venerdì 31 luglio 2020

Un affascinante percorso nel ventre di Napoli

  

fig. 1 - Piazza Mazzini


Ogni anno, immancabile, è previsto nel folto calendario delle mie visite guidate, un affascinante percorso nel ventre di Napoli, alla scoperta di chiese chiuse e palazzi nobiliari in rovina, condomini di bassi e panorami mozzafiato, giardini pubblici ben curati ed ex penitenziari minorili abbandonati ed occupati da gruppi extra parlamentari, per chiudere in bellezza con la visita della chiesa di Montesanto. L'appuntamento per gli amici e gli amici degli amici è fissato in piazza Mazzini (fig.1), approfittando della presenza di alcune panchine, vetuste ma efficienti, poscia, prima di cominciare la discesa lungo la Salita Pontecorvo, si visita la limitrofa quanto interessante chiesa della Cesarea, dove ha celebrato messa Padre Pio (fig.2) e dove si possono ammirare interessanti quadri del Seicento e del Settecento napoletano.
Con gli occhi carichi di meraviglie si imbocca via Cotugno e si costeggia l'antico edificio che per anni ha costituito una succursale del 1° policlinico, con la sede dell'Istituto che si interessava di malattie tropicali e sub tropicali, da tempo passate di moda e poiché oggi impera la droga e la società cerca invano di porre un argine alla sua diffusione è stato creato un Sert, che si occupa del recupero dei tossicodipendenti.
Al n.5 di via Cotugno si trova una elegante palazzina, dotata di un rigoglioso giardino, dove per alcuni decenni ha vissuto il celebre avvocato Elio Rocco Fusco, compagno di scuola di mio fratello Carlo ed al quale, quando avevo 5 anni, fittavo per 5 lire cadauno i fascicoli di Topolino. Da tempo il principe del foro, accortosi della decadenza del quartiere, ha trasferito il suo eletto domicilio in una elegante dimora posta nei pressi delle rampe Brancaccio, dopo aver lasciato la condizione di signorino impalmando la coltissima preside Amina Lucantonio, la quale per anni ha frequentato assiduamente le mie visite guidate ed il salotto culturale di mia moglie, prima di scomparire nel nulla senza alcun motivo plausibile.
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2018/04/le-memorabili-visite-guidate-ed-il.html
Pochi passi e ci imbattiamo nella prima delle chiese chiuse che incontreremo nel corso della nostra visita: quella di Gesù e Maria (fig.3), non accessibile a fedeli e visitatori da oltre 50 anni, a tal punto che all'ingresso non troviamo i soliti cespugli, ma addirittura degli alberi alti alcuni metri. Per chi volesse visitare l'interno si può usufruire di un pertugio laterale, praticato in passato dai ladri e rimasto a disposizione di eventuali curiosi, che volessero rendersi conto di come si può cancellare un passato glorioso ed entrare in un presente senza futuro.
La chiesa, intitolata a Gesù e Maria, è una pregevole opera di Domenico Fontana; è composta da una vasta navata con cupola e transetto irregolare.
La facciata mostra due campanili ai lati. Il portale è sormontato da un timpano arcuato spezzato al cui centro insiste un busto seicentesco della Madonna col Bambino.
All'interno erano custodite molte importanti opere, la maggior parte delle quali sono scampate alla razzia dei predatori d'arte, tra cui pitture come Adorazione dei Pastori (fig.4) di Fabrizio Santafede, trasferita al Museo nazionale di Capodimonte. Tuttavia sono ancora presenti, anche se in precarie condizioni, decorazioni di Giovanni Bernardino Azzolino, che dipinse in particolare gli affreschi della cappella di San Raimondo sul lato sinistro e della cappella con cupola del transetto destro.
Di Belisario Corenzio invece sono gli affreschi della cappella del transetto sinistro, non speculare a quella destra in quanto sorge a fianco dell'abside.
Anche l'altare maggiore risulta depredato, come del resto anche la balaustra in marmi rossi. Ai suoi lati sorgono ancora due monumenti funebri: a destra di chi entra il sepolcro di Isabella Guevara (fig.5), opera di Dionisio Lazzari in marmi commessi e con statua della nobildonna genuflessa. Alla sinistra invece il sepolcro di Emilia Carafa.
In fondo, è ancora presente lo scheletro degli stalli del coro ligneo.
Proseguendo l'itinerario dopo circa 200 metri, sulla destra si trova la chiesa delle Pereclitanti, chiusa ed inaccessibile da tempo infinito, mentre il contiguo monastero è stato parzialmente destinato ad ospitare una scuola.
Sulla sinistra compare maestoso l'ingresso alla chiesa delle Cappuccinelle (fig.6) con annesso monastero che fu eretta nel XVI secolo dalla vedova del Duca di Scarpato, Eleonora, in seguito ad un ex voto, allo scopo di potervi ospitare le ragazze madri. L'edificio era gestito dalla suore appartenenti all'ordine francescano.
Il complesso, nel 1712, fu completamente rifatto in forma barocca da Giovan Battista Nauclerio e tra il 1756 e il 1760 furono operate ristrutturazioni ad opera dell'architetto Nicola Tagliacozzi Canale che comportarono trasformazioni in stucco e in marmo di molti ambienti, della facciata della chiesa e del portale d'ingresso al convento.
La chiesa è a croce latina commissa, nel secondo dopoguerra fu privata della cupola, abbattuta perché pericolante. Tuttavia elemento caratterizzante il complesso restano gli archetti che coronano il braccio sud-occidentale del chiostro.
Nel 1621 l'istituto fu riconosciuto da papa Gregorio XV e soggetto alla regola cappuccina.
Nel 1809 per ordine di Gioacchino Murat si decise la soppressione del monastero e la sua conversione in riformatorio minorile prendendo il nome dal celebre giuslavorista partenopeo Gaetano Filangieri, modificato ulteriormente in “Istituto di osservazione minorile” durante il fascismo.
Nel dopoguerra fino alla fine degli anni Settanta tornò ad essere un “Istituto di rieducazione” fino ad una prima ristrutturazione nel 1985, su richiesta di Eduardo De Filippo, all'epoca senatore a vita, alla quale ne seguì una seconda nel 1999 mutando la denominazione in “Centro polifunzionale diurno.
Abbandonato a se stesso  l'enorme complesso, formato da centinaia di stanze inutilizzate e da giganteschi terrazzi da cui si può ammirare uno splendido panorama è stato occupato abusivamente da alcuni gruppi extra parlamentari (fig.7), che sono diventati i padroni della struttura.
Di recente, in una puntata dell'Uovo di Virgilio, Vittorio Del Tufo magistralmente descrive la vita che si svolgeva nel carcere minorile Filangieri ed il triste destino attuale della gigantesca struttura (fig.8), che potrebbe essere trasformata in ricovero per anziani e barboni, in grado di ospitare migliaia di persone.
Ma vorrei accennare ad un dettaglio scandaloso di cui quasi nessuno è a conoscenza: la contigua chiesa delle Cappuccinelle, il cui monastero è divenuto poi il Filangieri, era ricca di opere d'arte, in particolare una grande pala d'altare (fig.9) di Solimena ed alcune laterali di Andrea D'Aste, uno dei principali allievi del Giordano ed è stata sottoposta dagli attuali occupanti della struttura ad un saccheggio sistematico, asportando non solo dipinti ed acquasantiere, ma anche tutte le mattonelle del pavimento. Ma non contenti, coadiuvati da abili writers, essi hanno sostituito le immagini sacre con degli imponenti ritratti di Lenin, Fidel Castro e Che Guevara ed utilizzano la enorme sala per riunioni politiche con accesi dibattiti.


fig. 2 - Padre Pio


fig. 3 - Chiesa Gesù e Maria (facciata)
 
 

fig. 4 - Fabrizio Santafede - Adorazione dei pastori - Napoli museo di Capodimonte

 

fig. 5 - Dioniso Lazzari - Monumento funebre di  Isabella Guevara
 
 

fig. 6 - Chiesa Cappuccinelle, ingresso


fig. 7 - Gruppi extra parlamentari occupanti la sede


fig. 8 - Cortile della struttura


fig. 9 - Francesco Solimena - Madonna e santi


Pochi passi in discesa e voltando sulla destra possiamo scoprire una inaspettata oasi di verde e di serenità : Il parco dei Ventaglieri (fig.10), che si trova a ridosso del popolare quartiere di Montesanto, a sua volta a ridosso di piazza Dante e dunque in posizione centralissima. Un luogo di relax e svago curato dai cittadini della zona facilmente raggiungibile a piedi e ben servito dai mezzi di trasporto, metropolitana linee 1 e 2 e funicolare di Montesanto. Il parco nasce nel novembre 2005, grazie al lavoro di gruppi, associazioni e singoli cittadini desiderosi di uno spazio sociale, in cui costruire nuovi legami di amicizia e di vita. Il Parco Ventaglieri ospita periodicamente assemblee pubbliche aperte a tutta la cittadinanza, in modo da favorire il confronto e la discussione su concrete problematiche, dal tema rifiuti, al disservizio fino a temi più sensibili come la violenza sulle donne. E non solo: dibattiti su sostenibilità e sviluppo urbano di qualità, ma anche attività disimpegnate come feste e spettacoli teatrali, mostre e mercatini, grazie alle potenzialità del luogo, che si nasconde nel cuore della città.
Sul percorso incontriamo poi una vera originalità, che solo a Napoli può esistere: un condominio di bassi (fig.11), ben 57, tutti ben tenuti, con le vaiasse che giocano a carte parlando a voce alta, mentre i bambini alternano il gioco del pallone a brevi percorsi in monopattino.
Pochi passi ancora e possiamo usufruire di uno spettacolare terrazzo panoramico (fig.12), di fianco al museo Nitsch (fig.13), dal quale possiamo riconoscere la gran parte delle chiese del centro storico, dalla configurazione delle cupole (fig.14) ed arrivare con lo sguardo fino al Vesuvio ed alla costiera sorrentina. Si rimane incantati ed è difficile decidere di continuare nell'itinerario prefissato, troppo grande è la sensazione di essere arrivati in Paradiso e di sostare per sempre.
Continuiamo il percorso e si rimane sconcertati alla vista di uno dei palazzi più belli d’Europa, del principe Spinelli di Tarsia (fig.15) ridotto ad un oscuro condominio ed immenso parcheggio abusivo 
Il palazzo (fig.16) fu eretto, anche se solo parzialmente, su commissione di Ferdinando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia: la costruzione prevedeva il rifacimento di un precedente fabbricato, documentato da Carlo Celano, e il progetto fu affidato a uno dei più noti architetti napoletani del Settecento, Domenico Antonio Vaccaro. L'edificio, in origine, occupava una vasta zona alle spalle della chiesa di San Domenico Soriano.  Nella struttura, secondo un disegno assonometrico redatto dallo stesso Vaccaro, si nota un fastoso ingresso che dà accesso a due scenografiche rampe a tenaglia per le carrozze con al centro una scalinata, dopo le quali ci si trovava davanti al primo corpo di fabbrica, che racchiude tre archi a sesto ribassato in legno intarsiato. Da questo si passa all'ampio cortile rettangolare, dove prospetta il maestoso palazzo elevato, a due piani con pianterreno (fig.17). La grande area verde del palazzo intendeva rifarsi ai giardini pensili di Babilonia, ma essa è oggi quasi del tutto scomparsa. L'intera struttura, dall'Unità d'Italia a oggi, non è mai stata al centro di un accurato piano di restauro e di salvaguardia, teso alla sua rivalorizzazione. Attualmente  l'intero comprensorio è in profondo degrado, con un parcheggio auto abusivo (fig.18).       
Voltiamo lo sguardo a sinistra ed osserviamo un vero sfacelo, la splendida facciata (fig.19) della chiesa di S. Giuseppe a Pontecorvo, opera di Cosimo Fanzago, che sta cadendo a pezzi.
 L'edificio fu costruito nel 1619 occupando un’area di palazzo Spinelli a Pontecorvo ed ebbe un importante rifacimento tra il 1643 e il 1660 ad opera di Cosimo Fanzago. La chiesa appartenne prima alle monache Teresiane e successivamente vi ebbero i loro offici i padri barnabiti.     
Il terremoto del 1980 fece crollare il tetto a capriate trascinando con sé il controsoffitto affrescato, i cui frammenti residui si persero col passare del tempo a causa dell'assenza di una copertura che impedisse l'entrata di pioggia e il deterioramento dell'interno. Negli anni Novanta fu costruito l'attuale tetto a capriate in legno. Tuttavia la chiesa fu depredata di molti arredi sacri e decorazioni, come marmi e balaustre. L'ipogeo è stato profanato.       
Attualmente la chiesa mostra i danni causati dalle intemperie e necessita di una ristrutturazione complessiva, in particolare della facciata. Tuttavia la stabilità dell'edificio permette ad alcune associazioni di tenere aperta la chiesa (che dal terremoto non è mai stata sconsacrata) e sfruttare gli ambienti del complesso per attività ludiche e ricreative. Le modifiche che il Fanzago apportò all'apparato architettonico-scenografico, adottando la doppia facciata, crearono uno spazio antistante al sagrato caratterizzato da un'angusta salita che si contrappose allo spazio sacro interno alla facciata, come se il prospetto fosse una membrana permeabile tra sacro e profano. La facciata è composta da tre registri: il primo dove è locato l'ingresso e fiancheggiato da aperture regolari, tra il primo e il secondo c'è una fascia marcapiano che s'interrompe in corrispondenza delle mensole che fungono da basi alle lesene; il secondo ordine è tripartito da lesene si aprono tre aperture a mo' di serliana per l'esigenza di illuminare lo spazio interno e tra le aperture ci sono le statue del santo titolare al centro e di San Pietro d'Alcantara e di Santa Teresa nelle aperture laterali, mentre al di sopra di queste ultime sono esposti due busti che sporgono dal riquadro; l'ultimo registro è quello occupato dalla cantoria, nel quale si aprono tre finestre di cui quella centrale di forma mistilinea irrompe nel timpano che riprende in scala maggiore quello del portale in cima si apre un fastigio in tufo.    
Oltrepassata la facciata si accede all'atrio rialzato, poiché sotto si trovano ambienti voltati con scopo di cimitero dei religiosi del convento.     
La scala è a due rampe con balaustra finemente scolpita; la volta è a crociera nella parte centrale, mentre le rampe sono costituite da volte a botte e l'imposta d'accesso alla chiesa è all'altezza del secondo registro della facciata. L'interno, a croce greca con quattro cappelle angolari, rappresenta uno studio sulle progettazioni della pianta centrale a Napoli: l'intera planimetria è circoscritta da un rombo che ha l'asse maggiore che prosegue con andamento ingresso-abside, mentre il minore è l'andamento trasversale del transetto; analogamente i due estremi, cioè ingresso e abside, hanno stessa configurazione planimetrica.   


Fig. 10 - Parco dei Ventaglieri


fig. 11 - Condominio di bassi


fig. 13 - Terrazza panoramica


fig. 14 - Uno scorcio di panorama


fig. 15 - Francesco Solimena -
Ritratto di Ferdinando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia - Napoli museo di Capodimonte
 

fig. 16 - Palazzo Spinelli Tarsia
 

fig. 18 - Area di parcheggio

 

fig. 19 - Facciata della chiesa di San Giuseppe a Pontecorvo
 

fig. 20 - Luca Giordano -Sacra famiglia coi simboli della passione, 1660-
Napoli giá chiesa SS. Guseppe e Teresa Pontecorvo

Tra le opere che la chiesa possedeva vi erano un dipinto di Luca Giordano, datato 1660 e oggi al Museo di Capodimonte e sugli altari, sia a destra che a sinistra, due opere di Francesco Di Maria: il Calvario (fig.21) e Santa Teresa e San Pietro d'Alcantara (fig.22) custodite nella Cappella Palatina del Palazzo Reale.    
Pochi passi ancora e ci troviamo al cospetto della chiesa di S. Antonio a Tarsia (fig.23) la quale ha subito rilevanti rimaneggiamenti nella prima metà del XVIII secolo. Gli stucchi sulla facciata sono di Angelo Viva; la pregevole statua marmorea di Sant'Antonio è stata creata da Francesco Pagano. Il pavimento maiolicato del 1739 è opera di Donato Massa, mentre nella sacrestia sono conservate ulteriori opere: La Sacra Famiglia di Andrea Vaccaro e La Pentecoste di Andrea Miglionico.  
Dopo un lungo periodo di chiusura un gruppo di barboni ha deciso di eleggere il luogo di culto a proprio domicilio, sfondando la porta e portando nell'interno alcune decine di materassi, che sono divenuti comodi giacigli per non passare le notti all'aperto, il tutto senza rubare niente, raro esempio di comportamento onesto e lodevole.        
E concludiamo in bellezza il nostro tour, dopo tante chiese chiuse, con la visita di S. Maria di Montesanto (fig.24), aperta, unica a Napoli, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e nella quale oltre a venerare il Padre eterno, la Madonna ed i santi, si adora, come avviene in S. Giuseppe dei Ruffi, un'altra entità divenuta, in tempi di movida scatenata e frastuono assordante, una vera rarità: il silenzio. Di conseguenza la spiegazione deve avvenire all'esterno, perchè il parroco al primo bisbiglio diventa furioso. Illustro le prime due cappelle a sinistra ed a destra dell'ingresso, che espongono 2 pregevoli dipinti del De Matteis (fig.25), e la terza a sinistra, dedicata a S. Cecilia, che oltre ad un mirabile quadro del Simonelli (fig.26), conserva i resti mortali di Alessandro Scarlatti, uno dei massimi esponenti della tradizione musicale napoletana.     
Usciti Usciti dalla chiesa un applauso scrosciante al sottoscritto da parte della folla di visitatori ed un appuntamento alla prossima visita guidata.

Achille della Ragione

 

fig. 21 - Francesco Di Maria - Calvario
 
  

fig. 22 - Francesco Di Maria -
S. Teresa e S. Pietro d'Alcantara


fig. 23 - Chiesa S. Antonio a Tarsia

 

fig. 24 - Chiesa S. Maria di Montesanto


fig. 25 - Paolo De Matteis - Miracolo di S. Antonio da Padova


fig. 26 - Giuseppe Simonelli  - S. Cecilia





giovedì 30 luglio 2020

Un S. Pietro in lacrime di Ribera


Fig. 1 - Jusepe de Ribera - San Pietro in lacrime - 127x97 - Lecce Collezione Terragno Centonze
Fig.1 - Jusepe de Ribera - San Pietro in lacrime -127x97 -
Lecce Collezione Terragno Centonze



 Il San Pietro in lacrime, conservato a Lecce nella collezione Terragno Centonze, di cui discuteremo in questo nostro articolo rientra perfettamente nello stile del celebre pittore Jusepe de Ribera, il quale amava la rappresentazione del dolore, delle rughe, della sofferenza a tal punto che lord Byron affermò perentoriamente trattarsi di un pittore che amava intingere il pennello nel sangue di tutti i santi.
Con una tavolozza accesa vengono rappresentati con enfasi appassionata e senza alcuna pietà i personaggi, sadicamente indagati nella smagrita decadenza dei corpi consunti, dalla epidermide incartapecorita e grinzosa, dagli occhi lucidi e brillanti. Il Ribera si abbandona ad un verismo esasperato al di là di ogni limite convenzionale col suo pennello intriso di una densa materia cromatica, con un vigore di impasto che ricorda l’accesa policromia delle più crude immagini sacre della pittura spagnola coeva, segno indefettibile della sua mai tradita hispanidad, ignara dei risultati della pittura rinascimentale italiana. Ed ecco rappresentato un infinito campionario di umanità disperata e dolente, ripresa dalla realtà dei vicoli bui della Napoli vicereale con un’aspra e compiaciuta ostentazione del dato naturale.
Concludiamo il nostro breve contributo accennando all’attività napoletana del Ribera, che raggiunse il culmine della celebrità all’ombra del Vesuvio. 
Nell'estate del 1616 lo Spagnoletto giunge a Napoli e si trasferisce subito in casa dell'anziano pittore Giovanni Bernardino Azzolino e dopo appena tre mesi sposa Caterina, la figlia sedicenne di quest'ultimo, da cui avrà sei figli. 
In pochi anni egli acquista una fama europea facendo uso della tragicità del Caravaggio, suo punto di forza. Inizia anche un'intensa produzione che non lo mantiene lontano dalla sua Spagna, dove comunque continuava a spedire opere. Il tema pittorico si fa più crudo e realistico e nascono così opere come il Sileno ebbro, 1626, oggi al museo nazionale di Capodimonte ed Il Martirio di Sant'Andrea, 1628, al Szépművészeti Múzeum di Budapest, solo per citarne alcune. Si accende in quel periodo la rivalità tra lui e l'altro grande protagonista del Seicento napoletano, Massimo Stanzione. 
Negli anni Trenta subì l'influenza di artisti come Antoon van Dyck e Guido Reni e perfezionò il suo stile. Eseguì in questi anni capolavori assoluti ospitati oggi in diversi musei nel mondo. Dall'Adorazione dei Pastori del Louvre al Matrimonio mistico di Santa Caterina conservato al Metropolitan Museum of Art. Il decennio che va dagli anni Trenta fino ai Quaranta fu il più prolifico per il Ribera. Compose in questo periodo essenzialmente temi religiosi: la Sacra Famiglia con i santi Bruno, Bernardino da Siena, Bonaventura ed Elia (1632-1635) al Palazzo reale di Napoli, la Pietà al museo nazionale di San Martino, il Martirio di San Bartolomeo (1639) e il Martirio di San Filippo (1639) entrambe al Prado di Madrid. Non tralasciò anche opere profane, come le figure dei filosofi o la Maddalena Ventura con il marito e il figlio (1631). A Pozzuoli presso la Cattedrale di San Procolo è conservato il dipinto Sant'Ignazio da Loyola e San Francesco Saverio. A Cosenza, presso la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone, è conservato un suo bellissimo dipinto del 1635-40, dal titolo Ecce Homo. 
A Napoli, il pittore si impegnò nella monumentale opera di decorazione della Certosa di San Martino, portata a compimento in cinque anni (1638-1643). Per il luogo di culto partenopeo, Ribera aveva già dipinto la Pietà nel 1637. Nel 1638, sempre per la Certosa, gli fu commissionato il dipinto Comunione degli apostoli, terminato tredici anni più tardi e caratterizzato da un approfondimento psicologico dei personaggi. 
L'ultima parte della sua vita è segnata tragicamente dalla malattia che di fatto riduce drasticamente il numero di opere eseguite. Gli anni Quaranta sono segnati da un ritorno alla sua prima fase compositiva, tenebrosa e cupa, abbandonando le luci assimilate dal Reni. Jusepe de Ribera morì nel 1652 e fu sepolto, come confermato dai documenti, nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, nell'omonimo quartiere di Napoli. A causa dei rimaneggiamenti apportati alla chiesa, tuttavia, dei suoi resti oggi non è rimasta traccia

Achille della Ragione

  
Fig. 2 - Jusepe de Ribera - San Pietro in lacrime  (particolare)- 127x97 - Lecce Collezione Terragno Centonze
Fig.2 - Jusepe de Ribera - San Pietro in lacrime  (particolare) -127x97 -
Lecce Collezione Terragno Centonze

   
 

Fig.3 - Jusepe de Ribera - San Pietro in lacrime (particolare) -127x97 -
Lecce Collezione Terragno Centonze


martedì 28 luglio 2020

Basta suicidi nelle carceri



IL MATTINO 28 luglio 2020




L'epidemia di suicidi nelle carceri si virulenta sempre più.
Pare che il governo faccia affidamento su di essa, più che su normative adeguate, per sfollare i penitenziari.
Privi di assistenza psicologica, in preda alla disperazione, tra il silenzio dei mass- spesso a pochi media, mesi dal fine pena, sempre più detenuti ritengono che l'unico modo per liberarsi dalle sbarre consista nel fare scempio del proprio corpo, impiccandosi o tagliandosi la gola, come è avvenuto l'altro giorno ben due volte in penitenziari della Campania.
Che Dio li perdoni e castighi severamente i responsabili di questa inarrestabile e penosa epidemia.

Achille della Ragione

domenica 26 luglio 2020

In viaggio per Forio cercando percorsi divini


Grande richiesta riprese le escursioni nell’Arte Sacra del Comune turrita, un folto pubblico ha seguito con entusiasmo e rinnovato interesse le illustrazioni del prof. Achille Della Ragione
Oltre le aspettative il tour Percorsi divini si è rivelato un vero successo. Nonostante la giornata invitasse ad attività balneari, un folto pubblico ha seguito con entusiasmo e rinnovato interesse le doviziose illustrazioni che il Prof. Achille Della Ragione, che tra l’altro è anche Conte di Lavian, ha elargito gratuitamente durante la mattinata di sabato 18 luglio 2020. A partire dalle 10.30 precise, infatti, e iniziando dalla Basilica di Santa Maria di Loreto, dove, come ha ricordato il Professore, la sola presenza in essa consente di ottenere delle indulgenze, una pioggia di notizie riservate al pubblico presente, ha arricchito gli astanti.
Basta ricordare una data particolare:1571 la battaglia di Lepanto, in cui il Comandante Andrea Doria inflisse una cocente sconfitta alla pirateria, che diede l’input alla venerazione della Madonna con la conseguente diffusione dell’Arte Sacra ove per la maggior parte veniva raffigurata la madre di Gesù in svariate occasioni. Nel centralissimo Santuario il nostro Achille ha illustrato le opere di grandi artisti locali come Cesare Calise, Alfonso Di Spigna e Aniello Delaudello - A seguire, il tour si è snodato attraverso una delle strade principali di Forio ‘a Precalonia, (la Pietra donica) che mena alla Basilica del Santo patrono San Vito, ove si è reso omaggio alla targa e alla scritta Similia similibus che ricordano il padre dell’omeopatia, il Dottor Tommaso Cigliano. Da segnalare che proprio nella dimora del Cigliano, e nella sottostante strada è stato allestito il set per le riprese della popolare fiction L’amica geniale.
Giunto nella Chiesa Madre, il folto pubblico è stato edotto sulle numerose opere tra le quali, oltre ovviamente ai Calise e Di Spigna, Cesare Fracanzano, è presente anche quella di un’affermata pittrice del ‘600: Anna Maria Manecchia,sposa di Nicola Vaccaro, figlio del più famoso Andrea ed anch’egli pittore. Si è poi passati ad ammirare la miraco losa statua bronzea del santo patrono, San Vito, opera eseguita nel 1787 dagli orafi napoletani fratelli Del Giudice e realizzata su bozzetto di Giuseppe Sanmartino, autore del famosissimo Cristo velato custodito nella Cappella di Sansevero a Napoli. Addentratosi quindi nel ventre di Forio attraverso i vicoli saraceni, il folto gruppo si è soffermato nella parrocchia di Sant’Antonio Abate, la cui primordiale cappella risale al 1327, quando Giacinto Colantonio, profugo dalla lava che aveva invaso il versante orientale dell’isola, fece erigere una chiesa a devozione dell’unico Santo protettore dal fuoco. Successivamente, dopo le tristi vicende sismiche del 28 luglio 1883, il tempio accolse le reliquie di San Sebastiano, la cui chiesa, qualche decennio prima rinnovata su progetto dell’Architetto Ferdinando Fuga, fu distrutta dal terremoto.
Si prosegue quindi, verso l’Arciconfraternita di Santa Maria di Visitapoveri dove oltre ad ammirare la pinacoteca di Alfonso Di Spigna, che rappresenta le varie fasi del percorso mariano, l’esimio Professore indottrina i presenti sulle caratteristiche di un bellissimo quadro; una replica di bottega del famoso artista Guido Reni, per passare poi ad osservare il sarcofago adibito all’estremo viaggio dei Confratelli ed un pregevole dipinto di un altro artista foriano Domenico Antonio Verde. A concludere il ghiotto giro alla scoperta del sacro fuoco dell’Arte custodita a Forio, non poteva essere che una chicca: una pregevolissima Pietà di Mattia Preti, la cui replica, eseguita da uno da uno dei più noti allievi ed imitatori del Preti, lo spagnolo Pedro Nugnez de Villacencio.è visitabile al Prado, dove ovviamente c’è lo stesso soggetto, ma di minore qualità. Non resta che ringraziare i lettori, i partecipanti al tour, i Parroci Don Emanuel Monte, Monsignor Giuseppe Regine, Don Giuseppe Nicolella, la priora dell’Arciconfraternita di S. Maria di Visitapoveri, Maria Anna Verde, Il Rettore di San Francesco d’Assisi Padre Gaetano Franzese, i loro preziosi collaboratori e ovviamente il Prof. Achille Della Ragione, che vi invita a tenervi pronti per altre piacevoli scoperte.


Luigi Castaldi

https://www.ilgolfo24.it/in-viaggio-per-forio-cercando-percorsi-divini/






martedì 7 luglio 2020

Sabato 18 luglio visita alle chiese di Forio


Fig. 1 - Achille con una popputa ammiratrice di Bolzano

Dopo lo straordinario successo di pubblico conseguito nel 2019 nel corso di due visite guidate il 6 luglio ed il 3 agosto, anche quest'anno il professor Achille della Ragione, qui ritratto con una sua ammiratrice (fig.1) ha aderito all'invito rivoltogli dalle autorità e dai tanti amici ed ha deciso, con alcune significative varianti, di ripetere l'esperienza e ha dato a tutti appuntamento alle 10,30 di sabato 18 luglio nella basilica di S. Maria di Loreto, posta sulla via principale di Forio e di consultare in rete preliminarmente i suoi due libri sull'argomento: Ischia sacra guida alle chiese e Ischia, l'incanto di un'isola (fig.2) consultabili su internet digitando i titoli.
La visita della chiesa includerà​ anche la sacrestia e l'adiacente arciconfraternita, normalmente non aperte al pubblico. Indi poscia, dopo essere stati raggiunti dai ritardatari, ci si recherà nel duomo di San Vito, dove, oltre a numerosi capolavori pittorici, si potrà ammirare la preziosa statua argentea del patrono (fig.3) eseguita su bozzetto del Sanmartino, il sovrumano artefice del celebre Cristo velato, la quale, in occasione della ricorrenza del santo, portata a spalle da robusti fedeli, percorre le strade della cittadina in una emozionante processione (fig.4). Si potranno poi ammirare due chiese poco note: quella di San Carlo al cierco e quella di San Sebastiano, dove si conservano dipinti di artisti indigeni, nella prima di Cesare Calise, nella seconda di Alfonso Di Spigna, il primo attivo nel Seicento, il secondo nel Settecento.
Nel frattempo saremo di nuovo giunti sulla via principale, dove le tappe finali saranno costituite dalle adiacenti chiese di San Francesco d'Assisi, dove, potremo contemplare, raro privilegio concesso solo a noi, una spettacolare Pietà (fig.5) di Mattia Preti, oltre a numerosi altri quadri e statue lignee, per concludere in bellezza con la chiesa di Visitapoveri, dove, tra tanti tesori, potremo fare la conoscenza di un'elegante bara intarsiata (fig.6) che a rotazione viene utilizzata dai membri della confraternita,per l'ultimo viaggio, quello senza ritorno.
L'evento sarà ripreso da un'importante emittente televisiva locale e spero sia onorato da una folla entusiasta e plaudente, per cui nel salutarvi, invito i lettori a divulgare la notizia ai quattro venti, sottolineando che la visita è assolutamente gratuita.

Achille della Ragione

  Fig. 2 - Ischia isola dell' incanto

 fig. 3 - Statua di San Vito

 fig. 4  - Festa di San Vito
  
 fig. 5 - Mattia Preti - Pietà
  
 fig. 6 - Bara in condominio

IL GOLFO 15 luglio 2020


Una parte dei visitatori immortalati ai piedi del Mattia Preti


ALCUNI VIDEO DELL'EVENTO




Un tesoro nascosto: il borgo di Letino


 
 
Il borgo di Letino ogni anno ha l'onore altissimo di ospitare per alcuni giorni il celebre intellettuale Achille della Ragione, per la fortunosa circostanza che la compagna di un curatore di anime di nome Massimo e di cognome Compagnone (amico dell'illustre personaggio) è proprietaria di una splendida tenuta, ricca di verde e nello stesso tempo esperta in culinaria, per cui prepara pranzetti deliziosi, anche se ipercolesterolemici.
Il piccolo  di Letino, situato a 900 metri sul livello del mare, comprende circa 600 abitanti, ed è sormontato dall’omonimo Castello, che sorge su di uno sperone di roccia a 1200 di altitudine. In origine doveva essere una singola torre per gli avvistamenti, risalente al III secolo d.C., dato che da quella strategica posizione si domina gran parte del Matese, e le valli dei fiumi Lete e Sava.
Il Castello deve essere stato rimaneggiato diverse volte nel corso della storia, perché presenta la base delle torri con la classica forma “a scarpa” tipica degli Angioini, ma le prime testimonianze sono, invece, dell’XI secolo, in periodo tardo Normanno. La difficoltà di effettuare ricerche più accurate, risiede nel fatto che, oggigiorno, la cinta muraria originale comprende il Santuario di Santa Maria del Castello, che ha inglobato due delle cinque torri di avvistamento, e tutto il resto del terreno disponibile del cocuzzolo su cui sorge l’intero complesso, è occupato dal cimitero del paese.
Ma il fatto che esista una sesta torre, con al suo interno un’ampia cisterna ancora visibile, ci indica che all’interno del Castello, un tempo visse un’intera guarnigione di soldati. Come già abbiamo visto per Prata Sannita, che insieme a Fontegreca, Ciorlano, Capriati al Volturno ed altri centri, Letino raggiunse il suo periodo di massimo splendore sotto la reggenza di Ippolita d’Aragona, nel XVI secolo, e con l’approvazione degli “Statuti”, i Letinesi godettero di una certa autonomia amministrativa.
Nel ‘600, fu eretto il Santuario, che presenta un portale sormontato da un oculo, e iscrizioni marmoree, inserite nella pietra locale, con cui è interamente costruito.
Sia il paese, che il Castello, sono costruiti su due alture a cavallo tra i laghetti di Gallo Matese e Letino. Entrambi di origine artificiale, il Letino, anche detto di Cauto, dal nome delle vicine grotte, tranquillamente visitabili in tutta sicurezza, è stato formato all’inizio del secolo scorso imbrigliando le acque del fiume Lete, con una diga visibile sia dal paese che dal Castello.
Con questo sistema, si costruì a valle, nelle prossimità del sottostante borgo di Prata Sannita, una centrale elettrica di rilevante importanza. La centrale idroelettrica di Prata, che come abbiamo appena visto, ricopriva un’importanza strategica per tutta la zona, fu distrutta dai Tedeschi in fuga, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Fu ricostruita agli inizi degli anni ’50, con tecniche più moderne, utilizzando anche le acque del lago Gallo, e fu per anni, il fiore all’occhiello dell’ingegneria idroelettrica italiana, vendendo energia anche all’estero. 
Successivamente dismessa, le acque del Gallo sono andate a rinforzare la Centrale di Capriati, ed il suo bacino artificiale.
Quindi ci ritroviamo con un’interessante area di archeologia industriale, data dalla Centrale, e dal tunnel di caduta delle acque, visitabili nei pressi del borgo antico di Prata Sannita. Nelle vicinanze, sono anche visitabili i resti di una cartiera, oramai dismessa, che logicamente sorgeva nei pressi del corso d’acqua. 
 
 
 
 

 
 
  
 
 
 
 

Il volto umano di Achille Lauro nel ricordo di Donatella Dufour


  

fig. 1 -  una bella fanciulla alla fontana del Carciofo di Piazza Trieste e Trento, 
donata da Achille Lauro ai napoletani, inaugurata il 29 aprile del 1956.


Si intende qui esplorare alcuni aspetti della personalità e della vita familiare del Comandante Achille Lauro, attraverso il ricordo dell’amata nipote Donatella Dufour. La sig.ra Dufour, tra le altre cose, è stata per alcuni anni a stretto contatto con Maharishi Mahesh Yogi, il mistico indiano che ha fondato la tecnica della Meditazione Trascendentale (MT) e che ha avuto tra i suoi proseliti anche i membri del gruppo musicale dei Beatles. Nell’ambito di un preciso progetto promosso da Maharishi, la Dufour si candidò come sindaco di Napoli alle elezioni amministrative del 1993.

Sig.ra Dufour, Achille Lauro ebbe una più spiccata predilezione per sua madre Laura rispetto ai figli maschi Ercole e Gioacchino. Al contrario, suo padre Pippo non fu mai tra i più stretti collaboratori del Comandante…

Tra i tre figli “legittimi” di mio nonno, mia madre era la figlia prediletta. Con i maschi egli aveva un rapporto più autoritario, si lasciava andare meno e così anche con mio padre, che tuttavia fu con lui sempre schietto e sincero. Mio padre, ad esempio, non lesinava critiche a proposito della gestione del Villaggio Lauro, un complesso di case popolari fatto costruire da mio nonno: era noto infatti che molti non pagassero il fitto. Ma, mentre mio padre si lamentava, il nonno lasciava correre, sostenendo che il popolo veniva prima degli interessi della famiglia.

Lo stesso contegno che mostrava verso i figli si replicava anche nei confronti dei nipoti: lei e le sue sorelle Emanuela e Simonetta eravate “trattate” da lui diversamente rispetto ai nipoti maschi…

Per quanto fosse una persona di pochissime parole, con noi ragazze aveva un rapporto un po’ più tenero, o almeno meno rigido. Ricordo, ad esempio, che quando eravamo piccoli, durante le vacanze estive a Massa Lubrense, il nonno svegliava all’alba i miei cugini che dormivano con lui a Villa Angelina, li costringeva a percorrere a piedi le sue immense proprietà affinché raggiungessero noi che soggiornavamo in un’altra villa, abbastanza distante e per giunta situata su un’altura, a Montecorbo. Una levataccia del genere non l’avrebbe mai imposta alle nipoti.

Lauro viene ricordato da molti napoletani come una persona di gran cuore. Ricorda qualche aneddoto legato alla sua generosità di cui fu testimone diretta?

C’era un periodo in cui usavamo dei buoni carburante per rifornire le auto di famiglia presso distributori convenzionati. Mi accorsi che ad un certo punto era iniziato un traffico illecito di questi buoni. Pertanto mi sentii in dovere di informare il nonno di quanto stesse accadendo. Ma lui, dopo avermi ascoltato, mi chiese: «A te manca qualcosa?». Ed io: «No, nulla». «E allora lascia campare. Pensi che io non lo sappia?». Del resto era solito ripetere in molte occasioni una frase, divenuta poi una sorta di detto proverbiale: «Da un ladro ci si può sempre difendere, dall’ignoranza no».

Lauro aveva abitudini salutiste e uno stile di vita in un certo senso rispettoso dei ritmi naturali. Dalle cronache si legge che si svegliava di buon’ora per dedicarsi, completamente nudo, ad esercizi ginnici sul suo terrazzo…

Certamente. Al mattino, a volte, quando mi alzavo presto per ripetere le lezioni di greco e di latino, lo sentivo mentre era già all’opera. Mio nonno aveva altresì un’attenzione particolare per l’alimentazione. Quando morì la nonna, per fargli compagnia, mi recavo spesso a pranzare da lui insieme con mia madre, mia sorella e i miei cugini. Sin dal mattino, egli era solito “programmare” il pranzo del giorno: verdure di stagione, esclusivamente del suo orto, pesce, molto raramente carne (e per lo più bianca). Ricordo che una volta, mentre attendevamo il nonno, ci informammo su cosa ci aspettasse. Io ero diventata vegetariana e il caso vuole che disgraziatamente quel giorno ci fossero le polpette. I miei cugini erano curiosi di vedere come avrei reagito, soprattutto perché era sempre il nonno a fare le porzioni che nessuno osava rifiutare. Un’abitudine, che onorava anche quando veniva a pranzo Indro Montanelli o qualche broker importante, perché per lui quel gesto significava prendersi cura dell’ospite. Mentre preparava la mia porzione, mi feci coraggio e gli dissi che non mangiavo più carne. Ci fu gelo nella stanza, un attimo di sospensione. I miei cugini si fermarono a guardare in religioso silenzio, in attesa di una sua inimmaginabile reazione. E invece si limitò a togliere le polpette dal mio piatto, esclamando: «Sai cosa c’è di nuovo? Non le voglio neanche io!».

Ricollegandoci alla precedente domanda, sembra che Achille Lauro abbia avuto anche una predisposizione innata verso la spiritualità e un rapporto “confidenziale” con la natura…

Verissimo. Quando era ragazzo e trascorreva giornate intere tra cielo e mare sui velieri, diceva di vedere gli angeli o di percepirne la presenza. Ogni giorno inoltre effettuava le oleazioni, in modo del tutto spontaneo, senza che avesse cognizione alcuna dell’ayurveda. Dopo pranzo, insieme con il giardiniere e il portiere, faceva “visita” all’orto per verificare la crescita dei prodotti della sua terra. Un giorno in cui rese partecipe anche me di questo giro abituale, si fermò davanti a un vecchio albero di prugne, dicendomi: «Quest’albero l’ho piantato io con le mie mani quando ho comperato questa casa. Non mi faceva più prugne. L’anno scorso gli ho parlato ripetendogli che, se non avesse ripreso a fare prugne, l’avrei abbattuto. Hai visto ora che belle prugne?».

Emula di suo nonno, lei si candidò alle elezioni amministrative del 1993 come sindaco di Napoli per Coscienza di Napoli, una lista civica ispirata agli insegnamenti di Maharishi, avendo tra i suoi competitori Antonio Bassolino e Alessandra Mussolini. Che ricordo ha di questa esperienza?

È stata una esperienza abbastanza forte che ha messo a dura prova me stessa, ma che nello stesso tempo mi ha aiutato a superare molti limiti. Io venivo da tre anni di isolamento in una foresta a Vlodrop in Olanda, dove c’era un’accademia di Maharishi; qui ero rimasta un po’ all’oscuro delle vicende partenopee, soprattutto di quelle politiche. Maharishi – che da poco aveva fondato il Partito della Legge Naturale [movimento transnazionale impegnato a diffondere il programma della Meditazione Trascendentale per neutralizzare lo stress collettivo e risolvere i problemi della società n.d.r.] –, sapendo che ci sarebbero state le amministrative, scelse me come candidata a sindaco di Napoli, dal momento che ero la nipote di un uomo molto amato. Ricordo che fui ospite di una trasmissione in diretta su Canale 21, dove i diversi candidati dovevano “scontrarsi” verbalmente su un ring, mentre la conduttrice, la giornalista Serena Romano, faceva da arbitro. Io esordii dicendo di non avere nemici – secondo le disposizioni impartitemi da Maharishi – e con questa uscita finii con il “rovinare” l’atmosfera del programma, come peraltro non mancò di sottolineare la conduttrice.

Tra gli “avversari” sul ring c’era anche la Mussolini?

No. La Mussolini con me non si è mai confrontata, perché glielo avevano sconsigliato. All’inizio tentarono di persuadermi a far parte del suo schieramento politico. Ma per volontà di Maharishi rifiutai. Ad ogni modo posso concludere, a proposito di questa esperienza, che tutti i giornalisti furono sempre corretti nei miei confronti, anche quelli di orientamento politico opposto rispetto a quello di mio nonno.

Massimiliano Longobardo
 

fig. 2 - Donatella Dufour (matrimonio)



 


lunedì 6 luglio 2020

Ricordiamo ai lettori chi era il vero Achille Lauro


 fig. 1 - Copertina Achille Lauro superstar

Qualche lettore potrebbe essere stato tratto in inganno dal titolo, pensando di essersi imbattuto in un articolo sul noto cantante Achille Lauro. Forse non tutti sanno che l’interprete di “Rolls Royce” ha ricavato il suo pseudonimo dall’armatore partenopeo, che ha di fatto rappresentato un lungo capitolo della storia di Napoli. Nel corso della sua esistenza quasi secolare – morì a 95 anni compiuti –, Achille Lauro percorse tutte le tappe cruciali della storia napoletana, e non solo, del XX secolo, imponendosi sulla scena come leader tanto contestato quanto carismatico. Classe 1887, è stato considerato da alcuni un antesignano di Silvio Berlusconi, perché fu imprenditore, presidente di una squadra di calcio – ovviamente il Napoli –, uomo politico, editore del quotidiano Roma e proprietario della prima emittente televisiva del Mezzogiorno a trasmettere via etere, Canale 21. E naturalmente perché fu amato e odiato al tempo stesso.
Figlio di un armatore, fondò la Flotta Lauro, una delle più potenti flotte del Mediterraneo di tutti i tempi, almeno fino al crac finanziario avvenuto agli inizi degli anni ’80. La sua instancabile attività e la sua autorevolezza gli valsero l’appellativo di “Comandante”. Come presidente del Napoli, mobilitando le sue ingenti risorse economiche, promosse l’ingaggio di grandi campioni del calibro di Jeppson e Vinicio negli anni ’50. Come uomo politico, fu sindaco di Napoli negli anni ’50 e agli inizi degli anni ’60, contribuì alla nascita del Partito Nazionale Monarchico (da una cui scissione si generò nel 1954 il Partito Monarchico Popolare, confluito in seguito nel Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica). Militò poi negli anni ’70 nel Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, diventando componente della Commissione Trasporti.
Era demonizzato e ferocemente attaccato da quanti erano distanti dalla sua visione politica e dagli avversari, i quali lo accusavano di essere responsabile del deficit del bilancio comunale, della speculazione edilizia (il cosiddetto “sacco”), delle assunzioni “discrezionali” di parenti di ex dipendenti comunali, di favoritismi vari.
Tuttavia una ricostruzione storicamente obiettiva del suo operato dovrebbe innanzitutto basarsi su una netta distinzione tra ciò che rientra nel mito del laurismo e l’effettiva realtà dei fatti. Achille della Ragione, in un lavoro dedicato alla figura del Comandante (“Achille Lauro superstar: la vita, l’impero, la leggenda”), pubblicato nel 2003, ha raccolto una serie di dati documentari che dimostrerebbero come la responsabilità del sacco edilizio (denunciato anche da Francesco Rosi in un film del 1963, “Le mani sulla città”) andrebbe imputata piuttosto ai commissari prefettizi inviati in tempi diversi dal Governo centrale ad amministrare la città.
Quanto al voto di scambio, la nota storia delle scarpe spaiate (una consegnata all’elettore prima del voto, l’altra dopo) o delle banconote tagliate a metà non sarebbe altro che una vera e propria leggenda metropolitana abilmente architettata dalla propaganda antagonista, stando a quanto ci rivela la nipote Donatella Dufour (figlia di Laura Lauro, a sua volta figlia di Achille), che abbiamo incontrato per conoscere meglio alcuni aspetti della controversa personalità del Comandante. D’altronde la consuetudine di donare gli altrettanto famosi pacchi di pasta alle famiglie bisognose fu mantenuta anche lontano dalle consultazioni elettorali, persino quando l’impero finanziario di Lauro, faticosamente costruito, volgeva al tramonto. Lauro stesso soleva ripetere che, mentre gli altri politici regalavano promesse che puntualmente disattendevano, lui almeno non faceva mai mancare beni di prima necessità.
Che fosse un personaggio politicamente scomodo è evidente: basti citare un episodio apparentemente marginale, che ha come protagonista addirittura Totò. Nel 1958, ospite della trasmissione televisiva “Il Musichiere”, condotta da Mario Riva, il celebre attore, in preda ad un improvviso entusiasmo, si lasciò sfuggire la frase: «Viva Lauro!», esclamazione che fu motivo del suo esilio dalla scena televisiva per alcuni anni.
Certamente Lauro fu venerato da gran parte del popolo napoletano che riconosceva in lui il leader capace di risollevare le sorti della città, ma anche colui al quale rivolgersi, facendo affidamento sulla sua munifica prodigalità, per risolvere problemi personali. Assai numerosi sono gli aneddoti che si narrano in proposito.
La sig.ra Dufour ci ha raccontato che al termine del funerale del nonno – che paralizzò letteralmente il traffico cittadino, data la nutrita partecipazione dei napoletani, desiderosi di dare l’ultimo saluto all’ex sindaco –, una donna minuta e dal fisico mingherlino cominciò ad emettere grida disperate e prolungate all’ingresso del portone del palazzo Lauro, all’interno del quale si erano raccolti i parenti del defunto accanto alla bara. Lasciata entrare, la donna, accompagnata dalla figlia in evidente stato di imbarazzo, iniziò a strisciare in ginocchio, quasi a mo’ di atto penitenziale, versando copiose lacrime, senza mai interrompere i suoi lamenti, fino ad arrivare davanti al feretro. Infine pregò che le fosse concesso un dono: un qualunque fazzoletto appartenuto al Comandante. La donna raccontò infatti che in passato, in un momento di grave difficoltà economica in cui versava la sua famiglia, era stata lautamente beneficata da Lauro a cui aveva chiesto aiuto. Per attirare la sua attenzione e parlargli direttamente, trovandosi nel bel mezzo di una ressa di donne nerborute e ben in carne, inscenò un gesto plateale: si avvicinò a don Achille e gli “scippò” il fazzoletto che egli portava nel taschino.
Dopo questo episodio, la donna diventò una sorta di beniamina che Lauro portava sempre con sé ad ogni comizio elettorale. Era lei che teneva l’arringa inaugurale, con la quale doveva convincere la folla, rigorosamente in napoletano, a votare don Achille che tanto si era adoperato per la sua causa.
Entreremo nel merito   delle abitudini e della vita quotidiana di Achille Lauro attraverso l’intervista alla nipote Donatella Dufour.

Massimiliano Longobardo



 fig. 2 - Atto donazione fontana del carciofo


 fig. 3 - Atto donazione fontana del carciofo

  
fig. 4 - Achille tra le sue donne