giovedì 22 marzo 2012

Storia dell’aborto dall’antichità ai nostri giorni

14/2/2008

Fino al 1978 in Italia vigeva una legislazione sull’aborto regolata dalle norme del codice Rocco, una triste eredità del fascismo, che prevedeva, a salvaguardia dell’integrità della stirpe, pesanti sanzioni penali per il medico e per la stessa donna che si sottoponesse alla interruzione della gravidanza.
Nessuna eccezione era prevista e questa normativa restrittiva accomunava l’Italia ai paesi più arretrati culturalmente del terzo mondo.
Dopo un parere parzialmente permissivo della Corte costituzionale emanato nel 1975, grazie alle vigorose provocatorie campagne portate avanti dai radicali, che organizzarono anche una struttura, il Cisa (Centro italiano sterilizzazione aborto), in cui le donne stesse intervenivano attivamente applicando il semplice metodo Karman, il Parlamento partorì faticosamente una legge, la 194 del 22 maggio 78, che regolava in maniera più moderna la spinosa e dibattuta materia. 
La legge ha radicalmente cambiato la normativa che regola in Italia l’interruzione della gravidanza (I.V.G), permettendo l’esecuzione della stessa nei primi novanta giorni di gestazione in una casistica molto ampia di casi, che vanno dalle indicazioni mediche a quelle sociali e psicologiche.
È una tra le leggi più liberali al mondo, che si basa esclusivamente sulla volontà della donna, con ben poche restrizioni, anche se è inficiata dalla nascita da un grave peccato originale: l’ipocrita compromesso tra forze di sinistra e cattolici, frutto dell’ambiguo clima politico dell’epoca. Nel 1981 due referendum abrogativi, uno sollecitato dall’area cattolica, la quale mirava a sradicare la legge abolendo completamente i risultati conquistati ed uno portato avanti dall’area radicale, che desiderava realizzare una piena depenalizzazione dell’aborto, furono portati all’attenzione del corpo elettorale che, con diverse percentuali li respinse entrambi.
La legge ha avuto sempre una parziale e difficoltosa applicazione soprattutto nel sud del paese, per gli ostruzionismi che larghe fette del potere hanno costantemente esercitato, dagli obiettori di coscienza, finti o veri che fossero, agli amministratori delle U.S.L. democristiani, agli assessori alla Sanità pilateschi che cercavano ogni cavillo per affossare la legge e solo la vigile attenzione esercitata dalle donne di ogni ceto sociale e di ogni area politica ha fatto sì che una applicazione della normativa, anche se stentata, non abbia mai subito interruzioni.
L’interruzione volontaria della gravidanza, regolata da una legge dello Stato trentennale, la famigerata 194 del 22 maggio 78, è  argomento che suscita sempre, per la delicatezza della materia trattata, accesi dibattiti ed ancor più accese polemiche; essa fu emanata sotto l’assillo di inderogabili scadenze e può essere interessante una breve carrellata di soli quaranta secoli per delineare in che maniera la società e le religioni hanno giudicato l’aborto procurato.
Anche nella più remota antichità l’aborto è stato praticato e di esso si hanno notizie in testi cinesi, assiro babilonesi ed egizi sin dal 2000 a.C., fino ai Veda, libri sacri indiani collocabili al V secolo a.C.
Nell’antica Grecia, patria del sapere e della saggezza, Ippocrate vietava al medico di interrompere la gravidanza, anche se nei suoi testi trattava in maniera esaustiva l’argomento, indicando i rari casi in cui si poteva agire.
Socrate considerava l’aborto una libera scelta della madre, Platone, nella “Repubblica” lo riteneva strumento di equilibrio demografico, mentre Aristotele non riconosceva personalità giuridica al feto prima del parto.
I Romani regolarono a lungo la materia attraverso la “Lex Cornelia”, fino a quando, in epoca augustea, per il rilassamento generale dei costumi si addivenne ad un aumento degli aborti procurati, che trovarono un argine soltanto con l’emanazione del diritto giustinianeo, il quale puniva l’aborto come delitto e riconosceva al nascituro la soggettività giuridica, sotto la spinta dell’affermazione del Cristianesimo che, divenuta religione di Stato dopo l’editto di Costantino del 313 d.C., fece assumere ad alcune pronunce canoniche la forza di legge.
Nell’ambito degli studiosi Tertulliano, vissuto tra il 160 ed il 250, fu il primo a porsi il problema dell’animazione del prodotto del concepimento che trovò poi con S. Agostino una risposta accettata dalla Chiesa per molti secoli; il grande pensatore riteneva che l’animazione avvenisse prima della nascita, anche se non precisava quando.
S. Alberto Magno, vissuto quasi mille anni dopo, affermava viceversa  che il maschio possedeva un’anima 40 giorni dopo il concepimento, mentre una femmina dopo 90.
S. Tommaso d’Aquino(1225-1274), sul cui pensiero si fonda la teologia e l’etica cristiana, sosteneva la tesi dell”animazione ritardata”, secondo la quale l’anima non poteva essere infusa al momento della fecondazione, perché la materia, il “corpo”, non è adeguatamente preparata a ricevere la forma, l”anima”, per cui si deduce che quest’ultima è infusa “dopo un certo tempo”.
In tempi recenti sul problema si è espresso Jacques Maritain, il più grande filosofo cattolico del nostro secolo, il quale, nel 1973, ben conoscendo le nuove frontiere della biologia, dopo la scoperta del DNA e del corredo cromosomico, ha ritenuto “un’assurdità filosofica” credere che al momento del concepimento ci sia l’anima spirituale.
La questione dell’animazione fu sancita definitivamente da Pio IX, il quale nel 1869 nella “Apostolicae sedis”, acclarò che, qualsiasi fosse il periodo di gestazione, il prodotto del concepimento possedeva un’anima.
In epoca post unitaria il codice Zanardelli, varato nel 1889, nel contemplare l’aborto, identificava la vita giuridica del feto con il primo atto respiratorio, mentre il regime fascista, nel 1927, aggravava le pene previste per l’aborto procurato, allo scopo di difendere il patrimonio demografico e l’integrità della stirpe; normativa repressiva accolta qualche anno dopo nel codice Rocco, il quale stabiliva che il feto divenisse persona al momento del parto.
All’estero emblematica fu la posizione dell’Unione Sovietica che, nell’interpretare il pensiero marxista, concesse prima l’aborto senza alcun limite, riconoscendo alla lavoratrice la più completa disponibilità del proprio corpo, salvo fare marcia indietro dopo soli 4 anni avviando una larga campagna contro l’ aborto.
Fino a quaranta anni fa in Italia il metodo più adoperato dalle donne per abortire consisteva nel famigerato laccio: una sonda introdotta da una mammana nell’interno dell’utero, spesso senza alcuna precauzione igienica, che provocava, tra contrazioni e dolori, l’espulsione dell’embrione, il più delle volte con copiose emorragie e con il frequente strascico di infezioni.
Le donne più ricche potevano ricorrere all’aiuto di un  medico che praticava un raschiamento della cavità uterina, un intervento traumatizzante, anche perché eseguito quasi costantemente senza poter contare sull’aiuto di un anestesista.
Poi anche in Italia, alla metà degli anni Settanta giunse il metodo Karman, una tecnica rivoluzionaria basata sull’aspirazione dell’embrione, ottenuta praticando il vuoto con una speciale siringa. Tale tecnica, per quanto semplicissima, ha impiegato decenni per essere apprezzata dai ginecologi, tanto che ancora oggi oltre la metà degli interventi eseguiti nelle strutture pubbliche viene realizzata con il classico raschiamento.
Negli ultimi anni il ricorso all’aborto è fortemente diminuito e le preoccupanti motivazioni demografiche che erano state uno dei motivi che avevano indotto il Parlamento ad approvare la legge 194 sono oggi venute meno.
L’Italia è divenuta infatti il paese che presenta il più basso indice di nascita per donna del pianeta, l’1,1, quando sarebbe necessario un valore superiore a 2 nascite per donna per rimpiazzare semplicemente la popolazione.
Questa situazione è simile in tutto l’Occidente, mentre è diametralmente opposta nelle nazioni del terzo mondo. Una variazione della situazione demografica, unita al mutato quadro politico che ha dato più volte fiato ai gruppi che si agitano per l’abolizione della legge 194 o per svuotarla di contenuto e operatività.
Il crollo della fertilità della nostra popolazione è fenomeno complesso e di esso molti parametri sfuggono ancora completamente all’indagine scientifica, ma deve anche far riflettere per le gravi implicazioni di ordine sociale che nel giro di uno o due generazioni saremo costretti ad affrontare.
Il panorama è da tempo radicalmente mutato perché da circa un ventennio una nuova scoperta ha rivoluzionato completamente l’orizzonte delle tecniche per indurre l’I.V.G., la possibilità di provocare l’aborto attraverso la somministrazione di sostanze farmacologiche che evitano il ricorso all’intervento chirurgico, una circostanza non prevista dalla legislazione vigente.
In Italia ogni tanto sommessamente si è discusso di autorizzare la vendita del farmaco, ma, come avvenne a suo tempo per la pillola contraccettiva, bisognerà attendere a lungo. Si prevede infatti ardua la battaglia per far sì che anche le donne italiane possano usufruire di una metodica in grado di sottrarle all’intervento chirurgico, all’annessa  ospedalizzazione per il  ricorso all’anestesia generale, all’impatto emozionale con persone e strutture potenzialmente indagatorie, circoscrivendo l’intervento del medico all’assistenza dei rari effetti collaterali ed a risolvere i pochi casi di aborto incompleto.
Anche il gravoso problema dell’obiezione di coscienza tra il personale medico e parasanitario, che assilla e paralizza tanti ospedali, sarebbe alleviato da tale metodica, perché è ipotizzabile che le donne possano da sole introdursi in vagina le candelette del farmaco e finalmente dell’aborto non dovrebbero più interessarsi legislatori e preti, medici ed assistenti sociali, facendo sì che questa scelta, difficile e quasi sempre dolorosa, riguardi unicamente la donna e la sua coscienza. 

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