martedì 26 gennaio 2016

E-book Lettere al direttore

 

 

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lunedì 25 gennaio 2016

Palazzo Caracciolo di San Teodoro tra storia e tecnologia

004 -  Palazzo San Teodoro interno

Da dicembre Napoli ha un museo in più: Palazzo Caracciolo di San Teodoro, sulla Riviera di Chiaia, a due passi da Piazza Vittoria, diventa infatti un luogo d'arte visitabile attraverso un intreccio tra affreschi d'epoca e realtà digitali realizzato da un gruppo di artisti e designers napoletani e denominato appunto “San Teodoro Experience”.
La storia di Palazzo San Teodoro, antica residenza gentilizia situata all’inizio della Riviera di Chiaia, la zona residenziale a ridosso del lungomare di Napoli, cammina di pari passo con l’evoluzione che la città ebbe sotto la spinta dei Borbone.
Verso la fine del 700, infatti, il borgo di Chiaia, oggi il più prestigioso quartiere cittadino, era ancora periferia fuori dalle mura cittadine.
Fu re Ferdinando IV nel 1778 a farne uno dei dodici quartieri della città ed a dare incarico al Vanvitelli di realizzarvi la “Real Villa”, il bel polmone di verde che ancora oggi caratterizza questa parte della città. Assurto ai fasti della corte, il borgo di Chiaia divenne così sede ambita per famiglie aristocratiche e alto borghesi, che acquistarono le palazzine sulla riviera ristrutturandole secondo il gusto imperante in quel periodo: il neoclassico.
Agli inizi dell’800 il duca Carlo Caracciolo di San Teodoro, senatore del regno, vi comprò tre edifici, affidando a Guglielmo Bechi, architetto toscano chiamato dalla Corte borbonica a lavorare nella capitale del Regno delle Due Sicilie, l’incarico di trasformarli in un’ unica residenza di prestigio.
Il Bechi, architetto, arredatore e decoratore dal notevole talento, ha realizzato un’autentica opera d’arte: tre piani in stile neoclassico di notevole valore artistico-architettonico. Un lavoro svolto con passione, originalità e straordinario gusto che fu determinante nel far successivamente assegnare al Bechi la realizzazione della famosa Villa Pignatelli, collegata a Palazzo San Teodoro da un evidente fil rouge.
Un tuffo nel passato attraverso le magnifiche stanze progettate da Guglielmo Bechi nel 1826 per conto dei Caracciolo e splendidamente conservate con i loro affreschi di ispirazione pompeiana.
In questo contesto già di per sé incantevole, le ultime tecnologie riportano il visitatore nell'atmosfera napoletana di fine Settecento immergendolo dinamicamente in scene e costumi della Napoli borbonica.
Il tutto è reso possibile, oltreché dai saloni affrescati in perfetto stato di conservazione, da speciali occhialoni che aiutano il visitatore ad immergersi in una realtà parallela, tra i quadri della Scuola di Posillipo e i primi scavi archeologici di Pompei ed Ercolano ai quali gli affreschi del palazzo si ispirano.
Succede pertanto che, inforcando gli occhialoni, si rivive una scena incredibile perché, dalle finestre del Palazzo che dà sulla Riviera di Chiaia, non si vedono più gli alberi della Villa Comunale che attualmente ostruiscono la visione del mare, ma ci si trova ad assistere al varo di un galeone che sta salpando con picchetto d'onore sullo sfondo di Castel dell'Ovo, mentre sul lungomare passeggiano donne e uomini in costume a piedi o in carrozze d'epoca.
Una fusione - unico esempio in Italia - tra archeologia e tecnologia realizzata avvalendosi di dipinti ed immagini dell'epoca raccolte in giro per l'Italia e per l'Europa.
La visita per la dimora appartenuta ai Caracciolo comprende anche altre “esperienze” di immersione in realtà virtuali ambientate nella Napoli dei Borbone.
Così mentre una dama del ’700, rigorosamente virtuale, accompagna il visitatore tra gli affreschi e le altre meraviglie della dimora, si giunge nel gran salone con colonne ed affreschi in cui la protagonista è la musica, rigorosamente d'epoca e puntando con gli occhialoni i musici si può ascoltare il suono dei loro strumenti, incluso un originale doppio flauto.
La visita dura poco meno di un’ora e ad illustrarla due guide in carne ed ossa, Chiara e Monica, molto preparate e, particolare non trascurabile, bellissime


Achille della Ragione
002 -  Palazzo San Teodoro interno
003 -  Palazzo San Teodoro interno

sabato 23 gennaio 2016

Elogio della vanità




L’universo è il frutto della vanità di Dio, una qualità da taluni ritenuta un difetto, ma che rappresenta una preziosa virtù, perché è il motore che muove le più nobili attività dell’uomo: l’arte, la poesia, la scienza, la politica, la stessa santità non esisterebbero senza la prepotente molla della vanità.
Vanità è il piacere di farsi conoscere, ma anche la triste consapevolezza della caducità di tutte le cose.
Senza di essa l’uomo si spegnerebbe ad un livello inferiore al mondo vegetale e minerale, perché i fiori dai colori smaglianti, non possiamo forse immaginarli vanitosi e i rubini, gli smeraldi, i diamanti non si beano forse nell’essere ammirati?
Il desiderio disperato di sopravvivere alla morte fisica è il sogno pietoso della vanità, di rubare un istante al flusso dell’eternità, un anelito disperato che ci trasforma in fratelli minori di Cioran ed in discendenti umorali di Leopardi.
L’illusione di resistere al disfacimento della morte rende nobile un sogno fragile, che infiamma l’operosità dell’intelletto.
Tutta la nostra cultura è dominata dal segno di questo agitarsi dello spirito, dall’Ecclesiaste con il suo vanitas vanitatum, alla Gnosi con il suo mondo creato da un demiurgo funesto.
Siamo figli inconsapevoli di un sogno malizioso, non il piacere narcisistico di piacersi, ma l’inesausto esercizio dell’intelligenza per rimanere nella memoria collettiva.

giovedì 14 gennaio 2016

Immigrazione: maledizione o risorsa?

 

Testo di Tiziana della Ragione e Enrico Pellizzari


Siamo al tutti contro tutti. In Europa, di fatto,c'è una scelta politica di ri-nazionalizzare tutte le decisioni, dimostrando che solo quando c'è sviluppo il vecchio continente riesce a stare assieme, mentre non riesce a condividere strumenti e valori quando si tratta di affrontare le crisi. E, così, il 2015 e l'inizio del 2016sono stati caratterizzati da un dibattito europeo ipocrita sui flussi migratori. Se n'è parlato con toni spesso accesi e termini come: emergenza, problema, tragedia, disperazione e, perfino, morte. Tra chi dibatteva, poi, c'è chi, spinto da ragioni di strategia politico-elettorale, ha soffiato sul fuoco del populismo per annunciare, a parole, il rimpatrio indiscriminato, il blocco e la chiusura delle frontiere o le espulsioni senza se e senza ma, mentre dall'altro c'è chi, spinto da un incondizionato spirito di accoglienza, vorrebbe utopicamente ospitare tutti i migranti. Di sicuro le chiacchiere fine a se stesse non sono mancate. Ma anche in Italia ciò che ancora manca è una vera e propria strategia per la politica dell'immigrazione sia essa nazionale o, per ovvie ragioni quantitative di dimensioni dei flussi, europea. Poche sono le idee su ciò che dovrebbe essere una strategia comune di medio lungo termine, prevalgono pensieri vaghi e confusi. Il silenzio, a volte, è stato assordante. Un silenzio che non rimbomba solo nei palazzi romani della politica italiana, ma che riecheggia anche nelle sedi dell'Unione europea a Bruxelles.
Se, come si suol dire, la storia si ripete, non occorre ripercorrere tutta l'evoluzione storica dei movimenti demografici per capire come, nei secoli, il continente Europeo sia stato, a fasi alterne, fulcro di movimenti migratori da e per i paesi che formano oggi l'Unione europea. Basti pensare a ciò che è accaduto dalla fine del XIX secolo, quando l’Europa ha iniziato a sperimentare una vera e propria migrazione di massa, in particolare verso le Americhe. Stime di autorevoli demografi confermano che circa 55-60 milioni di europei sono emigrati nel periodo che va dal 1820 al 1940 e di questi 38 milioni circa si sono trasferiti negli Stati Uniti.
Facendo un balzo ancora più indietro nella storia è degno di nota ciò che accadeva nella Repubblica di Venezia che, se pur in presenza di un ordine sociale rigido, ammetteva un certo grado di elasticità garantito proprio dall'immigrazione. Immigrazione che veniva usata come un vero e proprio "fattore di produzione" per rinvigorire l'economia della Repubblica o per ripopolare la città quando questa veniva colpita da cali demografici dovuti, ad esempio, da epidemie. La Repubblica di Venezia aveva, dunque, una ben calibrata e per questo definita politica dell'immigrazione, ciò che manca oggi all'Italia e, clamorosamente, all'Europa.
Nell'agenda europea il tema della sicurezza, a partire dalla difesa dal terrorismo passando per quello della regolazione dei fenomeni migratori, nelle loro complesse articolazioni di ordine sociale ed economico, ma anche in ragione della politica estera e dei rapporti diplomatici con i paesi del sud del mediterraneo, non assumono un ruolo decisivo. Stante la natura intergovernativa delle politiche in materia di immigrazione, la risultante è una sommatoria eterogenea di 28 posizioni difficilmente conciliabili, mentre alle istituzioni dell'Unione europea è lasciato un ruolo di segretariato tecnico o poco più.
Come far fronte, pertanto, ad un immigrazione incontrollata che ha caratterizzato il recente passato ed il presente? Non si può affrontare il tema esclusivamente in termini militari o di ordine pubblico. Occorre integrare con politiche di cooperazione e sviluppo. Occorre passare ad una più consapevole immigrazione da domanda, che significa passare dall'attuale sistema di non controllo dei flussi migratori, con le inevitabili regolarizzazioni ex-post, ad una pianificazione esplicita e condivisa della quantità e della qualità della forza lavoro, in funzione delle scelte di sviluppo che l'Europa nel suo insieme si pone. Solo così l'immigrato potrà integrarsi. L'attuale (non) politica in materia di immigrazione finisce per generare, come è sotto gli occhi di tutti, gravi tensioni sociali e conseguenti rigurgiti di tipo razzista. Per questa via si scaricano, inoltre, su tutta la popolazione i costi in termini dì criminalità, tipici di una politica repressiva.
Pertanto, se questi sono gli effetti dell'immigrazione da offerta subita, è oltremodo urgente cambiare radicalmente approccio. In altre parole, l'Europa, che sta compromettendo le sue fondamenta mettendo in discussione la libera circolazione delle persone (accordi di Schengen), se non vuole condannarsi al declino demografico e, quindi, all'irrilevanza economica, e al caos sociale, ha bisogno di più coraggio e più immigrati, di tutte le categorie e in tutti i settori: dalle badanti agli ingegneri informatici. L'Europa ha, soprattutto, bisogno di passare da un'immigrazione subita a un'immigrazione scelta.
In conclusione,lacrisi dell’immigrazione ha degli aspetti apparentemente paradossali che,però, dovrebbero essere letti in funzione positiva perché la crisi può e deve essere una molla per ripartire.L’immigrazione ha un merito indiscutibile di aver messo il dito sulla piaga dell’inconsistenza di un'Europa egoista dove i governi pensano solo ai loro interessi nazionali e che si regge unicamente su vincoli e regole economiche. Un'Europa stanca, svogliata, che non fa più figli, destinata nel corso di poche generazioni all’estinzione demografica, salvo l’integrazione dei figli e dei nipoti dei nostri fratelli africani.
L’integrazione non è una mera acquisizione burocratica di cittadinanza o di diritti; è, piuttosto, l’esito, non del tutto scontato, di un giusto connubio di culture diverse. Noi europei dobbiamo imparare a essere più umili, ad apprendere da altre culture che riteniamo "inferiori" ciò che di buono si trova in queste culture: l’esercizio della solidarietà, il rispetto dei ruoli, il culto della famiglia con le sue tradizioni, il compito dell’educazione dei figli, l’amore per la natura che ci può insegnare un contadino africano che ricava dalla terra il suo sostentamento, mentre noi che non la rispettiamo più creiamo le condizione per l’avvelenamento generalizzato del nostro già sfruttato suolo.
Con questo cambio di approccio l’immigrazione potrà divenire una risorsa solo e soltanto quando i flussi potranno essere regolati, che non significa obbligatoriamente arginati, quando valore e merito verranno riconosciuti. Valore e merito intesi come capacità di sacrificarsi, come gioia del lavoro, come anelito ad un benessere troppo a lungo sognato.
Noi abbiamo bisogno dell'energia dei migranti, della loro voglia di vivere. Loro hanno bisogno della nostra, anche se sgangherata, organizzazione sociale.Questo per il bene di tutti siano essi cittadini europei, italiani o migranti.
 
Tiziana della Ragione
Enrico Pellizzari

Malasanità, forse? Cattiva stampa sicuramente!



La notizia della morte di una giovane diciannovenne mentre si sottoponeva in ospedale ad una interruzione di gravidanza addolora tutti, fatalità o errore medico poca importa. Ma la campagna mediatica che giornali e televisioni imbastiscono sull’episodio lascia perplessi. I titoli cubitali: malasanità, quando ancora si ignorano le cause del decesso e poi il solito copione, dal ministro che manda gli ispettori alla famiglia che sporge denuncia, dalle minacce ai medici ai cori di biasimo dei benpensanti, perché quando si parla di aborto, anche se praticato nel rispetto della legge, si tocca un nervo scoperto della morale e della religione.
E tutto questo mentre al pronto soccorso dell’ospedale incriminato, il Cardarelli, il più grande del sud Italia, per avere non un letto, non una barella, ma una semplice sedia dove attendere le cure si aspettano ore, abbandonati al proprio destino.

Achille della Ragione

venerdì 8 gennaio 2016

2^- Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli

Errori madornali e boiate pazzesche a volontà

 (2^ puntata)


fig. 1 - Ritratto di Aniello Falcone
Una invenzione, creata dalla fertile fantasia del De Dominici, attribuisce al Falcone (fig. 1) ed ai pittori della sua bottega una partecipazione attiva nei rivolgimenti popolari del 1647. Il biografo, oltre a sbagliare la data di nascita e di morte del pittore, racconta che “armati di tutto punto, di giorno giravano uccidendo quanti più spagnoli avessero incontrati, e di notte attendevano a dipingere alacremente, e specialmente a ritrarre le sembianze di Masaniello”. Questa favola, a parte i dettagli inverosimili, come la protezione accordata dal Ribera, che, viceversa, si vantò sempre della sua hispanidad e nonostante il silenzio delle numerosissime e particolareggiate cronache di quella rivoluzione, è tra quelle invenzioni che hanno avuto maggior fortuna. Per amor del vero, come accertato dal Faraglia, una Compagnia della morte agì in città, ma alcuni anni dopo, nel 1650, e ne fecero parte malandrini e non pittori.

fig. 2 - Ferdinando II di Borbone

Passiamo ora ad un errore linguistico nella dizione della dinastia che ha regnato a Napoli dal 1734 al 1861 commesso anche da illustri studiosi, in primis il venerato Benedetto Croce. Anche Alfonso Scirocco, celebre storico specialista di alcuni protagonisti del  nostro Risorgimento, era di questo parere, che espresse anche quando partecipò, alcuni anni orsono, in veste di relatore, al salotto culturale di mia moglie Elvira, nel quale, nel corso del dibattito, gli fu posta la domanda se lui ritenesse più corretta la dizione Borbone (fig. 2) o Borboni ed il professore, senza esitazioni, si pronunciò per la forma al plurale. Un parere in linea con quello del professor Galasso, come ebbi modo di constatare nel corso di una presentazione di un libro alla mitica Saletta rossa Guida a Portalba, mentre Paolo Mieli sposava la tesi del singolare. Ne seguì un colto articolo sul Mattino di Titti Marrone, presente come moderatrice, molto equilibrato, che aveva una conclusione equidistante tra le due ipotesi.
In seguito ebbi il privilegio di accompagnare Umberto Eco in una visita guidata al museo di Capodimonte e così approfittai per chiedere il suo parere, che fu decisamente per il singolare. Convenimmo di comune accordo che Benedetto Croce era all’origine di questa confusione, perché aveva scritto sull’argomento più volte adoperando il plurale.
Spesso viene citata una lettera di Ferdinando II con la firma Borboni, naturalmente non fa testo, ben conoscendo il livello culturale del sovrano, come pure la lunga disquisizione sulle famiglie europee che acquisiscono la dizione Bourbon al plurale, essendo nozione elementare che alcune lingue, ad esempio inglese o francese, a volte hanno il plurale per i cognomi, errore gravissimo per l’italiano.
A conferma di ciò che pensavo richiesi tempo fa un parere all’ancora attiva ed autorevolissima Accademia della Crusca, la quale si espresse senza esitazioni per la forma singolare, conclusioni che comunicai alla stampa attraverso una lettera,  pubblicata da numerosi giornali, anche non napoletani.
Nonostante questa autorevole dichiarazione, che dovrebbe chiudere definitivamente la questione, sono certo che  la lunga diatriba linguistica continuerà certamente immutata, avendo sulle opposte sponde autorevoli personaggi, da un lato i professori Scirocco e Galasso, dall’altro Mieli ed Eco e troverà una soluzione definitiva solo nel tempo, essendo la nostra una lingua viva, che macina lentamente le parole.
fig. 3- Lauro e le sue donne

Su Achille Lauro (fig.3) esistono infinite leggende, ma soprattutto falsità storiche, che solo da poco ed a fatica, anche gli studiosi più autorevoli cominciano a riconoscere e finalmente si potrà scrivere la vera storia del sacco edilizio.
La celebre Tavola Strozzi conservata nel museo di Capodimonte ed ancor più la Veduta di Napoli a volo d’uccello di Didier Barra del museo di San Martino ci mostrano una città densamente urbanizzata già nei secoli scorsi.
Un gigantesco marasma architettonico, un prodigioso spettacolo di entropia edificatoria, che ha lasciato stupefatti ingegneri e sociologi, antropologi e forestieri, principalmente questi ultimi che, quando venivano a visitare la nostra città, soprattutto negli anni del Grand Tour, rimanevano meravigliati alla vista di palazzi a più piani, da loro giudicati veri e propri grattacieli.
Questi antichi dipinti sono la testimonianza visiva di un’edificazione selvaggia che comincia in epoca remota e la cui storia è ignota agli stessi studiosi.
Condoni, sanatorie, demolizioni, leggi stralcio, ricorsi al Tar, la querelle infinita sull’emergenza abusivismo in Campania e non solo nella nostra regione ha una storia antica, che pochi conoscono, perché per anni si è voluto far coincidere, da parte di una storiografia sinistrorsa il sacco della città con gli anni del regno di Lauro.
E per diffondere questo dogma ci si è serviti impunemente di tutti i mass media disponibili, dal cinema alla televisione, dai giornali ai libri ed alla fine addirittura anche della tradizione orale.
Un film cult, come “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, girato nel 1963, un plateale falso storico, è stato per decenni adoperato dalle sinistre per propagandare il mito di Lauro speculatore edilizio.
La storia è diversa e nasce nel lontano Cinquecento da una Prammatica di don Pedro da Toledo, che concedeva entro le mura di costruire palazzi di molti piani e non si è mai interrotta fino ai nostri giorni.
Vogliamo provare a raccontarla, soprattutto ai giovani, questa veritiera storia del sacco edilizio, rinviando, per chi volesse approfondirla, ai capitoli ad essa dedicati del mio libro Achille Lauro Superstar (consultabile su Internet).
Partiamo dall’esame della legislazione urbanistica e da alcune considerazioni.
Napoli in questo secolo ha avuto due soli piani regolatori, quello “fascista” del 1939, un vero monumento di armonia tra interessi pubblici e privati, com’è riconosciuto oggi da autorevoli specialisti, di idee non certo nostalgiche, come il preside di architettura Benedetto Gravagnuolo o il professor Massimo Rosi (opinioni raccolte dalla viva voce degli interessati nel corso di riunioni svolte nel salotto culturale di mia moglie Elvira Brunetti) e quello “democratico” del 1972, entrambi mai operativi per la mancata approvazione dei regolamenti di attuazione.
Bisogna precisare che, quando Lauro venne eletto nel 1952 e volle utilizzare a piene mani il “petrolio dei meridionali”, costituito dall’espansione edilizia, la giunta non possedeva un vero e proprio strumento urbanistico, ma un ben più modesto regolamento edilizio, risalente al 1935, stilato da un organo comunale fascista dotato dei più ampi poteri.
Napoli da oltre 50 anni vive in assenza di un qualsivoglia strumento progettuale ed i risultati sono stati, e certamente non solo durante gli anni del laurismo, il disordine edilizio più incontrollato, il cui caotico sviluppo ha tenuto conto solo delle esigenze dei singoli, trascurando, com’è nostra scellerata abitudine, quelli della collettività.
Non si è mai smesso di costruire, basta, per convincersene, recarsi nei quartieri periferici (Soccavo, Pianura, Secondigliano) cresciuti a dismisura o nell’immenso hinterland partenopeo, da Quarto Flegreo ai comuni della penisola sorrentina, che stringe oramai in una morsa implacabile la città, costretta a sopravvivere con densità di popolazione superiore a tutte le più affollate metropoli asiatiche e con un traffico impazzito, con inestricabili ingorghi a croce uncinata, da fare impallidire a confronto qualunque altro concorrente.
Si sono costruite le case le une vicino alle altre, spinti certamente dal profitto, ma anche perché il napoletano, geneticamente abituato al “gomito a gomito”, prova un’intollerabile vertigine quando può allargare lo sguardo su un panorama senza trovare la casa dirimpettaia, senza poter contare su un’economia da vicolo, una socializzazione da cortile, tutto sommato una cultura da casbah.
Solo così possiamo cercare di spiegarci l’esistenza di mostri serpentinosi come via Jannelli o via San Giacomo dei Capri ed altri agglomerati sorti nel Vomero alto, dove i suoli costavano poco o niente e si poteva tranquillamente speculare anche costruendo a distanza più civile gli edifici.
Nonostante il cambio di padrone, l’atmosfera di Palazzo San Giacomo non cambia, perché Correra, commissario prefettizio inviato dal governo per preparare le elezioni, comincia a tessere una trama sottile con l’entourage di costruttori e speculatori che gravitavano intorno al Comandante.
Una vera e propria corte dei miracoli, abituata a feroci contrattazioni sottobanco che cercava di disciplinare attraverso il rubinetto dei fidi e delle fidejussioni bancarie, concesse da istituti di credito, in primis il Banco di Napoli, saldamente in pugno alla Democrazia Cristiana.
Correra doveva gestire per pochi mesi l’ordinaria amministrazione e preparare la nuova consultazione elettorale, regnò viceversa incontrastato per quasi tre anni, divenendo il vero padrone della città.
La febbre edilizia raggiunse temperature da cavallo e ben si espresse nell’erezione del grattacielo della “Cattolica”, in pieno centro cittadino salutata dall’onorevole democristiano Mario Riccio, il medesimo che aveva attaccato in Parlamento Lauro per il suo eccessivo impegno edificatorio, con frasi talmente toccanti da commuovere l’uditorio presente all’inaugurazione.
Tra il numeroso pubblico, impettiti in prima fila i colonnelli del nuovo potere, sordi alle civili proteste, che Francesco Compagna manifestava nei suoi articoli sulla rivista “Nord e Sud”.
Mentre si progettava lo sventramento dei Quartieri Spagnoli per creare un nuovo Rione Carità, le nuove edificazioni cominciano a coprire ogni spazio libero.
Sono questi i veri anni delle “Mani sulla città”, quando costruttori senza scrupoli, trasferitisi in massa dalla corte laurina al nuovo potere, come Mario Ottieri, scaricano sul territorio urbano volumi edificati mai visti in precedenza; per essere più precisi: oltre diecimila vani in meno di due anni per una massa di duecentomila quintali di cemento e quasi cinquantamila di ferro (dati riguardanti il solo Ottieri).
Le sue imprese distruggono l’armonia del centro più antico, come nella storica piazza Mercato dove l’orrendo palazzaccio, sorto in pochi mesi, fa tuttora rivoltare nella tomba i tanti napoletani illustri, alle cui gloriose gesta è legata la sacralità dei luoghi.
fig. 4 - Muraglia cinese

Anche nella città nuova, al Vomero, si pongono saldamente le basi della perpetua invivibilità, erigendo monumenti alla vergogna, come la stupefacente “muraglia cinese” di via Aniello Falcone (fig. 4), che ancora oggi molti si ostinano a collegarne la costruzione agli anni delle amministrazioni laurine. (citiamo ad esempio tra i tanti: la “Storia fotografica di Napoli” a cura di Attilio Wanderlingh con testi di Ermanno Corsi oppure il “Vomero” di Giancarlo Alisio, nei quali placidamente si addossa a Lauro la realizzazione della “muraglia cinese”).
Il kafkiano episodio di manomissione fisica del piano regolatore avviene negli anni della gestione Correra.
L’accaduto è noto, ma vale la pena ricordarlo per perpetuarne la memoria.
Le tavole del piano regolatore del 1939, all’epoca vigente, erano conservate in tre esemplari, al Comune, all’Archivio di Stato ed al Ministero dei Lavori Pubblici.
I soliti ignoti, non essendo a conoscenza della terza copia, depositata a Roma, agiscono in più tempi impunemente sulle prime due, cambiando a più riprese i colori che identificano la destinazione delle varie aree della città.
Il verde delle zone agricole diventa così il giallo delle zone edificatorie. Un caso emblematico è costituito dai terreni dove sorgerà il Secondo Policlinico, che, comprati per tre soldi, frutteranno cifrei perboliche agli speculatori.
I mandanti di queste continue manomissioni, ai limiti dell’incredulità, si procacciano preventivamente a prezzo vile i terreni agricoli e poi, dopo il colpo di bacchetta magica, anzi di pastello, scaricano milioni di metri cubi di palazzi sui suoli rigenerati, guadagnando cifre da capogiro.
L’intrallazzo andò avanti a lungo, fino a quando, fortuitamente, venne scoperta l’esistenza della terza copia. Fu quindi aperto un procedimento penale, ma naturalmente i colpevoli non furono mai identificati, rimanendo perciò impuniti, anche se tutti sapevano chi fossero.
Una vicenda assolutamente irripetibile nella storia urbanistica di qualunque città.
Don Alfredo (Correra) creò allora un’arma ancora più micidiale, che dava tra l’altro un’etichetta di legalità al comportamento degli speculatori edilizi. Diede infatti luogo ad un numero imprecisato di deroghe al piano regolatore da lui stesso proposto.
Erano le famigerate e troppo presto dimenticate “varianti Correra” che legalizzeranno ogni tipo di scempio perpetrato dai costruttori.
Il commissario prefettizio si serviva infatti di un escamotage che è stato rivelato dall’urbanista Antonio Guizzi, il quale, per inciso, fu consulente per la sceneggiatura del film “Le mani sulla città” e per anni si è battuto, inascoltato dai mass media, per ripristinare la verità storica su quegli anni difficili per la nostra città.
Le licenze venivano concesse in variazione al piano regolatore cittadino e cominciavano tutte in tal guisa: “Visto il voto espresso il 26 luglio1958 dal consiglio superiore dei lavori pubblici, si rilascia…”.
A pagare un perpetuo tributo a questo scellerato comportamento sarà tutta la città, che ancora oggi, dopo oltre quarant’anni, soffre per quei lontani abusi.
In particolare ne uscirono devastati i quartieri più moderni: Posillipo, Vomero, Arenella e Fuorigrotta.
Mentre nelle fertili campagne di Soccavo si mette mano ai primi lavori per la nascita del rione Traiano, nel 1960 il prefetto Correra, rinnova una convenzione con la Speme, una società nata per urbanizzare la collina di Posillipo, non senza averla dotata preliminarmente della quarta funicolare.
Il sodalizio doveva costruire palazzine popolari per dare una casa ai pescatori e ai contadini e a tale scopo godeva anche di esenzioni fiscali e di sovvenzioni pubbliche, ma, strada facendo, realizzò parchi residenziali con rifiniture di lusso e prezzi di vendita che raggiungevano i dieci milioni a vano, fuori dalla portata dei ceti meno abbienti.
La Speme riesce anche ad ottenere il permesso di raddoppiare quasi l’altezza degli edifici e in pochi anni completa sulla collina, cara agli ozi degli antichi romani, oltre quindicimila vani.
Finalmente si riesce a definire la data delle nuove consultazioni elettorali: il 6 novembre, dopo quasi tre anni di commissariamento. Un vero scandalo!
Ma la speculazione continuerà imperterrita fino ai nostri giorni, vedendo criminalità organizzata e politici collusi.
Ma non è più storia, ma cronaca… ed i risultati sono sotto i nostri occhi.


fig. 5 - Pizza Margherita

Trattiamo ora di un argomento gastronomico e parliamo della celebre (in tutto il mondo) pizza margherita (fig. 5).
La pizza Margherita deve il suo nome alla regina Margherita di Savoia. Infatti fu Raffaele Esposito, pizzaiolo della pizzeria Brandi, tutt'ora in attività, a creare questa pizza nel 1889 in onore della regina, in visita nella città di Napoli. Condita con pomodoro, mozzarella e basilico che rappresentavano la bandiera italiana, delle tre pizze create dal pizzaiolo napoletano per l'evento, la Margherita fu la più apprezzata dalla regina.
La leggenda, perché di questo si tratta, come ha di recente dimostrato un giovane quanto valente napoletanista: Angelo Forgione, la troviamo in tutti i libri, oltre che nelle pubblicità della pizzeria interessata alla notorietà, a tal punto che la stessa Coldiretti, tempo fa ne festeggiò il 125 anniversario dalla creazione, ricordando una lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel giugno del 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito della pizzeria “Pietro… e basta così” al Palazzo di Capodimonte, residenza estiva della famiglia reale, perché preparasse per sua Maestà la regina Margherita le sue famose tre pizze.
Ma, come attestato da ormai noti testi ottocenteschi, Raffaele Esposito, in quell'occasione non inventò la pizza con pomodoro, basilico e mozzarella ma la fece semplicemente conoscere alla sovrana piemontese.
Già nel 1849, infatti, il filologo Emmanuele Rocco, nel curare il capitolo “Il pizzaiolo” del libro Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di combinazioni di condimento con ingredienti vari, tra i quali basilico, “pomidoro” e “sottili fette di muzzarella”.
E le fette, distribuite con disposizione radiale, disegnavano verosimilmente il celebre fiore di campo caro agli innamorati su una pizza che Raffaele Esposito avrebbe proposto 40 anni dopo alla regina sabauda.
Un’altra conferma a questa tesi ci viene dal libro Napoli, contorni e dintorni del Riccio, pubblicato nel 1830, nel quale viene descritta accuratamente una pizza con pomodoro, mozzarella e basilico.
Del resto la produzione della mozzarella fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, un innovativo laboratorio avviato già nel 1780, mentre il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli dal vicereame del Perù, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una gustosa varietà.
Questa realtà storica la troviamo recepita nel Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite, che al punto 3.8 dell’Allegato II, riporta testualmente:
“Le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano i colori della bandiera italiana.
Dobbiamo concludere immaginando che la propaganda sabauda non volle lasciarsi sfuggire l’opportunità di apporre il suo marchio sul simbolo culinario della grande capitale conquistata ed annessa.

Achille della Ragione