sabato 17 marzo 2012

Un capolavoro ritrovato

8/5/2007

La storia dell’arte procede grazie all’occhio dell’esperto, ma soprattutto in virtù della scoperta di nuovi documenti, l’unico mezzo, se correttamente interpretato, in grado di fornire la certezza di un’attribuzione.
La vicenda di cui tratteremo si basa proprio su di una fede di credito rintracciata nell’Archivio storico del Banco di Napoli da un infaticabile “segugio”: Vincenzo Rizzo, da trent’anni impegnato, con passione certosina, a portare alla luce  incessantemente testimonianze del nostro glorioso passato, da quel mare pescosissimo ed ancora in gran parte inesplorato, costituito dai documenti di pagamento degli antichi Banchi napoletani attivi dai primi del Cinquecento.
Nella chiesa del Gesù Nuovo, nel Cappellone di Sant’Ignazio, si trova uno splendido quadro di grandi dimensioni, rappresentante una “Santissima Trinità e Santi”, che nel corso dei secoli è passato attraverso le più altisonanti quanto fantasiose attribuzioni, dal Guercino a Battistello Caracciolo per finire ad Agostino Beltrano, il quale, in particolare, non poteva essere l’autore del dipinto per lampanti motivi iconografici e anagrafici…
Infatti, come segnalatoci gentilmente da padre Iappelli, un erudito gesuita che ha dedicato la vita a studiare i tesori della chiesa, nella tela in basso a sinistra sono rappresentati, in ordine di canonizzazione, i principali santi gesuiti, l’ultimo dei quali salito alla gloria degli altari nel 1617, mentre mancano quelli , anche se importanti, degli anni successivi.

Il nostro Beltrano, nato nel 1607, aveva all’epoca poco più di 10 anni!
Pittori dallo stile diversissimo, a dimostrazione che quando l’attribuzione si basa unicamente sull’occhio del conoscitore la cantonata è più possibile che probabile. E gli esperti che si sono cimentati nel cercare di dare una paternità allo splendido dipinto sono tra i più autorevoli, dal Galante, erudito ottocentesco, autore di una famosa ed insuperata” Napoli Sacra” agli autori della moderna guida della chiesa, fino al sovrintendente in persona, uno studioso dalla cultura indiscussa e dall’occhio poco meno che infallibile.
Sfogliando viceversa il Giornale copia polizze del Banco dello Spirito Santo al giorno 18 maggio 1617, come ha fatto diligentemente il Rizzo, guidato dal suo  straordinario fiuto, unica bussola che lo guida nelle sue quotidiane ricerche tra milioni di documenti accumulati con un ordine disordine che solo in pochi sanno dominare, si sarebbe giunti a conoscere finalmente il nome del misterioso autore: Giovanni Bernardino Azzolino.
“nel quale si poneranno tutti i Santi che si averanno da dipingere….quadro di ogni perfezione e squisitezza il quale sarà di altezza di palmi 14 e di larghezza di palmi 9…. di ponerci colori molto fini non solo nei vestimenti ma anche nell’aria aurea…”
Così recita la ritrovata fede di credito.
Azzolino chi era costui? Un pittore più famoso per essere stato il genero del grande Ribera, del quale sposò per interesse una delle   figlie, piuttosto che l’onesto artista attivo per oltre 50 anni nel difficile mercato napoletano, suggestionato dalla nuova moda naturalista importata dal Caravaggio.
Nella chiesa del Gesù, a conferma dei suoi rapporti di committenza con l’ordine religioso,  sono conservate altre sue tele, tra cui il suo indiscusso capolavoro:”Madonna col Bambino e Santi Martiri” nella Cappella Muscettola, la prima entrando a sinistra.
Azzolino era uno specialista di pittura sacra ed era molto ambito da una clientela pia e devota, che amava circondarsi di immagini rassicuranti. Le sue tele trasudavano di una religiosità seria e meditativa di intonazione familiare, mentre egli  era dotato di una notevole capacità pittorica nel rendere palpabile la materia dei panni e sottomessi i volti dei suoi personaggi.
Il De Dominici, il grande biografo settecentesco a cui siamo debitori della conoscenza di gran parte della nostra storia artistica, fu talmente suggestionato dall’aura caritatevole che emanava prepotentemente dalle sue opere da creare, con la sua fertile e travolgente fantasia, la leggenda che l’artista dipingesse l’immagine della Madonna stando in ginocchio e solo dopo essersi confessato e comunicato. Sparse inoltre la voce della sua scelta di verginità, anche se noi oggi sappiamo, sempre grazie a documenti, che ebbe 15 figli…
Uno splendido quadro ha ritrovato dopo secoli il suo autore e ci aspetta per essere ammirato nella centralissima chiesa del Gesù, una occasione da non perdere per ritornare a visitare un tempio caro a fedeli ed appassionati d’arte, stracolmo di tesori a tal punto da far esclamare ad una austera nobildonna parigina, impegnata nel suo Grand Tour, di non aver mai visto cosa più  bella ed animata da un irrefrenabile”horror vacui”.
E, trovandoci nella chiesa del Gesù, vorrei segnalare un’altra mia scoperta: il ritrovamento, sul mercato antiquariale romano, proveniente dalla collezione del principe Ruspoli, di un prezioso ed originale bozzetto di Luca Giordano, rappresentante “ Il trionfo di Giuditta”.
Dalle fonti(Celano, Sarnelli, De Dominici) sappiamo che il divino Luca sviluppò due volte il tema della Giuditta trionfante e della seconda stesura sono noti alla critica due modelletti preparatori, uno conservato nel museo di Saint Louis e l’altro al Bowes museum di Barnard Castle.
Una prima volta, tra il 1684 ed il 1687, nella cupoletta antistante la cappella Merlino, oggi più nota come cappella della Visitazione, ed infine, nel 1704, nella scodella centrale della cappella del Tesoro  nella Certosa di San Martino, un tripudio di luce e colori, vero e proprio testamento spirituale del grande artista, sul quale mediteranno a lungo generazioni di pittori.
Purtroppo l’affresco della chiesa del Gesù Nuovo avrà vita breve; completato nel 1687, verrà distrutto dal rovinoso terremoto dell’anno successivo, assieme alla spettacolare cupola centrale, capolavoro ineguagliabile  del Lanfranco. Si salveranno i peducci della volta ancora presenti con colori perfettamente conservati.
L’esame del bozzetto, miracolosamente ricomparso dopo secoli all’attenzione degli studiosi, mette in risalto una raffinata pittura di tocco, caratteristica della fase matura dell’attività giordanesca, quando, accanto ad una tavolozza chiara, il maestro adotta anche una maniera scura, rielaborando in chiave drammatica il tenebrismo cupo e solenne di Mattia Preti.
La composizione presenta toni lividi alternati ad improvvise accensioni luministiche, che danno luogo ad un’immagine pervasa dalla drammaticità e dal pathos. La tavolozza impostata sui toni più bruni del marrone dà l’impressione del monocromo.
I personaggi sono appena delineati con una pennellata tanto fluida  quanto veloce e sono rappresentati di scorcio, permettendo così alla Giuditta di giganteggiare al centro della scena, nella ostentazione orgogliosa della testa di Oloferne appena recisa.
Sono due anime, una chiara e l’altra tenebrosa, che si alternano nella tavolozza del pittore, quando realizza a distanza di vent’anni i due affreschi, a conferma dello stile eclettico e multiforme del sommo artista

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