sabato 31 marzo 2012

Dipinti settecenteschi di Giacomo Del Po nelle chiese napoletane

24/2/2010

Agli inizi del secolo il pittore è impegnato nella decorazione delle due pareti ai lati dello scalone di accesso del convento di San Gregorio Armeno(fig. 1), che risultano completati entro il 1704. Gli affreschi, come ha messo in luce un recente restauro, sono eseguiti con grande rapidità di esecuzione e si sviluppano attraverso due finti colonnati simmetrici con spirali di foglie, alternati ad aperture finte e reali e, attraverso vetrate illusionistiche, prospettive di volte ed immagini di animali(fig. 2 ) su davanzali. Infine sul portale domina l’affresco realizzato a monocromo raffigurante San Benedetto in gloria nel suo medaglione(fig. 3) con ai lati due angeli che reggono la mitra ed il pastorale, mentre due putti(fig. 4 – 5) in basso recano festoni di fiori.




In San Pietro a Maiella, nella seconda cappella sulla navata destra, già Spinelli,  è conservata un’Assunta(fig. 6 ), firmata, databile intorno al 1705, della quale Ortolani segnala un bozzetto nella Galleria dell’Accademia di Vienna e Rabiner un altro  in collezione privata a New York. 

Nel 1706 il Del Po eseguì per la cappella dell’Addolorata nella chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori, su incarico della duchessa di Maddaloni Nicoletta Colonna, le due famose tele dell’Andata al Calvario(fig. 7 ) e della Pietà(fig. 8), ritenute a lungo seicentesche, per il marcato contrasto delle ombre che sembrano risucchiare le figure e per gli improvvisi sbattimenti di luce sulle forme nodose, rese incandescenti, fino al reperimento dei documenti da parte del Ruotolo.


Le due composizioni furono esposte alla Mostra Civiltà del ‘700 ed in seguito, pur se collocate cronologicamente fuori del secolo, anche a Civiltà del Seicento, per i ”toni foschi e bituminosi squarciati da improvvise incandescenze luministiche e per rapidi colpi di pennello”(Spinosa) evocanti i modi tenebrosi e barocchi del Preti napoletano.
Anche la spietata resa realistica dei carnefici, nella loro brillantezza cromatica, suggestionata da coevi esempi del barocco genovese, si sarebbe in seguito sviluppata nello stile del pittore in chiave dichiaratamente rococò.
Si tratta di due quadri da porre all’apice della sua produzione, nelle quali la carne si risolve in grumi di materia pietrosa sul volto degli scherani col vigore di un naturalista di razza, con la luce che riscalda la tavolozza e permea la materia, traendo dall’oscurità riverberi e lampeggiamenti spettacolari.
Entro il 1707 Del Po decorò  completamente, ad eccezione del soffitto, la Cappella Palatina in Palazzo Reale. Una impresa di notevoli proporzioni, sulla quale  purtroppo ha infierito il tempo ed un maldestro restauro eseguito nel 1829 dal Di Criscito. Sono oggi visibili parzialmente, nei riquadri tra le finestre, Episodi dell’Antico Testamento, letteralmente stravolti dall’invasiva ridipintura ottocentesca.
Documentiamo con una serie di foto inedite alcuni riquadri nei quali è arduo riconoscere il pennello che noi ben conosciamo: una Danza delle vergini in onore di Jefte(fig. 9) ed una Giuditta con la testa di Oloferne(fig. 10).


L’attività del Del Po in Santa Teresa degli Studi è precisata, sia dalla data(1708) alla base della grossa tela posta sul lato sinistro della crociera raffigurante San Domenico di Gesù nella battaglia di Praga, sia per un documento finale di pagamento del settembre 1710. Il pittore, oltre alla tela citata e ad un Riposo nella fuga in Egitto, eseguì poi, in tre momenti diversi, delle decorazioni a fresco monocrome, degli Angeli e delle Virtù(fig. 11 – 12): nel 1708 quelle attorno alle due tele principali, nel 1715 l’Angelo che suona la tromba che sovrasta il busto di Carlo VI d’Asburgo, scolpito da Giacomo Colombo sotto la direzione del pittore e nel 1725 l’Angelo con la tromba che incombe sul busto del generale Carlo Filippo Spinelli.
Le due composizioni sono tra le più celebri dell’artista, eseguite con colori brillanti di frizzante rococò, con prelievi dal barocco genovese, armoniosamente amalgamati alla lezione luministica del Preti ed al guizzante pittoricismo del Giordano.


Il Riposo nella fuga in Egitto(fig. 13), firmato, è ambientato in un tranquillo paesaggio lungo il corso del Nilo, mentre il San Domenico di Gesù Maria(fig. 14), firmato e datato, rappresenta questo sconosciuto frate carmelitano, le cui reliquie erano conservate nella chiesa, mentre, brandendo un crocifisso, incoraggia le truppe cristiane a combattere contro i protestanti nella battaglia di Praga. 


Nella foga della battaglia visioni celesti  protettive si combinano con apparizioni di baldi cavalieri che scagliano frecce, nel mentre un groviglio di membra  si intrecciano frenetiche tra cielo e terra.
Di questa tela esiste uno spettacolare bozzetto(fig. 15), che fu presentato nel corso della mostra Sulle ali dell’aquila imperiale, tenutasi a Napoli nel 1994.

I dipinti nella Cattedrale di Sorrento, a lungo collocati dalla critica in un fase avanzata della produzione dell’artista intorno al 1722, sulla base di una visita pastorale effettuata tra il 1725 ed il 1726, sono stati retrodatati dal Rabiner ad un periodo precedente, entro il 1709, per le cogenti similitudini con l’Assunta della chiesa di San Pietro a Maiella.
Le opere comprendono la grande Assunzione della Vergine(fig. 16), posta nel soffitto del transetto, assieme ad altre due tele raffiguranti l’Apostolo Filippo e l’Apostolo Giacomo(fig. 17).
Il famoso quadro pone la Vergine al di sotto della Trinità, attorniata da una schiera di angeli, in un tripudio di luce che ne esalta la dolcezza del volto in una fantasmagorica dilatazione dello spazio, che avviluppa le figure animate da un vivo dinamismo.


Nei due tondi con gli apostoli”si conferma l’equilibrio tra pittoricismo e una qualche esigenza di solennità. Immersa e sfatta la materia cromatica nella luce, travalicata la soglia del disegno… è la componente espressiva a prevalere in queste effigi di apostoli, vuoi nei volti in estasi vuoi nelle mani oranti, dentro i loro cerchi armonici e conchiusi, isole a sé stanti nella maglia di addobbi nel soffitto”(Russo).
Un documento del 1712 si riferisce agli affreschi eseguiti dal Del Po nell’arcone di fondo della sacrestia di San Domenico, dove tra eleganti e sinuose figure di angeli sono incastonati i ritratti di Giovandomenico e Giacomo Milano. Il pagamento va integrato con le notizie presenti nelle iscrizioni relative ai due nobili, nelle quali sono indicate le due date di morte 1693 e 1713.
Gli affreschi attualmente versano in precario stato di conservazione, a seguito delle efflorescenze saline trasudate dalle pareti umide, ma evidenziano l’interesse marcato del pittore verso gli esiti della coeva tradizione decorativa genovese attraverso l’uso di soluzioni rischiarate dalla pennellata sottile e preziosa.
Esiste un disegno preparatorio che venne esposto a Civiltà del Settecento.
Il Del Po si ispira alla maniera degli scultori settecenteschi, coniugando sapientemente angeli correggeschi e virtù allegoriche imitanti esemplari in marmo e bronzo e  creando nello stesso tempo apprezzabili effetti illusionistici, senza ripetersi altre volte, a quel che sappiamo, nel settore del ritratto celebrativo.
Solenne ed ampolloso sotto una ingombrante parrucca l’effige del padre (fig. 18)si richiama ai coevi esempi del Solimena, mentre il figlio(fig. 19) dal volto, tra orgoglio e dignità, sembra guardare nel vuoto per l’approssimativa definizione degli occhi. 



In Santa Maria di Betlemme, collocata sull’altare destro vi è una Madonna del Rosario e santi (fig. 1), già attribuita dal Galante al Giordano e sotto la quale, fino ad un restauro eseguito nel 1960, si poteva leggere la firma del Del Po, al quale rimanda la qualità del dipinto, collocabile al periodo 1614 - 1617 per stringenti affinità verso le tele in Santa Caterina a Formiello.

La composizione compiutamente classicista risente dell’esempio del Solimena ed è collocata entro una cornice con quindici ovali eseguita da Domenico Antonio Vaccaro raffigurante episodi della vita di Cristo e della Madonna.
Le due opere sono state trafugate nel 1998, ad eccezione di 5 dei 15 rametti in mostra a Ritorno al Barocco.
Ricordiamo ora due dipinti, senza poterli riprodurre, né tanto meno collocarli cronologicamente, da tempo in deposito per motivi precauzionali dalle chiese ove erano conservati.
Il primo è un San Gaetano, meglio definibile come la Vergine e San Gaetano, firmata” Giacomo del Po f.”, menzionata dallo Strazzullo nella chiesa di S. Maria della Misericordia detta Misericordiella.
Il secondo è un San Michele Arcangelo, dipinto a monocromo nella Arciconfraternita dei Bianchi, sita nella chiesa  di San Severo, firmato “Fra Benedetto Santoro” uno pseudonimo che compare anche sotto altre tele attribuibili a Fracanzano ed al Giordano, probabilmente un frate restauratore vanitoso.

Per la chiesa di San Pietro Martire il Del Po esegue nel 1716 la pala d’altare per la  cappella di San Giuseppe ed un piccolo quadro con puttini e simboli della Passione, entrambi perduti,  mentre per la Madonna del Rosario (fig. 2) per la cappella eponima, la sesta a destra, vi è un saldo del 1718, riferito anche ai 15 quadretti in rame dedicati ai misteri (figg. 3 - 4) tra le sue più fluide e brillanti creazioni.


La tela è realizzata con una preziosità di colore rischiarato e con eleganza formale e compostezza compositiva,  con un felice accordo di eleganze tardo barocche e rococò  di ascendenza genovese alla monumentalità della composizione, raggiungendo “ un altissimo livello di finezza pittorica, anche per il persistere di suggestioni gaullesche, senza scivolare mai nel conformismo accademizzante di altri minori al seguito del Solimena, ormai su posizioni sempre più orientate in senso purista” (Spinosa).
Nella cappella di S. Caterina della chiesa omonima a Formiello, il pittore realizza una visione unitaria di perfetto stile rococò, nella volta affrescata e nelle tele predominano colori trasparenti e leggeri, tonalità violacee volgenti al malva, bianco azzurrini grigiastri, la figura della santa ha corpo esile e flessuoso su cui leggere cadono le vesti che si stilizzano in ritmi classicheggianti.
Nel  transetto sinistro, occupato dal cappellone di San Domenico, vi è la pala con San Domenico che vince gli Albigesi, firmata (fig. 5), che venne scoperta il 31 agosto 1717, mentre nella sesta cappella della navata sinistra, dedicata alla santa eponima, si possono osservare numerosi altri lavori precedenti di Giacomo, eseguiti entro il 25 novembre del 1714, a partire dalla Decollazione (fig. 6), posta sull’altare, al Rifiuto di sacrificare agli idoli a destra (figg. 7 - 8),  ed  alla Disputa con i savi a sinistra (fig. 9), tutte  tele eseguite con la consueta scioltezza e con una pennellata fluida ed evanescente.





I bozzetti per le due tele laterali (figg. 10 - 11), pubblicati da Shaw, sono conservati presso la Christ Church Library di Oxford, dove per le chiare assonanze con la pittura genovese, erano attribuiti a Valerio Castello.
Una particolare ricchezza cromatica si riscontra anche nell’affresco della volta con la Gloria della Santa (fig. 12), del quale si conserva un bozzetto in collezione De Giovanni (fig. 13) e negli altri alle pareti, gustosamente bizzarri e finemente decorativi (fig. 14).




L’intero ciclo decorativo si colloca in un momento maturo nel percorso dell’artista, quando si può riscontrare una maggiore attenzione alla resa delle plastica delle figure, in linea con quanto produceva negli stessi anni il Solimena, orientato verso soluzioni di meditata solennità compositiva, ma nello stesso tempo palpabili sono le influenze tardo barocche e neo pretiane.
Nelle tre grandi tele Giacomo raggiunge uno degli apici del suo stile, perché riesce mirabilmente a fondere fantasia e racconto.
Nel Santa Caterina che rifiuta gli idoli la martire raggiunge l’abbandono dell’estasi nella serena contemplazione della divinità, mentre sulla destra gli idoli, come uomini accasciati per terra, sono terrorizzati con le bocche spalancate e gli occhi in preda all’orrore.
Nel quadro ove la santa parla con Massenzio domina una tavolozza vaporosa, che si estrinseca con variazioni originali di tonalità del verde, del celeste e del rosa, da lasciare stupefatti. I contorni sembrano evanescenti, mentre il suo corpo vibra drammaticamente nei colori dai riflessi vividi e sfumati, accesi improvvisamente da bagliori abbacinanti.
Il dinamismo della scena si attenua nella Decollazione, quando si respira tangibilmente la rassegnazione ed il sacrificio. Pallida ed avvolta nel suo mantello sembra cadere sotto il fendente sguainato da un boia dal volto e gli abiti di un rossore pregnante.
Il pathos si spegne poi negli affreschi della volta e delle pareti che assumono una pacata dimensione decorativa, ispirata alle invenzioni illusionistiche adoperate a Roma dal Baciccio.
Nel San Domenico che sconfigge gli Albigesi si osserva un’ulteriore scioltezza nei colori con una luce ottenuta con piccoli tocchi di biacca, che attenuano il nero dell’abito del santo, trionfante sui nemici sconfitti, raffigurati al solito “come mascheroni di terrore che, verdognoli e spenti nel fondo, divengono in primo piano brani di azzurri, di rossi, di carni infuocate, il re guerriero è un fantoccio di cartapesta, i suoi cavalli pezzi da giostra e soltanto le mani, volte nella disperazione verso l’alto, si scarniscono sino all’osso nella consueta atmosfera bruciante e rarefatta (Picone).
Tra il 1717 ed il 1720 sono databili gli affreschi firmati da Giacomo Del Po nella cappella di San Gregorio nella chiesa dei Santi Apostoli, dove l’artista aveva già lavorato vari decenni prima.
Le evanescenti figure a monocromo sono improntate a soluzioni di prezioso e raffinato decorativismo rocaille e rappresentano Il giovane Troadio tentato da una donna mentre sta catechizzando e L’apparizione di San Gregorio al martire San Troadio (figg. 15 - 16 ).



Descritte con enfasi dal De Dominici:” rappresentano a manca S. Gregorio che dal cielo conforta il giovanello martire S. Troadio irriso e tormentato da’ carnefici; a destra S. Gregorio, che giovinetto catechizza i compagni, mentre una donna spudorata, messa dagli emuli suoi, viene a chiedergli il prezzo di turpe tresca che fingeva aver avuto con lui; il santo non curando la calunnia gettole del denaro per respingerla, e quella tosto fu invasa dal diavolo, e contorcendosi al suolo con lo strapparsi i capelli confesso la calunnia”.
Gli affreschi nella cupoletta sono guasti e ridipinti, fascinosi e ben conservati gli angeli nei peducci.
Le decorazioni sono realizzate con accordi cromatici raffinati. Lilla rosato e giallo arancio. Tinte bronzee per definire l’agonia di Troadio con una vis plastica cupa che rammenta la crudezza del Ribera.
Il San Gregorio “sembra una farfalla con le ali marezzate di un violaceo rosa che negli  scalini delle pieghe rotola appena un po’ di bianco e mentre catechizza i compagni la tensione drammatica è concentrata sul brano bellissimo della donna scarmigliata, che si risolve in affascinanti particolarissime sfumature dal verdino al lilla al bianco” (Picone).
Nella scelta dei soggetti sacri il pittore predilige, qui come in Santa Caterina a Formiello, quelli languorosi, intrisi da misteriose sfumature erotiche, di un piacere che macera le carni anelanti a congiungersi col divino.
Il Cristo nell’orto di Getsemani e la l’Adorazione dei pastori (figg. 17 - 18) sono collocabili nel secondo decennio, entro il 1719, data di inaugurazione della chiesa  di San Michele ad Anacapri, ove sono posti sulle pareti ai lati dell’altare maggiore.



Le due iconografie replicano il Cristo di Santa Maria dei Sette dolori e la Madonna del Riposo nella fuga in Egitto di Santa Teresa agli Studi, ma con delle tonalità più rischiarate e fredde, rese con una pennellata lieve e con le pieghe più libere e fluenti.
Dell’Adorazione è nota una replica autografa (fig. 19, di forma circolare nella collezione Aurenhammer a Vienna, dove fa pendant con una Presentazione al Tempio, anche essa autografa.

Foto di Dante Caporali

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