sabato 10 aprile 2021

Caravaggio, ma quale Caravaggio?

 fig.1 - Ecce Homo


In questi giorni la stampa sta dedicando grande spazio ad una notizia ai limiti della fake news: la scoperta di un dipinto di Caravaggio che in un'asta spagnola era stato attribuito a scuola di Ribera (fig.1) e posto in vendita a 1500 euro, mentre invece, a sentire il parere di una nota studiosa italiana, è un dipinto del sommo maestro, del quale vi sarebbero anche notizie documentarie, per cui il valore salirebbe di colpo a 100 milioni di euro, Sulla questione si è pronunciato Sgarbi confermando l'autografia e Spinosa negandola decisamente.
Nessuno ha pensato a svolgere un'indagine preliminare che è assolutamente necessaria: eseguire una radiografia del dipinto e vedere se vi sono "pentimenti", perché il Merisi dipingeva senza disegni preparatori ed in corso d'opera apportava continue correzioni alla sua opere e non vi è alcun suo dipinto in cui non vi siano più "pentimenti".
A tale proposito vorrei rammentare come riuscii anni fa a smascherare un tentativo di truffa simile, quando sul mercato comparve il pseudo originale del Giuditta ed Oloferne, del quale a Napoli a Palazzo Zevallos è conservata una splendida copia del Finson (fig.2).
I proprietari, francesi, finsero di aver scoperto fortuitamente il quadro in soffitta, mentre viceversa mesi prima mi avevano consultado (ed io conservavo le mail) per avere un parere ed io consigliai preliminarmente di eseguire una radiografia, che non evidenziò alcun pentimento, per cui si trattava senza ombra di dubbio di una copia.
Non contenti del mio parere i proprietari si procurarono, dietro lauto compenso, di un expertise rilasciato dall'ex sovrano di Capodimonte, assoldarono la stampa ed inscenarono la farsa del ritrovamento fortuito, mettendo il quadro sul mercato ad un prezzo esorbitante, per doverlo poi ritirare dopo pochi giorni, quando io comparvi sulla stampa internazionale raccontando i precedenti del quadro.
Per cui per evitare che la storia si ripeta bisogna subito sottoporre ad esame radiografico il dipinto spagnolo e poi si potrà discutere
 
Achille della Ragione 

 

fig.2 - Giuditta ed Oloferne

 



mercoledì 7 aprile 2021

I gladiatori e la mostra al museo Archeologico di Napoli

 

fig.1 - Russell Crowe (il gladiatore)

C'era una volta il Gladiatore, figura mitica. Il suo campo di battaglia era l'arena. L'anfiteatro simulava l'abbraccio del pubblico osannante. Lo spettacolo si svolgeva nell'antica Roma. Schiavi o prigionieri, strappati dalle loro terre, diventavano poi bottino di guerra dei conquistatori. Addestrati severamente dai Lanistae (manager delle palestre di oggi), i gladiatori dovevano divertire il senato e il popolo durante la Repubblica, ma anche il re e soprattutto l'imperatore dopo. In ogni caso e sempre, il potere, che col "Panem et Circenses" mirava a guadagnare il favore della folla.
"Combatti e vinci", "Uccidi e vivi", era l'unico significato della loro esistenza. Perfino nelle galee il motto era: "Vi teniamo in vita per servire le navi". Allo schiavismo romano, tra i primi dell'antichità, si ribellò un certo Spartaco, un gladiatore che osò sfidare il potere con un piccolo esercito abbarbicato sulle pendici del Vesuvio, ma fu stroncato. Storico e ineguagliabile è il film di Stanley Kubrick. Un altro eroe del tempo in un film più vicino a noi è "Il Gladiatore" (fig.1) di Ridley Scott. Entrambi esaltano l'uomo, che si nasconde dietro la maschera del lottatore asservito. Ma questa è la filmografia che rapisce e commuove. Invece la storia quella plurisecolare ha molto ancora da rivelarci. Noi napoletani siamo fortunati perché siamo ricchi di vestigia dell'epoca e soprattutto abbiamo il Mann (Museo Archeologico nazionale Napoli). In questo museo dopo una lunga e operosa gestazione è stata allestita una mostra sui Gladiatori, la cui presentazione in forma digitale è avvenuta il 31 marzo (fig.2). Si spera quanto prima che sia fruibile da vicino non appena la pandemia lo permetterà. Nella splendida sala della Meridiana, un unicum tra tutti i musei del mondo per ampiezza e sontuosità di esposizione sono esposte in più sezioni 160 reperti che dimostrano il lungo percorso storico delle manifestazioni spettacolari dei gladiatori. Nella prima sezione: "Dal funerale degli eroi al duello per i defunti" troneggia in campo il Vaso di Patroclo (fig.3) con scene dell'Iliade (IV sec.a.C). Vi si nota la pira che Achille fece preparare per le onoranze funebri di Patroclo. I reperti provenienti da S. Maria Capua Vetere ci rimandano col pensiero di nuovo a Spartaco (fig.4), che combatteva nel celebre anfiteatro campano, la cui scuola di gladiatori si distingueva per notorietà. Nella seconda sezione si possono ammirare le armi dei combattenti, rinvenute nella palestra di Pompei. Il reperto più significativo di tutta l'esposizione è l'elmo del Mirmillone. Il massimo grado che potessero raggiungere, riconoscibile appunto dal caratteristico copricapo. Dotato di una visiera a grata, l'esemplare in mostra è impreziosito da rilievi in bronzo e argento di muse e strumenti musicali, situati in alto sulla testa. Altro reperto singolare è lo scudo con la Gorgone centrale circondata da allori disposti a corona (fig.5). Il Reziario è un altro tipo di gladiatore. Aveva un'unica protezione, che partiva dalla spalla e arrivava al gomito sinistro. Lottava con una grossa rete a maglie larghe e un tridente contro il suo naturale nemico, il Secutor, dal grande scudo, terza categoria di lottatore.
Il principale prestito dall'estero è il mosaico pavimentale proveniente da Basilea in Svizzera. Faceva parte della domus di Augusta Raurica e presenta riquadri straordinari di lotta tra gladiatori. 

 

fig.2 - Paolo Giulierini


fig.3 - Vaso Patroclo


fig.4 - Spartaco (Kirck Douglas)


fig.5 - Elmo e scudo


fig.6 - De Chirico Combattimento tra gladiatori


L'esposizione offre vari itinerari tecnologici e didattici che coinvolgono bambini e ragazzi con proiezione di film, videogame e comics. Al piano terra c'è la sezione "Gladiatorimania", dove in prosecuzione si incontra la Caffetteria rinnovata, nella quale si potrà assaggiare la Puls, la zuppa di farro e verdura, il piatto tipico dei gladiatori, di preferenza vegetariani.
Infine per contestualizzare i tempi lontani con quelli vicini, lo stesso direttore durante la presentazione ha affermato che anche allora c'erano "le Star" e "I gregari". I primi corrispondono ai nostri calciatori più famosi, idoli delle folle, rispetto ai semplici giocatori.
Aggiungerei tuttavia che prima si uccideva per diventare celebri e le folle applaudivano gli spettacoli più cruenti fino a quelli dei Cristiani in pasto alle belve. Non sembra una differenza trascurabile!
Comunque "La nouvelle Histoire"ci insegna che è sempre un errore giudicare fatti remoti con i criteri di oggi. E' l'errore nel quale cadiamo tutti quando vogliamo fare dei paragoni con il passato.
Tra i vari pittori dediti all'attenzione di un simile soggetto ricordiamo l'opera di Giorgio De Chirico. Sono diversi i quadri che il "Pictor Optimus" eseguì alla fine degli anni Venti, commissionati da Léonce Rosemberg per la sua casa parigina. "Il combattimento dei gladiatori" (fig. 6) oggi a Milano, è uno di essi. Già presente in altri suoi dipinti è l'effetto di accumulo di figure negli spazi angusti di stanze dai bassi soffitti. I lottatori sfiorano con i capelli e con gli arti le pareti, mentre la furia del combattimento sembra placarsi. L'insieme appare quindi rilassante e un pizzico d'ironia derisoria sottende gli scudi giocattolo.
Dello stesso autore è presente in mostra: "Gladiatori e arbitro III". Forse gli amanti delle misteriose suggestioni dechirichiane apprezzeranno. Il prestito è per gentile concessione di casa Cavazzini, Udine.
Allarghiamo il nostro orizzonte e andiamo all'estero. Nella Pannonia romana, una provincia dell'Impero, situata tra l'Austria, l'Ungheria e la Slovenia, c'era una città importante ai tempi antichi: Carnuntum. Oggi costituisce un sito archeologico di grande risalto storico. Sono stati compiuti lavori sofisticati di ricerca, alcuni ancora in fieri, che hanno portato alla luce la memoria della gloriosa Urbe. Hanno ricostruito strade, case, botteghe e terme, utili per la conoscenza delle loro abitudini di vita. All'ingresso del sito ci sono sempre file di scolaresche in visita. A soli 60 km da Vienna le rovine di Carnuntum hanno rivelato attraverso gli scanner nel sottosuolo addirittura l'esistenza della "Città perduta dei gladiatori". Oggi sono ancora visibili in superficie due arene ovali, distanti tra loro qualche km, di cui una dalle dimensioni gigantesche. Quivi secondo gli archeologi c'era illo tempore una imponente scuola di gladiatori. Onnipresenti quei giochi crudeli che dovevano divertire i Romani lontani centinaia di km da casa loro. Forse un giorno grazie alle tecnologie del futuro sarà possibile dissotterrarla.
Consigliamo per concludere in bellezza di ammirare un video sull’argomento, digitando il link: LBI ArchPro Carnuntum you tube 6.23
oppure https://www.youtube.com/watch?v=Nub2jjg19Yg



   

 


Elvira Brunetti
 

lunedì 5 aprile 2021

La Scuola Medica Salernitana

  

fig.1 - Scuola medica salernitana


“Monsignore, voi schifate la mia arte, perché giovane e femina sono; ma io vi ricordo che io non medico colla mia scienzia, anzi collo aiuto d’Iddio e colla scienzia del maestro Gerardo nerbonese, il quale mio padre fu e famoso medico mentre visse” (Decameron).
Cominciamo con queste parole del Boccaccio e ciò che descriveremo è ambientato  nel Basso Medioevo, un’epoca di ottimismo, di crescita economica, demografica e delle idee, quando sorsero le prime scuole di Medicina.
Non tutta l’Europa era  cristiana, in Spagna comandava il Califfato. Il mondo arabo peraltro non era chiuso agli scambi culturali  ed  all’Occidente cristiano pervennero così le nozioni della medicina araba, a sua volta erede del Sapere del mondo antico.
La prima, e la più celebre istituzione che si interessasse di curare i malati, fu la Schola Medica Salernitana (fig.1), sulla cui origine non si sa molto.   
Secondo la leggenda venne fondata da quattro dotti: un ebreo, un greco, un latino e un arabo (fig.2); in realtà i primi documenti che parlano della Scuola risalgono al X secolo, quando la città portuale di Salerno era importante già da cento anni, e i suoi medici già famosi: sappiamo che il re di Francia Carlo IV chiamò alla sua corte i medici di Salerno, ma accadeva anche che uomini d’élite si recassero di persona in città per farsi curare.  
“Se vuoi vivere sano e senza malattie, schiva gli affanni e guardati dall’ira, bevi e mangia moderatamente, e dopo i pasti alzati subito da tavola e non fare il pisolino pomeridiano, non trattenerti dall’urinare e dall’andar di corpo…” (Regimen Sanitatis).
La Scuola aveva una connotazione laica, i Magistri Salernitani erano disposti a insegnare l’arte a chiunque desiderasse impararla. E per apprendere la Medicina ci volevano lungo tempo e tanto studio: a volte, noi “moderni” siamo quasi tentati di pensare che, siccome le loro teorie non avevano fondamento scientifico, allora fosse facile essere un medico. Invece si trattava di una scienza complessa, e la dimostrazione ci è data dai numerosi scritti (in latino) che la Scuola Salernitana (fig.3) ci ha lasciato.
E proprio i testi permettono di aprire una parentesi su un misterioso personaggio della Scuola: Trotula de’ Ruggiero, la celebre medica a cui sono attribuiti i trattati “De passionibus mulierum” e “De ornatu mulierum”, su argomenti di medicina e cosmesi della donna… Un personaggio che affonda più nella leggenda che nella Storia, forse. Sappiamo che nella Scuola furono attive diverse donne, le Mulieres Magistrae Salernitanae, ed effettivamente è segnalata una guaritrice di nome Trota (o Trocta), autrice di almeno un manoscritto; la conclusione a cui sono pervenuti gli storici è che il nome Trotula non indicasse un’autrice, ma il titolo di un corpus a cui avevano partecipato diverse persone (fig.4).
A prescindere dall’identità degli autori – o delle autrici – il contenuto di questi manoscritti è illuminante sulle conoscenze e le priorità che la Scuola si poneva.
“Inoltre, le donne, dalla condizione della loro fragilità, a causa di vergogna e d’imbarazzo, non osano rivelare la loro angoscia per le loro malattie (le quali accadono in un luogo così privato) a un medico” (La Trotula).
 

  

fig.2 - I 4 dotti della scuola medica salernitana
 

 

fig.3 -  Logo Universitá di Salerno

fig.4 - Libro di Trotula


La nascita dell’Ostetricia e della Ginecologia

Il medico o la medica che aveva studiato a Salerno sapeva, per esempio, che è essenziale che il flusso mestruale sia equilibrato – non deve essere troppo, ma neanche del tutto assente. Sapeva che a seguito del parto “a causa dell’indebolimento dei legamenti” può verificarsi un prolasso uterino e, oltre a riequilibrare gli umori, doveva provvedere a risistemarlo manualmente nella sua posizione. Preparava dei rimedi per disturbi imbarazzanti e fastidiosi come il prurito vaginale…
“Se vi è prurito nella vagina prendi canforo, litargirio, bacche di alloro e albume d’uovo, e fanne un pessario…”
I testi medici parlano anche della difficoltà a concepire, teorizzando, giustamente, che l’infertilità di una coppia talvolta sia dovuta all’uomo. Parlano delle difficoltà del parto; poiché è importante che il bambino cominci a uscire “di testa”, se invece spuntano fuori le gambe o le braccia allora va risistemato nella posizione corretta; si prescrivono rimedi per affrettare l’espulsione della placenta; e si discute di cosa fare nel caso il parto abbia lacerato il pavimento pelvico.
“Vi sono donne infatti presso le quali la vagina e l’ano diventano un unico orifizio e uno stesso canale. […] Assistiamo queste donne riposizionando la matrice. […] Successivamente, cuciamo la lacerazione tra l’ano e la vagina in tre o quattro punti con del filo di seta. […] E guariremo la lacerazione con una polvere fatta di consolida maggiore, ovvero di consolida e margheritina, e cumino.

La Scuola Medica Salernitana “contro” il modello patriarcale

Ma gli scritti della Scuola Salernitana sono straordinari perché si pongono tutta una serie di problemi che sfidano il modello patriarcale di società.
Laddove il valore di una ragazzina stava nella sua verginità, a Salerno si insegnava come preparare un buon costrittore per la vagina che simulasse la verginità.
Ci si preoccupava di aiutare quelle donne che soffrivano perché avrebbero desiderato avere rapporti sessuali, ma non potevano, avendo magari fatto voto di castità (fig.5). Oppure, i medici tenevano in conto che una donna non volesse più avere figli:
“Se la donna è stata malamente lacerata durante il parto e, in seguito, per paura di morire, non desidera più concepire, lascia che ponga nella placenta tanti semi di catapuzia o di orzo nel numero degli anni per i quali desidera restare sterile.”
Accanto a questi rimedi le donne del tempo potevano avvantaggiarsi di tanti piccoli accorgimenti per la loro bellezza: per rinfrescare l’alito cattivo, per migliorare il colorito o per colorare i capelli.
“Prendi rose secche, chiodi di garofano, noce moscata, crescione d’acqua e galanga maggiore. Lascia che tutti questi, una volta ridotti in polvere, vengano mescolati con acqua di rose. Con quest’acqua vi spruzzi i capelli e li pettini con un pettine imbevuto nella stessa acqua, così che avranno un profumo migliore.”
 

 

 fig.5  - Ragazza vergine,
illustrazione dal Trotula major


Terapie nella Scuola Medica Salernitana

I medici ricorrevano ovviamente al salasso (fig.6), per trattare certi disturbi, e confezionavano farmaci i quali contenevano un gran numero di principi vegetali, senza disdegnare i minerali e i metalli, usati con grande libertà.
“Non c’era mercurio, né ossido di piombo, né zolfo, né borace, né cerussa, né olio di tartaro, nessun unguento che purifichi e bruci, che potesse alleviargli le bianche pustole e i vespai troneggianti sulle sue guance” (Racconti di Canterbury).
A Salerno, sotto il regno Normanno prima, e quello Svevo poi, la vita per i ciarlatani divenne molto più difficile. Per poter esercitare la professione bisognava ottenere un diploma sostenendo un esame di fronte al Collegio Medico di Salerno. Se vi interessa, per passare l’esame si doveva conoscere e saper commentare gli aforismi di Ippocrate; il primo libro di Avicenna e l’opera di Galeno.
 

fig. 6 -  Salasso

La pratica della chirurgia

Bene, le fonti ci dicono che veniva praticata. Sulla chirurgia del Medioevo sono state scritte cose contrastanti: è stato detto che il chirurgo fosse il parente povero del medico, che il medico conosceva il latino e la chirurgia veniva praticata da chi non aveva studiato; da barbieri, norcini e conciaossa. I cerusici facevano quello che i medici dotti non volevano fare, perché rischiosissimo a causa delle emorragie, della mancanza di norme di antisepsi, di anestesia.
Questo è in parte vero, ma non del tutto. Citiamo il caso di Rogerio Frugardi (XII secolo), il quale esercitò presso la Scuola Salernitana e scrisse un notevole trattato di chirurgia, la Practica Chirurgiae, intorno al 1170.
Il trattato, scritto con uno stile asciutto e pratico, descrive operazioni delicate come la trapanazione del cranio, la chirurgia dei traumi dell’addome e l’asportazione di tumori; si menziona la spongia somnifera, nota già agli Antichi Romani, che essendo imbevuta di sostanze come l’oppio alterava la percezione del dolore, rendendo l’intervento un po’ meno atroce per i pazienti. L’unica cosa che può lasciare perplessi è che si basava su studi anatomici condotti sul maiale.
Degna di nota è anche l’opera di Rolando da Parma (XIII secolo), il quale descrisse l’operazione dell’ernia nella posizione di Trendelenburg, cioè con i piedi in alto e la testa in giù.

Quindi i chirurghi studiavano?

Pare proprio di sì! L’imperatore Federico II di Svevia ordinò che i chirurghi, per esercitare, dovessero aver seguito lezioni di anatomia e aver studiato chirurgia per un anno. Lo stesso Federico II fu colui che trasformò la Schola Medica Salernitana in una istituzione pubblica. Ma fu colui che, ad un certo punto, le assestò una stilettata.
Egli fondò nel 1224 l’Università di Napoli e ordinò che fosse quello il centro degli studi di Medicina. All’epoca in Italia vi erano già altre università, per esempio quella di Bologna, fondata per prima nel 1088, e l’Università di Padova nata nel 1222.
Quest’ultima nacque dalla migrazione di un gruppo di studenti bolognesi. Effettivamente le Università avevano un carattere itinerante, nel senso che gli studenti godevano di ampia libertà di movimento; venivano detti clerici vagantes, perché si spostavano per seguire le lezioni dei docenti che ritenevano più bravi.
Ed essendo chierici godevano anche di alcuni privilegi ecclesiastici.
“C’era anche uno studente di Oxford, che da un bel pezzo aveva finito di almanaccare con la logica. […] Preferiva avere a capo del letto venti libri, rilegati in nero o in rosso, su Aristotele e la sua filosofia, invece di ricchi abiti o un violino o un bel salterio” (Racconti di Canterbury).
Ma attenzione: alla facoltà di Medicina, e quindi al titolo di Dottore, si poteva accedere solo dopo aver studiato le sette Arti Liberali suddivise nel Trivio e nel Quadrivio. Un medico dotto, togato, sapeva parlar bene, scrivere bene e argomentare in maniera logica; ma conosceva anche le stelle, e poiché si pensava che Dio le avesse create e sistemate in quel modo per una ragione, e che i corpi celesti fossero collegati ai corpi terreni, si usavano per aiutare i malati.
Per la cronaca, il padre di Christine de Pizan – la prima scrittrice di professione – fu medico e astrologo del re di Francia Carlo V il Saggio.

Le dissezioni e lo studio dell’Anatomia

Nonostante ai medici si richiedesse una formazione teorica, quasi filosofica, tra la fine del ‘200 e l’inizio del ‘300 diventò sempre più impellente la necessità di sperimentare, di vedere con i propri occhi e di toccare con mano. Si iniziò a studiare seriamente l’Anatomia praticando dissezioni sui corpi umani. La Chiesa non le aveva mai vietate, però, di fronte all’esigenza dei professori di studiare i cadaveri, si è posta il problema del rispetto dei morti; ma la grande spinta del mondo accademico ha fatto sì che si procedesse nella direzione sperimentale. Perciò la Chiesa deliberò che i medici avevano il diritto di praticare le autopsie.
Tra questi medici ricordiamo Mondino de’ Liuzzi (1275-1326), anatomista e professore all’Università di Bologna.
“La donna che ho anatomizzato l’anno scorso, cioè nel 1314 a gennaio, aveva un utero grande il doppio di quella che ho anatomizzato lo stesso anno a marzo. […] L’utero della scrofa che ho anatomizzato nel 1316 era cento volte più grande di quello che ho mai visto in una femmina di umano” (Mondino de’ Liuzzi).
Mondino fu un apripista e in seguito il chirurgo francese Guy de Chauliac (1300-1368) lo definì il caposcuola dell’anatomia umana, avendo egli introdotto la dissezione
E voglio concludere riproponendo un articolo scritto da mia figlia  Marina per la rivista Tempo medico sulla mitica Trotula (fig.7), la prima donna ginecologa.
“Dorotea Memoli Apicella  nel suo romanzo biografico "Io, Trotula" ricostruisce la figura della celebre medichessa celebrata in tutta l'Europa medioevale per i suoi rimedi ai mali del corpo e dell'anima.
Il sud e la Campania, a fronte di un triste presente, hanno avuto un glorioso passato e non solo Napoli è stata per secoli capitale indiscussa del commercio e delle arti, ma anche Salerno, nell’XI secolo, è stata uno dei centri culturali più importanti del Mediterraneo, dove convergevano i più dotti esponenti del sapere greco, arabo ed ebreo. Tutti conoscono, almeno di nome, la celebre Scuola medica salernitana, la quale si fece promotrice della traduzione in latino dall’arabo di antichi testi, rendendoli così accessibili al mondo occidentale. Era una grande istituzione laica nella quale potevano insegnare docenti di ogni Paese, senza alcuna discriminazione ed anche le donne ne potevano far parte, sia come allieve che come insegnanti. Pochi nomi sono giunti fino a noi di queste laboriose mulieres salernitane e fra queste spicca la figura di Trotula de Ruggiero, nata intorno al 1050, sposa e madre di medici, con i quali collaborò alla stesura di uno dei più famosi manuali di medicina dell’epoca: il Practica brevis. Ma il suo interesse principale era costituito dalle donne, con una particolare attenzione alla gravidanza ed al parto. Il controllo del parto in particolare nei secoli è stato appannaggio ora dell’ uomo ora della donna. Non dimentichiamo la figura chiave della levatrice, che è stata, fino a pochi anni orsono, l’esclusivo punto di riferimento delle donne, non solo in campagna, ma anche in città e ad essa ricorreva in egual misura l’operaia e l’avvocatessa. Trotula de Ruggiero studiò con passione problematiche complesse, che ancora attendono una soluzione definitiva, dalle cause dell’infertilità ai metodi per ridurre i dolori del parto e le gravidanze indesiderate e registrò le sue affascinanti teorie in un libro prezioso: il De passionibus mulierum curandorum, un testo del quale, possiamo scommetterci, nessun ginecologo ha mai sentito parlare.”


Achille della Ragione 

 

fig. 7 - Trotula De Ruggiero

 


Una monografia su una famiglia di pittori

 

In 1^ di copertina – Francesco Sarnelli –
Madonna col Bambino – Napoli collezione della Ragione


 

Esce finalmente una monografia sui Sarnelli, una famiglia di pittori del Settecento napoletano, ricca di foto a colori.
Proponiamo ai nostri lettori la copertina, la prefazione e l’indice e soprattutto la possibilità di consultare il saggio, scaricando il pdf.
Per chi volesse, per il prezzo di 15 euro, con consegna a domicilio, una copia cartacea del libro deve rivolgersi alla Libro Co telefonando al 055 8229414.

Buona e proficua lettura. 

 Scarica il PDF

 

In 3^ di copertina – Giovanni Sarnelli –
Madonna dolorosa – Acerra collezione Pepe


Prefazione
Da  tempo  meditavo  di  dedicare  una  monografia  ai  Sarnelli,  che costituiscono  la  famiglia  più numerosa  di  pittori  napoletani  attiva  nel Settecento, essendo composta da ben quattro fratelli: Antonio e Giovanni, i più noti e poi Francesco e Gennaro; senza tenere conto che le fonti parlano anche  di  un Gaetano  e  di  un  Giuseppe,  che  attendono  pazientemente  di essere identificati.     
Il mio interesse all’argomento è partito nel 1995, quando acquistai presso una  bottega  di  Sorrento  un dipinto,  raffigurante  una  Madonna  col Bambino,  che  in  sede  di  restauro  mostrò  sulla  battita  una  firma perentoria”F.  Sarnelli”.  La  certezza  di  trovarmi  davanti  ad  un  pittore inedito la ebbi quando il dott. De Pasquale mi riferì di un dipinto da lui studiato  in  una  collezione  napoletana,  chiaramente  firmato  Francesco Sarnelli.  Mi  appassionai  alla  vicenda  e  cominciai  delle  ricerche  presso l’Archivio storico del Banco di Napoli, senza risultato e poi nell’archivio della  famiglia  D’Avalos,  dove  trovai  un documento  di  pagamento  a Francesco  per  dei  dipinti  nella  cappella  nobiliare  di  famiglia  sita  nella chiesa di Monteoliveto. In seguito ho scritto un corposo saggio sui Sarnelli, con decine di foto di quadri  presenti  nelle  chiese  ed  in  prestigiose  collezioni  private.  Ho esaminato poi negli anni altri quadri, spesso firmati, che ho pubblicato sul mio blog.
Infine  lo  studio  delle  due  tele,  presenti  in  3°  e  4°  di  copertina, particolarmente interessanti, mi ha convinto che bisognava pubblicare un volume sull’argomento, per far conoscere a studiosi ed appassionati questa famiglia di pittori, abili ma poco noti.
Non mi resta che augurarvi buona lettura ed ammirate le belle foto a colori.

Napoli, febbraio 2021
Achille della Ragione

 Scarica il PDF

 

In 4^ di copertina – Giovanni Sarnelli –
Madonna col Bambino che ascolta un santo – Napoli collezione Mauro

Scarica il PDF

Indice

  • Sarnelli: una famiglia di pittori napoletani del settecento  
  • Madonna del Carmelo capolavoro di Sarnelli     
  • La Mater Purissima capolavoro dei Sarnelli    
  • La Madonna del Rosario di Giovanni Sarnelli all’Annunziata    
  • Una S. Agnese di Antonio Sarnelli    

I Sarnelli una famiglia di pittori by kurosp on Scribd



Scarica il PDF

 


domenica 4 aprile 2021

Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura

  

fig.1 -  Prete esorcista

 La parola manicomio deriva dal greco manìa (follia) e komèo (curare).     
Nell’antichità la malattia, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali, divine, per questo veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. I sacerdoti di quell’epoca, cercavano di leggere messaggi che provenivano dall’aldilà.   
Nel Medioevo, invece, le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri”, venivano considerate possedute; ed anche in questo caso la “cura” era affidata ad esponenti della Chiesa (fig.1), tentando di combattere la possessione e, soprattutto le donne venivano messe al rogo, con l’idea che l’anima si allontanasse o si rimuovesse il più rapidamente possibile.            
Nell’Età Classica il problema della follia perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale. I folli erano coloro che rappresentavano una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere il più velocemente possibile. L’idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), ma con la negazione di questa riforma, la povertà perse questo significato trasformandosi in una colpa attribuibile alla persona.       
Nel XVII secolo, con la nascita della psichiatria (fig.2), si iniziò a denunciare il sistema correttivo capendo che la maggior parte delle persone rinchiuse non aveva bisogno di alcun trattamento. Tuttavia la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile, ed i metodi restavano disumani.       
Proprio in questo periodo sorsero moltissime case di internamento, destinate a rinchiudere in un’unica struttura una varietà di persone rifiutate dalla società: persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici e vagabondi. Qui le persone non venivano per essere curate, ma per finire i propri giorni di vita lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, esse venivano spogliate della loro dignità e trattate senza alcun rispetto. Allo stesso tempo vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a punizioni corporali.  
Vi erano cancelli, inferriate, porte e finestre sempre chiuse; catene, lucchetti e serrature ovunque. Le cure consistevano nell’internamento e nell’isolamento e gli strumenti erano quelli adatti a provocare stati di shock nelle persone. Il cambiamento nell’elaborazione delle concezioni della mente e del suo funzionamento, si ebbe tra la fine ‘800 e inizio ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi (fig.3).  
Gli ospedali psichiatrici istituiti in Italia dal XV secolo furono, regolati per la prima volta, nel 1904. Furono chiamati manicomi e la richiesta di queste strutture venne richiesta da alcuni ordini monastici, da amministrazioni provinciali o da medici illustri.     
Nei manicomi italiani entravano malati affetti da disturbi mentali, ma anche persone che avevano la colpa di rappresentare un pericolo per la società: senza tetto, sbandati e principalmente oppositori politici. Il manicomio, divenne il più pratico strumento per “togliere” di mezzo persone scomode, bypassando lunghi e complessi iter giuridici.   
Nel XIX secolo, a causa del crescente numero dei malati, si iniziò a discutere una legge che potesse regolare tutti i manicomi del Paese. Già dal 1874 venne proposto un “progetto di regolamento” che però non venne mai attuato. Nel 1891 in una ispezione sui manicomi del Regno, le strutture presentavano scarsa qualità o fatiscenza nei locali, inadeguatezza degli strumenti di cura, scarse condizioni igieniche, mancanza di una registrazione e vi era il sovraffollamento. Anche se formalmente le autorizzazioni erano sempre necessarie, per evitare complicazioni e ritardi, si praticava l’ammissione d’urgenza con domanda di autorizzazione agli organi competenti. La legge venne approvata nel febbraio 1904 con alcune modifiche, rimanendo in vigore fino al 1978.     
Il manicomio diventava, il sostituto del carcere o del semplice ospedale, l’alleanza fra psichiatri e tutori dell’ordine, il ricovero era non solo di “pazzi” ma anche di paralitici, alcolisti, degenerati, oligofrenici, tossicomani, dementi e tutti quei soggetti che potevano dare scandalo alla società o alla famiglia. Negli anni del fascismo fu un “arma” per eliminare in maniera silenziosa una persona che raffigurava l’oppositore politico ed anche l’omosessuale.       
A sancire il ricovero d’urgenza, senza alcuna volontà della persona (TSO), non era solo l’autorità di pubblica sicurezza, ma anche la figura politica con nomina governativa, che dal 1926 sostituì quella del sindaco.    
Le condizioni di vita, in un manicomio, erano ben peggiori di quelle di un qualsiasi penitenziario. Le terapie applicate erano la segregazione nei letti di contenzione, la camicia di forza, l’elettroshock (fig.4) praticato in maniera selvaggia, le docce fredde, l’insulino-terapia, la lobotomia. Questi trattamenti si basavano sulla speranza di modificare qualcosa nel paziente creandogli uno shock ed un malato di mente vi entrava come “persona” per poi diventare una “cosa”.       
Ovviamente, nei manicomi non era previsto nessun tipo di colloquio terapeutico, perché il problema psichiatrico aveva la solo eccezione biologica e non psicologica. Ai pazienti era impedito di avere contatti con l’esterno e non usufruivano, più, di nessun tipo di rapporto umano. Questo provocava dei veri e propri quadri di deterioramento mentale e fisico.       
Un paziente con disturbo psichiatrico, all’epoca dei manicomi, coinvolgeva tutta la sua famiglia andando incontro a limitazioni (l’impossibilità di fare concorsi pubblici, la difficoltà di spostarsi, il nascondersi e l’allontanamento come fosse una malattia contagiosa). Una volta diagnosticato, la persona perdeva, anche, una serie di diritti civili e politici (il voto, i beni immobili, l’eventuale eredità); la malattia veniva annotata nel casellario giudiziario, con conseguente macchia sulla fedina penale, come individuo pericoloso.
L’utilizzo non proprio ortodosso dei manicomi non terminò con la caduta del Fascismo e tantomeno con la fine della 2° Guerra Mondiale. La permanenza delle persone, in cui le condizioni erano a dir poco peggiori, li portava ad una morte anticipata nel più assoluto, colpevole e raccapricciante silenzio.
Intorno al 1950, con la scoperta del primo neurolettico la clorpromazina (fig.5), antagonista della dopamina, comincia a cambiare anche il trattamento del “folle”. La società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la loro identità.
Negli anni ’60 si inaugurarono i primi governi dove affermavano l’aspettativa di un cambiamento e di apertura anche sulla psichiatria. Vi era l’intento di trasformare i manicomi in ospedali psichiatrici dove poter curare, se non addirittura guarire, i malati di mente; si cominciò a parlare, anche, di Unità Sanitaria Locale.    
Nel 1965, il ministro della sanità, tento l’avvio di una riforma, ovviamente non tutti si dimostrarono favorevoli per la paura di mescolare i “matti” tra la gente “normale”. Il movimento antipsichiatrico partì da Gorizia per poi diffondersi anche nel resto d’Italia. A Nocera Superiore venne abolito l’elettroshock, il direttore dell’Istituto prese contatti con Basaglia. Il 1968 fu l’anno della svolta, vi fu l’occupazione dell’Ospedale di Colorno per richiamare l’attenzione della città sui problemi della reclusione manicomiale; in Italia vennero approvate alcune modifiche normative iniziando a prevedere il ricovero volontario e si cominciarono ad istituire i centri di igiene mentale a livello provinciale. Si abbatteva la regola dell’annotazione nel casellario giudiziario il paziente non perdeva più i diritti civili (come quello di votare); il paziente aveva la possibilità di effettuare un ricovero volontario; nascono le cliniche private, i pazienti potevano avere una via d’uscita dal manicomio. L’idea, comunque, non cambiava e i manicomi rimanevano sempre luoghi di aberrazione.
Nel 1977 si cominciò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività, sottolineando la necessità di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.  
Nel 1978 arriverà la famosissima legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale dove il cittadino era garantito e non vi era nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.   
Pian piano le persone cominciarono a rendersi conto della realtà del manicomio ed è in questo clima che nasce la legge 180. Una vera rivoluzione storica grazie al suo promotore, Basaglia, che in molti ritengono che sia stata proprio questa legge a permettere di chiudere i manicomi, anche se in realtà rappresentava soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto complesso.    
Solo sul finire degli ’80, a seguito della definitiva applicazione della legge Basaglia, i manicomi furono definitivamente chiusi. La strada è stata lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.    
Il primo manicomio in area napoletana sorse ad Aversa e nel tempo questa struttura ha cambiato molte volte denominazione: Pazzeria degli incurabili, Reale Casa de’ matti, Reale manicomio della Maddalena, Real Ospedale Psichiatrico di Aversa, Ospedale psichiatrico S. Maria Maddalena.    
La prima  sede manicomiale del Regno era però ubicata nel cinquecentesco Ospedale “degli Incurabili” di Napoli, il primo ospedale in senso moderno d’Europa, e che aveva al proprio interno  anche una sezione dedicata ai malati di mente chiamata senza mezzi termini “Pazzeria”    
In età borbonica  però ci si accorse della sua inadeguatezza e la necessità di creare degli spazi appositamente attrezzati e configurati anche se fu, tuttavia, il Re di Napoli Gioacchino Murat nel 1813 che con un Regio decreto   mise mano alla questione e fondò le “Reali Case de’ matti”.   
Il fatto che molte di queste Case fossero ospitate in antichi conventi e ne mantenessero la struttura non è un caso visto che la loro creazione coincise con un periodo storico  di grandi espropri di possedimenti ecclesiastici. Murat stesso  non fece eccezione visto che nel 1809 nel quadro di una riforma di ammodernamento dello Stato confiscò più di un centinaio di monasteri destinandoli ad uso civile rimanendo cosi  anche dopo la fine del periodo Napoleonico e la “Restaurazione”.    Aversa non fece eccezione ed il primo nucleo fu sistemato nel confiscato convento della Maddalena. Questa casa di cura è importante anche (e soprattutto..) perché  si specializzò nella cura con metodi innovativi e  non repressivi, attraverso il “Trattamento morale”. Questo trattamento fu messo a punto da due grandi alienisti francesi: Jean Etienne Dominique Esquirol e Philippe Pinel. I due  teorizzarono un  trattamento di cura per  “I folli” fatto di  una organizzazione di vita  quasi monastica, con  regole ed orari  ma anche divertimenti e svaghi con  occupazioni in attività varie come ascolto di musica, attività teatrali etc.     
Ai giorni nostri parleremmo  di  un percorso  di riabilitazione fatto di socializzazione e di reinserimento in società.     
Questo percorso risulta ancor più strabiliante e  davvero rivoluzionario se pensiamo  che le cure primordiali per  i folli erano fatte di  salassi, purghe “per permettere l’evacuazione delle parti folli del sé”, bagni gelati, punizioni e contenzione. I Borbone, dopo la restaurazione, una volta tornati sul trono dopo gli eventi rivoluzionari, non cancellarono questi metodi curativi intuendone la portata rivoluzionaria ed, anzi, ne fecero un vanto del Regno in tutta Europa, facendo assurgere Napoli a Capitale all’avanguardia nella cura delle malattie mentali.         
Con la legge Basaglia, si fecero largo le nuove idee progressiste sulla malattia mentale e piano piano il manicomio aversano perse d’importanza.  Le prime avvisaglie della fine fu la famosissima legge del 1978  del Servizio Sanitario Nazionale, ma la vera svolta si ebbe con la famosissima legge 180, più conosciuta come Legge “Basaglia”. Da li un lento declino fino a quando l’Ospedale psichiatrico fu svuotato nel 1998 e chiuse definitivamente nel 1999.     
Fu la fine di un’epoca di cui si doveva preservare la memoria e le testimonianze mentre invece  tutto sembra destinato  a cadere nell’oblio, sotto macerie abbandonate.  

 

fig.2 - Nascita della psichiatria

fig.3 -  Sigmund Freud

 

 fig. 4 - Elettroshock


fig.5 - Psicofarmaci, Largactil

 

 fig.6 -Ospedale psichiatrico Santa Maria Maddalena di Aversa

 

 fig.7 -  Cartolina

    
A svariati  anni dalla chiusura, l’Ex Ospedale Psichiatrico di Aversa (fig.6–7) giace ancora  in uno stato di grave e totale abbandono. Il corpo principale del complesso, quello più antico, è ormai fatiscente.  
Fra segni di crolli e cedimenti strutturali preoccupanti, passeggiare  fra i vari padiglioni e il chiostro rinascimentale segnati dall’incuria naturale (e di qualche vandalo) è veramente un colpo al cuore che  rende difficile raccontare la bellezza degli scaloni monumentali, delle architetture borboniche  senza sentirsi rattristati di ciò che era e ciò che sarebbe potuto essere.  
Una tristezza e nel contempo  un senso di angoscia ed inquietudine profonda  che ci avvolge quando passeggiamo verso l’uscita fra gli immensi saloni vuoti, i lunghissimi corridoi (fig.8) dalle pareti scrostate, i grandi finestroni con le sbarre arrugginite, le vasche da bagno (fig.9) dove si ponevano costantemente i ricoverati. Esplorare questo gigante morente, entrare nel suo ventre e perdersi nei suoi meandri polverosi, silenziosi e semibui è una esperienza veramente  forte.   
Riutilizzare l’area si può e si potrà, ma recuperare tutto quello che si è perduto è impossibile, quella bellezza, il  mistero di quello che lentamente sta morendo,  i racconti  di chi ha vissuto qui parte o tutta la propria vita.     
L’ospedale fu abbandonato definitivamente nel  1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Da allora la natura  dell’immenso giardino si è impossessata di nuovo  degli usci, dei muri  e delle pareti fino a coprire intere ali di questa cittadella che appare ora come una bocca aperta , spalancata verso un cielo ingeneroso urlando il proprio dolore.     
 La splendida chiesa ed il chiostro sono duramente divorati dal tempo, dall’incuria e dai ripetuti atti vandalici. La chiesa, in particolare, non ha più il tetto ed il pavimento è invaso da una vegetazione cresciuta  quasi ad altezza uomo (fig.10). Gli altari laterali in pregiato marmo  cadono a pezzi (o sono stati in alcuni casi “fatti a pezzi”), i confessionali sono a brandelli sepolti dalle macerie e dalla vegetazione, tranne uno che, come un uomo che affoga, affiora tra le piante che cominciano ad avvilupparlo  visto che la vegetazione selvatica ha invaso anche il chiostro e si è ripresa ciò che aveva perso secoli fa.     

 

fig.8 - Corridoi abbandonati

 fig.9 - Vasche da bagno di contenzione

 

 fig. 10 - La vecchia chiesa infestata dalle erbacce

 

fig.11 - Leonardo Bianchi

E passiamo ora a descrivere il Leonardo Bianchi: il labirinto della ragione, intitolato al celebre medico (fig.11). Sito a nord di Napoli, nascosto da un altissimo muraglione, è un luogo che evoca nella gente della contrada antichi fantasmi. Si tratta di uno dei più antichi manicomi d’Italia, tra i più grandi per estensione. E per un curioso scherzo del destino molti di quelli che vi erano internati, e che per le condizioni mentali di malati non risultavano pericolosi e quindi non necessaria la custodia nelle nuove strutture, hanno per anni continuato ad affollare la grande salita che costeggia l’ex ospedale psichiatrico. Come fantasmi, trascinandosi appresso buste di plastica e vecchi borsoni pieni di cianfrusaglie, questa sorta di popolo di Zombie sembrava come attratto magneticamente da quel luogo cui sentiva ancora di appartenere e che reputava ormai essere casa.    
 Ripercorriamo brevemente la storia di questa autentica “città dei matti” (fig.12). La legge provinciale del 1865 all’art. 174 n. 10, sanciva l’obbligo per le stesse di provvedere al mantenimento dei “mentecatti poveri”. La polemica delle province con il direttore del manicomio di Aversa, Gaspare Virgilio, per il sovraffollamento del nosocomio si protraeva ormai da anni. Così tra il 1871 e il 1901 molte province, tra cui Napoli, si distaccheranno da Aversa creando propri nosocomi. L’amministrazione Provinciale di Napoli decise inizialmente di collocare i suoi ammalati alla Madonna dell’Arco di S. Anastasia, nell’ex convento domenicano trasformato in “ospizio destinato a’ deformi, a’ ciechi, a’ malandati in salute ed agli affetti da taluni mali”. In un’altra struttura, sita in località Ponti Rossi, fu anche allestita la sezione “Osservazione”, un reparto dove venivano ricoverati i soggetti per accertarne il grado e la natura della follia e di conseguenza ricoverarli in manicomio o rilasciarli. L’ospizio di Madonna dell’Arco si rivelò da subito inadatto al punto che la Provincia nel 1874 acquistò il fabbricato di S. Francesco di Sales nel cuore della città, lungo la strada dell’Infrascata, oggi via Salvator Rosa. Nonostante fossero stati fatti notevoli adattamenti, autorevoli alienisti dell’epoca, come Miraglia, osteggiarono tale struttura ritenendola inadatta; tuttavia, il manicomio dell’Infrascata aprì nel 1881. Le cose andarono male da subito. Un’inchiesta portata avanti dal governo rilevò gravi irregolarità. La relazione ispettiva denunciava apertamente la gestione economica dei manicomi Arco e Sales, inficiata da incidenti e pesanti ammanchi di denaro. Per un certo periodo le sedi furono ben cinque: S. Maria dell’Arco in S. Anastasia, S. Francesco di Sales all’infrascata, il regio ospizio SS. Pietro e Gennaro a Capodimonte, il manicomio privato Leboffe di Ponticelli e S. Francesco Saverio alle Croci. Tutte inadeguate alla realtà.  Tra il 1883 e l’inizio del 1884 si fece pressante l’idea di dotare la città di Napoli di un manicomio più grande e del tipo a padiglioni separati. Nel 1897 fu individuata l’area e iniziarono i lavori di costruzione. La struttura fu aperta nel 1909, ma completata solo nel 1910. Ai ventinove padiglioni iniziali se ne aggiunsero altri quattro adibiti alle lavorazioni, a cabina elettrica e frigorifero; trentatré in tutto. Il modello terapeutico seguito era quello ritenuto migliore dalla scienza psichiatrica dell’epoca: il malato doveva avere occasioni di svago e di lavoro al fine di essere reinserito nella società. Il manicomio aveva una biblioteca per i folli, una tipografia, una legatoria una calzoleria, un laboratorio per lo sparto e la saggina, una fabbrica di mattonelle, una falegnameria, una officina meccanica, una sartoria e tessitoria, una panetteria e una colonia agricola. Gli internati erano seguiti e guidati nel lavoro dai vari tecnici del settore specifico ed erano retribuiti sia con denaro che con tabacco. Tuttavia, l’enorme aumento del numero di richieste mise in grave crisi la struttura già nel corso della seconda metà degli anni 30.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale determinò un periodo estremamente duro e difficile, poiché la riduzione di personale sanitario e di assistenza chiamato alle armi, la riduzione di generi alimentari e di medicinali determinò notevoli difficoltà terapeutiche e gravissimi disagi ai degenti ricoverati. Nonostante la segnaletica convenzionale internazionale di protezione, la struttura fu bersaglio delle incursioni aeree nemiche. L’8 ottobre 1943 le truppe anglo-americane penetrarono nell’ospedale occupando diverse aree fino all’11 settembre 1946. Non si conosce molto delle vicende legate al periodo della ricostruzione postbellica. Certamente l’ospedale usufruì degli aiuti provenienti dal piano Marshall come sappiamo dagli interventi di riparazione dei danni subiti durante la guerra. L’ultimo ampliamento risale agli anni 50’ a partire dal quale il complesso rimase sostanzialmente come appare oggi. Con la legge 13 maggio 1978 n°180 (cd Legge Basaglia) tra alterne vicende ha continuato la sua funzione fino al progressivo abbandono.
Il manicomio, posto ad 85 metri sul livello del mare, si estende su un’area di 220.000 metri quadri ricchissima di spazi verdi. In essa sono distribuiti trentatré edifici riuniti insieme da ampi passaggi coperti di dimensioni e di epoche diverse, che coprono una superficie di 78.000 mq (fig.13). L’edificio centrale prospiciente l’ingresso principale, che costituisce la sola parte dell’originario complesso tutt’oggi ancora attiva, era adibito agli uffici amministrativi, alla direzione, alla biblioteca, ai gabinetti scientifici, all’alloggio dei medici di guardia e del personale di assistenza religioso. Alle spalle dell’edificio principale sorgevano in progressione i diversi padiglioni adibiti al ricovero degli ammalati: a destra quelli femminili e a sinistra quelli maschili, con al centro fabbricati per i servizi generali e i laboratori.  
I folli erano distribuiti in diverse sezioni individuate sulla base della natura delle patologie. Nel regolamento del 1873 sono presenti solo quattro sezioni senza specificazione alcuna. Dal 1920 l’amministrazione fu tenuta obbligatoriamente a separare “i folli cronici pericolosi da quelli acuti e guaribili, da quelli che possono essere adibiti alle lavorazioni, dai mentecatti cronici tranquilli, dagli epilettici innocui, dai cretini, dagli idioti e dagli infermi mentali inguaribili ma tranquilli”, in applicazione dell’art. 4 del Regolamento del 1909. Dunque, gli ammalati avrebbero dovuto essere divisi in sezioni differenti, allocate nei vari padiglioni di cui si componevano le strutture manicomiali.
Per quel che concerne il criterio di assegnazione dei pazienti nelle sezioni, per molto tempo venne osservato un criterio di selezione abbastanza rigido per le diverse patologie, poi progressivamente superato a causa dell’affollamento del manicomio, eccezion fatta per la VI sezione che, fin dall’epoca della sua costruzione, venne destinata ai folli dimessi dal manicomio criminale; tutte le altre subirono modifiche nel criterio di assegnazione.
Relativamente alle sezioni maschili: la I sezione ospitava infermi schizofrenici e depressi; la II sezione ospitava pazienti affetti da psicopatie dissociative ad evoluzione cronicizzante, da frenastenici cerobropatici, epilettici e distimici; la III sezione, con funzione di infermeria, ospitava infermi affetti da malattie di ordine somatico, acute e croniche, richiedenti cure internistiche e chirurgiche. La IV sezione ospitava folli affetti da tubercolosi. La V sezione ospitava soggetti schizofrenici cronicizzati, neuroluetici, epilettici, oligofrenici, depressi e qualche demente senile. La VI sezione ospitava infermi pericolosi ed impulsivi dimessi dal manicomio criminale (fig.14). La VII sezione ospitava pazienti affetti da schizofrenia, frenastenia, epilettici, alcolisti, depressi e decaduti. L’VIII sezione, con funzione di preinfermeria, ospitava ammalati anziani arteriosclerotici e affetti da forme varie di schizofrenia, frenastenia e distimia. La IX sezione ospitava infermi affetti da forme di psicopatie croniche.
Relativamente alle sezioni femminili: la I sezione ospitava degenti affette per la maggior parte da forme di distimia melanconica, forme mistiche maniaco- depressive, rare schizofrenie; la II sezione ospitava degenti affette da schizofrenia avanzata e da oligofrenia; la III sezione ospitava ammalate tranquille affette da forme morbose varie; la IV sezione accoglieva inferme affette da epilessia e oligofrenia e da decadimento mentale; la V sezione ospitava persone affette da psicopatie non specificate; la VI sezione ospitava inferme dimesse dal manicomio giudiziario e le inferme indesiderabili in altre sezioni con diagnosi e psicopatie ad ampio spettro; la VII sezione era divisa in due reparti: Infermeria A, che accoglieva persone tra ammalate acute e ammalate lungo-degenti; Infermeria B che accoglieva  tubercolotiche; la VIII sezione ospitava  inferme affette da vasculopatie cerebrali e distimie involutive; la IX sezione ospitava pazienti con psicopatie croniche di non specificata natura.
Esplorare questa enorme struttura manicomiale abbandonata è come affacciarsi da una vecchia finestra sverniciata, sporca di polvere e fuliggine ed osservare passare lentamente i fantasmi di un epoca ormai tramontata, ma con echi e strascichi percepibili ancora oggi. Se la decadenza avesse un nome sarebbe quello di questo posto. La vegetazione rigogliosa si è impadronita di molti viali, è penetrata dentro molte strutture rendendole quasi invisibili, ha divelto finestre, pavimenti, balconi. Un folle labirinto di radici, rami e pietra. Questo rende complicato riconoscere le originarie strutture, precaria e difficile l’esplorazione. I lunghissimi e tetri corridoi, una teoria di passaggi senza fine che confondono e spaventano, sarebbero perfetti come set per un film horror splatter. Tutto è greve, penombra e polvere. L’odore di muffa, di legno marcio penetra nelle narici. La vernice scrostata cola come sangue rappreso dalle pareti di tufo. I pavimenti ingombri di calcinacci mischiati ad una poltiglia irriconoscibile, fatta di vecchi giornali, oggetti medicali, locandine, fogli di carta e altro. In questa che sembra più una “necropoli” che qualcosa di appartenente al mondo dei vivi, hanno trovato rifugio un gruppetto di senza tetto africani. Un polveroso ripostiglio con un vecchio divano sgangherato, una coperta, un fornellino per cuocere cibi tipo quelli da camping. E’ una bella e fredda giornata invernale di sole ma la luce ed il calore qui sotto non arrivano, come ne avessero paura, cosicché sembra quasi sera. I luoghi non sembrano vandalizzati, comunque molto meno rispetto alla normalità degli edifici abbandonati.
L’impressione che rimane è di un “non luogo”, qualcosa che è fuori del tempo, cristallizzato in una sorta di bolla spazio-temporale in cui si entra, si esce e stop. Non sembra avere futuro ma solo passato, mentre invece con piccola spesa potrebbe costituire un immenso ricovero per migliaia di barboni, che come tetto hanno solo il cielo e come casa la pubblica strada.   

 

fig.12 - Napoli, Leonardo Bianchi, ingresso

fig.13 - Un angolo dell'immensa struttura

 

 fig. 14 -  Corridoi del Leonardo Bianchi

fig.15 - Ingresso monastero S. Efremo Nuovo

L’ospedale psichiatrico giudiziario per anni ha funzionato nel monastero di Sant'Eframo Nuovo (fig.15) sito in via Matteo Renato Imbriani, più nota come via Salute).  
La denominazione San'Eframo "Nuovo" nasce dal fatto che bisognava distinguerlo da quello situato presso la chiesa di Sant'Eframo Vecchio, più antico, che si erge sul colle della Veterinaria, e che a sua volta ha assunto la denominazione "Vecchio".    
Il monastero nacque nel 1572, su di un fondo, appartenente a Gianfrancesco Di Sangro principe di Sansevero, acquistato dai frati cappuccini grazie alle generose elargizioni della nobildonna napoletana Fabrizia Carafa. L'edificio venne ultimato nei primi decenni dei Seicento. Il progetto originario prevedeva la costruzione di un complesso vastissimo, in quanto voleva essere la sede principale dell'ordine dei frati minori cappuccini nel napoletano; tuttavia l'idea originaria di creare qui la sede dell'ordine venne abbandonata e il progetto ridimensionato. Nonostante ciò il complesso è ugualmente imponente: 160 stanze per i frati, due chiostri, vari cortili, l'orto e le varie aree comune.    
Annesso al monastero vi è l'omonima chiesa (fig.16), fondata nel 1661. Inoltre i religiosi, giacché l'edificio sorge in una zona salubre, all'interno del comparto urbano una volta chiamato della Salute, utilizzarono la struttura come convalescenziario ed adibirono alcuni ambienti della struttura ad uso farmacia.    
Il complesso fu gravemente rovinato da un incendio nel 1840 che distrusse quasi ogni cosa; all'interno della chiesa furono perduti gli affreschi della volta, opera di Filippo Andreoli, mentre si salvarono una statua di San Francesco d'Assisi, opera di Giuseppe Sammartino, e una statua della Madonna proveniente dal Brasile (giunta a Napoli nel 1828). Grazie all'interesse dello stesso re, Ferdinando II delle Due Sicilie, la chiesa fu restaurata in pochissimo tempo e riaperta già nel 1841. Oggi lo stile architettonico della struttura rispecchia il gusto neoclassico dell'epoca.    
A seguito della politica anticlericale del Regno d'Italia, attuata tramite la liquidazione dell'asse ecclesiastico, nel 1866 il monastero fu soppresso e adattato a caserma.     
Dal 1925 il complesso fu destinato a manicomio criminale e poi, dal 1975, ad Ospedale psichiatrico giudiziario; per questi motivi la struttura ha subito forti modifiche per adattarla al meglio alla sua nuova funzione. Dal 2008 l'OPG "Sant'Eframo" non ha più sede nel complesso monastico, ma è stato trasferito presso il Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano.
Caduta in stato di abbandono, dal 2015 la struttura è occupata dal Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli, che ha dato vita a "Ex OPG occupato Je so' pazzo” con lo scopo di far riappropriare la città, e in special modo il quartiere, di un proprio bene (fig.17–18).


Achille della Ragione

 

fig.16 - Chiesa Sant'Eframo Nuovo, ingresso

fig. 17 - Gigantesco murales


fig.18 - Da Che Guevara a Maradona

venerdì 2 aprile 2021

Il tempio del sapere: i due policlinici

fig.1 - Facciata del vecchio policlinico


Il primo policlinico di Napoli è localizzato nel centro storico della città, con ingressi dalla piazza Luigi Miraglia e da via Santa Maria di Costantinopoli. Oggi fa parte dell'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.
Fu costruito a partire dal 1899 e concluso nel 1907 secondo i progetti degli ingegneri della Società pel risanamento Pierpaolo Quaglia e Guglielmo Melisurgo in un'ampia area del centro storico occupata da ben due monasteri: quello della Sapienza e quello della Croce di Lucca. L'abbattimento di queste strutture provocò allora la forte e sdegnata opposizione di molte figure importanti della cultura napoletana, tra cui Benedetto Croce, il quale si scagliò con fermezza contro la distruzione del grande patrimonio storico costituito dalle strutture monastiche, in particolare nel 1903 si appellò al sindaco Luigi Miraglia dalle colonne della rivista Napoli nobilissima. I lavori comportarono la distruzione dei conventi (nonché due importanti palazzi nobiliari situati in vico Sole: palazzo d'Aponte, che dal 1596 ricadeva nelle proprietà del monastero annesso alla Chiesa di Santa Maria della Sapienza, e palazzo De Curtis) che furono rasi al suolo. Rimase soltanto la Chiesa della Croce di Lucca (fig.2), benché mutilata dell'abside, salvata grazie all'impegno di Croce. Anche la Chiesa di Santa Maria doveva essere distrutta lasciando solo l'ingresso monumentale e anche per questa struttura alla fine fu decisa la conservazione. I progetti, che subirono moltissime modifiche nel tempo, hanno portato in conclusione all'erezione di sei edifici, raggruppati in tre isolati separati tra di loro (fig.3). Fu sede della prima facoltà universitaria di Medicina e chirurgia della Università degli Studi di Napoli "Federico II", che in seguito avrà una seconda sede in località Cappella Cangiani.
In seguito al terremoto in Irpinia del 1980 che interessò anche la città di Napoli, i due edifici meridionali, a ridosso della chiesa della Croce di Lucca, furono demoliti per ragioni di sicurezza, in quanto risultarono molto danneggiati e del tutto irrecuperabili e sono diventati un ampio parcheggio (fig.4). Nel 1972 ha avuto l’altissimo onore di assegnare col massimo dei voti ed il plauso della commissione esaminatrice la laurea al sottoscritto (fig.5).
All'inizio degli anni 2000 l'intera struttura era destinata ad essere abbattuta per essere sostituita da un grande parco archeologico, dal momento che al di sotto di essa sono conservate tracce dell'antica Neapolis, in particolare dell'acropoli, ma successivamente il progetto venne abbandonato.

 

fig.2 - Chiesa della Croce di Lucca

 

fig.3 - Il vecchio policlico visto dall'alto

 

fig.4 - Ampio parcheggio

 

fig.5 - Pergamena d Laurea

 

fig.6 - Ingresso nuovo-policlinico


L'azienda ospedaliera universitaria "Federico II", (nota come secondo policlinico di Napoli per distinguerlo dal primo policlinico di Napoli ubicato nel centro storico della città), è una azienda ospedaliera  dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, con sede nel rione alto.
La costruzione, progettata da Carlo Cocchia e iniziata nei primi anni Sessanta del XX secolo, terminò nel 1972. Nel 1995 diventa "azienda universitaria policlinico", e il 1° gennaio 2004 ha assunto l'attuale nome di "azienda ospedaliera universitaria" in seguito a un protocollo d'intesa stipulato nel 2003 tra l'Università degli Studi di Napoli "Federico II" e la Regione Campania.
Il complesso è costituito da numerosi padiglioni (fig.6-7) e un grattacielo (fig.8), è sito nella zona ospedaliera, tra i quartieri Arenella e Chiaiano. La struttura si estende su una superficie di 440.000 m² con 21 edifici a destinazione assistenziale, per un totale di 1000 posti letto per ricoveri ordinari e 200 posti letto per day hospital. Il totale di impiegati, tra medici, infermieri, tecnici, ausiliari e amministrativi è di circa 3400 unità.
Si tratta di un complesso ospedaliero integrato con la facoltà di Medicina e Chirurgia della "Federico II", le cui aule didattiche sono ubicate nel complesso stesso. Presenta diverse eccellenze e primati, tra cui il primo intervento di asportazione di tumore al pancreas in via laparoscopica in una bimba (di appena due mesi) in Italia
Data l'estensione della struttura, è presente un servizio di navette interne che collegano i vari edifici che la compongono.
La zona ospedaliera è servita dalle stazioni Policlinico e Rione Alto della linea 1 della metropolitana. La zona è altresì servita da uno svincolo della tangenziale di Napoli. Sono presenti i normali bus di linea sia urbani che extraurbani.
L'unico padiglione in funzione per molti mesi fu quello di Ostetricia, con relativo pronto soccorso ed io, da poco iscrittomi alla specializzazione in Ginecologia, per carenza di personale medico, fui assunto per le guardie notturne, con relativo contratto che prevedeva un lauto compenso, il doppio di quanto percepivo all'ospedale di Cava de' Tirreni dove prestavo servizio come assistente. Dal 1974, per due anni, ho poi tenuto una serie di lezioni di Fisiopatologia della riproduzione. Nel 1976 ho conseguito la specializzazione (fig.9), sempre"magna cum laude" e mi iscrissi al corso di 5 anni in Chirurgia Generale, senza frequentare, né lezioni, né camera operatoria, perché oberato dal lavoro nel mio studio privato, che andava a gonfie vele, gonfiando oltre misura il mio conto in banca. Mi presentavo solo agli esami, che superavo brillantemente, fino alla discussione della tesi sperimentale sulla quadrantectomia mammaria ed il conseguimento del nuovo titolo (fig.10).
La storia del Nuovo Policlinico di Napoli, progettato e realizzato per sostituire la vecchia e già malandata struttura universitaria, edificata nel centro della città, ai primi del '900, appena inaugurata nel novembre del 1972, diventa una duplicazione della facoltà di Medicina. A legittimarla ci pensa un decreto firmato dal presidente della Repubblica Giovanni Leone, su pressione del rettore e direttore della Clinica ostetrica dell'epoca Giuseppe Tesauro. Una liaison tra politica e potere accademico (il fratello di Tesauro, Alfonso, oltre che ordinario a Giurisprudenza è anche senatore Dc) compie il miracolo di una struttura nuova (sempre emanazione della Federico II) che avrebbe dovuto accogliere solo le "seconde cattedre". All'inizio sono 15. Nel tempo, però, si conteranno fino a 200 primari. Spazi enormi, all'epoca progettati per 2800 posti letto, messi a disposizione di pochi docenti che avrebbero dovuto gestire padiglioni separati tra loro.
Ma perché il Policlinico viene costruito a strutture separate, se già all'epoca prevale l'architettura sanitaria a monoblocco, con funzioni unificate? Nel nome dell'interesse personale di pochi baroni. "Negli anni '50 i sei padiglioni del Vecchio Policlinico erano a gestione autonoma, una gestione esercitata dal direttore unico. Alla fine dell'anno, i guadagni del bilancio, allora in attivo, finivano tutti nelle tasche del cattedratico. Qualcuno pensò di ripetere lo stesso schema al Nuovo Policlinico, ma fece male i conti: l'attivo scomparse, insieme alla "libera docenza" e agli "assistenti volontari".
A segnare la svolta è il terremoto dell'80. La Campania, in nome della ricostruzione, diventa terra di conquista. E del si salvi chi può. Anche in ambito accademico, si approfitta dell'emergenza-sisma. Il Vecchio Policlinico del centro storico mostra i segni dell'età, ma soprattutto le conseguenze delle ripetute scosse telluriche. Si decide, di punto in bianco, di demolire una delle due strutture comprese all'interno del recinto, il nucleo principale. pericolante, lo definiscono i tecnici. Chissà perché solo una rischia di venir giù. Inizia l'esodo. E' una vera e propria corsa, chi ha più santi (e potere) "sale" in collina e si trasferisce al Nuovo Policlinico: qui gli spazi abbondano ma i colleghi non si rivelano ospitali. Gli altri, invece, rimangono giù, in attesa di tempi migliori. Quali? Si parla di un nuovo Ateneo. Sarà la Seconda università di Napoli, che nasce vent'anni fa e che, ovviamente, comprende una facoltà di Medicina. Assorbirà, quest'ultima, ordinari e associati del Vecchio Policlinico.   
Passano gli anni. A cadenza periodica, il politico di turno lancia la proposta di trasferire in toto il Vecchio Policlinico. Dove? Non mancano le ipotesi. Tra queste, prendono corpo soprattutto l'ex ospedale psichiatrico Bianchi che, dismesso, offrirebbe spazi enormi (220mila metri quadri) per ospitarlo senza disaggregarne le singole strutture, e un erigendo ospedale nell'area di Afragola, già sede della nuova stazione dell'alta velocità (da anni in costruzione). Mentre è proprio Bassolino ad annunciare, con enfasi ad ottobre 2000, la "prossima" liberazione del centro storico. Una liberazione mirata a fare riemergere quell'Acropoli partenopea su cui insiste il Vecchio Policlinico che, invece, andrà al Bianchi. Anche stavolta non se ne fa nulla.
Situazione attuale. Il Vecchio Policlinico è sempre lì, a far da tetto all'Acropoli


Achille della ragione

 

fig.7 -Secondo Policlinico

fig.8 - Nuovo  policlinico, grattacielo

 

fig.9 - Specializzazione in  Ginecologia

  

fig.10 - Specializzazione in  Chirurgia generale