sabato 8 agosto 2020

Piazza Dante, l’ombelico di Napoli

 

fig.1  -Micco  Spadaro- Largo Mercatello durante la peste a Napoli del 1656 -
Napoli museo di San Martino

 
Piazza Dante è oggi una delle piazze più importanti di Napoli. La località, in passato posta fuori della cinta muraria della città, era detta Largo del Mercatello, poiché vi si teneva, ogni mercoledì, fin dal 1588, uno dei due mercati della città e si differenziava con il diminutivo mercatello in paragone a quello più grande ed antico, che si svolgeva in piazza del Mercato.
Nel 1656, durante la tragica epidemia di peste si trasformò in un lazzaretto, come è immortalato nel celebre dipinto (fig.1) di Micco Spadaro conservato nel museo di San Martino.
Fino alla metà dell'Ottocento sorgevano a nord l'edificio delle fosse del grano e a sud le cisterne dell'olio, per secoli i principali magazzini di derrate della città; inoltre vi gravitano uffici, ospedali, istituzioni culturali e rinomatissimi bar.     
Ulteriore importanza fu l'apertura "ufficiale" di Port'Alba (fig.2) nel 1625, ufficiale perché la popolazione aveva già da tempo creato nella muraglia un pertuso abusivo per facilitare le comunicazioni con i borghi, in modo particolare con quello dell'Avvocata che si stava rapidamente ingrandendo
Port'Alba prende il nome da don Antonio Álvarez de Toledo, duca d'Alba, viceré spagnolo che la fece erigere nel 1625. La porta fu aperta nell'antica murazione angioina, in sostituzione di un torrione e per agevolare il passaggio della popolazione che aveva praticato per comodità di passaggio da una zona all'altra della città, un'apertura posticcia nel muro. Fu l'architetto Pompeo Lauria a ricevere la commissione dal Duca d'Alba per la costruzione dell'opera e decise di aprire un passaggio nel torrione che fu chiamato appunto Port'Alba (sebbene ben diverso dalla porta attuale) e fu decorato con tre stemmi: uno di Filippo III, uno della città di Napoli e uno del Viceré.  
Nel 1656 il pittore Mattia Preti decorò la porta con alcuni affreschi, con raffigurazioni della Vergine con San Gennaro e San Gaetano e la scena dei moribondi appestati, mentre la collocazione della statua di San Gaetano (fig.3), proveniente dalla demolita Porta dello Spirito Santo, è del 1781.    
I lavori di rifacimento e di ampliamento che resero la porta così come appare attualmente, furono eseguiti nel 1797 e l'iscrizione che vi fu collocata che menzionava Ferdinando IV di Borbone, fu demolita durante i fatti della Repubblica Napoletana del 1799.
La porta permette l'accesso all'omonima via Port'Alba, conosciuta per le sue numerose librerie e i cui edifici risalgono al Settecento (fig.4). Entrati dentro l'antica porta, i pochi metri che caratterizzano la via costituiscono il punto iniziale del decumano maggiore e servono a congiungere piazza Dante con piazza Bellini.                 
A metà strada sorgeva la famosa Libreria Guida dichiarata dal ministero dei beni culturali nel novembre 1983 "Bene culturale dello Stato" per l'attività libraria ed editoriale svolta  e dove per decenni si sono svolti memorabili incontri culturali con i massimi intellettuali italiani e stranieri nella mitica saletta rossa (fig.5). Da alcuni anni, seguendo il triste declino di decadenza della città, la libreria ha chiuso e minaccia di trasformarsi in una pizzeria.      
All'ingresso della via dal lato posteriore, su piazza Bellini, è posta una targa del 1796 che servì a portare a conoscenza della cittadinanza, che qualora si fossero ancora messi in loco venditori ambulanti, ostruendo il passaggio delle carrozze e dei pedoni, questi sarebbero stati puniti con ammende.    


fig.2 -  Port'Alba

fig.3 - Statua di San Gaetano
fig.4 - Via Port'Alba

fig.5 - Saletta rossa

E ritorniamo alla descrizione di Piazza Dante, già Foro Carolino, da sempre luogo di ritrovo per napoletani e turisti, storicamente collegata agli intellettuali, con le sue librerie e caffè letterari, che arrivano fino alla vicinissima Port’Alba, il monumentale varco d’accesso al Decumano Maggiore del centro storico napoletano. L’odierno aspetto della piazza è solo il frutto di una trasformazione costante subita nel tempo: il progetto originale, datato tra il 1757 e il 1765, fu ideato dal brillante architetto Luigi Vanvitelli che, su commissione dell’allora re di Napoli Carlo di Borbone, realizzò il Foro Carolino (fig.6), un grande emiciclo tangente le mura aragonesi chiamato per l’appunto carolino in nome del Re Carlo, con al centro un monumento celebrativo in onore del re spagnolo. Oggi parliamo del Convitto Nazionale di Vittorio Emanuele II, rinominato così nel 1861, dopo l’unità d’Italia. Possiamo ammirarlo in un’antica cartolina (fig.7).       
L'edificio, con le due caratteristiche ali ricurve, vede in alto la presenza di ventisei statue rappresentanti le virtù di Carlo (tre sono di Giuseppe Sanmartino, le altre di scultori carraresi), e al centro, oltre a un torrino d’orologio d’epoca, una nicchia che avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano (che non fu mai realizzata). Della stessa fu però realizzato solo il calco in gesso che venne distrutto durante i moti della Repubblica Napoletana del 1799, prima ancora che potesse nascere la statua in marmo o forse in bronzo. In quel punto fu posta una statua di Napoleone I, che venne di conseguenza abbattuta al ritorno dei Borbone.  Sopra la nicchia centrale, rimasta vuota, fu quindi realizzata una piccola torre recante un appariscente orologio. Il quadrante più piccolo dell'orologio (fig.8-9) del Foro Carolino in piazza Dante, riporta l'equazione del tempo. Esempio unico in Europa, fu realizzato nel 1853. La nicchia stessa fu poi forata per realizzare l’ingresso di un istituto religioso trasformato poi in convitto. Dal 1843 la nicchia centrale costituisce l'ingresso al convitto dei gesuiti, divenuto nel 1861 Convitto nazionale Vittorio Emanuele II, ospitato nei locali dell'antico convento di San Sebastiano e di cui sono ancora visibili i due chiostri (la cupola della chiesa è crollata nel maggio 1941); il più piccolo e antico è rara testimonianza della Napoli tra età romanica e gotica, il maggiore conserva la strutture cinquecentesche. Molto interessante è anche un atrio neo classico (fig.10), realizzato nel 1835.
La storia del Convitto inizia nel 1768, quando Ferdinando IV di Borbone, dopo aver espulso i Gesuiti dal Regno, fondò la Casa del Salvatore nel loro originario complesso. Nel 1807 la Casa diventò Collegio del Gesù Vecchio, poi Primo Real Collegio di Napoli col nome di "Real collegio di scienze, lettere e belle arti di san Sebastiano" e, infine, con autorizzazione di Gioacchino Murat, Liceo del Salvatore. Nel 1826 il liceo fu spostato nel monastero di San Sebastiano dove i francesi avevano posto il conservatorio di musica, dopo la confisca dei beni ecclesiastici. Nel 1828, dopo che i Gesuiti furono ritornati, acquisì la denominazione di Collegio dei Nobili.
Nel 1835 i Gesuiti aprirono un ingresso per il Convitto da Piazza Dante nella nicchia centrale del Foro Carolino, dove sarebbe dovuta essere posizionata una statua equestre di Carlo III di Borbone.     Decenni dopo, l'ingresso di Giuseppe Garibaldi provocò l'abolizione dell'ordine dei Gesuiti e la nazionalizzazione dei loro beni: la struttura in oggetto si trasformò, così, nel Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II di Napoli.
Attualmente essa ospita una scuola primaria, una secondaria di primo grado e tre di secondo grado (un Liceo classico europeo, un Liceo scientifico tradizionale e un Liceo scientifico sportivo). Gli studenti frequentanti la struttura educativa possono usufruire del servizio da convittori e da semiconvittori.
La piazza subì il cambio toponomastico da “Foro Carolino” a piazza Dante dopo il 1861, in seguito all’unificazione dell’Italia. 

fig.6 - Foro Carolino

fig.7 - Antica cartolina

fig.8 - L' equazione del tempo.Foro Carolino in piazza Dante.

 fig.9 - Orologio astronomico

fig.10 -   Atrio neoclassico 1835

Al centro della piazza si erge una grande statua di Dante Alighieri (fig.11), opera degli scultori Tito Angelini e Tommaso Solari junior, inaugurata il 13 luglio 1871 (data dalla quale la piazza è intitolata al sommo poeta) e collocata su un basamento disegnato dall'ingegner Gherardo Rega. Oggi ai suoi lati, più defilate, ci sono le vetrate delle uscite della linea 1 della metropolitana (fig.12–13). La piazza è stata ridisegnata e riarredata proprio in occasione dei lavori per la metropolitana, conclusi nel 2002. L'intero emiciclo è divenuto così area pedonale.
Ancora, presso la piazza sono presenti quattro monumentali chiese: in senso antiorario da nord quella dell'Immacolata degli Operatori Sanitari, di Santa Maria di Caravaggio, di San Domenico Soriano e di San Michele a Port'Alba. Sull’argomento abbiamo dedicato un esaustivo capitolo che si può consultare digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2020/08/le-chiese-di-piazza-dante.html
Sul lato opposto all'emiciclo sono situati oltre alle chiese di Santa Maria di Caravaggio e San Domenico Soriano anche i rispettivi ex-conventi: il primo divenne sede dell'istituto per ipovedenti fondato da Domenico Martuscelli, ricordato con un suo busto (fig.14) scolpito nel 1922 da Luigi De Luca e collocato nei giardinetti della piazza, per poi diventare sede della Seconda Municipalità di Napoli. Il secondo convento è oggi sede degli uffici anagrafici del Comune.
Tra i due ingressi è situato il Palazzo Ruffo di Bagnara (fig.15) con annessa cappella privata, mentre sul lato sinistro di Port'Alba si trova lo splendido Palazzo Rinuccini (fig.16). Poco distante dalla piazza al numero civico 7 di vico Luperano, la villa Conigliera (fig.17), quest'ultima fatta edificare durante l'epoca aragonese e della quale si parla diffusamente nel capitolo dedicato al Cavone, mentre ora, prima di accennare a questi storici palazzi, vogliamo citare la libreria di una delle ultime glorie della città, il pugile editore Tullio Pironti (fig.18), a cui ho dedicato un capitolo nel mio II tomo sui Napoletani da ricordare consultabile digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2013/09/un-pugile-editore.html
Costruito nel XVII secolo, nella seconda metà del secolo fu acquistato dal duca di Bagnara Francesco Ruffo, valoroso guerriero e capitano dell'Armata Navale Gerolosomitana; egli diede l'incarico a Carlo Fontana facendolo ristrutturare con il bottino ricavato da uno scontro con i pirati arabi. Nella prima metà dell'Ottocento il palazzo fu restaurato da Vincenzo Salomone su commissione dell'ultimo duca di Bagnara. Il palazzo possiede una cappella, sulla sinistra della facciata, della quale parliamo nel citato capitolo sulle chiese di piazza Dante e nell’atrio, davanti alla scalinata, una splendida statua con una divinità popputa (fig.19).
In questo maestoso palazzo visse il letterato Basilio Puoti, conosciuto nella letteratura italiana come un eminente purista.   
Palazzo Rinuccini è un edificio storico ubicato nel centro antico di Napoli. Il palazzo si trova in Piazza Dante, al civico 22. In origine, verso la fine del XVII secolo, accanto alla porta eretta nel 1624 da Don Antonio Álvarez de Toledo, duca d'Alba (da cui prese il nome), vennero costruite alcune botteghe e un carcere, utilizzato per rinchiudervi i giovani di buona famiglia che si rendevano colpevoli di qualche ragazzata. In seguito, il Tribunale di Fortificazione (organismo composto da un soprintendente e sette deputati, cinque nobili e due appartenenti al popolo) comprò gli edifici esistenti e il terreno circostante dove iniziò a costruire un nuovo palazzo. Il costo dell’opera ammontò a circa 21.000 ducati e, una volta messo all’asta, venne comprato dal Marchese Rinuccini di Firenze per 31000 ducati.   
 Il marchese era noto per la sua attenzione alla cultura e all’economia e trasformò il palazzo appena comprato in un centro di studi molto attivo. Tra i personaggi che lo frequentavano assiduamente, ricordiamo Bartolomeo Intieri e Nicola Cirillo, a loro volta fondatori dell’Accademia delle Scienze e Celestino Galliani, titolare della cattedra di economia politica all’Università Federico II.
Il Rinuccini morì nel 1758 e, nel 1825, i suoi eredi vendettero la proprietà a don Donato Tommasi, figlio di un medico, che, nonostante la giovinezza poverissima, si era guadagnato delle buone ricchezze grazie alle molte cariche rivestite per il Regno di Sicilia. Il Tommasi riuscì ad evitare la demolizione del palazzo nell’ambito del progetto per la nuova via Bellini nel 1868: via Bellini è infatti rimasta senza sbocco diretto su piazza Dante. L’anno dopo il suo acquisto, il palazzo venne restaurato secondo il disegno dell'architetto Petronzio.  
Il palazzo compare sulla carta Carafa (1775) e sulla carta Schiavoni (1880).  
 

fig.11 - Tito Angelini - Statua di Dante Alighieri

 fig.12 - Ingresso stazione metropolitana di Piazza Dante

fig.13 - Ingresso stazione metropolitana di Piazza Dante

fig.14 - Busto di Domenico Martuscelli

fig.15 -  Palazzo Ruffo di Bagnara

Dopo i lavori di realizzazione della Stazione Dante della Linea 1, l'emiciclo della piazza è stato totalmente pedonalizzato. Nel settembre 2011, la piazza è stata completamente inibita al traffico privato per scoraggiare l'uso dell'automobile in città, divenendo una corsia preferenziale ad uso esclusivo dei mezzi pubblici. Successivamente, dall'estate del 2013, la chiusura al traffico è stata ridotta dalle 9 alle 18 di tutti i giorni, trasformandosi così in Ztl.    
La piazza è stata ridisegnata da Gae Aulenti in occasione dei lavori per la metropolitana conclusi nel 2002, lavori che hanno scatenato non poche polemiche. Una fra le tante fu l’utilizzo della pietra lavica etnea al posto di quella vesuviana, a cui seguì la cancellazione delle aiuole, l’esiguo numero di panchine e le pensiline d’accesso alla stazione, completamente vetrate e al di sopra del livello stradale. Da allora la statua del poeta si trova tra i due accessi, molto lontano dal complesso architettonico. Una storia, quella di Piazza Dante, che riassume a pieno gli ultimi travagliati stravolgimenti politici e culturali che hanno interessato la città partenopea dal ‘700 ad oggi, una storia che davvero non smette mai di stupire e appassionare.

Achille della Ragione 

 

fig.16 - Palazzo Rinuccini Napoli

fig.17 - Villa Conigliera di Alfonso II

 

fig.18 - La libreria del pugile editore Tullio Pironti

fig.19 - Inteno di Palazzo Ruffo di Bagnara

 

fig.20 -Teatro di Palazzo Rinuccini di Giulio Mannaioni


 

 


martedì 4 agosto 2020

Le chiese di piazza Dante

 
fig.1 - San Michele Arcangelo

Cominceremo la descrizione delle chiese presenti su piazza Dante partendo dalla più negletta: San Michele Arcangelo (fig.1), la quale, dopo una chiusura durata decenni, ha riaperto da alcuni anni, ma, affidata ad un gruppo di sacerdoti dell’Europa dell’est, è fruibile solo per alcune ore alla settimana, durante le funzioni religiose, per chiudere poi inesorabilmente, negandosi alla visita di turisti ed appassionati d’arte, che non possono godere della vista di numerose chicche, di cui parleremo servendoci di foto (meglio che niente).
La chiesa, in origine, era una cappella badiale ed era chiamata Santa Maria della Provvidenza. Nel 1615 il cardinale Pignatelli la donò ad una congregazione di 72 sacerdoti, che si riunivano nella parrocchia di San Gennaro all’Olmo, i quali, nel trasferirsi nella nuova sede portarono con loro le reliquie di San Nostriano un vescovo martire napoletano e lo splendido dipinto raffigurante San Michele che abbatte Lucifero (fig.2) di Giuseppe Marullo, posto ora sull’altare maggiore.
Un ruolo significativo dovette svolgere questa comunità durante l’epidemia di peste del 1656, immortalata in un famoso dipinto (fig.3) di Micco Spadaro, quando la piazza, allora chiamata Largo del Mercatello e posta fuori della cinta muraria cittadina, fu destinata alle funzioni di lazzaretto.

fig.2 - Giuseppe Marullo - San Michele arcangelo abbatte Lucifero

fig.3  - Micco  Spadaro - Largo Mercatello durante la peste a Napoli del 1656 -
Napoli museo di San Martino

Nel 1729 Domenico Antonio Vaccaro avviò ampi lavori di ristrutturazione dell’edificio, che assunse un’impronta rococò. Il grande artista fu impegnato per sei anni, non solo come architetto, ma anche come pittore e scultore.
Di notevole interesse è la facciata in stile rococò a due ordini: al primo due coppie di lesene composite e al secondo due coppie di paraste con rigonfiamento alla base che incorniciano un diaframma polilobato, su di esso è posto un balconcino.
L'interno della chiesa, a pianta allungata, (fig. 4) rappresenta uno dei maggiori capolavori del primo Settecento e sui lati sono presenti due altari con dipinti ovali  del Vaccaro raffiguranti Santa Irene e Sant’Emidio (fig.5–6). La volta (fig.7) presenta affreschi ottocenteschi di Lucio Stabile.

 
fig.4 - Interno della chiesa

fig.5 - Domenico Antonio Vaccaro - Sant'Emidio e Sant'Irene

fig.6 - Domenico Antonio Vaccaro -
Sant'Emidio e Sant'Irene (particolare di una decorazione della cornice)

fig.7 - Cupola della chiesa

All’interno della chiesa, nei pressi dell’altare, sulla destra, spicca una spettacolare statua lignea settecentesca raffigurante San Michele (fig.8) dalla rara potenza espressiva, capolavoro realizzato da Nicola Canale architetto e ingegnere che si rifaceva al modello di Cosimo Fanzago e di Ferdinando Sanfelice. Quis ut Deus? Chi è come Dio? Reca questa scritta lo scudo portato da San Michele Arcangelo nell’attimo in cui sta per trafiggere il demonio rappresentato sotto forma di un drago secondo l’iconografia tradizionale. E’ la splendida plasticità di questa statua, i suoi colori, la vitalità e l’attimo reale, immobilizzato in eterno, in cui sta per sconfiggere l’angelo decaduto a lasciare, letteralmente a bocca aperta, grandi e piccini, fedeli e non. 
Al piccolo ambiente della sagrestia settecentesca si accede attraverso una raffinata porta lignea (fig.9). Nell’interno sono conservati, oltre agli arredi dell'epoca, anche un lavabo marmoreo (fig.10) datato 1758, opera di Gaspare Lamberti con la supervisione di Nicola Tagliacozzi Canale e due inginocchiatoi in radica di noce (fig.11)  che presentano incastonati due ovali in marmo raffiguranti l'Adorazione dei pastori (fig.12) e l'Adorazione dei magi, eseguiti da Nunzia Tancredi nel  1772.


fig.8 - Nicola Canale - San Michele - statua lignea


fig.9 - Porta lignea di accesso alla sacrestia

fig.10 - Gaspare Lamberti - Lavabo

fig.11 - Inginocchiatoio in radica di noce

fig.12 - Nunzia Tancredi - Adorazione dei pastori
 fig. 13 - Chiesa di San Domenico Soriano -
Facciata e campanile

 
La chiesa di San Domenico Soriano (fig.13) prende il nome dall'omonima immagine miracolosa di San Domenico Soriano ed in essa trovò sepoltura il beato Nunzio Sulprizio  ed in seguito alla sua canonizzazione nel 2018 la chiesa ha cambiato denominazione in chiesa dei Santi Domenico Soriano e Nunzio Sulprizio.   
Il tempio e l'annesso convento furono eretti grazie a un donativo di 800 ducati elargito al domenicano Tommaso Vesti da una nobildonna: Sara Ruffo di Mesurica. Nella progettazione della chiesa è molto probabile un intervento diretto da parte di fra' Giuseppe Nuvolo. La costruzione del monastero cominciò tra 1673 ed il 1685 su progetto  di Bonaventura Presti, a cui seguirono poi Giuseppe Caracciolo e Francesco Antonio Picchiatti. Durante il XVIII secolo venne attuato un ulteriore ampliamento grazie a Nicola Tagliacozzi Canale.
Il monastero non ebbe vita lunga e subì numerosi rimaneggiamenti sia esterni che interni, cambiando spesso destinazione d'uso. L'intero complesso finì per essere utilizzato come caserma fino al 1850. La chiesa è oggi visitabile e aperta al pubblico, il monastero ed i locali del chiostro ospitano invece alcuni uffici del comune di Napoli, II municipalità.
Nel 1600, l'interno, composto da tre navate e cappelle laterali, ha ricevuto un ricco e raffinato arredo barocco su progetto di Cosimo Fanzago, che per la stessa eseguì anche l'altare maggiore. Tuttavia la chiesa fu interessata nei secoli successivi da diversi lavori integrativi. Seppure la facciata principale su piazza Dante rimane pressoché quella originaria, con pietre laviche vesuviane e con le sculture dei santi Tommaso d'Aquino (a destra) e Domenico di Guzman (a sinistra), negli interni, invece, ai lavori barocchi per lo più del Fanzago, seguirono altre decorazioni in stucco e marmo sette-ottocentesche, medesima datazione questa per tutti i cicli di affreschi della volta e delle cappelle.
Nella prima cappella sulla sinistra si trova la tomba di Alessio Falcone Rinuccini, decorata da opere di Giuseppe Sanmartino (fig.14) su disegno di Ferdinando Fuga del 1758. Nella terza cappella a sinistra è di Giacinto Diano la Vergine che presenta l'immagine miracolosa di San Domenico Soriano (fig.15).
Sul transetto a sinistra è collocata una tela di Luca Giordano raffigurante la Madonna del Rosario eseguita nel 1690 (fig.16); in quello di destra invece un'altra Madonna del Rosario è attribuita ad Onofrio Palumbo.
 fig. 14 - Giuseppe Sanmartino -
Sepolcro di Alessio Falcone Rinuccini

fig. 15 - Giacinto Diano - 
Vergine che presenta l'immagine miracolosa di San Domenico Soriano
 
fig. 16  - Luca Giordano - Madonna del Rosario


La volta è affrescata da Salvatore Cozzolino e Vincenzo Galloppi con le Storie di santi Francescani e Domenicani (1882), lavori questi che rimpiazzarono precedenti cicli di Mattia Preti del 1664 sulla Gloria di San Domenico di Guzman, poi andate perduti.
Altre pitture e sculture seicentesche della chiesa hanno attribuzione ignota di scuola comunque napoletana (fig.17–18); alcuni affreschi ottocenteschi sono invece attribuiti a Bernardino Castelli, altri di mano certa sono invece di Luigi Scorrano e  Luigi Fabron, che esegue nel 1874 un San Luca (fig.19).
Dal cappellone del transetto destro si accede nell’Arciconfraternita della Madonna del Rosario dove è conservato il corpo di Nunzio Sulprizio (fig.20) e  sulle pareti si conservano tele sagomate del Farelli, alcune datate 1703. Esse, in precario stato di conservazione appalesano una caduta nella qualità dello stile, fiacco e ripetitivo e rappresentano, a sinistra dell’altar maggiore, l’Annunciazione, la Visitazione e la Natività ed a destra la Caduta sotto la croce, l’Incoronazione di spine e la Presentazione al Tempio (frammentaria).
Alla chiesa è collegato un chiostro realizzato  dal domenicano Fra' Tommaso Vesti che giunse in città dalla Calabria intorno agli inizi del XVII secolo. Nella seconda metà del secolo i domenicani incaricarono all'architetto bolognese Bonaventura Presti di progettare il nuovo chiostro e di ampliare il luogo sacro. Il Presti elaborò differenti disegni, nei quali il luogo di clausura assumeva una notevole importanza, poiché veniva a rappresentare l'ambiente in cui si dovevano svolgere tutte le più importanti azioni della vita conventuale. L'architetto ipotizzò anche lo sfruttamento totale del suolo su cui si stava costruendo il monastero. Tra le proposte i monaci scelsero la soluzione che precedeva la realizzazione di un chiostro con cinque arcate per nove, sorrette da altrettanti pilastri in piperno, con al centro un pozzo simile a quello di San Gregorio, e con accesso attiguo alla facciata della chiesa. Secondo il progetto del Presti, una scala posta sul fondo del lungo porticato avrebbe condotto ai piani superiori, dove erano collocate le celle dei monaci che si aprivano in parte sul chiostro e in parte sulla piazza, mentre le botteghe sarebbero state ricavate nei lati più lunghi e date in fitto ai privati. I frati si opposero a tal scelta e l'architetto fu costretto ad apportare modifiche che delimitarono in modo netto lo spazio laico destinato ai privati e quello sacro destinato ai religiosi. I Domenicani, giudicato troppo esteso quest'ultimo disegno, decisero di ascoltare il parere di alcuni esperti tra cui Francesco Antonio Picchiatti, che completò il progetto dopo l'estromissione di Bonaventura Presti. Il Picchiatti si limitò a porre in opera e a controllare le direttive degli stessi religiosi che in molte occasioni si ispirarono al progetto del precedente, tanto che ancora oggi, malgrado le modifiche apportate in epoche successive, è possibile riconoscere l'impianto originario nel portale d'ingresso adiacente alla chiesa e nei pilastri del chiostro. Tra il 1673 e il 1685 la costruzione del complesso era quasi terminata. Rimaneva incompleto il chiostro, di cui fu eretta solo un'ala, terminata nel XVIII secolo su progetto di Nicola Tagliacozzi Canale, il quale ridusse lo spazio da pianta rettangolare come era previsto nel Seicento a pianta quadrata con cinque arcate per sei. Nella seconda metà del XVIII secolo il chiostro poté definirsi terminato. 
Nel 1808 l'originaria funzione del chiostro fu soppressa; nel 1850 venne adibito a caserma militare, poi a guardia di pubblica sicurezza ed infine ad ufficio comunale. In seguito a queste destinazioni furono apportate modifiche che distrussero il manufatto, la cui struttura può tuttavia essere ancor oggi percepita dietro gli elementi in metallo e vetro che attualmente ospitano gli archivi anagrafici del comune. 
fig. 17 - Chiesa di San Domenico SorianoNapoli (scorcio dell'interno)

fig. 18 - Chiesa di San Domenico SorianoNapoli (decorazioni della volta)
 
fig. 19 - Luigi Fabron - San Luca - 1874 -
Pennacchio della cupola
fig. 20 - Corpo di Nunzio Sulprizio
 
 
 fig. 21 - Ingresso cappella di palazzo Ruffo di Banara


Pochi passi ed incontriamo l’ingresso (fig.21) della cappella del Palazzo Ruffo di Bagnara sita all'interno dell'omonimo complesso monumentale fondato nel 1660. L'edificio residenziale spicca per le sue originali decorazioni; l'intero palazzo è da collocare nel panorama dell'edilizia barocca napoletana.     
L'edificio di culto costituiva il luogo privato di preghiera, creato esclusivamente per la famiglia Ruffo. L'esterno è preceduto dalle scale in piperno e da un portale costruito con lo stesso materiale; quest'ultimo, è sovrastato anche da un'apertura con campaniletto. La cappella è anch'essa testimone dell'architettura barocca in città; inoltre, sull'altare maggiore, vi è un dipinto di Francesco Solimena (fig.22).
 
fig. 22 - Francesco Solimena - Gloria di San Ruffo

fig. 23 - Chiesa di S. Maria di Caravaggio -
facciata


Completiamo la nostra descrizione parlando della chiesa di S. Maria di Caravaggio (fig.23), costruita nel 1627, quando faceva parte del complesso conventuale fondato dapprima dai padri Scolopi (1625-1808) e ai quali succedettero i Barnabiti.
In seguito il convento, già adibito a collegio, accolse l’Istituto Principe di Napoli per giovani ciechi: opera fondata da Domenico Martuscelli nel 1873.
La chiesa di Caravaggio, composta da un’unica navata (fig.24) e avente forma ellittica, fu rifatta da G.B. Nauclerio a partire dal 1724.
Al suo interno vi troviamo diverse opere che arricchiscono il valore storico culturale della chiesa.
Sull’altare maggiore vediamo il dipinto la Nascita di Maria (fig.25) eseguito da Gaetano Gigante, dal quale in origine prese il nome la chiesa.
Nelle tre cappelle alla destra dell’altare, possiamo ammirare il dipinto del Transito di San Giuseppe (fig.26) del sommo Francesco Solimena; la Madonna della Provvidenza del XVIII (alla quale sono devoti i Barnabiti) e la Deposizione dalla Croce di Domenico Antonio Vaccaro.
Nelle tre cappelle di sinistra, invece, sono conservati il dipinto di Sant'Antonio Zaccaria (1890), di Luigi Scorrano; la tomba di San Francesco Saverio Maria Bianchi, barnabita detto l’Apostolo di Napoli; una statua della Madonna Addolorata e il dipinto raffigurante l'apparizione della Vergine alla contadina del paese di Caravaggio da cui prende attualmente il nome la chiesa.

Achille della Ragione
 
 
 fig. 24 - Chiesa S. Maria di Caravaggio (interno)
 
fig. 25 - Gaetano Gigante -
Nascita di Maria
 
fig. 26 - Francesco Solimena -
Transito di San Giuseppe

lunedì 3 agosto 2020

Un dipinto di Sebastiano Conca di grande qualità

 

fig.1 - La regina Artemisia che beve le ceneri di Mausolo -
53 x73 - Lecce collezione Terragno Centonze


Il quadro che esaminiamo in questo nostro articolo non ha creato alcun problema per identificare l’autore: Sebastiano Conca, nel quale la figura della protagonista (fig.1) molto dolce, è resa con la stessa grazia delle altre giovani signore che il pittore dipinse negli anni della sua maturità espressiva. La struttura disegnativa di chiara derivazione classicista, lo schema compositivo svolto secondo la normativa accademica del ritmo centrale, l'elegante finitezza dei particolari pongono questa tela quale testimonianza emblematica della sua produzione di più elevata qualità.
Veramente difficile è stato viceversa individuare con precisione l’iconografia della tela, nella quale si possono individuare alcuni elementi che riportano alla vicenda della Regina Artemisia.
Essi sono l’urna contenente le ceneri del marito fratello, Mausolo, la coppa con la quale ne beve le ceneri e, sullo sfondo, l’imponente tomba, che costituiva una delle sette meraviglie del mondo. Tale imponente sepolcro destinato a tale prestigioso personaggio ha poi caratterizzato nel tempo tutti i grandi sepolcri detti appunto mausolei, che costituiscono una tomba di eccezionale monumentalità, generalmente eretta per custodire il corpo di una grande personalità.     
Il termine deriva appunto dal re Mausolo di Caria, monarca persiano, che realizzò la sua tomba, ultimata dalla moglie Artemisia nel 353 a.C.: il mausoleo di Alicarnasso, universalmente ritenuto, come abbiamo accennato, una delle sette meraviglie del mondo antico. Esempi posteriori sono diffusissimi in tutto il mondo.
Vogliamo ora fornire al lettore alcuni dati biografici di Sebastiano Conca, un pittore a cui fu dedicata alcuni decenni fa una esaustiva mostra nella natia Gaeta.
Sebastiano Conca nacque a Gaeta nel 1680 e morì nella stessa città nel 1764. Chiamato anche "Il cavaliere" era il maggiore di dieci fratelli. Il papà Erasmo era dedito al commercio e il secondogenito Don Nicolò fu arcidiacono della cattedrale di Gaeta. Sebastiano frequentò per oltre 15 anni la scuola napoletana di Francesco Solimena. Dal 1706 si trasferì a Roma col fratello Giovanni dove si affiancò a Carlo Maratta e svolse una proficua attività di affrescatore e di artista di altari fin oltre il 1750. A contatto con quest'ultimo, il suo stile artistico esuberante si moderò parzialmente. A Roma, patrocinato dal cardinale Ottoboni venne presentato a papa Clemente XI che gli assegnò l'affresco raffigurante Geremia nella basilica di San Giovanni in Laterano. Per il dipinto fu ricompensato dal papa col titolo di cavaliere e dal cardinale con una croce di diamanti.
Nel 1710 aprì una sua accademia, la cosiddetta Accademia del Nudo che attrasse molti allievi da tutta Europa, tra cui Pompeo Batoni, i siciliani Olivio Sozzi e Giuseppe Tresca e Carlo Maratta, e che servì per diffondere il suo stile in tutto il continente. Nel 1729 entrò a far parte dell'Accademia di San Luca e ne divenne direttore dal 1729 al '31 e dal 1739 al '41.
Nell'agosto 1731 il pittore fu chiamato a Siena per affrescare l'abside della Chiesa della Santissima Annunziata, per volontà testamentaria del rettore del Santa Maria della Scala, Ugolino Billò. Il lavoro venne terminato nell'aprile del 1732. Con la "Probatica Piscina" (o "Piscina di Siloan"), Conca si guadagnò la diffusa ammirazione dei contemporanei. In particolare, furono apprezzati l'ampio respiro dell'opera e la sapiente composizione, fedele al racconto evangelico e ricca di scrupolosi dettagli. Fu in seguito tra l'altro al servizio della corte sabauda, e lavorò all'oratorio di San Filippo e alla chiesa di Santa Teresa a Torino. Nel 1739 scrisse un libro dal titolo Ammonimenti, contenente precetti morali e artistici e dedicato a tutti i giovani che avessero voluto diventare pittori.
Dopo il suo ritorno a Napoli nel 1752, Conca passò, dalle esperienze classicheggiante, ai canoni, più grandiosi, del tardo barocco e del rococò e si ispirò soprattutto alle opere di Luca Giordano. Grazie all'aiuto del Vanvitelli, ricevette onori e incarichi da Carlo III di Borbone e dai più potenti ordini religiosi partenopei. Le sue opere più impegnative di questi ultimi anni sono andate distrutte, mentre sono rimaste numerose pale per altare di Napoli, tele inviate in Sicilia, i dipinti eseguiti per i benedettini di Aversa (1761) e le Storie di San Francesco da Paola, eseguite tra il 1762 e il 1763 per i Frati Minori del Santuario di Santa Maria di Pozzano a Castellammare. Con decreto regio fu elevato al rango di nobile nel 1757. Le ragioni del suo clamoroso successo si possono riconoscere nelle sue grandi capacità di mediare le diverse componenti artistiche del secolo: quella scenografia, magniloquente e grandiosa, appresa negli anni col Solimena, e quella più misuratamente composta del classicismo riformatore del Maratta. L'abilità del Conca fu dunque di sapersi misurare tanto con la tradizione quanto con le caute novità del momento, dosando e potenziando di volta in volta le diverse e molteplici componenti del linguaggio tardobarocco. Tra i suoi migliori allievi figura Gaetano Lapis, detto anche il Carraccetto. Una discreta celebrità ebbe anche il nipote di Sebastiano, il romano Tommaso Conca. Sebastiano Conca ha lasciato innumerevoli opere, che si stimano in circa 1200 pezzi.

Achille della Ragione

 

fig. 2 - La regina Artemisia che beve le ceneri di Mausolo (particolare) -
53 x73 - Lecce collezione Terragno Centonze
 
 

fig. 3 - La regina Artemisia che beve le ceneri di Mausolo (particolare) -
53 x73 - Lecce collezione Terragno Centonze

Le strade di Napoli ignorano i Borbone

  

Il Mattino 3 agosto 2020, pag 34


Molte strade napoletane portano il nome dei vincitori: i piemontesi, che, con le armi di Garibaldi conquistarono  un antico regno annettendolo al loro. Cambiarono il toponimo di piazze e strade cittadine, compreso piazza della Stazione che prese il nome dell’eroe dei due mondi, ma l’ignominia maggiore riguarda il corso Vittorio Emanuele del quale vogliamo brevemente ripercorrere la storia.
Nel 1853 il re borbone Ferdinando II realizzava la prima tangenziale al mondo: un’arteria di cinque chilometri, che, superando delicati problemi orografici, metteva in collegamento la parte occidentale della città con la parte orientale, permettendo l’urbanizzazione di vaste aree.
L’opera fu apprezzata in tutta Europa per le soluzioni tecniche e la velocità di esecuzione. I Napoletani cavallerescamente vollero dedicarla alla regina Maria Teresa, ma il toponimo ebbe breve durata, perché subito dopo l’unità d’Italia, i Savoia decisero che un nuovo nome: corso Vittorio Emanuele, dovesse ricordare il loro re conquistatore dell’antico regno, anche se la strada era stata realizzata da un altro sovrano.
Questa appropriazione indebita è passata sotto silenzio per 150 anni, ma è giunto il momento per fare giustizia di questi soprusi del passato, grazie al certosino lavoro di coraggiosi storici che, lentamente, ci stanno insegnando a rivalutare la nostra storia gloriosa.
Un invito al nostro sindaco a voler dedicare questa strada a chi l’ha ideata e realizzata nell’interesse della sua amata città: Ferdinando II.


Achille della Ragione