martedì 10 luglio 2018

Stesso episodio, 7 giudici, 7 sentenze, tutte diverse

fig. 1 - Il Giornale di Napoli

La storia che racconteremo è avvenuta oltre 20 anni fa, ma potrebbe accadere anche oggi ed è la dimostrazione lampante dello strapotere della magistratura che, secondo la Costituzione dovrebbe rappresentare uno dei tre poteri dello Stato, ma che in pratica tra intercettazioni, sequestri cautelativi ed arbitrio assoluto sulla libertà personale dei cittadini, costituisce uno strapotere in grado di condizionare gli altri due.
Siamo a metà degli anni Novanta ed un ginecologo di nome Achille e dal cognome famoso, dopo aver introdotto in Italia il metodo Karman ed aver favorito l'approvazione della legge 194, riguardante l'interruzione di gravidanza, attraverso una clamorosa autodenuncia, prosegue indefesso la professione nel suo studio di via Manzoni, ma la magistratura non gli da tregua con continue irruzioni e con un primo sequestro cautelativo del luogo di lavoro (fig.1-2), a cui si aggiunge un ulteriore sequestro: quello dei registri delle ricevute degli ultimi 10 anni di attività, sui quali gli inquirenti cercheranno le prove di eventuali reati, con un impegno di tempo e personale degno di miglior causa, interrogando 700 pazienti.
Le ricevute venivano rilasciate soltanto a pazienti che potevano ottenere una forma di rimborso e prevedevano unicamente prestazioni quali:applicazione di spirale, trattamento dell'anargosmia, causticazione di una piaghetta, visita senologica, ecografia pelvica etc.
Le donne vennero convocate tutte, circa 700 ed a trabocchetto veniva posta la domanda: come avete conosciuto questo medico?
4-5 si lasciarono sfuggire:mi sono recata da lui la prima volta per un aborto. Allora l'interrogatorio si interrompeva bruscamente: "non siete più persona informata dei fatti, ma imputata, dovete nominarvi un avvocato la 194 prevede infatti anche per la donna una sanzione, anche se solo pecuniaria.
Achille è costretto a trasferire l' attività in un'altra sua struttura, il Senos, normalmente adibita alla prevenzione dei tumori al seno, ma tempo un anno ed anche lì i tutori dell'ordine sequestrarono lo studio (fig.4-5-6) e questa volta anche delle foto scientifiche, riguardanti malformazioni mammarie, che sulla stampa saranno presentate come immagini pornografiche (fig.3).


fig. 2 - Corriere del Mezzogiorno

fig. 3 - La Repubblica

fig. 4 - Il Giornale di Napoli


Con pazienza e sopportazione ai limiti dello stoicismo, il Nostro si vede costretto ad appoggiarsi all'ambulatorio di un collega al Vomero.
Ma anche in questa nuova sede si approssimava vento di tempesta, che viene preannunciata ad Achille da una sua cliente, appartenente alle forze dell'ordine: lunedì saremo da te pronti ad un nuovo sequestro.
Ogni limite ha una pazienza ed Achille decide di chiedere il patteggiamento, prendersi una piccola pena con la condizionale e ritornare in possesso dei suoi studi.
In occasione del patteggiamento i quotidiani dedicarono pagine su pagine all'argomento,  e le due magistrate incaricate del caso, all'epoca giovanissime, oggi ai vertici della carriera, non stavano nei panni per i titoli a nove colonne nei quali compariva il loro nome al fianco di un personaggio ultra famoso.
La mattina che venni ricevuto a Palazzo di Giustizia indossai per l'occasione un vestito di Rubinacci ed una cravatta di Marinella. Le due magistrate, abituale a trattare con delinquenti, alla vista di un uomo così bello ed elegante, gli offrirono la mano, immaginando una semplice strettadi mano e rimasero di stucco quando furono oggetto di u bacia mano in piena regola.
Si passò poi all'esame del mio caso: "Abbiamo trovato ben 5 donne che hanno confessato di essersi sottoposte ad interruzione di gravidanza nel suo studio". Baldanzoso risposi: "mi complimento che indagini minuziose siate giunte a queste conclusioni, ma vi sono sfuggiti alcuni dettagli che in questa sede vorrei rendervi noti, in questi anni ho praticato, sempre e soltanto su pazienti maggiorenni e consenzienti altri 20.000 aborti!".
Tutti rimasero allibiti, dal cancelliere ai magistrati e la conclusione fu una condanna a pochi mesi di reclusione con la condizionale (che trascorsi 5 anni di buona condotta si sono estinti), nel frattempo tornai in possesso dei miei studi sequestrati.
La sentenza fu comunicata all'ordine dei medici, che, senza convocarmi, mi sospese dall'esercizio della professione. Chiesi di essere ascoltato e davanti alla commissione dichiarai la mia innocenza e di aver accettato la sentenza unicamente per ritornare in possesso dei miei studi. Fui lo stesso sospeso, per cui ricorsi davanti alla commissione centrale di Roma e poi in Cassazione, che mi diede ragione, provocando in base alla sua decisione una revisione della legge, che da allora prevede che si possa usufruire del patteggiamento solo se ci si dichiara colpevole.
Ed ora arriviamo finalmente all'argomento che giustifica il titolo dell'articolo.
I quotidiani di tutta Italia diedero ampio risalto alla notizia del patteggiamento, ma aggiunsero particolari falsi come si evince  dall'articolo pubblicato dalla Stampa di Torino, dal titolo che grida vendetta (fig.7): Il mantenuto dalle minorenni.
Decisi non di querelare perchè il procedimento penale avrebbe bloccato il risarcimento pecuniario ma di chiedere soltanto una somma di denaro per il danno alla mia immagine ai 7 più importanti quotidiani del Paese.
La discussione della diatriba avvenne nella sede legale di ciascun giornale (Torino, Milano, Roma, Napoli etc) ed a decidere sullo stesso episodio furono7 giudici diversi, che emisero 7 sentenze diverse.
3 di loro, con motivazioni ben oltre il demenziale, affermarono che i giornali avevano semplicemente esercitato il loro sacrosanto diritto di cronaca...(anche se la notizia era assolutamente falsa), gli altri 4 stabilirono dei risarcimenti di varia entità, da un minimo di 20 milioni ad un massimo di 180.
La favoletta è finita ai lettori l'ardua sentenza
 
fig. 5 - Il Mattino
fig. 6 - Il Mattino

fig. 7 - La Stampa

mercoledì 4 luglio 2018

Il casale di Santo Strato a Posillipo? Si a Posillipo!

tav. 1 - Targa piazza
Sembra impossibile che, a poche centinaia di metri da piazza Achille della Ragione (tav.1), dove è ubicata la splendida villa del celebre napoletanista, si trovi una succursale della Napoli più popolare, un misto di Quartieri spagnoli e di Sanità, costituito dal casale di Santo Strato (tav.2), abitato un tempo da contadini e pescatori ed oggi da pensionati, disoccupati, posteggiatori abusivi, domestiche ed artigiani. Tutta brava gente che percepisce chiaramente di appartenere ad una sola grande famiglia, nella quale quasi tutti i maschi si chiamano col nome del santo protettore.  
Un buco nero nel quartiere chic della città, ma gli abitanti possiedono una carica di vitalità straripante ed una simpatia contagiosa. Poche le botteghe, tra queste un fruttivendolo che vende frutta verace a clienti voraci, un meccanico in grado di riparare qualunque guasto ed una pizzeria (tav.3) in grado di offrire prodotti squisiti ad un prezzo imbattibile. 
 
tav. 2 -  Ingresso al borgo
 
tav. 3 - Addu' Totonno

Il casale di Santo Strato, è abbarbicato sul versante nord-orientale della collina di Posillipo. Restò isolato dalla città, come tutti gli altri borghi della collina, fino al 1643, quando il vicere Ramiro de Guzman, duca di Medina, non fece costruire le Rampe di Sant’Antonio.   
I borghi, o come venivano giuridicamente definiti all’epoca, i casali, sulla collina di Posillipo erano vari; i più importanti, oltre a Santo Strato, che era il più popolato, Angari, Megaglia e Spollano. Il casale di Angari scendeva da Torre Ranieri fino al mare, a Riva Fiorita, ed ancora oggi ai lati della discesa che porta da via Manzoni a via Posillipo se ne possono osservare i ruderi. Un’altra strada che portava da Cupa Angara fino al borgo di Villanova era nota con il nome di Malefioccolo, oggi via del Marzano (tav.4).
Villanova si estendeva, filiforme, tra il vallone che porta al mare e la già menzionata strada che portava a Santo Strato. Il centro del borgo era la chiesa di Santa Maria della Consolazione, costruita nel 1737, ed ancora oggi in ottimo stato. Megaglia, nel vallone che porta a Riva Fiorita, era attraversato dal proseguimento di via del Fosso, che porta da Santo Strato a mare, di Spollano non restano tracce. Molto più recente è il borgo di Porta Posillipo, che, più vicino alla città, affaccia sul golfo di Bagnoli. Il piccolo borgo di Marechiaro, ai piedi della chiesa di Santa Maria del Faro, apparteneva alla diocesi di Pozzuoli, a testimonianza della vicinanza geografica e politica dei borghi di Posillipo ai Campi Flegrei.
Anticamente la collina era chiamata “Ammenus”, nome che ne indicava la bellezza, per poi trasformarsi in “Pausillypon”, che come ci ricorda un poeta latino, vuol dire pausa; dal lavoro, dalla quotidianità, monotona e stancante anche a quei tempi, ed era nota per la salubrità e la pace che quei luoghi donavano ai viaggiatori. Già allora i Romani benestanti vi costruivano ville, come quella del generale Publio Vedio Pollione alla Gajola, dotata di teatro e di uno spettacolare parco,oggi collegata alla strada di Coroglio dalle grotte di Seiano. Nei secoli a venire,era poi punteggiata di ville nobiliari, raggiungibili da mare o a cavallo ed in carrozza, ma sprovvista di una vera e propria strada. Fu nel XVII secolo che i vicere, prima il duca di Alba, Antonio Alvarez de Toledo ne cominciò la costruzione, poi il duca di Medina ne prolungò la stessa fino a palazzo Donn’Anna, ma solo nel 1812 Gioacchino Murat completò l’opera fino alla strada che porta a Marechiaro. Fu il Corpo del Genio dell’Armata Austriaca, tra il 1820 ed il 1830, a darle l’attuale percorso fino a Coroglio, dall’altro lato del promontorio.
Il borgo di Santo Strato, chiamato oggi semplicemente il Casale, già indicato nella pianta del Noja, nel 1775 (tav.5) ha conservato nell’essenza, la sua struttura originale. A pianta triangolare, con il vertice nell’ingresso di via Giovanni Pascoli, dove, sotto al cartello del limite di velocità, c’è un altro cartello di fattura artigianale, infatti contiene un errore con conseguente correzione a pennarello, che invita le rare macchine che vi entrano a prestare la massima attenzione, perché qui i bambini giocano ancora per strada. In effetti sono poche le auto che vi entrano, oltre ai residenti, perché le stradine che lo percorrono terminano spesso in erte scalinate. La base del triangolo è l’attuale via Posillipo. Con l’antica via del Fosso (tav.6), che costeggia il vecchio cimitero, si arriva nei pressi del cinema-teatro Posillipo. Via Ricciardi non sbuca neanche direttamente sulla strada principale, ma è una splendida passeggiata, da fare esclusivamente a piedi, perché è una pedamentina, quasi esclusivamente costituita da scale. Molte delle altre stradine e scale che si dirigono verso il mare, sono interrotte dalle costruzioni e terminano con dei cortili su cui si affacciano le case. Tranne qualche bella casa, tra cui spicca “villa Gemma” (tav.7), già appartenuta alla famiglia Pisanti, e alcuni palazzi di nobile origine, con le classiche torrette dell’architettura napoletana di fine ‘800, inizio ‘900, tanto care all’architetto e ingegnere Lamont Young, è dominante uno stile presente in tutti i borghetti marinari del Sud, sia costieri che insulari. Quello stile si può chiamare “fantasia”, dove non c’è un piano uguale all’altro, l’arco del primo piano è diverso da quello del secondo, che è diverso a sua volta da quello del terzo. Diverse sono porte e infissi, finestre e balconcini, ed i rivestimenti sono mosaici di mattonelle varie e conchiglie, inframezzati da edicole votive (tav.8). Alle volte dei veri capolavori di arte povera.
Il centro del Casale è la piazzetta con la chiesa dedicata a Santo Strato (tav.9). È qui che nasce il culto del santo, che viene da Santo Stratone, un pretoriano romano, che rifiutatosi di perseguire alcuni Cristiani, subì il martirio.
La chiesa sorse nel 1266 nel luogo in cui già si trovava un antico tempio romano. A dedicarla a Santo Strato furono tre pellegrini greci, che raccolsero le risorse necessarie per la costruzione della piccola cappella esibendosi come giullari.
La cappella venne poi ricostruita e ampliata nel 1572, grazie all’interessamento di don Giovanni Leonardo Basso, abate di San Giovanni Maggiore, che ne curò anche decorazioni e affreschi. La chiesa, quindi, divenne parrocchia pochi anni dopo, nel 1597 e dedicata a Santa Maria delle Grazie in Santo Strato.
Nel 1728 venne rifatto l’altare maggiore che, fino ad allora, era rimasto quello dell’originaria cappella. Alle sue spalle venne collocato un quadro raffigurante Santo Strato con la Madonna delle Grazie e San Francesco di Paola (tav.10). Una scultura  del santo titolare, da taluni assegnata a Giacomo Colombo e risalente al XVII secolo, è custodita presso uno degli altari laterali posti lungo la navata.
La facciata conclusa da un timpano triangolare e fiancheggiata da due campanili con cupolino a bulbo, mostra chiaramente le alterazioni del secolo scorso mentre l’interno a croce latina e cupola, conserva ancora gli stucchi settecenteschi, più ricchi nelle cornici sugli altari. Settecenteschi sono invece gli altari marmorei - il maggiore, modificato, è datato 1728 - e varie sculture lignee. Fra queste si noti l’elegante Immacolata, nella prima nicchia di sinistra ed il busto di Santo Strato, patrono del casale, a cui le ridipinture non riescono a cancellare del tutto l’originaria qualità plastica. Della prima metà dell’Ottocento è infine il gruppo ligneo con S. Anna e la Vergine, posto nel transetto sinistro. 
 
tav. 4 - Via del Marzano
 
tav. 5 - Pianta Duca di Noja
tav. 6 - Via del fosso
tav. 7 - Villa Gemma
tav. 8 - Edicola di S. Strato
tav. 9 - La parrocchia
tav. 10  - Pala dell'altare maggiore

Per alcuni anni dal 1949 al 1952 nel borgo è vissuto lo scrittore Sandor Marai, il quale, nel suo libro Il sangue di San Gennaro, ha descritto con precisione le figure che caratterizzano da sempre il casale: lo scugnizzo, il vinaio, il trippaio, il pescatore, lo spazzino, il venditore di uova e tutta quell’umanità che viveva e vive in quel coacervo di salite e discese, in ogni caso strette ed intasate (tav.11–12–13). Oggi nessuno si ricorda della sua permanenza ed a ricordarlo soltanto una lapide (tav.14).
Le antiche tradizioni vengono scrupolosamente osservate come le feste popolari, a partire dal Presepe vivente (tav.15), fino alla processione in onore del Santo protettore (tav.16), che cade all’inizio di giugno e viene accompagnata da luminarie (tav.17), tripudio di folla (tav.18) ed un’abboffata generale, con poppute popolane (tav.19) che offrono pesce e trippa in quantità industriale.

Achille della Ragione

tav. 11 -  Il centro del borgo
tav. 12 - Sali e scendi per le scale
tav. 13 - Strade intasate
tav. 14 - Lapide che ricorda Sandor Marai
tav. 15 - Presepe vivente

tav. 16 -  La statua del santo in processione
tav. 17 - Festa di Santo Strato
tav. 18 -  Durante la festa
tav. 19 -  Trippa e poppe a volontá

domenica 1 luglio 2018

Napoli magica un libro da non perdere


Napoli magica


Vittorio Del Tufo, capo redattore del Mattino, ma soprattutto scrittore di razza e napoletanista doc,  trascina il lettore nel suo ultimo libro “Napoli magica” in un’affascinante e vertiginosa passeggiata nella Napoli esoterica  e misteriosa, guidandolo nello spazio e nel tempo come il mitico Virgilio, tramite le meravigliose pagine di questa nuova ed attesissima fatica letteraria, ideale sequel dell’acclamatissimo best seller “Trentaremi”.    
L’altro pomeriggio alla Feltrinelli di piazza dei Martiri, il tempio del sapere, è avvenuto il battesimo del fuoco, davanti ad una folla plaudente e straripante, nonostante la concorrenza (una rarità per Napoli) di molti altri eventi culturali concomitanti: dalla presentazione del libro di Raffaele La Capria nella suggestiva quanto panoramica cornice di Palazzo Donn’Anna, all’esibizione ai limiti del virtuosismo di Michele Campanella a Villa Pignatelli.    
Napoli magica è un libro dalla fattura estremamente elegante e costituisce uno straordinario tour  tra miti e leggende senza tempo: da  Virgilio nelle vesti di mago alla storia del fiume fantasma, dalle atmosfere fascinosamente dark dei racconti sul Principe di Sansevero (Raimondo di Sangro), sul suo lavoro di alchimista e sulle segrete della sua magione alla struggente leggenda della Sirena Parthenope,  demone marino o uccello antropomorfo, che viene poi umanizzata fino a morire per amore, dai misteri dell’antica città sotterranea ai perduti cori delle fate, dalla famosissima maledizione della Gaiola passando per il millenario culto della Dea Iside fino al Diavolo della Pietrasanta, alle Compagnie della Morte ed ai mitici Castelli della Città, giungendo poi ai misteri archeologici, quelli svelati e quelli ancora da svelare,  della più antica capitale del Mediterraneo.    
Sono pagine che raccontano storie di sangue, di delitti e morte, di sesso e amanti insaziabili. Storie romantiche, cupe, feroci. Storie napoletane.       
Parliamo di storie e non di leggende perchè Del Tufo crede ciecamente a quello che racconta.

Achille della Ragione

sabato 30 giugno 2018

Militari male utilizzati


 

 In attesa di una prossima quanto improbabile guerra la gran parte dei militari di carriera viene utilizzata in compiti anti terrorismo, ma viene localizzata, costantemente, in luoghi completamente fuori luogo, circostanza che, oltre a costituire uno spreco di denaro pubblico, fa sorgere un sentimento di rabbia nel cittadino.
Riguardo la città di Napoli voglio citare tre esempi significativi, ma ne potrei segnalare tanti altri.
Partiamo dal Vomero dove la pattuglia è localizzata, non nel centro, bensì in una via secondaria, dove non circolano che i rari residenti.
Se ci portiamo a Posillipo constatiamo che i soldati, con i loro ingombranti armamenti, speriamo caricati a salve, sono localizzati in via Pascoli, una via ultra secondaria, ove transita sporadicamente solo qualche coppietta in cerca di intimità.
La ciliegina finale è costituita dalla pattuglia a guardia della sinagoga sita in via Cappella vecchia, nell'androne di un antico, celebre, quanto cadente palazzo. Per inciso ricordiamo che gli ebrei residenti in città non arrivano a 150 unità, mentre gli islamici sono poco meno di  50.000. 

lunedì 25 giugno 2018

Un’Annunciazione di Pietro Negroni a Cassano allo Ionio

fig. 1 - Annunciazione - olio su tavola - 1552 -  Cassano allo Ionio, museo diocesano


L’Italia è talmente ricca, non solo di bellezze naturali, ma soprattutto di tesori artistici, che anche una piccola cittadina, con meno di 20.000 abitanti, può offrire al visitatore un capolavoro del Cinquecento da ammirare, come nel caso di Cassano allo Ionio, dove,  nel museo diocesano, da alcuni anni è esposta un’Annunciazione di Pietro Negroni (fig.1), pittore di San Marco Argentano, vissuto tra il 1505 e il 1565. L’opera, datata 1552, era custodita sul primo altare a destra nella Chiesa San Francesco da Paola, di Cassano, e per restaurarla ci sono voluti molti anni, ma alla fine, nel contemplarla il vescovo della diocesi, mons. Francesco Savino, ha potuto esclamare: «E’ un invito a rendersi conto che è l’estetica che conduce all’etica, la ricerca della bellezza come armonia di forma e contenuto, che può aiutarci a rendere la vita più buona».
Pietro Negroni è attivo oltre che in Calabria anche a Roma e a Napoli, su molti aspetti della sua vita c’è ancora un alone di leggenda. Le sue opere sono capolavori dell’arte calabrese del ‘500.
La città di Cosenza nel ‘500 era uno dei centri più all’avanguardia del Regno di Napoli. In quel secolo operarono alcuni tra i più grandi ingegni che la Calabria abbia avuto: insigni letterati, filosofi, astronomi, e non ultimo pittori. Tra questi merita un ruolo di primo piano Pietro Negroni, i cui lavori arricchiscono ancora alcune delle chiese cittadine, e soprattutto la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.
Sulla sua figura grava ancora un forte alone di mistero. Incerta la nascita, incerta la morte, incerto il volto che aveva. Per lui, però, parlano le sue opere, alcune delle quali sono giunte fino a noi mentre altre sono andate disperse nel corso dei secoli.
Tradizionalmente se ne indica la nascita al 1505 e la morte al 1565, anche se diversi elementi mettono in dubbio tali date. Riguardo al luogo di nascita i più indicano con probabilità San Marco Argentano, mentre fonti minori parlano anche di Torzano, l’attuale Borgo Partenope, frazione di Cosenza.
Secondo la leggenda era un giovane pastore quando venne notato da un pittore cosentino mentre disegnava le pecore che gli erano affidate. La storia è in realtà quella di Giotto, che ben si adattava al Negroni vista l’assenza di notizie più precise sulla sua giovinezza. Riguardo alla sua formazione si sa che fu allievo di Marco Cardisco, altro celebre pittore calabrese del tempo.
Della sua vita si conosce che lavorò a Roma e soprattutto a Napoli, dove sono ancora visibili alcuni suoi dipinti la cui fama fa inserire il Negroni tra i principali protagonisti del Rinascimento meridionale (fig.2–3). Non mancano importanti testimonianze della sua arte anche in Calabria, e soprattutto nella provincia.
Sulla base di una scoperta documentaria è stato espunto dal suo catalogo il polittico (fig.4) della chiesa di S. Maria Maddalena in Armillis a Sant’Egidio del Monte Albino (Salerno), realizzato da un certo Giovan Lorenzo Firello (o Ferrillo) tra il 1540 e il 1543. Per questo dettaglio invitiamo il lettore a consultare un mio scritto sull’argomento digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=S.+Maria+Maddalena+in+Armillis+


fig. 2 - L'eterno con i santi Gennaro e Restituta - Napoli, Duomo, cappella di S. Restituta
fig. 3 - Natività - Aversa, chiesa di San Domenico
fig. 4 -Giovan Lorenzo Firello - Adorazione dei pastori, Assunzione e santi - polittico - S. Egidio  Montealbino, chiesa S. Maria Maddalena Armillis


La città dei Bruzi ne conserva diverse. La Galleria Nazionale, ad esempio, custodisce la grande pala dell’Assunzione di Maria del 1554, la tavola con la Sacra Famiglia con S. Giovannino (fig.5) del 1557, e momentaneamente la Madonna con Bambino proveniente da Fiumefreddo Bruzio, attualmente in restauro. La chiesa delle Cappuccinelle possiede invece una bella Immacolata del 1558, ma è forse la chiesa di S. Francesco di Paola a conservare l’opera più bella: la Madonna con Bambino tra i santi Luca e Paolo. È un’opera imponente, realizzata dal pittore nel 1552 e ancora visibile nella chiesa per la quale venne realizzata, esempio di quanto l’arte nella città di Cosenza sia ancora alla portata di tutti.
Altre opere del Negroni sono presenti a San Marco Argentano, a Cassano, e soprattutto a Castrovillari, che conserva una splendida Madonna con Bambino in trono nella chiesa di S. Maria del Castello (fig.6).
Si tratta di veri e propri capolavori dell’arte in Calabria nel ‘500, per la quasi totalità esposti al pubblico e fruibili dai turisti o presso musei locali o presso le chiese per le quali vennero creati. Tesori da scoprire insieme ai mille altri che la Calabria racchiude.

fig. 5 - Sacra Famiglia con S. Giovannino  - Cosenza, Palazzo Arnone





fig. 6 -Madonna con Bambino in trono - Castrovillari, chiesa di S. Maria del Castello



venerdì 22 giugno 2018

Come era bello il Lido Napoli

01 - Baia il lido di Napoli

Sono ritornato dopo oltre mezzo secolo al Lido Napoli, quanta nostalgia di tempi felici, quando raggiungevo il mare con la Cumana da Montesanto con mia madre e mio fratello Carlo ogni giorno dalle 10 alle 17 ed erano gioco, mare e sole senza sorta di interruzione, ad eccezione di un pasto frugale consumato all’ombra della cabina, che tenevamo fittata dal 15 giugno al 15 settembre.
Mia madre preparava delle irripetibili frittate di maccheroni e dei panzarotti da schianto, innaffiati da Coca Cola e gassosa a volontà.
Mio padre non amava il mare, bensì il lavoro (erano altri tempi, che mai più torneranno); trascorreva tutto il giorno in ufficio alla sede centrale del Banco di Napoli di via Toledo, dove era direttore della sezione di credito industriale e la sera verso le 19, ben oltre il consueto orario di lavoro, ritornava a piedi a casa (abitavamo in via Salvator Rosa) per cenare tutti assieme.
Ricordo che il mare alcuni giorni era già sporco come oggi, perché alla rada sostavano delle petroliere, che ogni tanto lavavano le cisterne, per cui a riva giungevano macchie di nafta da far impallidire la odierna schiuma di detersivi non biodegradabili tanto di moda oggi.
In genere però l’acqua era limpida e fare il bagno una gioia immensa, alternata a fabbricare castelli di sabbia e pescare telline.
Le tracine erano molto diffuse e calpestarne una era un’esperienza imbarazzante, perché dotate di aculei pungenti, attraverso i quali diffondevano un veleno che procurava per ore dolori lancinanti.
A 800 metri dalla riva esisteva una torre, detta di Pulcinella. I più grandi la raggiungevano a nuoto, in gare settimanali, nelle quali eccelleva mio fratello Carlo, valente nuotatore ed il compianto Federico Ricciardi, detto Rirì, a differenza di Elio Fusco e Guglielmo Benigno, costantemente ultimi.
Io mi divertivo a giocare a bocce, ero praticamente imbattibile, da quando undicenne vinsi la prima coppa Ceceniello.
Alcune ore le occupavo a raccogliere bottiglie vuote di vetro, per le quali si pagava un deposito di 10 lire. Ne raccoglievo tante da ricavare 300 – 400 lire al giorno, in un periodo in cui la raccolta differenziata era di là da venire; più o meno come oggi.
Ricordo le selezioni per il concorso Ondina Sport Sud e la volta che vinse Ornella Peroni, una nostra amica che portammo al successo con un tifo da stadio.
All’epoca, siamo negli anni Cinquanta, vi erano tre fermate del treno, in corrispondenza di vari ingressi, dei quali persiste oggi un solo scheletro della struttura in cemento armato, che incute profonda tristezza.
Ma la vera differenza sta nelle cabine, centinaia e centinaia, nelle quali si depositavano costumi e secchielli, oggi completamente scomparse, sostituite da anonimi spogliatoi.
I treni passavano regolarmente ogni 15 minuti, oggi sono una presenza sporadica, tutti massacrati dalle insulse scritte dei writers, da tempo un flagello ubiquitario.
I bagnini erano tanti, ma anche oggi sono numerosi, giovani, aitanti e con una canottiera rossa per distinguerli a distanza.
La vera differenza è costituita nello stabilimento attuale da una spettacolare piscina, che permette di fare il bagno anche quando il mare è poco invitante.
Concludiamo questo tuffo tra passato e presente con una considerazione sui frequentatori: una volta la migliore borghesia napoletana, che ignorava cosa fosse la villeggiatura, oggi un pubblico che la brama, ma non può permettersela, molti volti patibolari, ma tutto sommato brava gente.
 
 
02 - Spiaggia-Lido Napoli-Lucrino
03 - La piscina del nuovo Lido Napoli