mercoledì 12 dicembre 2018

Chi è Elena Ferrante?



Mentre la televisione sta trasmettendo le puntate dell’Amica geniale torna di attualità il dilemma sull’identità di Elena Ferrante, ma tutti coloro che hanno letto il mio libro: Errori e bugie sulla storia di Napoli” (pag. 67–68), consultabile gratuitamente in rete digitandone il titolo, sanno la risposta, oramai acclarata a seguito di minuziose indagini fiscali. La misteriosa autrice è costituita dalla coppia Domenico Starnone ed Anita Raja.

Edicola sacra con immagine virile…


fig.1 - Edicola sacra con immagine virile

Abbiamo scelto un itinerario “out”, completamente inedito e fuori dai normali circuiti ad uso dei turisti ed anche dai percorsi delle persone colte che credono di aver già visto tutto.
Cominciamo con un vicoletto che solo a Napoli può esistere, infatti esso ha non uno, non due, ma ben tre nomi e non si tratta di denominazioni ad uso del volgo, bensì di tre targhe apposte in bella mostra dal Comune, le quali coabitano con patetica indifferenza.
Tale via mette in collegamento via Giordano Bruno con via Piedigrotta, all’angolo della quale svetta la prima lastra marmorea intitolata a Jan Palach, il giovane eroe cecoslovacco che nel 1968 s’immolò dandosi fuoco per la libertà del suo popolo. All’opposta estremità altre due targhe con diversi toponimi, tra i quali gli abitanti del luogo preferiscono il più antico di “Traversa Mergellina”.
Ma non è per questa esemplare singolarità che abbiamo citato questa stradina, bensì perché essa presenta un’edicola sacra dedicata alla Madonna di Piedigrotta, il cui volto è ben più che originale (fig.1).
Le edicole sacre affollano tutte le strade della vecchia Napoli e rappresentano una forma caratteristica di devozione da parte del popolo, il quale si sente rassicurato dal rapporto fisico di familiarità che può instaurare con le immagini contenute nei tabernacoli, alle quali si può rivolgere per impetrare le grazie più disparate. Fu padre Rocco, il leggendario frate domenicano benvoluto da Carlo III e Ferdinando IV, a favorirne la diffusione, ottemperando in tal modo non solo ad un fine devozionale, ma soprattutto a rendere meno oscure e pericolose le nostre strade, illuminate così da una vasta ragnatela di tenui quanto efficaci fiammelle.
E ritorniamo all’edicola incriminata…, la quale mette in mostra una effigie della Madonna quanto mai sospetta, che ad un esame più accurato rivela le sue malcelate sembianze maschili. Raffigurata su panno e non su tela, un antico stendardo settecentesco che sarà andato in processione chissà quante volte, è con grande probabilità il frutto di un traslato omaggio di un artista dal sesso non ben determinato verso il proprio amante. Un ingenuo ignoto pittore che candidamente ha coniugato sacro e profano, certo di non aver trasgredito alla sacralità nel rendere un imperituro omaggio al volto dell’amato bello. (Senza tante parafrasi un ricchione ante litteram ).
 


domenica 9 dicembre 2018

Alcuni inediti di natura morta napoletana del Settecento

 fig. 1 -  Tommaso Realfonso - Pane, limoni, fiori ed uva
  siglato R - Italia collezione privata


La natura morta napoletana è più apprezzata dal mercato antiquariale che dalla critica, più conosciuta dai collezionisti che dal grande pubblico. Essa non raggiunge i fasti del secolo precedente, ma mantiene un livello dignitoso almeno per i primi cinquanta anni, per spegnersi poi senza svilupparsi in esiti di un qualche interesse.
Alcuni artisti come Tommaso Realfonso, Nicola Casissa, Gaspare Lopez, Giacomo Nani e Baldassarre De Caro (fig. da 1 a 5) continuano la tradizione locale specializzandosi nel dipingere fiori, frutta, pesci, cacciagione, soddisfacendo così le richieste di una vasta committenza, il cui gusto era semplicemente cambiato in linea coi tempi.
E questo senza considerare le infinite figure minori, che lentamente stanno riemergendo da un oblio secolare o alcuni artisti più noti, che lavorano a cavallo dei due secoli e che i libri di storia dell’arte considerano operanti unicamente nel Seicento, quali Francesco Della Questa, Aniello Ascione, Nicola Malinconico, Gaetano Cusati, Onofrio Loth, Elena e Nicola Maria Recco, fino a Giuseppe Ruoppolo e forse lo stesso Andrea Belvedere, che muore nel 1732 e probabilmente, almeno nei primi anni, dopo il ritorno dalla Spagna, prima di dedicarsi unicamente al teatro, come afferma il De Dominici, avrà continuato la sua attività come testimoniano alcuni suoi dipinti dal sapore già settecentesco.
Purtroppo sul destino del genere nel secolo dei lumi ha pesato il giudizio negativo di Raffaello Causa, il quale, riteneva il trapasso tra Seicento e Settecento alla stregua di un vero e proprio passaggio dal sonoro al muto e sentenziava, nella sua impareggiabile esegesi sull’argomento, pubblicata nel 1972 sulle pagine della Storia di Napoli, che con la rinuncia del Belvedere ai piaceri della pittura si chiude il secolo d’oro e dietro di lui una folla di fioranti facili e svelti di mano ed una torma di imitatori fanno ressa su un mercato molto florido, dove alcun richieste, scaduto il gusto dei committenti, si esaudiscono a metraggio; i protagonisti sono tutti scomparsi, la parlata si è fatta fioca, incolore, dialettale e financo rozza e sgarbata, non vi è più nulla o ben poco da salvare, nonostante i fasti vecchi e nuovi del mercato dell’arte.
Il suo anatema fece si che quando nel 1979 fu organizzata la grande mostra Civiltà del Settecento mancasse una sezione dedicata alla natura morta e fu un deplorevole errore, che ha concorso a ritardare l’interesse e gli studi sul settore.
Già nella precedente mostra sulla natura morta, svoltasi nel 1964, i generisti napoletani del Settecento erano mal rappresentati, con pochi dipinti ed alcuni nemmeno autografi.
Al parere del grande studioso si attenne a lungo la critica e lo stesso Ferrari, sempre sulla Storia di Napoli, trattando degli svolgimenti artistici tra Sei e Settecento, assegnò agli specialisti napoletani poche brevi annotazioni, giudicando immotivato il richiamo di Realfonso a  “moduli d’apparenza naturalistica”, preferendo il “barocchetto fresco e guizzante” del Cusati,  “l’illusionismo variopinto e porcellanoso” del Lopez o il “verismo perfino involontariamente umoristico” del Nani.
Ben più pacato era stato il giudizio della Lorenzetti nel catalogo della memorabile mostra su tre secoli di pittura napoletana, tenutasi nel 1938: “Mentre dilaga il decorativismo settecentesco nelle sue forme geniali ed artificiose il sentimento realistico nella sua più solida concretezza è custodito dai pittori di natura morta che nello stretto legame con la tradizione seicentesca dipingono animali, fiori, erbaggi, frutti di mare sul fondamento di uno stile di remota ascendenza caravaggesca in cui si avverte qualche transito più esteriore di fiamminghismo. Se lungo il secolo il chiaroscuro, per gusto di diffuse chiarità si attenua, il naturalismo di questi pittori non si spegne. La pittura di genere a Napoli nei primi decenni del Settecento poco concede a ragioni di vaga decorazione, ma più insiste sulla penetrazione del carattere delle immagini naturali”.
Il Settecento napoletano nel campo della natura morta è affollato anche di figure minori o di ignoti in attesa di essere riconosciuti ed eventualmente apprezzati, gli studi devono perciò riprendere con maggior lena, per colmare un deficit di conoscenza e per venire incontro alle esigenze di un mercato antiquariale nel quale, con frequenza sempre maggiore, compaiono dipinti, anche di eccellente qualità, spesso firmati ed a volte datati, i quali permettono alla critica di progredire e di fornire, giorno dopo giorno, un quadro sempre più puntuale di quella che fu una stagione, se non grandiosa, ben più che dignitosa, nel quadro della nobile tradizione figurativa napoletana.


fig. 2 - Nicola Casissa - Trionfo di fiori e frutta -
Londra collezione privata

fig. 3 -  Gaspare Lopez - Tulipani, peonie, rose ed altri fiori presso una fontana
Napoli collezione Capuano

 fig. 4 -  Giacomo Nani - Cestini con frutta
Roma collezione privata

fig. 5 - Baldassarre De Caro - Uccelli morti con fucile
Italia mercato antiquariale

Passiamo ora presentare ai lettori degli inediti di grande qualità partendo da una Natura morta di fiori e frutta (fig.6) dell’antiquario Chiti eseguita da Giacomo Nani, nella quale la ripresa naturalistica di maniera, la studiata grafica ed il cromatismo luminoso, caratteristici di una fedeltà ad una pittura indisponibile ad ogni addolcimento rocaille, pongono la datazione cronologica della composizione entro la metà del secolo.
Giacomo Nani (Porto Ercole 1698 - Napoli 1755), pittore di nature morte, fu allievo secondo il De Dominici di Andrea Belvedere e di Gaspare Lopez e riprese in pieno Settecento
una pittura di ispirazione naturalista in linea con quanto anticipato da Tommaso Realfonso. Si sposò nel 1726, dichiarando nel processetto il suo mestiere di pittore ed ebbe come testimone il principe di Bisignano, Luigi Sanseverino, a dimostrazione di un’introduzione come artista negli ambienti della nobiltà napoletana. Ebbe vari figli ed il primogenito Mariano seguì le orme paterne trasferendosi poi in Spagna dove proseguì la sua attività.
Le prime opere del Nani vengono descritte in un inventario del 1723 della duchessa di Terranova ed in seguito nel 1725 troviamo quattro suoi quadri di fiori nel testamento del duca di Limatola. Interessante è la notizia di una collaborazione con Paolo De Matteis, il quale realizzale figure in alcune sue composizioni.
Seguendo il racconto del De Dominici apprendiamo poi che il pittore esegue dipinti anche per il re in persona “dipingendo per lui varie cacciagione ed altre galanterie”. Ed a conferma di queste committenze vi è la presenza di numerosi suoi quadri sia nel Palazzo Reale di Napoli che di Caserta.
Ritornando al dipinto in esame vogliamo sottolineare alcuni particolari, come la frutta (fig.7) eseguita in maniera talmente naturale da attirare le voglie fameliche di un vispo uccellino (fig.8). Passiamo quindi ad un Trionfo di fiori (fig.9) di Gaspare Lopez, appartenente alla collezione napoletana di Brando Heibig, nel quale, sullo sfondo di un paesaggio denso di nuvole minacciose fanno bella mostra di sé varie specie di fiori dai colori smaglianti, alcuni posti in un vaso su una colonna, altri distrattamente sparpagliati sul terreno, resi con abile maestria, a tal punto che l’osservatore, avvicinandosi al dipinto ne possa percepire il profumo.  
Le uniche notizie biografiche su Gaspare Lopez (? - Firenze o Venezia 1740?) ci vengono fornite dal De Dominici, ma vanno integrate con nuove acquisizioni documentarie relative al suo lungo soggiorno fiorentino. Nato probabilmente a Napoli, fu allievo del Belvedere, ma conobbe anche le opere di JeanBaptiste Dubuisson, abile diffusore a Napoli dei modi aulici di Jean Baptiste Monnoyer, che lo indussero ad una pittura di gusto ornamentale, a volte superficiale, ma segnata costantemente da un vivace cromatismo. Non fu molto apprezzato dal Causa, che lo definì un “divulgatore mediocre di un barocchetto illusionistico e cavillosamente decorativo, deviando verso un vistoso ornamentalismo il nobile timbro stilistico del Belvedere”. Ebbe come allievo Giacomo Nani. Egli amò ambientare le sue composizioni en plein air, entro parchi verdeggianti di alberi e siepi, percorsi da viali e sentieri ed arricchiti da elementi decorativi: vasi, urne, busti, obelischi, posizionati con apparente casualità insieme a resti archeologici ed uccelli multicolori come il pappagallo ed il pavone.
Prima di passare ad illustrare due dipinti di una collezione romana (fig.10-11) diamo alcune notizie sull’autore: Baldassarre De Caro.
Le fonti ci hanno tramandato poche notizie sull’artista (1689-Napoli 1750), ma l’abitudine di siglare o firmare le sue opere ha permesso alla critica di formulare un catalogo abbastanza corposo della sua produzione, soprattutto negli ultimi anni grazie alla frequente comparsa di tele nelle aste internazionali e sul mercato. Purtroppo è difficile stabilire una precisa cronologia, per la rarità di date (tra le poche eccezioni la tavola del Banco di Napoli eseguita nel 1715 ed una Natura morta con animali e fiori, firmata e datata 1740, in collezione privata a Barcellona, segnalata da Urrea Fernandez) e per uno stile sempre eguale, nel quale non si riesce ad evidenziare una coerente evoluzione.
Abbiamo anche un documento di pagamento reperito da Rizzo, una rarità per quanto riguarda i generisti napoletani; la polizza si riferisce alla cifra di 38 ducati incassata dal pittore per due quadri il 16 settembre 1720.
Secondo il De Dominici: “dal quale apprese primieramente a dipingere fiori, de’quali molti quadri naturalissimi con freschezza e maestria ha dipinto” ed il Giannone, egli nasce nel 1689 e fu tra i più bravi allievi di Andrea Belvedere, per cui, almeno inizialmente pittore di fiori, una veste nella quale non abbiamo molti esempi ad eccezione della celebre serie di quattro vasi divisa tra il museo del Banco di Napoli e la pinacoteca di Bari ed un dipinto comparso nel 2000 presso l’antiquario Lampronti a Romai. Si dedicò in seguito alla rappresentazione di animali e selvaggina morta con uno stile, per quanto venato da ambizioni innovative, piuttosto anodino e monocorde.
Con i suoi dipinti incontrò il favore dell’aristocrazia locale e della nascente corte borbonica, come ci racconta il De Dominici: “Baldassar di Caro anch’egli ha l’onore di servire sua Maestà nei suoi bei quadri di cacce, di uccelli e di fiere, come altresì di altri animali, nei quali si è reso singolare, come si vede dalle sue belle opere in casa di molti signori, e massimamente in quella del duca di Mataloni, ove molti quadri di caccia egli ha dipinto… divenendo uno de’ virtuosi professori che fanno onore alla Patria”.
I due dipinti, di collezione Righi, di cui parlavamo, sono antitetici, il primo è un inno alla vita con un gruppo di anatre che svolazzano felici, mentre l’altro mette in mostra l’esito della caccia, con una serie di volatili trapassati da un fucile, fiero del lavoro svolto.

 fig. 6 - Giacomo Nani - Natura morta di fiori e frutta
Antiquario Stefano Chiti
 fig. 7 - Giacomo Nani - Natura morta di fiori e frutta -(particolare)
Antiquario Stefano Chiti
 fig. 8 - Giacomo Nani - Natura morta di fiori e frutta - (particolare)
Antiquario Stefano Chiti
fig. 9 - Gaspare Lopez - Trionfo di fiori
Napoli collezione Brando Helbig
fig. 10 -Baldassarre  De  Caro - Caccia all'anitra -  98 x72
Roma collezione  Lallo Righi
fig. 11 - Baldassarre De Caro - Esito della caccia con fucile
Roma collezione Lallo Righi


Concludiamo la nostra carrellata con due pregevoli dipinti della collezione Carignani di Novoli, una nobile famiglia napoletana, da alcuni anni trasferitasi a Bruxelles.
Il primo, un vero capolavoro, una Natura morta di fiori e frutti (fig.12)  è attribuibile  al virtuoso pennello di Aniello Ascione, che in molti dipinti  raggiunge un livello molto alto, caratterizzato da un’intonazione cromatica calda e da una schietta vena decorativa. Sono tutte composizioni influenzate in parte anche dagli eleganti modi pittorici di Abraham Brueghel.
Di Aniello Ascione tutti i testi di storia dell’arte ripetono pedissequamente: notizie dal 1680 al 1708, copiando a vicenda questo dato, che non ha riscontro in alcun documento e per conoscere l’artista dobbiamo come sempre rifarci al racconto del De Dominici, che afferma: “Aniello Ascione fu anche egli scolaro del Ruoppoli ed anche fu valentuomo dipingendo con amenità di colore assai vago, e che però tira assai al rossetto d’alacchetta; ha fatto molte opere di frutti e fiori, ma per lo più frutte, e l’uva erano la sua applicazione e con decoro ha l’arte esercitata, facendoli ben riconoscere
delle sue fatiche e mantenendo il decoro della professione, ha con esse rese adorne varie gallerie de’ signori ed altre stanze di particolari e da tutti son tenute in pregio l’opere sue”.
Il Dalbono ci riferisce inoltre che eseguiva quadri di grandi dimensioni seguendo l’esempio del maestro e del Giordano.
Di più non sappiamo dalle fonti.
Il dipinto in esame è improntato ad un vivace piglio decorativo già pienamente barocco, pervaso da quei rutilanti trionfi di frutta perfettamente in sintonia con la sprizzante vitalità ed il temperamento dei napoletani, gaio ed esuberante.
La seconda tela in esame (fig.13) rappresenta vari tipi di frutta, descritti con una tale precisione da far venire l’acquolina in bocca all’osservatore. Dopo aver sentito il parere di numerosi specialisti sono addivenuto alla decisione di assegnare il quadro a Giorgio Garri per la elegante pennellata, dal tocco rapido ed incisivo. Il sottile realismo con cui l’artista dipinge i frutti accuratamente definiti, il modo di lumeggiare i contorni, toccati da lievi curve, le preziosità materiche ravvisabile nella cromia vibrante e soprattutto l’ambientazione della scena, immersa in una luce densa e fonda, ci permettono di apprezzare un pittore le cui opere andranno ricercate con più attenzione nel mare magnum delle tante nature morte di autore ignoto o sotto le più diverse attribuzioni.
Una importante aggiunta al catalogo dell'artista, che merita di essere conosciuto ed apprezzato non solo da pochi specialisti, ma da tutti gli appassionati dell'arte.
Nella schiera degli specialisti minori impegnati a Napoli nel settore della natura morta va collocato Giorgio Garri (Napoli? – 1731), del quale la più antica testimonianza ci è fornita dal De Dominici, che lo segnala nella bottega di Nicola Casissa, per quanto fosse suo coetaneo.  Il biografo tiene a sottolineare l’abilità dell’artista nel dipingere fiori e frutta, imitando lo stile non solo del suo maestro, ma anche del sommo Belvedere e ci racconta che egli lavorava con studio e con amore, morendo nel 1731 dopo aver perso la vista.
Anche Giorgio appartiene ad una famiglia di generisti, infatti suo fratello Giovanni fu “buon pittore di marine e paesi” e la figliola Colomba brava nel realizzare “fiori e pescagione ed anche cose dolci, seccamenti, cose da cucina e sul finir dell’attività anche vedute di città in prospettiva”. A sua volta Colomba aveva sposato il pittore ornamentista Tommaso Castellano ed anche le sue figlie Ruffina, Apollonia e Bibiana furono avviate al disegno ed ai pennelli con un mediocre successo.
Causa nella sua esegesi sulla natura morta napoletana del 1972 mostra di non conoscerlo, anche se una mezza figura di donna era comparsa  sul giornale Les Arts del febbraio 1907 ed un suo quadro era registrato nel 1747 nell’inventario del principe di Scilla Guglielmo Ruffo.   La ricostruzione della sua personalità è merito del Salerno, che nel 1984 ha pubblicato un suo dipinto di grosse dimensioni transitato sul mercato e firmato per esteso, raffigurante una Donna ed altre figure in un giardino da collocare nell’ambito del decorativismo di ascendenza giordanesca.

fig. 12 - Aniello Ascione - Natura morta di fiori e frutta
Bruxelles collezione Carignani di Novoli
fig. 13 - Giorgio Garri - Natura morta di frutta
Bruxelles collezione Carignani di Novoli
Achille della Ragione

mercoledì 5 dicembre 2018

Un inedito ed alcune aggiunte a Pacecco De Rosa

fig. 1 - Pacecco De Rosa - Madonna con Bambino, santi ed un angelo -
Roma collezione privata


Pacecco De Rosa è un pittore molto richiesto dai collezionisti che amano le sue creazioni intrise di intimità e le sue fanciulle dalle forme aggraziate, dalle vesti eleganti e dai volti dolcissimi. Ricercato nel Seicento da una committenza laica e borghese, raggiunge oggi lusinghiere quotazioni nelle aste nazionali ed internazionali.Ebbe una produzione molto prolifica e l’intensificarsi degli studi sulla sua opera negli ultimi anni ci hanno fatto conoscere numerosi inediti, alcuni di elevata qualità, come quello che contiamo di presentare in questo breve articolo, rinviando chi volesse approfondire l’artista alla mia monografia, pubblicata nel 2005: Pacecco De Rosa opera completa, consultabile sul web digitando il link
http://www.guidecampania.com/derosa/
La tela che esaminiamo (fig.1) è una derivazione autografa di un dipinto (fig.2) in collezione privata romana, da noi pubblicato nella citata monografia sull’artista (pag.8, fig.24) della quale esistono repliche e copie di bottega, in cui "le straordinarie fisionomie della Vergine, di Giuseppe e dell'angelo, che offre frutti a Gesù Bambino, spiccano nell'impaginazione a mezza figura, stagliate nell'oscurità del bosco e immerse nella luce del tramonto, accesa dai vivi contrappunti degli abiti" (Lattuada).
Quando un’iconografia riscuoteva successo tra i committenti il pittore la ripeteva più volte, spesso con varianti, come nel nostro caso, in cui manca sulla destra l’angelo, in compenso la definizione delle figure e più accurata come la fronte del San Giuseppe, che fa pensare ad una collaborazione del patrigno Filippo Vitale, elemento che ci permette di collocare l’opera al 4° decennio del Seicento.
Tutti i quadri della fase giovanile pongono il problema, ancora insoluto, di distinguere il pennello di Francesco da quello del patrigno, in un periodo, certamente durato molti anni, in cui i due probabilmente collaboravano a quattro mani. A dimostrazione di questo sodalizio pochi ma significativi documenti di pagamento, tra i quali uno del 1645 in cui Pacecco gira al patrigno del denaro ricevuto per una sua commissione, mentre alcuni anni prima aveva trasferito a Carlo, figlio del Vitale, i trenta ducati di una polizza. Tale sodalizio durò fino alla morte di Filippo, nel 1650, ma a partire dagli anni Quaranta, gli anni d'oro nella produzione di Pacecco, fu lui ad influenzare il più anziano pittore, a tal punto da dover ricostruire un periodo pacecchiano per Vitale.
Trovandoci a trattare di Pacecco vogliamo segnalare un notevole San Gennaro con angelo porta ampolle (fig.3) in collezione privata napoletana, assente nella nostra monografia, perché comparso di recente sul mercato e correggere un errore attributivo di un celebre studioso, che ha assegnato a Pacecco una Susanna ed i vecchioni (fig.4), già in collezione Resca a Roma, che ebbe l’onore di comparire nel 2011 sulla copertina (fig.5) di un mio libro, opera certa, siglata, di Massimo Stanzione, un soggetto più volte ripetuto dal pittore in maniera abbastanza diversa: celebre la versione conservata a Francoforte, meno nota quella siglata del museo Joslyn Art di Omaha nel Nebraska.
Concludiamo proponendo ai lettori un muscoloso San Giovanni (fig. 6) conservato in una importante collezione napoletana
 
fig. 2 - Pacecco De Rosa  -  Madonna con Bambino con San Giuseppe e San Giovanni -
Napoli collezione privata

fig. 3 - Pacecco De Rosa - San Gennaro ed un angelo porta ampolle
collezione Brando Helbig

 fig. 4 - Massimo Stanzione - Susanna ed i vecchioni
giá Roma collezione Resca
 fig. 5 -  Copertina
fig- 6 - San Giovanni - Napoli collezione privata


Achille della Ragione

martedì 4 dicembre 2018

Alessandro (?) San Giovanni, un grande quanto sconosciuto pittore

 tav. 1 - Sangiovanni A. - Natura morta di fiori e frutta - 155 x 100
firmato Sangiovanni P - Afragola collezione privata

Ogni giorno da tutto il mondo mi arrivano via mail foto di dipinti dei quali debbo identificare l’autore e grande è la stata la sorpresa quando mi è pervenuta l’immagine di una spettacolare Natura morta di fiori e frutti (tav.1), firmata San Giovanni (tav.2–3), una sorta di carneade, in grado di rimembrare le geometrie ed il cromatismo dei Ruoppolo, ignoto agli stessi specialisti e del quale mi ero interessato nella mia monografia: La natura morta napoletana del Settecento, pubblicata nel 2010, da tempo esaurita ma consultabile in rete digitando il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo75/articolo.htm
E faccio tesoro del mio saggio (pag.78) per parlarvi dell’artista in questione.
Di questo pittore la critica conosceva unicamente il cognome e l’iniziale del nome presenti
su due Vasi di fiori (tav. 4-5), uno dei quali datato 1716 (tav.6), già nella collezione Baratta a Napoli, pubblicati dal Salerno nel 1984.
Lo studioso riteneva il pittore “evidentemente napoletano” ed invitava la critica a ricercare altre opere simili da attribuirgli.
Nello stesso anno, nel corso di una mostra a Palermo, Marini avvicinava ai due quadri firmati un altro Vaso di fiori su una mensola, ritenendo però che il San Giovanni fosse di formazione toscana nell’orbita di Margherita Caffi, pur attingendo ad esempi dei napoletani Lopez e Malinconico.
In seguito la Tecce, nel descrivere le due tele nelle quali i fiori, visti da sotto in su e decorativamente disposti, sono raccolti in un vaso con mascherone, il quale poggia su una mensola dove è posato un uccello che becca un ramoscello, affermò che esse si inseriscono agevolmente nell’ambito della cultura figurativa propria dei generisti napoletani attivi all’inizio del XVIII secolo, in particolare del Malinconico.
Nel 1989 il Salerno, nel ritornare sulla questione, affermava di aver cambiato idea sulla provenienza geografica del pittore e di ritenerlo non più napoletano bensì toscano.
Con il libro già completato abbiamo fortuitamente reperito sul mercato antiquariale romano un’altra natura morta (tav. 7), di notevole qualità, firmata come le altre due e nella quale, oltre a degli ortaggi, presenti al centro della composizione, che richiamano prepotentemente le tipologie del Della Questa, sono delineati gli stessi fiori, le boules de neige e gli aster aperti con un centro scuro, rappresentato in modo simile alle due tele già note alla critica.
La Gregori in una sua comunicazione scritta al proprietario afferma che l’opera rappresenta una varietà dei naturalia talmente originale in grado di permettere in futuro l’identificazione di altri lavori di questo abile artista, nominato (non so in base a quali elementi) Alessandro Sangiovanni.
Un esame dettagliato del dipinto conferma senza ombra di dubbio la matrice napoletana del pittore, il quale manifesta chiaramente echi del Belvedere e dei Ruoppolo, una particolare affinità con Nicola Malinconico e, nell’inserimento della fontana con l’elemento grottesco del grande pesce, un prelievo letterale da alcuni quadri di Nicola Casissa.


tav. 2 - Sangiovanni A. - Natura morta di fiori e frutta - 155 x 100
firmato Sangiovanni P - (firma) - Afragola collezione privata firma
 tav. 3 - Sangiovanni A. - Natura morta di fiori e frutta - 155 x 100
firmato Sangiovanni P - (firma ingrandita) - Afragola collezione privata firma

 tav. 4 -  Sangiovanni A. - Natura morta con vaso di fiori - firmato A. Giovanni P
giá Napoli collezione Baratta

 tav. 5 -  Sangiovanni A. - Natura morta con vaso di fiori - firmato A. Sangiovanni P e datato 1716
giá Napoli collezione Baratta

tav. 6 - Sangiovanni A. - Natura morta con vaso di fiori - firmato A. Giovanni P
giá Napoli collezione Baratta - Copia

tav. 7 - Sangiovanni A. - Natura morta con vaso di fiori, ortaggi, volatili ed una fontana  - 151 x200
firmato A. Sangiovanni  - Roma mercato antiquariale
Bibliografia
Salerno L, La natura morta italiana, pag. 241, fig. 61.1-61.2, Roma 1984
Marini M., Nature morte italiane e italianizzanti del XVII secolo (catalogo), Palermo 1984
Tecce A., in La natura morta in Italia, pag. 947, fig.1150-1151, Milano 1989
Salerno L., Nuovi studi sulla natura morta italiana, pag. 125, Roma 1989. 
della Ragione A. – La natura morta napoletana del Settecento – pag.78, tav.183–184–185 – Napoli 2010    

E concludiamo il nostro articolo proponendo un particolare (tav.8) del dipinto inedito che abbiamo fatto conoscere a studiosi ed appassionati

Achille della Ragione


tav. 8 - Sangiovanni A. - Natura morta di fiori e frutta - 155 x 100
firmato Sangiovanni P - ( particolare mascherone siciliano)- Afragola collezione privata

sabato 24 novembre 2018

Napoli e Caravaggio ringraziano il Pelide

Il Martirio di sant'Orsola (140,5 × 170,5 cm) eseguito nel 1610 da Caravaggio
e conservato presso la galleria di palazzo Zevallos a Napoli

La storia che vogliamo raccontarvi ha come interprete principale un personaggio che molti di voi conoscono molto bene e che noi chiameremo con un suo pseudonimo di derivazione omerica: il Pelide ed é ambientata intorno al 2005, quando una grande banca del nord, da qualche anno, con un'operazione scellerata, aveva acquisito la proprietà del Banco di Napoli ed aveva trasferito la sua celebre collezione di dipinti a Palazzo Zevallos a fare compagnia al Martirio di Sant'Orsola, capolavoro del Caravaggio.
Il Nostro eroe, come é noto, nonostante i nobili natali e la cultura straripante, ama adottare, soprattutto quando fa caldo, un abbigliamento casual: calzoni corti, sandali francescani con unghie staripanti e spesso e volentieri canottiere colorate, che ben evidenziano un'antica muscolatura da culturista.
Con questa tenuta aveva deciso di accompagnare ad ammirare Caravaggio un gruppetto di amici venuto da Roma, tra cui il compianto studioso Maurizio Marini, tra i massimi esperti del Merisi; per cui fu grande la sorpresa quando si accorsero che; nonostante la temperatura africana, le sale erano affollate da decine di visitatori in giacca e cravatta.
Il mistero fu subito chiarito: si trattava di alti dirigenti bancari, venuti a Napoli da tutta Italia, per ammirare la splendida collezione di dipinti, ma soprattutto per ascoltare un discorso di Bazoli, vertice supremo della banca nordica, nuova proprietaria, il quale, dopo aver arringato la folla, fece una incauta dichiarazione: "Tempo un mese e questo Caravaggio si trasferirà a Milano dietro la mia scrivania".
Illustre presidente lei sta preannunciando il compimento di un reato penale, unica scusante la sua ignoranza, perché non sa che il quadro è sottoposto ad una notifica particolare da parte dello Stato, che lo dichiara inamovibile dal luogo ove è conservato; se non dovessero accorgersi del trasferimento, sarà compito mio denunciarlo alla procura della Repubblica.
Il discorso si interruppe bruscamente per l'imbarazzo dell'oratore, il quale volle sapere io chi fossi e grande fu la sua meraviglia quando candidamente risposi:"Sono un napoletano e difendo strenuamente gli interessi della mia amata città".


martedì 20 novembre 2018

Le tribolazioni di un innocente




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Premessa


Questo libro sarebbe dovuto uscire nel 2008, all’epoca del mio breve ma intenso soggiorno nell’inferno del carcere di Poggioreale ed i maggiori editori italiani volevano pubblicarlo, ma tutti pretendevano di apportare delle modifiche al testo, in particolare Pironti, voleva abolire, per evitare ipotetiche denunce, il capitolo “Storie incredibili di matta bestialità”. 
Naturalmente ai miei libri nessuno può cambiare nemmeno una virgola ed il manoscritto rimase inedito. Fu però pubblicato sul web, dove si trova ancora oggi e tutti possono consultarlo digitando il link http://www.guidecampania.com/dellaragione/tribolazioni/articolo.htm
Nell’arco di pochi mesi ebbe circa 70.000 visitatori.
Oggi, mentre il processo che ne scaturì si è concluso nel nulla, la situazione di invivibilità nel penitenziario di Poggioreale è rimasta immutata, se non peggiorata, per cui è necessario che il libro si diffonda ai quattro venti, per risvegliare nell’opinione pubblica la giusta indignazione, con la speranza che la protesta induca le istituzioni ad intervenire per ripristinare un minimo di dignità umana.

Napoli, dicembre 2018

Achille della Ragione




Introduzione

Questo diario vuole raccontare a chi non la conosce l’allucinante realtà della segregazione in un penitenziario, che rappresenta un ignobile monumento alla sofferenza, all’ottusa severità ed alla mortificazione della dignità umana, senza speranza alcuna di redenzione e di reinserimento sociale.
Il triste edificio del carcere di Poggioreale è noto universalmente come il posto meno indicato dove scontare una pena o peggio ancora attendere innocente i vari gradi del giudizio.
Emblematico che esso si trovi a Napoli, per secoli antica e gloriosa capitale, oggi miseramente ridotta al rango di capitale della monnezza, dove la vivibilità è degradata paurosamente, gli ospedali sono i più sgangherati, le strade sono le più affollate, gli uffici pubblici sono i meno efficienti, mentre, lo posso urlare perentoriamente, i napoletani non sono i peggiori tra gli italiani.
Il libro, tranne l’ultimo capitolo ed alcune appendici, è stato tutto scritto nei 15 interminabili giorni di ospitalità… dello Stato, dal 24 giugno 2008 al giorno 8 luglio, quando, a seguito della decisione del Tribunale del Riesame, il quale, non accettando le ipotesi dell’accusa, ha annullato il provvedimento di custodia cautelare, ho riacquistato la libertà.
Esso è stato scritto inizialmente con una matita spuntita reperita nella spazzatura sul retro di fogli già scritti, su bordi di giornale, sulla carta igienica, perché all’ingresso, tra le tante cose che mi furono sequestrate, oltre alle foto dei miei figli e dei miei nipoti, mi fu vietato di portare con me un innocente quadernetto ed una penna che, timidamente, mia moglie aveva aggiunto al mio bagaglio per permettermi di scrivere qualche appunto, tenendo conto che da oltre dieci anni, lasciata per gravi motivi di salute la mia professione di medico, sono a tempo pieno uno scrittore. Ma il timore che possa uscire fuori qualche notizia sulle spaventose condizioni di vita all’interno di quelle tristi mura prevale, nel regolamento, al rispetto dei più elementari diritti umani.
Nel famigerato carcere dello Spielberg, in periodi famosi per repressione e ferocia, a Silvio Pellico fu permesso di scrivere “Le mie prigioni”, la cui diffusione costò all’Austria più di una grande guerra perduta.
Auspico che queste amare riflessioni che mi accingo ad elaborare possano, grazie al magico potere della scrittura, riuscire ad incrinare, se non scardinare le fondamenta di un assurdo edificio predisposto ad infliggere sofferenza ed umiliazione, senza speranza alcuna di resipiscenza e di avviamento al lavoro in assoluto dispregio del dettato costituzionale, della logica e della pietà.
Tra le pagine del libro la mia vicenda giudiziaria è appena accennata, come pure la spietata gogna mediatica alla quale sono stato sottoposto, esse non hanno alcuna importanza per i lettori, perché il mio scopo è unicamente quello di fotografare, senza astio alcuno, la situazione di un carcere costruito per 1200 reclusi e che ne ospita costantemente più del doppio e dove le condizioni di vivibilità sono intollerabili.
Esso è dedicato ai miei compagni di sventura rimasti nei gironi dell’inferno di Poggioreale, ma è indirizzato all’opinione pubblica, a tutti coloro che ritengono che sia un problema che non debba interessarli, alla classe politica alla quale chiedo una legge per ristrutturare un penitenziario costruito oltre cento anni fa con criteri che gridano vendetta e che ci portano fuori dall’Europa e dal mondo civile. Dopo il lodevole impegno del governo per liberare Napoli dalla spazzatura, auspico, chiedo, invoco una promessa in favore di coloro che sono ritenuti a torto spazzatura umana.
A nessuno in futuro sarà lecito giustificarsi candidamente non lo sapevo!

Achille della Ragione





 Prefazione (dell'On. Amedeo Laboccetta)


Ho raccolto con piacere l’invito del dottor Achille della Ragione a scrivere questa prefazione al suo lavoro.
Ho letto tutto di un fiato il suo resoconto del “soggiorno” nella casa circondariale di Poggioreale ed ho rivissuto tante delle sensazioni che mi sono rimaste dentro, dopo un mio “soggiorno” nello stesso Grand Hotel, tanti anni orsono.
Io fui meno fortunato perché per me era stato prenotato un periodo di permanenza ben più lungo: ebbi modo di apprezzare le amenità ed i confort di quella struttura per circa tre mesi.
Achille della Ragione, lucidamente, rende pubblico che le cose non sono cambiate.
Angoscia che la struttura, i comportamenti, le prassi, i piccoli abusi, le insensibilità siano rimaste essenzialmente le stesse.
Il tempo nel Grand Hotel Poggioreale è fermo.
Il racconto, con trasporto, del dottor Della Ragione della commovente estensione della solidarietà umana che immediatamente affascia ogni “nuovo giunto”, non mi ha per nulla sorpreso.
Della nobiltà dei comportamenti dei reclusi, anche di coloro che all’esterno delle possenti mura vivono esistenze da efferati criminali, serbo un caro ricordo.
Non mi sorprendo che essa sia rimasta immutata.
Non auguro a nessuno l’esperienza mia e di Achille della Ragione: penso però che tanti operatori della giustizia, a prescindere dal colore della toga, da una breve permanenza in quella casa circondariale trarrebbero utili ragioni di riflessione per meglio svolgere la fondamentale funzione che l’appartenenza alla istituzione della magistratura gli attribuisce.
Auguro invece al dottor Della Ragione di veder riconosciuta la sua innocenza in tempi brevi, senza dover attendere, come è successo a me, quindici anni sino a che il Tribunale, su richiesta del Pubblico Ministero, pronunziasse sentenza di assoluzione.
Qualche mese fa, appena eletto parlamentare della Repubblica Italiana, sono tornato al “Grand Hotel” Poggioreale in visita ispettiva.
Non avevo certo nostalgia della suite che mi vide ospite nel 1993.
Ma desideravo fare un parametro comparativo tra la “mia stagione”e l’organizzazione attuale del triste albergo partenopeo.
Ho potuto rilevare che al “Torino”, il mio padiglione, non vi sono più i cessi alla turca, che mi avevano accompagnato per circa tre mesi.
Ed anche un’altra “straordinaria conquista” è offerta oggi dalla Direzione agli ospiti: adesso la doccia è consentita due volte a settimana!
Nel 1993 ne potevamo “godere” di una alla settimana; e quasi sempre l’acqua veniva offerta o bollente o ghiacciata. Adesso può essere ben miscelata.
Passare qualche minuto sotto il getto dell’acqua è certamente tonificante e rigenerante.
Poterlo fare al Grand Hotel Poggioreale provoca una sensazione stupenda che ti “resta dentro” almeno per un’intera giornata.
È quasi bella come il colloquio con un familiare.
Anche la descrizione della domenica a Messa che fa della Ragione ha provocato in me uno straordinario tuffo nel passato.
Anche se, devo sottolineare, che, a mio parere la maggior parte degli ospiti del Grand Hotel Poggioreale, partecipa alla funzione religiosa per muovere qualche passo in più. E per incrociare qualche volto nuovo proveniente da altro padiglione.
Ho sempre creduto che la solidarietà debba essere praticata e non certo predicata: in quel postaccio e per tutti quelli che vi transitano è la prima regola.
Il 2 giugno 2008, festa della Repubblica, sono stato in visita al Carcere Militare di Santa Maria Capua Vetere, per portare solidarietà e conforto ad un servitore dello Stato, il dottor Bruno Contrada, ex dirigente del SISDE che ha già frequentato per cinque anni alcune strutture carcerarie.
Un esperto in materia.
Un uomo anziano, di 77 anni, afflitto da 26 gravi patologie. Un morto che cammina. Ma che un magistrato di Sorveglianza si ostina a non voler liberare: ha scritto che ‘nel caso di Bruno Contrada non è stato ancora superato il limite della umana tollerabilità’. Roba che neanche nel Medioevo!
Mi auguro che quando Achille della Ragione avrà dato alle stampe questo suo libro l’amico Contrada non sia morto. Anzi, possa aver riabbracciato, da uomo libero, la sua famiglia ed i suoi amici, e pubblicare anche lui un libro su questo tema, che potrà far crescere il tasso di sensibilità e di umanità che alcuni Italiani sembrano aver smarrito.


On. Amedeo Laboccetta





    

Indice

Prefazione (dell'On. Amedeo Laboccetta)
Introduzione
1° cap - la cattura
2°  cap - l'ingresso a poggioreale
3°  cap - padiglione Avellino cella 22
4°  cap - amare considerazioni
5°  cap - i giorni passano
6°  cap - colloquio con i parenti e gli avvocati
7°  cap - la messa
8°  cap - L’ora d’aria
9°  cap - Il colloquio con l’ispettore e l’educatrice
10° cap - La conferenza sugli zingari
11° cap - Sogni ed incubi
12° cap - Gli stranieri
13° cap - I secondini
14° cap - Storie incredibili di matta bestialità
15° cap - Strani personaggi (omosessuali)
16° cap - Droga, drogati e spacciatori
17° cap - La gogna mediatica
18° cap - Vita quotidiana in cella
19° cap - Aniello compagno di cella, e lo scambio con il collega
20° cap - Il padiglione San Paolo
21° cap - 480 chili in due
22° cap - Il mancato incontro con il cardinale
23° cap - Il sogno dei domiciliari
24° cap - L’incontro con il direttore del carcere
25° cap - Il Tribunale del Riesame:il giorno più lungo
26° cap - L’uscita dal carcere ed il ritorno a casa
Appendice documentaria
Comunicato stampa
Lettere ai direttori di quotidiani (5)
Una battaglia di civiltà
L’amnistia ed il pifferaio magico
Il regime del 41 bis
Un folle ordinatore
Una tragedia sofoclea
L’amore al tempo della galera: il sesso in carcere



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