lunedì 2 aprile 2012

La costante ricerca della bellezza

25/9/2010


Dedicata con affetto a tutte le donne over size

Per millenni la bellezza femminile ha fatto rima con l’opulenza, nessuna donna era appetibile se non fosse dotata di una quantità di adipe più che cospicua.
I fianchi larghi garantivano un parto più facile e poiché nel nostro codice genetico è impresso l’imperativo categorico della riproduzione, l’istinto del maschio faceva sì che per l’accoppiamento erano ricercate unicamente donne dai glutei prominenti e dai seni prosperosi, che davano la sicurezza di un efficace allattamento. 
Nel Rinascimento l’ideale della donna ipercolesterolemica dai fianchi debordanti e dall’addome batraciano è stato immortalato dal virtuoso pennello dei più grandi pittori da Giorgione(fig. 1) a Tiziano(fig. 2). Ed anche nel Novecento vi sono stati cantori dell’esuberanza corporea muliebre da Tamara de Lempicka(fig. 3) a Botero(fig. 4), ossessionato dal pingue e dall’adipe soprannumerario.

Poi all’improvviso, in preda ad un impeto penitenziale, è scattata una moda aberrante  basata sul disprezzo delle curve e sull’esaltazione dell’anoressia, sul trionfo della magrezza e sull’obbligo sociale della taglia 46. Il grasso superfluo diventa un demonio da esorcizzare attraverso una guerra ai carboidrati, una fatwa scriteriata scagliata verso pizza e spaghetti, un inno al sushi ed alle insalate scondite. Una vera e propria patologia che fa più vittime dell’obesità e che, nel penalizzare gli innocenti peccati di gola, induce a ben più severe trasgressioni dall’alcol alle droghe.
Le donne over size sono la maggioranza e non è giusto che vengano trascurate dagli uomini, che sembrano non avere occhi che per le snelle.

Tutte le signore e signorine in sovrappeso non devono dichiararsi vinte e devono intonare una preghiera laica al genio di Botero, il quale, ha immortalato sulla tela personaggi femminili, in cui i grandi volumi trionfano indisturbati, come nella celebre tela(fig. 4) che raffigura un’immensa bambinona nella sua innocente nudità, a mo’ di Venere dallo sguardo invitante. Ella si acciambella, stringendo pudicamente le gambe e creando intorno a se una nicchia dove un compagno di avventura è invitato come amante, ad accarezzare le sue forme generose di  divinità dell’opulenza e nello stesso tempo di brava ragazza. Niente di più moderno di questo epicureismo alleggerito da ogni totem e tabù vittoriano. Niente di meno contemporaneo, niente di più fedele alla Venere allo specchio di Velazquez o alla Maja desnuda di Goya, di questi ripetuti inni all’innocenza della voluttà. Ciò che conta veramente è poter gioire dell’essere in vita con buona salute ed opulenta complessione, mentre il seno della fanciulla deborda senza limiti e senza ritegno straripando nelle pieghe di un infinito adipe e sembra voler abbracciare tutta l’umanità per chiedere affetto e comprensione.

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