martedì 7 luglio 2020

Sabato 18 luglio visita alle chiese di Forio

 

fig. 1 - Achille con una popputa ammiratrice di Bolzano

Dopo lo straordinario successo di pubblico conseguito nel 2019 nel corso di due visite guidate il 6 luglio ed il 3 agosto, anche quest'anno il professor Achille della Ragione, qui ritratto con una sua ammiratrice (fig.1) ha aderito all'invito rivoltogli dalle autorità e dai tanti amici ed ha deciso, con alcune significative varianti, di ripetere l'esperienza e ha dato a tutti appuntamento alle 10,30 di sabato 18 luglio nella basilica di S. Maria di Loreto, posta sulla via principale di Forio e di consultare in rete preliminarmente i suoi due libri sull'argomento: Ischia sacra guida alle chiese e Ischia, l'incanto di un'isola (fig.2) consultabili su internet digitando i titoli.
La visita della chiesa includerà​ anche la sacrestia e l'adiacente arciconfraternita, normalmente non aperte al pubblico. Indi poscia, dopo essere stati raggiunti dai ritardatari, ci si recherà nel duomo di San Vito, dove, oltre a numerosi capolavori pittorici, si potrà ammirare la preziosa statua argentea del patrono (fig.3) eseguita su bozzetto del Sanmartino, il sovrumano artefice del celebre Cristo velato, la quale, in occasione della ricorrenza del santo, portata a spalle da robusti fedeli, percorre le strade della cittadina in una emozionante processione (fig.4). Si potranno poi ammirare due chiese poco note: quella di San Carlo al cierco e quella di San Sebastiano, dove si conservano dipinti di artisti indigeni, nella prima di Cesare Calise, nella seconda di Alfonso Di Spigna, il primo attivo nel Seicento, il secondo nel Settecento.
Nel frattempo saremo di nuovo giunti sulla via principale, dove le tappe finali saranno costituite dalle adiacenti chiese di San Francesco d'Assisi, dove, potremo contemplare, raro privilegio concesso solo a noi, una spettacolare Pietà (fig.5) di Mattia Preti, oltre a numerosi altri quadri e statue lignee, per concludere in bellezza con la chiesa di Visitapoveri, dove, tra tanti tesori, potremo fare la conoscenza di un'elegante bara intarsiata (fig.6) che a rotazione viene utilizzata dai membri della confraternita,per l'ultimo viaggio, quello senza ritorno.
L'evento sarà ripreso da un'importante emittente televisiva locale e spero sia onorato da una folla entusiasta e plaudente, per cui nel salutarvi, invito i lettori a divulgare la notizia ai quattro venti, sottolineando che la visita è assolutamente gratuita.

Achille della Ragione
 
 
  Fig. 2 - Ischia isola dell' incanto
 
 fig. 3 - Statua di San Vito
 
 fig. 4  - Festa di San Vito
  
 fig. 5 - Mattia Preti - Pietà
  
 fig. 6 - Bara in condominio
 

Un tesoro nascosto: il borgo di Letino


 
 
Il borgo di Letino ogni anno ha l'onore altissimo di ospitare per alcuni giorni il celebre intellettuale Achille della Ragione, per la fortunosa circostanza che la compagna di un curatore di anime di nome Massimo e di cognome Compagnone (amico dell'illustre personaggio) è proprietaria di una splendida tenuta, ricca di verde e nello stesso tempo esperta in culinaria, per cui prepara pranzetti deliziosi, anche se ipercolesterolemici.
Il piccolo  di Letino, situato a 900 metri sul livello del mare, comprende circa 600 abitanti, ed è sormontato dall’omonimo Castello, che sorge su di uno sperone di roccia a 1200 di altitudine. In origine doveva essere una singola torre per gli avvistamenti, risalente al III secolo d.C., dato che da quella strategica posizione si domina gran parte del Matese, e le valli dei fiumi Lete e Sava.
Il Castello deve essere stato rimaneggiato diverse volte nel corso della storia, perché presenta la base delle torri con la classica forma “a scarpa” tipica degli Angioini, ma le prime testimonianze sono, invece, dell’XI secolo, in periodo tardo Normanno. La difficoltà di effettuare ricerche più accurate, risiede nel fatto che, oggigiorno, la cinta muraria originale comprende il Santuario di Santa Maria del Castello, che ha inglobato due delle cinque torri di avvistamento, e tutto il resto del terreno disponibile del cocuzzolo su cui sorge l’intero complesso, è occupato dal cimitero del paese.
Ma il fatto che esista una sesta torre, con al suo interno un’ampia cisterna ancora visibile, ci indica che all’interno del Castello, un tempo visse un’intera guarnigione di soldati. Come già abbiamo visto per Prata Sannita, che insieme a Fontegreca, Ciorlano, Capriati al Volturno ed altri centri, Letino raggiunse il suo periodo di massimo splendore sotto la reggenza di Ippolita d’Aragona, nel XVI secolo, e con l’approvazione degli “Statuti”, i Letinesi godettero di una certa autonomia amministrativa.
Nel ‘600, fu eretto il Santuario, che presenta un portale sormontato da un oculo, e iscrizioni marmoree, inserite nella pietra locale, con cui è interamente costruito.
Sia il paese, che il Castello, sono costruiti su due alture a cavallo tra i laghetti di Gallo Matese e Letino. Entrambi di origine artificiale, il Letino, anche detto di Cauto, dal nome delle vicine grotte, tranquillamente visitabili in tutta sicurezza, è stato formato all’inizio del secolo scorso imbrigliando le acque del fiume Lete, con una diga visibile sia dal paese che dal Castello.
Con questo sistema, si costruì a valle, nelle prossimità del sottostante borgo di Prata Sannita, una centrale elettrica di rilevante importanza. La centrale idroelettrica di Prata, che come abbiamo appena visto, ricopriva un’importanza strategica per tutta la zona, fu distrutta dai Tedeschi in fuga, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Fu ricostruita agli inizi degli anni ’50, con tecniche più moderne, utilizzando anche le acque del lago Gallo, e fu per anni, il fiore all’occhiello dell’ingegneria idroelettrica italiana, vendendo energia anche all’estero. 
Successivamente dismessa, le acque del Gallo sono andate a rinforzare la Centrale di Capriati, ed il suo bacino artificiale.
Quindi ci ritroviamo con un’interessante area di archeologia industriale, data dalla Centrale, e dal tunnel di caduta delle acque, visitabili nei pressi del borgo antico di Prata Sannita. Nelle vicinanze, sono anche visitabili i resti di una cartiera, oramai dismessa, che logicamente sorgeva nei pressi del corso d’acqua. 
 
 
 
 

 
 
  
 
 
 
 

lunedì 6 luglio 2020

Ricordiamo ai lettori chi era il vero Achille Lauro


 fig. 1 - Copertina Achille Lauro superstar

Qualche lettore potrebbe essere stato tratto in inganno dal titolo, pensando di essersi imbattuto in un articolo sul noto cantante Achille Lauro. Forse non tutti sanno che l’interprete di “Rolls Royce” ha ricavato il suo pseudonimo dall’armatore partenopeo, che ha di fatto rappresentato un lungo capitolo della storia di Napoli. Nel corso della sua esistenza quasi secolare – morì a 95 anni compiuti –, Achille Lauro percorse tutte le tappe cruciali della storia napoletana, e non solo, del XX secolo, imponendosi sulla scena come leader tanto contestato quanto carismatico. Classe 1887, è stato considerato da alcuni un antesignano di Silvio Berlusconi, perché fu imprenditore, presidente di una squadra di calcio – ovviamente il Napoli –, uomo politico, editore del quotidiano Roma e proprietario della prima emittente televisiva del Mezzogiorno a trasmettere via etere, Canale 21. E naturalmente perché fu amato e odiato al tempo stesso.
Figlio di un armatore, fondò la Flotta Lauro, una delle più potenti flotte del Mediterraneo di tutti i tempi, almeno fino al crac finanziario avvenuto agli inizi degli anni ’80. La sua instancabile attività e la sua autorevolezza gli valsero l’appellativo di “Comandante”. Come presidente del Napoli, mobilitando le sue ingenti risorse economiche, promosse l’ingaggio di grandi campioni del calibro di Jeppson e Vinicio negli anni ’50. Come uomo politico, fu sindaco di Napoli negli anni ’50 e agli inizi degli anni ’60, contribuì alla nascita del Partito Nazionale Monarchico (da una cui scissione si generò nel 1954 il Partito Monarchico Popolare, confluito in seguito nel Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica). Militò poi negli anni ’70 nel Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, diventando componente della Commissione Trasporti.
Era demonizzato e ferocemente attaccato da quanti erano distanti dalla sua visione politica e dagli avversari, i quali lo accusavano di essere responsabile del deficit del bilancio comunale, della speculazione edilizia (il cosiddetto “sacco”), delle assunzioni “discrezionali” di parenti di ex dipendenti comunali, di favoritismi vari.
Tuttavia una ricostruzione storicamente obiettiva del suo operato dovrebbe innanzitutto basarsi su una netta distinzione tra ciò che rientra nel mito del laurismo e l’effettiva realtà dei fatti. Achille della Ragione, in un lavoro dedicato alla figura del Comandante (“Achille Lauro superstar: la vita, l’impero, la leggenda”), pubblicato nel 2003, ha raccolto una serie di dati documentari che dimostrerebbero come la responsabilità del sacco edilizio (denunciato anche da Francesco Rosi in un film del 1963, “Le mani sulla città”) andrebbe imputata piuttosto ai commissari prefettizi inviati in tempi diversi dal Governo centrale ad amministrare la città.
Quanto al voto di scambio, la nota storia delle scarpe spaiate (una consegnata all’elettore prima del voto, l’altra dopo) o delle banconote tagliate a metà non sarebbe altro che una vera e propria leggenda metropolitana abilmente architettata dalla propaganda antagonista, stando a quanto ci rivela la nipote Donatella Dufour (figlia di Laura Lauro, a sua volta figlia di Achille), che abbiamo incontrato per conoscere meglio alcuni aspetti della controversa personalità del Comandante. D’altronde la consuetudine di donare gli altrettanto famosi pacchi di pasta alle famiglie bisognose fu mantenuta anche lontano dalle consultazioni elettorali, persino quando l’impero finanziario di Lauro, faticosamente costruito, volgeva al tramonto. Lauro stesso soleva ripetere che, mentre gli altri politici regalavano promesse che puntualmente disattendevano, lui almeno non faceva mai mancare beni di prima necessità.
Che fosse un personaggio politicamente scomodo è evidente: basti citare un episodio apparentemente marginale, che ha come protagonista addirittura Totò. Nel 1958, ospite della trasmissione televisiva “Il Musichiere”, condotta da Mario Riva, il celebre attore, in preda ad un improvviso entusiasmo, si lasciò sfuggire la frase: «Viva Lauro!», esclamazione che fu motivo del suo esilio dalla scena televisiva per alcuni anni.
Certamente Lauro fu venerato da gran parte del popolo napoletano che riconosceva in lui il leader capace di risollevare le sorti della città, ma anche colui al quale rivolgersi, facendo affidamento sulla sua munifica prodigalità, per risolvere problemi personali. Assai numerosi sono gli aneddoti che si narrano in proposito.
La sig.ra Dufour ci ha raccontato che al termine del funerale del nonno – che paralizzò letteralmente il traffico cittadino, data la nutrita partecipazione dei napoletani, desiderosi di dare l’ultimo saluto all’ex sindaco –, una donna minuta e dal fisico mingherlino cominciò ad emettere grida disperate e prolungate all’ingresso del portone del palazzo Lauro, all’interno del quale si erano raccolti i parenti del defunto accanto alla bara. Lasciata entrare, la donna, accompagnata dalla figlia in evidente stato di imbarazzo, iniziò a strisciare in ginocchio, quasi a mo’ di atto penitenziale, versando copiose lacrime, senza mai interrompere i suoi lamenti, fino ad arrivare davanti al feretro. Infine pregò che le fosse concesso un dono: un qualunque fazzoletto appartenuto al Comandante. La donna raccontò infatti che in passato, in un momento di grave difficoltà economica in cui versava la sua famiglia, era stata lautamente beneficata da Lauro a cui aveva chiesto aiuto. Per attirare la sua attenzione e parlargli direttamente, trovandosi nel bel mezzo di una ressa di donne nerborute e ben in carne, inscenò un gesto plateale: si avvicinò a don Achille e gli “scippò” il fazzoletto che egli portava nel taschino.
Dopo questo episodio, la donna diventò una sorta di beniamina che Lauro portava sempre con sé ad ogni comizio elettorale. Era lei che teneva l’arringa inaugurale, con la quale doveva convincere la folla, rigorosamente in napoletano, a votare don Achille che tanto si era adoperato per la sua causa.
Entreremo nel merito   delle abitudini e della vita quotidiana di Achille Lauro attraverso l’intervista alla nipote Donatella Dufour .

 fig. 2 - Atto donazione fontana del carciofo


 fig. 3 - Atto donazione fontana del carciofo

  

  fig. 4 - Achille tra le sue donne
 
 
 
 

Un filosofo in meditazione di Francesco Fracanzano


Fig.1 - Francesco Fracanzano 
- Filosofo in meditazione - 
Lecce collezione privata
Misura della tela 98x73,5
  
Continuamente antiquari e collezionisti​ mi inviano foto di dipinti di scuola napoletana, chiedendomi un parere sull’attribuzione e questa circostanza mi permette di visionare una cospicua mole di inediti, alcuni di notevole qualità, come nel caso di questo superbo Filosofo in meditazione (fig.1) di Francesco Fracanzano di proprietà di un collezionista di Lecce. ​ 
La rappresentazione di mezze figure di santi e filosofi, investigati con crudo realismo, fu una moda nata nella bottega del Ribera a Napoli ed affermatasi poi anche in provincia grazie ai suoi discepoli, tra i quali, con una rilettura originale, si annovera anche il sommo Luca Giordano, che più volte ritornerà sul tema nel corso della sua lunga carriera, dilatando oltre misura la sua fase riberesca, identificata erroneamente dalla critica con un periodo unicamente giovanile. ​ ​Tra​ i più convinti seguaci del valenzano si distingue Francesco Fracanzano, il quale nel 1622, dalla natia Monopoli, si trasferisce con la famiglia nella capitale, entrando giovanissimo nell’ambiente artistico partenopeo, grazie anche al matrimonio, celebrato nel 1632, con la sorella di Salvator Rosa. Lavorando con il Ribera ne recepì la stessa predilezione per la corposità della materia pittorica e ripropose spesso i soggetti più richiesti dalla committenza: studi di teste e mezze figure di filosofi e profeti su fondo scuro.​ ​ ​ ​ ​ 
​ La qualità del quadro è molto alta grazie a sapienza di tagli di luci e ombre, di panni ed epidermidi, concretezza di particolari anatomici e tratti somatici, trattazione severa, ma anche intensa e umanissima, di stati d’animo e reazioni espressive. ​
L’attenta definizione di ogni dettaglio anatomico, le minute lacrime (fig.2), rese con preziosità caravaggesca, le mani giunte dalle unghie sporche, la pelle rugosa e la barba incanutita, sono particolari, appresi dal Fracanzano nella bottega del Valenzano e costituiranno la cifra stilistica lungo tutto il corso della sua carriera.
Il De Dominici accenna all’attività del Fracanzano nella bottega del Ribera: ”il maestro molto lo adoperava nelle molte richieste di sue pitture... mezze figure di santi e di filosofi”.
Nessuno di questi quadri, attribuibili con un buon margine di certezza alla sua mano, è firmato o datato, probabilmente perché spesso dovevano passare per autografi del maestro e ad avvalorare questa ipotesi ci soccorrono di nuovo le parole del biografo ”il Maestro molto lo adoperava nelle molte richieste di sue pitture e massimamente per quelle che dovevano essere mandate altrove, ed in paesi stranieri... egli è così simile all’opera del Ribera che bisogna sia molto pratico di lor maniera chi vuol conoscerlo... nell’esprimere la languidezza delle membra, nella decrepita senescenza​ dei suoi vecchi.

Achille della Ragione

 
fig.2 - Francesco Fracanzano - 
Filosofo in meditazione - (particolare) 
Lecce collezione privata
Misura della tela 98x73,5

venerdì 3 luglio 2020

Un paesaggio da favola

tav. 1 - Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione privata (particolare)


Un celebre collezionista di Parma mi ha inviato le foto di un suo quadro (fig.1) raffigurante uno splendido paesaggio con figure, che alcuni studiosi gli avevano riferito potesse essere stato realizzato da Lorrain e desiderava conoscere il mio parere.
Il mio imbarazzo è stato grande, perchè​ il mio terreno di interesse è costituito dal Secolo d'oro della pittura napoletana (Il Seicento), argomento sul quale, senza falsa modestia, mi ritengo il massimo specialista, ma quanto più ci allontaniamo da quel periodo, più ​ comincio ad essere sempre più un semplice appassionato, per cui ho ritenuto opportuno consultare alcuni miei colleghi, in primis il professor Pietro Di Loreto, il quale mi ha riferito trattarsi di un dipinto di epoca successiva. Anche Ammendola e Lepore hanno collocato l'opera cronologicamente nell'Ottocento e ne hanno sottolineato l'altissima qualità che si evince dall'esame di alcuni particolari (fig.2-3-4). 
Fino a quando il celebre Vittorio mi ha trovato la soluzione mostrandomi per un raffronto una tela, raffigurante un paesaggio (fig.5) di un abile quanto sconosciuto pittore russo, che certamente è stata eseguita dallo stesso autore del dipinto in esame.
Risolto il rebus voglio ora proporre ai lettori gli aspetti più significativi della biografia di questo pittore russo dal nome complesso e difficile da ricordare.
Fyodor Mikhaylovich Matveyev​ (1758–1826) era un pittore paesaggista classicista russo, più riconoscibile per i suoi paesaggi italiani. Fu uno dei primi pittori di paesaggi russi.​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​
 
 
tav. 2 -   Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione privata (particolare)

 
  tav. 3  - Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione privata


Matveyev era figlio di un soldato del reggimento Izmaylovsky. Fu ammesso all'Accademia delle arti imperiale, dove si laureò nel 1778 con una medaglia d'oro. Uno dei suoi professori era Semyon Shchedrin .Matveyev si specializzò fin dall'inizio come pittore di paesaggi e divenne il primo artista di paesaggi laureato con una medaglia d'oro. Successivamente gli fu assegnata una borsa di studio per viaggiare in Europa, come era comune all'epoca per i laureati di talento dell'Accademia. Nel 1779, Matveyev viaggiò in Italia e alla fine si stabilì lì. Non tornò mai in Russia e morì in Italia nel 1826. Egli ha viaggiato avanti e indietro in Italia e nei paesi circostanti, dipingendo paesaggi. Inizialmente, aveva commissioni da nobili russi residenti in Italia. Alla fine, le commissioni si diradarono e Matveyev scrisse lettere all'Accademia delle arti imperiale nel 1789 e nel 1795, chiedendo di sovvenzionare il suo ritorno in Russia. Apparentemente, non ha ricevuto alcuna risposta. Nel 1806, inviò il suo dipinto​ View around Naples​ all'Accademia e gli fu assegnato il titolo di accademico.​ ​ ​ 
​ Ha creato dipinti ad olio e una serie di opere grafiche. La maggior parte dei dipinti sono realizzati secondo le rigide regole del classicismo, il che significa che l'immagine è simile alla scena teatrale, con edifici o alberi ai lati. Ci sono sempre persone presenti nel paesaggio, per indicare la scala. I paesaggi di Matveyev non rappresentano mai paesaggi originali con precisione fotografica. Al contrario, i suoi disegni sono molto più inclinati verso il romanticismo e potrebbero in realtà essere i primi paesaggi romantici russi.

Achille della Ragione
 
tav. 4 - Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione provata (particolare)

 tav. 5 - Fedor Mikhailovich Matveev - Paesaggio con figure - Italia mercato antiquariale
 

 
 




 
 


giovedì 2 luglio 2020

Uno splendido bozzetto di Sebastiano Conca


Sebastiano Conca
 - La presentazione della croce a Gesù Bambino - 71 x 98 - 
Napoli collezione privata



Il dipinto di cui discuteremo non ha creato alcun problema nell'identificazione dell'autore: Sebastiano Conca, riconoscibile per l'intensità del cromatismo, la cura nel dettaglio e la presenza di figure rappresentate identiche in altre composizioni dell'artista.
Viceversa una certa difficoltà vi è stata per la corretta definizione del titolo.
Premesso che il quadro per le sue ridotte dimensioni, 71 x 98, probabilmente costituisce il bozzetto preparatorio per una pala d'altare, segnaliamo che l'iconografia mostra un angelo che porge la croce al Bambin Gesù sorretto dalle braccia di San Giuseppe. L'opera figurava già nell'inventario stilato nel 1866 dei 60 dipinti del XVII e XVIII secolo di scuola napoletana , che componevano la pinacoteca di un celebre monsignore, vescovo della diocesi di Aversa, come apprendiamo consultando il libro di Massimo Pisani: Il palazzo Cellammare. Cinque secoli di civiltà napoletana.
Si tratta  di un'iconografia alquanto insolita cui si potrebbe dare il titolo di "Premonizione della Passione". Per il professor Frank Dabell, storico dell'arte alla Temple University di Filadelfia, studioso dell'argomento, essa non è rarissima anche se poco presente in Italia. A tale proposito egli evoca un'incisione seicentesca di Laurent de la Hyre ed un'immagine dell'incisore anonimo olandese Maestro I.A.M. di Zwolle, che ci mostra un Cristo (sempre bambino) che abbraccia la croce (non lontano dall'idea leonardesca della Madonna dei Fusi, di abbracciare il destino). Anche il Murillo dipinge il Bambino addormentato su una croce o che sogna la croce.
Vogliamo ora fornire al lettore alcuni dati biografici di Sebastiano Conca, un pittore a cui fu dedicata alcuni decenni fa una esaustiva mostra nella natia Gaeta.
Sebastiano Conca nacque a Gaeta nel 1680 e morì nella stessa città nel 1764. Chiamato anche "Il cavaliere" era il maggiore di dieci fratelli. Il papà Erasmo era dedito al commercio e il secondogenito Don Nicolò fu arcidiacono della cattedrale di Gaeta. Sebastiano frequentò per oltre 15 anni la scuola napoletana di Francesco Solimena. Dal 1706 si trasferì a Roma col fratello Giovanni dove si affiancò a Carlo Maratta e svolse una proficua attività di affrescatore e di artista di altari fin oltre il 1750. A contatto con quest'ultimo, il suo stile artistico esuberante si moderò parzialmente. A Roma, patrocinato dal cardinale Ottoboni venne presentato a papa Clemente XI che gli assegnò l'affresco raffigurante Geremia nella basilica di San Giovanni in Laterano. Per il dipinto fu ricompensato dal papa col titolo di cavaliere e dal cardinale con una croce di diamanti.
Nel 1710 aprì una sua accademia, la cosiddetta Accademia del Nudo che attrasse molti allievi da tutta Europa, tra cui Pompeo Batoni, i siciliani Olivio Sozzi e Giuseppe Tresca e Carlo Maratta, e che servì per diffondere il suo stile in tutto il continente. Nel 1729 entrò a far parte dell'Accademia di San Luca e ne divenne direttore dal 1729 al '31 e dal 1739 al '41. 
Nell'agosto 1731 il pittore fu chiamato a Siena per affrescare l'abside della Chiesa della Santissima Annunziata, per volontà testamentaria del rettore del Santa Maria della Scala, Ugolino Billò. Il lavoro venne terminato nell'aprile del 1732. Con la "Probatica Piscina" (o "Piscina di Siloan"), Conca si guadagnò la diffusa ammirazione dei contemporanei. In particolare, furono apprezzati l'ampio respiro dell'opera e la sapiente composizione, fedele al racconto evangelico e ricca di scrupolosi dettagli. Fu in seguito tra l'altro al servizio della corte sabauda, e lavorò all'oratorio di San Filippo e alla chiesa di Santa Teresa a Torino. Nel 1739 scrisse un libro dal titolo Ammonimenti, contenente precetti morali e artistici e dedicato a tutti i giovani che avessero voluto diventare pittori. 
Dopo il suo ritorno a Napoli nel 1752, Conca passò, dalle esperienze classicheggiante, ai canoni, più grandiosi, del tardo barocco e del rococò e si ispirò soprattutto alle opere di Luca Giordano. Grazie all'aiuto del Vanvitelli, ricevette onori e incarichi da Carlo III di Borbone e dai più potenti ordini religiosi partenopei. Le sue opere più impegnative di questi ultimi anni sono andate distrutte, mentre sono rimaste numerose pale per altare di Napoli, tele inviate in Sicilia, i dipinti eseguiti per i benedettini di Aversa (1761) e le Storie di San Francesco da Paola, eseguite tra il 1762 e il 1763 per i Frati Minori del Santuario di Santa Maria di Pozzano a Castellammare. Con decreto regio fu elevato al rango di nobile nel 1757. Le ragioni del suo clamoroso successo si possono riconoscere nelle sue grandi capacità di mediare le diverse componenti artistiche del secolo: quella scenografia, magniloquente e grandiosa, appresa negli anni col Solimena, e quella più misuratamente composta del classicismo riformatore del Maratta. L'abilità del Conca fu dunque di sapersi misurare tanto con la tradizione quanto con le caute novità del momento, dosando e potenziando di volta in volta le diverse e molteplici componenti del linguaggio tardobarocco. Tra i suoi migliori allievi figura Gaetano Lapis, detto anche il Carraccetto. Una discreta celebrità ebbe anche il nipote di Sebastiano, il romano Tommaso Conca. Sebastiano Conca ha lasciato innumerevoli opere, che si stimano in circa 1200 pezzi. 

Achille della Ragione


venerdì 26 giugno 2020

Il sogno proibito di una recensione



   
tav.1 - Il Mattino, pag. 42 - 8 settembre 2015


Il mio nome non ha bisogno di presentazioni, anche se il pubblico mi conosce sotto varie vesti: le mie 60.000 pazienti mi ricordano come ginecologo di fiducia, l'opinione pubblica più arretrata, ma anche la più emancipata, rammenta le mie lotte a partire dagli anni Settanta per introdurre nella legislazione italiana la libertà di ricorrere all'aborto, i più anziani ricordano la mia partecipazione nel 1972 al Rischiatutto con relativo raddoppio, un pubblico variegato ed appassionato partecipa da circa 30 anni alle mie settimanali visite guidate gratuite a chiese, musei e monumenti della nostra amata città, i maligni sottolineano, pur sapendomi innocente, i miei lunghi periodi trascorsi come gradito ospite dello Stato, non tutti conoscono la mia attività di scrittore, cominciata nel 1978 e proseguita indefessamente fino ad ora, per un totale di 127 libri. Basta consultare in rete il sito opac sbn, che cataloga i volumi presenti nelle biblioteche pubbliche italiane per accorgersi che sono l'autore più prolifico e tutti i miei lavori sono consultabili gratuitamente in rete digitandone il titolo o meglio ancora andando sul mio blog o sul mio sito ai seguenti indirizzi
www.dellaragione.eu
www.achilledellaragione.it
Prima di passare all'argomento che tratteremo voglio ricordare la mia attività nel mondo degli scacchi, dove ho migliaia di amici, ho conseguito il titolo di maestro, ho ricoperto per 10 anni la carica di presidente della lega campana, ho vinto più volte il campionato regionale e soprattutto, in una memorabile simultanea, fui l'unico a sconfiggere l'allora campione del mondo in carica Karpov.

  
tav.2 - Il Mattino,  29 aprile 2004


tav.3 - L'autore con il suo libro nel giardino della sua villa


Parliamo ora della recensione a cui ambisco per vanagloria e per far conoscere all'opinione pubblica la difficile situazione in cui versano gran parte dei penitenziari italiani.
L'ultima volta che il Mattino si è degnato di dedicarmi un trafiletto è stato nel 2015 (fig.1) quando accennò brevemente ad un mio libro sulla pittura napoletana nei musei francesi, che ha avuto l'onore di essere presentato  pomposamente nell'aula magna del Louvre. Per parlare di una vera e propria recensione dobbiamo andare dietro di altri 10 anni, quando fu dedicato uno spazio adeguato (fig.2) ad uno dei miei libri più famosi : Achille Lauro superstar.
Negli ultimi tempi ho pubblicato due libri sulla mia esperienza carceraria (fig.3-4), ma nonostante in rete, grazie soprattutto a facebook, hanno avuto decine di migliaia di lettori, non riesco in alcun modo ad avere una recensione su un quotidiano napoletano.
Il Roma  ha candidamente dichiarato di non aver spazio per i libri e di dedicare tutto lo spazio alla cronaca della pandemia, Il periodico I m Magazine ha avuto il coraggio di chiedermi un contributo di 2000 euro, mentre il responsabile della sezione culturale de Il Mattino, faticosamente avvicinato da colleghi famosi, che in passato hanno partecipato come relatori nel salotto culturale che ogni settimana da venti anni si tiene nei saloni della mia villa posillipa, si è rifiutato di prendere in considerazione ogni ipotesi di accennare al mio faticoso impegno di letterato.
Voglio concludere che uno dei motivi che mi induce caparbiamente a trattare l'argomento è la possibilità di offrire gratuitamente a tutti i detenuti ed agli ex la possibilità di usufruire di una sentenza della Cassazione (fig.5) che porta il mio nome e che la stampa, salvo rare eccezioni, ha tenuto rigorosamente sotto silenzio.
Al momento questa è la situazione, ma non mi ritengo definitivamente vinto, chi vivrà vedrà.

Achille della Ragione

  
tav. 4 - Copertina di Le tribolazioni di un innocente

  



tav. 5 - Il Roma 14 marzo 2019 - continua dalla prima pagina