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sabato 13 gennaio 2024

Poesia dedicata ad Achille

 



Omaggio di un ammiratore: Gino La Marra (giovane poeta, solo 88 anni), ad Achille della Ragione, recitata davanti ad una folla plaudente.


Dedicata al Dott. Achille della Ragione 

A Pusilleco ce sta e casa nu dottore amico mio.

Nu certo don Achille o' ginecologo 

E nu dottore e natu poco a fore,

gli amici intimi o' chiammano la parolaccia perché isso è schietto e parla nfaccia.

Manna a fanculo a principe e reali 

e chi se mette ò fiore mpiette perché se vò attiggià.

O cognome ò tene  bell: della Ragione Achille,

perché, pe tutta a vita soja, a tutte quante ha fatto arragiunà.

A giudici, a magistrati, a gente ro popolo e a gente e merd.

In vita soja a visitate centinaia e fesse.

Nere, rosse, bionde e senza pil.

Perché e visitava e po' l'abburteva.

E sord n' ha guaragnate in quantità

c'è vulessere e  mise sane pe' cuntà.

Nu problema ha avuto ca giustizia ma pur a loro ha fatto arragiunà.

Mo è anziano ma nu se ferma maje, organizza gite culturali e fa salotto ogni Venerdì.

A villa soja è bella e speciale, se vede Capri, Surriente e Marechiaro.

Io ca o' cunnosco appena ra trenta anni me so permesso e fa sta poesia,

Cercann o permesso ammore mio (Annamaria Fontana).

Nun song acculturate, nu piccolo diploma ca  quinta elementare.

Sperann ca te piace, ma si Nun te piace

già o sacce che me Rice

Giuà  va fanculo, stracc sta poesia!

Giovanni La Marra ottico  

 


domenica 9 giugno 2019

Dichiarazione d'amore




Dichiarazione d'amore. Video girato l'8 giugno 2019 ore 22:00 presso il Teatro dei Lazzari Felici (Napoli)

martedì 30 gennaio 2018

Frasi d’amore di Achille ad Elvira



Prima di passare alla lettura di queste toccanti frasi d'amore di Achille alla sua adorata Elvira, vogliamo comunicare a chi volesse utilizzare uno o più brani facendoli suoi per far innamorare una fanciulla renitente o rinfocolare un rapporto usurato dal tempo, che lo può fare liberamente; il copyright sui sentimenti non esiste, quindi buona lettura.


  • Elvira è il tuo nome, sinonimo di amore, la vita è un grande mistero, ma l'amore per te ne giustifica il senso e ne spiega il significato.
  • 25 anni assieme, ogni anno ti voglio più bene, quanto te ne vorrò' quando avremo 100 anni.
  • Elvira, dolce cara amata sposa non vi è felicità maggiore di addormentarsi vicino a te fingendo di guardare la televisione.
  • Credo che tutti i veri innamorati non possano vivere se non vicini al proprio amore. Non riesco ad odiarti per il tuo desiderio di non starmi vicino in ogni ora del giorno e della notte.
  • Questo inguaribile morbo che mi tiene vivo non ha rimedi, finirà solo con la mia fine, che sarai tu a decretare se non mi amerai più.
  • Elvira, anima mia, bellissima creatura che i miei occhi possano ancora a lungo contemplare la tua straordinaria bellezza, che sembra voler sfidare sprezzante lo scorrere del tempo, l'avversità del destino, la cattiveria degli uomini.
  • Il tuo sposo, più innamorato che mai.
  • Attenta, pensa anche a te ed agli altri la prossima volta che mi farai per la terza volta l'accattivante proposta di fuggire assieme. Ti risponderò di sì.
  • Al pensiero dei miei pensieri, oggi siamo stati lontani e tu mi hai voluto meno bene, ma sicuramente domani recupererai.
  • Il tuo eterno amante.
  • Alla mia musa, oggi vi è il sole e quando vi è il sole tu sei felice ed io sono felice per la tua felicità. Achille 
  • Quando tu sei lontana il mio amore cresce, ma non può manifestarsi. Ti amo di più quando sei assente, che quando sei presente, forse è un limite alla nostra felicità. Il tuo innamorato.
  • San Valentino 2004, il nostro santo preferito, ma non dobbiamo aspettare il 14 febbraio per santificarlo, lo facciamo ogni giorno, prede del nostro amore senza fine, una miracolosa energia portentosa, che vivrà in eterno, anche quando noi saremo scomparsi, al di la del tempo e dello spazio. Tuo per sempre, Achille
  • Sono l'uomo più fortunato del mondo perché ti ho incontrato. Sono l'uomo più fortunato dell'universo perché ci siamo amati. Oggi sono felice perché sei ritornata.Il tuo micio.
  • 49 anni....ogni anno ti voglio più bene, quanto bene ti vorrò a 99 anni??
  • 55 anni... sei quasi matura, ma i tuoi occhi devastanti mi ammaliano come prima, più di prima e ti amerò
  • 57 anni(pochi minuti alla mezzanotte) nulla è cambiato nella tua bellezza e nel tuo fascino ai miei occhi sempre più innamorati per sempre, per l'eternità.
  • 59 anni,il tempo passa, i sentimenti resistono e si fortificano, come aumenta a dismisura la mia dipendenza da te, amore mio, tutta la mia esistenza non avrebbe alcun significato senza il tuo sorriso, grazie di essere l'oggetto ed il soggetto dell'amore, grazie per ogni attimo trascorso assieme, grazie di tutto mio amore infinito. Il tuo micio
  • 1999-  Da tempo  non ti dedico frasi d'amore, ma il mio amore non si è dimenticato di te. Achille
  • 2001- Sei l'epicentro di tutti i miei desideri ed i miei pensieri, di quelli belli, che si stemperano in te e di quelli cattivi, a cui fai da parafulmine e da domatrice. Grazie senza di te non potrei esistere. Achille
  • 16 settembre 2008
    Amore vero ed odio simulato
    Ieri sono trascorsi 35 anni da quel fatidico giorno nel quale ci siamo scambiati la solenne promessa di amore eterno e di assistenza reciproca nella buona come nella cattiva sorte.
  • Il tempo non cancella i sentimenti, quelli veri, rigogliosi, che sfidano baldanzosi l'eternità ed il mio amore verso di te è immutato. Un amore sincero, tenero, affettuoso, ma nello stesso tempo egoista, che ti vuole solo per me. Soffro a dividerti con gli altri, siano anche persone a me care. Il mio amore è anche dipendenza assoluta, morbo inguaribile, che può essere tenuto a bada solo dalla tua vicinanza. Achille 
  • I fiori sono falsi, ma il mio amore è vero
    Il tuo pretendente. 
  • Mia diletta Elvira, sono trascorsi trent'anni ma i tuoi occhi devastanti sono ancora l'unica bussola della mia vita. Il tuo micio Achille.
    (Frase pubblicata su "Il Mattino" del 14 Febbraio 2003 pag.36
    in occasione di san Valentino)

Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura del mio libro “La Bibbia dell’amore”, scritto con mia figlia Marina. Per consultarlo digita il link http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo97/index.htm


giovedì 12 febbraio 2015

La Bibbia dell’amore in edicola ed in libreria

Articolo di Elvira Brunetti

A giorni esce l’ultimo libro di Achille e Marina della Ragione



L’amore è argomento quanto mai interessante e fino ad oggi, nonostante la presenza di migliaia di libri che ne trattano, non era mai stato sviscerato così in profondità come nella Bibbia di Achille e Marina della Ragione, illustrata da centinaia di foto e ricca di 60 capitoli, in ognuno dei quali viene approfondito un aspetto di questo eccitante sentimento, il più bel dono che il Creatore ha fatto al genere umano.
Dal 1°  marzo sarà disponibile in edicola ed in libreria, prima di quella data lo si può leggere tranquillamente in rete .
Ma soprattutto lo si può ricevere a domicilio (15 euro) e per le prime 50 persone che lo ordineranno agli autori a.dellaragione@tin.it  vi sono altri 2 splendidi libri in omaggio.
Concludiamo elencando i capitoli del libro e non resta che augurarvi buona lettura

Elvira Brunetti


venerdì 6 febbraio 2015

"Assaporare la stranezza dell'altro"

testo di Marina della Ragione



Che cosa ci aspettiamo dalla vita a due? In questi tempi di precarietà molti sognano di rifugiarsi in una coppia stabile e duratura e cercano disperatamente il compagno ideale. Altri non credono più alla coppia, desiderano prima di tutto preservare la loro libertà e realizzarsi senza sentirsi imprigionati dal vincolo del matrimonio.
Idealizzata o indebolita, la coppia e' lo specchio delle nostre attese più intime e di un'emozione che paralizza tutti: la paura.
Paura di fare una scelta sbagliata, paura di dover rinunciare alla propria libertà, paura che l'amore non duri, a tal punto che la maggior parte delle persone non cercano più di essere sorpresi da un incontro speciale, non si lasciano andare e non accettano più quel rischio che sembra essere necessario per vivere una bella storia d'amore.Paura dell'impegno, del vincolo, si preferisce restare in un periodo di prova, dove i ruoli ed i doveri propri e dell'amante non sono ancora definiti. Paura di soffrire per amore e soprattutto paura della diversità.  Si cerca l'anima gemella, la persona ideale per se, senza cercare di essere una buona persona per l'altro. La paura regna maestra, rinforzata anche dalla crisi economica e dagli idoli dell'intolleranza come "Eric Zemmour" il giornalista e saggista francese il quale nel suo famoso libro " L'uomo maschio" cita il concetto di "coppia" come concetto esclusivamente femminile, estraneo alla vera natura dell'uomo a cui è stato imposto ed al quale ormai anche l'uomo crede. 
Questo timore della diversità e' anche sostenuta da certi miti che ci influenzano;
Come quello del partner unico ed ideale, che ci aspetta da qualche parte, un altro fatto su misura per noi. Questa ricerca ci priva della possibilità di incontrare altre brave persone e ci fa dimenticare che e' a due che l'amore si costruisce. 
Il mito della fusione piena di grandi fragilità individuali e collettive alimenta la nostra paura del diverso.
Mossi da un bisogno di sicurezza, di solidità, il desiderio di fusione fa sparire l'individuo a profitto della coppia, annullando il mondo esteriore. Anche gli amici più intimi sono considerati come una minaccia alla nostra stabilità di coppia.
Sicurezza illusoria che non elimina le nostra paura di perdere la persona amata e ci porta a rifugiarci in un solo modello di coppia possibile.
In questi tempi difficili, la fusione e la ricerca del proprio simile, sembrano essere diventati dei valori rifugio. Testimone è il grande successo incontrato dai numerosi siti di incontri che promettono di trovare l'anima gemella a partire da criteri basati su affinità elettive o comunione di interessi, che basterebbero ad assicurare il successo di una coppia felice e duratura.
O l'amore si nutre delle dissimilitudini dell'altra metà, di ciò che nell'altro differisce da noi, quell'alterità caratteriale, culturale e sociale che crea l'interesse, lo stupore, la novità e che rilancia la coppia senza spegnere il desiderio.
Allora piuttosto che volere a tutti i costi cambiare il proprio partner, cancellarne le stranezze o rendere più simile a noi l'altro, perché invece non provare ad assaporare la sua diversità? Perché non vedere il proprio coniuge, uomo o donna, come un nuovo continente da esplorare?
Se ci fermiamo a riflettere è proprio la divergenza femminile che permette agli uomini di far uscire tutta la loro potenza e analogamente la diversità maschile che porta le donne ad esprimere la forza della loro interiorità. E se in questo inizio anno provassimo tutti a reinventare il mondo, concedendo più tempo e disponibilità all'altro?
E se cercassimo di costruire la nostra relazione di coppia camminando insieme nella diversità?

Marina della Ragione



sabato 8 novembre 2014

La tenacia dell’amore senile


Dedicato ad Elvira


L’amore può resistere in eterno ed in questo si differenzia dall’attrazione fisica, destinata a finire con lo scorrere inesorabile degli anni e con le ingiurie che essi, impietosi,  arrecano al corpo, quando la lunga ed allegra cavalcata della gioventù cede il passo agli acciacchi ed al perfido filo tessuto dalle Parche.
Proprio allora una lunga storia d’amore può vivere i suoi momenti più esaltanti anche se la passione iniziale è svanita, sostituita però da complicità, comprensione, rispetto, amicizia, affetto, autoironia, attributi caratteristici di ogni autentica, libera, fortunata avventura amorosa.
La donna che sa di essere amata incede sicura di sé tra la gente con il passo felpato di chi si muove leggero tra le nuvole, come una superba ragazza senza età, incurante delle rughe, che pure hanno solcato il suo volto come capricciose onde marine o come campi di grano dopo l’aratura.
La bellezza l’aveva resa affascinante e potente, è stata, a secondo dei giorni e delle notti Sherazade e Mata Hari, Sophia Loren e la fata Morgana, ha prodotto sogni, estasi ed affabulazioni, ma anche dannazione e tormento; ora vuole semplicemente perdersi nell’amore del suo innamorato.
Bisogna vivere senza drammi l’incedere delle lancette dell’orologio dell’universo, perché chi ama ed è amato vive al di fuori di quelle fugaci convenzioni rappresentate  dallo spazio e dal tempo.

mercoledì 5 marzo 2014

Il suggello dell’amore: il bacio




Uomini e donne oggi hanno una grande nostalgia sepolta, quella per l’amore, che trova il suo momento più esaltante nel bacio.
A tal proposito consiglio a chi volesse approfondire quest’aspetto a consultare in rete il mio libro “storia del bacio dalla preistoria ai nostri posteri”.
Con una sofferta distanza, la gente ha paura del contatto; l’anonimato ti offre una pseudo protezione, ti concede spavalderia per mascherare angoscia e paura. Insomma è un amore disastrato. Non è una rivoluzione bensì una regressione. La letteratura oggi ha un grande compito: restituire agli uomini i suoi tempi naturali. E restituirglieli con verità.
Più buono del vino è quello che apre il Cantico dei Cantici. La dea Venere nelle Metamorfosi di Apuleio, ne assicura sette in premio a chi catturerà la fuggitiva Psiche. Tremante è quello tra Paolo e Francesca; ferale per Romeo e Giulietta; ardente e febbrile l’unico strappato da Werther a Carlotta. E in più, dulcis in fundo uno speciale inequivocabile alla francese Catullo invece, insaziabile, ne invoca dalla sua amata e infedele Lesbia “Altri mille e poi cento e altre mille e ancora cento“, e cosi via all’infinito.
Stiamo parlando come è ovvio del bacio, il gesto più semplice e più complesso che un essere umano, unico tra le specie animali, è capace di compiere, celebrato come apoteosi in poesie e romanzi, quadri e sculture, dall’antichità fino alla grande stagione del romanticismo, immortalato come icona pop del Novecento, tra splendori hollywoodiani e refrain di canzoni, ridotto a merce di consumo nella società di massa, in ogni caso da sempre, nell’immaginario collettivo, emblema dell’amour-passion.
Poco importa che per la scienza, sia solo una questione di scambio di germi (milioni) e di ormoni (ossitocina, testosterone, endorfine), e che sia residuo di un’ancestrale forma di svezzamento (la madre che nella preistoria dopo aver masticato il cibo lo passava direttamente dalla propria bocca a quella del piccolo, attraverso piccoli movimenti della lingua).
I neurobiologi hanno di recente, con ricerche approfondite, ridimensionato il ruolo della passione e del sentimento ed affermano perentoriamente che la funzione del bacio sia prevalentemente quella di selezionare il partner con finalità squisitamente riproduttive. Il bacio rappresenta una sorta di panacea, sia quello più superficiale ed affettuoso, sia quello più approfondito, pregno di erotismo e sensualità.
A seconda dei casi si liberano neurotrasmettitori chimici dall’ossitocina che produce fiducia alle endorfine, che stimolano l’allegria ed allontanano la tristezza, mentre tende a scendere il livello del cortisolo, fattore di stress che aumenta nelle situazioni di ansia e pericolo.
Quando il bacio è appassionato, si scatenano numerose variazioni fisiologiche: dalla dilatazione dei vasi sanguigni, che producono rossore delle guance ed un maggiore afflusso di sangue al cervello, mentre il cuore comincia a pulsare più intensamente e le pupille si dilatano. Inoltre aumenta la produzione di dopamina, che induce desiderio, esaltazione, euforia.
Attraverso il bacio uomo e donna si scambiano una serie di germi (circa 300) e relative informazioni di istocompatibilità genetica, oltre a degli odori subliminali, sul tipo dei ferormoni, molto diffusi nei mammiferi, che inducono una coppia a riprodursi.
Fino a pochi anni fa, il bacio era presente nel 90% della culture esistenti al mondo, ma oggi grazie alla globalizzazione mediatica, la percentuale è aumentata grazie ad icone grandiose come Clark Gable e Vivien Leigh in “Via col vento” ed il bacio alla francese praticato anche dai bonobo, i nostri cugini primati, che rimangono bocca a bocca fino a 12 minuti, un primato da Guinness.
Più lungo è il bacio e più intensamente il testosterone, attraverso la saliva, eccita la donna. Arte e letteratura hanno glorificato per secoli quest’arte sottile ed oggi la scienza vuole ridurre tutto ad un gioco di germi e di ormoni.
Sarà vero, ma nonostante tutto continueremo imperterriti a baciarci.
Mito e letteratura infatti raccontano tutta un’altra storia, dove il bacio non è mai “solo un bacio” come recitava innocentemente la canzone “As time goes by” nel film “Casablanca”: metafora e metonimia allo stesso tempo, segno e interpretazione, il bacio unisce e separa trova in se stesso la sua ragion d’essere eppure rimanda inevitabilmente ad altro, nasconde e rivela.
E forse anche per questo che è sempre stato così caro a poeti e narratori come conferma adesso anche l’uscita in perfetto tempismo di San Valentino, di un’antologia di racconti sul tema pubblicata da Einaudi: “In un bacio saprai tutto. Racconti di passione”.
Il titolo rimanda al celebre verso di Pablo Neruda: “In un bacio saprai tutto ciò che hai taciuto”, a sottolineare il potere epifanico e allusivo che spesso il bacio ha nell’economia di questi diciotto racconti, e più in generale nella dinamica delle relazioni umane. E quel che accade ad esempio al protagonista del bellissimo racconto di John Cheever “Il marito di campagna”, che narra una storia di quasi adulterio attraverso la quale la vita si rivela tra lampi di seduzione, segni di evasione, ferite e ricomposizioni, in tutta la sua inafferrabile complessità. O al giovane marinaio di Karen Blixen (Il racconto del mozzo) che in un bacio nato come una sfida spavalda, trova il coraggio di cambiare la sua vita. O al marito ritratto da Katerine Mansfield, in quella sorprendente riscrittura dei Morti di Joyce, che è il suo racconto “Lo sconosciuto” dove l’uomo nel bacio atteso ardentemente dalla moglie da un viaggio in nave avverte un improvvisa inattesa distanza che spalanca un baratro tra i due, occupato dall’ombra di un terzo. O ancora nel racconto di Francis Scott Fiztgerald “La cosa sensata” dove un ultimo bacio, suggella la fine di un amore. Ma a volte il bacio può avere all’inverso anche il potere di occultare la verità: ne sa qualcosa il capitano del celebre racconto di Checov “Un bacio” che ne riceve uno anonimo e per errore, durante una festa, dal quale costruisce nella sua fantasia un intero castello di sentimenti e supposizioni, per poi vederselo crollare miseramente di fronte alla realtà. O alla “Donna rispettabile” dell’omonimo racconto di Kate Chopi, che con un lungo tenero bacio al marito, nasconde l’improvvisa passione provata e repressa nei confronti del suo migliore amico, appena conosciuto. E ancora in questa raccolta, da Mario Vargas Liosa a Virginia Woolf, da D’Annunzio a Hemingway, da Ugo Foscolo a O. Henry, da Maupassant a Marinetti, da Cortazàr a Schnitzler, da Nicolò Tommaso a Igino Ugo Tarchetti, è un eterogeneo campionato di baci, appassionati e cinici, rubati e sensuali, promessi e immaginati, surreali e futuristi, che si dispiega a raccontarci la forza misteriosa di un simbolo e in quell’ “Aderire immobile, smarrito e lungo” di due bocche accostate, “La più perfetta sensazione che sia data dagli umani”.
E concludiamo con alcune frasi famose:
«Eppure il bacio è solo una prefazione ma più incantevole e deliziosa dell’opera» Maupassant.
«E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura. Io ti sento tremare stretta a me come la luna nell’acqua» Cortazar.

Magritte: Gli amanti

martedì 18 febbraio 2014

L’amore come una droga



La risonanza magnetica dimostra che innamoramento e stupefacenti attivano le stesse aree celebrali, un recente manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali non include l’amore tra le dipendenze, un errore molto grave perché la passione risponde a tutte le caratteristiche, sia in termini di modelli di comportamento che di meccanismi celebrali. E si tratta fortunatamente di una dipendenza positiva.
Scienziati e profani hanno a lungo considerato l'amore romantico come un elemento soprannaturale o un'invenzione sociale dei Trovatori nella Francia del dodicesimo secolo. Ma canzoni d'amore, poesie, racconti, opere, balletti, romanzi, miti e leggende, filtri d'amore, suicidi e omicidi per amore si riscontrano in più di duecento società nell'arco di più di mille anni a dimostrazione che in tutto il mondo uomini e donne si struggono per amore, vivono per amore, uccidono per amore e muoiono per amore.
L'amore romantico umano, noto anche come passione amorosa o «innamoramento», è considerato una caratteristica universale dell'uomo. Inoltre l'innamoramento ha tutti i sintomi della dipendenza. Anzitutto l'innamorato è concentrato allo spasimo sulla sua droga preferita: l'oggetto del suo amore. Il pensiero di lui o di lei è ossessivo (pensiero intrusivo) e spesso l'innamorato prova una spinta compulsiva a telefonare, scrivere, o presentarsi all'improvviso, per non perdere il contatto. Di massima importanza in questo tipo di esperienza è la forte motivazione a conquistare la persona amata, un po' come il tossicodipendente è fissato sulla sua droga. In preda alla passione gli innamorati inoltre distorcono la realtà, cambiano priorità e abitudini per adeguarsi ai loro amati, subiscono cambiamenti di personalità (turbe affettive) e talvolta adottano comportamenti inappropriati o rischiosi per far colpo sullo speciale «altro». Molti sono disposti a sacrificarsi, persino a morire per «lui» o per «lei». L'innamorato brama anche l'unione sentimentale e fisica con l'amato (dipendenza). E come il tossicodipendente soffre quando non riesce a procurarsi la droga, l'innamorato soffre quando è lontano dalla persona amata (ansia da separazione). Le difficoltà e le barriere sociali non fanno che intensificare il desiderio (fascino dell'ostacolo). In effetti gli innamorati mostrano tutte e quattro le caratteristiche fondamentali della dipendenza: intenso desiderio, tolleranza, astinenza e ricaduta. Provano una «scarica» di euforia quando sono assieme alla persona amata (effetto inebriante). Nel momento in cui si crea la tolleranza l'innamorato cerca di interagire sempre più con la persona amata (intensificazione). Se l'amato pone fine alla relazione l'innamorato manifesta sintomi di astinenza da stupefacenti, come ribellione, crisi di pianto,letargia, ansia, insonnia o ipersonnia, perdita di appetito o bulimia, irritabilità e solitudine. Gli innamorati, come i tossicodipendenti, spesso giungono a comportamenti estremi, talvolta degradanti o pericolosi, pur di riconquistare la persona amata. E hanno ricadute, proprio come i tossicodipendenti: dopo molto tempo dalla fine della relazione, avvenimenti, persone, luoghi, canzoni o altri elementi esterni associati alla persona amata possono scatenare ricordi e rinnovare il desiderio.
Forse però, delle numerose indicazioni che portano ad annoverare l'amore romantico tra le dipendenze, la più convincente viene dal numero crescente di dati forniti dalle neuroscienze. Utilizzando la risonanza magnetica per immagini (Mri), vari ricercatori hanno dimostrato che le sensazioni legate a un forte innamoramento attivano aree del «sistema di gratificazione cerebrale», in particolare le vie dopaminergiche associate a energia, concentrazione, motivazione, estasi, disperazione e desiderio, comprese le aree primarie associate alle dipendenze da stupefacenti e non. Effettivamente il nostro gruppo di ricerca ha individuato negli innamorati respinti l'attivazione del nucleus accumbens - l'area del cervello associata a tutte le dipendenze. Inoltre altri recentissimi dati della ricerca (non ancora pubblicati) indicano l'esistenza di correlazioni tra l'attivazione del nucleus accumbens e la passione romantica tra persone felicemente innamorate. Il premio Nobel Eric Kandel ha dichiarato di recente: «Gli studi sull'attività cerebrale ci sveleranno infine l'essenza dell'umanità». In base alle attuali conoscenze la neuroscienziata Lucy Brown, utilizzando la risonanza magnetica, sostiene che l'amore romantico è una dipendenza naturale; io ribadisco che questa dipendenza naturale, per evoluzione dagli antenati mammiferi, si è affermata tra i primi ominidi circa 4,4 milioni di anni fa, in associazione all'evoluzione della monogamia (seriale, sociale) - caratteristica della specie umana. Lo scopo era motivare i nostri predecessori a concentrare la fase di accoppiamento e l'energia metabolica su un solo partner alla volta, dando vita a un vincolo di coppia per allevare i piccoli (quanto meno nell'infanzia) assieme, in squadra.
Quanto prima accetteremo le indicazioni che ci vengono dalla scienza, e ne useremo i dati per adeguare il concetto di dipendenza, tanto più saremo in grado di conoscere noi stessi e i miliardi di altri individui di questo pianeta che si crogiolano nell'estasi e lottano con le pene che derivano da questa dipendenza potentissima, naturale, spesso positiva: l'amore romantico.
Possiamo benevolmente concludere che l’amore è un droga, ma guai se l’umanità non fosse «tossica».

lunedì 27 gennaio 2014

Le leggende dell’amore


La nostra tradizione culturale, greco-romana e giudaico-cristiana ha creato miti e leggende che hanno come motivo l’amore, divinità maggiori e minori affollavano il Pantheon greco da Venere ad Eros, da Afrodite a Cupido, ma pochi sanno che gran parte di questo materiale proviene da una fonte risalente al 2500 a.C., a Gilgamesh, il Re sumero di Uruk ed è stata scritta su tavolette di argilla, le quali fortunatamente, ci sono pervenute. Anche tante radici di miti letterari e religiosi derivano da quell’antica Epopea: dal serpente che condanna gli uomini alla mortalità al diluvio universale, ai numerosi viaggi nel regno dei morti che ispirò quelli di Orfeo, di Enea, di Dante. Gilgamesh fonda Uruk, la prima vera città e da sicurezza ai propri sudditi, ma in cambio pretende da loro, uomini e donne, che obbediscano ad ogni suo capriccio. A renderlo più docile arriva Enkido, una sorta di suo alter ego: se Gilgamesh è per due terzi Dio, Enkido è un uomo animale (un antenato dei centauri), fino a quando una donna non gli fa scoprire il sesso e lo rende uomo a tutti gli effetti. Tra Gilgamesh ed Enkido nasce una rivalità, che sfocia in un combattimento feroce, dopo il quale nasce una forma di “amicizia particolare” come quella che Omero farà nascere tra Achille e Patroclo. Quando Enkidu muore, Gilgamesh disperato lo cerca nell’oltretomba e scopre una verità ben diversa da quella raccontata dalle altre epiche: non vi è nulla che attende l’uomo oltre la morte e questo rende la vita terrena un bene prezioso da utilizzare fino in fondo. 
Per chi volesse approfondire questa straordinaria epopea, consigliamo un libro uscito di recente “Gilgamesh, l’epopea del Re di Uruk”, un affascinante viaggio dall’argilla all’acquerello, un volume a tre mani tra la grafica francese Lurie Elie, la pittrice iraniana Forough Raihani e la giornalista italiana Alessandra Grimaldi, a cui è collegato un mp3 letto da Francesco Pannofino con musiche di Giorgio Giampà.

L’amore al tempo della galera



Avrei voluto intitolare questo capitolo Il sesso nelle carceri poi sono stato attirato da questo titolo di derivazione cinematografica e ho deciso di adottarlo per discutere di quello che, a parere dei detenuti, quasi tutti molto giovani, è la privazione più grave: l’impossibilità di continuare a praticare una dignitosa affettività con le persone care, anche loro condannate, senza alcuna colpa, alla stessa pena e non vogliamo parlare solo di sesso negato, ma anche dell’impossibilità di continuare ad intrattenere un decente, anche se discontinuo rapporto, con i propri figli in tenera età, che sono sottratti per lunghi periodi da qualsiasi contatto col genitore. Tutti riconosciamo che l’essere umano ha bisogno di affetto, tanto più quando viene a trovarsi in situazioni di disagio e senza dubbio la restrizione della libertà è una delle condizioni più penose da sopportare. Nella repressione degli affetti si verificano gravi deviazioni, comprese quelle sessuali. A questo proposito lapidario è il pensiero di Friedrich Nietzsche: "È noto che la fantasia sessuale viene moderata, anzi quasi repressa, dalla regolarità dei rapporti sessuali, e che al contrario diventa sfrenata e dissoluta per la continenza e il disordine dei rapporti." (Umano, troppo umano, I, n. 141).
Allora la soluzione va cercata in una politica illuminata che, nell’esecuzione della pena, privilegi sin dall’inizio, se non è possibile l’uscita dal carcere, almeno l’incontro periodico coi propri cari e non il distacco netto e la drastica separazione, causa di infiniti problemi esistenziali, di relazione e interpersonali. Nell’interno del carcere è opportuno creare degli ambienti, che pur rispondendo a tutti i requisiti di sicurezza, offrano al recluso ed ai suoi familiari dei momenti di intimità. Se un detenuto riesce a mantenere una rete solida di rapporti affettivi, oltre a tollerare di buon grado la pena da scontare, corre molti meno rischi di tornare a commettere reati, inoltre conserva un comportamento corretto, quando queste occasioni di incontri ravvicinati sono subordinati ad un condotta assolutamente irreprensibile. Le sorprendenti scoperte di Reich hanno dimostrato in maniera inequivocabile quanto la repressione sessuale generi violenza e come le istituzioni tendano a canalizzare l’esplosione di queste pulsioni primitive per utilizzarle nei conflitti bellici. La violenza che si produce nelle carceri, impedendo anche solo la parvenza di un’attività sessuale, non giova a nessuno, certamente non alla società che si trova a ricevere individui incattiviti, nei quali cova l’odio e la vendetta, invece che la volontà di reinserimento. La storia del carcere è lunga quanto quella dell’uomo, ma le segregazioni nell’antichità e nel medio evo ripugnano la sensibilità moderna per le atrocità ed il costante utilizzo della tortura, per cui un’analisi storica sulla nascita dei sistemi penitenziari bisogna farla risalire alla nascita della società industriale ed all’accentuazione dell’esercizio del potere dello Stato, in momenti dominati dalla cultura religiosa, che ha sempre dato al sesso una valenza particolare di demonizzazione.
Pensiamo alle Lettere di San Paolo ai Padri della chiesa, ad Origene, a San Girolamo, a Sant’Agostino, fino ad Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino. Di conseguenza una soluzione al problema "affettività", intesa in particolare nella sua dimensione sessuale, deve cominciare necessariamente attraverso una critica storico culturale puntuale e puntigliosa. Dobbiamo ripercorrere e rivisitare tutta la nostra tradizione culturale sull’argomento, ereditata in duemila anni di storia dell’Occidente, che ha accompagnato ed influito sul concetto del sesso e del piacere in generale, vissuto costantemente come peccato, male necessario solo per la procreazione ed a salvaguardia della specie. La cattolicissima Spagna o la democratica Svizzera da tempo consentono i "colloqui intimi" ed hanno ottenuto ottimi risultati.
In Italia per evitare che qualcuno confonda le "stanze dell’affettività" con le "celle a luci rosse" è necessaria una rivoluzione culturale. La pena è privazione della libertà, ma non deve significare anche distruzione degli affetti ed annullamento completo di una normale vita sessuale. 
Naturalmente non bisogna considerare unicamente le esigenze di affettività degli uomini sposati o conviventi, trascurando i bisogni, impellenti ed improcrastinabili dei più giovani, che non hanno legami fissi, ma in compenso hanno ormoni in ebollizione e desideri difficile da placare. La masturbazione o l’omosessualità, i rimedi ai quali sono obbligati non sono certo la soluzione del problema. Anche per loro bisogna predisporre un programma che tenga conto delle loro esigenze. In Italia il meretricio è legale e sarebbe eccessivamente licenzioso pensare ad una cooperativa di prostitute che si convenzioni con le istituzioni carcerarie? Vi sarebbe spazio anche per volontarie, moderne suffragette pronte ad immolarsi per una giusta causa, eventualmente anche per fanciulle poco attraenti, in virtù del fatto che molti detenuti a seguito della lunga astinenza sarebbero pronti a tutto.
Naturalmente agli ammogliati sarebbe vietato di accedere a questo servizio.
Naturalmente la prestazione sarebbe a spese del recluso. Naturalmente sarebbe un evento sporadico molto dilazionato nel tempo. Naturalmente potrebbero usufruirne solo quelli che osservano una condotta corretta. Naturalmente tutti, politici ed opinione pubblica devono impegnarsi per risolvere lo spinoso problema.

Amore e morte


L’ammore è comme fosse nu malanno ca,
all’intrasatta, schioppadint’ ‘o core
senza n’avvertimento, senza affanno,
e te pòffàmurì senza dolore.

Cominciamo questo capitolo con i versi immortali di una poesia di Totò (al secolo Antonio De Curtis), che, noto per la sua ‘A Livella, ha scritto numerosi versi ispirati al nobile sentimento.
Spesso gli amanti, nel culmine della passione, adoperano frasi ad effetto: “Ti amo da morire”, “Se mi lasci mi ammazzo”, ma, sempre più spesso, anche “Se mi lasci ti ammazzo”. Infatti, una delusione amorosa, un abbandono, possono farci divenire santi ma, con sempre maggiore frequenza, anche assassini.
Sono sempre di più gli uomini, di ogni cultura e latitudine, che non tollerano che la persona amata possa amare ed essere amata da altri.
Da qui nasce la piaga esponenziale di cui vogliamo parlare, analizzandone motivazioni ed origini.
Per millenni gli uomini, sulla base di una concezione patriarcale e maschilista della società, hanno educato le donne a ricoprire nella famiglia un ruolo subordinato sottoponendole ai voleri ed agli ordini degli uomini, costringendole a pagare un pesante tributo di violenza e di sangue ad ogni, pur larvato, tentativo d’insubordinazione.
Ancora oggi, in gran parte del mondo, soprattutto nelle società dominate da princìpi religiosi, ha dominato un modello maschilista e questo non solo nei paesi islamici, dove il Corano esplicitamente prevede sanzioni e comportamenti che le donne devono pedissequamente rispettare, ma anche nel mondo cattolico, dove la figura di Dio addossa interamente la concupiscenza, considerata peccato mortale, alla responsabilità femminile, a tal punto che più di una volta, preti ultramoralisti, oltre ad omelie infuocate dal pulpito contro gonne troppo corte e seni in libera uscita, hanno distribuito volantini nei quali giustificavano le violenze ai danni delle donna come giusta reazione ai loro comportamenti provocatori e spudorati.
Chi legittima i rapporti di possesso dell’uomo sulla donna? Il Vaticano, ancora nel 1988, si esprimeva senza remore sulla “dignità e la vocazione della donna”, facendo esplicito riferimento ad essa unicamente come “moglie e madre ubbidiente, succube dell’uomo per fondamentale retaggio dell’umanità”. Ovvero, come fatto voluto da Dio, che, dunque, non gradisce una donna autonoma ed indipendente, impegnata in un’attività lavorativa qualsiasi, magari di natura dirigenziale. La Riforma protestante, per parte sua, liberò le suore dai loro voti controllando, tuttavia, che esse divenissero brave “donnette” di casa, docili e mute. Lutero in persona definì l’uomo “superiore e migliore” e la donna “un mezzo bambino, un animale pazzo”.
Anche questo monaco, in verità, parlò con l’animo ed il lessico più tipico del proprio sesso predicando come “massimo onore della donna mettere al mondo figli maschi”. Ma anche Papa Giovanni Paolo II, nel 1996, si è richiamato all’apostolo Paolo utilizzando una tra le innumerevoli frasi più misogine del celebre santo dispregiatore della femminilità: “La donna impari in silenzio, con sottomissione. Non sia permesso ad essa d’insegnare, né di usare autorità sul marito, perché Adamo fu formato per primo, poi venne Eva; perché Adamo non venne sedotto, bensì fu la donna, la quale cadde in tentazione. Nondimeno, essa sarà salvata partorendo figlioli e perseverando nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia”. Così parlò San Paolo: che le donne sappiano, una volta e per sempre, cosa debbono o non debbono fare. La misoginia clericale dimostra, insomma, come la volontà della Chiesa non senta minimamente bisogno di trasformarsi: i suoi capisaldi rimangono univoci, la definizione dei ruoli sociali immutabili, stabiliti nel tempo. Ma quel che storicamente appare più grave è il fatto che, quando la predicazione clericale inizia a non dare più frutti, ecco che si comincia a far ricorso al “femminicidio”.
Innumerevoli sono state, nella Storia, le donne denunciate come “streghe” che, in base a tale accusa, dovettero morire, perché così vollero gli annunciatori della “Lieta Novella”. Fintantochè questa Chiesa avrà potere sugli animi e non rianalizzerà le proprie colpe millenarie, gli uomini la faranno sempre “pagare” alle donne, mantenendole in una condizione di subalternità. Di quale e quanta morale dispone, dunque, la Chiesa cattolica? Il “Maglio delle streghe”, pubblicato nel 1487, ebbe la benedizione di un Papa. Esso venne divulgato in tutto il mondo come autorevole documento della Chiesa e, in tutte le sue edizioni (una trentina), vi è perennemente rimasta inclusa una “bolla” che incitava espressamente all’uccisione delle donne. Contro di essa, per più di 200 anni, non vi fu uno “straccio” di pontefice disposto a spendere una parola in senso contrario. Ecco, dunque, con quale pretesto giuridico le donne vennero sottoposte a penosi interrogatori o furono oggetto di invereconde investigazioni da parte dei religiosi. Essi estorsero confessioni utilizzando la tortura, unitamente ad altre innumerevoli sconcezze. L’Occidente cristiano si è concesso migliaia di carnefici che mai si sono stancati di esaminare sul corpo e sulla pelle delle donne la loro appartenenza a Satana. Le donne, in ultima analisi, come anche dichiarato nel protocollo di un processo del XIV secolo, “non possono che lasciarsi conciliare con la Chiesa, senza tuttavia impedire di essere consegnate al potere temporale, che provvederà alle pene richieste”. Il Concilio di Trento (1545-1563) fruttò nuovi importanti dogmi per reagire allo scisma luterano, senza spendere nemmeno una parola sullo sterminio degli eretici, degli ebrei e delle donne. La qual cosa ha sempre dato luogo a legittimi interrogativi circa le effettive origini del nazismo, fondato da un cattolico austriaco di nome Adolf Hitler. I roghi, che da quel Concilio discesero, non hanno mai destato, più di tanto, l’interesse degli storici, soprattutto in Italia. Eppure quella strage, protratta nei secoli, non ha riguardato solamente alcuni casi isolati di “peccatrici”: fu una vera e propria dottrina papale. Si pose fine alle uccisioni solo dopo che s’imposero voci provenienti dall’esterno della Chiesa, che si è sempre giustificata attribuendo le proprie “malefatte” alla volontà di Dio.
Il sommo teologo Alberto Magno definiva le donne “esseri difettosi”, mentre San Tommaso d’Aquino, dottore supremo, sulle cui disquisizioni si basa gran parte dell’edificio culturale della Chiesa, oltre a corbellerie del tipo che l’anima entra nel corpo dell’uomo a 40 giorni dalla fecondazione e nella donna dopo 90, definiva l’altra metà del cielo come “degli uomini mal riusciti, delle persone cui manca qualcosa per realizzare la più autentica natura umana”.
La tradizione cattolica ritiene che le donne devono aspirare a presentarsi come verginali fidanzate del Signore, come consorti fedeli e madri di molti bambini. La conseguenza non può essere che una società esposta al dominio del maschilismo più retrivo. Viviamo in una società, giustamente definita “liquida”, rissosa e priva di guida, condannata a seguire gli errori e gli orrori della storia, in preda all’aridità morale ed alle più ataviche delle pulsioni. 
Non vi è più speranza nel futuro: cadute le ideologie, siamo divenuti un popolo di morti che camminano.

giovedì 23 gennaio 2014

L’amore nella poesia



La poesia, meglio della prosa, riesce ad esprimere i tormenti e le estasi della passione amorosa. L’amore è ritornato ad essere materia per i poeti, dopo decenni di invasione della filosofia, impregnata di razionalismo, la quale pensava di poter affermare la neutralità affettiva della ragione, separarata dal fiume delle emozioni.
I poeti, sin dalle origini della lirica provenzale, cortese e poi fiorita in Sicilia ed in Toscana, passando per la Bologna del Guinizzelli, sanno molto bene che non si può conoscere il mondo e la sua vita senza il coinvolgimento della forza dell’amore.
Bastardo, l'amore. Ci ricorda che siamo limitati, ma golosi di qualcosa che rifiuta il limite. Nessuno (per fortuna) ama o è amato giustamente. Un tizio vissuto mille anni fa circa e che di mestiere faceva il teologo, Guglielmo da Saint-Thierry, mentre litigava con altri testoni del suo tempo su come conoscere - cioè amare - Dio, diceva che l'amore è una «volontà impetuosa di bene». Cioè l'amore vuole impetuosamente qualcosa che ha assaggiato o intravisto, il bene sperimentato in qualcosa, in una dimostrazione di bellezza (il profilo di una ragazza, gli occhi di un uomo, le sue mani). O sperimentato in un gesto buono. L'amore vuole "impetuosamente" quel bene intravisto. Per questo ha una sua strana "violenza" - vuole toccare il bene che ha visto, lo vuole "impetuosamente". Ingiustamente. Spesso attraversando pure cose che con la testa riteniamo sbagliate. Per Andrea Cappellano, estensore del trattato sul tema più noto e discusso per molti secoli, l'amore è "passione naturale per la quale cosa alcuno desidera d'averla [la persona veduta o pensata] sopra ogni altra cosa». Quel testo, come tanti altri che fiorirono nell'epoca delle corti d'amore, proviene dalla matrice della Ars amandi di Ovidio. L'antico poeta latino scrisse che "l'amore si prolunga con l'arte», e così rimatori e scrivani, proseguendo fino al Roman de la Rose passando per i Documenti d'amore di Barberino o Giacomo di Basieux e Il Fiore, hanno nutrito e dato varie sistemazioni nei loro trattati alla materia complessa - tra devozione, poesia erotica, eresia, segreti d'amore - che ispirava i trovatori e i fedeli d'amore, che non a caso avevano come obiettivo da abbattere l'orgoglio.
Come i monaci si elevavano amando cioè conoscendo Dio, oggetto troppo grande e misterioso per essere posseduto, così i cavalieri delle poesie erotiche provenzali si votavano ad amare una donna che mai sarebbe stata loro (sposata, lontana), oggetto d'amore somigliante a Dio, portando su un terreno "profano" le medesime dinamiche che i teologi e i grandi abati prevedevano per la santità dei loro monaci e fedeli. Non a caso una grande studiosa del Medioevo come Régine Pernoud ricorda che non pochi di tali trovatori, animati da quella tensione, finirono i loro anni in convento. "Quali armi porteranno quelli che combatteranno contro tali genti per debellare il loro grande orgoglio?», si chiede Giacomo di Basieux, autore del trattato Feudi d'amore di certo noto a Cavalcanti e forse anche a Dante.
Questi autori di trattati e di poesie davano forma, come accennato, a una materia complessa e viva, dove s'intrecciano istanze culturali e religiose di cui qui non s'ha tempo e nemmeno studio di considerare. Ma Giacomo dà voce a tutti quando afferma che coloro che sono preda dell'orgoglio non possono essere iniziati all'amore e ai suoi segreti. L’amore infatti è capace di ogni ingiustizia. E quindi tende ad abbattere ogni orgoglio, fosse pure quello tremendo di "sentirsi" giusti. O di ritenere giusto il proprio desiderio, confondendo - come ancor oggi spesso capita - il desiderio con un diritto. In un certo senso, ma senza voler semplificare troppo, l'amore rappresenta sempre una forza "eretica" rispetto a ogni orgoglio fondato sul pensare di sapere cosa è "giusto" desiderare e possedere. Giacomo, come abbiamo visto, rilancia dopo cinquemila anni a noi, del millennio successivo al suo, il grido del pastore galileo che compose il Cantico dei Cantici, unico libro della Bibbia in cui Dio non ha quasi bisogno d'esser nominato perché si parla d'amore: amore è forte come la morte. Ne è infatti il contrario: ''Amor / a-mor(t)". Quel Cantico non a caso è uno dei testi più amati e commentati dai mistici di tutti i tempi.
Dante ha alle spalle questi due grandi fuochi di riflessione teologica e poetica e, toccato da una vicenda personale durissima, crea la grande sintesi: amando una donna conosce il mistero di Dio. Nel suo viaggio a ritrovare il senso dell'incontro con Beatrice, «venuta da cielo in terra a miracol mostrare», e affranto, perso nella selva per la sua morte, diviene esperto di Dio e dell'amore seguendo quel trasporto rischioso che viene indotto dalla forza di amore.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'n tender no la può chi no la prova
e par che de la sua labbia si mova
un spirto soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.
(Vita Nova, XXVI) 
In tale "sospiro" dell' anima, così simile e diverso dal sospiro con cui i monaci di Benedetto iniziavano il giorno e attraversavano l'epoca di più dura crisi della storia occidentale, sta la forza dell'amore dei poeti. Senza sospiro non c'è poesia d'amore.
Scorgerò quella riva estrema del tuo essere
e ti vedrò forse per la prima volta
quale Dio deve riconoscerti
annullata la finzione del Tempo
senza l'amore, senza di me.
(Jorge Luis Borges, Amoroso auspicio) 
Si può trasformare in sospensione come nella poesia di Borges, che osserva la propria donna amata dormire forse come la vede Dio, o si può, quel sospiro, acuminare in fiato stretto tra i denti nella poesia di Anne Sexten dedicata all'amante che se ne sta tornando dalla moglie. Ma è sempre quel sospiro, che si mette in movimento, che può errare, errare ma sempre cerca il proprio vento.
Ciò che per gli antichi poeti rendeva l'amante un vero nobile cavaliere è la mortificazione dell'orgoglio. L’amore può essere davvero forte come la morte e il suo contrario, a patto che l'amante sia disposto a passare attraverso una "quasimorte", a subire un'ingiustizia. Forse proprio perché introducevano questa mortificazione dell'orgoglio nell'uomo che abita il mondo, riconducendolo a farsi "fedele d'Amore", i trovatori vengono chiamati in una supplica a un re spagnolo "chiarificatori dell'universo". E per questo vanno protetti.
Qualcosa di vertiginoso, una suprema ingiustizia si sperimenta infatti nell'amore non corrisposto. È come volare su un precipizio che finora avevamo solo sfiorato. È una dura rivelazione, ma - come abbiamo accennato - proprio nell'amare una donna non possedibile, l'amor de lohn, lontano, l'amor cortese, nasce la grande fiamma della poesia occidentale. È un momento importante - e confuso da mille forze contrastanti - del movimento che, nato dal cristianesimo mille anni prima, conduce a scoprire la nobiltà come qualità del cuore e non dell'avere. Infatti se l'amato, pur non corrisposto, continua ad amare, indica in questa sua tensione comunque positiva, in tale onorare ugualmente, in tale "devozione" la sua vera nobiltà.
La devozione a una donna amata che non corrisponde al tuo amore coincide, nei fatti, anche con l'esperienza d'essere innamorati di qualcuno che non ti ama come vuoi tu. Come cantava il piccolo grande Lucio Dalla: «lo che qui sto morendoooo ... e tu che mangi il gelato» (Cara). O con più durezza e visione diceva in versi Anne Sexton:

Tu mio viaggiatore diretto a Ovest
gironzolavi randagio il vecchio globo;
e io restavo al panico dei fringuelli.
Sola nella nostra stanza ero un'ospite
(Diciotto giorni senza di te, 3 dicembre) 
Lo esprime in modo semplice ma diretto una frase che la poetessa Ingeborg Bachmann scrive a un altro grande poeta, Paul Celan, e che forse noi tutti abbiamo pensato a volte: «Non so perché e a che scopo ti voglio». Sapessimo sostare in quel "non so"! In questa povertà e purezza, quasi un rimbambimento, una stupefazione, Un essere in noi e fuori di noi completamente ... L’essere privi di sapere solito, di conoscenza consueta, di progetti chiari, di desideri uncinati, di voglie precise ... "Non so", ma so che "voglio te" che sei un mistero per me. Qualcosa da non manomettere. Lo aveva intuito il meraviglioso tremendo Rainer Maria Rilke in una delle lettere alla sua amara Lou Salomé: «Un appunto che ho letto di recente da qualche parte mi ha riportato alla memoria la straordinaria visione formulata da Spinoza riguardo al rapporto di non-dipendenza tra chi ama Dio e la risposta d'amore da pane di Dio stesso: e io davvero non potrei sviluppare la mia tesi, se non in questa precisa direzione».
L’amore non dipende dalla risposta che riceve! Tremenda vertigine in cui si dimostra l'intera statura di una persona. Paragonare un'esperienza d'amore con la devozione religiosa in assenza di una risposta di Dio (o, meglio, di una risposta secondo i nostri desideri) rende almeno il senso di quanto seria sia la faccenda in cui spesso impelaghiamo i nostri giorni, le nostre ore e i nostri cuori. Il Dio "muto" di cui parla Rilke somiglia alle dame medievali verso cui si elevava la nobiltà dei poeti cavalieri ... E alla devozione verso la ricerca, che anche nella scienza si rivolge verso un oggetto il cui mistero supera sempre ogni tensione conoscitiva. La realtà e Dio rispondono sempre in modo sorprendente, si fanno scoperte.
Agli amanti, dice Rilke nella sua splendida Seconda elegia duinese, che forse possono «dire meraviglie» noi «chiediamo di noi». Perché nell'esperienza d'amore si conosce qualcosa della vita che altrimenti non si può dire. Per lo stesso motivo quasi mille anni prima, in un testo che il grande poeta (e innamorato) Ungaretti definiva «forse il più bello mai scritto da uomo», Jacopone da Todi esalta l’''amore muto", ovvero l'amore che - con immagine potente - fa "partorire dentro" i sospiri, non si affida alle chiacchiere, non si manifesta se non nel dire e non dire della poesia. L’amante dice la verità solo poeticamente. Quando mio nonno a ottantacinque anni si rivolse a mia nonna con un'espressione metaforica, con un'immagine colorita nel suo dialetto romagnolo chiamandola - dopo oltre sessant'anni di matrimonio - "e’ mi galet", il mio galletto, espresse "poeticamente" il colore e l'animazione che quella donna avevano portato nella sua vita.
Molto belle sono le nenie e tra queste le più struggenti sono quelle di un poeta piemontese Tino Richelmy (1900-1991). La sua Nenia ha il ritmo di una ballata antica in teneri endecasillabi, ultimo esito di quella purissima fons amoris che scorre e brilla nella lirica italiana dal Duecento a oggi, ogni tanto inabissandosi in misteriose voragini carsiche, ma sempre poi riemergendo limpida, forte, trasparente nel suo linguaggio cristallino. «Deh Violetta che in ombra d'Amore / negli occhi miei si subita apparisti», canta il giovane Dante, e gli fanno eco lungo i secoli tante altre voci, dalla Ballatella tristissima e gentile del suo amico Guido Cavalcanti alle Chiare, fresche et dolci acque di Petrarca innamorato, agli struggenti madrigali di Tasso («Qual rugiada o qual pianto / quai lagrime eran quelle / che sparger vidi dal notturno manto / e dal candido volto delle stelle? / / Fur segni forse della tua partita / vita della mia vita?»).
Amore e morte sempre s'intrecciano nella poesia, ma in questa Nenia non c'è violenza di distacco né le tenebrose correnti della passione; qui è signore il tempo, quello mortale e quello dell' eternità: «Più meraviglia morte che l'amore», dice infatti il dolente verso conclusivo. Questi teneri amanti erano due che «camminavano insieme, egli robusto / il corpo, il volto soleggiato e duro, / ella infiammata e ondata da uno scialle / nel dolce portamento delle spalle». Ma ora - continua la sommessa cantilena, come una ninnananna - «non li puoi trovare, / nemmeno discendendo fino al mare». Perché «non c'è più fiato in loro, non c'è bocca».
«Erano lì dove ora il mirto ha fiore»: la concretezza carnale della bocca scompare nel "fiato", il respiro che non c'è più. Non c'è più movimento, né calore. Ecco la morte. Ecco la misteriosa, vittoriosa "meraviglia" della morte.
Una delle cose peggiori che si fa con l'esperienza d'amore è banalizzarla. Siamo circondati e rintronati da media giornali, chiacchiere di amici al bar, in discoteca, ovunque, che banalizzano l’esperienza d’amore. Una specie di esercito impegnato con impressionante dispiegamento di forze a banalizzare l'amore. Il più compatto e brulicante esercito del mondo lanciato con un solo nemico. Miliardi di cavallette a disquisire in modo vuoto sull’amore dalle radio, su internet, sui giornali, i social network e da qualunque buco si possa dire qualcosa. I peggiori sono i pettegoli, coloro che pretendono di leggere e giudicare banalmente gli amori degli altri. Non è che fa paura parlarne seriamente? La poesia contemporanea ha ricominciato a parlare d’amore (i grandi non avevano mai smesso) dopo che sterili accademici e poeti di mestiere senza poesia la volevano relegare a giochetto linguistico.
C’è qualcosa di opposto tra l'attività del creare "immagini" in senso superficiale, come capita troppo spesso nel mondo televisivo o massmediatico, e il movimento immaginoso dell’amore. Un movimento contrario: esigenza dei media è sempre offrire immagini, dare in pasto videate di roba, miliardi di link. Buttarcele addosso. L’amore invece genera un movimento di sottrazione, di svelamento. Le immagini emergono dal fondo dell’oceano. Nei migliori poeti moderni e contemporanei (e ce ne sono poesie forti d’amore tra i contemporanei italiani!) resiste la consapevolezza che parlare d’amore assomiglia tremendamente a parlare del rapporto con un fondo misterioso dell’essere e del reale. Con il destino.





Achille e Marina della Ragione

lunedì 13 gennaio 2014

Perché l’amore finisce? Come superare la fine di una relazione amorosa



coppia che si separa


di Marina della Ragione


La dottoressa Daphne Rose Kingma affronta nel suo ottimo libro (“Perché l'amore finisce”) le motivazioni che conducono alla fine di un rapporto amoroso, mostra al lettore come riconoscere se il proprio rapporto è in una fase critica e offre un efficace metodo per superare il trauma in maniera positiva. Perché un uomo e una donna inizino una relazione è cosa che in molti hanno cercato di indagare. Volendo analizzare i meccanismi dell'attrazione vediamo contrapporsi un'idea della coppia nata casualmente (la diversità genetica) e ad alcuni valori comuni quali cultura, religione, gestione delle risorse comuni ecc. e un'idea più filosofica che vede la coppia anche come uno strumento per costruire la propria personalità per questo motivo la scelta del partner è condizionata non solo dalla diversità genetica e dalla condivisione di alcuni valori ma anche dalla possibilità del partner di insegnarci qualcosa e, come dice la dottoressa Kingma, di farci superare alcuni condizionamenti dell'infanzia. La psicologia assegna molto valore al primo periodo della vita perché considera l'infanzia il momento in cui i caratteri essenziali del comportamento vengono definiti. Anche grazie alle ultime scoperte sul funzionamento del cervello sappiamo che effettivamente quest'organo alla nascita non è pienamente formato e vive proprio nei primi anni di vita uno sviluppo notevole in funzione anche delle sollecitazioni ambientali. Secondo la dottoressa Kingma, noi ricreeremmo le stesse situazioni verificatesi durante l'infanzia al fine di comprenderne la lezione e quindi portare a compimento il nostro personale processo di crescita e maturazione. Quindi secondo questa visione, c'è una via di uscita ma soprattutto l'evoluzione verso una maggiore consapevolezza di se stessi è il compito di ogni essere umano. Partendo da quest'ultima considerazione il partner non è quindi solo qualcuno che ci aiuta e ci sostiene ma, anche se non ce ne rendiamo conto, è colui che: compensa alcuni nostri difetti; ci insegna cose che non conosciamo; ci permette di crescere e capire meglio noi stessi; ci consente di sviluppare le nostre potenzialità e la nostra creatività. Se quindi la relazione tra due esseri umani è un processo di crescita in continua evoluzione e non un punto di arrivo è evidente che ogni relazione può terminare per il semplice motivo che ha dato tutto quello che doveva dare esaurendosi e che quindi la relazione non può più contribuire alla crescita di entrambi i partner.
Questa considerazione porta due importanti conseguenze:

  1. la fine di un rapporto non è necessariamente un fallimento ma anzi può essere visto come il sintomo di un processo che ha concluso il suo iter e da cui usciamo migliori di quando lo abbiamo iniziato 
  2. le relazioni non sono eterne ma è possibile vivere più storie d'amore nel corso della propria vita e ognuna di queste contribuirà ad un pezzo della nostra crescita.

Perché allora è così doloroso chiudere una relazione? 
Perché così facendo contraddiciamo il mito del vissero felici per sempre; perché tutto ciò che davamo per scontato e che ci veniva assicurato dal partner dovremo procurarcelo da soli; perché temiamo di non poter più vivere un altro amore. Può ovviamente capitare che un partner abbia raggiunto i suoi obiettivi ma l'altro no. Si tratta di una situazione molto dolorosa sia da parte di chi lascia a causa dei complessi di colpa sia da parte di chi viene lasciato che vede allontanarsi la persona a cui si era appoggiato. Un'altra fonte di rotture è dato dal cambio di programmi di uno dei partner; E' questo il caso tipico del marito che decide di abbandonare il proprio lavoro da dipendente e mettersi in proprio oppure il caso della moglie che decide di intraprendere una carriera che rivoluziona la vita familiare. O ancora il caso in cui uno dei partner decide di non volere figli pur sapendo che l’altro non potrebbe vivere senza questa progettualità. C’è chi si sveglia un giorno e decide che è venuto il momento di provare nuove strade all’estero e prende il volo. Veramente interessante è il capitolo riguardante lo studio della storia di alcune coppie selezionate in modo da coprire le principali tipologie di relazione che si concludono in maniera più o meno traumatica. Ben fatto è lo schema delle fasi, tutte descritte sapientemente, che portano alla fine della relazione. Utili sono i semplici esercizi per superare bene e al più presto il trauma della separazione e l'appendice "diagnostica" dove è possibile verificare se la propria relazione è in una fase critica. Una crisi di coppia può essere l'occasione per cambiare la tua vita, per rinascere. Ogni crisi serve proprio a questo. Dobbiamo imparare a viverla come un cambiamento positivo, un’opportunità da saper cogliere per migliorare la nostra vita verso nuovi orizzonti. Le storie d’amore possono finire. Poco male quando la cosa succede da entrambe le parti e ci si lascia di comune accordo. Quando invece si è lasciati, allora non è più un semplice dolore: l’angoscia di essere abbandonati può divenire una vera malattia, una frattura che spezza la vita in due (prima e dopo l’abbandono), lasciando svuotati e confusi.
Anche biochimicamente le cose cambiano nell’organismo: durante l’innamoramento si ha un aumento della produzione di endorfine e di feniletilamina (con conseguente senso di benessere, euforia, vitalità e desiderio sessuale); quando la relazione finisce, per contro, si ha un crollo dei livelli di queste sostanze (con conseguente ansia, apatia, senso di frustrazione, irritabilità).
Terminiamo questo capitolo, cercando di fornire al lettore qualche suggerimento per meglio reagire alla fine di una relazione amorosa e per arginare il dolore che ne consegue:

  • Concedersi un giusto "periodo di lutto " (E’ naturale che ci vuole un tempo adeguato per poter elaborare l’infelicità e la fine di una relazione).
  • Farsene una ragione (trovare una spiegazione, provare a capire, e apprendere dall’esperienza della perdita).
  • Sviluppare il proprio spirito d’iniziativa, affrontare la situazione con coraggio, piuttosto che lasciarsi andare alle nostre paure ed insicurezze, autodistruggersi.
  • Fare nuove conoscenze: Iscriversi ad un club sportivo, frequentare un corso di arti creative o di cucina. L’importante è non chiudersi in se stessi, non isolarsi.
  • Adottare la filosofia (dell’antica Cina) "può essere una disgrazia, o può essere una fortuna ". Forse non era davvero la persona giusta per noi, forse possiamo aspirare a meglio. Crediamo nelle nostre capacità di amare ancora e di essere amati.
  • Viversi il tempo come un nostro alleato per cicatrizzare la ferita. Si dice che tutto passa e tutto arriva. Il tempo fa miracoli.
  • Approfittare del nostro tempo libero per fare quel famoso viaggio che abbiamo sempre desiderato. Non c’è momento migliore per distrarsi.
  • Investire su se stessi; portare a termine un corso di studi, impegnarsi in un nuovo progetto, imparare una nuova lingua straniera.
  • Far leva sulle forze residue per prendere in mano la situazione, accettando l’evento traumatico come una sfida, verso ulteriori traguardi possibili, poiché "la vita continua", è meravigliosa ed è l’unica che abbiamo. Non sprechiamola a piangere e a stare male per qualcuno che non ci merita!












domenica 5 gennaio 2014

Il Cantico dei cantici: amore terreno e amore divino


di Marina della Ragione


"Non c'è nulla di più bello del Cantico dei Cantici": queste parole sono pronunziate da uno dei personaggi dell' Uomo senza qualità, il capolavoro di Robert Musil, lo scrittore austriaco morto nel 1942, grande testimone della crisi europea del Novecento. Esse esprimono l'ammirazione incondizionata che ha goduto questo libretto biblico di sole 1250 parole ebraiche. Un poemetto che ha meritato appunto il titolo di Shir hasshirim, "Cantico dei Cantici", un modo semitico per esprimere il superlativo: il "Cantico" per eccellenza, il "canto sublime" dell'amore e della vita. 
Il massimo teologo protestante del Novecento, Karl Barth, non aveva esitato a definire questo scritto «la Magna Charta dell'umanità». Eppure questa "charta" del nostro essere uomini capaci di amare, di godere ma anche di soffrire, non è sempre stata letta in modo uniforme perché le sue sfaccettature sono molteplici e variegate come quelle di una pietra preziosa. Sembra aver ragione un antico rabbino, Saadia ben Joseph (882-942), il quale comparava il Cantico a una serratura di cui si è persa la chiave: per aprirla si devono moltiplicare i tentativi. 
La chiave indispensabile per schiudere questo scrigno è però, come spesso accade, la più immediata. Per comprendere il senso fondamentale di questo libro, in cui Dio parla il linguaggio degli innamorati, è necessario usare la chiave delle sue parole poetiche, cioè di quello che un tempo si era soliti definire il "senso letterale". Infatti l'opera raccoglie il gioioso dialogo di due persone che si amano, che si chiamano per trentun volte dodî, "amato mio", un vezzeggiativo molto simile a quei nomignoli che gli innamorati si coniano segretamente per interpellarsi. Nel Cantico la donna e l'uomo trovano tutta la freschezza e l'intensità di una relazione che essi stessi stanno vivendo e sperimentando attraverso l'eterno miracolo dell' amore. 
È una relazione intima e personale, costruita sui pronomi personali e sui possessivi di prima e seconda persona: mio/tuo, io/tu, noi/nostro. La sigla spirituale e "musicale" del Cantico è in quella folgorante esclamazione della donna: «dodî lî wa'anî lô», "il mio amato è mio e io sono sua" (2,16). Esclamazione reiterata e variata in 6,3: «'anî ledodî wedodî li», "io sono del mio amato e il mio amato è mio". È la formula della pura reciprocità, della mutua appartenenza, della donazione vicendevole e senza riserve. 
Questa perfetta intimità passa attraverso tre gradi. Conosce la sessualità che è «molto buona/bella», come si dice nella Genesi (1,31), cioè creata da Dio e adatta all'uomo. Ma la sessualità da sola è cieca, fisica, animale. L'uomo può salire a un grado superiore intuendo nel sesso l'eros, cioè il fascino della bellezza, l'estetica del corpo, l'armonia della creatura. Ma con l'eros i due esseri restano ancora un po' "oggetto", esterni l'uno all'altro. È solo con la terza tappa, quella dell'amore, che scatta la comunione umana piena che illumina e trasfigura sessualità ed eros. E sono soltanto la donna e l'uomo fra tutti gli esseri viventi che possono percorrere tutte queste tappe giungendo alla perfezione dell'intimità, del dialogo, della donazione d'amore totale. 





Il Cantico è, quindi, prima di tutto la celebrazione dell'amore umano e del matrimonio. In questo amore, però, il poeta biblico intravede quasi un seme dell'amore eterno e perfetto con cui Dio ama la sua creatura. Non dimentichiamo, infatti, che già il profeta Osea nell'VIII secolo a.C. aveva usato la sua drammatica esperienza matrimoniale e familiare come se fosse una parabola dell'amore di Dio per il suo popolo, Israele (Os 1-3). 
Il punto di partenza è, comunque, l'amore umano, che conosce anche l'assenza, la paura, il silenzio, la solitudine. Ci sono nel Cantico due scene notturne (3,1-5 e 5,2-6,3) piene di tensione, in cui l'uomo e la sua donna sono lontani e si cercano disperatamente senza ritrovarsi. L'apice del poema biblico è però in 8,6, ove si mettono in tensione dialettica amore e morte: «Potente come la morte è amore, / inesorabile come gli inferi la passione: / le sue scintille sono scintille ardenti, / una fiamma del Signore» (curiosamente è l'unico verso del Cantico in cui risuoni il nome divino Jah/Jhwh). In quel duello estremo il poeta sacro è certo che l'amore debba prevalere, come Dio è vincitore della morte e del male. Nell'interno dell'amore umano - e non prescindendo da esso, come si è fatto invece nella cosiddetta lettura "allegorica" che ha ridotto il Cantico a una larva spiritualeggiante - dobbiamo cogliere un segno ulteriore, quello dell'amore di Dio per la sua creatura. 
Nel Cantico c'è l'amore primaverile, presente non solo nella coppia bella di due giovani ma, potremmo dire, anche nell'immutata tenerezza di una coppia anziana ancora innamorata, seduta sulla panchina di un parco cittadino davanti ai giochi liberi e festosi dei bambini. Un primato è assegnato soprattutto alla femminilità perché nel Cantico la donna è più protagonista dell'uomo, nonostante il sedimentato maschilismo dell'Oriente da cui l'opera proviene. Un testo destinato a liquidare tutte le ipocrisie perché l'occhio del credente è puro e vede con passione lo splendore della natura, del corpo e dei sentimenti. 
Significativa per il nostro tema è, a questo proposito, l'attenzione riservata al volto dei due innamorati. Certo, tutto il corpo - inteso come segno di comunicazione - è coinvolto nel poema: ci sono le braccia, la mano e le dita, il cuore, il seno, il ventre, i fianchi, l'ombelico, le gambe, i piedi, le carezze, la pelle scura. Ma centrale è il volto, descritto in tutti i suoi tratti: dal capo al collo, dalle guance agli occhi, dalla bocca alle labbra, dal palato ai denti, dai capelli fino ai riccioli. 
Il Cantico è poi, un inno continuo alla gioia di vivere: «Quando il cielo è spento è dalle nuvole / -scriveva Paul Claudel, poeta francese- la superficie del lago è piatta e metallica;/quando brilla il sole / essa si trasforma in uno specchio mirabile / dalle tinte del cielo e della terra. / Così è della vita dell’uomo quando s’accende d’amore: / il panorama è sempre lo stesso, / il lavoro sempre monotono o alienante, / le città anonime o fredde, / i giorni identici l’uno all’altro; / eppure l’amore tutto trasfigura ed allora si ama tutto / e tutto si vede con occhi diversi», perché l’uomo sa che alla sera incontrerà la sua donna. Così, l’uomo credente sa che alla sera incontrerà il suo Signore.
Attribuito simbolicamente a Salomone, il padre della poesia sapienziale di Israele e il sovrano dello splendore e della gloria di Gerusalemme, il Cantico probabilmente è stato redatto in epoca molto posteriore, dopo l’esilio babilonese, cioè dopo il VI-V secolo a.C., anzi, forse nel IV secolo a.C. Difficile è definire le coordinate cronologiche precise perché accanto a vocaboli e a espressioni recenti, si incontrano termini arcaici in un meraviglioso impasto di colori e di tonalità. Il Cantico è uno scritto "mobile", che non si lascia ridurre o comprimere in uno stampo freddo e fisso. 
La lettura di questi 117 versetti diventa come il viaggio in un giardino pieno di simboli, un vero e proprio alfabeto colorato dell'amore. Come si diceva, passa attraverso il corpo dell'uomo e della donna esplorato in tutti i suoi dettagli e nel suo linguaggio che rivela i misteri interiori della persona umana. Passa attraverso il cosmo in una galassia di immagini primaverili, di alberi, di acque, di sole, di animali, di profumi, di fiori. Passa attraverso la società del Vicino Oriente coi suoi segreti, coi suoi usi e costumi, coi suoi splendori e le sue miserie, le sue città festanti di giorno e silenziose e ostili di notte. 
Simile a quelle musiche orientali che sembrano una spirale sonora che si perde nei cieli, il Cantico non segue una trama rigorosa ma si affida a una sequenza di quadri che spesso riprendono in crescendo scene precedenti. Talvolta, nella costruzione di questi quadri, il poeta usa sottilmente e liberamente materiali della poesia d'amore dell'Antico Oriente. 
Nella Bibbia il testo che maggiormente fa risplendere la meraviglia dell'amore umano e il valore di segno teologico rimane il Cantico. Dio infatti, come insegna la Prima lettera di san Giovanni, è amore. Un antico testo giudaico commentava così il viaggio di Israele nel deserto del Sinai: «Il Signore venne dal Sinai per accogliere Israele come un fidanzato va incontro alla sua fidanzata, come uno sposo abbraccia la sua sposa». 
Tutti gli innamorati dovrebbero, dunque, aprire questo libro alle soglie del loro grande giorno. Dovrebbero riprenderlo tra le mani quando, come la sposa del Cantico, sentono lontano il loro compagno e quando sperimentano l'amore umiliato e vedono la sua luce oscurata. Il Cantico deve accompagnare gli sposi credenti (ma anche coloro che non credono e hanno avuto la grande grazia di amare) nelle tappe oscure e serene, nel riso e nelle lacrime di quella stupenda vicenda che è l'amore. Ma il Cantico è nella sua meta terminale la figura suprema dell'amore tra Dio e la sua creatura, per cui esso diventa un testo capitale anche per tutti i credenti. Perciò aveva ragione il grande scrittore cristiano del III secolo Origene di Alessandria d'Egitto, quando scriveva: «Beato chi comprende e canta i cantici delle Sacre Scritture / Ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei Cantici!».