giovedì 22 marzo 2012

Il fascino irresistibile del nudo femminile

23/2/2008


Il Novecento vede numerosi artisti, inclusi tutti i maggiori, alle prese con l’iconografia del nudo sdraiato, un tema vissuto da taluni come un’ossessione.
Il primo ad esprimersi sul crinale del secolo è Oscar Kokoschka, il quale con la sua produzione costituirà il germe della nuova ondata neo espressionistica e sarà punto di riferimento per tutti gli artisti della transavanguardia, che percepiranno la sua ombra inquietante. I suoi ritratti dai colori funerei  esprimono malessere e sofferenza interiore e nel primo decennio del Novecento imprimono un nuovo corso all’arte viennese, dominata fino ad allora dalla lezione di Klimt.
La sua Donna distesa (fig 47), eseguita nel 1900, fu dipinta avendo a modello una bambola a grandezza naturale, costruita su precise indicazioni dell’autore in modo che somigliasse il più possibile ad una donna. Kokoschka fu ossessionato a lungo da questa opera, per la quale approntò molteplici disegni preparatori e riuscì a trasferire all’inconsueta modella la compattezza, la plasticità e lo scintillio delle forme sode che trasmettono la loro insensibilità allo scorrere del tempo, moltiplicandone il fascino misterioso.
Ben più eccitante fu la modella che posò nello splendore della sua giovanile nudità per Giovanni Boldini, ferrarese, ma attivo a Parigi, il quale fu per oltre sessanta anni il fedele interprete, ora beffardo ora indulgente, di una società frivola e raffinata, che nelle sue opere sembra ancora vivere per la freschezza e  la straordinaria verosimiglianza dei suoi ritratti e ci appare spensierata, volubile e felice. La bellezza femminile fu per l’artista lo spunto per esprimere la sua ineguagliata capacità di sciolta e briosa penetrazione psicologica, con cui fissa il fascino delle sue dame avvolte in sete fruscianti, simbolo di un mondo vacuo ma scintillante di vita.
Boldini produsse una quantità impressionante di effigi indimenticabili, che decretarono il suo successo internazionale quale ritrattista della moderna nevrosi femminile del Novecento, della quale fu sottile indagatore, immortalando come nessun altro artista l’immaginario erotico femminile contemporaneo.


Donna nuda dalle calze scure (fig 48), di collezione privata romana, eseguito nel 1905, ci raffigura, sdraiata su un divano, una fanciulla dalle linee sinuose e scattanti e lo sguardo penetrante da consumata maliarda, che sembra compiacersi di essere ammirata in quella posa flessuosa di completa accondiscendenza. Il dipinto è realizzato con un taglio fotografico che lo rende modernissimo e nella ragazza possiamo riconoscere la marchesa Casati, immortalata dall’artista in celebri tele ove è elegantemente vestita e qui, giovanissima,  in versione nature.
Il volto felino e le dita affusolate dalle unghie affilate, pronte a graffiare, fanno trapelare il carattere combattivo della ragazza. I suoi sono i seni della furia: delicati, fragili, appuntiti, pronti a scattare, ma disponibili alla resa e chi saprà vincere la loro irruenza sarà lautamente premiato; potrà lisciare, vellutare, lucidare i seni più blandi, più morbidi, più mansueti e libare con ampie boccate al calumet della pace dei suoi capezzoli rosso rubino.
Henri Matisse per tutta la prima metà del Novecento domina con Picasso la scena artistica mondiale, divenendo il fiero testimone della luce e del colore e l’indiscusso cantore della felicità. Egli inizialmente tende a dare ordine all’esplosione del fauvisme esaltandone al massimo il cromatismo, ottenuto spesso attraverso il sapiente uso di colori complementari. Quindi la tavolozza si scioglie e, liquida e trasparente, dilaga per la tela. La sua cultura artistica, ampia e variegata, spaziò dai primitivi italiani alle stampe giapponesi, dalle icone bizantine all’arte musulmana.

La sua Donna blu, (fig 49) uno dei capolavori della pittura del Novecento, pur nella immobilità della sua posa tortuosa, esprime vita e ritmo, gioia di vivere ed energia ed  è rigorosamente scandita sul  tono dominante dell’azzurro, incarnando l’essenza universale del dinamismo e della quiete. La grande novità del dipinto risiede nella forza del colore, e nell’aver accentuato, fino all’enfasi, la spasmodica tensione del corpo, che sprigiona un’incredibile energia vitale.
Pierre Auguste Renoir è tra i più grandi artisti di tutti i tempi che farà sognare ad occhi aperti generazioni di osservatori incantati dalle sue realizzazioni, che trasmettono felicità ed ottimismo. I suoi grandi nudi femminili somigliano a ritratti di dee pagane dalle forme straripanti ed opulente. Egli sa leggere nell’animo delle donne che trasferisce sulla tela con i loro languori, i loro dolci capricci, la loro inquietante sensualità.
Negli ultimi anni della sua vita una grave forma di artrite immobilizzerà Renoir quasi del tutto, ma egli continuerà ad amare la vita e dipingerà fino alla fine, addirittura facendosi legare i pennelli alle dita oramai paralizzate o limitandosi a guidare le mani di un suo assistente nell’esecuzione delle opere. La vista di una fanciulla, giovane e soda, sembrava resuscitarlo. La moglie con pazienza e rassegnazione raccontava che egli sceglieva le domestiche in base alla loro pelle, che doveva assorbire bene la luce e negli ultimi anni, vecchio ed esausto, bastava la vista di un corpo nudo per dargli energia e fargli prendere di nuovo con rinnovata lena il pennello per immortalarlo sulla tela, come avvenuto per la placida signorina(fig 50) ritratta senza veli e conservata al museo d’Orsay.

Gustav Klimt, pittore austriaco, è il protagonista della Secessione austriaca, movimento che si proponeva la creazione di uno stile avulso dall’accademismo, coinvolgendo architetti e pittori. Vienna era in quegli anni una delle capitali del mondo, dove vivevano musicisti come Mahler e Schonberg, scrittori del livello di Musil ed intellettuali della tempra di Freud e Wittegenstein. Nell’aria si respirava la fine di un mondo, l’Impero austro ungarico, che aveva dominato a lungo e la coscienza di questa futura ed imminente apocalisse era il carattere distintivo della cultura decadentista di fine secolo.  Klimt con una precisione di disegno ed un’esecuzione sbalorditiva, derivata da una rivisitazione della grande tradizione rinascimentale, ci fornisce della Danae (fig 51) una rilettura impregnata da una calda sensualità e da un cromatismo acceso, imbevuto di colori preziosi e di fantastici ghirigori. Un rivoluzionario messaggio dell’artista, che nella estenuante ricerca di ritmi decorativi e di colori smaglianti, ha precorso la formazione delle correnti astrattiste.


Henri Rousseau non ebbe alcun successo in vita e solamente dopo la morte fu riconosciuto il suo genio innovativo e divenne un punto di riferimento importante per i contemporanei: i simbolisti riconobbero nella sua produzione la rappresentazione del valore quasi religioso della pittura in relazione alla musica, Picasso e Gauguin rimasero affascinati dal suo ritorno alle origini, mentre i surrealisti apprezzarono i processi di liberazione dell’inconscio.
Il Sogno (fig 53), realizzato nel 1910 e conservato al Metropolitan di New York, è l’ultimo dei suoi grandi dipinti aventi per soggetto la giungla ed in esso il Rousseau riversa un sentimento spontaneo di struggimento verso il mondo naturale. Il quadro presenta una giovane donna nuda, che sembra dominare con le sue splendide curve l’ambiente circostante. La lettura psicoanalitica dell’opera ha indotto alcuni studiosi ad identificare nella figura della donna la volontà dell’artista di rappresentare la propria parte femminile nella duplice essenza ferina ed angelica, noi, viceversa, siamo più propensi a vedere nello splendido corpo della fanciulla al cospetto del leone, re della foresta, la vittoria della bellezza sulle altre forze della natura. La donna addormentata sul canapè sogna di essere trasportata nella foresta, al suono ammaliante dello strumento dell’incantatore. La signora, mollemente adagiata risalta col suo incarnato sul fogliame fitto ingentilito da grossi fiori ed agili  rampicanti; una posa da salotto borghese trasferita in una foresta primordiale, un sogno, naturalmente, nel quale tutto è possibile ed impossibile allo stesso tempo, un universo onirico reso credibile attraverso l’uso di forme e colori primari. Il risultato è una scena nella quale tutto è semplice e immediato, ma nello stesso tempo misterioso ed ambiguo, intorno una fauna esotica, rischiarata dai raggi di una luna piena che fa capolino sulle fantasie e le ansie dei nostri tempi agitati.
Ernst Ludwig Kirchner, pittore tedesco attivo nei primi tumultuosi decenni del Novecento, si distinse tra gli espressionisti per la plastica essenzialità delle sue immagini e rappresentò la tragedia della solitudine umana entro il drammatico dinamismo del mondo contemporaneo.La sua passione fu il nudo femminile, spesso la solitudine squallida delle cortigiane. Come molti artisti contemporanei tedeschi fu toccato dalla tragedia del nazismo, che ordinò la distruzione di gran parte della sua produzione.


Il suo Nudo allo specchio (fig 55), è dominato da colori vivacissimi  posti sulla tela con una stesura piatta analoga a quella dei fauves francesi, mentre è paradigmatico lo sguardo indagatore dell’artista nei riguardi dell’universo femminile, che rappresentò, non solo per lui, ma anche per i suoi colleghi del gruppo denominato il Ponte, la polarità fondamentale di quel rapporto che simboleggia la legge dell’Eros, motore dell’intera dinamica cosmica. La figura della fanciulla è folgorata da un lampo di luce di un candore insuperabile, che affascina e non si può più  dimenticare, una rapsodia dolcissima nella cui armonia è dilettevole perdersi.
Eduard Munch, norvegese, anticipa l’Espressionismo in Germania e nell’Europa del Nord, è pittore esoterico dell’amore, della gelosia, della morte e della tristezza. Nella sua produzione sono rintracciabili molti elementi della cultura nordica contemporanea, dai drammi di Ibsen e Strindberg, all’esistenzialismo di Kierkegaard, fino ai primi saggi di psicanalisi di Freud. Introduce nei suoi sofferti dipinti i grandi temi dell’Espressionismo, dalla crisi dei valori all’angoscia esistenziale, dalla solitudine al timore della morte. Il suo universo simbolico è popolato da immagini fosche e da pensieri angosciosi, solitudine e malinconia, alienazione e diffidenza, incomunicabilità e torbide passioni, un vero inferno sulla terra nel quale l’uomo è costretto a vivere. Nei suoi quadri vi è costantemente inquietudine ed incubo. La sua arte fu giudicata dal regime nazista degenerata e fu espulsa dai musei tedeschi. 

La sua Donna distesa (fig 60) non guarda l’osservatore ed è il segno tangibile del suo rapporto con l’altro sesso difficile e viziato da preconcetti, che influenzarono la sua vita e la sua arte. Egli infatti credeva che ogni donna fosse eternamente alla ricerca di un uomo come innamorato o come marito ed avesse potenti “muscoli da schiaccianoci” tra le cosce, dove intravedeva un severo pericolo, non certamente la porta del paradiso.

Amedeo Modigliani incarna nell’immaginario popolare il mito dell’artista maledetto, dalla vita sregolata, dedito all’alcool, alle donne ed alla droga e questa fama è stata dilatata da libri e film di grande successo. L’artista dipinse numerose donne dal volto minuto, il collo abnormemente lungo e gli occhi a mandorla, che hanno reso la sua pittura inconfondibile. Lo sguardo è perso nel vuoto, a rimarcare il triste destino dell’uomo, costretto alla solitudine e ad una malinconia senza scampo come nel Nudo disteso (61), uno dei suoi capolavori più famosi.
La sua personale del 1917 suscitò grande scandalo per la presenza di tanti corpi di donne con lo sguardo insolente che fissavano l’osservatore ed il commissariato di polizia dovette intervenire, minacciando di sequestrare i dipinti più spinti, tra i quali vi era anche quello di cui stiamo parlando, nel quale la modella, distesa su un letto coperto da una stoffa variopinta, allunga il braccio sinistro sopra la testa per meglio esporre la meraviglia di un appena accennato in perfetta sintonia con un addome piatto mollemente allungato. Le sottili variazioni cromatiche, ricche di una luce intensa e calda,  mettono in risalto la calma seraficache sembra dormire tranquilla, conscia dell’eccitazione provocata nello spettatore  dalle sue splendide forme.

Modigliani adoperava numerose modelle, a volte anche prostitute o ragazze di facili costumi, che si offrivano, per pochi spiccioli, a posare di giorno e quasi sempre a concludere la prestazione con  una notte di follie. La modella del dipinto possiede una carica di sensualità spontanea ed estremamente coinvolgente, ostenta le sue forme in una posa quanto mai esplicita, carica di un erotismo dirompente ed istintivo. Tutta la composizione sembra fremere di una calda sensualità mentre un pizzico di pruriginoso erotismo è fornito anche dai cespugli naturali, dal cavo ascellare, pregno di afrori e ferormoni invitanti, al monte di Venere, che richiama a viva voce gli intrighi di una inesplorata foresta tropicale.
Tamara Gorska, in arte de Lempicka, dal cognome del primo marito, pittrice polacca,  fu una donna famosa per la sua vita mondana, oltre che per la sua abilità di pittrice. Fu conosciuta per la sua eccentricità portata agli estremi e per il mirabile connubio di bellezza e perversione.
Durante la rivoluzione d’ottobre si trasferì col marito a Parigi dove visse una vita ribelle e dispendiosa, tra lussi e legami affettivi disinibiti sia maschili che femminili. Amò l’uso di colori brillanti e ritrasse personaggi dell’alta società in ambienti lussuosi e tra questi lei stessa in un celebre autoritratto, che fece da copertina alla più diffusa rivista tedesca, mentre è al volante di un’automobile da sogno, una Bugatti verde, bella, fascinosa, ricca ed annoiata, dallo sguardo assente ed impenetrabile.
Nel 1927 fu invitata al Vittoriale da D’Annunzio, il quale, celeberrimo conquistatore di donne fatali, con la scusa di chiederle un ritratto, mise il moto tutto il suo fascino, ma, a quel che raccontano le cronache, senza successo.
Morì più che ottantenne e per sua volontà  le sue ceneri vennero disperse dalla figlia Kizette sulla vetta del vulcano Popocatepetl, disperdendo al vento in mille luoghi la sua inesausta vitalità, che per anni aveva dimorato nel suo splendido corpo.
Nel dipinto Le amiche (fig 65), le due donne nelle loro smaglianti nudità, fremono di una vitalità inebriante, da protagoniste di un anticonformismo femminile che osa esprimersi in maniera sfacciata, con pose ardite ed inconsapevoli del volume e del peso dei propri corpi. Sono donne che vogliono esprimere in tutti i sensi la loro eccentrica sensualità, sfiorando, con la vistosa muscolatura, quella sottile ambiguità che le rende ancora più affascinanti e misteriose. Sono donne che osano spogliarsi completamente, senza pudore e senza compromessi, né inutili moralismi, fiere dei loro enormi corpi modellati che assurgono a prototipo di una moderna femminilità.

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