sabato 21 marzo 2020

Ricordi dimenticati ed aggiunte autobiografiche

fig.1 - Ospiti a tavola


Nel mese di giugno del 2017, al compimento dei miei primi 70 anni, oltre ad una serie di feste in cui invitai amici e parenti (fig.1–2) l'uscita della mia autobiografia, fu coronata da un grande successo con l'esaurimento in poche settimane di tutti i libri stampati. Oltre alle presentazioni ufficiali, vi furono, nei saloni della mia villa posillipina, una serie di incontri "per categoria", in primis con i vecchi compagni di scuola, a cui seguirono gli scacchisti, i medici ed infine gli antichi frequentatori de Il Fico, il leggendario night, da me fondato nel lontano 1966.
Tutti i partecipanti avevano già letto con attenzione il libro che narrava le mie gesta, alcuni nel formato cartaceo, gli altri, la maggioranza (amante del risparmio, per non dire i morti di fame) sul web, ove è a disposizione di tutti digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.it/p/prolegomeni-per-una-futura.html
Molti mi segnalarono delle omissioni e mi invitarono a provvedere, rammentando episodi più o meno importanti del mio percorso terreno.
Per accontentarli e soprattutto per amore della verità, ho aggiunto nel tempo una serie di capitoli con relative foto, ma da mesi non avevo inserito altre avventure, di cui scriverò ora  per la gioia dei lettori e per permettere ai posteri di giudicarmi con cognizione di causa.
Parto da un ricordo partorito da un messaggio inviatomi da un vecchio compagno di liceo, illustre architetto, da tempo residente a Roma
Ciao Achille,
leggo con interesse e ammirazione le tue documentatissime "schede" riguardanti le mete delle tue visite guidate.
Nutro anche una certa invidia per l'evidente quantità di tempo che hai a disposizione per prepararle.
Se vado indietro nel tempo di circa mezzo secolo, devo constatare che sei passato da un interesse scientifico - anzi missilistico; vedi la fondazione dell' ICARM (Istituto Centrale Autonomo per le Ricerche Missilistiche) - ad uno storico/ artistico, che coltivi con passione.
Mi piacerebbe partecipare a una visita, magari a un monumento studiato ai tempi della facoltà di architettura e chissà se non riuscirò un giorno a sorprenderti.
Oltretutto, con questo tuo impegno hai eretto un solido baluardo contro... l'Alzheimer!
Ad majora. 
Julian Vertefeuille (fig.3)

fig. 2 - Foto con parenti più stretti


fig. 3 - Julien Vertefeuille


Lentamente cominciano ad affiorare i ricordi: erano gli anni dello Sputnik (fig.4), di Laika (fig.5), il primo essere vivente a fare una passeggiata nello spazio, di Yuri Gagarin, il primo astronauta.
Volevo anche io lanciare il mio missile. Fondai un'associazione di simpatizzanti, quella ricordata dall'amico Juliaen, e cominciai a lavorare approntando l'ogiva di legno compensato che, con un paziente lavoro con la carta vetrata, assunse una forma slanciata in grado di perforare il cielo.
Il corpo del missile era un tubo di metallo, dal diametro di 10 centimetri, lungo circa un metro, alla base del quale feci approntare da un fabbro una filettatura per agganciare la parte contenente il propellente a base di nitroglicerina, che faticai non poco a procurarmi.
Come base di lancio sfruttammo la spiaggia di Licola adiacente alla zona militare all'epoca controllata dalla Nato. Ci ponemmo in un cespuglio posto a 50 metri dalla rampa di lancio e dopo un'emozionante conta alla rovescia diedi il contatto ad un pulsante collegato ad un lungo filo che terminava con una filettatura elettrica ricavata da una vecchia stufa che, riscaldandosi, diede l'incipit al propellente di mettere in moto il missile, il quale partì vigoroso tra lo scrosciare degli applausi dei miei compagni di avventura e dopo aver raggiunto un'altitudine di circa un chilometro, ridiscese verso il basso e cadde a mare a pochi metri dalla spiaggia, circostanza che ci permise di recuperarlo. Eravamo tutti felici e molti di noi affermammo che il nostro futuro era non sulla terra, ma nel cielo.
Passiamo ora, rimanendo in età giovanile, ad eventi sportivi, ricordando che nel 1964 ho vinto il campionato regionale studentesco a squadre di corsa campestre, che si svolse nella splendida cornice del bosco di Capodimonte.
In contemporanea praticavo lotta libera nella Virtus Partenope e pallacanestro nell'Oriens Napoli, che giocava in serie B e nella squadra del mio liceo, il glorioso Mercalli, che per anni ha dominato nel campionato studentesco. Nonostante fossimo i più forti con 2 giocatori che erano stati convocati alcune volte, anche se come riserve, in nazionale, quando incontrammo la squadra della Forrest Scherman School, il liceo americano, che all'epoca aveva sede vicino all'ospedale Fatebenefratelli, fummo sonoramente sconfitti tra i fischi ed i pernacchi del folto pubblico.
Rimanendo in campo sportivo voglio precisare che per 2 anni ho praticato lotta libera in una palestra sita al 2° piano dell'università in via Mezzocannone ed in seguito ho utilizzato per anni quanto imparato unicamente per dirimere questioni, come candidamente confessai a Mike durante la mia partecipazione a Rischiatutto (fig.6), che consiglio a tutti di rivedere (vi scompiscerete dalle risate) digitando il link
https://www.youtube.com/watch?v=vwnqj9Klw7s

fig. 4 - Sputnik

fig. 5 - Laika

fig. 6 - Partecipazione Rischiatutto

Sempre in tema di sport, gli scacchi per quanto sono il re dei giochi ed il gioco dei re, fanno parte del Coni, passiamo ora ad un ricordo a 64 caselle, che mi fu acceso l'anno scorso in occasione dell'uscita trionfale del mio libro Achille maestro di scacchi (fig.7), consultabile in rete digitandone il titolo, di cui ne stampai 400 copie a colori, che ho generosamente regalato soprattutto alle vecchie glorie del nobile cimento. Più di un giocatore mi ha contattato dopo aver letto avidamente il volume, chiedendomi come mai avessi dedicato un esaustivo capitolo al celebre festival internazionale svoltosi nella mia villa di Ischia dal 2000 al 2006 (fig.8), ma non avessi nemmeno accennato al torneo giocato nella mia villa posillipina nel 1984.
 Un'altra grave  dimenticanza che voglio colmare è costituita dal non aver citato le 2 volte che mia moglie Elvira, prima che nascesse l'astro invincibile di Maria De Rosa, ha conquistato il titolo di campionessa regionale di scacchi, acquisendo il diritto a partecipare al campionato nazionale individuale, dove ottenne un lusinghiero piazzamento (fig.9).
Per la descrizione del Gran Prinx che si svolse nel 1984 nei vasti quanto accoglienti saloni della mia villa posillipina mi sono servito della ferrea memoria di mio nipote Mario che, a 17 anni, gareggiò nella categoria esordienti, ottenendo il 1° posto.
Diresse la competizione il compianto arbitro internazionale Pappaianni, tra i concorrenti gli illustri maestri Mario Cocozza e Giacomo Vallifuoco, che da poco si erano classificati 2° e 4° al campionato nazionale, la buon'anima di Renato Miale ed altri 20 sfidanti che alternarono battaglie sulla scacchiera a gustare prelibatezze del palato offerte con generosità dalla padrona di casa e servite dalla mia efficiente servitù. Tra i partecipanti più scarsi voglio ricordare i fratelli Angelo e Duccio Tarallo, all'epoca ricchi imprenditori e con i quali ci vedevamo spesso, organizzando gite favolose, come quella a Pila nel villaggio Valtur (fig.10), che costituirà il fulcro della prossima ricordanza. 

fig. 7 -  Copertina

fig. 8 - Torneo Ischia

fig. 9 - Elvira durante il campionato nazionale

fig. 10 - Villaggio  Valtur d Pilai

Siamo sul finire degli anni Ottanta, prendiamo l'aereo per Milano, dove ci attende un pullman che ci porterà fino al villaggio.21 i passeggeri  a bordo, la famiglia della Ragione, 5 membri, la famiglia Tarallo al completo: 2 padri, 2 madri, 4 figli ed una nonna ed altri 7 amici. Durante il viaggio con un autista spericolato ricordo che Angelo Tarallo mormorò: se cadiamo in un burrone i nostri averi andranno allo Stato, perché non abbiamo lasciato parenti entro il 6° grado.
A Pila ci attendevano, dopo un estenuante viaggio di 14 ore in auto, la dinastia dei Letticino, Rino all'epoca re dei catenacci, la consorte, nobildonna Gabriella Marino, sovrana delle Puglie e la discendenza.
Del soggiorno montanaro ricordo distintamente 2 cose, la prima spiacevole, la seconda eccitante.
Decidemmo che anche Marina, la nostra amata terzogenita, imparasse a sciare come i fratelli, che avevano appreso in simultanea a camminare ed a sfidare le nevi, per cui la iscrivemmo ad una scuola per principianti e mi associai anche io per farle compagnia. Ma già da 1° giorno le cadute di entrambi non si contavano, fino a quando un mio "sciuliamazzo" contro un albero, dopo aver bestemmiato le principali divinità delle tre religioni monoteiste, mi convinse ad interrompere le lezioni.
Poiché durante il giorno tutti sciavano, io occupavo il tempo proficuamente, trascorrendo alcune ore nella sauna, non certo per eliminare tossine o per rilassarmi, bensì per eccitarmi, ogni volta che entrava a farmi compagnia una fanciulla dai seni debordanti e dal lato B invitante, completamente nuda, la quale dopo aver sudato abbondantemente, mentre alcune mie dimensioni anatomiche crescevano a dismisura, si buttava poscia nella neve dove si rotolava felice per alcune decine di metri.
Ci trasferiamo ora con il racconto a Parigi, dove mi recai con i fratelli Tarallo e rispettive signore, i quali in quegli anni potevano spendere e spandere. Dopo aver assistito allo spettacolo al Moulin Rouge, decidemmo di cenare da Maxime (fig.11). Dissi agli amici di consultare con attenzione la lista dei vini, perché per un primo ed un secondo potevano bastare 150.000 - 200.000 lire, ma se si sbagliava nell'ordinare gli alcolici si poteva avere un conto di milioni. Scegliemmo di brindare con un Moet Chandon di un'annata economica. Il cameriere portò lo champagne in un cestello colmo di ghiaccio, da cui protrudeva solo la punta della bottiglia. controllai attentamente marca ed annata prima di permettere la cerimonia dell'apertura con relativo botto, che fu accolto da un fragoroso applauso, seguito da uno spavento collettivo quando ci accorgemmo che la confezione stappata era una maxi da tre litri  e costava 5 volte quanto avevamo previsto (fig.12).
L'ultimo episodio è ai limiti della farsa e mi è stato rammentato da Guglielmo Pepe, affermato ginecologo, in piena attività, il quale mi ha ricordato di quando mi recai a Roma per sostenere il concorso per l'idoneità a primario di Ostetricia e nonostante fosse giugno inoltrato io indossavo un corposo cappotto, reso ancor più debordante perché nelle fodere avevo nascosto numerosi libri di testo da consultare furtivamente. Infatti trascorse due ore si poteva chiedere di recarsi alla toilette per soddisfare improcrastinabili bisogni fisiologici, lì vi era una guardia che invitava a non chiudere la porta del gabinetto durante le funzioni corporali. Io candidamente mi calai i pantaloni, ma feci precedere le operazioni di evacuazioni da una rumorosa flautolenza, scusandomi con il controllore ed avvertendo che a breve ne sarebbero seguite altre, particolarmente puteolenti, perché avevo una diarrea. Mi fu detto chiuda pure la porta e questa circostanza mi permise in pochi minuti di estrarre dal cappotto alcuni libri, consultarli avidamente e ritornare in aula, dove, grazie alla mia memoria, all'epoca prodigiosa, riportai sul foglio quanto letto pochi minuti prima.
Inutile dire che superai brillantemente l'esame, che per molti era uno scoglio sul quale avevano infranto più volte le loro speranze.
Un episodio simile mi era capitato anni prima durante la prova di disegno all'esame di maturità, quando un professore girava fra i banchi ed invitava gli studenti a scegliere tra tante foto capovolte quella da riprodurre su carta. Le foto rappresentavano scenari impervi dal Duomo di Milano al Colosseo, ma io prudentemente, ne avevo sottratto una con tanto di timbro del liceo, nascosta sotto la camicia, che raffigurava un semplice capitello corinzio, sul quale mi ero preparato a casa, che sostituii a quella capitatami durante la prova d'esame

Achille della Ragione

fig. 11 - Ristorante Maxime
  
fig. 12 - A cena da Maxime

fig. 13 - Tutti assieme da Maxime



venerdì 20 marzo 2020

Divieto di uscire da casa, anche per i barboni?




In questi giorni si susseguono i divieti e tutti siamo obbligati a trascorrere giorno e notte a casa. Ma chi una casa non la possiede come ad esempio i barboni? Nessuno pensa a loro anche se il loro numero cresce ogni giorno e da tempo sono diverse migliaia. Sarebbe fuori luogo, in un momento di emergenza come quello che stiamo vivendo, pensare di allestire delle tende con letti rudimentali in un luogo dove al limite possano anche usufruire di un pasto caldo?
Rappresentano un residuo di arcaiche povertà, un imprevedibile esito della modernità. Un brutto giorno precipitati nella solitudine e nella miseria, diventano invisibili per gli amici, per i conoscenti, per gli stessi parenti, bastano pochi mesi e la strada come casa si trasforma in una voragine senza ritorno.
Sonnecchiano sulle panchine dei giardini pubblici o stesi sui cartoni per difendersi dall’umido che penetra nelle ossa; di notte, tutti assieme, pigiati spalla contro spalla, nelle sale d’attesa delle stazioni non tanto per dormire, quanto per difendersi dalle aggressioni gratuite divenute frequentissime.
Anche a guardarli sembrano tutti eguali: radi capelli precocemente incanutiti, pochi denti malfermi, la pelle incartapecorita ed un corpo devastato dall’età indefinibile, vestiti a brandelli ed un puzzo devastante che si sente a distanza.
Da tempo sono divenuti gli ultimi tra gli ultimi, disperatamente in coda ai più disperati, più dimenticati degli zingari, dei drogati, degli alcolizzati o degli extra comunitari clandestini, divenuti, soprattutto se islamici, i preferiti dei parroci e delle decrepite signore d’annata delle associazioni benefiche.
Nei dormitori vi è una lista d’attesa chilometrica e si può soggiornare solo per tre giorni durante le ore notturne, mentre fuori imperversa implacabile un freddo omicida. La strada diventa così una soluzione obbligata per decine di migliaia di barboni, costretti a sopravvivere in condizioni da incubo.
Come potremo continuare a dormire beati nei nostri letti con il pensiero che tanti nostri simili, solo più sfortunati di noi, devono arrangiarsi, avendo come tetto il cielo e come giaciglio la pubblica strada.


Achille della Ragione

giovedì 19 marzo 2020

Svuotare le carceri necesse est


Nei giorni scorsi, a seguito del divieto dei colloqui con i parenti (un conforto inderogabile) vi sono state rivolte in tutti i penitenziari italiani, domate con difficoltà e con un corteo di morti, mentre alcune decine di detenuti sono riusciti ad evadere.
Il governo per arginare i disordini e diminuire il vergognoso super affollamento ha deciso di varare un decreto che prevede la possibilità di scontare gli ultimi 18 mesi di pena ai domiciliari, scatenando l'ira funesta di Salvini, il quale naturalmente ignora che già attualmente la legge prevede che gli ultimi 12 mesi si possano scontare a casa. La norma purtroppo è inattuata, perché bisogna sottoporre ogni singolo caso al parere del tribunale di sorveglianza, che, vero modello di inefficienza e malagiustizia, fissa l'udienza a distanza di mesi e mesi, quando la pena è già estinta.
Per cui invito il governo, se deciderà di varare l'ordinanza, di prevedere un meccanismo automatico di scarcerazione, altrimenti sarà tutto inutile.

Achille della Ragione

Il Mattino pag. 38 -  23 marzo 2020


Caro Achille, ben ritrovato. La tragedia, perchè di tragedia si tratta, del Coronavirus, ha fotografato in una enorme istantanea tutti i ritardi, i difetti, i limiti del Paese.
Tra questi è esplosa con tutta evidenza la questione dell'affollamento e delle condizioni nelle carceri, non sempre all'altezza di una nazione avanzata e democratica.
Quanto successo dieci giorni fa, quando, nel giro di due ore, la maggior parte degli istituti penitenziari era in mano ai detenuti in rivolta deve farci riflettere.
Solo il buon esito di alcune trattative hanno fatto sì che non si ripetessero le fughe di massa avvenute a Foggia.
I detenuti sui tetti nel breve periodo devono farci riflettere sulla pericolosità della bomba sociale all'interno del nostro sistema penitenziario.
Nel lungo periodo, tra le tante lezioni che ci lascerà il Covid, ci sarà di certo la necessità di un sistema di detenzione più efficiente, più dignitoso, insomma più aderente alla nostra Costituzione che all'articolo 27 ricorda: <<Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato>>.


    Ps. Caro Achille stia a casa il più possibile e lo raccomandi anche ai suoi cari.



    Federico Monga

domenica 1 marzo 2020

Prossime visite guidate di marzo 2020

Visita chiostro e chiesa Donnalbina 8 febbraio 2020


Carissimi amici ed amici degli amici, coronavirus permettendo, cominceremo
sabato 7 marzo con la visita della chiesa di S. Anna dei Lombardi (o Monteoliveto se preferite) con appuntamento all’ingresso alle ore 10:45. Vi sarà un biglietto di 5 euro, che ci permetterà di visitare anche l’ipogeo, riaperto di recente dopo 100 anni e sul quale vi consiglio di consultare un mio scritto digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2019/01/l-ipogeo-della-chiesa-di-santanna-dei.html

Per il successivo appuntamento dovremo pazientare per attendere l’inaugurazione della importante mostra su Vincenzo Gemito, che dopo il successo di Parigi, approderà al museo di Capodimonte.
Per l’occasione ho preparato un libro sull’artista, che presenterò
venerdì 3 aprile alle ore 17:30 presso l’aula magna della chiesa di S. Maria della Libera in via Belvedere al Vomero e che potrete acquistare al prezzo scontato di 10 euro.

Mentre la prima visita alla mostra, per evitare file chilometriche è prevista per
martedì 24 marzo alle ore 10:45, quando vedremo la mostra a Capodimonte e poscia ci dedicheremo alla collezione permanente del 1° piano, dedicata alla pittura del Seicento napoletana, ricca di oltre 300 dipinti. Per il nostro gruppo sarà praticato un prezzo speciale.

Diffondete la notizia  ai 4 venti e ricordate che ogni settimana potrete sapere le visite successive andando sul mio blog

www.dellaragione.eu

http://achillecontedilavian.blogspot.com/

MOSTRA DI GEMITO AL MUSEO DI CAPODIMONTE


In 1^ di copertina
Vincenzo Gemito - Pescatorello
Napoli collezione della Ragione



Prefazione

Questo libro nasce in occasione della mostra su Vincenzo Gemito, che dopo il successo riscontrato al Petit Palais di Parigi, approda a Napoli al museo di Capodimonte, dove si potrà visitare per 3 mesi a partire dal 19 marzo.
Il volume comprende un corposo capitolo sulla vita e le opere del grande scultore, ricco di ben 40 figure. Segue un articolo pubblicato nel 2009 in occasione dell’ultima mostra tenutasi sull’artista a Villa Pignatelli, a cui seguirono interessanti commenti da parte di illustri personaggi del mondo culturale.
Vi è poi un articolo sul capolavoro di Gemito: il Pescatorello, conservato in una celebre collezione napoletana. Si conclude in bellezza proponendo al lettore 16 foto a colori di sculture e disegni dell’artista.
Debbo pubblicamente ringraziare l’amico fraterno Dante Caporali, che mi ha fornito immagini e preziosa assistenza nella preparazione del pdf, senza il suo aiuto questo libro non avrebbe mai visto la luce. Non mi resta che augurare a tutti buona lettura.

Achille della Ragione

 Napoli febbraio 2020

 Scarica il file in PDF


In 3^ di copertina
Foto di Vincenzo Gemito in abiti adamitici


INDICE
  • Prefazione
  • Vincenzo Gemito, la vita e le opere
  • Gli ultimi anni e la morte
  • Bibliografia
  • L’ultima mostra su Gemito a Napoli
  • Il Pescatorello, il capolavoro di Vincenzo Gemito
  • Tavole a colori


In 4a di copertina
Salotto di villa della Ragione







Il posto al sole ignora il coronavirus



Il posto al sole è una trasmissione che da decenni è seguita da milioni di telespettatori, perché fotografa con precisione la realtà della società odierna con pregi e difetti, soprattutto questi ultimi: coppie separate, delinquenza, disoccupazione e tante altre amenità.
Io da sempre non perdo una puntata ed anche se sono impegnato in una conferenza come relatore abbandono tutto e corro davanti al video.
Le puntate spesso sono registrate con largo anticipo, altrimenti come si spiega che non si parli della psicosi che da settimane ha contagiato l'opinione pubblica e le autorità, generando una pandemia cartacea e telematica, che produrrà danni irreparabili all'economia.

Achille della Ragione

Il Pescatorello, il capolavoro di Vincenzo Gemito

 
fig. 01 - Pescatore- gesso - Napoli -
museo di Capodimonte
 

Il bronzo del Pescatorello ottenne un grande successo di pubblico e di critica quando fu presentato nel 1877 al Saloon di Parigi nel 1877 ove fu effigiato dalla menzione d’onore. Della scultura esistono alcune repliche, le più belle sono tre: una conservata nel museo del Bargello a Firenze, una, ufficialmente nella stanza del sindaco di Napoli, ma spesso errante tra mostre e musei e la terza, di cui parleremo in questo articolo, conservata nella collezione della Ragione a Posillipo.
Le tre repliche autografe derivano da un gesso preliminare (fig.1), conservato nel museo di Capodimonte, che fece da guida all’artista per realizzare le repliche in bronzo, alle quali egli lavorava a lungo di cesello sulla superficie per realizzare una continua vibrazione della luce.
L’opera (fig.2) di cui intendiamo parlare in questo breve contributo, alta cm. 135 e firmata sulla base V. Gemito, venne acquistata dal noto professionista nel  corso di un’asta Semenzato tenutasi a Roma il 25 novembre 1991; in precedenza apparteneva al famoso imprenditore Eugenio Buontempo.
In questa scultura è molto curata la pelle increspata, naturalisticamente ottenuta con un paziente lavoro di scalpello, mentre risaltano i tratti del volto (fig.3) ed è molto curata la vivace correlazione delle membra di questo scugnizzo in equilibrio precario sullo scoglio e nell’atto di trattenere i pesciolini  appena staccati dall’amo. Si sa che Gemito allo scopo di ottenere la migliore ispirazione possibile teneva a lungo il modello in piedi su un sasso cosparso di sapone per cogliere meglio l’energia potenziale e poterla poi immortalare nel bronzo.
Gemito per meglio rendere le opere che creava dal bronzo predisponeva numerosi disegni preparatori per studiare l’evoluzione della forma. La gran parte di questi disegni erano nella collezione Minozzi (fig.4) ed oggi si possono ammirare nelle sale del museo di Capodimonte. Attraverso il loro esame è possibile verificare la ricerca formale eseguita dall’autore per stabilire la posizione definitiva del pescatore sullo scoglio: in alcuni disegni lo scugnizzo ha i piedi ben piantati sul sasso con il busto flesso in avanti; in altri la figura vista di prospetto o di spalle si sposta verso la definitiva posa accovacciata sugli scogli, in altri ancora si osservano altre posizioni, segno evidente di una accuratissima ricerca spaziale eseguita dall’artista.
Il soggetto iconografico, per via del grande successo di critica e pubblico, è stato replicato più volte in formato ridotto e con significative varianti dallo stesso Gemito, come nel caso del Piccolo pescatorello (fig.5) che qui rendiamo noto.
E concludiamo in bellezza l’articolo fornendo ai lettori la visione di una parte del salotto (fig.06) che ospita l’opera di cui abbiamo parlato e l’autore con il catalogo della sua raccolta in compagnia dell’adorata moglie Elvira (fig.07)

Achille della Ragione


fig. 02  - Pescatorello - bronzo cm. 135 - firmato -
Napoli collezione della Ragione
fig. 03  - Pescatorello - bronzo cm. 135 - firmato - (particolare del volto) -
Napoli collezione della Ragione

 
fig. 04 -  Minozzi in un disegno di Gemito


 
fig. 05 -Piccolo pescatore - Roma collezione privata


fig. 06 - Salotto villa della Ragione



fig. 07 - L'autore con libro della sua collezione e consorte





venerdì 28 febbraio 2020

La verità sul coronavirus



Premesso che, prima di divenire un intellettuale a tempo pieno, per decenni ho praticato la professione di medico con 2 specializzazioni, per cui ciò che affermo è da considerare verità assoluta e ciò che intendo riferire sul coronavirus è poco meno che oro colato, a differenza delle madornali fake news che da giorni i mass media cartacei e telematici ci propinano, diffondendo un panico ingiustificato con danni irreparabili sulla convivenza sociale e soprattutto sull'economia..
L'anno scorso (dati ufficiali) l'epidemia influenzale, nonostante il virus fosse poco virulento, provocò in Italia 8000 morti, un evento statistico passato sotto silenzio come è giusto che fosse.
Da alcune settimane il coronavirus nel nostro Paese ha provocato una dozzina di decessi ed un numero insignificante di contagiati. A fronte di queste cifre assolutamente trascurabili giornali e social si sono scatenati con annunci apocalittici degni di un'epidemia di peste seicentesca.
Supermercati presi d'assalto, scuole e musei chiusi, udienze giudiziarie sospese, partite di calcio rinviate o giocate a porte chiuse ed infiniti altri divieti emanati da politici ignoranti, che non tengono conto dei danni gravissimi provocati all'economia.
Non vi è alcun pericolo, ve lo posso assicurare sul mio onore, al limite come precauzione se incontrate una bella cinese non baciatela sulla bocca

Achille della Ragione

Vincenzo Gemito la vita e le opere



fig.1 -Autoritratto - Matita e biacca su carta - 45x35 -
Napoli collezione Banco di Napoli
fig. 2 - Autoritratto - Matita su pergamena - 64x51 -
Napoli collezione Banco di Napolili


Vincenzo Gemito (Napoli 1852–1929) è stato uno dei più grandi scultori italiani. Autodidatta, in gran parte, e insofferente ai canoni accademici, egli si formò attingendo dai vicoli del centro storico di Napoli e dalle sculture del museo archeologico. La sua prolifica attività artistica, che lo portò all'apice del successo ai Salons di Parigi nel 1876-77, fu interrotta a causa di un'intima crisi intellettuale, per via della quale si segregò dal mondo per diciotto anni; riprese la vita pubblica solo nel 1909, per poi spegnersi venti anni dopo. La sua produzione  comprende vigorosi disegni, figure in terracotta e un gran numero di sculture, tutte ritraenti con un'elevata intensità pittorica scene popolaresche napoletane.
Egli (fig.1–2) nacque a Napoli il 16 luglio 1852 da genitori ignoti, un classico figlio della Madonna, al quale fu assegnato il cognome Gemito per i suoi continui lamenti, una condizione sociale della quale fu sempre fiero, vantandosene per tutta la vita. Della sua famiglia originaria non ci sono pervenute notizie, se non a proposito delle pressanti ristrettezze economiche che spinsero i genitori a depositarlo, quando aveva appena un giorno, nella ruota degli esposti dello Stabilimento dell'Annunziata, dove venivano collocati i bambini abbandonati. Il 30 luglio dello stesso anno venne affidato alle cure di una certa Giuseppina Baratta e del suo consorte Giuseppe Bes. Alla morte di quest'ultimo, la Baratta sposò in seconde nozze un povero muratore, Francesco Jadiciccio, quel «mastro Ciccio» raffigurato in vari disegni giovanili del Gemito (fig.3). Di indole assai turbolenta e riottosa, il giovane Gemito ebbe un'adolescenza assai irrequieta, allietata solo dall'amicizia che lo legò con un suo coetaneo, Antonio Mancini (detto «Totonno»), con il quale iniziò ad assaporare anche i confini di pittura e scultura. L'iniziale formazione artistica del Gemito avvenne nell'ambito della bottega di Emanuele Caggiano, scultore di gusto accademico, che conobbe a nove anni mentre faceva da fattorino a un sarto; ma poco dopo, nel 1862, il giovane Vincenzo passò sotto la guida di Stanislao Lista, promotore dello studio del vero nella scultura. Il 23 aprile 1864 fu ammesso a seguire i corsi del Regio Istituto di belle arti, ma cercò piuttosto ispirazione nei vicoli del centro antico e nel circo Guillaume allogato al teatro Bellini. Risale al 1868 il suo esordio alla mostra della Società promotrice di belle arti di Napoli dove espose il Giocatore (fig.4). In quest'opera, acquistata da Vittorio Emanuele II per le collezioni di Capodimonte, adottò il modellato pittorico e vibrante per suggerire la concretezza dell'esperienza visiva e la spontaneità della realtà vernacola napoletana. Gemito confermò queste novità formali nel Ritratto del pittore Petrocelli (fig.5) (Napoli, già collezione Minozzi) un busto di terracotta, realizzato intorno al 1869, a riprova dell'intolleranza verso la codificazione accademica dell'arte scultorea, che si muoveva allora fra le incertezze del romanticismo e gli ultimi esiti delle correnti canoviane e le incertezze del Romanticismo. 
Frattanto, Gemito riunì attorno a sé un folto gruppo di artisti insofferenti alla codificazione accademica dell'arte scultorea, che contava, oltre all'inseparabile "Totonno", anche Giovanni Battista Amendola, Achille D'Orsi, Ettore Ximenes, Vincenzo Buonocore e Luigi Fabron; insieme a questi ultimi si rifugiò nei sotterranei del complesso di Sant'Andrea delle Dame, dove stabilì il proprio atelier. Fu in quest'ambito che Gemito - tra il 1870 e il 1872 - eseguì la pregevolissima serie di testine di terracotta, «mirabili per vivacità di sguardi e naturalezza di atteggiamenti»; di questi anni sono Moretto (fig.6), Scugnizzo (fig.7) e Fiociniere (fig.8), Malatiello (fig.9) e Fanciulla velata, i primi tre nella collezione del Banco di Napoli, gli altri due nel museo nazionale di S. Martino; queste sculture vennero eseguite in terracotta, mezzo plastico congeniale all'interpretazione realistica del soggetto, per le libere variazioni di piani e le mobili vibrazioni luminose. Ad esser ritratti erano trovatelli come lui, presi per le strade del centro antico e allettati per pochi soldi. Salvatore Di Giacomo ci restituisce un'immagine molto vivida dello studio di Gemito: “Gli adolescenti popolani ch'egli si conduceva in quell'antro afferivano all'impasto mirabile della sua cera e della sua creta magnifici brani di nudità, riarsa dal nostro sole ardente e intinta come nel colore del bronzo”. 
Nel 1871 vinse il primo premio del concorso indetto dall'Istituto delle Belle Arti di Napoli, che garantiva ai vincitori una borsa di studio per un Pensionato artistico a Roma. Le opere che portò come prova del concorso furono l'altorilievo Giuseppe venduto dai fratelli (che gli valse le simpatie del professore di pittura Domenico Morelli, del quale modellò uno splendido bronzo (fig.10) e la scultura del Bruto che, raffigurando il patrizio romano avvolto in un sovrabbondante panneggio, rappresenta la prima immagine esplicitamente desunta dal mondo classico romano, che Gemito proprio in quegli anni stava studiando al museo archeologico nazionale.   
Nel 1873 conobbe Matilde Duffaud, fanciulla dal carattere docile e sottomesso che divenne sua compagna e modella (fig.11) nel suo nuovo atelier sulla collina del Mojarello, a Capodimonte. Allo stesso anno risalgono i busti in terracotta raffiguranti Francesco Paolo Michetti e Totonno l'amico mio, e quelli bronzei raffiguranti Domenico Morelli e Giuseppe Verdi (fig.12). Dell'anno successivo è invece il Ritratto di Guido Marvasi (fig.13), figlio di quel prefetto Diomede che sarà uno dei primi mecenati dell'artista.

fig. 3  - Masto Ciccio -  matita su carta - 31x20 -
Napoli collezione Banco Napoli


fig. 4 - Giocatore di carte - gesso patinato -
Napoli museo Capodimonte


fig. 5 - Ritratto del pittore Vincenzo Petrocelli - terracotta - 
Napoli giá collezione Minozzi
fig. 6  - Moretto - terracotta cm. 36 -
Napoli collezione Banco di Napoli


fig. 7 - Scugnizzo -  Terracotta  - cm 36  -
Napoli collezione Banco di Napoli


fig. 8 - Fiociniere - terracotta  cm. 36 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 9 - Malatiello-
Napoli Museo e Certosa di San Martino


fig. 10 - Ritratto di Domenico Morelli - bronzo cm. 50 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 11 - Autoritratto con Matilde Duffaud- Sanguigna su carta  - 26 x36
Napoli collezione Banco di Napoli
fig. 12 - Ritratto di Giuseppe Verdi - bronzo cm. 52 -
Napoli, giá collezione Minozzi

fig. 13  - Ritratto di Guido Marvasi - terracotta h cm. 43 -
Napoli collezione Banco di Napoli


La produzione gemitiana comprende vigorosi disegni (fig.14–15–16–17–18–19–20–21–22–23–24-25), figure in terracotta e un gran numero di sculture, tutte ritraenti con un'elevata intensità pittorica scene popolaresche napoletane; tra le sue opere principali si possono ricordare il Pescatorello (fig.26), di cui parleremo più volte in seguito l'Acquaiolo (fig.27) (l'originale fuso in argento si trova presso il museo del Cenedese di Vittorio Veneto) , la statua di Carlo V sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli (fig.28), la Zingara (fig.29) ed i numerosi autoritratti (fig.30–31–32).
Nel 1876 Gemito trasferì il proprio studio presso il museo archeologico di Napoli, onde esercitarsi nel rilievo delle famose statue di Ercolano e Pompei che vi erano raccolte. L'anno successivo il giovane artista partenopeo partecipò all'Esposizione nazionale di belle arti di Napoli e al Salon parigino dove, presente per intercessione di Alphonse Goupil (figura assai influente nel panorama artistico della Parigi di quegli anni), ottenne uno sfolgorante successo con il Pescatorello (fig.26), (Firenze, Museo del Bargello). che nell'opera appare in equilibrio precario su uno scoglio, nell'atto di trattenere al petto dei pesciolini guizzanti.   
Abbagliato dalla notorietà acquistata nel paese d'Oltralpe, nel 1877 Gemito si trasferì nella villa a Poissy di Ernest Meissonier, dove venne raggiunto dall'amico Mancini e dalla Duffaud; in Francia fu segnato dal successo e dal prestigio professionale ma non dal benessere economico, a causa di una cattiva amministrazione dei beni. Nel frattempo, fu espositore al Salon del 1878, dove furono notati il ritratto d'argento di Giovanni Boldini (residente in quel periodo a Parigi) e quello di Jean-Baptiste Faure, celebre baritono e collezionista d'arte. Al Salon successivo presentò il Ritratto del dottor Landolt (fig.33) e quello di Federico de Madrazo, vincendo per i meriti artistici la medaglia di terza classe; a quello del 1880, dove ottenne la medaglia di seconda classe, per la statuetta bronzea a figura intera ritraente Meissonier (fig.34)
Il Pescatore napoletano, ripresentato all'Esposizione universale parigina del 1878, dove  l’artista consolidò con una medaglia la notorietà presso i Francesi, e in seguito più volte esposto in Italia e all'estero riportando numerosi premi, appare in bilico su uno scoglio nell'atto di trattenere sul petto dei pesciolini guizzanti e mostra un'energia sul punto di prorompere, come attestano i segni del cesello creanti continui passaggi chiaroscurali. Gemito scelse il fanciullo del popolo quale costante iconografica della sua produzione grafica e plastica sin dal Giocatore (fig.4) e il corpo di adolescente nudo al sole quale banco di prova di un'appassionata costruzione plastica e volumetrica, negli anni più controllata ma pur sempre dinamica e vitale.
Per gli studi sulle diverse versioni del tema del pescatore, dai primi anni Settanta, si sa che il Gemito obbligava gli scugnizzi, pagati, a lunghe ore di posa: rimanere, per esempio, in equilibrio su un grosso sasso insaponato allo scopo di studiare le fasce muscolari in un momento di sforzo. Tale interesse non si spiega certamente con semplice curiosità aneddotica, né si giustifica appieno con qualche eco della fortuna romantica degli scugnizzi e dei costumi popolari, né con la suggestione dell'arte dei "pastorari" napoletani e con la lezione seicentesca di matrice caravaggesca (nel 1915 Gemito dipinse una tempera dal Bacchino malato della Galleria Borghese), e tanto meno risponde a moventi sociali. Di sicuro la tempra istintiva, la gioventù parimenti diseredata e la formazione verista contribuirono (se non a un'identificazione con i soggetti) al calore sensuale e sentimentale nel narrare l'esperienza della realtà. 
Le tante immagini di fanciulli, nella produzione tarda gli scugnizzi divengono arcieri, risentono inoltre di un particolare vagheggiamento dell'arte ellenistica che le porta fuori della cronaca, garantendone l'atemporalità e fornendo un filtro tra ispirazione e forma definitiva, ben lontana comunque dal riproporre fedelmente gli spunti antichi e da retoriche declamazioni.  
I soggetti prediletti della produzione plastica e grafica di Gemito, che si sostanzia di numerose copie, furono, sin dagli esordi, gli scugnizzi; nelle sue opere, i monelli di strada napoletani sono caratterizzati da un'accentuata freschezza fisica, da un calore sensuale e sentimentale, e sono animati talvolta da un'energia sul punto di prorompere, talvolta da una profonda malinconia.
I fanciulli del popolo di Gemito risentono inoltre dell'influenza esercitata dal modello ellenistico, con il quale l'artista lavorò assiduamente a confronto diretto nel museo Archeologico; con questi vagheggiamenti classici gli scugnizzi acquisiscono un carattere indefinito e atemporale, senza tuttavia ripetere meccanicamente e fiaccamente schemi già esauriti nell'antichità.
Per i disegni, che eseguì numerosi soprattutto agli scorci del Novecento, Gemito scelse come costante iconografica le popolane, le cosiddette zingare, ritraendole con una gestualità e vivacità quasi «pittorica» da sole, insieme a bambini, impegnate nelle diverse attività quotidiane (Maria la zingara, Nutrice, Carmela sono alcuni esempi di questa fase artistica gemitiana); eseguì anche diversi disegni familiari e autoritratti, notevole l'Autoritratto con Matilde Duffaud (fig.11). In questi anni, insomma, Gemito confermò la propria conversione alla grafica, dove ebbe modo di abbandonarsi al proprio estro creativo, non essendo più condizionato dal vincolo progettuale; nei disegni padroneggiò sia la forma che la luce, resa con le tecniche più disparate, quali la matita, la penna, il pastello, e l'acquerello.
Trasferitosi a Parigi nel 1877, riunitosi con l'amico Mancini e raggiunto dalla Duffaud, ottenne il successo mondano ma non il benessere economico, per un'incauta amministrazione. Eseguì il Ritratto di Cesare Correnti commissario italiano all'Esposizione universale parigina del 1878 (la versione in bronzo e oro, del 1880, si conserva presso la Galleria nazionale d'arte moderna di Roma); Correnti, già ministro della Pubblica Istruzione, gli aveva commissionato la traduzione in marmo del Bruto, mai compiuta. 
Al Salon del 1878 presentò due busti in bronzo: quello ricoperto d'argento del pittore Boldini, allora residente a Parigi, e quello di J.-B. Faure, cantante e collezionista degli impressionisti; al Salon seguente, dove ottenne la medaglia di terza classe, espose il Ritratto del dottor Landolt (fig.33) (gesso: Firenze, collezione privata) e quello del pittore Federico de Madrazo (terracotta: Venezia, Museo Fortuny); a quello del 1880 espose il ritratto in bronzo di Paul Dubois, scultore e direttore dell'École des beaux-arts, e meritò la medaglia di seconda classe per la statuetta bronzea a figura intera Ritratto di G.L. Ernesto Meissonier (fig.34). Quest'ultimo ritratto segnala particolarmente l'indirizzo stilistico parigino sotto l'influenza del modello di Meissonier, pittore ufficiale di costume e di storia, che fu per il Gemito precettore, mecenate e ospite nella villa di Poissy e nello studio di Parigi: la predilezione della rifinitura formale che il bronzo consente per l'elegante minuzia descrittiva del cesello. Il Ritratto di Meissonier fu nuovamente esposto nel 1880 a Torino alla IV Esposizione nazionale di belle arti insieme con il busto bronzeo di Amedeo d'Aosta, duca di Genova, commissionatogli dalla colonia italiana a Parigi e conservato nel palazzo reale di Napoli.  
Tornato a Napoli, all'inizio del 1880, Gemito lavorò alacremente per più di un anno sull'Acquaiolo, raffigurante un giovane venditore di acqua fresca, dalla postura oscillante; la statua, chiaramente ispirata al Satiro danzante, rinvenuto nella pompeiana casa del Fauno, venne destinata a Francesco II delle Due Sicilie, ex re di Napoli, in esilio nella capitale francese. 
In seguito alla precoce morte dell'amata Matilde per tisi, avvenuta nell'aprile del 1881, Gemito sopraffatto dal dolore si ritirò a Capri, cercando nella quiete idilliaca e agreste di quelle terre un ristoro e un oblio; sull'isola, dove rimase per alcuni mesi, eseguì numerosi disegni, principalmente ritratti. L'anno successivo s'invaghì della modella di Domenico Morelli, a tal punto da farla sua sposa: era costei Anna Cutolo (fig.19-36), detta Nannina, e da quest'unione, che si rivelerà ispiratrice di molte opere del Gemito, nacque nel 1885 la figlia Giuseppina (fig.15). Il successivo periodo, che vide l'esecuzione de Il filosofo, un presunto ritratto di mastro Ciccio (l'amato patrigno), culminò nel 1883, quando avviò una fonderia privata a Mergellina, grazie ad un finanziamento particolarmente generoso del barone belga Oscar de Mesnil.
L'eco della fama del Gemito raggiunse anche la Corona sabauda, tanto che Umberto I subito gli offrì un incarico assai onorevole. Sul prospetto principale del palazzo Reale di Napoli, infatti, erano state ricavate otto nicchie, dove il monarca volle collocare altrettante statue raffiguranti i più illustri sovrani delle varie dinastie ascese al trono partenopeo: all'artista venne affidata pertanto l'esecuzione di una statua effigiante Carlo V d'Asburgo. Disorientato dall'insolita tematica storica (per la quale nel 1885 ripartì per Parigi, dove si consultò con Meissonier), l'artista poté realizzare solo il modello in gesso e il bozzetto bronzeo (fig.28) del Carlo V, non riuscendo a tradurla in marmo: la travagliata realizzazione dell'opera, che era concepita accademicamente all'antica ed era totalmente avulsa dalla sua poetica, concorse nel provocare un grave esaurimento nervoso che lo portò al ricovero nella casa di cura Fleuret.
Nel 1883 fu esposto alla Promotrice napoletana il bronzo Il filosofo con la dicitura "Nec plus ultra": se l'opera appare una scultura antica ispirata alla Testa dello Pseudo-Seneca del Museo archeologico napoletano, le sembianze ricordano quelle di Mastro Ciccio, l'amato anziano patrigno, valido collaboratore insieme con Tommaso Celentano e Pietro Renna nella fonderia di via Mergellina, avviata proprio in quell'anno grazie al finanziamento del barone belga Oscar de Mesnil e attiva sino al 1886. 
Nel 1883 ad Anversa furono tributati a Gemito due diplomi d'onore accompagnati rispettivamente dalla medaglia d'argento e da quella di prima classe; due anni dopo, nella stessa città, all'Esposizione universale lo scultore ottenne la medaglia di prima classe con una rappresentativa selezione di opere, tra cui la prima copia del Narciso rinvenuto a Pompei (Napoli, Palazzo reale: del 1886 è la replica per Diego Pignatelli d'Aragona Cortes conservata nell'omonimo museo napoletano).
Nel contempo il successo internazionale dell'artista era ormai solido e accompagnato da riconoscimenti ufficiali: a Parigi, nel 1889 e nel 1890, il Grand prix per la scultura; ad Anversa, il diploma d'onore nel 1892; a Parigi, nuovamente il Grand prix nel 1900. Gabriele D'Annunzio ne esaltò la potente vitalità di eco ellenica: «Egli aveva nome Vincenzo Gemito. Era povero, nato dal popolo; e all'implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungeva talora la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua».  
In occasione della V Esposizione internazionale biennale di Venezia del 1903, Gemito ebbe l'onore di esporre nella sala del Mezzogiorno insieme con Morelli. Inoltre, Achille Minozzi, amico e appassionato collezionista dell'opera gemitiana, volle consacrare la sua raccolta pubblicando nel 1905 una monografia lussuosa scritta da Salvatore Di Giacomo.
Morte la madre e la moglie, Gemito riprese la vita pubblica nel 1909: per consegnare il Pescatorello, richiestogli per la regina Margherita da Elena d'Orléans, duchessa d'Aosta, e per esporre, su incitamento di questa, alla VIII Biennale di Venezia i disegni di ambiente popolare napoletano che ne riconfermarono il successo mondiale.  
Allo scorcio del secolo appartiene la produzione incentrata sulla figura femminile: ritratti di popolane, le "zingare", riprese da sole o con bambini nelle attitudini quotidiane e nella vitale gestualità (Maria la zingara, Nutrice, Carmela: Napoli, collezione Minozzi). Inoltre eseguì numerosi disegni famigliari e autoritratti di grande potenza simbolica e passionale Autoritratto con Matilde Duffaud, 1880-81, (fig.11) sanguigna acquerellata: collezione del Banco di Napoli), cui seguiranno quelli più tardi con la barba fluente e l'aspetto da profeta michelangiolesco, sia grafici sia plastici (Autoritratto, del 1921, in bronzo: Milano, Civica Galleria d'arte moderna). 
Ormai i disegni non sono più solo studi preparatori, ma autentici punti d'arrivo e Gemito, proprio perché liberato dal vincolo progettuale, appare vigoroso e fertilissimo. Negli anni, infatti, il talento dell'artista, nutrito dal tormento quotidiano per raggiungere la pienezza dell'espressione, trova nel disegno il personale appagamento creativo, dimostrando non solo la padronanza della forma, ma anche la comprensione del fenomeno luminoso, la sapienza del gioco dei valori e dei toni perseguita con le tecniche più varie (matita, penna, acquerello, pastello). Stupiscono la varietà di intenti e di attuazione e la conoscenza delle risorse più efficaci a esaltare il movimento, l'energia e il senso della materia e dell'epidermide.    
La produzione plastica del secondo decennio appare caratterizzata da iconografie storicizzanti o allegoriche (o comunque astratte dai temi sociali e quotidiani) e da studi decorativi che mostrano maestria nell'orientarsi tra i soggetti antichi per riproporli alla maniera moderna. All'immediatezza giovanile si sostituisce l'elaborazione ricercata con preziosistico gusto da orafo, aiutato dal discepolo Salvatore Pavone nello sbalzo e nel cesello.   
Del 1910 sono le opere Sorgente e Giovinezza di Nettuno; del 1911, in occasione dell'Esposizione internazionale di belle arti di Roma, Medusa (argento cesellato e dorato a fuoco: Malibu, CA, The J. Paul Getty Museum), revival ellenistico per cui trasse spunto dal fondo esterno della Tazza Farnese del Museo nazionale napoletano; al 1914 e al 1918 risalgono Inverno, Tempo, Vasaio, Fanciulla greca, Sibilla Cumana, Sirena, opere con cui porta una nota di prezioso estetismo nel nuovo clima simbolista.
Nel 1911 si trasferì al Parco Grifeo di Napoli. Nel 1913 e nel 1915 partecipò rispettivamente alla XI Esposizione di belle arti di Monaco e all'Esposizione universale di San Francisco. Tra 1915 e 1917 fu spesso a Roma e dintorni (ritrasse figure di ciociare); scolpì la Madonnina del Grappa; concepì il progetto grafico per un monumento a Pio X raffigurante la Fede (Roma, Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea). Nel 1919 Matteo Marangoni, allora deputato, ottenne dal Parlamento una "pensione d'onore" (mai consegnata a causa di disguidi burocratici) per lo scultore, che si trovava in pessime condizioni finanziarie. L'anno seguente avvenne l'incontro a Napoli, dopo quarant'anni, con Mancini, cui altri ne seguirono a Roma, dove Gemito si recò spesso, impaziente di ottenere l'alloggio desiderato a Castel Sant'Angelo come l'invidiato Benvenuto Cellini. Nel 1922 nella capitale venne organizzata dalla rivista La Fiamma un'esposizione dell'opera gemitiana, che si sostanziava in quegli anni di raffinate opere di cesello in oro e argento, prevalentemente in piccole dimensioni e di fattura classicheggiante. Nel 1924 l'artista fece l'ultimo, deludente, viaggio a Parigi.  
Negli anni 1920-26 lavorò assiduamente intorno al tema di Alessandro Magno (fig.35), protagonista di tante sue visioni, proponendo l'immagine ideale dell'eroe mitico in busti e medaglie, meditando sui prototipi antichi e concependo persino una scultura equestre. Al 1926 risalgono le sue ultime opere: Sibilla, in argento, esposta alla Promotrice napoletana, e Ritratto dell'attore Raffaele Viviani (terracotta: Napoli, Museo di Capodimonte), in cui sottile è la resa psicologica al di là del realismo fisiognomico conseguito grazie alla tecnica esperta.Lo Stato italiano, nel 1927, gli assegnò per volontà di B. Mussolini un premio in denaro di 100.000 lire. Esposizioni antologiche vennero allestite nel 1927 alla galleria di Lino Pesaro a Milano e, l'anno seguente, in Castelnuovo a Napoli.    
Gemito morì a Napoli il 1° marzo 1929, ma gli ultimi anni della sua vita e il suo ricordo tra i posteri meritano di essere trattati in maniera esaustiva.


fig. 14 - Studio per allegoria fluviale - matita su carta - 28x38 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 15 - Nudo della figlia Giuseppina come sirena  - Acquerello 42x28 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 16 - Lo scorfano - disegno su manoscritto membranaceo - cm. 39 x47  -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig.17 - Giovane - matita su carta - 41x26 - firmata e datata 1923 -
Napoli collezione Banco Napoli

fig. 18 -  Adolescente - ma tita su carta 33x48 -
  Napoli collezione Banco di Napoli
fig. 19- Ritratto di Anna Gemito - Matita su carta - 42x52 -
Napoli collezione Banco di Napoli
fig. 20 - Una madre che  allatta il figlio - matita. acquerello e biacca su carta - 63x74 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 21 - Ragazza di Genazzano - matita e inchiostro su carta - 38 x26 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 22 -  Ritratto di giovane donna - matita su carta 52x39 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 23 - Profeta - matita ed acquerello - 33x26 -
Napoli collezione Banco di Napoli

fig. 24 - Ritratto della marchesa Giulia Albani


fig. 25 - Donna popputa a cavallo



Gli ultimi anni e la morte
Gemito guarì dalle allucinazioni solo nel 1909 all'età di cinquantasette anni, quando, morte la madre e la moglie, emerse dal suo «crepuscolo tragico» (come lo definì Di Giacomo) per consegnare il Pescatorello a Margherita da Elena d'Orléans, duchessa d'Aosta; quest'ultima lo persuaderà a partecipare alla VIII Biennale di Venezia con diversi disegni sulla realtà vernacola napoletana, che lo resero poi universalmente celebre. In questo periodo ritrasse principalmente figure femminili, quali zingare o popolane, in disegni che ormai non erano più semplici bozzetti preparatori, ma veri e propri punti d'arrivo: degna di menzione anche la fitta produzione di autoritratti, dove Gemito ci appare con una barba fluente e l'aspetto da profeta michelangiolesco, e le diverse sculture, delle quali si segnalano Sorgente e Giovinezza di Nettuno (1910), Medusa (1911), e varie opere ascrivibili al quadriennio 1914-18 (Inverno, Tempo, Vasaio, Fanciulla greca, Sibilla Cumana, Sirena), dove Gemito si presenta convertito al nuovo gusto simbolista. 
Furono questi anni assai intensi: scolpì la Madonnina del Grappa, stese un disegno per una Fede, da collocare nel monumento funebre di Pio X (scomparso nel 1914) e infine fu espositore, nel 1913 e nel 1915, alla XI Esposizione di belle arti di Monaco e all'Esposizione universale di San Francisco. Visitò assiduamente Roma, dove ritrasse numerose ciociare e ritrovò l'amico Mancini, dal quale si era separato trent'anni prima, a causa di un aspro litigio; espose pure alcune opere a una mostra organizzata dalla rivista La Fiamma, incentrata proprio sulla produzione plastica gemitiana. In questi anni fu spinto dal desiderio di ottenere un'abitazione e una fucina presso Castel Sant'Angelo, costruzione indissolubilmente legata al nome dell'invidiato Benvenuto Cellini; sebbene si confrontasse con diversi parlamentari del tempo (arrivando pure a chiedere un'udienza al Re), Gemito non ottenne mai il sospirato alloggio a causa di varie lungaggini burocratiche che dilazionarono la vicenda. Ormai rassegnato a non ottenere il castello, l'artista fece quindi ritorno a Napoli, per non fare più ritorno nell'Urbe.  
Dopo un ultimo, inappagante, viaggio a Parigi (1924) Gemito vide le proprie energie creative lentamente esaurirsi: la sua fama, tuttavia, era ancora viva, tanto che lo Stato Italiano (su volontà di Benito Mussolini) gli assegnò un premio di centomila lire, e mostre antologiche sulla sua produzione si tennero nella galleria di Lino Pesaro a Milano (1927) e nel Maschio Angioino di Napoli (1928).  
Uno degli ultimi ammiratori, patrono e collezionista di Gemito fu Edgardo Pinto (morto nel 1933) che nel 1919 venne nominato Direttore della sede di Napoli della Banca Italiana di Sconto, che continuò la sua attività come Banca Nazionale di Credito. Il Pinto rimase a Napoli, come Direttore della Filiale fino al 1923, quando fu nominato Consigliere della Banca Nazionale di Credito e si trasferì a Milano. Tra il 1919 ed il 1923 (ma forse anche dopo) fu mecenate di Vincenzo Gemito negli ultimi anni di vita di quest'ultimo ed ebbe molte sue importanti opere originali. Esiste una vecchia foto sbiadita del suo studio che mostra la sua collezione di bronzi e di disegni di Gemito, tra i quali un busto di Verdi, una testina dell'acquaiolo, un Busto di fanciulla napoletana ed altre opere non identificabili, tra le quali una grande testa baffuta inclinata a sinistra. Diverse opere furono acquistate da Edgardo, per la Sede del Banco a Napoli (in particolare uno splendido grande Sole d'oro e d'argento). 
Vincenzo Gemito, infine, morì a Napoli il 1º marzo 1929. Il suo funerale ci viene narrato da Alberto Savinio, che ne esaltò il versante ellenico: «Dal Parco Grifeo il corteo scese lentamente tra gli eucaliptus. Il mare brillava sotto il sole, i negozi avevano chiuse le porte e accesi i lumi. Arrivati davanti alla marina, i becchini d’un tratto sentirono la bara più leggera sulle spalle. Corse un po’ di scompiglio tra i personaggi ufficiali. Un signore in tuba levò la mano a indicare il golfo: scortato da due delfini, Gemito navigava verso i mari della Grecia»
La produzione di Gemito, frutto della sua formazione da autodidatta, si impone con accenti di schietto realismo, con uno stile che trascese dalle mode del momento. L'artista, infatti, si distinse in quanto autore di una scultura «palpitante», impreziosita da libere variazioni di piani e da vivide vibrazioni luminose. La fortuna critica che la produzione artistica gemitiana ha avuto in Italia e nel resto del mondo ha subito fasi alterne di apprezzamento e di oblio da parte dei critici e del pubblico. Al successo mondano ottenuto ai Salons di Parigi nel 1876-77 seguì infatti il terribile tracollo psicologico che colpì l'artista nel 1887, per via del quale si alienò nella sua abitazione al Vomero; quando riprese a partecipare alla vita artistica italiana, nel 1909, Gemito era ormai considerato un uomo folle e perturbato. Ma se da un lato sembrava essere travagliato da un'irreversibile crisi, dall'altro Gemito era venerato come un vecchio patriarca: nel 1905 Salvatore di Giacomo ne scrisse una corposa biografia, e il suo nome lo ritroviamo anche nelle commedie di Raffaele Viviani. L'Acquaiolo, inoltre, è stato un imprescindibile riferimento iconografico per Giulio Aristide Sartorio per il suo film muto Il mistero di Galatea, realizzato nel 1918 mentre l'artista si allontanava da Roma; la pellicola, che non fece che confermare l'influenza culturale della produzione gemitiana, impiega la scultura come chiave risolutiva del mistero di Galatea, depositaria dei segreti della bellezza e delle arti. Cospicua è stata anche la mole di articoli, scritti, recensioni su riviste, e quotidiani del tempo che hanno contribuito ad alimentare la fama dell'artista. Gemito fu particolarmente apprezzato da Giorgio de Chirico, che riconobbe la modernità della sua prassi artistica:
“Ci vorrebbe un museo speciale per simili artisti, altroché trovare i loro capolavori in vendita nelle vetrine dei camiciai. Ma per Gemito, come per qualche altro, veniet felicior aetas [...]. In Gemito si riconosce quella capacità eminentemente classica di rivelare il lato spettrale e occulto di una apparizione, mostrando quello che è e, nel tempo stesso, quello che forse è stato”
L'arte gemitiana fu altamente lodata anche da Giacomo Manzù, che nel 1979 ribadì:
«Sono contento di poter dire qualcosa su Vincenzo Gemito scultore possente a cui i libri, la critica dedicarono scarsa attenzione. Sono bastati pochi anni per sommergerlo nella nebbia dell’oblio. Gemito era uno scultore appassionato delle cose sublimi e che, in un certo senso, si adattava alle cose più semplici, in apparenza semplici, in realtà profondamente vere. A mio giudizio Vincenzo Gemito è il più grande scultore dell’Ottocento. Superiore, sotto certi aspetti a Medardo Rosso. Sono convinto, e in questo sta la grandezza di Gemito, che alla scultura non serve il romanticismo. Alla scultura servono tre cose: la forma, il mestiere e il genio. Il resto è inutile contorno, esercitazione sterile, inessenziale / Gemito è stato un genio solitario»
Ciò malgrado, manca tuttora un'ampia revisione critica dell'arte di Gemito, che risulta essere poco compresa e valorizzata. Sono rare le mostre monografiche dedicate all'artista, se si eccettuano quella del 1953 al Palazzo Reale di Napoli, quella del 1989 tenutasi a Spoleto, e quella del 2009 nella napoletana villa Pignatelli. I motivi di questa mancata ricognizione dell'arte gemitiana sono ascrivibili alla fragilità delle sue opere in terracotta, che pertanto risultano essere difficili da trasportare, e al cospicuo numero di multipli delle sue sculture originali, che rendono difficoltosa una corretta disamina della sua produzione.
La sua produzione è concentrata tra il museo di Capodimonte, che da poco ha acquistato gran parte della collezione Minozzi e Palazzo Zevalos, che raccoglie quella che fu la celebre raccolta del Banco di Napoli (fig.37-38).  
La grande mostra tenutasi a Parigi (fig.39) da poco terminata, a giorni si trasferirà al museo di Capodimonte, dove sarà visitabile per 3 mesi.


fig. 26 - Pescatorello - bronzo - Firenze muso del Bargello

fig. 27 -  Acquaiolo - bronzo - Torino Galleria di arte moderna

fig. 28 - Statua di Carlo V d'Asburgo - Napoli Palazzo Reale


fig. 29 -  La zingara - matita ed acquerello su carta -
Napoli collezione Banco di Napoli




Bibliografia
M. Della Rocca, L'arte moderna in Italia, Milano 1883, pp. 341-349
S. Di Giacomo, V. G. La vita, l'opera, Napoli 1905
E. Giannelli, Artisti napoletani viventi, Napoli 1916, pp. 592-600
V. Pica, I disegni di tre scultori moderni(G., Meunier, Rodin), in Emporium, XLIII (1916), 258, pp. 402-425
U. Ojetti, L'arte di V. G. e sette ritratti inediti, in Dedalo, V (1924-25), 2, pp. 315-332
A. Consiglio, V. G., Roma 1932
S. Vigezzi, La scultura italiana dell'Ottocento, Milano 1932, pp. 63-66
V. G. (catal.), a cura di C. Siviero, Milano 1933
O. Morisani, Vita di G., Napoli 1936
A. Savinio, Seconda vita di G., Milano 1938
H.O. Giglioli, I disegni di G. (catal.), Firenze 1944
V. G. I disegni, a cura di U. Galetti, Milano 1944
A. Schettini, V. G., Milano 1944; Disegni di G. (catal.), Roma 1948
G. Consolazio, V. G., Firenze 1951
F. Bellonzi, Appunti sull'arte di V. G., Roma 1952
Mostra di opere di V. G. (catal.), a cura di G. Consolazio, Montecatini 1952
G. Guida, G., Roma 1952
C. Siviero, G., Napoli 1953
C. Maltese, La formazione culturale di V. G. e i suoi rapporti con il Caravaggio, in Colloqui del Sodalizio, II (1951-54), pp. 41-45
R. Causa, V. G., Milano 1966
Da Antonio Canova a Medardo Rosso. Disegni degli scultori italiani del XIX secolo (catal.), a cura di G. Piantoni, Roma 1982, pp. 8-10, 75-92
Temi di V. G. (catal.), a cura di B. Mantura, Roma 1989
M.S. De Marinis, G., L'Aquila-Roma 1993 (con bibl.)
U. Thieme - F. Becker, Künstlerlexikon, XIII, p. 377.



fig. 30 - Autoritratto - creta cruda - cm 12 -
Napoli collezione Banco di Napoli


fig. 31 Autoritratto  - Italia collezione privata
fig. 32 -  Autoritratto  - Italia collezione privata

fig. 33  - Ritratto del dottor Landolt - bronzo cm 41 -
Napoli collezione Banco di Napoli
fig. 34 - Ritratto di Ernest Meissonier - bronzo -
Milano Galleria di arte moderna



fig. 35 Medaglione con il volto di Alessandro Magno



fig. 36 -  Anna Gemito - Roma Galleria d'arte moderna



fig. 37 -Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano


fig. 38 -Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano



fig. 39 - Manifesto mostra su Gemito al Petit Palais di Parigi