sabato 1 febbraio 2020

Prossime visite guidate di febbraio 2020



Citta della Scienza  - 20 aprile 2008

Carissimi amici ed amici degli amici rattristatevi, negli ultimi mesi la frequentazione delle mie interessanti visite guidate ha manifestato un costante calo di presenze dovuto a svariati motivi: l’innalzamento dell’età media dei partecipanti con relativo aumento degli acciacchi, la forzata ripetizione di alcuni appuntamenti (purtroppo a Napoli  un tempo vi era un record di case chiuse, ora a chiudere sono le chiese) ed infine un costante dilagare dell’ignoranza che colpisce ogni fascia di età.
Poiché la preparazione di ogni visita mi sottrae tempo (prezioso) e forze (in diminuzione) ho deciso da febbraio una cadenza quindicinale dei nostri incontri.
Cominceremo sabato 8 febbraio con la visita di tre importanti chiese: Donnalbina (appuntamento all’ingresso ore 10:45), S. Maria dell’Aiuto e San Giovanni Maggiore. Vi sarà un’offerta obbligatoria di 5 euro. 
Successivo appuntamento al museo diocesano, domenica 23 febbraio ore 10:45, dove visiteremo la mostra su Poussin e poscia ci dedicheremo alla collezione permanente del 1° piano, ricca di oltre 100 dipinti. Per il nostro gruppo sarà praticato un prezzo speciale di 4 euro.

Diffondete la notizia  ai 4 venti e ricordate che ogni settimana potrete sapere le visite successive andando sul mio blog

www.dellaragione.eu

http://achillecontedilavian.blogspot.com/

giovedì 30 gennaio 2020

Un crocifisso di prepotente bellezza

fig. 1 - Crocifisso ligneo


Tempo fa sono stato contattato da un ex sindaco di San Leo, un comune in provincia di Rimini, famoso per la sua imprendibile fortezza, il quale mi manifestò il suo desiderio di approfondire l'informazione in base alla quale sarebbe presso il paese a lui caro tuttora custodito, nella chiesa dedicata a S. Antonio abate, un bellissimo Crocifisso ligneo (fig.1), che, secondo le fonti, fu un dono di una Duchessa di Urbino, da identificarsi in Lucrezia d’Este (m. nel 1598), attribuito allo scultore napoletano della seconda metà del 1500, Francesco Mollica e che recentemente aveva collaborato al reperimento delle risorse per il suo restauro, avvenuto l’anno scorso.
Mi misi subito al lavoro e come prima cosa consultai Vincenzo Rizzo, esperto archivista, alla ricerca disperata di qualche documento di pagamento ed Egidio Valcaccia, massimo studioso di scultura lignea napoletana, il quale mi confermò l’ipotesi attributiva a Francesco Mollica, soprattutto in base ad opportuni raffronti con due sue opere (fig.2) conservate a Napoli nella chiesa di San Gregorio armeno.
Pochi sono stati i riferimenti bibliografici reperiti (fig.3–4) nonostante ricerche accurate.
Passiamo ora ad un esame accurato dell’opera prima di far parlare le immagini.
Il crocifisso è scolpito a figura intera (fig.5) in elegante legno policromo e presenta il volto segnato dal dolore, accentuato dagli occhi rigorosamente chiusi (fig.6). Ciononostante l’opera prende luce nei suoi patetici connotati da un naturalismo stemperato e addolcito, da un ductus scultoreo scientemente rinunciatario di grondanti effetti drammatici. La imponente figura del Cristo, proietta intermittenti bagliori di un’intima sofferenza (fig.7) che suscita pietà e silente compartecipazione. La figura del Cristo è delineata con poca tensione ed è permeata da un sottile languore, cui fa da contrappunto la mossa irruenza del perizoma (fig.9).
Concludiamo con la descrizione dell’antico convento con annessa chiesa (fig.10).
Fortemente desiderato dalla popolazione di Montemaggio per dare maggior lustro alla propria terra e per provvedere ai bisogni spirituali, il complesso conventuale fu edificato nella seconda metà del Cinquecento, scegliendo come sito il colle chiamato Monte Via, nella pievania di Pieve Corena, in territorio di Montemaggio, l’antico castrum Montis Madii. Il convento, che appartenne all’Ordine francescano dei Minori Osservanti, venne fondato con lettera apostolica di Papa Paolo III il 20 dicembre 1543. Il 2 agosto 1546 P. Sebastiano da Pietramaura benedì la prima pietra; nel 1554, venne ultimata la costruzione della chiesa, solennemente consacrata da Mons. Francesco Sormani Vescovo di Montefeltro il 31 agosto 1567. I tempi di realizzazione del convento non furono altrettanto brevi; per mancanza di fondi si dovette attendere il gettito cospicuo dello stesso Vescovo, il quale nel 1582 donò 310 scudi in memoria della propria madre Caterina. Tra il 1582 e il 1587 il cenobio venne ultimato e disposto per accogliere una comunità di dieci frati. Nel secolo XVII, oltre ad ospitare visitatori e pellegrini, fu sede di una infermeria, di una biblioteca e di una prestigiosa scuola di studi filosofici. Le condizioni del complesso migliorarono notevolmente nel secolo successivo, come testimonia nel 1732 una relazione storica di P. Antonio da San Marino, guardiano del convento.
La chiesa dedicata a S. Antonio abate è ad unica navata, ha ampia abside rettangolare, ed una cappella laterale dedicata al Santissimo Crocefisso. L’ingresso è preceduto da un nartece sorretto da sette colonne di riutilizzo, provenienti dal chiostro inferiore del convento. Entrando, il sacro luogo mostra immediatamente tutta la sua barocca sfarzosità con ricchi fregi, eleganti cornici, lucenti dorature e pregevoli pitture. Sulla destra è inserita la cappella laterale del SS.mo Crocefisso; al suo interno sono custoditi: il crocefisso ligneo policromo, dono di una Duchessa di Urbino, da identificarsi in Lucrezia d’Este (m.nel 1598), attribuito allo scultore napoletano della seconda metà del 1500, Francesco Mollica e le spoglie della martire romana S. Apricia, portate dalle catacombe di Roma nel 1844. Proseguendo verso l’abside, una nicchia con la statua del Santo francescano Pasquale Baylon precede due altari laterali riccamente decorati, dedicati alla Madonna del Rosario e a San Francesco. Giunti nella zona absidale, divisa dalla navata da una balaustra in marmo del sec. XVIII, spiccano l’altare maggiore intitolato a Sant’Antonio Abate ed il coro ligneo, intagliato nel 1772 da due maestri ebanisti urbinati Morcioni e Mazzaferri. Tornando verso l’uscita, si incontrano altri tre altari dorati, intitolati a Sant’Antonio da Padova, all’Immacolata Concezione e a San Giuseppe con pala attribuita al pittore Bartolomeo Giorgetti di Pennabilli (sec. XVII).
Fra gli ultimi due è situata una nicchia, dirimpetto all’altra, con la statua di San Vincenzo Ferreri protettore della campagna. In alto, sopra al portone d’ingresso è posta la corale lignea decorata da Vincenzo Loppi nel 1782, sulla quale è situato un organo del 1725. Volgendo ancora lo sguardo verso l’alto, si può ammirare il pregevole soffitto a cassettoni lignei del 1707, con inserite 22 tele dipinte con Santi e Beati dell’ordine francescano (XVII-XVIII secc.).


fig. 2 - Francesco Mollica - Addolorata e San Giovanni Battista -
Napoli chiesa di San Gregorio armeno


fig. 3 - Frontespizio di un libro rarissimo




fig. 4 - Una pagina del libro di De Dominici




fig. 5 -Crocifisso a figura intera


fig. 6 - Crocifisso, occhi chiusi


Bibliografia

STAFFIERO P. 2005, La bottega dei Mollica e la scultura lignea napoletana tra XVI e
XVII secolo, in G. B. Fidanza, a cura di, L’arte del legno in Italia. Esperienze ed indagini
a confronto, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Pergola, 9-12 maggio
2002), Perugia, pp. 227-242.

Achille della Ragione



fig. 7 - Crocifisso sofferenza



fig. 8 - Crocofisso, ferita sul costato


fig. 9 - Crocifisso perizoma


fig. 10 - Chiesa e convento di S. Antonio Abate Montemaggio

mercoledì 29 gennaio 2020

Mostra su Poussin al museo diocesano di Napoli

fig.1 - Nicolas Poussin - Martirio di S. Erasmo -
Roma muei vaticani


La mostra rappresenta la prima tappa di una prestigiosa collaborazione fra il Museo Diocesano di Napoli e i Musei Vaticani. Grazie alla generosa disponibilità e alla straordinaria ricchezza di collezioni dei Musei Vaticani questa collaborazione consentirà di esporre in mostra a Napoli alcuni grandi capolavori dell'arte di tutti i tempi, dall'età classica sino alla contemporaneità. 
Questo primo  appuntamento vede giungere a Napoli un'opera straordinaria, una composizione sacra dipinta per uno degli altari della Basilica di San Pietro in Vaticano, il Martirio di Sant'Erasmo (fig.1) di Nicolas Poussin.   
Il francese Poussin (Les Andelys 1594- Roma 1665) è per certo, nella generazione che segue quella di Caravaggio e Annibale Carracci, e insieme col fiammingo Rubens e lo spagnolo Velázquez, il pittore forse più grande e rivoluzionario dell'Europa del Seicento. Una mostra che sarà arricchita da altre opere.    
“Scoperto” a Parigi dal poeta napoletano del Barocco, il cavalier Marino, da questi introdotto presso il potente cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII , si trasferisce nel 1624 a Roma, dove rimarrà a dipingere sino alla morte, salvo la parentesi di un breve ma trionfale ritorno in patria nel 1640-42, dove otterrà il titolo di “primo pittore” del re Luigi XIII, uno stipendio di 1000 scudi l'anno e la direzione su tutti i lavori di decorazione dei palazzi reali.   
La grande tela col Martirio di Sant'Erasmo oggi ai Musei Vaticani è una delle sue rare opere pubbliche di soggetto sacro, una commissione prestigiosa dipinta con grande impegno ed ottenuta con ogni probabilità grazie alla protezione del cardinale Barberini e al favore dell'architetto e scultore papale Gian Lorenzo Bernini. Il dipinto fu realizzato per San Pietro in parallelo col Martirio dei Santi Processo e Martiniano dell'altro pittore francese Valentin, seguace del naturalismo di Caravaggio, e suscitò grandi discussioni e perplessità nell'ambiente romano. Il Martirio di S. Erasmo dipinto tra il 1628 e il 1629 da Nicolas Poussin, è un olio su tela di grandi dimensioni (cm. 20xcm.186), raffigurante Erasmo vescovo di Formia mentre subisce il martirio, durante le persecuzioni di Diocleziano nel 303 d.C. Nell'opera custodita in Vaticano, il pittore rappresenta il Martire in primo piano, un sacerdote che indica la statua di Ercole (l'idolo pagano che Erasmo aveva rifiutato di adorare, subendo per questo il martirio sulla pubblica piazza), un soldato romano a cavallo incaricato dell'esecuzione, il carnefice che estrae l'intestino, facendolo arrotolare intorno a un argano da marinai, un frammento di architettura classica e angeli che scendono verso la vittima, recando la palma e la corona simboli del martirio.   
I rapporti tra Nicolas Poussin e la cerchia di artisti napoletani più influenzati dai suoi modi pittorici, da Andrea De Lione a Salvator Rosa, da Aniello Falcone a Micco Spadaro, sono accettati da tempo dalla critica più avvertita, anche se non è documentato alcun viaggio del francese a Napoli.
Nessuna sua opera è specifico punto di riferimento per analoghi soggetti eseguiti dai nostri artisti, ma sono i contenuti stilistici e formali dei suoi dipinti e la chiarezza di tono che riflette la particolare sensibilità del Poussin alla pittura veneta, in specie del Veronese e l’interpretazione personale che egli ne dà, ad influenzare quella ampia cerchia di artisti che comprendono il Grechetto, Andrea De Lione, Salvator Rosa e tanti altri.
Le grandi collezioni napoletane dell’epoca, da quella del cardinale Filomarino, che possedeva un frammento (fig.2) della celebre Adorazione del vitello d’oro, a quella del mecenate Vandeneynden, alle meno famose dei Cellammare e dei Della Torre, possedevano alcuni dipinti di Poussin, mentre un altro punto di contatto è costituito senza dubbio dal viaggio di studio che negli anni Venti e Trenta i pittori napoletani erano soliti compiere nell'ambiente artistico romano, dove in breve Poussin era assurto a figura dominante.
Egli diede vita ad un modello di classicismo che, travalicando i tempi, è giunto fino ai nostri giorni e si fa apprezzare anche dal nostro gusto di moderni.
Il suo mecenate fu il poeta Giovan Battista Marino, il più grande dei letterati italiani attivo in Francia al tempo della sua giovinezza ed è merito suo se egli intraprese il suo viaggio in Italia; come pure è ai suoi dettami filosofici e morali che il Poussin si ispirò nella elaborazione del suo credo di artista impegnato.
Egli volle incarnare la figura dell’artista moderno, che non lavora più esclusivamente per committenze religiose o nobiliari.
Il Poussin, pur subendo l’influsso del fervido e variegato ambiente romano del secondo decennio del Seicento, fu creatore di una pittura personale, simbolo della più alta e solenne quiete e meditazione, attraverso la quale egli si calò in una straordinaria avventura intellettuale nella immensa dimensione di un passato che è insieme storia e mito.
Egli contribuì inoltre alla crescita ed alla diffusione della pittura di paesaggio e ciò rappresentò sicuramente un modello per taluni pittori napoletani, quali ad esempio Domenico Gargiulo, che prese spunto dai suoi quadri per l’esecuzione della lunetta con paesaggi, dipinta nel 1638 nel coro di San Martino.
Anche nel genere delle battaglie precorse un gusto che a Napoli avrà celebri epigoni in Aniello Falcone, Andrea De Lione e Salvator Rosa.
Nelle scene mitologiche, che furono il suo cavallo di battaglia, ebbe modo di incidere su Lanfranco, Domenichino, Falcone e sugli altri artisti napoletani che con lui parteciparono alla grande commissione di Filippo IV per abbellire il Buen Retiro a Madrid
Solo con artisti come Guarino, Cavallino e De Bellis la critica non ha inquadrato ancora del tutto i rapporti, perché regna incertezza nella cronologia delle loro opere.
«Rispetto a Pietro da Cortona che vive, in quel tempo, esperienze affini nell’ottica della assoluta estroversione, Poussin rappresenta un polo dialettico di pura introversione, improntata all’idea della sollecitudine, dell’amicizia, della comprensione reciproca, dell’appartenenza ad un’ideale confraternita di sapienti» (Strinati).
Questi due diversi indirizzi ideologici giunsero fino a Napoli ed improntarono il destino delle arti figurative in un momento di grandi trasformazioni e di rimodellamento del gusto.
Vogliamo sottolineare infine un dettaglio ripreso dalla celebre Peste di Azoth (fig.3–4), conservata al Louvre,  nel quale un fantolino che ha perso la mamma cerca disperatamente una mammella pregna di latte per fare colazione e dopo varie ricerche la trova in una puerpera morta da poche ore. Un particolare emozionante che fu ripreso da quasi tutti i pittori napoletani da Luca Giordano a Mattia Preti, da Anrea Vaccaro a Giacomo del Po.

Achille della Ragione

fig. 2 - Nicolas Poussin  - Due teste, frammento dall'Adorazione del vitello d'oro -
Napoli, già collezione Filomarino

  
fig. 3  - Nicolas Poussin  - Peste di Azoth -
Parigi Louvre


fig. 4  - Nicolas Poussin  - Peste di Azoth (particolare) -
Parigi Louvre




 Bibliografia

Achille della Ragione – Il secolo d’oro della pittura napoletana – tomo II, pag. 109- tomo III, pag.180 – Napoli 1998 - 2001

martedì 28 gennaio 2020

A cosa serva (davvero) la detenzione



Il Mattino pag 42 - 6 febbraio 2020


Tutti, ingenuamente, credono che le sbarre delle prigioni servano per evitare la fuga ai reclusi: viceversa, la loro funzione è quella di impedire che tra quelle tristi mura entrino la legalità, l’intelligenza, l’altruismo, la generosità, la bontà.


Achille della Ragione

lunedì 27 gennaio 2020

Un tesoro negato alla fruizione

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Napoli possiede infiniti tesori d’arte e di storia, la gran parte non visitabili per motivi di agibilità, come è il caso delle decine di chiese del centro che attendono da decenni lavori di messa in sicurezza, ma l’esempio su cui vogliamo porre l’attenzione dell’opinione pubblica non è godibile per motivi statici, bensì per l’inefficienza delle istituzioni a cui è incautamente affidato. Si tratta del museo dei pompieri, ospitato nella caserma dei vigili del fuoco sita in via del Sole, nell’antico monastero della chiesa della Pietrasanta. Pomposamente inaugurato nel 2017, ha subito chiuso i battenti, negando l’accesso a visitatori napoletani e forestieri. Personalmente sono anni che tento di organizzare una visita guidata per l’associazione che da circa 30 anni dirigo, ma i responsabili non rispondono né al telefono, né alle infinite mail che ho inviato.
Auspico che questa pubblica segnalazione smuova la situazione e questo splendido museo diventi un fiore all’occhiello della città.

Achille della Ragione

domenica 26 gennaio 2020

Due splendidi inediti del Ribera


fig. 01 - Jusepe de Ribera - Evangelista -
Genova collezione Marasini


fig. 02 - Jusepe de Ribera -Pentimento di Pietro -
Genova collezione Marasini

La rappresentazione di mezze figure di santi e filosofi, investigati con crudo realismo, fu una moda nata nella bottega del Ribera a Napoli ed affermatasi poi anche in provincia grazie ai suoi discepoli, tra i quali, con una rilettura originale, si annovera anche il sommo Luca Giordano, che più volte ritornerà sul tema nel corso della sua lunga carriera, dilatando oltre misura la sua fase riberesca, identificata erroneamente dalla critica con un periodo unicamente giovanile.
Tra i più convinti seguaci del valenzano si distingue Francesco Fracanzano, il quale nel 1622, dalla natia Monopoli, si trasferisce con la famiglia nella capitale, entrando giovanissimo nell’ambiente artistico partenopeo, grazie anche al matrimonio, celebrato nel 1632, con la sorella di Salvator Rosa.
Lavorando con il Ribera ne recepì la stessa predilezione per la corposità della materia pittorica e ripropose spesso i soggetti più richiesti dalla committenza: studi di teste e mezze figure di filosofi e profeti su fondo scuro.
Nei due dipinti che esaminiamo in questo articolo, un Evangelista (fig.1) ed un Pentimento di Pietro (fig.2) per la qualità molto alta delle composizioni, riscontriamo viceversa il pennello del valenzano ed il riferimento più cogente possiamo riscontrarlo ammirando il S. Andrea (fig.3) conservato a Napoli nella pinacoteca dei Gerolamini.
Della collezione a cui appartengono, la celebre raccolta Marasini, da poco trasferitasi a Genova, ci siamo occupati di recente, studiando un altro dipinto dello spagnoletto in un articolo che ha ottenuto il plauso dei più importanti studiosi e che si può consultare digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=una+replica+autografa+del+giacobbe
Con una tavolozza accesa vengono rappresentati con enfasi appassionata e senza alcuna pietà i due personaggi, sadicamente indagati nella smagrita decadenza dei corpi consunti, dalla epidermide incartapecorita e grinzosa, dagli occhi lucidi e brillanti. Il Ribera si abbandona ad un verismo esasperato al di là di ogni limite convenzionale col suo pennello intriso di una densa materia cromatica, con un vigore di impasto che ricorda l’accesa policromia delle più crude immagini sacre della pittura spagnola coeva, segno indefettibile della sua mai tradita hispanidad, ignara dei risultati della pittura rinascimentale italiana. Ed ecco rappresentato un infinito campionario di umanità disperata e dolente, ripresa dalla realtà dei vicoli bui della Napoli vicereale con un’aspra e compiaciuta ostentazione del dato naturale.
Concludiamo il nostro contributo accennando all’attività napoletana del Ribera, che raggiunse il culmine della celebrità all’ombra del Vesuvio. 
Nell'estate del 1616 lo Spagnoletto giunge a Napoli e si trasferisce subito in casa dell'anziano pittore Giovanni Bernardino Azzolino e dopo appena tre mesi sposa Caterina, la figlia sedicenne di quest'ultimo, da cui avrà sei figli. 
In pochi anni egli acquista una fama europea facendo uso della tragicità del Caravaggio, suo punto di forza. Inizia anche un'intensa produzione che non lo mantiene lontano dalla sua Spagna, dove comunque continuava a spedire opere. Il tema pittorico si fa più crudo e realistico e nascono così opere come il Sileno ebbro, 1626, oggi al museo nazionale di Capodimonte ed Il Martirio di Sant'Andrea, 1628, al Szépművészeti Múzeum di Budapest, solo per citarne alcune. Si accende in quel periodo la rivalità tra lui e l'altro grande protagonista del Seicento napoletano, Massimo Stanzione. 
Negli anni Trenta subì l'influenza di artisti come Antoon van Dyck e Guido Reni e perfezionò il suo stile. Eseguì in questi anni capolavori assoluti ospitati oggi in diversi musei nel mondo. Dall'Adorazione dei Pastori del Louvre al Matrimonio mistico di Santa Caterina conservato al Metropolitan Museum of Art. Il decennio che va dagli anni Trenta fino ai Quaranta fu il più prolifico per il Ribera. Compose in questo periodo essenzialmente temi religiosi: la Sacra Famiglia con i santi Bruno, Bernardino da Siena, Bonaventura ed Elia (1632-1635) al Palazzo reale di Napoli, la Pietà al museo nazionale di San Martino, il Martirio di San Bartolomeo (1639) e il Martirio di San Filippo (1639) entrambe al Prado di Madrid. Non tralasciò anche opere profane, come le figure dei filosofi o la Maddalena Ventura con il marito e il figlio (1631). A Pozzuoli presso la Cattedrale di San Procolo è conservato il dipinto Sant'Ignazio da Loyola e San Francesco Saverio. A Cosenza, presso la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone, è conservato un suo bellissimo dipinto del 1635-40, dal titolo Ecce Homo. 
A Napoli, il pittore si impegnò nella monumentale opera di decorazione della Certosa di San Martino, portata a compimento in cinque anni (1638-1643). Per il luogo di culto partenopeo, Ribera aveva già dipinto la Pietà nel 1637. Nel 1638, sempre per la Certosa, gli fu commissionato il dipinto Comunione degli apostoli, terminato tredici anni più tardi e caratterizzato da un approfondimento psicologico dei personaggi. 
L'ultima parte della sua vita è segnata tragicamente dalla malattia che di fatto riduce drasticamente il numero di opere eseguite. Gli anni Quaranta sono segnati da un ritorno alla sua prima fase compositiva, tenebrosa e cupa, abbandonando le luci assimilate dal Reni. Jusepe de Ribera morì nel 1652 e fu sepolto, come confermato dai documenti, nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, nell'omonimo quartiere di Napoli. A causa dei rimaneggiamenti apportati alla chiesa, tuttavia, dei suoi resti oggi non è rimasta traccia

Achille della Ragione

fig. 03 - Jusepe de Ribera - Sant'Andrea -
Napoli pinacoteca dei Gerolamini

sabato 25 gennaio 2020

Eureka la malasanità dilaga


La Repubblica N - pag. 26, 31 gennaio 2020


A giugno dell’anno scorso, dopo vari tentennamenti, decido di operarmi di cataratta, consulto un collega oculista e mi rivolgo ad una celebre clinica napoletana: la Mediterranea, che mi mette in lista d’attesa, avvertendomi che dovrò attendere qualche mese. Ieri dopo solo 8 mesi mi comunicano che il 4 febbraio dovrò recarmi presso di loro, munito di analisi ed autorizzazioni per cominciare le procedure finali in attesa della data fatidica per l’intervento.
Naturalmente nel frattempo mi sono recato fuori Napoli ed un famoso specialista mi ha operato senza indugi.
La sanità in Campania è in linea con gli altri servizi pubblici: attese estenuanti anche per i malati di cancro e per i codici rossi nei pronto soccorsi degli ospedali.


Achille della Ragione