martedì 21 marzo 2017

Precisazioni ed aggiute a Girolamo De Magistro

fig.1 - De Magistro -S. Lucia- Napoli, S. Maria della Sanità


Girolamo dello Mastro (De Magistro) è pittore collocabile per affinità stilistiche tra i collaboratori o quanto meno tra i seguaci di Stanzione, grazie al Nappi, si è scoperta la sua data di nascita, 1612 e la data di esecuzione del suo San Michele (fig.2), 1650. Egli fino a pochi anni fa ci era noto unicamente per la sua firma: «Hyeronimus De Magistro» reperita la prima volta dal Causa tra vecchie incrostazioni sotto la S. Lucia (fig.1) della chiesa di Santa Maria della Sanità.

fig.2 - De Magistro  -S. Michele arcangelo- Napoli, Purgatorio ad arco
In seguito è stata ritrovata, in occasione di un restauro, un’altra sua opera firmata: il San Michele che schiaccia i diavoli ribelli della chiesa del Purgatorio ad Arco, tradizionalmente assegnato all’altrettanto misteriosa e sfuggente Annella De Rosa.
La critica ha cercato di avvicinare la Santa Lucia al gruppo radunato attorno all’Ultima cena della parrocchiale di Fontanarosa per le analogie molto evidenti tra il volto del Cristo e quello della santa, come pure il Bologna ha segnalato diversi quadri da confrontare, anche se taluni manifestano, per la loro disomogeneità, delle perplessità, esternate in una pubblicazione dalla Vega De Martini.
Eseguito nel corso del 1994, il restauro del San Michele Arcangelo posto nella prima cappella a sinistra della chiesa di Purgatorio ad Arco, ha permesso di assegnare il dipinto al poco noto pittore Girolamo De Magistro, del quale è stata ritrovata la firma nascosta da pesanti ridipinture ed occultata dalla cornice spessa. Questa scoperta ha consentito non solo di correggere la tradizionale attribuzione, trasmessa dal Galante, ad Annella De Rosa, sorella di Pacecco e figliastra di Filippo Vitale, ma anche e sopratutto di aggiungere una seconda opera certa all'esiguo catalogo del pittore, il quale non risulta mai citato dalle fonti storiografiche. Nel 1957, il nome di De Magistro fu reso noto per la prima volta dal compianto Raffaele Causa, che lesse la sua firma sulla 'Santa Lucia' che si conserva nel transetto di sinistra della Chiesa di Santa Maria alla Sanità, opera precedentemente attribuita a Massimo Stanzione dal Dalbono e a Bernardo Cavallino dall'Ortolani. Raffaele Causa inserì il pittore nell'ambito di Pacecco de Rosa e di Filippo Vitale, ponendo in evidenza la necessità di ricercare e di ricostruire personalità di cui si è perso anche il nome. Significativo è il ritrovamento di diversi documenti da parte dell'archivista e studioso Eduardo Nappi sulla chiesa di Purgatorio ad Arco(in La chiesa delle Anime del Purgatorio nei sec. XVII-XVIII, in 'Ricerche sul '600 napoletano', Napoli 1987 e in 'Catalogo delle pubblicazioni edite dal 1883-1990 riguardanti le opere di architetti, pittori, scultori, marmorai etc. pagate tramite antichi banchi pubblici napoletani, in ' Ricerche sul '600 napoletano', Milano 1992). Il primo significativo ritrovamento riguarda un 'processetto matrimoniale' del 1654, che ci consente di risalire all'anno di nascita del pittore De Magistro, il 1612, e di apprendere anche il suo vero nome, Geronimo Dello Mastro, latinizzato secondo i costumi dell'epoca; gli altri documenti si riferiscono in particolare all'esecuzione di due dipinti per il Purgatorio ad Arco, pagati 50 ducati nel 1650, il 'San Michele Arcangelo' appunto ed una ' Madonna con il Crocifisso' di cui si è persa traccia. Nell'ambito culturale classicista d'estrazione bolognese e romana del maturo Pacecco De Rosa, di cui forse il De Magistro fu allievo, va inserito il dipinto raffigurante San Michele per i tono cromatici lucenti e per l'astratta tipizzazione, per la cura del dettaglio elegante della veste luminosa e serica e per gli atteggiamenti di grazia manierata di reniana memoria. E proprio ad una nota opera di Guido Reni, il San Michele Arcangelo, dipinto su seta per la chiesa dei Padri Cappuccini di Santa Maria della Concezione a Roma nel 1635, pare ispirarsi il De Magistro, dipinto che poté conoscere senza muoversi da Napoli, perché ne fu ricavata una incisione dal De Rossi fin dal 1636. Le operazioni di restauro, hanno svelato al di sotto di una densa patina bruna, fatta di polveri, grassi, vernici ingiallite, particolari illeggibili, quali la coda e le mani artigliate del demonio ed i brani di cielo di un bel azzurro intenso.

fig.3 - Susanna e i vecchioni - Cosenza, collezione Pellegrini
fig.4 - Loth e le figlie - Savona collezione Rizzo

I suoi due dipinti fino ad ora assegnati con certezza posseggono una validità di impianto ed una accuratezza pittorica che rivelano la mano di un maestro di estrazione solida ed antica, per cui quanto prima, se si riuscirà a reperire qualche altro quadro firmato, si potrà registrare più a fuoco la personalità di questo ancora misterioso pittore, che potrà entrare così a pieno titolo nella storia del secolo d’oro della pittura napoletana.
Al suo pennello, a nostro parere, oltre  alle due tele firmate dovrebbe essere assegnata anche una Santa Agnese passata tempo fa sul mercato antiquariale napoletano, la Susanna ed vecchioni (fig.3) della raccolta Pellegrini di Cosenza  e soprattutto il Loth e le figlie (fig.4) di collezione Rizzo.
Il tema di Lot e le figlie permette di rappresentare una scena nella quale giovani fanciulle discinte concupiscono l’anziano genitore, facendolo ubriacare, ma soprattutto mostrandogli le grazie dei loro corpi acerbi. L’iconografia ebbe straordinario successo a Napoli, dove numerosa era una clientela borghese, che amava adornare i salotti delle proprie case con soggetti biblici o devozionale, ma nei quali fossero presenti sante od eroine dalle forme ben acconce e generosamente esposte. Negli inventari napoletani si contano centinaia di quadri con questo soggetto e molti ci sono pervenuti. Il Beltrano si è soffermato più volte sul tema, anche se alcuni dipinti in passato a lui attribuiti, vanno espunti e collocati nel catalogo di altri artisti.
Lot è un Patriarca della Bibbia, nipote di Abramo, figlio di suo fratello Aran e secondo il racconto biblico, egli seguì suo zio nella marcia fino alla terra promessa (Genesi 11, 27-31) ; ma quando le loro greggi divennero così numerose da non poter più pascolare insieme, decisero di separarsi. Loth scelse come suo territorio la valle del Giordano e la zona intorno al Mar Morto, mentre Abramo andò nella direzione opposta (Genesi 13). In seguito, stabilitosi a Sodoma, venne rapito quando la città fu saccheggiata nel corso di una guerra; ma Abramo, venutolo a sapere, insieme ai suoi servi inseguì i razziatori, li sconfisse e liberò il nipote (Genesi 14).
Ritornando al dipinto di collezione Rizzo (fig.4) bisogna  sottolineare la bella impaginazione della composizione, ariosa e franca, aggiustata e gaia nel colorito, il fraseggio fresco ed elegante ed un preciso riferimento alle fascinazioni del Cavallino.
La tela fissa il momento in cui Loth viene sedotto dalle sue giovani figlie. Il vegliardo ha un aspetto tranquillo e di fiduciosa attesa, mentre le figlie, dal volto dolcissimo e di una complicità intrigante, bramano a soddisfare ogni più recondito desiderio e pulsione dell’anziano genitore. I panneggi delle vesti sono eseguiti con tecnica raffinata e ricercatezza nella resa cromatica. Sullo sfondo uno scorcio di antiche architetture dalla forte carica espressiva, che evoca città lontane e misteriose.
Favola biblica dalla forte carica lirica, questo dipinto illustra egregiamente un pittore in atto di raddolcire la sua cifra stilistica, non insensibile alla languida lezione del Cavallino entro cadenze pacatamente sensuali. Alcuni dettagli appaiono ripresi dall’autore del dipinto in questione, che appare pronto a caricare i toni e le espressioni, secondo un marchio connotativo, che parte indubbiamente da Vitale e prosegue fino a Marullo. L’edificio sulla destra per le irreali lumeggiature in luce diurna appare come una pura citazione, in riferimento alla cultura figurativa di Francois De Nomè. L’opera trova collocazione alla metà del Seicento
La Susanna ed vecchion i (fig.3) della raccolta Pellegrini di Cosenza  fu da me illustrata nel catalogo della collezione che pubblicai nel 1998. Riporto parzialmente ciò che scrissi all’epoca: “Il quadro ispirato ad un’iconografia cara a quasi tutti i pittori del Seicento napoletano, che si sono cimentati su questo soggetto, è trattato con una cura diligente nell’espressione dei volti dei personaggi:dai due vecchioni, in cui è lampante la libido repressa e la sfrenata bramosia di peccato, alla casta Susanna, da un lato adombrata per le insistenti attenzioni senili, ma che tuttavia non sa nascondere un’inconscia accondiscendenza a delle profferte così sfacciate. Il tutto immerso in un’atmosfera resa surreale dalla presenza sullo sfondo di un’architettura fantastica alla De Nomè, arricchita da brocche preziose e vesti eleganti di damasco, curate meticolosamente nell’aspetto cromatico.
Il pennello del pittore ha indugiato voluttuoso sull’incarnato della donna nuda dalle forme perfette e dalla prorompente bellezza mediterranea, regalandoci un brivido d malizia indimenticabile.
I seni della Susanna sono di materia carnosa, opulenta, traslucida, sono eterni, fuori dal tempo e dallo spazio, non si deformano, né avvizziscono, archetipo femminile della femminile bellezza. Simboleggiano il porto sicuro cui ognuno anela di fermarsi a riposare per sempre, preziosi come una boccetta di rare essenze, maestosi, ma nello stesso tempo fragili, come se costituiti da sottile cristallo, che a rompersi si disperdono come polvere di talco.
Da considerare attentamente l’ipotesi di Leone De Castris che condividiamo pienamente, il quale oltre a riscontrare tangenze con Filippo Vitale tardo, il giovane Pacecco, Onofrio Palumbo e Niccolò De Simone, ritiene che l’autore possa essere una personalità attiva a Napoli negli anni ’30 – ’40 o forse appena oltre, che potrebbe identificarsi con Gerolamo De Magistro. (In seguito identificato attraverso documenti da De Vito per Gerolamo Dello Mastro)
Lo studioso ci confidò di aver scoperto una sua terza opera firmata per esteso e di averla collegata a numerose altre che da tempo raccoglie e che denotano la stessa mano. Tali dipinti fanno capo ad uno splendido Salomone che adora gli idoli, già in asta a New York nel 1981 e posseggono tutti uno sfondo architettonico alla De Nomè o alla Codazzi, una cura meticolosa nella definizione dei panneggi delle vesti, spesso di damasco, la presenza di oggetti di argenteria o brocche preziose, mentre i visi delle donne, dolcissimi, hanno degli ovali caratteristici, lo stesso tipo di costruzione del volto e la stessa boccuccia ben definita nelle labbra che caratterizza la nostra casta Susanna.

Caravaggio? Ma quale Caravaggio!

fig.1 - Achille con due allieve

Da circa un mese circola per Napoli una leggenda metropolitana, consistente nel ritrovamento di due Caravaggio nei depositi della chiesa di S. Anna dei Lombardi.
Alla base della bufala vi è un'autorevole fonte documentale: nel Seicento, nella cappella Fenaroli della citata chiesa Caravaggio eseguì tre dipinti: una straordinaria Resurrezione, lodata in maniera entusiastica da tutti i viaggiatori del Grand Tour, con in testa Cochin, che gli dedica ben tre pagine, descrivendola accuratamente in tutti i dettagli ed inoltre vengono eseguiti dal sommo pittore lombardo altre due tele, di cui conosciamo unicamente l'iconografia: un San Francesco con le stimmate ed un San Giovanni Battista.
Alcune settimane fa, appena la notizia ha cominciato a dilagare, il massimo studioso di Caravaggio mi ha telefonato da Firenze chiedendomi di accompagnarlo per un sopralluogo per chiarificare la potenziale autografia.
Nelle more di questo incontro ho deciso di organizzare una delle mie settimanali visite guidate (fig.1) alla chiesa che ospita senz'alcuna indicazione le tele ritornate alla luce dopo un oblio secolare.
L'esame dei quadri ha portato ad un responso del tutto deludente, non solo non ci troviamo davanti ai capolavori perduti del Caravaggio, ma nemmeno davanti ad una copia decente di un seguace, come tutti possono accertarsi dall'esame delle foto, che pubblico in anteprima assoluta (fig.2-3).

fig.2 - Caravaggio?
fig.3 - Caravaggio?

A fare compagnia nella cappella dell'Assunta ai due presunti Caravaggio una splendida replica autografa dell'Annunciazione di Scipione Pulzone (fig.4) conservata nel museo di Capodimonte ed uno squallido San Sebastiano (fig.5) di un ignoto, quanto ignobile seguace del Ribera.
In compenso possiamo presentare ai nostri lettori una notevole tela raffigurante la Madonna col bambino che appare a San Carlo Borromeo (fig.6), che giace priva di attribuzione all'ingresso della cappella D'Avalos. Possiamo attribuire con certezza assoluta il dipinto a Carlo Sellitto, di cui in altra cappella si conservano i due documentatissimi lavori del pittore eseguiti nel 1608 e provenienti dall'antica cappella Cortone.
Nonostante, come spesso capita anche visitando mostre pubblicizzatissime, non possiamo ammirare dei Caravaggio, la visita della chiesa è rigorosamente consigliata in dosi massicce a napoletani e turisti, perché costituisce un museo della scultura rinascimentale e possiede alcuni gioielli inarrivabili, dal Refettorio affrescato da Giorgio Vasari al commovente Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni.


fig.4 - Pulzone - Annunciazione
fig.5 - Ignoto - San Sebastiano
fig.6 - Sellitto-S.Carlo Borromeo- Napoli, Monteoliveto

lunedì 20 marzo 2017

La chiesa della Nunziatella


Achille con due allieve

Carissimi amici ed amici degli amici esultate, la prossima visita guidata, la 28°, si svolgerà domenica 26 marzo, con appuntamento alle 10,15 all’ingresso della chiesa della Nunziatella, aperta solo per noi. Nel frattempo deliziatevi con questo mio  articolo sull’argomento, leggetelo con attenzione e diffondetelo ad amici, parenti, collaterali ed affini.
Achille
Vi invito inoltre a consultare il mio sito www.achilledellaragione.it  dove potrete leggere oltre 1500 articoli.
Trovandovi consultate anche http://www.guidecampania.com/aniellofalcone/

  Interno della chiesa della Nunziatella

 La chiesa della Nunziatella


La chiesa della Nunziatella si colloca sul punto più alto della collina di Pizzofalcone, luogo storicamente legato alla fondazione della stessa città di Napoli. L'antico borgo di Parthenope fu infatti qui fondato dai Rodii come avamposto commerciale, e si sviluppò, durante il periodo cumano, lungo le odierne via Monte di Dio e via Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone. A quell'epoca, l'area era difesa dall'acropoli posta sulla parte del promontori esposta a sud, ed era collegata al porto, posto in corrispondenza dell'attuale Isola di Megaride, attraverso l'attuale via Gennaro Serra. Il progressivo abbandono di Parthenope, avvenuto nella seconda metà del VI secolo a. C., e la fondazione di Neapolis nell'attuale area di Santa Lucia, lasciò a Pizzofalcone costruzioni militari e templi, tra cui quello dedicato ad Aphrodites Eupoplea, protettrice dei marinai.
A partire dal I secolo d. C., l'area di Pizzofalcone divenne luogo di delizie, e come tale vide il sorgere di numerose ville patrizie della nuova élite Romana, tra cui famosa quella di Licinio Lucullo, la quale occupava tutta l'area fra l'attuale Castel dell'Ovo e la cima di Pizzofalcone. Quest'ultima fu poi fortificata nel 440 sotto l'imperatore Valentiniano III, e fu da allora conosciuta come Castrum Lucullanum. L'area del Castrum, con propaggini fino a quella attualmente occupata dal Maschio Angioino, divenne progressivamente nel V secolo una zona conventuale, con l'edificazione di numerosi monasteri. La situazione della zona rimase immutata per tutto il periodo del Ducato di Napoli e fino all'arrivo in città di Alfonso il Magnanimo. Quest'ultimo riconobbe il grande valore strategico di Pizzofalcone per la difesa della città, ed elaborò un disegno che vedeva il Castrum Lucullanum fungere da punto di sutura tra il Maschio Angioino ed il Castel dell'Ovo. La zona, oltre ai conventi ed alle strutture militari, vide progressivamente il sorgere di dimore nobiliari. I proprietari, per dimostrare la propria devozione verso un particolare ordine religioso, spesso fecero costruire nella loro proprietà delle chiese o altre strutture, che poi donavano ai monaci. Nel giardino della Villa di Antonio Rota (padre del poeta Bernardino Rota ), ad esempio, fu edificata da Costanza Doria del Carretto la Basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, poi donata al vicino convento dei Teatini.
La chiesa, oggi bellissima testimonianza del barocco, venne edificata nel 1588 da Anna Mendoza Marchesa della Valle, che in seguito ne fece dono ai Gesuiti. Fu rimaneggiata nel 1736 dall'architetto Ferdinando Sanfelice, il quale ne cancellò ogni traccia dell'impianto originario del XVI secolo.
In seguito alla cacciata dei Gesuiti nel 1773 da parte di Ferdinando IV di Borbone, il complesso venne affidato ai padri somaschi, affinché vi stabilissero un collegio per i figli dei cavalieri dell'Ordine di Malta. L'anno dopo lo stesso re vi aprì il "Real collegio militare" e i padri somaschi si trasferirono alla chiesa del Gesù Vecchio. Da qui in poi la chiesa è stata utilizzata dalla Scuola Militare Nunziatella come cappella dell'istituto.
Oltre che per l'importanza architettonica, la chiesa ha anche un rilevante valore storico. All'atto della sua edificazione, la struttura religiosa fu infatti dedicata alla Vergine Annunziata, ma la voce popolare la denominò presto "Annunziatella" o "Nunziatella", per distinguerla dall'altra molto più grande (basilica della Santissima Annunziata Maggiore). Il nome della chiesa passò successivamente ad indicare anche l'Istituto militare contiguo, uno dei più antichi al mondo ancora in attività. Proprio in tal senso, la parte retrostante l'altare maggiore venne usata fino al 1985 come postazione del Coro degli Allievi della Nunziatella durante la celebrazione della Messa domenicale. Per tradizione informale, gli appartenenti al Coro lasciavano (e lasciano tuttora) la propria firma sulle pareti, costituendo così un documento storico minore, tra l'altro immortalato in un volume sull'argomento.
L'interno della chiesa ha una pianta longitudinale, con navata unica coperta da volta a botte e quattro cappelle laterali, mentre il presbiterio viene definito dall'arco trionfale.
La prima cappella a destra contiene il monumento funebre a Don Giovanni Assenzio Goyzueta, morto nel 1783, Segretario di Stato di Ferdinando IV. Il monumento è scolpito in marmo bianco ed opera di Salvatore Di Franco, allievo di Giuseppe Sammartino. Gli elementi decorativi, oltre al ritratto del defunto, sono rappresentati da una donna scarmigliata e da un amorino piangente che spegne la propria fiaccola.
Sull'altare della cappella è presente una Crocifissione opera di Ludovico Mazzanti, in cui sono rappresentate le figure del Cristo, della Madonna e di San Giovanni. Sulle pareti della cappella sono invece rappresentate altre due scene della Passione di Cristo, opere di Francesco De Rosa. Nella prima viene rappresentata la prima caduta durante l'ascesa al Calvario da parte del Cristo con la croce in spalla. Nella seconda, la Deposizione (1646), viene istoriata la scena della sepoltura, in cui appaiono nuovamente la Madonna e San Giovanni con Maria Maddalena, i quali confortano la Vergine, mentre Giuseppe e Nicodemo depongono il corpo del Cristo nel sepolcro. Il soffitto della cappella è decorato da un affresco rappresentante quattro angioletti, opera di Girolamo Cenatiempo.
La seconda cappella a destra è dedicata al gesuita San Stanislao Kostka. L'altare della cappella è sormontato da un quadro allegorico, opera di Paolo de Matteis rappresentante il santo in gloria con la Madonna Assunta. La scena è un'allusione diretta al 15 agosto, giorno della scomparsa del Kostka, in cui la Chiesa Cattolica festeggia l'Assunzione di Maria, e collega la cappella alle altre e al ciclo mariano della navata centrale.
Sulle pareti laterali vi sono due quadri di Ludovico Mazzanti, la Gloria del Bambino in braccio al Santo e la "Sacra Eucarestia consegnata al Santo", mentre il cupolino affrescato è opera di Giuseppe Mastroleo.
L'altare maggiore, riccamente composto da marmi policromi, è un esempio classico di Barocco napoletano, realizzato nel 1732 da Giuseppe Bastelli su disegno di Carlo Schisano, ed è impreziosito ai due lati da due coppie di angeli reggi-fiaccola, opera del 1756 di Giuseppe Sammartino i quali presentano notevoli analogie con gli Angeli reggi fiaccola che lo stesso autore realizzò per la Chiesa dei Girolamini.
Al di sopra dell'altare vi sono tre opere del ciclo in stile rococò La vita di Maria di Ludovico Mazzante. La Visita di S. Elisabetta a sinistra, e La nascita del Signore a destra, affiancano l'Annunciazione di Maria, opera che rappresenta la dedica della Chiesa alla Madonna dell'Annunziata.
Ancora sovrastante a questi ultimi, il catino absidale è istoriato dall'affresco L'Adorazione dei Magi, opera di Francesco De Mura.
La prima cappella a sinistra dall'entrata, sull'altare porta un quadro di Francesco De Mura, rappresentante il santo che predica agli Indiani.
Di Mastroleo sono invece sia i dipinti ad olio alle pareti, rappresentanti scene della vita del santo, che la volta.
La seconda cappella a sinistra dall'entrata, porta sull'altare un quadro di Francesco De Mura. I due laterali rappresentano il santo vestito di pianeta in ginocchio davanti al Signore; e di nuovo il santo inginocchiato davanti alla Santissima Trinità, entrambi
opera di Giuseppe Mastroleo. Parimenti opera di Mastroleo è la volta, sulla quale è istoriata la scena della morte del santo.
La volta della navata è completamente coperta dall'affresco Assunzione della Vergine di Francesco De Mura.
La controfacciata, nella quale trova posto l'ampio finestrone che dà luce alla navata, è istoriata dall'affresco i Quattro santi di Ludovico Mazzante.

  Esterno della chiesa della Nunziatella

lunedì 6 marzo 2017

Una mostra da sballo al museo PAN di Napoli

 

fig.1

Duecento foto di splendide modelle nude


Isaac Newton, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, amava scrutare le stelle del cielo, scoprirne forme e dimensioni e le ferree leggi che ne regolano il movimento. Un suo lontano discendente, Helmut, viceversa ha immortalato con le sue audaci foto le fattezze anatomiche di stelle del firmamento terrestre, indagandone non solo i corpi, ma anche l'anima.
A questo suo indefesso lavoro è dedicata una mostra che si potrà ammirare fino al 18 giugno al museo PAN di Napoli, fiore all'occhiello dell'alacre sindaco De Magistris, protagonista della rinascita culturale della città.
Ad accogliere il visitatore il logo della mostra (fig. 1) riprodotto sulla copertina del catalogo: una spettacolare fanciulla che ci mostra in simultanea un lato B più che invitante e un lato A che più desiderabile non si può. Ma noi preferiamo l'unica immagine a colori (fig. 2), calda e sensuale, che c'invita a dare libero sfogo alle più sfrenate fantasie erotiche.

fig.2

Per la visita, forse per ricordare l'antenato di Helmut, si deve sborsare una cifra astronomica: 11 euro, il doppio di Capodimonte, per cui somma è stata la mia meraviglia, quando l'altro giorno, dopo aver rotto il salvadanaio, mi sono recato con la mia adorata moglie Elvira a visitare la mostra. Credevo di godere di una perfetta solitudine, mentre invece numerosi erano i visitatori di ambo i sessi, anzi dei tre sessi, perché cospicua era la rappresentanza dei gay.
Ho provato a interrogare i visitatori, partendo dalle donne, alle quali chiedevo: "Ma che siete venute a fare, v'interessano le donne nude?" Ho ricevuto le risposte più varie, ma tutte sottolineavano la percezione di un'aurea di volgarità (fig.3 – 4). Le checche invece si deliziavano a contare il numero di foto che costituivano un lampante omaggio a Saffo e le sue seguaci (fig. 5).

fig.3

fig.4

fig.5

fig.6

Su Helmut (fig.6)  girano le opinioni più disparate. Per qualcuno è un genio che ha elevato la fotografia di moda ad arte; per altri è un misogino le cui fotografie hanno oltrepassato i limiti dell’accettabilità.
Lui stesso era consapevole dei giudizi controversi che attirava, e su quell’immagine da cattivo ragazzo ci costruì buona parte del suo personaggio.  Una sua frase, forse la più famosa, spiega bene l’inclinazione di Newton:  «Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione».
La fama di Newton esplose nel mondo della fotografia alla fine degli anni ‘60, quando iniziò ad introdurre nella fotografia di moda elementi di sado-masochismo, voyeurismo e omosessualità. Le donne sono riprese in pose provocanti: si aggirano cariche di tensione erotica attraverso la camera di un albergo; si adagiano su un divano colme di soddisfazione post coitale (fig.7 – 8). Quasi sempre nature, ma rigorosamente con tacco 12 (fig.9 – 10)
La sua carriera e’ stata accompagnata dal gusto per la provocazione.  Nel 1974, uscì il suo primo libro White Women. che ottenne  l’effetto desiderato: una bomba A. 
Le sue  modelle sono alte, forti e muscolose (fig. 11), in pratica il prototipo di modella anni ‘80. Gli scenari che rappresenta riflettono le sue ossessioni represse e, comprensibilmente , non pochi ritengono il suo lavoro degradante per la dignità della donna.
L’idea espositiva, nata nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del fotografo e presidente della Helmut Newton Foundation, raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato i tre sezioni. A Napoli la mostra, curata da Matthias Harder e Denis Curti, presenta oltre 200 immagini.
I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.
  

fig.7
fig.8

fig.9

fig.10
fig.11


 White Women
Nel 1976 Helmut Newton dà alle stampe il suo primo libro monografico, che subito dopo la sua pubblicazione riceve il prestigioso Kodak Photo Book Award. 84 immagini a colori e in bianco e nero in cui per la prima volta il nudo e l’erotismo entrano nel mondo della moda: si tratta di fotografie innovative e provocanti che rivoluzionano il concetto di foto di moda e testimoniano la trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale. Visioni che trovano spunto anche nella storia dell’arte, in particolare nella Maya desnuda e nella Maya vestida di Goya del Museo del Prado di Madrid.
Sleepless Nights
Anche Sleepless Nights pubblicato nel 1978, ruota attorno alle donne, ai loro corpi, agli abiti, ma trasformando le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage di scena del crimine. I soggetti sono solitamente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici o sono bardate in selle in cuoio, fotografati fuori dal suo studio, quasi sempre in atteggiamenti sensuali e provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come mero pretesto per realizzare qualcosa di completamente nuovo e molto personale. Sicuramente si tratta del volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue fra tutti), ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.
Big Nudes
Con la pubblicazione Big Nudes del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista della fotografia del secondo Novecento, inaugurando una nuova dimensione – misura, quella delle gigantografie che entrano prepotentemente e di fatto nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Fonte di ispirazione dei  nudi a figura intera ed in bianco e nero ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, sono stati per  Newton i manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.
Il percorso espositivo permetterà di conoscere un Helmut Newton più profondo e se vogliamo più segreto rispetto a quanto già diffuso: infatti, se l’opera del grande fotografo è sempre stata ampiamente pubblicata e con enorme successo su tutte le riviste di moda, non sempre la selezione effettuata dalle redazioni corrispondeva ed esprimeva compiutamente il pensiero dell’artista.
L’obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà  che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.
Potremmo continuare a lungo con le chiacchiere, ma preferiamo lasciare la parola alle immagini (fig.12–13–14) in grado, tra poppe al vento e sederi ben torniti, di parlare in maniera più eloquente all'occhio del lettore, di cui aspettiamo con trepidazione osservazioni e commenti.


fig.12

fig.13

fig.14

domenica 26 febbraio 2017

Una chiesa negata alla fruizione

Chiesa della Santissima Annunziata, Pizzofalcone- Napoli


La chiesa della Nunziatella, sita nei pressi dell'omonima e gloriosa scuola militare, è uno degli edifici sacri più prestigiosi della città ed è praticamente negato alla fruizione di turisti e appassionati d'arte.
Infatti i fedeli possono tranquillamente ascoltare la messa la domenica, poscia la chiesa con i suoi capolavori di Francesco de Mura e di tanti altri artisti famosi chiude inesorabilmente.
Se un'associazione culturale benemerita, come quella che da quindici anni guido con piglio autorevole, volesse visitare la chiesa, dovrebbe sottoporsi ad un assurdo diktat, imposto dalle autorità militari: stipulare preventivamente un'assicurazione che copra eventuali incidenti durante il percorso e fornire con grande anticipo copia del documento d'identità dei partecipanti.
Imposizioni a cui non sono sottoposti i fedeli, forse perché protetti dall'alto dei cieli e perché non hanno nulla da nascondere sulla loro identità.
Una disposizione che grida vendetta o quanto meno richiede ragionevole giustizia e sulla quale chiedo al Ministro della Difesa (anche se in questo caso si tratta di un'offesa) di pronunciarsi, ricordandogli che la chiesa è patrimonio di tutti i Napoletani, che debbono poterla visitare quando vogliono e mostrarla con orgoglio ai numerosi turisti, che finalmente hanno capito che Napoli è una grande capitale che merita di essere conosciuta in tutto il mondo.
Presidente e dux imperituro degli Amici delle chiese napoletane.

Amici delle chiese napoletane

martedì 21 febbraio 2017

"Scritti sulla pittura del Seicento e Settecento napoletano" II tomo

In 1^ di copertina
Filippo Vitale, Giuditta e Oloferne
Napoli collezione privata


Un prezioso libro di Achille della Ragione


"Scritti sulla pittura del Seicento e Settecento napoletano" II tomo, raccoglie una serie di articoli pubblicati dall’autore nel 2016 su riviste cartacee e telematiche. Si tratta in prevalenza di contributi alla storia della pittura napoletana del Seicento e del Settecento, ma non è trascurato il mercato e soprattutto l’invito a scoprire, in egual misura, capolavori inediti ed autori poco noti.
Un eccitante articolo è dedicato all’erotismo nella scultura, un argomento trascurato e che merita di essere conosciuto, come pure sono recensiti alcuni dei più importanti libri d’arte usciti negli ultimi mesi.
Il primi 5 capitoli, i più importanti, sono dedicati ad esaminare una importante collezione privata napoletana, ricca di autori prestigiosi e della quale a breve uscirà un esaustivo catalogo.
Un libro che non potrà mancare nella biblioteca di studiosi ed appassionati e che potrebbe costituire una splendida strenna da regalare ad un amico.
Non mi resta, nel ringraziare Dante Caporali, autore delle splendide foto, che augurarvi buona lettura.

Marina della Ragione

Il libro si può ordinare presso
Libro Co Italia – tel. 055 8229414 – 055 8228461
libroco@libroco.it
Libreria Neapolis – tel. 081 5514337
info@librerianeapolis.it



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in 4^ di copertina
Luca Giordano, Crocifissione di San Pietro
Napoli collezione privata


 
INDICE
  • Prefazione   
  • Da Ribera a Stanzione, il trionfo della pittura   
  • Interessanti inediti del Settecento napoletano  
  • Esemplari di natura morta napoletana in posa 
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sabato 18 febbraio 2017

Da Ribera a Stanzione, il trionfo della pittura

fig.1  - De Simone -Entrata di Gesù a Gerusalemme

Niccolò de Simone, “geniale eclettico” dalle molteplici componenti culturali, fu pittore e frescante, operoso per oltre venti anni sulla scena napoletana e, pur con le difficoltà di classificare il suo pennello multiforme, in grado di recepire le più diverse influenze, può rientrare ragionevolmente nella cerchia falconiana, in parte per il racconto fantasioso del De Dominici, che ce lo descrive partecipante alla Compagnia della morte, ma precipuamente per un evidente rapporto stilistico con la produzione di Aniello Falcone, di Andrea De Lione e di Domenico Gargiulo, da cui prendono ispirazione molte delle sue opere.
Oggi la critica, grazie ai contributi prima della Novelli Radice e poi, più volte, della Creazzo e dopo la pubblicazione della mia monografia sull’artista: “Niccolò de Simone un geniale eclettico” conosce più che bene i caratteri distintivi del suo stile pittorico: anatomie sommarie, tipica concitazione delle scene, caratteristico volto delle donne, tutte mediterranee dai pungenti occhi scuri, assenza di profondità spaziale con bruschi passaggi di scala, evidentissimi nel dipinto in esame: Un’entrata di Gesù a Gerusalemme (fig.1), folle in preda ad un’intensa agitazione, cieli tempestosi e baluginanti, squisita sensibilità da espressionista nordico, ripetitività nella costruzione dell’impianto generale della scena, personalissima resa cromatica nell’uso di colori stridenti ed incarnati rossicci.

  
fig.2 - Francesco Fracanzano -Santo in meditazione

Figlio di Alessandro ed Elisabetta Milazzo, Francesco Fracanzano, fratello minore di Cesare, nacque a Monopoli, in terra di Bari, il 9 luglio 1612. Trasferitosi a Napoli con la famiglia nel 1622, si sposò nel 1632 con la sorella di Salvator Rosa, Giovanna. Sempre a Napoli, secondo la testimonianza del De Dominici, si formò con il fratello nella bottega del Ribera, aderendo a quella svolta nella pittura napoletana dell’epoca alla quale partecipano artisti come Guarino ed il Maestro dell’annuncio ai pastori con il quale è stato spesso confuso. Si pensa possa essere scomparso con la peste del 1656, anche se alcuni documenti di pagamento lo mostrano ancora al lavoro nel mese di maggio.
La rappresentazione di mezze figure di santi e filosofi, investigati con crudo realismo, fu una moda nata nella bottega del Ribera a Napoli ed affermatasi poi anche in provincia grazie ai suoi discepoli, tra i quali, con una rilettura originale, si annovera anche il sommo Luca Giordano, che più volte ritornerà sul tema nel corso della sua lunga carriera, dilatando oltre misura la sua fase riberesca, identificata erroneamente dalla critica con un periodo unicamente giovanile.
Tra i più convinti seguaci del valenzano si distingue Francesco Fracanzano, il quale lavorando con il Ribera ne recepì la stessa predilezione per la corposità della materia pittorica e ripropose spesso i soggetti più richiesti dalla committenza: studi di teste e mezze figure di filosofi e profeti su fondo scuro.
Un omaggio al Ribera più che una copia da un originale perduto va considerato il poderoso Santo in meditazione (fig.2) della collezione privata in esame, che mostra ancora una volta la funzione del Fracanzano nella bottega del grande spagnolo: creare dipinti talmente perfetti da poter agevolmente essere venduti come autografi del maestro e questa consuetudine può spiegare l’assenza di firme sotto le infinite mezze figure di santi e filosofi prodotti da Francesco nel corso di vari anni, che, dopo aver adornato le austere sale di notabili ed eruditi, invadono da tempo il mercato antiquariale e le aste internazionali, cercando ancora una volta di passare col nome del Ribera.

fig.3 - Domenico Coscia - Deposizione

Il Giordanismo costituì per decenni una realtà vera e pulsante nel patrimonio artistico napoletano, perché, all’ombra del grande maestro e della sua affollata bottega, partorì una quantità sterminata di dipinti di diversa qualità, che, per decenni, sono stati confusi o contrabbandati sotto il nome del Giordano e che ora la critica, avendo cominciato a distinguere la non sempre netta linea di demarcazione tra i lavori di Luca e l’opera dei suoi allievi più dotati, riesce a definire con sempre maggiore precisione.
Una piacevole eccezione è costituita dalla scoperta, nel 2007, sul mercato antiquariale napoletano di tre dipinti su vetro, di notevole qualità, chiaramente giordaneschi, da me pubblicati, uno dei quali siglato DC  P (inxit), raffigurante un angelo che porge dell'acqua a Cristo. Ed ecco ricomparire dopo un oblio secolare un allievo del sommo Giordano, Domenico Coscia, citato dal De Dominici, quale specialista nella pittura su cristallo e mai ricomparso all'attenzione degli studiosi, autore della palpitante Deposizione (fig.3) presente nella raccolta in esame.
Un piccolo passo verso una maggiore conoscenza del glorioso secolo d'oro della nostra pittura.

fig.4 -Vitale -Giuditta ed Oloferne

Alla fase luministica del caravaggismo appartiene l’attività giovanile di Filippo Vitale, un artista di rilievo, quasi completamente trascurato dalle fonti antiche e la cui personalità è stata ricostruita solo negli ultimi decenni.
Egli è imparentato con Annella e Pacecco De Rosa di cui è patrigno, con Giovanni Do, Agostino Beltrano ed Aniello Falcone di cui è suocero. Un tipico esempio di quella ragnatela di parentele che lega molti altri pittori napoletani del primo Seicento, i quali abitarono quasi tutti nella zona delimitata tra piazza Carità e lo Spirito Santo, vera Montmartre dell’epoca. Su tanti intrecci ci ha illuminato la ricerca durata un’intera vita di un benemerito erudito, il Prota Giurleo, il quale con certosino lavoro di spulcio di processetti matrimoniali, testamenti, fedi di battesimo, polizze di pagamento ed inventari, ha fornito ai critici una mole enorme di dati e di documenti sulla quale lavorare per ricostruire la personalità di tanti artisti.
Giuditta ed Oloferne (fig.4), intrisa di fiera crudeltà con il particolare del collo mozzato, inondato da un fiotto di naturalistico sangue arterioso, che gronda  a zampilli, vera scena da film dell'orrore, fu tra le tele più ammirate alla grande mostra Ritorno al barocco tenutasi a Napoli nel 2009 (pag.76-77). La tela era stata presentata l'anno precedente alla grande mostra monografica su Filippo Vitale organizzata dalla galleria Napoli Nobilissima di Vincenzo Porcini e commentata magistralmente nel catalogo da Giuseppe Porzio: "Soggetto caravaggesco per eccellenza l'efferatezza con cui esso è interpretato nell'inedita tela (proveniente da una raccolta inglese) non può non serbare il ricordo dell'originale disperso del Merisi, ovvero l'Oliferno con Giuditta che Franz Pourbus vide a Napoli, nello studio di Finson e Vinck, nel 1607 di cui la derivazione più fedele è riconosciuta nel dipinto oggi nella collezione del Banco di Napoli, nel quale si tende a ravvisare la mano del Finson medesimo.

fig.5 - Stanzione - Giuditta ed Oloferne

La Giuditta con la testa di Oloferne (fig.5), nonostante la concorrenza di tanti capolavori presenti nella collezione, a mio parere può vantare la palma del quadro più bello e più importante.
L'autore è un nome prestigioso nel panorama artistico del secolo d'oro: Massimo Stanzione, nella fase meno nota della sua attività, quando subisce l'influsso del naturalismo caravaggesco, che riesce però a mitigare delineando con estrema dolcezza il volto della fanciulla e le sue mani dalle dita affusolate, che reggono con fierezza ed orgoglio il capo reciso di Oloferne.

fig.6 - Ignoto caravaggesco - Sacrificio di Isacco
fig.7 - Ignoto stanzionesco -San Sebastiano

Di difficile attribuzione è Il sacrificio di Isacco (fig.6), che ha messo in imbarazzo anche numerosi ed emeriti esperti che ho consultato al fine di identificarne l'autore.
Il nome più gettonato è stato quello di Filippo Vitale, ma alcune figure, in particolare il volto del fanciullo in alto a sinistra della composizione, richiama a viva voce il pennello di Giuseppe Vermiglio, un caravaggesco lombardo attivo anche a Roma.
Il San Sebastiano (fig.7) trafitto dalle frecce dall'epidermide delicata è attribuibile ad un ignoto stanzionesco, che mi rammenta i modi pittorici di Giuseppe Marullo, un'artista a me caro avendogli dedicato anni fa un'esaustiva monografia.
L'Ecce Homo (fig.8) ci guarda con cipiglio severo e sembra ammonirci a non sbagliare nell'attribuzione.
Assegnato con certezza al Ribera dal compianto prof. Pacelli, riconosciuto esperto dell'opera del valenzano, trovandosi l'originale presso un museo spagnolo, la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, deve viceversa ritenersi replica autografa con partecipazione della bottega nella definizione di alcuni particolari.
Anche la Santa Cecilia al cembalo (fig.9) è replica autografa di un dipinto del Vouet, il cui originale è conservato nel museo del Texas. L'eleganza del panneggio e l'eterea sensualità della mano, che fa desiderare un'amorevole carezza, sono il segno ineludibile di una qualità altissima.

 Achille della Ragione


fig.8 - Ribera - Ecce homo

fig.9 - Vouet - S. Cecilia al cembalo