva. Molto presente è anche l'eredità confuciana per il senso dell'onore, il rispetto delle gerarchie,delle leggi, delle regole. Ebbene tutte e tre le religioni sono immanenti e non trascendenti, per cui restano per noi Occidentali distanti, poco comprensibili.
La cerimonia del tè è l'esempio più classico della cultura Zen, insieme al giardino di pietra (fig.6–7).
Naturalmente oggi con la modernità e la secolarizzazione il panorama è cambiato.
Eppure il Giappone resta uno dei pochi Paesi in cui la forza della tradizione si sente ancora viva; essa ha accompagnato quel processo rapido di rottura col passato medievale, per entrare nel mondo attuale e diventare velocemente una delle potenze mondiali soprattutto per la tecnologia avanzata.
Si è passati dal tempo dei Samurai e delle Geishe alla dinastia dei Meiji nel 1868, quando l'imperatore ha sottoscritto la prima costituzione adottata da un Paese non occidentale.
Ciò nonostante Il monte Fuji è ancora la montagna sacra, dove pellegrini e scalatori si avventurano e raggiungono in alto il tempio, che ne celebra il culto. (fig.8–9).
Le nonne di molti giapponesi vestono ancora il kimono e in molte case non ci sono sedie e i tavoli sono bassi.
Il riso e il pesce costituiscono ancora oggi la base della loro alimentazione.
Ma veniamo alla presentazione delle 50 foto che concernono tale viaggio.
Durante i primi tre giorni a Tokyio dopo la visita al palazzo della prefettura (fig.10), il municipio, si sono visti due templi, il primo shintoista (fig.11) e il secondo buddista. Sempre in ogni città ci mostravano prima l'uno dove avvenivano funzioni sacre allegre, come matrimoni e nascite e poi l'altro per ricordare i defunti.
Col treno proiettile, poi, verso la tomba del primo Shogun, il grande Tokugawa, che riunificò l'intero Giappone.
Egli impose nuove regole: ai non guerrieri era vietato l'uso delle armi. Perciò la società dal 1601 si divideva in samurai e contadini. in quel periodo nascono i mercanti e tutta una forma di vita dedita anche ai piaceri, al teatro, alla musica. E' il cosìddetto periodo Edo, in cui fioriscono molte arti minori, curate con estrema precisione da quella della carta a quella dei metalli per sciabole e armature, fino all'arte sublime della grafica. C'era un sistema di vassallaggio controllato e fortemente rispettato. E' l'inizio della chiusura allo straniero, che durerà 250 anni.
Chissà che proprio tale situazione non abbia costituito e rafforzato il legame con la tradizione.
Kyoto, meravigliosa antica capitale sede del tempio del Padiglione d'oro, un vero gioiello (fig.12).
Bellissime le passeggiate nella valle circondata dalle vette innevate di alte montagne tra magici Ciliegi ancora in fiore nel silenzio profondo di luoghi ovattati e interrotti qua e là da timidi ruscelli e fiumiciattoli canterini (fig.13-14).
Straordinario il tempio dai mille Torii, il santuario di Inari (fig.15).
Infine Osaka. Già solo l'arrivo nel tardo pomeriggio in autobus ci mostrò un incrocio di strade a più livelli dove le macchine scorrono veloci in mezzo a grattacieli altissimi: una megalopoli con strade a sette corsie.
Infine la tristissima e pur necessaria visita a Hiroschima (fig.16-17)
In chiusura la visione dal mare di una piccola isola, Myajiima, tutta montuosa, dove siamo sbarcati per godere di un'atmosfera rilassante e solare. A piedi tra mille attrazioni anche goderecce, dalle ostriche fritte alla marmellata di fagioli siamo giunti al tempio più spirituale di tutto il Giappone col gigantesco Tori piantato in mezzo al mare (fig.18)

Elvira Brunetti

06 - Giardino di pietra

07- Elvira in meditazione

08 - Pellegrini e scalatori del monte Fuji

09 - Guardiano del tempio Fuji

010 - Palazzo della Prefettura


011 - Tempio scintoista

012 - Il Padiglione d'oro

013 - Tra le montagne innevate


014 - Ciliegi ancora in fiore

015 -Tempio dei mille Torii
016 - Hiroshima
017 - Il fungo atomico

018 - Il Tori nell'acqua



venerdì 28 dicembre 2018

Finalmente nude alla meta

fig. 1 - Sull'attenti ad occhi chiusi


Dopo il lungo rito della svestizione, descritto precedentemente, la paziente, uscendo dal paravento, si presenta nuda al cospetto del medico, spesso con gli occhi chiusi (fig.1) per superare il primo momento di imbarazzo. In seguito quasi tutte le donne si sciolgono e si confidano come ad un confessore laico e raccontano aspetti della loro vita intima e sentimentale, dei quali non avevano precedentemente parlato con alcuno. La nudità del corpo favorisce la nudità dell’anima e spesso un fiume diparole travolge il sanitario, in difficoltà nel proseguire la visita. Domandano consigli di tipo estetico, ma spesso anche sentimentale e chiedono di poter ritornare anche solo per discutere.
Alcune volte tutta la visita si svolge ad occhi chiusi (fig.2), un modo efficace per estraniarsi e far passare il tempo del consulto.
Ed a volte capita addirittura che, se il medico ritarda la visita perché impegnato a telefono, la paziente si addormenta placidamente sul lettino (fig.3). Altre volte come nel caso di questa splendida fanciulla, si adoperano i lunghi e fluenti capelli per coprirsi il volto ed il seno (fig. 4) e si prova a guardare in un’altra direzione distrattamente, fino a quando non viene a crearsi quel clima di complicità maliziosa ed allora la paziente, se giovane e bella, come in questo caso, raccoglie i capelli e si espone docile alla vista.
Ed eccoci di nuovo con la signora che si era placidamente addormentata, anche se per pochi minuti. Lentamente si riprende e chiede per quanto è rimasta assopita, meravigliandosi per la brevità della sua assenza dalla scena e confessando di aver raggiunto un profondo rilassamento ed uno stato di leggera euforia (fig.5).
  
fig. 2 - In attesa ad occhi chiusi
fig. 3 - Placidamente addormentata
fig. 4 - Nascosta dietro ai capelli

 

Molte signore di mezza età, ancora piacenti, ma con poche occasioni per mostrarsi nude ad un estraneo, approfittano dell’occasione per esporre con garbo e naturalezza ciò che rimane, spesso molto, a volte abbastanza, di un’antica bellezza non ancora sfiorita. Cercano di apparire gioiose e prima di sistemarsi per la visita incrociano a lungo lo sguardo, cercando di esporre senza parole i loro problemi e le ansie represse. (fig.6).
Altre sorridono con gusto e come questa simpatica nonnina si bloccano sull’attenti sulla pedana, esitando a lungo prima di accomodarsi, quasi con un gesto di orgogliosa sfida lanciata senza imbarazzo per la nudità presentata come una bandiera di spensierata libertà (fig.7).
Ed ecco pronta per la visita questa vispa capoverdiana, donne che, come abbiamo ribadito, sono molto più emancipate delle italiane e conoscono il sesso talmente giovani che poche di loro rammentano quando e con chi hanno perso la verginità, un tabù sconosciuto nella loro cultura (fig.8). 
 
 
fig. 6 - Senza paura
fig. 7 - Sorridendo
fig. 8 - Pronta per la visita

Siamo finalmente ad una visione ravvicinata dall’origine del mondo, tale da percepire in tutta la sua fragranza l’afrore dei ferormoni, che si sprigiona vigoroso dal frondoso cespuglio, in grado di confermarci il colore dei capelli della proprietaria, rosso fuoco, a differenza di tanti biondo cenere o biondo tiziano che cadono miseramente smascherati alla prova della verità (fig.9).
Una vera sorpresa scoprire all’ispezione preliminare un imene intatto (fig.10), soprattutto tenendo conto dell’età della donna non giovanissima, accoppiata ad un corpo veramente sodo e piacente. Scopriremo poi dal racconto della paziente che, nonostante ripetuti tentativi da parte di numerosi partner, la deflorazione non è avvenuta per via di un tenace vaginismo, che scatta costantemente nel momento culminante dell’amplesso e non permette in alcun modo la penetrazione.
Concludiamo con una paziente frigida, la quale dopo una valutazione del tono del muscolo pubo coccigeo con il vaginometro (fig.11), comincia di buona lena una serie di esercizi con il femtone (fig.12) e dopo alcune settimane di contrazioni ritmiche dei muscoli vaginali, raggiungere con grande soddisfazione l’orgasmo, segnalato con uno squillo vittorioso dal severo apparecchio (fig.13).

Achille della Ragione
fig. 9 - Visione ravvicinata
fig. 10 Sorpresa è vergine
fig. 11 - Alle prese col vaginometro
fig. 12 - Esercizi con il femtone
fig. 13 - Il vaginometro segnala l'orgasmo

domenica 23 dicembre 2018

Rubens, Van Dick e Ribera in mostra a Palazzo Zevallos

 01- Folla all'inaugurazione

La più importante mostra del momento in Italia: “Rubens, Van Dick e Ribera la collezione di un principe”: è quella che si tiene a Napoli a Palazzo Zevallos e si potrà ammirare fino al 7 aprile (fig.1). Essa racconta la storia di un prezioso patrimonio di famiglia, appartenuto alla famiglia Vandeneynden che a partire dagli ultimi decenni del Seicento abitò nella sontuosa dimora di via Toledo, disperso, ritrovato dopo secoli e ricongiunto per la prima volta nelle stesse sale dove in passato fu a lungo ammirato. Tommaso Puccini che visitò la raccolta nel 1783 ne offrì una dettagliata descrizione nei suoi appunti di viaggio. Mentre il canonico Carlo Celano, precedentemente, aveva parlato invece di “bellissime dipinture, et in quantità, de’ famosi maestri così antichi come moderni”.      
 L’inventario del 1688, stilato da Luca Giordano, registra in effetti oltre trecento dipinti, tra cui esemplari di Paul Bril, Caravaggio, Jan Brueghel, Aniello Falcone, Luca Giordano, Jan Miel, Mattia Preti, Nicolas Poussin, Francesco Albani, Jusepe de’ Ribera, Salvator Rosa, Pieter Paul Rubens, Anton Van Dyck, numerose nature morte, paesaggi e battaglie di altri maestri, per lo più fiamminghi, alcuni dei quali erano legati alla famiglia Vandeneynden da stretti rapporti di parentela. Questa fitta rete di relazioni aveva favorito la formazione delle due maggiori raccolte napoletane del XVII secolo che esercitarono grande influenza sui gusti collezionistici e sugli sviluppi della pittura napoletana coeva.  
In mostra a Palazzo Zevallos si potranno ammirare in tutto 36 opere, in prestito da collezioni private e musei nazionali e stranieri: dalla Galleria Sabauda di Torino al Museo e Real Bosco di Capodimonte, dal Museo Nazionale del Prado al Los Angeles County Museum of Art. Fra questi figurano alcuni dipinti mai esposti in Italia come La merenda di Jan Miel che proviene dal Prado, i due Jan Fyt di collezione spagnola, e gli inediti Scena di porto di Cornelis de Wael, Erode con la testa del Battista attribuita a Orbetto, la Tentazione di Adamo ed Eva di Vincenzo Gesualdo.      
Capolavori in mostra che celebrano il respiro europeo dell’arte e del collezionismo nel Seicento a Napoli, a partire dal quarto decennio del Seicento, che fu il periodo di più intenso rinnovamento e di più vivace emancipazione culturale per gli artisti napoletani. Per anni le esperienze pittoriche più svariate si affrontarono e si confrontarono come in un grande crogiolo per dar luogo agli orientamenti dei decenni successivi. Tutti i pittori aggiornarono e modificarono il loro linguaggio al confronto di nuove forme espressive facendo tesoro degli apporti esterni, dall’esaltante colorismo barocco di Rubens e van Dyck.
La corrente pittoricistica che prende quota a Napoli nella seconda metà degli anni Trenta, oltre ai modelli del Van Dyck e del neo venetismo, trae spunto dal lavoro incessante di Pieter Paul Rubens, l’artista più spettacolare e rappresentativo del gusto barocco, il cui messaggio gioioso ed irrefrenabile si irradia su tutta la pittura europea.       
Nel 1640 giunge a Napoli nella collezione di Gaspare Romer il suo Banchetto di Erode (fig.2), oggi ad Edimburgo, gemma della National Gallery of Scotland, in un tripudio di colori, una musica soffusa nella fermentante vitalità degli accordi cromatici. Il De Dominici ci parla dell’influsso che questo dipinto ebbe sul Cavallino che «accorso con altri pittori per vedere cosa di cui erasi sparsa così gran fama, e tanto bella gli parve, che quasi incantato dalla magia di que’ vivi e sanguigni colori con meravigliosa maestria adoperati, si propose imitarla».  
È da questa pittura, luminosa e dilagante, che nascerà quella barocca, che troverà negli anni a venire in Luca Giordano il protagonista assoluto.    
E diamo di nuovo la parola al De Dominici il quale ci rammenta che nelle case dei più grandi collezionisti napoletani, abitualmente frequentate dal Giordano, era possibile ammirare capolavori del Rubens: «opera non mai abbastanza lodata, essendo dipinta col più vivo colore che mai adoperasse quell’ammirabile pittore».     Il messaggio del Rubens, che da Venezia a Genova, città dove visse più a lungo, si irradiò per tutta la penisola, fu pregno di novità: intensità, calore e ricchezza cromatica, briosità di esecuzione, abbandono del chiaroscuro a vantaggio di colori vivi e vibranti di luce che cangiando muta i colori, caldi e ricchi di materia, massima libertà di esecuzione, con una pennellata grassa e fluida.    
 Tutti questi caratteri furono lentamente assimilati da generazioni di pittori, che ne fecero parte integrante della propria cifra stilistica.     
L’adesione a questi nuovi messaggi linguistici da parte dell’ambiente artistico napoletano non significò un rifiuto della precedente esperienza naturalista bensì un arricchimento culturale ed un’occasione per sperimentare nuovi mezzi espressivi più ricchi e variegati, in grado di esprimere i sentimenti e le emozioni più profonde, in un clima di cordiale comunicatività e di naturalezza espressiva.   
I soggiorni a Roma, anche brevi, erano frequenti e tutti gli artisti tornavano dalla città eterna con negli occhi un mondo tumultante di immagini in volo vorticoso negli spazi illusori di cieli infiniti, tra il dilagare di luci solari e di materie preziose.  
Nell’aria si respiravano le creazioni dai colori squillanti che Rubens, tra una missione diplomatica e l’altra, ci donava, immagini di gioia, archetipo di mondi di felicità travolgente o si potevano ammirare le solenni composizioni di Poussin immerse in una calma serafica di un mondo regolato da leggi al di fuori del tempo e dello spazio; ma questa è la meraviglia dell’arte che ci offre il conforto di grandi certezze, di punti di riferimento sereni e sicuri e, nello stesso tempo, lascia libero spazio alla fantasia ed alla sensibilità di ciascuno di noi nel percepire il messaggio che l’artista ci invia e ci invita a raccogliere.
Diamo ora la parola alle immagini e proponiamo al lettore alcuni dei dipinti in mostra partendo da uno spettacolare capolavoro di Luca Giordano: una Nascita di Venere (fig.3) dalla sensualità prorompente, che espone dei seni, talmente affascinanti che l’osservatore rimane letteralmente stregato. Esso è conservato in un museo dimenticato della provincia francese, mentre meriterebbe un posto di rilievo nel museo di Capodimonte, dove viceversa dimorano numerosi quadri già nella celebre collezione, come il Sileno ebbro (fig.4-5), eseguito nel 1626 dal Ribera, che ci mostra un individuo dall’addome batraciano, che deborda senza ritegno oltre ogni limite.      
 Sempre da Capodimonte proviene il quadro di Stanzione che si intravede in fondo alla sala (fig.6), mentre a sinistra è esposto un celebre Martirio di Mattia Preti ed a destra un Ritratto di due incisori di Van Dyck (fig.7), autore anche dei ritratti di principe e principessa (fig.8), posti lungo il corridoio.    
Proseguiamo la nostra carrellata con un tenebroso Banchetto di Erode (fig.9) di Mattia Preti a cui fa compagnia un Guercino (fig.10) da favola, giunto a piedi al secondo piano (fig.11), perché non aveva la monetina per adoperare l’elegante ascensore.  
In un angolo, solenne, spicca un raro quadro di soggetto sacro di Aniello Falcone (fig.12), da alcuni anni esposto nel museo diocesano, dopo aver soggiornato a lungo nella sacrestia del Duomo.  
Passiamo ora a Paesaggi e Marine (fig.13), soffermandoci in particolare su un dipinto di Salvator Rosa (fig.14), per concludere con un Giordano fasullo in compagnia di un modesto Ribera (fig.15).
Ed approfittiamo di questo dipinto, con la sigla di un famoso pittore fiammingo, per confermare l’affermazione di un Luca, non tanto falsario, quando in grado, se richiesto dal committente, di imitare lo stile di qualsiasi artista. Una capacità di cui egli era orgoglioso, a tal punto che quando nel 1688, come abbiamo riferito, fu incaricato di stilare l’inventario della collezione Vandeneynden, trovandosi al cospetto di un celebre quadro, pomposamente firmato:” Jusepe De Ribera espanol fecit”, non ebbe remore nel dichiarare nella scheda: “Firma dello Spagnoletto, mano di Giordano”, dichiarando chiaramente di essere lui l’autore del quadro.

Achille della Ragione


02 - Rubens - Banchetto di Erode
03 -Giordano - Nascita di Venere
 04 - Ribera - Sileno ebbro
05 - Ribera - Sileno ebbro (particolare)
 06 - Preti, Stanzione e Van Dyck
  
07 - Van Dyck - Ritratto di due incisori

08 - Ritratti di Van Dyck
09 - Preti - Banchetto di Erode
010 - Mattia Preti e Guercino
011 - Guercinos ale le scale
012 - Falcone - Fuga in Egitto
013 - Paesaggi e marine
 014 - Un  Paesaggio di Salvator Rosa
 015 - Giordano fasullo e Ribera