mercoledì 4 aprile 2012

Dalla ruota dell’Annunziata al signore delle nascite


21/11/2010

Un segno tangibile dell’antica pietà napoletana è costituito dalla ruota dell’Annunziata, quell’abile marchingegno girevole che ha permesso per secoli alle madri in difficoltà di mettere in salvo i neonati, invece di sacrificarli. Esse appoggiavano i nascituri nel piccolo vano di legno e facendo ruotare l’ingegnoso meccanismo li portavano all’interno della struttura. Al caldo ed al sicuro, perché le suore, avvertite dal suono di un campanello accorrevano prontamente ed accoglievano con amore il pargoletto. 
Questa celebre ruota ha funzionato fino al 1875, mentre l’annesso brefotrofio ha funzionato per un altro secolo ed è stato chiuso solo nel 1980. Questa pietosa usanza di affidare i bambini abbandonati al caritatevole cuore della città ha costituito un significativo segno di civiltà, consentendo alle madri di conservare l’anonimato, in una società afflitta sempre dalla più nera povertà e da un’altissima mortalità infantile.
I napoletani hanno chiamato questi bimbi con il termine esposti, da cui deriva il diffuso cognome di Esposito, con il quale venivano spesso battezzati. Essi sono stati sempre considerati i figli della Madonna, di conseguenza hanno goduto di riguardi e considerazioni speciali. Una volta divenuti fanciulli i maschi venivano trasferiti nelle scuole dell’Albergo dei poveri, dove imparavano un mestiere, mentre le donne potevano rimanere nella Casa e se decidevano di sposarsi avevano diritto ad una dote. Infatti ogni anno, il 25 marzo, tutte le ragazze in età da marito venivano presentate agli scapoli desiderosi di ammogliarsi in una sala della pia istituzione. I giovanotti potevano sceglierne una gettando ai suoi piedi un fazzoletto e se la ragazza lo raccoglieva il matrimonio si sarebbe celebrato dopo poco tempo.
Il complesso dell’Annunziata è ancora oggi un ospedale con un reparto di maternità tra i più apprezzati, ma è anche noto per i tesori di arte che conserva e per il gioiello di architettura costituito dalla  maestosa chiesa più volte modificata e rifatta poi completamente nel Settecento dal Vanvitelli, assieme alla parte inferiore ed al poderoso cupolone.
Da un primato del passato ad uno, raro, dei nostri giorni, costituito dalla nascita nella nostra città della prima(la terza al mondo) bambina venuta alla luce grazie alle tecniche della fecondazione artificiale.
«Alle falde del Vesuvio, abita un medico, conosciuto come il signore delle nascite, che ha dato a Napoli uno dei pochi primati di cui possa fregiarsi. Egli non ha tentazioni di divismo, né si considera un volto da copertina. Non ama passerelle di false leggende, né miti che non devono essere miti».
Con queste parole il Corriere della sera riassunse la notizia della prima fecondazione in vitro avvenuta in Italia, coronata dalla nascita di Alessandra l’11 gennaio 1983 nella clinica Villalba di Napoli.
Grande fu ovunque lo stupore e la meraviglia al diffondersi della notizia che la prima bambina in provetta italiana era napoletana. A Napoli dove tutto è bello ed intelligente, ma anche vago, impreciso ed approssimativo si era riusciti per primi nel nostro Paese in una impresa rigidamente scientifica, precisamente organizzata e per di più ciò avveniva in una struttura privata circondata da un ambiente medico conservatore, se non ostile, certamente scettico.
Il ginecologo Vincenzo Abate ed i suoi giovani collaboratori erano stati paladini solitari nell’azione contro la disorganizzazione dello Stato, che ben si esprimeva nella scalcinata espressione ospedaliera meridionale.
Mentre la notizia si diffondeva, gli altri scienziati italiani del settore, che, fino ad allora si erano distinti soltanto per fiumi di chiacchiere versate nei congressi, sull’argomento si rinchiusero in un mutismo assoluto e cercarono di prendere le distanze dal ginecologo privato riuscito nell’impresa miracolosa, il quale aveva l’imperdonabile torto di non essere un cattedratico.
Nessuno dei suoi invidiosi colleghi volle riconoscere in quei giorni che dietro questa sua impresa eccezionale vi erano anni di studio, un costante impegno quotidiano, innumerevoli sacrifici, ma principalmente l’intuizione che per imparare qualcosa di nuovo bisogna emigrare, andando là dove la medicina è più avanzata, ma bisogna anche poi ritornare a casa ad insegnare ciò che si è appreso all’estero.
A Napoli venne così ad affiancarsi all’Orto Botanico più importante d’Europa, alla prestigiosa Stazione Zoologica ed al Laboratorio di Biogenetica di fama internazionale, un centro all’avanguardia nel settore della sterilità.
La meraviglia maggiore da parte degli specialisti del settore fu che un tale successo sia avvenuto in una struttura privata, mentre tante strutture universitarie non avevano ottenuto nessun risultato. La spiegazione ci viene dalle parole dello stesso ginecologo napoletano: «Questo tipo particolare di esperimenti è stato possibile da realizzare in una struttura privata, perché richiede un ritmo di lavoro tale che solo un ricercatore abituato a grossi sacrifici può attuare. Infatti in una struttura pubblica è assolutamente improbabile che un programma scientifico di questa portata possa essere eseguito ventiquattro ore su ventiquattro. In nessun ospedale o università si riuscirebbe facilmente ad eseguire una laparoscopia notturna sulle pazienti con ovulazioni improvvise».
Conoscere il carattere di questo cittadino doc ci permette di apprezzare quella magica miscela che ha permesso a tanti napoletani di raggiungere il successo una volta lasciata la città natale: una calda cordialità partenopea associata ad un’efficienza nord americana.
I suoi stretti collaboratori ci permettono di conoscere meglio lui e soprattutto la sua clientela attraverso alcuni graziosi aneddoti.
Mi raccontava il dott. Punzetto, ecografista, che tre volte alla settimana, nei giorni in cui egli collaborava nello studio di via Petrarca, le visite terminavano quasi sempre intorno alle 3 - 4 di notte, dopo di che doveva seguire l’intera équipe nei pochi ristoranti ancora aperti a quell’ora per cenare tutti assieme fino alle prime luci dell’alba. La mattina era sempre uno straccio.
Il dott. Enzo Del Vasto, valente anestesista e proprietario di sfarzose imbarcazioni, mi confidava che il dott. Abate se come ginecologo era bravissimo, come lupo di mare era addirittura un mostro di bravura e quindi tutta una sfilza di divertenti episodi accaduti durante navigazioni verso le Eolie o attorno alla Sardegna.
Il dott. Mimmo Cirillo ginecologo, ex braccio destro del professore, mi diceva che aveva più volte studiato approfonditamente la clientela in lunga e paziente attesa di essere visitata e di avere identificato dei personaggi che si ripetevano ciclicamente: «C’è la signora dell’alta borghesia, che grazie ad affrettate letture sulle rubriche mediche dei giornali elargisce consigli e spiegazioni con la prosopopea della addetta ai lavori. C’è la contadina della provincia e la popolana dei quartieri spagnoli, sempre scortata da folti gruppi di parenti che imitano le gesta del prof. Abate di cui raccontano episodi conditi da una mimica eduardiana. C’è la nobile decaduta che cerca disperatamente di saltare la fila con la stessa tenacia della donna manager, tutta lavoro ed appuntamenti, che consulta neuroticamente l'orologio ogni cinque minuti a simulare un impegno professionale che non può più attendere». 
Purtroppo la lotta contro la sterilità necessita come prima dote di molta pazienza, abnegazione e volontà di sacrifici per poter percorrere una strada lunga, faticosa e non sempre coronata da un risultato favorevole.

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