lunedì 30 giugno 2014

Da un tempio greco romano alla cattedrale di Pozzuoli

Fig. 1 - La cattedrale dopo l'incendio del 1964

Fin dal II secolo a.C. lo sperone tufaceo del Rione Terra, la rocca dell’antica Puteoli, era dominata dal Capitolium, il tempio dedicato alla triade celeste – Giove, Giunone e Minerva – venerata dai Romani sul Campidoglio.
Questo complesso è di epoca molto antica e sorse probabilmente in epoca greca o sannitica come Capitolium  della città. Fu radicalmente ristrutturato in età repubblicana sino ad essere completemente riedificato in età augustea. Fu fatto erigere dal ricco mercante Lucio Calpurnio in onore dell'imperatore Ottaviano Augusto , come riferisce un’iscrizione con dedica: L. Calpurnius L.f. templum Aug. cum ornamentis d.s.f. (Lucio Calpurnio, figlio di Lucio, dedicò a sue spese questo tempio ed il suo arredo ad Augusto), e fu costruito dall'architetto Lucio Cocceio Aucto  sui resti di un precedente tempio di età repubblicana risalente al 194 a.C., che già era stato fatto restaurare da Silla  nel 78 a.C. La planimetria dell’edificio puteolano corrisponde quasi perfettamente alla definizione di tempio pseudoperiptero data dal celebre storico dell’architettura Marco Vitruvio Pollione nel suo trattato De Architectura e ne rappresenta uno dei migliori esempi, insieme alla Maison Carrée di Nimes e al tempio di Apollo sul Palatino. I ritrovamenti archeologici compiuti in questi ultimi cinquant’anni nell’intera area hanno indotto Fausto Zevi a ritenere che sul Rione Terra abbiano operato maestranze sceltissime, formatesi direttamente sugli insegnamenti dei grandi cantieri augustei di Roma.
Si può quindi sostenere che se Puteoli nel II secolo a.C. poteva essere definita “Delus minor” per la straordinaria ricchezza dei suoi traffici, al tempo di Augusto essa divenne una “parva Roma”, per la magnificenza e l’eleganza dei suoi edifici.
Tra la fine del V e gli inizi del VI secolo i puteolani decisero di dedicare, come chiesa, questo edificio di età augustea al loro santo patrono Procolo . Il cristianesimo, del resto, era penetrato nei Campi Flegrei assai per tempo. Nel 61, quando l’apostolo Paolo sbarcò a Pozzuoli nel suo viaggio verso Roma, vi trovò già una comunità di fratelli, secondo l’autorevole testimonianza degli Atti degli Apostoli (28, 13-15)
Nel 1538 subì gravi danni a séguito dello sprofondamento di Tripergole e della conseguente nascita del Monte Nuovo . Il vescovo Gian Matteo Castaldo lo restaurò, e per far fronte alla spesa occorrente, ottenne dal pontefice Paolo III, con un decreto del 16 giugno 1544, la facoltà di vendere i beni stabili della mensa vescovile  fino al prezzo di 200 ducati d'oro.
Progressivamente il tempio perse la sua fisionomia finendo per essere quasi interamente inglobato in fabbriche successive, spesso disorganiche, dettate unicamente dalle esigenze del culto.
Agli inizi del XVII secolo la diocesi puteolana fu governata da un vescovo spagnolo proveniente dall’ordine agostiniano, assai ben introdotto a corte: monsignor Martin de León y Càrdenas. Uomo colto e raffinato, il de León aveva viaggiato fin nel Nuovo Mondo ed aveva vissuto per diverso tempo a Roma. Amico intimo del viceré di Napoli, Emanuel de Fonseca y Zunica, conte di Monterey, grazie all’aiuto di quest’ultimo poté coinvolgere nel suo progetto di restauro del tempio di età augustea i migliori artisti del tempo.
Nel 1636 il vescovo  Martín de León y Cárdenas , in conformità ai dettami della Controriforma , diede avvio alla ricostruzione del duomo, che terminò nel 1647. Questo intervento fu progettato dall'architetto Bartolomeo Picchiatti  con la consulenza artistica di Cosimo Fanzago . Dopo aver sfondato la parete nord del tempio romano, fu realizzato un nuovo coro e messo in collegamento con la coeva sala Capitolare, che oggi si presenta ricoperta da affreschi raffiguranti tutti i vescovi di Pozzuoli fino al 1732. Inoltre, nel 1633, fu costruito un nuovo campanile, (demolito nel 1968, dal quale sono state recuperate tre delle sue quattro antiche campane).
All'interno del duomo fu realizzata una cappella adibita al culto dell'Eucarestia sormontata, all'esterno, da una cupola  maiolicata e decorata internamente con marmi e, nei pennacchi della cupola, con la raffigurazione, ad affresco, dei quattro evangelisti, che, malgrado i recenti restauri, si presentano deteriorati. In origine presentava un altare in marmi policromi e un ciborio riccamente decorato con lapislazzuli e altre pietre dure dei quali si sono perse le notizie da molto tempo.
Anche il resto del duomo fu arricchito dal de León con splendidi quadri di noti artisti dell'epoca, tra i quali si ricorda, innanzitutto, Artemisia Gentileschi , autrice delle tre tele San Gennaro nell'anfiteatro di Pozzuoli , Santi Procolo e Nicea , Adorazione dei Magi . Questo fa della Cattedrale di Pozzuoli non solo una tappa fondamentale per chi voglia conoscere ed apprezzare la produzione artistica della grande pittrice, ma anche un raro esempio di luogo sacro cristiano ampiamente decorato (con un totale di circa 18 metri quadrati di tela) da un'artista femminile.
Si aggiungono al notevole patrimonio della chiesa importanti tele di Giovanni Lanfranco , Cesare Fracanzano , Francesco Fracanzano , Agostino Beltrano , Massimo Stanzione  e Paolo Finoglio. 
Nacque così quella che Raffaello Causa chiama “una delle più alte e selezionate gallerie del Seicento nostrano”.
Il duomo invece, dichiarato monumento nazionale con regio decreto del 21 novembre 1940, divenne basilica minore pontificia con bolla di Pio XII  del 25 novembre 1959.
La navata centrale della Cattedrale venne completamente distrutta da un incendio, nella notte tra il 16 e il 17 maggio 1964, divampato dall'altissimo tetto in legno che copriva la sopraelevata volta in incannucciato,così intenso da sviluppare un calore tale da calcinare anche i muri di pietra e i marmi antichi. La notizia ,diffusa in tutto il mondo il giorno seguente, provocò allarme e sollecite reazioni, tra le quali l'immediato trasferimento delle tele salvate, provenienti per la maggior parte dal coro, in alcuni musei di Napoli come quello di Capodimonte  e quello di San Martino . Da allora, la chiesa di Santa Maria della Consolazione  svolse le funzioni di Cattedrale e dal 1995 la moderna chiesa di San Paolo , nel quartiere di Monterusciello , quelle di concattedrale.
Il Rione Terra, entro il quale sorge la cattedrale puteolana, fu sgomberato nel 1970 per i danni subiti a seguito di una crisi bradisismica, sebbene lo sgombero fosse richiesto anche per le pessime condizioni igieniche che vi albergavano. Rimase solo il Vescovo per salvaguardare lo svolgimento dei lavori di restauro, iniziati nel 1968 e guidati dal noto museografo Ezio De Felice, ma gli intoppi burocratici e le difficoltà di reperimento dei finanziamenti, ritardarono enormemente l'esecuzione, portando, il 10 maggio 1979,alla definitiva interruzione delle opere.Il terremoto del 23 novembre 1980, con il forzato allontanamento del Vescovo, e l'accentuazione del bradisismo del 1983-84 poi, determinarono il totale abbandono del monumento, che fu sottoposto ad atti vandalici e saccheggi. I lavori ripresero nel 1994, dopo una interruzione di circa due anni, grazie alla costituzione di un consorzio, denominato "Rione Terra". Infine, nel luglio 2003, la Regione Campania bandì un Concorso internazionale di progettazione per il Restauro del monumento, vinto dal progetto del gruppo guidato dall'architetto Marco Dezzi Bardeschi . 
Oggi, a seguito dei restauri non ancora ultimati che prevedono ancora la costruzione di un nuovo campanile, la cattedrale si presenta come l'unione di due realtà apparentemente opposte: il tempio classico e la chiesa tardo barocca, da qui l'identificazione del monumento con il nome di "Tempio - Duomo".
L'ingresso avviene attraverso i resti della facciata  e delle prime due cappelle della cattedrale barocca, il cui insieme oggi si presenta come un nartece scoperto che precede la nuova facciata in cristallo strutturale sulla quale sono state rappresentate in serigrafia le colonne frontali del pronao andate distrutte.
La cattedrale presenta un'unica navata , allestita nella cella e nel pronao, i cui intercolunni laterali sono stati richiusi con alte pareti in cristallo strutturale, dell'antico Tempio romano; è stato riportato il pavimento del Tempio alla sua quota originaria ed è stato scavato al suo interno il piano dello stilobate  realizzando un piano inclinato (con le panche) di raccordo con lo spazio del presbiterio posto ad una quota più bassa, in modo da valorizzare il percorso archeologico sottostante, nel quale sono conservati i resti del Podio  di età repubblicana identificato con il Capitolium della colonia romana del 194 a.C.
Nel presbiterio è stato allestito un nuovo altare rivolto verso i fedeli, una sede posta in luogo dell'antico altare maggiore , andato perduto e un ambone  artistico in marmo, nel coro invece sono stati recuperati gli affreschi dell'inizio del XX secolo e sono state ricollocate le 13 tele barocche rimosse dopo l'incendio.
L'antica Sagrestia  e la cappella del SS. Sacramento, nella quale è stato costruito un nuovo altare per la custodia del SS. Sacramento e sono state ricollocate alcune delle tele presenti prima della chiusura della cattedrale, hanno riassunto le loro destinazioni d'origine.
Il tempio di età augustea inglobato nella chiesa barocca è esistito fino al 1964. Nella notte tra il 16 e il 17 maggio di quell’anno, infatti, un violento incendio lo ha devastato, distruggendo molte insigni opere d’arte. Negli anni successivi i resti del tempio sono stati oggetto di un intervento di restauro e parziale anastilosi ad opera di Ezio De Felice, uno dei più noti museografi italiani, ma purtroppo questa azione di recupero è stata interrotta dalla recrudescenza del bradisismo agli inizi degli anni Settanta. Dopo oltre trent’anni di incuria e di indiscriminato saccheggio, nel luglio del 2003, la Regione Campania ha bandito un concorso internazionale per il restauro del tempio-duomo, al quale hanno partecipato ben dodici équipes accreditate. Giusto un anno dopo, nel luglio 2004, è stato proclamato vincitore il gruppo diretto dal prof. Marco Dezzi Bardeschi con il progetto “Elogio del palinsesto”.
Il titolo scelto per l’intervento è assai significativo: i progettisti hanno proposto di conservare tutte le parti storiche superstiti del monumento, compresi gli interventi strutturali contemporanei rimasti incompiuti in modo che tutti possano essere letti, proprio come si fa su un palinsesto che raccoglie brani di opere di secoli diversi.
Malgrado la conclusione dei lavori fosse previste per il 2008, le vicissitudini del monumento sono terminate soltanto l’11 maggio 2014, a cinquant’anni esatti dall’incendio, quando il vescovo di Pozzuoli, mons. Gennaro Pascarella ha potuto riaprire la basilica cattedrale al culto, accogliendo le statue dei Santi patroni e riconsegnando l’edificio all’intera comunità civile.

Achille della Ragione

fig. 2 - Esterno della cattedrale di Pozzuoli

fig. 3 - Coro, volta ed altare maggiore della cattedrale

fig. 4 - Interno con sullo sfondo l'altar maggiore


venerdì 27 giugno 2014

Documenti per Andrea Vaccaro



8 maggio 1604 (battesimo)
ASDNa, parrocchia di San Giuseppe Maggiore, libro dei battezzati, I , c,190 r

18 luglio 1620 (discepolato presso il pittore Giovanni Tommaso Passaro)
ASBNa,Banco dello Spirito Santo, giornale del 1620, matricola 151, luglio18

16 febbraio 1628 (pagamento per copie dipinte per Giovanni de Guevara, duca di Bovino)
ASBNa, Banco di Santa Maria del Popolo, giornale del 1629, matricola 195, 16 febbraio

2 ottobre 1629 (pagamento per una Santa Maria di Costantinopoli per il monastero della Trinità delle Monache)
ASBNa, Banco di San Giacomo, giornale del 1629, matricola 138, 2 ottobre

25 settenbre 1636 (pagamento per Maria Maddalena penitente per la Certosa di San  Martino)
ASNa, Corporazioni religiose soppresse,Certosa di San Martino, 2142

2 febbraio 1638 (pagamento di Giuseppe Carafa per una Samaritana)
ASBNa, Banco di San Giacomo, volume delle polizze estinte il 12 febbraio, 1638

19 aprile 1638 (pagamento per un’Annunciazione ed una S. Caterina da parte del duca di Bruzzano)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1638, matricola 285, 19 aprile

27 maggio 1638 (pagamento di un dipinto da parte di Mattio Pironti)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1638, matricola 284, 27 maggio

17 aprile 1639 (matrimonio di Andrea Vaccaro con Anna Criscuolo)
ASDNa, Parrocchia di San Giuseppe Maggiore, Libro dei matrimoni, IV, c, 117v, n.671

13 marzo 1640 (battesimo di Nicola figlio di Andrea)
ASDNa, Parrocchia di San Giuseppe Maggiore, Libro dei battezzati, V, c, 143r

28 febbraio 1641 (pagamento per La tentazione di Cristo nel deserto da parte del monastero della Sapienza)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1641, matricola 328, 28 febbraio

14 ottobre 1643 (pagamento di una storia di Abigail da parte del duca di Cagnano)
ASBNa, Banco di San Giacomo e Vittoria, giornale del 1643, matricola 198, 14 ottobre

18 ottobre 1644 (contratto di apprendistato  per Giacomo Farelli)
ASNa, Notai del Seicento, notaio Giuseppe Aniello Borrelli di Napoli, scheda 932, protocollo 19, cc.269 r – 270 r

18 luglio 1647 (pagamento per un Trionfo di David da parte di Vincenzo D’Andrea)
ASBNa, Banco dei Poveri, giornale del 1647, matricola 258, 18 luglio

13 settembre 1949 (pagamento per un dipinto da parte del principe di Cardito)
ASBNa, Banco della Santissima Annunziata, giornale del 1649, matricola 263, 13 settembre

31 ottobre 1650 (pagamento per la morte di San Giuseppe per la chiesa di S. Maria delle anime del Purgatorio)
Archivio storico del purgatorio ad Arco, libro Maggiore di terze 1650 – 1664, pag. 213

14 novembre 1650 (pagamento per la morte di San Giuseppe per la chiesa del Purgatorio ad Arco)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1650, matricola 394, 14 novembre

15 febbraio 1651 (pagamento per un San Giovanni Battista)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1651, matricola 375, 15 febbraio

3 ottobre 1651 (pagamento finale per la Morte di San Giuseppe per la chiesa del Purgatorio ad Arco)
Archivio storico del Purgatorio ad Arco, Libro maggiore di terze 1650 – 1664, pag. 213

24 giugno 1652 (pagamento per il dipinto di S. Ugo per la Certosa di San Martino)
ASNa, Corporazioni religiose soppresse, Certosa di San Martino, 2142

9 dicembre 1652 (pagamento da parte di Gaspare Roomer)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1652, matricola 387,  9 dicembre

3 aprile 1653 (anticipo per un quadro con vari santi da parte di Franco e Gennaro Ceraso)
ASBNa, Banco del Santissimo Salvatore, giornale del 1653, matricola 45, 3 aprile

18 dicembre 1655 (pagamento per una Storia di Mosè ed un Loth e le figlie da parte del marchese Alonso de Sopa)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1655, matricola 449, 18 dicembre

21 gennaio 1658 (pagamento per due dipinti raffiguranti La passione di Cristo)
Banco della Pietà, giornale del 1658, matricola 471, 21 gennaio

7 maggio 1658 (pagamento finale per due dipinti raffiguranti La passione di Cristo)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1658, matricola 474, 7 maggio

3 settembre 1658 (pagamento per un Arcangelo Michele, un San Rocco ed una Madonna della Grazia per la chiesa di Torre Maggiore in Puglia)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1658, matricola 479, 3 settembre

17 febbraio 1659 (pagamento di un dipinto per i Cappuccini di Vico del Gargano da parte di Troiano Spinelli)
ASBNa, Banco del Santissimo Salvatore, giornale del 1659, matricola 78, 17 febbraio  

3 ottobre 1659 (pagamento finale per i due dipinti della chiesa di S. Maria della Sanità)
ASBNa, Banco dei Poveri, giornale del 1659, matricola 354, 5 novembre

29 novembre 1659 (pagamento per una Maddalena in estasi per la chiesa dei frati Cappuccini di Scilla)
ASBNa,Banco di San Giacomo e Vittoria, giornale del 1659, matricola 255, 29 novembre

13 aprile 1660 (pagamento per il dipinto per la chiesa di S. Maria della Provvidenza)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1660, matricola 495, 1 aprile

22 maggio 1660 (pagamento per tre dipinti: Natività, Sacrificio di Isacco e Storia dal Vecchio Testamento da parte di Diego de Ulluoa Ozores)
ASBNa, Banco dei Poveri, giornale del 1660, matricola 365, 22 maggio

17 luglio 1660 (pagamento per la Madonna con le anime del Purgatorio per la chiesa di S. Maria del Pianto),
ASBNa, Banco della SS. Annunziata, volume delle polizze estinte,17 luglio

19 agosto 1660 (pagamento per gli affreschi nella chiesa di San Domenico Maggiore)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1660, matricola 503, 19 agosto

6 settembre 1660 (pagamento per il dipinto della chiesa di S. Maria dei Miracoli)
ASBNa, Banca della Pietà, giornale del 1660, matricola 501, 6 settembre

10 gennaio 1661 (pagamento da parte di Andrea al figlio Nicola relativo a lavori nella chiesa di San paolo Maggiore)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1661, matricola 507, 10 gennaio

19 febbraio 1661 (pagamento ad Andrea de Lione da parte di Andrea Vaccaro relativo a lavori nella chiesa di San Paolo Maggiore)
ASBNa,Banco della Pietà, giornale del 1661, matricola 511, 19 febbraio

31 marzo 1661 (prestito di 100 ducati ad Andrea Manecchia)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1661, matricola 509, 31 marzo

7 aprile 1661 (pagamento finale per gli affreschi nella chiesa di San Paolo Maggiore)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1661, matricola 512, 7 aprile

24 agosto 1661 (pagamento per un’Assunzione della Vergine da parte di Onofrio De Fulgore)
ASBNa, Banco del Salvatore, giornale del 1661, matricola 93, 24 agosto

10 marzo 1662(pagamento per una Madonna della Purità da parte di Antonio D’Amico)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1662, matricola 521, 10 marzo

28 aprile 1663 (pagamento da parte di Pietro Antonio Spatacena per una Maria Maddalena ed un San Giovanni Battista)
ASBNa, Banco dei poveri, giornale del 1663, matricola 385, 28 aprile

31 ottobre 1663 (pagamento per una Cleopatra, una S. Cecilia ed una S. Caterina da parte di Carlo Ruffo duca di Bagnara)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1663, matricola 474, 31 ottobre

30 gennaio 1664 (pagamento dal conte di Tucheglia per un quadro)
ASBNa, Banco di San Giacomo e Vittoria, giornale del 1664, matricola 290, 30 gennaio

3 aprile 1664 (pagamento per una Vergine Maria con S. Anna ed altre figure)
ASBNa, Banco di Santa Maria del Popolo, giornale del 1664, matricola 365, 3 aprile

21 maggio 1667 (Andrea Vaccaro Diventa membro del Real conservatorio della Pietà dei Turchi e gli viene concessa una cappella funeraria)
ASBNa, Banco di San Giacomo e Vittoria, giornale del 1667, matricola 293, 21 maggio

2 giugno 1667 (pagamento finale per sei dipinti con Storie di Tobia da parte di Diego de Ulloa Ozores)
ASBNa, Banco dei Poveri, giornale del 1667, matricola 422, 2 giugno

29 maggio 1668 (pagamento per due dipinti raffiguranti una Santa Vergine da parte di Daniele Goti)
ASBNa, Banco del Santissimo Salvatore, giornale del 1668, matricola 144, 29 maggio

20 settembre 1668 (pagamento per una Natività da parte di Giovan Battista Fusco)
ASBNa, Banco di San Giacomo e Vittoria, giornale del 1668, matricola 328, 20 settembre

13 marzo 1669 (pagamento finale per 4 dipinti con Storie di Mosè da parte di Aniello Mazzella)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1669, matricola 605, 13 marzo

26 settembre 1669 (Andrea Vaccaro detta il suo testamento al notaio Francesco Antonio Montagna)
ASNa, Notai del Seicento, Francesco Antonio Montagna, scheda 1133, protocollo 19, cc 31 v - 32 v

18 gennaio 1670 (apertura del suo testamento alla presenza del figlio Nicola)
ASNa, Notai del Seicento, Francesco Antonio Montagna, scheda 1133, protocollo 19, cc 31 v - 32 v

12 febbraio 1670 (pagamento a Nicola Vaccaro per il padre Andrea)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1670, matricola 525, 12 febbraio

23 luglio 1670 (pagamento da parte di Aniello d’Errico per la S. Marta posta sull’altare maggiore della chiesa eponima)
ASBNa, Banco della Santissima Annunziata, giornale del 1670, matricola 435, 23 luglio

8 aprile 1680 (pagamento ad Aniello Mele da Angelo Maria Petagna per una Natività di Andrea Vaccaro)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1680, matricola 759, 8 aprile

16 settembre 1681 (pagamento da Domenico Mazza a Nicola Vaccaro per un dipinto del padre Andrea)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1681, matricola 619, 16 settembre

22 febbraio 1693 (pagamento  da Antonio Ciappa ad Aniello Mela per un San Sebastiano di Andrea Vaccaro)
ASBNa, Banco di San Giacomo e Vittoria, giornale del 1683, matricola 435, 22 febbraio)

20 maggio 1693 (pagamento da Domenico ad Agostino Collicelli  per una Madonna della Solitaria di Andrea Vaccaro)
ASBNa, Banco dello Spirito Santo, giornale del 1693, matricola 731, 20 maggio

2 maggio 1698 (pagamento da Tommaso Caracciolo principe di Torrenova a Nicola Vaccaro per un dipinto del padre Andrea)
ASBNa, Banco della Pietà, giornale del 1698, matricola 1049, 2 maggio

26 giugno 1698 (pagamento da Francesco Antonio Prota al notaio Andrea Passaro per una Allegoria della Purità)
ASBNa, Banco della Santissima Annunziata, giornale del 1698, 26 giugno

martedì 24 giugno 2014

La grafica di Andrea Vaccaro


fig. 1 - Ercole ed Onfale - Londra - Courtauld Institute of art

Il capitolo della grafica di Andrea Vaccaro è ancora tutto da scrivere; infatti, a fronte di una produzione di dipinti considerevole e seconda solo a quella di Luca Giordano, i disegni assegnati con certezza al Nostro si possono contare sulle dita di una sola mano, nonostante, annessa alla Congregazione dei pittori che si riuniva nella cappella della Sciabica nel chiostro del Gesù Nuovo, della quale Andrea era prefetto, vi era l’Accademia del nudo, fondata secondo il De Dominici proprio dal Vaccaro ”per insegnamento dei giovani e per studio dei professori”, una feconda palestra in cui senza dubbio si partiva dal disegno per arrivare poi a padroneggiare i colori.
Alla mostra Civiltà del Seicento fu presentato da John Stock un Ercole ed Onfale (fig. 1), già nella collezione Mariette ed oggi conservato a Londra presso il Courtauld Institute. Il foglio disegnato con la punta del pennello in inchiostro scuro e tonalità di acquerello grigio, rialzato di biacca era stato già illustrato dal Vitzhum, il quale aveva sottolineato come esso fosse stato realizzato con la stessa tecnica di altri due lavori del Vaccaro: Un San Gennaro intercedente durante l’eruzione del Vesuvio (fig. 2) a New York presso il Cooper Hewitt museum ed una Susanna ed i vecchioni (fig. 3), già nella raccolta Grahl ed esitata nel 1929 nella vendita Geiger, oggi ad ubicazione sconosciuta e recante una scritta “And a Vachare fecit”.
A questo esiguo gruppo ci sentiamo di aggiungere Un San Gennaro (fig. 4) conservato al museo di San Martino, firmato”A. Vaccaro”, nonostante la Picone leggesse “N”, un disegno realizzato a matita, inchiostro ed acquerello su carta, già assegnato ad Andrea dall’Ortolani.
Per il momento dobbiamo fermarci qui, concludendo che lo stile e la tecnica dell’artista è lungi dall’essere sicuramente stabilita, mentre i disegni brevemente illustrati sono inequivocabilmente eseguiti dalla stessa mano (identica cosa affermava il Vitzthum oltre 40 anni fa).

fig. 2 - San Gennaro intercede durante l'eruzione del Vesuvio - New York - Cooper Hewitt museum

fig. 3 - Susanna ed i vecchioni - Ubicazione ignota, già in collezione Geiger

fig. 4 - San Gennaro - Napoli - museo nazionale di San Martino


mercoledì 11 giugno 2014

Mergellina ed il lungomare più bello del mondo




Celebrata nei secoli per la sua bellezza da pittori e poeti, la zona è stata completamente modificata dalle colmate che hanno avanzato la linea costiera nella seconda metà del XIX secolo, trasformando l'antica via Mergellina, che correva lungo la riva del mare a partire dalla Riviera di Chiaia, in una strada interna su cui affacciarono i nuovi palazzi di stile eclettico del viale Elena, oggi viale Gramsci.
Mergellina(in napoletano Margellìna) è una zona della città di Napoli, nel quartiere Chiaia, che si estende tra il largo Sermoneta e la Torretta, lambendo Piedigrotta e la Riviera di Chiaia. Si trova in riva al mare, ai piedi della collina di Posillipo. Il suo stesso nome è legato alla posizione sul Golfo: deriva infatti forse dal termine "mergoglino" (uccello acquatico), oppure prende nome da Mergoglino, un giovane pescatore che si era innamorato di una sirena.
L'ultimo intervento sul lungomare di Mergellina fu negli anni Trenta del XX secolo, quando fu realizzata la colmata che permise il prolungamento di via Caracciolo (che divenne il nuovo lungomare di Mergellina) fino al largo Sermoneta e dunque a via Posillipo. Sulla colmata nel 1939 fu posta la fontana del Sebeto.
Dal porticciolo di Mergellina (un tempo di pescatori, oggi turistico, con il molo Luise che funge da luogo di passeggio sul mare) partono quotidianamente gli aliscafi per le isole del golfo.
Mergellina è caratterizzata anche dalle rampe di Sant'Antonio, sistemate dal viceré Medina de Las Torres nel 1643, che salgono dal limite nord di piazza Sannazaro e prendono il nome dalla chiesa di Sant'Antonio a Posillipo, situata sulla loro sommità.
Sono inoltre presenti l'antica Fontana del Leone (detta anche del Mergoglino) lungo via Mergellina, l'ottocentesca Fontana della Sirena in piazza Sannazaro e la chiesa di Santa Maria del Parto, fondata (su un podere avuto in dono da Federico d'Aragona) dal poeta Jacopo Sannazaro, ivi sepolto. Il tempio si trova al di sopra di rinomati ristoranti meta per i buongustai della città e non, tra i quali spicca il rinomato Carminuccio a Mergellina celebre taverna di pescatori a conduzione familiare.
Mergellina occupa lo spazio incluso tra l’inizio di via Posillipo e la fine della Villa comunale  nei secoli è sempre stato tra i più belli della città. Non è soltanto il nostro parere, ma anche quello di illustri poeti e scrittori del passato che lo hanno affermato, da Plinio a Tacito, da Boccaccio a Goethe, da D’Annunzio a Virgilio, che vi abitò stabilmente, scrivendo, ispirato dal clima dolcissimo e dal paesaggio irripetibile, le Georgiche, un inno immortale alla vita ed alla natura.
Oggi purtroppo come tanti angoli della città è stato devastato dal traffico incessante, una serie infinita di bancarelle, i cartelloni pubblicitari ed una frequentazione poco raccomandabile.
Un tempo vi erano soltanto laboriosi pescatori, con le loro barchette, indispensabile strumento di lavoro, sulla spiaggia ed allegri tarallari, che offrivano a napoletani e turisti i loro prodotti, appena sfornati, croccanti e saporiti.
Via Caracciolo è la lunga e larga promenade di Napoli: un lungomare che parte da Mergellina e arriva a piazza Vittoria, fiancheggiando la Villa comunale e la Riviera di Chiaia, antica spiaggia della città.
Il suo nome ricorda l'ammiraglio Francesco Caracciolo, eroe della Repubblica Partenopea, impiccato nel 1799 da Nelson all'albero maestro della sua nave e gettato nelle acque del golfo di Napoli, il cui cadavere riemerse e fu raccolto sul litorale di Santa Lucia.
Solitamente strada a scorrimento veloce, ma con ampi marciapiedi per passeggiare, fare sport e respirare aria di mare, la strada si popola di famiglie, bambini, sportivi, saltimbanchi e artisti di strada nelle saltuarie domeniche in cui viene chiusa al traffico, e dedicata allo svago dei cittadini.
Fino alla fine dell'800, il mare giungeva quasi fino ai palazzi della Riviera di Chiaia; poi si decise di colmare la spiaggia, creando questa nuova strada, dedicata all'ammiraglio napoletano del Settecento, uno dei personaggi della Rivoluzione del 1799. Le scogliere presero così il posto della sabbia, eccezion fatta per alcuni lembi di spiaggia sopravvissuti, in corrispondenza delle celebri rotonde. Creata su una colmata nel 1869-80, la grande strada è considerata una delle più belle litoranee del mondo e corre fino a Mergellina con visioni panoramiche sulla città e sulle colline del Vomero e di Posillipo.
È separata dal mare solo da alcune scogliere artificiali, che hanno preso il posto delle antiche spiagge di cui restano solo alcuni frammenti in prossimità delle rotonde; un progetto del Comune di Napoli prevede per il futuro la ricostituzione dell'arenile. Dotata di ampi marciapiedi, veniva chiusa al traffico e dedicata allo svago dei cittadini la domenica. Attualmente, la strada è aperta al transito veicolare in entrambe le direzioni con due corsie per senso di marcia con annessa pista ciclabile sul lato mare. Il tratto di strada che va da Piazza della Repubblica fino alla confluenza di Viale Dhorn (comunemente chiamata "rotonda Diaz"), è dal 6 maggio 2013 area pedonale. A metà percorso si apre la rotonda Diaz, un ampio spazio circolare detto così per la presenza del monumento equestre al generale Armando Diaz, opera del 1936 di Francesco Nagni e Gino Cancellotti, affiancato da due grandi fontane circolari.
Costruita nel 1883 è ritenuta una passeggiata da favola, non solo dagli indigeni, ma anche da illustri personaggi del passato e dai turisti, che ancora si avventurano a visitare la città.
In precedenza la costa era caratterizzata da un susseguirsi di piccole spiagge, anfratti rocciosi e piccole rade, mentre affianco alle poche casette di pescatori, dominavano solenni dei pini secolari.
La città con la creazione della nuova arteria acquistò in modernità, ma dovette perdere un paesaggio bucolico impareggiabile.
Un discorso a parte merita il mercatino dell’antiquariato, che si svolge in alcuni fine settimana nei vialoni della Villa comunale, un appuntamento vivace che, nato in sordina, ha conquistato in breve tempo la fiducia dei collezionisti napoletani e soprattutto ha fatto avvicinare alla passione per l’antico ampie fasce di neofiti. La merce esposta è la più varia: mobili e ceramiche, quadri e vasi, croste e cianfrusaglie, tappeti, statue, cartoline, manifesti, libri antichi e moderni, telefoni d’epoca e giradischi rotti, e chi più e ha più ne metta. Ogni tanto ci scappa l’affare per l’intenditore, più spesso capita l’imbrusatura per chi si avvicina per la prima volta a  questo tipo di mercatini.
Gli espositori non sono solo napoletani, ma vengono da tutta la Campania ed anche da altre regioni.
Qualche domenica, con il sole ed il divieto di circolazione, la folla è straripante e gli affari per i commercianti vanno a gonfie vele.
I libri antichi dalle preziose copertine sono offerti in numerose bancarelle e l’occhio del conoscitore spesso riesce a fiutare il pezzo di pregio sfuggito allo stesso commerciante. Molto è anche il ciarpame e tutta una serie di cose inutili che sembra incredibile possa trovare un acquirente, ma molti sono i frequentatori di bocca buona ed alla fine ogni oggetto, se ha pazienza, trova la sua collocazione.
Le vendite sono facilitate dall’atmosfera incantevole di una splendida villa baciata dal mare, l’elemento regolatore della visibilità e della vivibilità dell’intera città e della spettacolare via Caracciolo, la strada, senza false modestie, più bella del mondo.
Via Caracciolo, la regina tra le strade napoletane, si sviluppa per buona parte del lungomare napoletano, congiungendo Mergellina alla zona di S. Lucia, protraendosi, pur cambiando denominazione, fino a via Acton.
La zona di S. Lucia è una delle più belle ed eleganti della città di cui rappresenta un’efficace sintesi di storia e costume. Dall’isolotto di Megaride dove Lucullo imbastiva sfarzose tavolate con pranzi succulenti alla mole imponente del Castel dell’Ovo, fino al Chiatamone, al Pallonetto ed al Borgo marinaro palpitanti di vita, dove nell’Ottocento si accalcavano caratteristici venditori di acque sulfuree nelle originali mummarelle e di freschissimi frutti di mare.
Un luogo dove nel nono secolo a. C. nasce la stessa città di Napoli, anche se l’aspetto odierno è quello determinato dalla coraggiosa colmata verso il mare, eseguita nei primi anni del Novecento, che ha permesso di acquistare spazio vitale.
Ed inoltre una miscellanea di personaggi dalle dive del caffè chantant ai contrabbandieri, da impeccabili viveur ad artisti e scrittori, oltre a personaggi leggendari: Zi Teresa, Marotta e Ranieri ed i grandi della Terra riuniti nei grandi alberghi per il mitico G7.
Riportiamo una nostra lettera, pubblicata dai principali giornali nazionali: “Amore, non 6 un sogno, ma una splendida realtà, perciò posso sognarti”, questa frase è incisa su uno scoglio di via Caracciolo e leggendola anche io ho voluto sognare ed ho immaginato la strada più bella del mondo trasformata in un’arteria ad otto corsie con una spiaggia lunga chilometri e decine di migliaia di bagnanti accorsi da ogni angolo della Terra a rosolarsi al sole.
Un sogno malizioso, ma non proibito, che potrebbe diventare realtà con una spesa un decimo di quella preventivata per la bonifica di Bagnoli, se una volta tanto politici e mass media facessero fronte comune per assicurare alla città una risorsa prodigiosa in grado, oltre al prestigio planetario, di assicurare migliaia di posti di lavoro ed un futuro ai giovani costretti ad un esodo di dimensioni bibliche.
E su questa bellezza che tutti ci invidiano, concludiamo, per la gioia dei neoborbonici, con una favoletta.
Un bambino passeggia in compagnia dei genitori sul celebre lungomare e chiede al padre perché al famoso ammiraglio è stata intitolata una strada così importante.
“Perché era un martire del ’99 figliolo” - risponde il padre – “e cosa ha fatto per divenirlo?” – chiede ingenuo il pargoletto – “ha tradito il suo re!”.




domenica 8 giugno 2014



“Amore, non 6 un sogno, ma una splendida realtà, perciò posso sognarti”, questa frase è incisa su uno scoglio di via Caracciolo e leggendola anche io ho voluto sognare ed ho immaginato la strada più bella del mondo trasformata in un’arteria ad otto corsie con una spiaggia lunga chilometri e decine di migliaia di bagnanti accorsi da ogni angolo della Terra a rosolarsi al sole.
Un sogno malizioso, ma non proibito, che potrebbe diventare realtà con una spesa un decimo di quella preventivata per la bonifica di Bagnoli, se una volta tanto politici e mass media facessero fronte comune per assicurare alla città una risorsa prodigiosa in grado, oltre al prestigio planetario, di assicurare migliaia di posti di lavoro ed un futuro ai giovani costretti ad un esodo di dimensioni bibliche.



giovedì 5 giugno 2014

Dopo mezzo secolo riapre la cattedrale di Pozzuoli


Ammiriamo i big del Seicento napoletano


Finalmente dopo 50 anni viene restituita  alla fruizione la cattedrale di Pozzuoli, distrutta nel 1964 da un rovinoso incendio (fig. 1 - 2) ed è possibile ora ammirare, l’una affianco all’altra, le opere di artisti famosi (Artemisia Gentileschi, Giovanni Lanfranco, Paolo Finoglio, Agostino Beltrano, Cesare e Francesco Fracanzano) impegnati nella più importante committenza in area napoletana del secolo.
La critica solo parzialmente ha trattato dei capolavori conservati nel coro della chiesa (fig. 3) e ne manca una trattazione dettagliata, che in questa sede cercheremo di stilare discutendo delle singole tele, correggendo errori nelle attribuzioni e nello stesso soggetto dei dipinti.
La più antica opera viene attribuita al Beltrano ed è la grande pala d’altare (fig. 4) raffigurante il Martirio dei SS. Gennaro, Filippo e Procolo (fig.5), eseguita per la Cattedrale di Pozzuoli intorno al 1635 su committenza di Martino Leon y Cardenas, vescovo della diocesi flegrea per circa venti anni dal 1631 al 1650.
Per datare i dipinti di vari autori che facevano della Cattedrale di Pozzuoli una vera e propria pinacoteca ci si attiene a quanto riferito nelle quattro Relationes, visite che venivano fatte al patrimonio artistico periodicamente, i cui risultati sono conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano e sono state studiati su microfilm e parzialmente pubblicati dalla Novelli Radice. Esse si sono svolte nel 1635, nel 1640, nel 1646 e nel 1649.

Fig. 1 - La cattedrale dopo l'incendio del 1964

fig. 2 - Esterno della cattedrale di Pozzuoli

fig. 3 - Coro, volta ed altare maggiore della cattedrale

fig. 4 - Interno con sullo sfondo l'altar maggiore

fig. 5 - Beltrano Agostino - Decollazione di San Gennaro
Già nella prima il dipinto in esame viene citato, per cui a quella data era già in sede, in seguito nel 1646 si avanza come autore il nome di Guido bolognese “SS. Titularium Proculi et Ianuariy episcopi tabulam a Guidone Bononiense dipinta”, un ipotetico allievo del Lanfranco, che sappiamo attivo nella committenza assieme a Paolo Finoglia, Massimo Stanzione ed Artemisia Gentileschi. In quella del 1649 infine la tela viene descritta senza citare più il nome dell’artista, da alcuni identificato con Guido Reni. 
In seguito la critica ha proposto per la cona la paternità dello Schonfeld, ma un attento raffronto con altre due tele eseguite per la Cattedrale, firmate e datate dal Beltrano: il Miracolo di S. Alessandro (fig.6) e l’Ultima cena (fig.7), firmata e datata 1648, ci permettono di assegnare al Nostro Agostino con certezza il dipinto, il quale costituisce la sua prima opera certa, già sintomatica di una maturità di mezzi espressivi ed è sorprendente considerare come la pala d’altare principale sia stata assegnata ad un pittore che la critica odierna ritiene secondario a confronto di artisti del calibro della Gentileschi, del Lanfranco e dello Stanzione. 
La tela presenta caratteri schiettamente naturalistici con forti contrasti di luce, che evidenziano le figure in primo piano immerse in un ambiente classico con sullo sfondo superbe colonne, per le quali si può pensare ad un contributo del Codazzi e con la folla: monelli, contadinelle, matrone e uomini togati che assiste al supplizio. Da notare sulla destra la figura del soldato a cavallo con la lancia, che oltre a presentarsi in altre opere del Beltrano, come nel Martirio di San Sebastiano di collezione della Ragione, sarà una costante in tutte le tele del Gargiulo aventi come soggetto scene di supplizio.
La composizione sviluppata nel senso dell’altezza risulta drammaticamente concitata e divisa in tre piani successivi con una moltitudine vociante sullo sfondo, al centro i soldati, impegnati ad evitare tumulti ed in primo piano i protagonisti in ordinato disordine. I colori sono particolarmente vivaci ed il suo realismo contenuto è immune da influenze stanzionesche, denotando già un personale indirizzo stilistico, che lo avvicina alle esperienze coeve del Falcone, suo coetaneo e della sua bottega. Ci si comincia lentamente ad allontanare dai rigorosi dettami caravaggeschi e le nuove soluzioni, pur sempre naturaliste ed in chiave di misurata eleganza, tendono a sviluppare un’adesione al dato reale, interpretando il sacro come aspetto della vita quotidiana.
Il riferimento più cogente di questo aggiustamento stilistico che va sviluppandosi in questi anni, il quale caratterizzerà la fase prettamente falconiana dell’artista, è rappresentato dalle grandi tele eseguite dall’Oracolo: il Concerto e la Cacciata dei mercanti dal tempio, oggi conservate al Prado, segnate da un originale uso della luce “trattata con prevalenza dei chiari sugli scuri nel concreto spazio atmosferico in cui i particolari realistici, calati nella densità del colore, esaltano il sentimento di immaginose ma umanissime vicende” (Novelli).
Un’influenza percepita in egual misura anche dal Finoglia, attivo anche lui proprio nel 1635 nella Cattedrale, dove esegue un San Pietro che battezza S. Aspreno (fig. 8), nel quale evidente è la sintesi tra forme antiche espresse in maniera moderna con la figura del santo circondata da un fremito di vita descritto con lucida evidenza.
Nel Miracolo di S. Alessandro (fig. 6) il pittore si mostra invece con uno stile pervaso da un naturalismo temperato, che lentamente si aprirà alle suggestioni del pittoricismo ed alle soluzioni del classicismo romano bolognese. La tela è firmata ed anche se fosse apocrifa rispecchierebbe un’antica tradizione orale. La data presenta l’ultima cifra abrasa, per cui è diversamente collocata al 1646 o  ‘49. L’Ortolani la leggeva, quando forse era ancora visibile, 1646. Essa risulta presente solo nell’ultima Relationes, quella del 1649, per cui questa è la data più probabile.
Il Bologna vedeva nella pala una forte impronta del Falcone e forse del Grechetto napoletano, inoltre sono visibili i segni di un graduale avvicinamento allo stile stanzionesco, sebbene molte figure, in particolare quella del santo, evidenzino ancora palesi similitudini con l’opera più antica. Si confronti infatti la figura di San Procolo, in attesa dietro San Gennaro già inginocchiato, con quella si S. Alessandro che compie il miracolo di far sgorgare l’acqua dalla roccia, mentre lo stanno conducendo al supplizio, uguali gli atteggiamenti, sovrapponibili le fisionomie.
Un altro personaggio patognomonico (fig. 6 bis), che compare identico, sia nell’affresco del Pagamento del tributo a Sennacherib, documentato al 1644 – 45, in S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone, sia nel Martirio di S. Apollonia in collezione Mauro Calbi, è costituito dal fantolino a braccia protese in primo piano.
Il dipinto è realizzato con una pennellata decisa, che dirige una luce marcata a costruire i profili delle spalle ed i visi di alcune figure come quella posta a sinistra nell’Ultima cena(fig. 7), un’altra delle opere eseguite dall’artista per la Cattedrale, firmata e datata 1648 e nominata nella Relationes del 1649.
Il quadro, di forma irregolare, imita e gareggia con quello eseguito da Stanzione per la chiesa dell’Eremo dei Camaldoli; esso, sconosciuto agli stessi specialisti per il lunghissimo periodo di segregazione in deposito e mai pubblicato, è una vera e propria galleria di volti estremamente espressivi ed utili per avanzare raffronti verso altre opere del Beltrano o per tentare nuove attribuzioni, come di recente il Leone de Castris, il quale ha attribuito al Nostro un Pescatore con cesta di pesci di collezione privata per la stingente somiglianza tra la fisionomia del barbuto e calvo pescatore e quella di alcuni apostoli raffigurati nella tela puteolana.
Un’altra tela eseguita per il Duomo di Pozzuoli e purtroppo perduta nel rovinoso incendio del 1964 è il San Martino che taglia il mantello per il povero (fig. 9), di cui ci rimane tristemente solo una foto, nella quale possiamo apprezzare un significativo brano di paesaggio con un frondoso albero che domina la scena.
Il quadro dovette probabilmente sostituire un’opera precedente, poiché è citata nella Relationes del 1649 la quale afferma: “altra più elegante e nell’aspetto bellissima del beato Martino qui stando a cavallo, aggiungemmo”. 
Il santo appare nelle vesti di un raffinatissimo giovane con largo cappello piumato, concreto ritratto della classe privilegiata del tempo. 
Il San Martino di Pozzuoli, inopinatamente sfuggito all’esame degli storici dell’arte, sembra essere ancora lontano da altri più illustri modelli e mostra una viva personalità, un impianto ancora libero ed arioso, a differenza del compassato Carlo di Tocco, conservato nella quadreria del Pio Monte della Misericordia, già pienamente ingabbiato dal modello stanzionesco.
Un altro dipinto molto antico è quello eseguito da Paolo Finoglio (fig. 8), firmato “P.o Finoglio”, raffigurante San Pietro consacra S. Aspreno e non San Celso vescovo di Pozzuoli, come erroneamente indicato nello scarno foglietto distribuito in loco ai numerosi visitatori. Il soggetto iconografico era trattato in molte biografie dedicate al santo e diffuse a Napoli tra Cinquecento e Seicento.
L’opera è ricordata nelle Relatio ad limina del 1640 e non nella precedente del 1635, per cui dovrebbe essere stata eseguita in quel lasso di tempo, una delle ultime fatiche napoletane dell’artista prima del suo definitivo trasferimento in Puglia, come già sostenuto in passato dal D’Orsi e dal D’Elia, il quale sottolineava anche un’impostazione battistelliana, più arcaica rispetto alle tele di Conversano.
Il cromatismo del quadro, nonostante un recente restauro, è in gran parte perduto anche se si possono ancora apprezzare la tunica azzurro verde indossata da Pietro ed il manto ocra scuro, mentre S. Aspreno è avvolto da un piviale color porpora con i bordi e parte delle spalle giallo intenso. Il naturalismo delle ruvide mani e le aspre e straniate fisionomie dei protagonisti, contrastano con l’elegante esecuzione delle tre pale eseguite da Artemisia Gentileschi, le uniche note agli appassionati, perché negli ultimi anni si trovavano nelle sale di Palazzo Reale.

fig. 6 - Beltrano Agostino - Miracolo di S. Alessandro

fig. 6 bis - Particolare della fig. 6

fig. 7 - Beltrano Agostino - Ultima cena firmata e datata 1648
fig. 8 - Finoglio Paolo - San Pietro consacra San Celso vescovo di Pozzuoli

fig. 9 - Beltrano Agostino  San Martino dona il suo mantello (distrutto)

Il San Patroba che predica al popolo di Pozzuoli (fig. 10) di Massimo Stanzione, una volta firmato, come riferiva Ortolani, è citato per la prima volta nella Relatio del 1640 e nonostante un restauro eseguito nel 1965 risulta molto danneggiato e secondo Sebastian Schutze difficilmente valutabile dal punto di vista stilistico. Esso raffigura San Patroba, primo vescovo di Pozzuoli su un basamento a tre gradini leggermente rialzato mentre predica al popolo della sua diocesi, indicando con la mano destra la croce.
In ottimo stato di conservazione è viceversa lo Sbarco di San Paolo a Pozzuoli (fig. 11) del Lanfranco, firmato ed eseguito tra il 1636 ed il 1640. Il soggetto, alquanto raro, è raccontato negli Atti degli Apostoli (XX – VIII, 13 – 14).
La pala è stata unanimemente giudicata dalla critica come una delle opere più innovative del periodo napoletano. Entusiastico il commento dell’Ortolani sulle pagine del catalogo della grande mostra tenutasi a Napoli nel 1938:”per l’originale effetto scenico del luminismo abbagliante e contrastato nel primo piano, la pittoresca fantasia del fondale con la nave che ammaina le vele, e nelle figure di contorno qualche accenno a soluzioni pittoriche della sua foga di freschista”.
Le proporzioni delle figure, i corpi allungati, il tipo di volto degli uomini, la tavolozza calda, con prevalenza di rossi, gialli e bianchi, alternati a marroni e verdi, gli sfondi ed il chiaroscuro, sono tutti elementi che richiamano i quadri di storia romana, dipinti tra il 1634 ed il 1639, per il vicerè conte di Monterrey.
“La violenza drammatica delle storie romane viene in questo dipinto moderata dal carattere solenne della scena”(Schleier).
Vicino sulla parete destra del coro si trova La cattura di S. Artema, che per quanto firmato, è certamente opera della bottega, alla pari del Martirio dei SS. Onesimo, Erasmo, Filadelfio, Cirino (fig. 12).
Prima di concludere con i dipinti di Artemisia, trattiamo di due pale, legate vagamente alla famiglia Fracanzano e nel tempo variamente attribuite.
Partiamo da un’Adorazione dei pastori (fig. 13), certamente di Cesare, in base soprattutto alla fisionomia dei due angioletti posti nella parte alta della composizione dai classici capelli rossi, una sorta di firma criptata dell’autore.
Il dipinto fu esposto nel 1954 (10 anni prima del rovinoso incendio) alla mostra sulla Madonna nella pittura napoletana del ‘600 a Napoli e Raffaello Causa, curatore della scheda, lo ritenne tra le cose più notevoli e rappresentative dell’artista, nonostante le ridipinture ottocentesche. Lo datò, erroneamente, agli anni 1645 – 46, in base alla pennellata”già tutta barocca, grassa, sfatta, allusiva, piena di luce”.

fig. 10 - Stanzione Massimo - San Patroba predica al popolo di Pozzuoli

fig. 11 - Lanfranco Giovanni - Sbarco di San Paolo a Pozzuoli

fig. 12 - Lanfranco (bottega) - Martirio dei SS. Onesimo, Erasmo, Filadelfio, Cirino (firmato)

fig. 13 - Fracanzano Cesare - Adorazione dei pastori

Al suo fianco, nel lato alto del coro, è esposto il Cristo nell’orto degli ulivi (fig. 14), a lungo attribuito dalla critica ad una figura non ben definita di Anonimo fracanzaniano, nella quale confluivano dipinti di difficile attribuzione, oggi assegnati, parte a Nunzio Rossi, parte a Francesco Fracanzano ed è proprio a quest’ultimo che davo la paternità della pala puteolana nella mia monografia sull’artista: Francesco Fracanzano opera completa.
Come tutti gli studiosi dell’ultima generazione avevo espresso il mio parere in base ad una foto, perché l’opera era da decenni relegata nei depositi. Oggi ragionevolmente riteniamo di poter attribuire la tela ad una collaborazione tra i due fratelli, per raffronti stilistici e per il racconto delle fonti che ci forniscono la circostanza della loro presenza nel cantiere del duomo, dove era conservato anche un altro dipinto: San Paolo che scrive l’epistola a Filomene (fig. 15), che la critica ha assegnato ora a Francesco, ora a Cesare, riscontrando i caratteri ora dell’uno ora dell’altro e che noi pensiamo possa essere il prodotto di una collaborazione familiare.
Prima di concludere con la descrizione delle tre tele di Artemisia, vogliamo accennare ad una presenza spuria sulla parete sinistra del coro, dove figura un S. Ignazio di Loyola con San Francesco Saverio, assegnato al Ribera sul foglietto delle visite guidate; la notevole distanza non ci permette di escludere con certezza la paternità del dipinto, che appare di qualità scadente, ma la sua presenza è sicuramente anomala, perché in nessuna delle Relationes figura mai un quadro del valenzano.
Il San Gennaro nell’anfiteatro (fig. 16) figura già nella Relatio ad limina del 1640, che descrive in sede 11 quadri, e probabilmente, assieme agli altri due è stato eseguito entro il 1638, quando la pittrice si trasferì in Inghilterra per assistere il padre ammalato. Nella pala il santo è gettato in pasto alle belve nell’anfiteatro Flavio di Pozzuoli, ma esse, due mastini napoletani (e non leoni) ed un orso, si chinano ammansiti al suo passaggio.
La Gentileschi manifesta una maggiore tenerezza di tocco e di sfumature rispetto alle altre due opere, in San Procolo, diacono della cittadina flegrea, inginocchiato con le mani al cielo ad impetrare un intervento divino e nelle figure poste a sinistra della composizione, mentre nello sfondo di architettura in rovina si può ipotizzare la collaborazione dello specialista Viviano Codazzi, a Napoli dal 1634 e nel cielo baluginoso in alto sulla sinistra il pennello di Micco Spadaro.
Nell’opera, pervasa da un aspro realismo, vi è un richiamo al Falcone ed alla fase naturalista del Beltrano e dello Stanzione, mentre nei bianchi splendenti delle cotte sacerdotali vi è l’imprinting della splendida cromia del padre Orazio. Nella rappresentazione dei mastini vi è infine un collegamento ai modi di Francesco Fracanzano, a dimostrazione che i pittori napoletani o napoletanizzati amavano copiarsi nei dettagli di maggior impatto visivo.
Nell’Adorazione dei magi (fig. 17) compariva una firma che si è rivelata apocrifa  ed anche in questo quadro si può ipotizzare la collaborazione del Codazzi e del Gargiulo. Alcuni studiosi hanno pensato all’aiuto o quanto meno all’ispirazione per la realizzazione di alcune parti dell’opera: Roberto Longhi dava per scontato un intervento dello Stanzione nella realizzazione del volto della Vergine, mentre più di recente Stefano Causa ha pensato al pennello di Onofrio Palumbo.
Questa serie di argomentazioni è un po’ lo specchio dell’ondeggiante atteggiamento stilistico dell’artista negli anni centrali della sua attività all’ombra del Vesuvio, nei quali Artemisia influenzava ed era influenzata dall’ambiente artistico circostante. Tuttavia è indubitabile che alcuni caratteri tipicamente napoletani si erano impressi indelebilmente nel suo linguaggio, dal volto stanzionesco della Vergine a questi re, spagnoleggianti al massimo, che non si inchinano, ma si prostrano umilmente come era comune abitudine nella Napoli vicereale.
L’ultimo dipinto della serie, raffigurante i SS. Procolo e Nicea (fig. 18) è un’immagine austera e si direbbe che la pittrice ha scelto un soggetto devozionale di uso liturgico, anziché ritrarre l’orrore e la drammaticità dell’incontro con bestie feroci. Una composizione equilibrata e statica, se paragonata alle opere trasudanti energia e vitalità della sua fase artistica precedente. Ci soffermiamo un attimo sul soggetto, generalmente indicato come Procolo e Nicea, mentre i due personaggi rappresentati, entrambi santi sono madre e figlio.
(per un quadro storico archeologico della cattedrale consiglio di consultare in rete il mio articolo: Da un tempio greco romano alla cattedrale di Pozzuoli)

Achille della Ragione


fig. 14 - Fracanzano Francesco - Cristo nell'orto degli ulivi

fig. 15 - Fracanzano Cesare e Francesco - San Paolo scrive la lettera a Filomene

fig. 16 - Gentileschi Artemisia - San Gennaro doma le belve nell'anfiteatro

fig. 17 - Gentileschi Artemisia - Adorazione dei magi

fig. 18 - Gentileschi Artemisia - San Procolo e la madre S. Nicea