martedì 19 gennaio 2021

Maria De Rosa la vera regina degli scacchi

  

fig.1 - Maria pensierosa

Nei giorni scorsi su Netflix una trasmissione intitolata La regina degli scacchi ha battuto ogni record con oltre 62 milioni di spettatori, molti dei quali si sono avvicinati per la prima volta a quello che giustamente viene definito: “Il re dei giochi ed il gioco dei re”.
Ma la vera regina degli scacchi è napoletana e si chiama Maria De Rosa (fig.1) ed in questi giorni ha meritatamente conquistato intere pagine di quotidiani (fig.2-3) e numerose interviste dalle più importanti emittenti televisive, che hanno rammentato la sua profonda amicizia col mitico Garry Kasparov (fig.4), campione mondiale per oltre 15 anni.
Beth Harmon (fig.5) la star della serie televisiva è molto bella, ma certamente meno di Maria (fig.6), che possiede un fisico statuario e prominente, occhi profondi, sguardo sorridente, labbra carnose, e soprattutto sprizza generosamente allegria partenopea. 

 

fig.2 - Maria a piena pagina su Il Mattino

fig.3 - Maria prepara lo scacco matto

 

fig. 3 - Maria prepara lo scacco matto

Ho conosciuto Maria quando giovanissima già mieteva vittime illustri durante le competizioni di scacchi. Io ero un esperto maestro, lei una ragazzina che partecipava alle prime gare impegnative e rimasi colpito dalla sua abilità e dalla sua straordinaria capacità di calcolo. Finita la tenzone, nel complimentarmi, le chiesi l’età, immaginavo 18-19 anni, perché la De Rosa era già una splendida fanciulla in grado di attirare lo sguardo compiaciuto di tutti i giocatori (tra gli scacchisti la presenza del gentil sesso è eccezionale). Grande fu la mia meraviglia, quando appresi la sua vera età: 11 anni.
Napoletana doc Maria vive a Casavatore ed irradia intorno a sé un’aurea di serietà da brava ragazza all’antica, per cui nell’ambiente scacchistico, regno incontrastato dei maschi, ma dove vigono regole altrove sconosciute di correttezza,  mai nessuno, né giovane, né anziano si è mai permesso di fare apprezzamenti sulla sua avvenenza, sicuro che sarebbe stato assolutamente fuori luogo.
Sulla sua preparazione molto hanno influito i consigli del maestro Fide Giacomo Vallifuoco, insuperabile nel forgiare giovani talenti, alla cui scuola è facile progredire e raggiungere grandi traguardi.
Ha vinto 7 volte il campionato italiano individuale e 6 volte quello a squadre, ha partecipato 4 volte alle Olimpiadi ed attualmente tiene corsi avanzati di scacchi per studenti ed appassionati, possiede una frequentatissima pagina facebook: Parthenope Chess e collabora con il più grande sito mondiale, chess.com, che da tempo ha superato i 50 milioni di utenti.
Bella, giovane, ambiziosa, intelligente il futuro è suo. Tanti auguri Maria e Ad maiora!
Per chi volesse approfondire la sua biografia rammento che le ho dedicato un capitolo nel mio libro Achille maestro di scacchi consultabile in rete digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2019/03/achille-maestro-di-scacchi.html
 
Achille della Ragione 

 

fig.5 - Beth Harmon, la regina degli scacchi televisiva


fig.6 - Maria brinda alla vittoria




lunedì 18 gennaio 2021

Vita e opere di Giacomo Farelli (1629-1706) - Artista e gentiluomo nell'Italia barocca

tav. 1 - Copertina libro


Prima di parlare del libro, qualche parola sugli autori: il professor Riccardo Lattuada e la dottoressa Laura Raucci. Il primo, illustre cattedratico e consulente delle più importanti case d’asta, la seconda da sempre studiosa del pittore, sul quale ha discusso la sua tesi di dottorato nel 2002.      
Giacomo Farelli (Roma, 1629 – Napoli, 1706) è un Carneade per molti studiosi della storia dell’arte del meridione d’Italia: una damnatio memoria e lo ha relegato nella schiera degli artisti minori, operanti in periferia e pressoché inesistenti rispetto ai protagonisti del tardo Barocco di Napoli e del suo Regno: Luca Giordano, Francesco Solimena, Paolo de Matteis, Giacomo del Po.
Il libro di Riccardo Lattuada e Laura Raucci ricolloca, a valle di ricerche storicamente e filologicamente fondate, Giacomo Farelli nell’orizzonte artistico del suo tempo, mettendo a fuoco la notevole posizione sociale e professionale del pittore. Cavaliere dell’Ordine di Malta e per vari anni Governatore della Città dell’Aquila, Farelli fu un artista molto stimato dai suoi contemporanei, attivo con successo a Napoli, in Abruzzo, nel Meridione continentale e a Pisa; e registrato in antichi inventari di collezioni in Spagna, in Germania e in Francia.
Nato da padre di Trapani e madre di Sorrento e cresciuto a Napoli, all’età di quindici anni Giacomo Farelli entra nello studio di Andrea Vaccaro per emanciparsene presto e incamminarsi verso una carriera di successo. Lo spessore dei riferimenti stilistici e il bagaglio formale fanno di Farelli un artista completo e attrezzato con una cultura figurativa molto articolata, influenzata dal genio di Luca Giordano ma aggiornata appieno sull’emergere delle tendenze accademizzanti e classiciste emerse nei dibattiti dell’Accademia romana di San Luca.
Il libro di Riccardo Lattuada e Laura Raucci vuole essere di stimolo ad avviare la conservazione delle sue opere. Le immagini dei dipinti più importanti di Giacomo Farelli – perlopiù di nuova esecuzione – in luoghi pubblici di Campania e Abruzzo, li mostrano in prevalenza in condizioni conservative pietose. In molti casi le riprese effettuate costituiscono la prima documentazione su episodi di grande impegno formale. Gli autori del libro hanno scelto di occuparsi di Giacomo Farelli anche allo scopo di segnalare l’urgenza dell’avvio di campagne di restauro sulle sue opere, e più in generale su tutto il disastrato corpo del patrimonio artistico meridionale.         
Evento raro nel mondo accademico gli autori, nella prefazione, riconoscono che la prima monografia (tav.5) sull’artista è stata licenziata alle stampe nel 2011 dal sottoscritto, ha avuto 4 edizioni ed è a disposizione di studiosi ed appassionati ordinandola alla Libro Co, mentre tutti la possono consultare gratuitamente digitando il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo80/articolo.htm
E vorrei ricordare la recensione che mi fece nella sua rivista il compianto professor Mario Alberto Pavone: “Il libro inquadra la figura del Farelli nel panorama artistico napoletano della seconda metà del Seicento e ci permette di conoscere ed apprezzare un artista poco noto, attivo per oltre cinquanta anni, non solo nelle principali chiese napoletane, ma anche in Abruzzo ed in Toscana.
Discepolo di Andrea Vaccaro, egli subì il fascino di Guido Reni e del Domenichino, pur rimanendo nell'ambito di una tradizione figurativa di marca napoletana e si orienterà in seguito allo studio dei maestri cinquecenteschi, raggiungendo un espressionismo esasperato, soprattutto nei particolari anatomici, resi con particolare forza attraverso un costante esercizio disegnativo.
Il contatto col Giordano sarà quanto mai fecondo, perché il Farelli dall'illustre collega seppe cogliere gli aspetti innovativi, che trasferì nel suo stile personale.
Vengono pubblicati vari documenti di pagamento, che hanno meglio delineato i termini cronologici della sua attività, permettendo una più precisa ricostruzione degli influssi esercitati sul suo stile dall'ambiente artistico circostante.
Il mercato antiquariale, oggi che sappiamo meglio riconoscere il suo stile, ci ha restituito numerosi quadri destinati al collezionismo privato, che vengono illustrati per la prima volta, incrementando il suo catalogo, che oramai può contare su molte decine di opere certe.
Concludono l'opera una corposa bibliografia con 130 titoli, tra i quali vengono segnalati i più significativi ed una serie di tavole per un totale di circa 150 immagini”.


Achille della Ragione

 

tav. 2 -  Giacomo Farelli - Il ratto di Proserpina -
Bari pinacoteca metropolitana

  

tav.3 - Giacomo Farelli - Visione di S. Brigida -
Napoli chiesa di S. Brigida

 

tav.4 -  Giacomo Farelli - San Giuseppe Ruffo -
Napoli chiesa San Giuseppe dei Ruffi

 

tav.5 -  Copertina Giacomo Farelli opera completa

 

 

 


 

venerdì 15 gennaio 2021

Qualche esempio che illumina sul Libero arbitrio

 

fig.1 - Eugène Delacroix - La barca di Dante

 
Il libero arbitrio è un concetto intrigante che mette in discussione la nostra stessa essenza umana. Nella libertà di scelta che in genere sappiamo di avere, ma spesso non la mettiamo in pratica, c'è l'identificazione della dignità umana, una virtù che ci eleva e fa di noi degli uomini responsabili.
Per potere analizzare la portata di una facoltà così interessante occorre andare un po' indietro nella storia e prendere in esame qualche esempio indicativo e di conoscenza comune.
Dante Alighieri (1265-1321), di cui quest'anno ricorrono i 700 anni della morte, pone gli Ignavi nell'Inferno (fig.1). Ad essi si rivolge con sentito disprezzo, mortificando la loro indifferenza. Uomini che non hanno fatto tesoro del dono del Libero arbitrio e hanno calpestato la loro dignità. Sono ben note le parole rivolte a Virgilio: " Non ragionar di loro, ma guarda e passa".
Dante parla esplicitamente del Libero arbitrio. L'uomo ha la facoltà di scegliere tra il bene e il male e sua è la condanna finale nelle bolge infernali e provvisoria nel Purgatorio, così come il premio del Paradiso é per chi ha perseguito il bene.
Egli interroga e giudica la fede senza però dimenticare la ragione. É figlio del suo tempo, il Medioevo, in cui peccato e grazia sono valori assoluti. Ma è anche precursore dell'Umanesimo attraverso l'esaltazione della libertà di scelta.
Che soggetto interessante poter dilungarsi a parlare di Dante! Per quelli che nel 1966 all'esame di maturità scientifica, scelsero tra le varie tracce della prova d'italiano, il tema sul sommo poeta, ricordo ancora il titolo: "Biografia interiore di Dante" il ritorno è frequente di quella memoria. Soprattutto perché c'è in lui una specie di fascino profondo  che scaturisce da una personalità multipla, capace di manifestarsi in ogni creatura che incontra nella quale si trasferisce completamente fino a sentire con i suoi stessi sensi le pene inflitte dal contrappasso dei loro vissuti. Il grande mosaico dell'umanità intera è lo specchio in cui riconosce sé stesso e quindi qualsiasi uomo.
Il passo dal libero arbitrio alla libertà dell'individuo, che è dura conquista, è  breve e quindi non ci si meravigli se nel Paradiso dantesco ritorna il tema.
Solo alla fine del suo lungo e faticoso viaggio Dante realizza il suo sogno d'amore. L'amore terreno della Vita Nova diventa pura contemplazione della luce eterna grazie  a Beatrice (fig.2). Nella sua ascensione all'Empireo, la donna amata lo rende libero da ogni legame terreno, perché il dono d'amore più grande è la generosità, quella donazione totale, che rende disponibili verso altri amori. Dio è amore infinito. 
Non è facile staccarsi dalla poesia del nostro Sommo, dalle sue terzine meravigliose, che toccano le nostre fibre più recondite, ma occorre andare avanti per esaminare altri esempi di Libero arbitrio.
 
fig. 2 - Gustave Dorè - Dante e Beatrice

 
fig. 3 Martin Lutero

fig. 4 - Erasmo da Rotteram



Nel Cinquecento due grandi pensatori, perché di ciò si parla, dell'uso cioè della ragione, l'unica vera libertà che abbiamo, Martin Lutero (fig.3) prima ed Erasmo da Rotterdam (fig.4) dopo, si espressero sul concetto in questione.
Il monaco tedesco scrisse il "De servo arbitrio". L'uomo è schiavo del peccato, da quello originale in poi. Satana e Dio si alternano nelle vicende umane. A nulla serve il desiderio di voler fare il bene, perché l'uomo è impotente e destinato a peccare.
Il teologo e filosofo Erasmo da Rotterdam, più noto per il suo testo l'Elogio della follia, é l'autore del "De libero arbitrio". L'uomo vuole e sente il bisogno di scegliere altrimenti non avvertirebbe quello stato di benessere quando decide di fare il bene a scapito del male. Naturalmente è già la visione umanistica dell'uomo "faber fortunae suae". Uno squarcio libertario in un secolo ancora intriso di fantasmi peccaminosi. Di strada la secolarizzazione ne dovrà fare a lungo per giungere ai tempi moderni. Per restare vicino a Dante, ricordiamo la sua condanna dei due poteri temporale e spirituale imbrigliati dal Papato: "la Chiesa di Roma per i due reggimenti cade nel fango". È più facile essere servo che padrone. Il potere inquisitorio mi punisce se non obbedisco. La libertà costa (fig.5). Molti anni dopo i due poteri si separano, come è noto. E l'uomo s'interroga sempre meno sull'al di là. Addirittura Nietzsche arriva a dire che Dio è morto.
L'uomo del Novecento è artefice del suo destino, libero. Intorno alla metà del secolo la filosofia di Heidegger si diffonde e anche se non apertamente diventa l'idea base di molti movimenti di pensiero. La fenomenologia è il sostegno dell'Esistenzialismo. Il fenomeno è ciò che vediamo accadere e se accade noi siamo responsabili. Jean Paul Sartre (fig.6) l'indomani della bomba su Hiroshima alla Sorbona davanti ad una folla non solo di studenti fece un discorso di richiamo alla responsabilità dell'essere umano che è chiamato a scegliere in ogni momento della sua vita.
È dirà di più: egli sceglie anche di non scegliere.
Questo invito ad usare sempre il pensiero responsabile dovrebbe essere il fulcro delle nostre azioni fino a permeare la nostra vita quotidiana. 
 
 
fig.5 -Eugène Delacroix - Libertà che guida il popolo
 
fig. 6 - Jean Paul Sartre

fig. 7 - Hannah Arendt
 
Mi sia concesso accennare ad un altro esempio di rifiuto del Libero arbitrio avvenuto anch'esso nel secolo scorso.
E qui cito Hannah Arendt (fig.7), prima allieva e poi amante di Heidegger, autrice di una grande opera pubblicata contro i totalitarismi e infine grande battagliera del pensiero in azione. Ebbene dopo la guerra al tempo del famoso processo per i crimini di guerra contro Eichmann, la suddetta fu chiamata a testimoniare.
Studiò a lungo la pratica; le sedute in tribunale furono lunghe e diverse. Alla fine dopo avere estenuato l'imputato gli chiese se pensò prima di agire. E lui, dopo aver ripetuto tante volte che obbediva solo agli ordini, chinò il capo e non rispose di fronte all'evidenza.
 

Elvira Brunetti


lunedì 11 gennaio 2021

Errori di attribuzione in musei e chiese napoletane

   
 

tav.1 - Carlo Coppola - Decollazione di San Gennaro -
Napoli Pio Monte della Misericordia


Cominciamo questa nostra istruttiva carrellata con l’intento di correggere una serie di attribuzioni sbagliate di dipinti conservati in musei e chiese, partendo dal Pio Monte della Misericordia, famoso in tutto il mondo, per il raro privilegio di conservare nella sua chiesa uno dei capolavori di Caravaggio: Le sette opere di Misericordia.
Nella annessa quadreria è conservata una Decollazione di San Gennaro (tav.1) attribuita a Niccolò De Simone, che viceversa va assegnata senza ombra di dubbio al virtuoso pennello di Carlo Coppola, un artista poco noto, ma che nelle sue opere presentava costantemente dei dettagli patognomonici, che, se conosciuti, permettono di riconoscerlo. Uno di questi è l’occhio del cavallo che fissa con intensità l’osservatore (tav.2), presente in tutti i quadrupedi rappresentati nella composizione in esame, l’altro è l’eleganza con cui definiva le code dei cavalli, vaporose quanto abbondanti, come nel dipinto Cavalieri con armatura (tav.3), che presentato come capolavoro di Andrea De Lione, con un expertise di uno dei più celebri studiosi in circolazione ad un’asta Semenzato, raggiunse una cifra record.

 

tav.2 - Particolare degli occhi del cavallo

tav.3 - Carlo Coppola - Cavalieri con armatura a cavallo -
Milano Semenzato  2003

tav.4 - Giovanni Ricca - Santa orante -
Napoli museo diocesano


tav.5 - Giovanni Ricca - Cristo crocifisso con Maddalena -
Napoli museo diocesano

Ci portiamo ora nel vicino museo diocesano dove grazie a Giuseppe Porzio, che ha ricostruito esaustivamente la figura di Giovanni Ricca, possiamo togliere dall’anonimato due dipinti: una Santa orante (tav.4) ed un Cristo crocifisso con la Maddalena (tav.5), in entrambi compare la stessa splendida fanciulla che presta il suo volto alla Giuditta con la testa di Oloferne (tav.6) del museo diocesano di Salerno, che entra con enfasi nel catalogo dell’artista.
L’occhio acuto del giovane quanto valente studioso ha permesso di spostare dalla paternità di Onofrio Palumbo a quella di Giovanni Ricca la Crocifissione (tav.7) conservata a Napoli nella chiesa di S. Maria Apparente, seguendo il destino dell’Adorazione dei pastori (tav.8) di Potenza, che all’epoca ingannò anche i colti estensori del catalogo della celebre mostra Civiltà del Seicento, fino alla scoperta, nel corso di un restauro della firma del vero autore.
Non contento, il Porzio ha tolto dall’anonimato, assegnandolo al Ricca, anche il Martirio di S. Barbara (tav.9) del museo civico di Castel Nuovo e la tanto discussa Madonna col Bambino tra i SS. Giuseppe e Francesco d’Assisi (tav.10), conservata a Massa Lubrense nella chiesa di S. Maria della Misericordia, una tela che, tra rovine illuminate da un sole al tramonto, affianca le figure in una materia cromatica sensibile e quasi tremula alla luce. A lungo è stata attribuita al divino Guido Reni, di recente anche da Sgarbi(che possiamo scusare perché lui, salvo di pittura ferrarese, non capisce niente d’arte), l’Ortolani l’assegnava a Massimo Stanzione e Raffaello Causa a Micco Spadaro. Oggi finalmente ha trovato la vera paternità.

 

tav.6 - Giovanni Ricca - Giuditta con la testa di Oloferne -
Salerno museo diocesano

tav.7 - Giovanni Ricca -Crocifissione
Napoli, chiesa di S. Maria Apparente


tav.8 - Giovanni Ricca - Adorazione dei pastori -
Potenza chiesa di S. Maria

tav.9 - Giovanni Ricca - Martirio di S. Barbara -
Napoli museo civico di Castel Nuovo


tav.10 - Giovanni Ricca - Madonna col Bambino tra i SS. Giuseppe e Francesco d'Assisi -
Massa Lubrense, chiesa di S. Maria della Misericordia

Cominciamo ora un percorso tra i decumani visitando le chiese più prestigiose ed entriamo in San Paolo Maggiore, dove nell’ultima cappella a sinistra si può ammirare una splendida Annunciazione (tav.11), secondo la targhetta di ignoto, quando anche un semplice appassionato riconosce uno dei caratteri patognomonici presenti in tutti i dipinti del Marullo in cui vi è una fanciulla: un cono d’ombra sulla guancia sinistra.
Poche centinaia di metri e ci troviamo all’ingresso della chiesa del Purgatorio ad Arco, famosa per il culto delle”capuzzelle”, nella quale si conservano importanti dipinti, tra i quali, il primo entrando a sinistra, raffigurante San Michele Arcangelo che abbatte il demonio (tav.12) per secoli è stato attribuito a Diana De Rosa, più nota come Annella di Massimo, fino a quando, alcuni anni fa, durante un restauro è comparsa la firma dell’autore: Girolamo De Magistro, di cui si conosceva un solo quadro ed ora grazie a questo è entrato a pieno titolo tra i protagonisti del secolo d’oro della pittura napoletana.
La storia dell’arte procede grazie all’occhio dell’esperto, ma soprattutto in virtù della scoperta di nuovi documenti, l’unico mezzo, se correttamente interpretato, in grado di fornire la certezza di un’attribuzione.
La vicenda di cui tratteremo si basa proprio su di una fede di credito rintracciata nell’Archivio storico del Banco di Napoli da un infaticabile “segugio”: Vincenzo Rizzo, da quasi 50 anni impegnato, con passione certosina, a portare alla luce incessantemente testimonianze del nostro glorioso passato, da quel mare pescosissimo ed ancora in gran parte inesplorato, costituito dai documenti di pagamento degli antichi Banchi napoletani attivi dai primi del Cinquecento.

tav.11 - Giuseppe Marullo -Annunciazione -
Napoli, chiesa di  San Paolo Maggiore
 
tav.12 - Girolamo De Magistro -San Michele Arcangelo abbatte il demonio -
Napoli, chiesa del  Purgatorio ad Arco

tav.13 - Giovan Bernardo Azzolino - Santissima Trinitá e santi - documentato al 1617 -
Napoli chiesa del Gesù


Nella chiesa del Gesù Nuovo, nel Cappellone di Sant’Ignazio, si trova uno splendido quadro di grandi dimensioni, rappresentante una Santissima Trinità e Santi  (tav.13), che nel corso dei secoli è passato attraverso le più altisonanti quanto fantasiose attribuzioni, dal Guercino a Battistello Caracciolo per finire ad Agostino Beltrano, il quale, in particolare, non poteva essere l’autore del dipinto per lampanti motivi iconografici e anagrafici…, ma nonostante tutto la targhetta col suo nome resiste imperterrita.
Infatti, come segnalatoci gentilmente da padre Iappelli, un erudito gesuita che ha dedicato la vita a studiare i tesori della chiesa, nella tela in basso a sinistra sono rappresentati, in ordine di canonizzazione, i principali santi gesuiti, l’ultimo dei quali salito alla gloria degli altari nel 1617, mentre mancano quelli, anche se importanti, degli anni successivi.
Il nostro Beltrano, nato nel 1607, aveva all’epoca poco più di 10 anni!
Pittori dallo stile diversissimo, a dimostrazione che quando l’attribuzione si basa unicamente sull’occhio del conoscitore la cantonata è più possibile che probabile. E gli esperti che si sono cimentati nel cercare di dare una paternità allo splendido dipinto sono tra i più autorevoli, dal Galante, erudito ottocentesco, autore di una famosa ed insuperata” Napoli Sacra” agli autori della moderna guida della chiesa, fino al sovrintendente dell’epoca in persona, uno studioso dalla cultura indiscussa e dall’occhio poco meno che infallibile.
Sfogliando viceversa il Giornale copia polizze del Banco dello Spirito Santo al giorno 18 maggio 1617, come ha fatto diligentemente il Rizzo, guidato dal suo  straordinario fiuto, unica bussola che lo guida nelle sue quotidiane ricerche tra milioni di documenti accumulati con un ordine disordine che solo in pochi sanno dominare, si sarebbe giunti a conoscere finalmente il nome del misterioso autore: Giovanni Bernardino Azzolino.
“nel quale si poneranno tutti i Santi che si averanno da dipingere…. quadro di ogni perfezione e squisitezza il quale sarà di altezza di palmi 14 e di larghezza di palmi 9…. di ponerci colori molto fini non solo nei vestimenti ma anche nell’aria aurea…”
Così recita la ritrovata fede di credito.

tav.14 - Cesare Fracanzano - Sacra Famiglia -
Napoli collezione Pagliara


tav.15 - Anna Dorothea Therbusch - Ritratto Niccolò Jommelli -
Napoli collezione Pagliara

Ritorniamo in ambito museale nell’Istituto Suor Orsola Benincasa, dove è conservato uno scrigno prezioso, negato alla pubblica fruizione: la collezione Pagliara, ricca di decine di preziosi dipinti e degna di essere conosciuta da tutti per cui consigliamo di leggere un mio articolo sull’argomento digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/la-pinacoteca-della-collezione-pagliara_16.html
In una delle prime sale ci accoglie una splendida tela di grandi dimensioni, una Sacra famiglia (tav.14), attribuita a Francesco Fracanzano, intorno al 1635, una data importante per la pittura napoletana, che cominciò da allora a risentire della rivoluzione cromatica tendente ad addolcire il chiaro scuro caravaggesco. Il dipinto, a nostro parere, va viceversa assegnato a Cesare Fracanzano per le stringenti analogie con i suoi due quadri, firmati, conservati al Pio Monte della Misericordia.
Tra gli ultimi quadri esposti vi è uno splendido ritratto del musicista Niccolò Jommelli (tav.15), da sempre ritenuto opera di Bonito, fino a pochi anni fa, quando un restauro ha messo in evidenza la firma della raffinata, quanto sconosciuta autrice, la pittrice tedesca Anna Dorothea Therbusch, che verosimilmente lo ha eseguito a Stoccarda nel 1764, argomento che ha costituito la tesi di dottorato di una giovane studiosa bolognese Giuliana Gualandi, che ho avuto l’onore di seguire nella sua fatica intellettuale.
Passiamo ora ad un altro museo: Le Gallerie di Palazzo Zevallos, che hanno il raro privilegio di ospitare Il Martirio di S. Orsola, l’ultima opera di Caravaggio, ma soprattutto di poter far ammirare la corposa collezione del Banco di Napoli, che, dopo essere stata ospitata per decenni nel museo di Capodimonte ed un lungo periodo trascorso a Villa Pignatelli, hanno da tempo trovato una degna sede espositiva, in attesa, fra non molto, di trasferirsi di nuovo, nell’antica sede del Banco di Napoli in via Toledo.
Tra le tante opere esposte vogliamo porre in dubbio solo l’attribuzione di un dipinto: un superbo Sansone e Dalila (tav.16) che viene esaltato come un capolavoro di Artemisia Gentileschi, mentre noi accogliamo una diversa ipotesi attributiva avanzata nel 1984 da Riccardo Lattuada, il quale, confortato dal parere di Ferdinando Bologna, riconosceva una mano diversa e proponeva la paternità di Domenico Fiasella, un pittore genovese, che ha lavorato più volte a Napoli, soprattutto nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi, vergognosamente chiusa da quasi 50 anni.
Il resto del nostro articolo riguarderà opere di Agostino Beltrano, che abbiamo già incontrato con attribuzione apocrifa nella chiesa del Gesù Nuovo ed ora, sempre con un errore veniale, incontriamo sulla parete destra dell’altare della chiesa di S. Maria la Nova, dove è esposta un’Immacolata Concezione con papa Alessandro VII e re Filippo IV (tav.17), che versa in precarie condizioni di conservazione ed in una zona poco illuminata, per cui spero di poter essere parzialmente scusato per l’orribile foto che sono costretto a pubblicare. La tela in passato è stata assegnata dalla Novelli Radice al quasi sconosciuto Giuseppe, fratello di Agostino, perché a suo parere il livello di qualità dell’opera è molto modesto. Viceversa è facile constatare come la tela in esame trasudi lo stile di Agostino da tanti dettagli.
In particolare dobbiamo considerare i due personaggi raffigurati ai piedi della Vergine, il papa Alessandro VII, il quale si espresse definitivamente sull’iconografia rappresentata nel dipinto l’8 dicembre 1661 con la Sollicitudo omnium ecclesiarum ed il re Filippo IV che fece pressioni a lungo sul pontefice affinché si pronunciasse sulla questione.
Risulta pacifico che l’opera in esame non ha potuto vedere la luce prima del 1662, in accordo con il De Dominici che riferisce che l’artista morì nel 1665. Bisognerà perciò accettare l’ipotesi che Beltrano superò indenne l’infuriare della peste e visse dopo il fatidico 1656, che i libri di storia dell’arte si ostinano ad indicare come data del suo decesso.
Passiamo ora ad esaminare uno spettacolare Martirio di San Sebastiano (tav.18) passato sul mercato nel 1992 con un’attribuzione al Gargiulo del Brigante, il quale affermava: «Questo importante dipinto del celebre maestro napoletano, che in alcuni particolari mostra affinità col Martirio di San Lorenzo della Banca Sannitica di Benevento siglato “DG”, risale probabilmente ai primi anni del sesto decennio del secolo».
Nel 1997, in occasione della stesura del catalogo della celebre collezione ove il quadro era pervenuto, avendo l’onore di comparire in copertina,  i principali «napoletanisti» espressero la loro opinione sulla paternità del dipinto. Pacelli e Pavone confermarono la autografia spadariana, la Daprà, specialista dell’artista, avanzò l’ipotesi di Agostino Beltrano in parte confermata da Spinosa, che in un primo tempo aveva pensato genericamente al Maestro dei martirî. Leone De Castris collocò il dipinto al 1635 ed evidenziò la presenza nell’opera di caratteri falconiani, battistelliani e cavalliniani. Originale, l’ipotesi di Gennaro Borrelli, che parlò di una esercitazione della bottega di Aniello Falcone, sottolineando l’errata incidenza della luce e la pessima esecuzione dell’albero sullo sfondo, definito bituminoso.  
Ed infine, nel 1999, il passaggio in asta di una scena di supplizio identificabile come  Martirio di Santa Apollonia(tav.19), con in alto l’identico gruppo di angioletti (tav.20) e sulla destra lo stesso cavaliere nascosto dietro la bandiera rossa, che sono presenti nel Martirio di San Sebastiano, ha permesso di riconoscere lo stesso pittore come autore di entrambi i dipinti.
Molto importante la presenza del cavaliere sulla destra con elmo e bandiera, simbolo del potere romano, (derivata da alcune celebri tele del Gargiulo), il quale sembra volersi nascondere dietro al drappo rosso, con un atteggiamento che compare identico anche nella grande e famosa pala di Pozzuoli rappresentante Il miracolo di Sant’Alessandro, firmata e documentata al 1649.
Numerose altre figure presenti nel Martirio di Santa Apollonia permettono l’assegnazione della tela con certezza al Beltrano. Esse sono il fanciullo a dorso nudo in primo piano sulla destra, di vaga ascendenza battistelliana e, poco più che abortito, sulla sinistra il fantolino, che si avvicina alla scena a braccia protese e che ricompare identico nel già citato Miracolo di Santo Alessandro e nell’affresco rappresentante Il pagamento del tributo a Sennacherib di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, documentato agli anni 1644-45.
Il volto della Santa pronta al martirio è sovrapponibile alla fisionomia della figura femminile presente nel Sacrificio di Mosé, siglato,  del museo di Budapest, identificato dal De Vito nel 1984 ed alla Rachele del Giacobbe e Rachele al pozzo del museo di Besançon, assegnato già dal 1963 al Beltrano dal Volpe. Infine l’uomo barbuto che attizza le fiamme e l’altro scherano sulla destra che incombe sulla Santa sono modelli adoperati spesso dal Beltrano, che li riproduce più volte nelle sue opere dal Martirio dei Santi Gennaro, Procolo e Filippo , documentato al 1635, al Miracolo di Sant’Alessandro, al Giacobbe e Rachele al pozzo.
Il Martirio di San Sebastiano è stato di recente sottoposto ad un accurato restauro, il quale ha evidenziato alcuni dettagli inediti, come un guerriero, sul lato sinistro della composizione ed un fantolino (tav.21), il quale, sembra voler partecipare alla scena e che costituisce la firma criptata dell’artista.
Ed arriviamo ora allo scandalo che conclude degnamente, con un doppio errore madornale la nostra carrellata. Il Martirio di S. Apollonia è stato attribuito a Salvator Rosa da un celebre studioso e notificato dallo Stato, è stato presentato alla grande mostra di Lampronti tenutasi nella Reggia di Caserta e, colmo dei colmi, il celebre antiquario, per sdebitarsi dell’ospitalità, ha fatto dono al museo dell’opera incriminata.
Questi famosi esperti hanno commesso anche un grave errore nell’intitolare il quadro: Martirio di S. Agata, mentre chiaramente raffigura il supplizio di S. Apollonia, come capirebbe anche una bizoca o un parroco di campagna. Infatti alla prima furono amputati i seni, mentre alla seconda asportati i denti e poscia, se non avesse bestemmiato, a piacere Dio o la Madonna, sarebbe stata bruciata viva (come si evince dal cavadenti e dal legname posti in basso nella composizione).
 
Achille della Ragione
 

 

tav.16 - Domenico Fiasella - Sansone e Dalila -
Napoli Gallerie Zevallos

tav.17 - Agostino Beltrano-Immacolata Concezione con Alessandro VII e Filippo V -
Napoli, chiesa di S. Maria la Nova

 

tav.18  - Agostino Beltrano - Martirio di San Sebastiano  -
Napoli collezione della Ragione


tav.19  - Martirio di S. Apollonia -
Napoli , giá collezione Mauro Calbi


 

tav. 20  - Gruppo di angioletti

tav.21 - Fantolino a braccia protese


mercoledì 6 gennaio 2021

Elogio di Achille da un amico ammiratore

 





Il mio amico Achille della Ragione, ginecologo, scrittore, cultore storico di ogni aspetto riguardante Napoli e la napoletanità. È, con certezza anche il maggior esperto della pittura napoletana del ‘600. Non mi dilungo su altre sue qualità culturali sicuramente esistenti, altrimenti si perde il contatto col personaggio. Poiché egli non è solo questo, infatti l’aspetto più saliente del suo essere atipico è altro. Per averne un’idea basta riguardare la registrazione del filmato, digitando il link https://www.youtube.com/watch?v=vwnqj9Klw7s
quando lui, giovane virgulto, laureando, si presentò davanti a Mike Buongiorno quale partecipante al quiz “Rischiatutto”. Mike  con a fianco Sabina Ciuffini chiedeva informazioni e ad ogni risposta il pubblico scoppiava a ridere. Io sono diventato amico di Achille molto dopo, non era più un ragazzo, ma un uomo, un uomo con tante di quelle caratteristiche dell’Achille di Rischiatutto, diverso nel fisico ma identico nell’approccio: ogni volta che esprime un pensiero o una riflessione, sarà il tono, la struttura della frase, quel poco voluto di dialetto o di cadenza che è difficile non cogliere un’ironia che può essere sottile o beffarda secondo i momenti, ma che sempre fa sbellicare dalle risate anche per i tanti sottintesi emergenti. Naturalmente un personaggio così atipico non può esserlo solo nelle battute e nell’eloquio, infatti Achille ha comportamenti pubblici tanto atipici da considerarsi tra il paradosso e la più schietta comicità. La sua vita è stata costellata anche da avventure di ogni tipo, che anche queste a raccontarle ci si sbellica dalle risate, anche nella considerazione dei rischi che si accollava, rischi alle volte da far raccapricciare la pelle. Il buon Achille, arrivato all’età di settant’anni, quasi all’improvviso s’è accorto che qualche muscolo funzionava meno e anche la verve era affievolita. E, invece di cadere in depressione che fa? Comincia a raccontare alla maniera sua i suoi trascorsi di vita. Ne viene fuori un simpaticissimo volume autobiografico. Figuratevi lui, con la sua verve che racconta la sua atipicità. Ultimamente ha mandato ai suoi più stretti amici uno dei capitoli intitolati “il vizio lucroso del poker” (consultabile in rete). C’è qualche trafiletto (con tanto di foto) che riguarda anche me, un onore altissimo che mi ha reso felice. 


Carlo Castrogiovanni




domenica 3 gennaio 2021

Un interessante inedito di Andrea De Lione

fig.1 -Andrea De Lione - Riposo nella fuga d'Egitto -
105x128 -  Modena collezione privata


Il dipinto che presentiamo in questo articolo, appartenente ad una famosa collezione di Modena e raffigurante il Riposo durante la fuga in Egitto (fig.1) è stato più volte attribuito, da studiosi che lo hanno esaminato al Castiglione, conosciuto anche come il Grechetto, ma a nostro parere, per una serie di dettagli che esporremmo in seguito, il quadro va assegnato al virtuoso pennello di Andrea De Lione, famoso come battaglista, ma autore anche di scene bucoliche.
Nel corso degli anni ’30 i suoi occhi avidi e rapaci furano catturati dal linguaggio umile e popolaresco dei bamboccianti romani, poi dai preziosi cromatismi e dal denso pittoricismo del genovese Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, infine dalla composta classicità di Poussin, intrisa di ricordi tizianeschi e veronesiani. Andrea De Lione possiede la giusta collocazione nel panorama artistico napoletano del Seicento e lo pone alla pari del suo maestro Aniello Falcone, sotto il cui nome sono passate a lungo le sue battaglie.
Insigne battaglista, ma anche maestro di scene bucoliche, come lo definì Soria, ispirato agli esempi del Castiglione e del Poussin ed in grado di realizzare composizioni dai colori brillanti e dal vivace dinamismo.
Al Grechetto va ricondotta l’atmosfera preziosa e delicata in cui sono campiti e messi insieme i colori, inseguendo un gusto raffinato, mentre al francese si deve l’impostazione classica e severamente di profilo dei volti, oltre all’impaginazione ed al paesaggio idealizzato degli sfondi.
A partire dal 1635, anno della permanenza a Napoli del Grechetto e per un lungo periodo, probabilmente nel corso di un ipotetico soggiorno romano di Andrea, in parte segnalato anche dal De Dominici, viene a crearsi uno stretto rapporto tra il De Lione ed il pittore genovese. A tal uopo, indicativo di questa influenza è la considerazione che quasi tutte le opere “bucoliche” dell’artista partenopeo erano state in precedenza assegnate al Castiglione e solo dopo anni hanno trovato una corretta attribuzione in linea con quanto riferito negli inventari di antiche collezioni private, che ci parlano di un pittore narratore di favole.
Preziosità di colori ed un’animazione della scena rappresentata sono le caratteristiche che sottendono alle principali opere di ambientazione pastorale del De Lione, alcune veri e propri capolavori, come il Viaggio di Giacobbe, conservato a Vienna, il Venere ed Adone già a New York ed il Giacobbe in lotta con l’angelo del Prado, tutti dipinti firmati o documentati che hanno permesso di aumentare il suo catalogo.
In questo settore della sua produzione, che negli ultimi anni si accresce sempre più, quasi a superare gli esemplari con scene di battaglia, per i quali era giustamente famoso per le fonti antiche, si avverte palpabile, oltre all’influsso del Castiglione, anche la feconda lezione del Poussin neo veneto e di tutto quello ambiente romano, che tra il 1630 ed il 1650, viene rielaborando il classicismo del francese presente nella città eterna ed il barocchismo di Pietro da Cortona. Un intreccio così serrato da aver indotto la critica più avvertita, composta tutta da studiosi stranieri dal Blunt al Soria ed infine la Newcome, ad ipotizzare un lungo soggiorno romano di Andrea, che i documenti non hanno ancora dimostrato, essendo mancata fino ad oggi una ricerca specifica tra gli stati delle anime delle parrocchie della capitale.
Il vero referente per Andrea è il Grechetto con la sua materia intensa e grumosa, i raffinati accordi cromatici, l’esuberante profilo della sua qualità pittorica anche e soprattutto nell’esecuzione di animali e quella sua stessa capacità di incuriosirsi e di guardare oltre con libertà, da renderlo un pittore attraente al cui cospetto non resistono gli occhi vispi del De Lione, affascinato certamente anche dalle sue molteplici sperimentazioni calcografiche.
Al genovese va ricondotta l’atmosfera preziosa e delicata in cui sono campiti e messi insieme i colori, inseguendo un gusto raffinato e vivace, come si evince esaminando la parte centrale del dipinto (fig.2) che stiamo presentando ai lettori, mentre a Poussin si deve l’impostazione classica e severamente di profilo dei volti, oltre all’impaginazione e al paesaggio idealizzato del fondo.

 

fig.2 -Andrea De Lione - Riposo nella fuga d'Egitto -
105x128 - (parte centrale) - Modena collezione privata


Una visione arcadica della natura che qualche volta Andrea spinge verso forme più vere, dove i passaggi del clima e del tempo diventano percettibili e i profili umani riconoscibili.
Un dipinto che può essere accostato al Nostro è l’Adorazione dei pastori (fig.3), firmato e già di proprietà della Galleria Napoli nobilissima, nel quale è presente lo stesso cielo che più azzurro è difficile immaginare, secondo la tradizione rinascimentale raffigura la Natività al fianco di antiche rovine con il Bambinello adagiato su un letto di paglia. Verso di lui si avviano pastori silenziosi portando piccoli doni, mentre in secondo piano un angelo sta portando l’Annuncio ad un gruppo di altri umili custodi di greggi.
La rappresentazione simultanea dei due eventi, comune nei secoli precedenti, è alquanto rara nel Seicento ed è probabile che il De Lione l’abbia scelta per la sua predilezione per la pittura di storia.
La datazione più probabile del dipinto è sul finire degli anni Quaranta per il palpabile influsso del Castiglione sulla primitiva lezione falconiana. Dal pittore genovese derivano infatti i colori accesi e l’attenzione dedicata al paesaggio ed alla descrizione degli animali, tra i quali risalta lo sguardo quasi umano del bue, che buca letteralmente la scena
Per chi volesse approfondire la figura di Andrea De Lione ed ammirare un centinaio di foto a colori dei suoi quadri consiglio di consultare la mia monografia sull’artista (fig.4) digitando il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo81/articolo.htm


Achille della Ragione

 

 

fig.3 -Andrea De Lione - Adorazione dei pastori -
103x109 - firmato - Napoli, giá Galleria Napoli nobilissima



fig.4 - Copertina monografia