giovedì 23 gennaio 2014

L’amore nella poesia



La poesia, meglio della prosa, riesce ad esprimere i tormenti e le estasi della passione amorosa. L’amore è ritornato ad essere materia per i poeti, dopo decenni di invasione della filosofia, impregnata di razionalismo, la quale pensava di poter affermare la neutralità affettiva della ragione, separarata dal fiume delle emozioni.
I poeti, sin dalle origini della lirica provenzale, cortese e poi fiorita in Sicilia ed in Toscana, passando per la Bologna del Guinizzelli, sanno molto bene che non si può conoscere il mondo e la sua vita senza il coinvolgimento della forza dell’amore.
Bastardo, l'amore. Ci ricorda che siamo limitati, ma golosi di qualcosa che rifiuta il limite. Nessuno (per fortuna) ama o è amato giustamente. Un tizio vissuto mille anni fa circa e che di mestiere faceva il teologo, Guglielmo da Saint-Thierry, mentre litigava con altri testoni del suo tempo su come conoscere - cioè amare - Dio, diceva che l'amore è una «volontà impetuosa di bene». Cioè l'amore vuole impetuosamente qualcosa che ha assaggiato o intravisto, il bene sperimentato in qualcosa, in una dimostrazione di bellezza (il profilo di una ragazza, gli occhi di un uomo, le sue mani). O sperimentato in un gesto buono. L'amore vuole "impetuosamente" quel bene intravisto. Per questo ha una sua strana "violenza" - vuole toccare il bene che ha visto, lo vuole "impetuosamente". Ingiustamente. Spesso attraversando pure cose che con la testa riteniamo sbagliate. Per Andrea Cappellano, estensore del trattato sul tema più noto e discusso per molti secoli, l'amore è "passione naturale per la quale cosa alcuno desidera d'averla [la persona veduta o pensata] sopra ogni altra cosa». Quel testo, come tanti altri che fiorirono nell'epoca delle corti d'amore, proviene dalla matrice della Ars amandi di Ovidio. L'antico poeta latino scrisse che "l'amore si prolunga con l'arte», e così rimatori e scrivani, proseguendo fino al Roman de la Rose passando per i Documenti d'amore di Barberino o Giacomo di Basieux e Il Fiore, hanno nutrito e dato varie sistemazioni nei loro trattati alla materia complessa - tra devozione, poesia erotica, eresia, segreti d'amore - che ispirava i trovatori e i fedeli d'amore, che non a caso avevano come obiettivo da abbattere l'orgoglio.
Come i monaci si elevavano amando cioè conoscendo Dio, oggetto troppo grande e misterioso per essere posseduto, così i cavalieri delle poesie erotiche provenzali si votavano ad amare una donna che mai sarebbe stata loro (sposata, lontana), oggetto d'amore somigliante a Dio, portando su un terreno "profano" le medesime dinamiche che i teologi e i grandi abati prevedevano per la santità dei loro monaci e fedeli. Non a caso una grande studiosa del Medioevo come Régine Pernoud ricorda che non pochi di tali trovatori, animati da quella tensione, finirono i loro anni in convento. "Quali armi porteranno quelli che combatteranno contro tali genti per debellare il loro grande orgoglio?», si chiede Giacomo di Basieux, autore del trattato Feudi d'amore di certo noto a Cavalcanti e forse anche a Dante.
Questi autori di trattati e di poesie davano forma, come accennato, a una materia complessa e viva, dove s'intrecciano istanze culturali e religiose di cui qui non s'ha tempo e nemmeno studio di considerare. Ma Giacomo dà voce a tutti quando afferma che coloro che sono preda dell'orgoglio non possono essere iniziati all'amore e ai suoi segreti. L’amore infatti è capace di ogni ingiustizia. E quindi tende ad abbattere ogni orgoglio, fosse pure quello tremendo di "sentirsi" giusti. O di ritenere giusto il proprio desiderio, confondendo - come ancor oggi spesso capita - il desiderio con un diritto. In un certo senso, ma senza voler semplificare troppo, l'amore rappresenta sempre una forza "eretica" rispetto a ogni orgoglio fondato sul pensare di sapere cosa è "giusto" desiderare e possedere. Giacomo, come abbiamo visto, rilancia dopo cinquemila anni a noi, del millennio successivo al suo, il grido del pastore galileo che compose il Cantico dei Cantici, unico libro della Bibbia in cui Dio non ha quasi bisogno d'esser nominato perché si parla d'amore: amore è forte come la morte. Ne è infatti il contrario: ''Amor / a-mor(t)". Quel Cantico non a caso è uno dei testi più amati e commentati dai mistici di tutti i tempi.
Dante ha alle spalle questi due grandi fuochi di riflessione teologica e poetica e, toccato da una vicenda personale durissima, crea la grande sintesi: amando una donna conosce il mistero di Dio. Nel suo viaggio a ritrovare il senso dell'incontro con Beatrice, «venuta da cielo in terra a miracol mostrare», e affranto, perso nella selva per la sua morte, diviene esperto di Dio e dell'amore seguendo quel trasporto rischioso che viene indotto dalla forza di amore.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'n tender no la può chi no la prova
e par che de la sua labbia si mova
un spirto soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.
(Vita Nova, XXVI) 
In tale "sospiro" dell' anima, così simile e diverso dal sospiro con cui i monaci di Benedetto iniziavano il giorno e attraversavano l'epoca di più dura crisi della storia occidentale, sta la forza dell'amore dei poeti. Senza sospiro non c'è poesia d'amore.
Scorgerò quella riva estrema del tuo essere
e ti vedrò forse per la prima volta
quale Dio deve riconoscerti
annullata la finzione del Tempo
senza l'amore, senza di me.
(Jorge Luis Borges, Amoroso auspicio) 
Si può trasformare in sospensione come nella poesia di Borges, che osserva la propria donna amata dormire forse come la vede Dio, o si può, quel sospiro, acuminare in fiato stretto tra i denti nella poesia di Anne Sexten dedicata all'amante che se ne sta tornando dalla moglie. Ma è sempre quel sospiro, che si mette in movimento, che può errare, errare ma sempre cerca il proprio vento.
Ciò che per gli antichi poeti rendeva l'amante un vero nobile cavaliere è la mortificazione dell'orgoglio. L’amore può essere davvero forte come la morte e il suo contrario, a patto che l'amante sia disposto a passare attraverso una "quasimorte", a subire un'ingiustizia. Forse proprio perché introducevano questa mortificazione dell'orgoglio nell'uomo che abita il mondo, riconducendolo a farsi "fedele d'Amore", i trovatori vengono chiamati in una supplica a un re spagnolo "chiarificatori dell'universo". E per questo vanno protetti.
Qualcosa di vertiginoso, una suprema ingiustizia si sperimenta infatti nell'amore non corrisposto. È come volare su un precipizio che finora avevamo solo sfiorato. È una dura rivelazione, ma - come abbiamo accennato - proprio nell'amare una donna non possedibile, l'amor de lohn, lontano, l'amor cortese, nasce la grande fiamma della poesia occidentale. È un momento importante - e confuso da mille forze contrastanti - del movimento che, nato dal cristianesimo mille anni prima, conduce a scoprire la nobiltà come qualità del cuore e non dell'avere. Infatti se l'amato, pur non corrisposto, continua ad amare, indica in questa sua tensione comunque positiva, in tale onorare ugualmente, in tale "devozione" la sua vera nobiltà.
La devozione a una donna amata che non corrisponde al tuo amore coincide, nei fatti, anche con l'esperienza d'essere innamorati di qualcuno che non ti ama come vuoi tu. Come cantava il piccolo grande Lucio Dalla: «lo che qui sto morendoooo ... e tu che mangi il gelato» (Cara). O con più durezza e visione diceva in versi Anne Sexton:

Tu mio viaggiatore diretto a Ovest
gironzolavi randagio il vecchio globo;
e io restavo al panico dei fringuelli.
Sola nella nostra stanza ero un'ospite
(Diciotto giorni senza di te, 3 dicembre) 
Lo esprime in modo semplice ma diretto una frase che la poetessa Ingeborg Bachmann scrive a un altro grande poeta, Paul Celan, e che forse noi tutti abbiamo pensato a volte: «Non so perché e a che scopo ti voglio». Sapessimo sostare in quel "non so"! In questa povertà e purezza, quasi un rimbambimento, una stupefazione, Un essere in noi e fuori di noi completamente ... L’essere privi di sapere solito, di conoscenza consueta, di progetti chiari, di desideri uncinati, di voglie precise ... "Non so", ma so che "voglio te" che sei un mistero per me. Qualcosa da non manomettere. Lo aveva intuito il meraviglioso tremendo Rainer Maria Rilke in una delle lettere alla sua amara Lou Salomé: «Un appunto che ho letto di recente da qualche parte mi ha riportato alla memoria la straordinaria visione formulata da Spinoza riguardo al rapporto di non-dipendenza tra chi ama Dio e la risposta d'amore da pane di Dio stesso: e io davvero non potrei sviluppare la mia tesi, se non in questa precisa direzione».
L’amore non dipende dalla risposta che riceve! Tremenda vertigine in cui si dimostra l'intera statura di una persona. Paragonare un'esperienza d'amore con la devozione religiosa in assenza di una risposta di Dio (o, meglio, di una risposta secondo i nostri desideri) rende almeno il senso di quanto seria sia la faccenda in cui spesso impelaghiamo i nostri giorni, le nostre ore e i nostri cuori. Il Dio "muto" di cui parla Rilke somiglia alle dame medievali verso cui si elevava la nobiltà dei poeti cavalieri ... E alla devozione verso la ricerca, che anche nella scienza si rivolge verso un oggetto il cui mistero supera sempre ogni tensione conoscitiva. La realtà e Dio rispondono sempre in modo sorprendente, si fanno scoperte.
Agli amanti, dice Rilke nella sua splendida Seconda elegia duinese, che forse possono «dire meraviglie» noi «chiediamo di noi». Perché nell'esperienza d'amore si conosce qualcosa della vita che altrimenti non si può dire. Per lo stesso motivo quasi mille anni prima, in un testo che il grande poeta (e innamorato) Ungaretti definiva «forse il più bello mai scritto da uomo», Jacopone da Todi esalta l’''amore muto", ovvero l'amore che - con immagine potente - fa "partorire dentro" i sospiri, non si affida alle chiacchiere, non si manifesta se non nel dire e non dire della poesia. L’amante dice la verità solo poeticamente. Quando mio nonno a ottantacinque anni si rivolse a mia nonna con un'espressione metaforica, con un'immagine colorita nel suo dialetto romagnolo chiamandola - dopo oltre sessant'anni di matrimonio - "e’ mi galet", il mio galletto, espresse "poeticamente" il colore e l'animazione che quella donna avevano portato nella sua vita.
Molto belle sono le nenie e tra queste le più struggenti sono quelle di un poeta piemontese Tino Richelmy (1900-1991). La sua Nenia ha il ritmo di una ballata antica in teneri endecasillabi, ultimo esito di quella purissima fons amoris che scorre e brilla nella lirica italiana dal Duecento a oggi, ogni tanto inabissandosi in misteriose voragini carsiche, ma sempre poi riemergendo limpida, forte, trasparente nel suo linguaggio cristallino. «Deh Violetta che in ombra d'Amore / negli occhi miei si subita apparisti», canta il giovane Dante, e gli fanno eco lungo i secoli tante altre voci, dalla Ballatella tristissima e gentile del suo amico Guido Cavalcanti alle Chiare, fresche et dolci acque di Petrarca innamorato, agli struggenti madrigali di Tasso («Qual rugiada o qual pianto / quai lagrime eran quelle / che sparger vidi dal notturno manto / e dal candido volto delle stelle? / / Fur segni forse della tua partita / vita della mia vita?»).
Amore e morte sempre s'intrecciano nella poesia, ma in questa Nenia non c'è violenza di distacco né le tenebrose correnti della passione; qui è signore il tempo, quello mortale e quello dell' eternità: «Più meraviglia morte che l'amore», dice infatti il dolente verso conclusivo. Questi teneri amanti erano due che «camminavano insieme, egli robusto / il corpo, il volto soleggiato e duro, / ella infiammata e ondata da uno scialle / nel dolce portamento delle spalle». Ma ora - continua la sommessa cantilena, come una ninnananna - «non li puoi trovare, / nemmeno discendendo fino al mare». Perché «non c'è più fiato in loro, non c'è bocca».
«Erano lì dove ora il mirto ha fiore»: la concretezza carnale della bocca scompare nel "fiato", il respiro che non c'è più. Non c'è più movimento, né calore. Ecco la morte. Ecco la misteriosa, vittoriosa "meraviglia" della morte.
Una delle cose peggiori che si fa con l'esperienza d'amore è banalizzarla. Siamo circondati e rintronati da media giornali, chiacchiere di amici al bar, in discoteca, ovunque, che banalizzano l’esperienza d’amore. Una specie di esercito impegnato con impressionante dispiegamento di forze a banalizzare l'amore. Il più compatto e brulicante esercito del mondo lanciato con un solo nemico. Miliardi di cavallette a disquisire in modo vuoto sull’amore dalle radio, su internet, sui giornali, i social network e da qualunque buco si possa dire qualcosa. I peggiori sono i pettegoli, coloro che pretendono di leggere e giudicare banalmente gli amori degli altri. Non è che fa paura parlarne seriamente? La poesia contemporanea ha ricominciato a parlare d’amore (i grandi non avevano mai smesso) dopo che sterili accademici e poeti di mestiere senza poesia la volevano relegare a giochetto linguistico.
C’è qualcosa di opposto tra l'attività del creare "immagini" in senso superficiale, come capita troppo spesso nel mondo televisivo o massmediatico, e il movimento immaginoso dell’amore. Un movimento contrario: esigenza dei media è sempre offrire immagini, dare in pasto videate di roba, miliardi di link. Buttarcele addosso. L’amore invece genera un movimento di sottrazione, di svelamento. Le immagini emergono dal fondo dell’oceano. Nei migliori poeti moderni e contemporanei (e ce ne sono poesie forti d’amore tra i contemporanei italiani!) resiste la consapevolezza che parlare d’amore assomiglia tremendamente a parlare del rapporto con un fondo misterioso dell’essere e del reale. Con il destino.





Achille e Marina della Ragione

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