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venerdì 11 ottobre 2024

Scorci di paesaggio di Giuseppe Carelli

 


I due acquerelli in esame  fanno parte della produzione migliore di Giuseppe Carelli. Quella approntata per soddisfare le richieste dei numerosi turisti, che dopo aver ammirato Napoli e dintorni ed averne apprezzato le bellezze naturali, in un'era pre fotografica, volevano portare con sé in patria un ricordo tangibile dei luoghi visitati. Per soddisfare queste esigenze anche i pittori più bravi e famosi affiancavano ad una produzione più ispirata, delle opere improntate ad una cartolina mistica a volte anche di buon livello, come è il caso dei due acquerelli in questione, che rappresentano scorci di una Napoli che purtroppo non esiste più devastata da una cementificazione selvaggia che ha subito il paesaggio. In tutte e due le opere fa da sfondo il Vesuvio con il suo imponente pennacchio, l'azzurro mare del Golfo solcato da qualche imbarcazione con le vele spiegate, la ferrace campagna con le sagome tranquille degli antichi contadini, i grossi pini mediterranei che dominano il panorama. Sono contenuti ciò che gli elementi caratterizzanti della oleografia paesaggistica napoletana quegli elementi cari agli occhi dei visitatori stranieri che tornavano spesso a casa innamorati segretamente di Napoli e dei suoi dintorni . 

Giuseppe Carelli nacque a Napoli nel 1858, fu prima allievo del padre Gonzalvo, in seguito seguì gli insegnamenti di Mancinelli e di Marinelli e riuscì a soli 18 anni a diplomarsi maestro d'arte presso l'Accademia napoletana. Si trasferì poi a Roma ove frequentò a lungo i Musei Vaticani nei quali potete approfondire lo studio dei classici ed esercitarsi nel disegno e nelle copie dei grandi maestri del passato. Egli fu prevalentemente un pittore di paesaggi ed in questo genere può essere considerato uno dei più abili vedutisti del tardo '800 napoletano si occupò anche di incisione, acquaforte e litografia. Amò lavorare dal vero e in questo carattere egli rappresentò un'ideale continuazione con la scuola di Posillipo a cui appartenevano il nonno, che fu uno dei fondatori ed il padre che fu uno degli interpreti più abili. Tra le sue opere più note ricordiamo il: capo Palinuro, Golfo di Napoli con il palazzo Donn'Anna, Marina di Posillipo che ricevette un premio nel 1889 ed i pescatori al largo di Capri già in collezione Lemmerman. Le sue opere si trovano in numerose collezioni private italiane e straniere. Tra queste la più ricca è la collezione Doria a Genova

Achille della Ragione 

  



mercoledì 9 ottobre 2024

Una Madonna col bambino di Francesco Solimena

  

Francesco Solimena - Madonna col Bambino
olio su tela - Provenienza collezione Fuchs Perrucci, Napoli 1978

il dipinto raffigurante una Madonna con il bambino proviene dalla collezione di un'antica e famosa famiglia tedesca un cui ramo è presente a Napoli da circa ottanta anni.

Questa tela nel tempo è stata esaminata da più esperti. Alla fine la questione è stata risolta dal professor Bologna che, già a conoscenza del quadro che aveva visionato negli anni 50, presso la famiglia precedentemente proprietaria, ha stabilito con sicurezza che la tela è replica autografa del Solimena ed ha identificato il prototipo, databile al 1715,  nel dipinto conservato presso la collezione Harrach nella residenza Schloss Rohau nei pressi di Vienna. Dopo l'illuminazione del professor Bologna un certo collegamento può a nostro parere farsi anche con la Madonna centrale del dipinto Madonna con il bambino l'arcangelo Raffaele e San Francesco di Paola, un quadro del primo decennio del 700 conservato a Dresda presso la Staatliche Gemalde Galleria. Il professor Bologna dichiara altresì che la qualità del dipinto è molto elevata, molto dolce lo sguardo della Madonna e ciò potrebbe far pensare ad uno dei suoi quadri più belli. 

Achille della Ragione.

  

Il quadro nella camera da letto
della villa Fuchs Perrucci
 prima della guerra




lunedì 13 marzo 2023

Mostra di pittura spagnola dei primi tre decenni del 1500 a Napoli

 



Dal 13 marzo 2023 si può visitare al Museo di Capodimonte la mostra Gli Spagnoli a Napoli. Il Rinascimento meridionale (13 marzo – 25 giugno 2023, sala Causa) a cura del prof. Riccardo Naldi, docente di Storia dell’arte moderna all’Università L’Orientale di Napoli e del prof. Andrea Zezza, docente di Storia dell’arte moderna all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Il progetto espositivo è stato realizzato in collaborazione con il Museo Nacional del Prado, dove una prima versione della mostra è stata inaugurata, ottenendo un notevole successo di critica e di pubblico, il 18 ottobre 2022 con il titolo Otro Renacimiento. Artistas españoles en Nápoles al comienzos del Cinquecento.
Grazie a questa importante collaborazione, tornerà a Napoli per la prima volta dopo 400 anni la Madonna del pesce eseguita da Raffaello. Il dipinto, destinato alla cappella della famiglia del Doce in San Domenico Maggiore a Napoli, divenne un punto di riferimento fondamentale per gli artisti attivi a Napoli durante il Cinquecento. Asportata dai governanti spagnoli e trasferita a Madrid intorno alla metà del Seicento. 

La mostra è dedicata a uno dei momenti più fecondi e meno conosciuti della civiltà artistica napoletana: il trentennio (1503-1532 circa). È il periodo che, sotto il profilo politico, vide l’estinguersi della dinastia aragonese, con il passaggio del Regno di Napoli sotto il dominio della Corona di Spagna; sotto il profilo culturale, il raggiungimento dell’apice della sua grande stagione umanistica, con il passaggio di consegne da Giovan Gioviano Pontano a Iacopo Sannazaro. Le novità artistiche elaborate in quegli anni da Leonardo, Michelangelo e Raffaello furono prontamente recepite e reinterpretate in modo originale in una Napoli ancora molto viva, per la quale la perdita della funzione di capitale autonoma non costituì un ostacolo allo sviluppo culturale, ma, al contrario, contribuì alla definizione di un nuovo ruolo di cinghia di trasmissione della cultura rinascimentale tra le due sponde del Mediterraneo.
La mostra propone un’ampia rassegna di opere eseguite da alcuni dei principali artisti spagnoli attivi in quegli anni a Napoli, quali Pedro Fernández, Bartolomé Ordóñez, Diego de Siloe, Pedro Machuca, Alonso Berruguete. Trasferitisi molto per tempo in Italia, essi sprigionarono una straordinaria originalità inventiva nel confronto con le opere eseguite dai massimi protagonisti del pieno Rinascimento italiano. Gli spagnoli divennero i protagonisti dell’eccezionale stagione artistica della Napoli di primo Cinquecento, sostenuta dal mecenatismo degli Ordini religiosi e dell’aristocrazia, desiderosa di lasciare una traccia indelebile della propria grandezza finanziando opere di ambiziosa magnificenza, spesso realizzate, alla maniera degli Antichi, servendosi del durevole marmo di Carrara. Tornati in patria, gli spagnoli si fecero ambasciatori di una particolare declinazione della cultura figurativa dell’alto Rinascimento, sostenuta da inventiva e capacità tecniche straordinarie, cui il passaggio della Spagna all’interno della compagine imperiale di Carlo V diede un respiro europeo.
La mostra focalizza l’attenzione su questa breve ma felicissima stagione, ponendo nel giusto rilievo l’altissima qualità delle opere e il loro carattere cosmopolita. Alla base del percorso espositivo vi è la convinzione che quella fioritura vide una strettissima connessione tra pittura e scultura. Il confronto tra le cosiddette «arti sorelle» trovò a Napoli un terreno particolarmente fertile per l’elaborazione di modelli che contribuirono al definirsi di un’autonoma scuola locale, di cui la mostra propone un’ampia selezione dei maggiori protagonisti, dai pittori Andrea Sabatini da Salerno e Marco Cardisco agli scultori Giovanni da Nola e Girolamo Santacroce. Come avvenne a Roma a causa del celebre ‘Sacco’ del 1527, anche per la capitale già aragonese e poi vicereale questa ‘età dell’oro’ venne improvvisamente spezzata dal durissimo assedio francese del 1528 e dalla grave crisi politica che ne derivò.
La differenza principale tra la mostra di Napoli rispetto a quella di Madrid è il legame con il territorio: molte delle opere degli artisti del periodo sono presenti nelle chiese cittadine, in particolare a San Giovanni a Carbonara, nel complesso conventuale di San Severino e Sossio e anche a San Giacomo degli Spagnoli, simbolo della presenza politica e culturale della Spagna a Napoli, ovvero proprio l’oggetto della mostra.

Achille della Ragione 

  

Raffaello - Madonna del pesce 

  Cesare Da Sesto - Natività

  

Pedro Fernandez - Visitazione

  

Andrea da Salerno - San Bertario - 1514

 


Pedro Fernandez - Retablo di S. Elena


Jean Bourdichon - Madonna col Bambino (trittico) - 1501 - 1504


 Maestro Retablo di Bolea- Adorazione del Bambino -
Primo decennio 1500
Jean Bour
dichon - Mad
  onna col Bambin (trittico) - 15


 

 Jean Bourdichon - Madonna col Bambino (trittico) -1501 

Pedro Machuca - Madonna del latte - 1516

 

 

 

 

sabato 5 aprile 2014

Un’attrice senza età

Isa Danieli


Isa Danieli, nata a Napoli nel 1937, è da decenni sulla breccia come attrice di cinema e di teatro.
Ha fatto parte della compagnia teatrale di Eduardo De Filippo, lavorando successivamente con Nino Taranto e Roberto De Simone, in particolare nella prima e nella seconda edizione de La Gatta Cenerentola.
La sua filmografia è varia e costellata di collaborazioni con i più importanti registi: da Lina Wertmuller a Giuseppe Tornatore, da Ettore Scola a Giuseppe Bartolucci. Nel 1974 interpreta, insieme a Monica Vitti “Teresa la ladra”, un film di Carlo Di Palma tratto dal romanzo di Dacia Maraini “Memorie di una ladra”, pubblicato nel 1972. Nel 1984 è tra i protagonisti del film “Così parlò Bellavista”, tratto dall’omonimo libro di Luciano De Crescenzo che ne curò anche la regia.
Inizia così anche una carriera cinematografica parallela a quella teatrale che la porta ad aggiudicarsi nel 1966 un Nastro d’Argento come miglior attrice non protagonista per il film di Lina Wertmuller Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti, regista dalla quale è stata diretta in ben nove film.
Negli anni Novanta ha recitato con Paolo Villaggio in Io speriamo che me la cavo.
Nell’estate del 1990 vinse con Kirie di Ugo Chiti il “Biglietto d’argento” Anicagis a Taormina.
A partire dal 2000 si è dedicata principalmente al teatro interpretando, tra l’altro, Filumena Marturano (grazie al quale vincerà nel 2001 il Premio Ubu come miglior attrice). La visita della vecchia signora di Friedrich Durrenmatt e Ferdinando di Annibale Ruccello che nel 2005 le frutterà il Premio Gassman come miglior attrice. Nel 2010 e 2011 è la protagonista, insieme a Veronica Pivetti, dello spettacolo allestito in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità Nazionale, “Sorelle d’Italia”, un musicale confronto tra nord e sud, per ricordare quello che è accaduto in questo secolo e mezzo di vita nazionale e per ipotizzare ironicamente quello che potrebbe accadere nei prossimi 150 anni.
Nell’estate 2011, nell’ambito del Positano Teatro Festival, la kermesse teatrale diretta da Gerardo D’Andrea, è l’autrice e la protagonista dello spettacolo “Fragile”, mentre nella stagione teatrale 2011-2012 interpreta con Barbara Enrichi e massimo salvianti, sempre in teatro, “L’abissina -  paesaggio con figure” di Ugo Chiti, uno spaccato di vita contadina sospeso tra cupezza e comicità dove, nel ruolo della protagonista, Isa Danieli interpreta un ruolo “verghiano” di serva – amante, in un balletto tragicomico, sospeso tra dramma e sottile ironia.
Nel 2006, nel 2008 e nel 2010 è tra i protagonisti della fiction RAI “Capri” nel ruolo di Reginella.
Dalle teche RAI abbiamo recuperato una confessione – intervista, che ci permette di meglio conoscere il personaggio.
Comincerò col raccontarvi la storia della mia famiglia.
Mia madre era una cantante. Cantava nei salotti, era un mezzo soprano. Poi l’hanno chiamata per fare un provino alla Rai ed è diventata una delle voci più belle di Radio Napoli. I miei nonni materni non li ho mai conosciuti mentre quelli da parte paterna sì ed erano una grande dinastia di attori: i Di Napoli. Renato Di Napoli è stato il compagno di mia madre per un periodo di tempo perché poi si sono divisi, non si erano mai sposati ecco perché non mi chiamo Di Napoli, diciamo sono figlia dell’amore. Mio padre dunque fa parte di una dinastia com’era quella de i De Filippo, degli Scarpetta, i Di Napoli diciamo sono stati un po’ meno fortunati ma comunque sono stati straordinari.  
Ho fatto il mio primo spettacolo: una sceneggiata con mia madre ed un mio zio.
Mia madre me l’aveva sempre raccontato che il teatro San Ferdinando era stato il regno della sceneggiata, proprio la culla, dove sono passati tantissimi grandi attori e quindi questo San Ferdinando mi affascinava. Ero ragazzina ancora, avevo 15 anni. Mi rendevo perfettamente conto che il teatro non doveva essere solo quello che stavo facendo in quel momento e così scrissi ingenuamente una lettera a Eduardo e gli mandai una mia fotografia dicendo che ero una giovane attrice a cui sarebbe piaciuto tanto lavorare nella sua compagnia per imparare. Mi avevano detto che lui era un grande maestro, che era un grande attore e quindi ho mandato questa lettera forse neanche credendoci che un giorno avrei potuto lavorare con lui. Invece capitò appunto questa occasione. Una mattina mi chiamò l’amministratore della compagnia e mi disse di andare al teatro nel pomeriggio per una prova, Eduardo mi voleva vedere e, se fossi andata bene, dovevo lavorare la sera stessa. Dissi che avevo fatto la sceneggiata e che, veramente, la stavo ancora facendo senza però lavorare tutti i giorni. Mi disse che si trattava di una particina molto piccola e poi aggiunse: "Adesso io ti faccio vedere come fare e tu stasera lo devi rifare. Vedrai non è molto da imparare. Adesso sono le quattro, fino a stasera alle nove hai tempo!"
Accettai. E lui mi fece vedere questo personaggio che dovevo fare, che poi chi ha visto Napoli Milionaria lo conosce, è una delle due amichette della figlia di Gennaro Jovine.
Così, due volte a settimana, lavoravo per Napoli Milionaria, e per fortuna potetti concludere le mie repliche di sceneggiata che dovevo fare, ormai avevo dato la mia parola ed era giusto che io continuassi. Poi appena finita la sceneggiata finì anche Napoli Milionaria, e mi stavo quasi trovando senza lavoro, sennonché capitò che lui mise in scena Questi fantasmi. 
Quindi ebbi proprio un contratto, restai con la compagnia fino alla fine della stagione e poi restai per quattro anni di seguito con Eduardo, dove ho avuto appunto anche l’esperienza di fare delle commedie nuove per esempio Mia Famiglia, dove lui ha scritto questo personaggio di cameriera proprio per me, poi Bene mio, core mio, in cui dopo ho rivestito i panni della protagonista.
Poi successe che in compagnia al San Ferdinando i miei ruoli erano più o meno sempre gli stessi e fu questo uno dei motivi per cui, a un certo punto, decisi di andar via. Non era perché non volevo più stare con Eduardo o perché avevo già imparato tutto, no per carità. Solo che volevo imparare anche altro, volevo imparare cose che, magari, Eduardo non mi poteva insegnare. Volevo imparare a cantare, volevo imparare a ballare e a muovermi in scena in un certo modo, volevo essere padrona della personalità scenica. E così da sola decisi di andar via per poter andare a fare avanspettacolo.
Invece, con l’avanspettacolo ho fatta la soubrette, ho imparato a ballare, sono anche andata in giro in passerella come si faceva allora col puntino sul reggiseno. Tutto ciò mi è servito moltissimo, sono diventata "padrona" del palcoscenico, imparando ad affrontare un pubblico non facile, perché lì non c’era il pubblico silenzioso di Eduardo, era un pubblico molto esigente.
Dopo l’avanspettacolo è avvenuto l’incontro con Nino Taranto. Sono entrata nella sua compagnia quando Nino Taranto cominciò a fare i testi di prosa, quando cominciò a fare Viviani e ho fatto tanti personaggi piccoli, anche lì, perché una volta bisognava fare una lunga gavetta e io l’ho fatta.
Poi con Eduardo, sempre nel ’56, ho partecipato alla prima trasmissione televisiva con la diretta dal teatro Odeon Di Milano, di Miseria e Nobiltà. Ecco, siamo stati proprio i primi a far vedere la televisione a Napoli, infatti nella galleria di Napoli misero un grande schermo dove una parte della città si riversò per poter vedere questo miracolo, perché comunque allora era un miracolo: si recitava a Milano e ci si vedeva a Napoli attraverso questo grande schermo. Mi ricordo che mia madre mi telefonò e mi disse che la galleria di Napoli e via Roma erano piene di gente che vedeva questo spettacolo. Fu in quella stessa occasione che Eduardo presentò Luca piccolino per la prima volta in pubblico.
Lui poi come uomo, aveva un rapporto forte con gli attori e con me ancora di più perché ero entrata da ragazzina e avevo una mia parte di incoscienza naturale, perché a 15 anni forse sei un po’ più incosciente, io non ho mai avuto il timore che hanno avuto i vecchi attori. Io sono entrata in una compagnia dove c’erano tanti vecchi attori che lo conoscevano e questo continuo scccccc sccccccc... io non ce l’avevo. Io se avevo bisogno di qualcosa andavo e bussavo senza timori. Cioè se avevo bisogno di un consiglio o di sentirmi pure dire no su una cosa sono andata sempre alla sua porta, ho bussato: " Permesso diretto’ posso entrare?". Lui mi ascoltava e poi se poteva fare qualcosa la faceva. Mi ricordo proprio tantissimi anni fa, ero ragazzina, era il primo anno e lui ha fatto lo Stabile a Napoli e l’anno successivo abbiamo cominciato a viaggiare, io ero minorenne e non potevo viaggiare e mia madre doveva venire con me, e la paga che prendevo io a stento dava da mangiare a me, e poi andando fuori Napoli, fuori casa era ancora più dura la situazione. Ecco, io a quel punto non me lo sognai nemmeno di andare dall’amministratore a porre questo problema, andai direttamente da lui, ho bussato alla porta, sono entrata: "Direttore io non posso partire, io ho firmato un contratto ma io non posso partire". - "E perché" -. "E perché io sono minorenne, mia madre sola non mi fa partire e con questa la paga che prendo non posso andare fuori Napoli." "Ah - disse lui - va be’, va be’ non ti preoccupare’". "Alge’- chiamò all’amministratore - mettit’ a posto ‘a guagliona verite nu’ poc’ ch’ait’ ‘a fa’". E quindi diciamo che fin dall’inizio ho avuto questo tipo di rapporto con lui, gli ho detto che me ne volevo andare, abbiamo discusso, litigato, sono rimasta a volte perché avevo firmato un contratto con lui, però gli ho sempre voluto dire le cose in faccia.
Ma, tornando a Scarpetta, forse la sua commedia che mi ha dato più soddisfazione è stata Na’ Santarella perché anche se uscivo solo nel secondo atto nel ruolo di questa cantante innamorata del maestro, era come se avessi fatto tutti e tre gli atti. Tutta la scena era con lui ed io mi sono divertita molto, ci divertivamo tutte le sere quando lo facevamo in teatro. Spesso mi faceva talmente ridere che non riuscivo ad andare avanti, poi con una faccia serissima quando finiva il secondo atto diceva: "Un’attrice non ride". "Eh, non ride. Vui me facet’ rirer’ però!". Gli rispondevo io
Ora vorrei solamente aggiungere che, certo, sono passati tantissimi anni e i ricordi forse si sono andati affievolendo, ma io da Eduardo ho avuto tanto, credo anche di avergli dato un poco di mio, ma soprattutto ho avuto tanto. Diciamo pure che ho avuto dei momenti, secondo me, di affetto nei suoi confronti e lui nei miei. E me lo ha dimostrato, me lo ha dimostrato quando è andato a fare la regia di Ogni anno punto e daccapo a Milano, con il Piccolo teatro di Milano, e ha voluto assolutamente me come aiuto regista. Cosa che io non avevo mai fatto perché io nella sua compagnia quello che facevo un po’ era suggerire, segnavo i movimenti, queste cose così. E quando lui mi ha chiamato per dirmi: "Guarda io vado a Milano al Piccolo, a fare questa regia di questo mio testo giovanile, vorrei che tu venissi a farmi da aiuto regista" devo dire che è stato uno dei momenti più belli della mia vita. Perché è stato un grande onore, un grande onore poi farlo con attori come Franco Parenti, Paolo Graziosi, Ombretta Colli e poi, al Piccolo di Milano per me è stato molto importante. Ecco queste sono state dimostrazioni di stima che lui ha avuto nei miei confronti. Quando poi mi ha dato la sua commedia Bene mio, core mio, che abbiamo provato all’Ateneo per tanto tempo, mi ha dato una grande soddisfazione e poi mi ha fatto un grandissimo regalo, perché poi lo spettacolo è andato molto bene. Peccato che non ce l’ho qui quella fotografia con lui che è venuto al Teatro Sala Umberto, dopo lo spettacolo ai ringraziamenti. Venne il penultimo giorno a vedere lo spettacolo e trovò il teatro pieno così, non mi disse brava ma semplicemente: "Ti devo fare i complimenti per come sei stata capace di portare avanti questo testo così come io te l’ho dato". E questa per me è stata proprio una grande soddisfazione. Abbiamo una fotografia in cui io mi sono abbassata verso di lui dal palcoscenico e ci siamo dati quasi un bacio in bocca, quelle cose che succedono quando bisogna baciarsi! E quella è una cosa che io porto nel mio cuore, molto tenera. Quindi voglio dire che il mio rapporto con Eduardo è stato quello tra un’allieva e un maestro, ma anche un rapporto da persona a persona e questo è stato molto importante.

I due volti del quartiere chic, tra liberty e catapecchie

Palazzo Guevara alla Riviera di chiaia

Chiaia è la zona delle griffe, dei palazzi nobiliari, abitati dalla gente bene. Un lungo percorso che da via Chiaia arriva a piazza Amedeo, per prolungarsi poi lungo via Crispi, strada residenziale e sede dei più importanti consolati.
La passeggiata può essere un’occasione per ammirare una serie di espressioni dello stile liberty, che anche nella nostra città ebbe modo di esprimersi compiutamente, ma prima di addentrarci desideriamo fare una premessa.
Molti studiosi sostengono che il napoletano è una vera e propria lingua, dotata di un vocabolario che comprende circa un terzo di termini in più rispetto all’italiano: ciò dice quanto dettagliata possa essere una descrizione nel nostro dialetto. Ad esempio con la parola SPASSO in dialetto possiamo tanto riferirci al divertimento quanto al passeggiare. Ciò induce a pensare che per un napoletano andare a zonzo e godere possano coincidere; ed è questo proprio il senso dell’andare a spasso nella zona di via Filangieri e via dei Mille, un concentrato di stile Liberty a Napoli.
Ma comunque, E’ nel clima della Bella Epoque, l’epoca bella, sinonimo di allegria e di ottimismo che nasce il Liberty, in stretta correlazione con l’avanzare della società borghese: rappresenta, quindi, il modo in cui la società industriale cerca di darsi un’estetica, attraverso una ricerca anche esasperata della decorazione e suo carattere distintivo diventa proprio l’eleganza decorativa: la linea è assunta come espressione di forza e di dinamismo, cioè come simbolo di vitalità; alla base di questo gusto c’è, come abbiamo detto, una forte fiducia nel progresso, nel futuro, nel “nuovo”.
Il liberty si chiamò infatti Art Nouveau in Francia, Modern Style in Inghilterra, Jugendstil in Germania, Modernismo in Spagna, Secessione in Austria. In Italia il Liberty è detto anche Stile Floreale. Tema ornamentale è la linea curva, sinuosa, elegante, sviluppata spesso in motivi naturalistici, per lo più derivati da fiori e da piante (da cui l’attributo di floreale, molto presente da noi per la ricchezza della natura e quindi anche di una certa facilità di ispirazione). Ma chiariamo che il nome Liberty non deriva da un sostantivo, bensì da un cognome: quello del signor Arthur Lasenby Liberty che nel 1875 fondò dei magazzini a Londra specializzati nella vendita di prodotti dell’Estremo Oriente. Il gusto per l’arte dell’estremo Oriente, diffuso dagli impressionisti francesi, e specialmente accentuato in H. Toulouse-Lautrec, ebbe un’importanza notevole nella formazione del nuovo stile ornamentale proprio per il suo carattere di cambiamento.
In architettura molto si erano sviluppate nuove soluzioni costruttive per integrare tradizioni consolidate (ad esempio il romanico o il gotico) con le nuove possibilità tecnologiche, adoperando nuovi materiali nella costruzione quali il ferro, il vetro e il cemento: è il cosiddetto neoeclettismo. Il Liberty tentò un superamento dell’eclettismo rifiutando gli stili storici del passato: evitò il più possibile la simmetria della costruzione, arrotondando spesso gli spigoli con la creazione di edifici con un lato diversissimo da un altro; inserì elementi senza nessuna funzione se non quella decorativa, servendosi molto del vetro e del ferro proprio con questo scopo; cercò ispirazione nella natura e nelle forme vegetali, creando uno stile nuovo, del tutto originale rispetto a quelli allora in voga. Il punto di partenza fu forse il Belgio, ma il movimento interessò l’intero mondo occidentale, compresa l’America. La città che presenta il maggior numero di edifici in questo stile è Riga, capitale della Lettonia, con oltre 800 costruzioni (per lo più opera dell’architetto russo Eisenstein).
In Italia l’impulso iniziale partì da Torino, in occasione dell’Esposizione d’arte decorativa moderna del 1902, con un po’ di ritardo rispetto al resto d’Europa.
Il primo esempio che incontriamo è Palazzo Acquaviva Coppola, sito tra il parco Margherita e via San Pasquale.
L’ing. Acquaviva Coppola costruì tra il 1909 e il 1912 questo edificio servito da due strade poste a quote molto differenti, ideando due blocchi diversi con due ingressi sfalsati. In entrambe le parti si ritrovano spunti modernisti, ma mentre la parte alta è più classicheggiante, con un elegante ingresso sull’asse centrale di simmetria, quella bassa tende ad un floreale riccamente decorativo, molto evidente nell’elemento d’angolo evidenziato con l’ampio portone.
Un altro interessante palazzo è quello della famiglia Leonetti, sito in via dei Mille 40.
Costruito dall’impresa Mannajuolo, tra il 1908 e il 1910, era stato progettato da Arata come albergo, ma poi per ragioni economiche fu adibito a palazzo a più scale per abitazioni civili. Data la preesistente presenza di edifici storici (i palazzi d’Avalos e Roccella e la chiesa di S. Teresa) arretrati rispetto alla sede stradale, il progettista rinunciò alla facciata continua ed optò per un impianto planimetrico ad U, aperto verso la strada, facendo precedere il corpo centrale da un giardino, come l’adiacente palazzo d’Avalos. Presenta un bugnato nella parte bassa, lesene giganti decorate che scandiscono le campate, timpani massicci che riportano ad un classicismo perfino monumentale, ma i numerosi richiami vegetali (foglie, fiori, grappoli d’uva) e gli esili ferri modernisti delle ringhiere e della cancellata rimandano al vitalismo del Liberty.
Poco più avanti alle Rampe Brancaccio vi è la palazzina Velardi, opera dell’arch. Francesco De Simone, precoce espressione del Liberty a Napoli (come dell’uso di solai laterocementizi armati, cioè fatti di calcestruzzo armato con funzioni di sostegno ed elementi laterizi di alleggerimento), ha perduto molte delle decorazioni a stucco delle finestre, sostituite da semplici fasce d’intonaco. Interessante la volumetria: coperture piane e terrazze degradanti richiamano anche la tradizione edilizia locale. Ma, in realtà, l’edificio avrebbe dovuto avere un giardino su via dei mille, che avrebbe giustificato le terrazze, mentre si è trovato poi relegato per la presenza di un agglomerato popolare povero. Colpisce il torrino, un elemento intellettualistico da alcuni considerato estraneo al contesto.
E concludiamo con Palazzo MannaJuolo in via Filangieri.
L’ing. Mannajuolo, proprietario del terreno, affidò la progettazione di questo edificio, uno dei più riusciti esempi di Liberty a Napoli, all’arch. Giulio Ulisse Arata che risolse il problema di far ben figurare un palazzo ad uno snodo incongruo come quello ad Y tra via dei Mille, via Filangieri ed i gradini dedicati al giurista napoletano Francesco D’Andrea. Il risultato viene ottenuto: si crea un fondale monumentale per la via dei Mille attraverso un gioco complesso di masse ad impianto ellittico nei primi piani lievemente sporgente e caratterizzato dalla prevalenza di superfici vetrate e un andamento concavo poligonale rientrante nella parte superiore terminante con una semicupola che completa la scenografia con i poderosi cornicioni che si allineano con le fughe prospettiche delle strade. E’ un incontro tra tradizione barocca napoletana e stilemi del Liberty con gli eleganti disegni dei ferri battuti e l’accurata plastica dei cementi decorativi. Assolutamente da vedere all’interno la scala ellittica con leggeri gradini in marmo ed eleganti ringhiere.
Da decenni la vita notturna del quartiere fa perno su di un night leggendario, fondato negli anni Sessanta dai fratelli Campanino: La Mela, investita giorni fa da una polemica per una festa originale.
Basta poco, nel mondo della notte, a scatenare la polemica. Persino una festa in maschera in pieno Carnevale, se il tema non è di quelli politically correct. È il caso della querelle, scatenata dai Verdi Francesco Emilio Borrelli e Gianni Simioli in merito al cattivo gusto della serata organizzata giovedì scorso alla Mela, locale cult del by night cittadino. A suscitare lo sdegno, il tema scelto dai promotori del party, i clochard: vestiti stracciati, finta fuliggine in viso e scarpe rotte hanno fatto la parte del leone nelle mise scelte da centinaia di giovani che hanno affollato non solo il locale di via dei Mille ma anche lo spazio adiacente l’ingresso, lasciando così immaginare che il locale si fosse trasformato in un meeting dei senzatetto cittadini. A suscitare lo sdegno di qualcuno non è stato però l’impatto a sorpresa con i finti barboni quanto, piuttosto, l’idea stessa di ironizzare su una condizione non felice di tante persone costrette ogni giorno a rimediare cibo e vestiti tra cassonetti e beneficenza.
«Alcuni residenti di Chiaia si sono spaventati vedendo tutte queste persone vestite da barboni, pensavano fossero veri ed hanno temuto una invasione o addirittura che dovessero essere ospitati in zona, invece erano i loro figli. Noi crediamo che gli organizzatori dovrebbero chiedere scusa e devolvere l’incasso ai veri clochard passando una sera con noi ad aiutarli invece di sbeffeggiarli e deriderli». Immediata la risposta della direzione del locale, che del resto non ha, il più delle volte, voce in capitolo sulla scelta del tema delle serate che sono gestite da professionisti della notte che ne curano poi ogni dettaglio, dalla denominazione della festa alla comunicazione della stessa.«In risposta alle polemiche innescate dalla serata Clochard Style da parte di chi ricerca ogni giorno visibilità e clamore per scopi personali e non certamente dettati dalla propria sensibilità umana - ha commentato il patron della Mela Luciano Monte, uno dei nomi più noti della vita notturna partenopea - la direzione precisa che la serata è stata organizzata da un gruppo di giovani di età compresa tra i venti ed i quarant’anni e non da under 18, e che il tema voleva richiamare concetti più ampi come già in campo letterario è successo. Del resto il clochard è talvolta anche uno stile di vita adottato per scelta e non per necessità. Tuttavia non era certamente nostra intenzione mancare di rispetto a chi soffre ed è meno fortunato di noi. Se questo è successo ce ne scusiamo e presto organizzeremo un evento per fornire aiuto ai senzatetto.
Ma anche Chiaia ha i suoi buchi neri, i suoi vicoli senza luce, le sue vie tortuose che salgono e scendono dalla riviera, nelle quali vive un popolo genuino, legato a valori antichi, nonostante i suoi miasmi e le ferite recenti inferte dai crolli, divenuti ormai periodici, con punte eclatanti, come quello di Palazzo Guevara, che ad un anno di distanza, è ancora lì con i suoi problemi che non trovano soluzione tra elefantiasi burocratica e giustizia lumaca.
Si ricorda ancora come il lunedì nero della città, quel 4 marzo di un anno fa. La mattina il crollo di un’ala di palazzo Guevara del Bovino, miracolosamente senza vittime, in un’ora in cui sarebbe potuta succedere una strage. Nella serata il drammatico incendio della Città della Scienza. È passato un anno esatto. Una doppia ferita per Napoli. Alla Riviera si è scelto di non coprire la parte dello stabile crollato. Ci sono ancora le transenne a delimitare l’area del crollo. Botteghe chiuse, il supermercato si è spostato in via Giordano Bruno. Il gommista ha aperto un posto di fortuna nella curva tra viale Dohrn e piazza della Repubblica. Gli altri sono chiusi e finiti. Sono circa 30 le persone che hanno perso il lavoro, commessi e dipendenti che ora si sono spostati altrove. Altri hanno perso tutto. Perché il contributo della Regione c’è stato, come il blocco delle tasse comunali, ma non tutto è servito a ridare una vita normale a chi era considerato un privilegiato prima del crollo e ora si trova ancora senza più nulla.
Ad un anno di distanza ci sono ancora una ventina di sfollati.
Ad un anno di distanza. La strada è stata è stata riaperta (l’estate scorsa) ma solo alle auto e non ai bus come si era inizialmente ipotizzato con tanto di avvisi sulle paline, messi e tolti nel giro di meno di 24 ore. Ma il passaggio delle auto non è stato d’aiuto ai commercianti, la situazione non è mutata, anzi e la sera il quartiere è deserto tanto che spesso a turno ci sono o vetture della polizia a presidiare o della municipale. I tentativi di furto, proprio al civico 66, infatti non sono mancati.
Quanto ancora ci vorrà per il rientro degli sfollati del 66 nelle proprie abitazioni ancora non si sa. Nessuno si sbilancia. L’ultima parola spetta infatti ai tecnici, che purtroppo, essendo così numerosi non sempre si mettono d’accordo. Si tratta di questioni burocratiche ma non solo. Molto si gioca sul risarcimento dei danni e all’accertamento della verità. Ci vorrà del tempo nella speranza che comunque le vite del quartiere non restino sospese ad oltranza.
Dopo il crollo alla Riviera, un anno fa, di un’ala di Palazzo Bovino di Guevara, l’acqua e la sicurezza sono i due argomenti che si rincorrono. Si sente di tutto e di più: un saliscendi di paure. Una pozzanghera, un ristagno scatena allarmi. Più avanti, risalendo per via Santa Maria della Neve a Chiaia, te lo gridano dai balconi. Anziane in vestaglia: «qui, ogni palazzo tiene le perdite sue». Urologia e idraulica. «Qui devono solo riaprire al traffico la Riviera, prima fanno meglio è. Altrimenti chiudiamo tutti. Ci stanno strangolando, non arriva più nessuno». «Ma guardate bene, guardate bene» suggerisce con un sorrisetto beffardo la signora Carmela, le mani ingombre di buste della spesa. «Vedete le saittelle? Sono tutte appilate. Quando piove qui scorre la lava, un fiume in piena». E andrebbe pure bene. «La verità è che queste saittelle sono la tana per scarafaggi e topi, d’estate e d’inverno».
Entrambi gli edifici sono ancora deserti. L’impressione, camminandoci davanti, è quella di attraversare un quartiere appena bombardato in cui non c’è stata nessuna guerra. 
La parte finale della Riviera è ormai chiamata «la strada del palazzo crollato». E i nomi contano, si sa. Il rudere di palazzo Guevara sta ancora lì, suggestivo e drammatico, sotto gli occhi di napoletani e vacanzieri. Suggestivo, dato che nei mesi scorsi si organizzavano perfino visite di turismo da tragedia per curiosare nelle ossa di cemento dell’edificio frantumato. Drammatico perché c’è gente che ha perso casa, speranza e lavoro in un attimo.
Tutto fermo, in attesa di perizie. Sono tanti i poteri pubblici coinvolti e prima di decidere si prendono i loro tempi. Che poi sono i tempi d’Italia. A quasi dodici mesi dal crollo, nel silenzio delle istituzioni cittadine e non, siamo ancora fuori. E’ un fatto scandaloso che in una città moderna, che si vuole dotare di metropolitane ed essere all’avanguardia, ci sia ancora gente “terremotata” passato un anno da un evento tanto grave. Non è bastato un anno per aggiustare il destino di chi è ancora senza casa o negozio. Buon compleanno crollo.
Se da via Crispi scendiamo lungo via Pontano ci sembrerà di andare dietro nel tempo, percorrendo via Croce Rossa, una strettoia con metà delle case abbandonate. Arriviamo davanti alla Direzione Generale del Santobono-Pausillipon con annesso centro d’igiene mentale della ASL 1. E’ tutto un tourbillon di scooter che la percorrono contro mano, mentre più giù in via Palasciano possiamo trovare ristoranti dove si può gustare del pesce appena pescato o comprarlo nei negozi limitrofi.
Nei vicoli balconi maestosi con vecchiarelle affacciate come se stessero a teatro, nelle botteghe si vende di tutto, dalla frutta alle uova ed anche vestiti dozzinali.
Arrivati in basso vi è l’edificio fascista, denominato bonariamente La Torre, costruito là dove una struttura militare confinava con la spiaggia, da tempo svanita.
Pochi altri passi e ci troviamo davanti ad una chicca, che conosciamo attraverso una mia lettera, che venne pubblicata nel 2002 da tutti i quotidiani napoletani.
Strada con tre nomi primato imbattibile
Gentile Direttore, 
ho letto con interesse nella rubrica “curiosità”de Il Mattino che l’autore dell’articolo sulla strada napoletana in possesso di due toponimi riteneva la circostanza degna di figurare nel Guinnes dei primati. A tale proposito vorrei segnalare ai lettori un’altra strada che straccia ogni primato, essendo in possesso di ben tre nomi chiaramente espressi in tre distinte targhe che campeggiano austere ai lati della stessa. 
Trattasi di una perpendicolare tra via Piedigrotta e via Mergellina. Da un lato possiamo leggere la scritta “Jan Palach”, al lato opposto due diverse lastre marmoree, l’una indicante “Traversa Mergellina” e l’altra, resa quasi illeggibile dal tempo e dall’incuria , “Vico Lungo”. Tale anomalia fu da me segnalata in un articolo pubblicato tempo fa e di cui mandai copia ai componenti della commissione toponomastica cittadina, senza sortire alcun risultato.
Curiosità nella curiosità, in questa strada trovasi una dimenticata edicola votiva dedicata alla Madonna di Piedigrotta, un antico stendardo settecentesco, memore di chissà quante processioni, la cui effige tradisce in maniera lampante delle sembianze virili, segno inequivocabile dei gusti dello sconosciuto artista, il quale ha voluto immortalare il volto del suo amato glorificandolo e trasformandolo in un’immagine sacra. (Il Mattino 20 Settembre 2002) 
Inutile dire che a distanza di quasi 15 anni tutto è rimasto immutato.

i finti clochard della Mela

La "Torre"

E più avanti a via San Filippo, hanno messo paletti e transenne per impedire lunghe soste abusive. Parcheggiano lo stesso, però e le strade diventano così strette che non ci passa nemmeno il piccolo compattatore dell’Asìa. I vicoli conservano ancora in parte il toponimo di cupe, come sentieri di campagna. Quello era un tempo, tra mare e collina, tra i giardini e la spiaggia sorvegliata dalla Torretta che avvistava i saraceni e che dà il nome all’intera zona. Ora è un ufficio comunale, rifatto interamente durante il fascismo. Separa via Giordano Bruno da via Piedigrotta e ospita uffici comunali. Dell’antica struttura non conserva più nulla. Già dalle foto del primo Novecento non si vedono più tracce militari sull’edificio. Un tempo il mare arrivava fino a via Giordano Bruno.. Qui tutta l’edilizia nei secoli ha sfidato le falde acquifere. Se ne sono accorti, eccome, anche gli ingegneri della linea 6. Ma di acqua se ne trova pure negli scantinati di via Torretta. «E’ un fenomeno periodico e costante, precedente ai lavori del metrò».
Leggenda vuole che nei sotterranei, durante il Ventennio, venivano rinchiusi degli oppositori del regime e qualcuno era torturato. Ma, se chiedete, nessuno conferma. La memoria è diventata labile, perché il quartiere, da almeno quindici anni, sta cambiando pelle. Di pescatori non ne vedete, anche se in qualche vicolo c’è un gozzo a secco. Di pescivendoli ce ne sono ancora, ambulanti e con il negozio.
Un tempo via Generale Carmelo Cucca  era un angolo malfamato. Uno degli epicentri dei clan locali. Ora è quasi deserto, con i bassi che hanno invaso con un passetto la strada. Qualcuno ci ha incastrato persino la lavatrice, fuori, all’aperto. Dietro i cancelli intravedi un cortile che è quasi un fondaco. Arrivano richiami di comari, il ronzio di un frullatore, ma anche l’odore della frittura. «Un tempo si sentiva persino l’odore del mare, poi il mare si è seccato, non c’è più. Nella Torretta, durante la guerra c’erano gli americani che erano sempre a caccia di signorine. Venivano fin dentro al vicolo a cercarle. E c’era tanta gente che andava con loro, per fame. Diventò un commercio». Da pescatori di polpi e spigole a pescatori di femmine.
Sopra i vicoli, sopra questo retrobottega di Mergellina, svettano i palazzi di via Isernia e di via Schipa, alti edifici che s’innalzano sul tufo. Lassù si respira l’aria studentesca dei licei e quella degli studi professionali. Per inerpicarti puoi imboccare i viali privati dei condomini, trasformati in passaggi pedonali. Sbocchi lassù e l’intrigo lo vedi per scorci, a frammenti. Lo senti pulsare, però, è un richiamo animalesco. Rassicurante, quasi protettivo, come un’identità che ti accoglie e ti insegue con i suoi infiniti altarini, tutta una processione di Padri Pio e, qui, una moltiplicazione stordente di Madonne dell’Arco. Ce n’è una enorme, a grandezza naturale e a figura intera, protetta da una cappelluccia in vetro, accanto a un circolo omonimo e alla lapide delle vittime dei bombardamenti aerei dell’ultima guerra mondiale.
Per quanto si giri, cercando differenze, i quartieri, appena accetti la sfida delle vie traverse, mostrano l’identico ventre, mai piatto, sempre gravido. Le due città forse non esistono più, forse non sono mai esistite, nonostante la teorizzazione fatta negli anni Cinquanta da Domenico Rea. Ce n’è una che toglie e mette la maschera. Ma non c’è trucco e non c’è inganno. Giano, il dio con due facce, ha persino dato il nome al patrono Gennaro. Tutto torna., E tutto ha più nomi. Se vi fermate, ad esempio, davanti alla chiesa dei marinai, giù alla Riviera, e fate qualche domanda, potete assistere ad un talk show ruspante dove, come accade in tv, gridano, ridono e non si trova un’intesa. Nemmeno sul nome della stessa chiesa che, sebbene sulla facciata mostri l’inequivocabile scritta di santa Maria della Neve, per tante donne si chiama Sant’Anna. Tutto doppio e niente torna.
Il cuore della Torretta è il mercatino coperto. Una piccola Medina. In fondo c’è una trattoria dai prezzi popolari sempre affollatissima dai clienti di ogni ceto. E’ «Nonn’Anna»., un’istituzione.
L’ultima mutazione è di un decennio fa. «Hanno cominciato ad andare via le famiglie più popolari. Prezzi alti persino per i bilocali. Lavoro in zona ce n’era sempre meno e si sono trasferiti a Fuorigrotta o addirittura a Pianura». Ma lo spopolamento ha coinvolto pure la fascia alta dei redditi. «Viale Elena, io lo chiamo ancora così, viale Gramsci non m’è mai entrato nella testa, viale Elena è diventata una strada di uffici. Sempre meno famiglie e sempre meno consumi». A guardarsi attorno, anche nelle vecchie cupe proliferano i cartelli «vendesi» e «fittasi». E a volte neanche quelli: solo finestre chiuse o persino murate.
Questa è Chiaia: Liberty e catapecchie, griffe e bottegucce, signori e plebei, miseria e nobiltà, ma questa è da sempre l’anima immortale della città.

Pescheria

vicoli con balconi

vicolo

venerdì 7 marzo 2014

Un diplomatico di ferro

Renato Ruggiero

Renato Ruggiero, nato a Napoli nel 1930 e spentosi nel 2013 è stato un abile diplomatico, dove ha raggiunto i vertici della carriera, tra cui direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Dedicatosi alla politica è stato più volte ministro.
Laureatosi in giurisprudenza all'Università di Napoli nel 1953, Renato Ruggiero entra in carriera diplomatica nel 1955, ed è subito inviato in Brasile, presso il consolato italiano a San Paolo. Nel gennaio 1959, è assegnato all'ambasciata italiana a Mosca e, nel 1962, all'ambasciata italiana a Washington. Nel 1964 rientra in Italia per ricoprire l’incarico di capo-segreteria della Direzione generale per gli Affari politici del Ministero degli Affari esteri; nel 1966 è cancelliere presso l'ambasciata di Belgrado.
Nel 1969, Ruggiero è inviato a Bruxelles alla rappresentanza italiana permanente presso la CEE. Nel luglio 1970 è Capo di gabinetto del Presidente della Commissione europea Franco Maria Malfatti. In questo ruolo, partecipa ai negoziati che portano all'ingresso nella CEE di Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda. Dopo le dimissioni di Malfatti (giugno 1972), Ruggiero resta per un breve periodo alla Presidenza della Commissione CEE come consigliere politico del nuovo Presidente Sicco Mansholt, per essere poi incaricato della Direzione generale per la Politica regionale della Commissione europea (1973-77). Nel 1977 diviene portavoce di Roy Jenkins, successivo Presidente della Commissione europea, che assiste nei negoziati per il lancio del Sistema monetario europeo. Tra il 1978 e il 1980, Ruggiero rientra a Roma ed è consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri e Capo di Gabinetto di due Ministri degli esteri; in tali vesti è tra i negoziatori dell'entrata dell'Italia nel Sistema monetario europeo e si occupa anche di alcune situazioni critiche quali, ad esempio, la cosiddetta "Crisi di Sigonella".
Nel 1980 raggiunge il grado di ambasciatore ed è nuovamente inviato a Bruxelles come rappresentante permanente dell'Italia presso la Comunità europea, sino al 1984. In seguito rientra in Italia, come Direttore Generale per gli Affari Economici della Farnesina (1984-1985) e, per due anni, dal 1985 al 1987, è Segretario generale del Ministero degli esteri, cioè la più alta carica della diplomazia italiana.
Dopo le elezioni politiche del 1987, Ruggiero entra in politica, ed è nominato Ministro del Commercio estero nel Governo Goria (28 luglio 1987-13 aprile 1988), in quota PSI; è confermato al medesimo ministero nei successivi governi De Mita e Andreotti, sino al 12 aprile 1991. Tra il 1991 e il 1995 è responsabile delle relazioni internazionali del gruppo FIAT, e riveste vari incarichi dirigenziali e di consulenza presso società italiane ed europee. Nel 1995 è eletto direttore generale del WTO, con sede a Ginevra, carica che terrà sino al 1999; durante tale periodo promuove la liberalizzazione su scala mondiale delle telecomunicazioni, delle tecnologie informatiche e dei servizi finanziari. In seguito è nominato Presidente dell'ENI e (a settembre 1999) vicepresidente internazionale e Presidente per l'Italia di Schroder Salomon Smith Barney.
L'11 giugno 2001 Renato Ruggiero è chiamato da Silvio Berlusconi a ricoprire la carica di Ministro degli esteri nel suo secondo governo. Tale nomina sorprende favorevolmente gli ambienti politici, sia per l’indiscusso prestigio del neo-ministro, sia per la sua sostanziale indipendenza dai partiti politici. Ma dopo appena sei mesi, Ruggiero rassegna le dimissioni per incompatibilità della sua politica europeista e liberista con il localismo del partito di governo della Lega Nord.
Tra il 2006 e il 2008, Ruggiero ha ricoperto l'incarico di consigliere per la Costituzione europea del Presidente del Consiglio Romano Prodi.
Nei giorni febbrili della doppia moneta, quando l’euro affiancava la lira, il ministro allora più europeo di tutti (per cultura, curriculum, modernità) dovette dimettersi. Finì così, la sera del 5 gennaio 2002, l’avventura di Renato Ruggiero come ministro degli Esteri del secondo governo Berlusconi. Un ministro anomalo e “indipendente” in tutto e per tutto. Non solo come etichetta politica. Il diplomatico di Napoli non era legato a nessuna delle forze politiche allora al governo: Forza Italia, An, Lega Nord e Biancofiore (una delle tante modulazioni dei cristiano-democratici). Mentre era stato in passato legato ai socialisti. Ma indipendente, anche, nel suo attivismo. Che lo portò in un’intervista a lamentarsi, proprio nei giorni in cui i negozi avevano i doppi cartellini (euro-lira) dei troppi euroscettici del governo. Episodio che segnò l’acuirsi di una contraddizione che forse era già la sua presenza in quel governo, durata fino a quei giorni neanche sei mesi.
Ruggiero era un ministro del centrodestra che piaceva al centrosinistra. Un curriculum da diplomatico formidabile: ambasciatore a Mosca e Washington, segretario generale della Farnesina e tra i negoziatori dell’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo. Era già stato nei governi De Mita, Goria, Andreotti VI come ministro del Commercio estero. Ed era stato anche il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (il WTO) dal 1955 al 1999, unico italiano a ricoprire questa carica. Si fece preferire - e non era facile – al candidato di Bill Clinton che era l’ex presidente del Messico Salinas. Un incarico in cui ha lasciato traccia (promosse la liberalizzazione di telecomunicazioni, tecnologie informatiche e servizi finanziari) e che di riflesso gli ha conferito un prestigio internazionale che trasferì nel ruolo di ministro degli Esteri, quando Berlusconi lo scelse, nel giugno 2001. Su pressione, o invito – raccontano le cronache dell’epoca – di tanti nomi importanti: il presidente Carlo Azeglio Ciampi, Gianni Agnelli, Henry Kissinger, Berlusconi accettò e gli assegnò l’etichetta di «tecnico», nel senso più riduttivo possibile, e cioè di ministro ininfluente sulla linea del governo. Ruggiero portò nel suo incarico tutta la sua energia e il progetto – che non potè concludere – di una riforma delle carriere diplomatiche. Facendosi carico anche delle incombenze più creative, come quando partì per un tour nei Paesi arabi subito dopo una dichiarazione di Berlusconi sulla «superiorità» del mondo occidentale. Per rassicurare, spiegare, ricucire. E anche le sue dimissioni furono eleganti, e nonostante la delusione non passò all’Ulivo di Romano Prodi. Prima e dopo le esperienze diplomatiche e di governo fu presidente dell’Eni, ed ebbe ruoli chiave nella Fiat come in altri colossi internazionali e a Bruxelles. Ma la sua avventura più “rivoluzionaria” forse fu proprio quella alla guida politica della Farnesina, finita troppo presto. Con Renato Ruggiero scompare non solo un grande ambasciatore, che aveva saputo interpretare la carriera diplomatica nel senso più dinamico e moderno, ma anche un europeista convinto, che con la sua azione permise all’Italia di mantenere il suo percorso in Europa, nonostante le difficoltà frapposte da una classe politica farraginosa e autoreferenziale.
Al di là dei numerosi e prestigiosi incarichi da lui ricoperti al massimo livello alla Farnesina (come segretario generale, capo di gabinetto, rappresentante permanente a Bruxelles presso la Ue), alla Commissione europea (come capo gabinetto del presidente della commissione Malfatti, direttore generale per i fondi strutturali, portavoce di Roy Jenkins) e al Wto come primo direttore generale di quella organizzazione internazionale, e poi ancora come ministro del Commercio estero e ministro degli affari Esteri, mi piace ricordare due episodi che danno la misura della statura, della tempra e delle capacità dell’uomo.
Nel 1978, in pieno governo di unità nazionale, Ruggiero rivestiva l’incarico di coordinatore per quella che allora era la Comunità economica europea e si era riproposto di far entrare l’Italia nello Sme, il sistema monetario europeo, una sorta di anticamera alla moneta unica.
La classe politica in generale vedeva con diffidenza l’ingresso dell’Italia in un sistema di cambi fisso che avrebbe di fatto tolto al governo la leva del tasso di cambio, che consentiva attraverso le cosiddette svalutazioni competitive di assicurare al Made in Italy quote di mercato grazie ad una concorrenzialità fittizia e controproducente. Anche la Banca d’Italia nutriva forti perplessità verso questa scelta e non ne faceva mistero. Ancora più feroce l’opposizione del partito comunista, guidato da Berlinguer, che guardava con sospetto a un’integrazione troppo avanzata dell’Italia in un’Europa considerata ancora come espressione del grande capitale, della grande industria e della finanza.
Ricordo bene come Ruggiero riuscì a convincere Andreotti sulla assoluta necessità di non perdere la grande opportunità che si prospettava per l’Italia con l’ingresso in un sistema monetario che avrebbe aperto la strada alle riforme di cui il Paese aveva bisogno. Ruggiero negoziò le condizioni più favorevoli per l’Italia: una banda di oscillazione più ampia del tasso di cambio, e misure di sostegno all’economia del mezzogiorno. Andreotti si convinse della necessità della scelta ed ebbe il coraggio di affrontare in Parlamento un duro dibattito, che, dopo la scomparsa di Moro, segnò praticamente la fine del governo di unità nazionale.
L’altro episodio significativo fu la sua esperienza come ministro degli Esteri nel secondo governo Berlusconi. Fu chiamato per assicurare la continuità della politica europea dell’Italia. Riuscì a controllare Berlusconi in molteplici occasioni, ma nulla potette contro la rozzezza di Bossi e della Lega che mise a dura prova la sua diplomazia e il suo carattere. Senza attendere più un minuto Riggiero, quando capì che non avrebbe avuto nessuna possibilità di conservare all’Italia una politica decorosa in Europa, dette le sue dimissioni segnalando al Paese e ai partners europei il suo dissenso profondo con le scelte di politica estera di quel governo. Renato Ruggiero ha portato nella diplomazia italiana nuove concezioni e un soffio di modernità.
Cruciale fu anche il suo ruolo per disinnescare la crisi di Sigonella in un momento in cui i rapporti con gli USA rischiavano di deteriorarsi gravemente. Da segretario generale tentò una profonda riforma del ministero, tesa a svecchiare la carriera e a migliorarne la proiezione esterna. Purtroppo i corporativismi incrociati dei sindacati fecero fallire questo importante disegno che avrebbe potuto rappresentare una svolta per il rafforzamento del ministero e della politica estera dell’Italia. Con Ruggiero se ne va un grande commis dello Stato, la cui azione ha segnato profondamente la nostra politica estera, consentendo all’Italia, nonostante la sua classe politica, di preservare il suo ruolo di grande Paese in Europa e nel mondo.
Il più toccante ricordo di Ruggiero è stato quello di un collega di lusso Sergio Romano dalla sua stanza del Corriere della Sera. 
Personalmente ho avuto con lui un rapporto iniziato al ministero degli Esteri e cresciuto sino a diventare vera amicizia a mano a mano che ciascuno di noi prendeva strade alquanto diverse da quella che avevamo cominciato a percorrere più o meno negli stessi anni.
L’ho conosciuto e frequentato soprattutto quando era segretario generale della Farnesina, ministro del Commercio Estero nel governo Goria, vicepresidente della Fiat, direttore dell’Organizzazione per il Commercio internazionale, vicepresidente di una grande banca americana, membro della Trilaterale, ministro degli Esteri per pochi mesi nel secondo governo Berlusconi. Venturini ha ragione quando scrive che il dato comune, in ciascuna di queste incarnazioni, era il suo europeismo. Apparteneva a una generazione che aveva «scoperto» l’Europa sui banchi dell’Università e aveva avuto la buona sorte d’incrociare a Bruxelles, nella rappresentanza italiana e negli uffici della Commissione, i più brillanti esponenti della prima generazione unitaria. Non era uomo incline alle nostalgie e ai rimpianti. Ma so che negli ultimi quindici anni della sua vita, dopo il trattato di Maastricht, rifletteva spesso sulle occasioni perdute, le false partenze, l’europeismo ambiguo e ipocrita di una larga parte della classe dirigente italiana.
Non è difficile immaginare, quindi, le ragioni per cui il suo passaggio alla Farnesina come ministro degli Esteri sia stato travagliato e breve. Ruggiero non poteva ignorare le ragioni per cui il suo nome era stato suggerito a Berlusconi da Giovanni Agnelli e Henry Kissinger. L’ex segretario di Stato americano e il presidente della Fiat si chiedevano, con qualche preoccupazione, quale sarebbe stata la politica estera di un governo popolato da euroscettici, euro fobici, euro-indifferenti. Ruggiero fece del suo meglio per raddrizzare qualche decisione e per spiegare ai suoi colleghi quali rischi l’Italia avrebbe corso se avesse fatto una politica europea tiepida o addirittura ostile. Se ne andò quando capì che la sua permanenza al governo sarebbe stata una ipocrita copertura.
Le sue dimissioni, quindi, non mi sorpresero. E mi piacque in particolare lo stile del suo rifiuto. Altre persone, al suo posto, avrebbero ceduto alla tentazione di sbattere la porta per creare un caso nazionale. Il suo gesto sarebbe piaciuto a una parte dell’opposizione e gli avrebbe probabilmente consentito di prenotare un posto per sé nella politica italiana degli anni seguenti. Ma non era questo il suo modo di concepire il servizio pubblico. Molto tempo prima avevo avuto con Ruggiero un breve dissapore sul ruolo del Sud nella politica italiana. Quando appresi le sue dimissioni dovetti fare ammenda e riconoscere in cuor mio che nel suo modo di uscire dal governo vi erano i tratti della migliore signorilità napoletana.

Ex ministro Renato Ruggiero

I Luciani un popolo a parte

Napoli: una veduta di Santa Lucia


Per decenni i luciani sono stati un popolo dentro un altro popolo. Gli abitanti di Santa Lucia, infatti, ci hanno sempre tenuto a rimarcare la loro forte identità, sottolineando le differenze con i napoletani, o quanto meno la capacità di riassumere, nei suoi estremi, ogni aspetto del popolo partenopeo. Per esempio si sentivano, loro sì, gente di mare , che viveva unicamente per il mare e del mare. Le più belle acquafrescaie venivano da là, così come i marinai più esperti e i venditori di pesce più prelibato, per non parlare dei più forniti ostricari e dei più astuti venditori ambulanti di polipi, gamberi, datteri di mare, vongole, conchiglie, cannolicchi e caffettere. E che dire delle luciane, che potevano essere bellissime, come le più affascinanti dame di corte, e bruttissime, come misere abitanti dei bassi allora esistenti in città? Nel primo caso, «sbucano a sciami dai vicoletti e corrono su la via grande, innanzi al mare, così come si trovano abbigliate, nei mesi di caldo. Belle ragazze robuste, bruno dorate, dai neri e crespi capelli, dalle corte gonne dalle quali appaiono procaci le ben tornite gambe», nel secondo caso, si tratta di «donne mature, tutte rughe, sciatte, vecchie innanzi tempo, scalze, trascinantisi dietro non meno di quattro o cinque demoni nudi. Talune hanno enormi pance ballonzolanti, altre, avvolte in cenci, hanno l’apparenza di contorti tronchi». L’occhio clinico è di Ferdinando Russo, e questa considerazione è riportata in un suo trattato dal titolo eloquente, appunto, di Santa Lucia, che dopo più di un secolo di oblio è appena tornato in libreria.
Questa Santa Lucia descritta da Russo come appariva alla fine dell’Ottocento, «ha costituito una vera e propria Icona della napoletanità: letteratura, poesia, testi di vecchie canzoni sembrano averne quasi logorato il ricordo, diluito nelle descrizioni di genere. Eppure questo testo di Russo, conosciuto per lo più come autore di canzoni e poesie, forse è la più autentica, la più viva ricostruzione storica e antropologica di un quartiere e di una filosofia di vita». Non mancano nel libro, ovviamente, aneddoti, descrizioni di personaggi sui generis e curiosità. Tra queste ultime, addirittura si scopre che Santa Lucia aveva anche i suoi piatti tipici: il polpo detto appunto alla luciana, la minestra verde mmaretata e la mulignana c’’o ddoce. Il primo piatto, racconta Russo, ha un sapore inconfondibile, anche per merito del polpo e di come viene pulito, bollito e poi condito; per quanto riguarda la minestra verde mmaretata, anche se si tratta di una pietanza tradizionale, ben nota ai napoletani, «quella preparata dai luciani è superiore alle altre»; pare che uno dei suoi segreti fosse quello di usare, per maritare gli ingredienti, code e cotenne di porco salato. La mulignana c’’o ddoce, invece, ha la particolarità di essere una sorta di timballo di melanzane, tagliate finissime, e sistemate su uno strato di cioccolata, cedro candito, uva passa.
Tra i personaggi immortalati spicca fra tutti il venditore di ostriche proprietario di un bancariello sull’allora lungomare, che aveva piazzato il seguente cartello: «Ostricaro fu Giovanni». «Evidentemente» commenta Russo «il modesto figliuolo aveva avuto la nobilissima idea di glorificare il venerato genitore e aveva dimenticato di consacrarne il cognome! Giova chiosarla l’immensità di quella ditta? Quel Giovanni anonimo, per l’anonimo figliuolo, ha una fama mondiale!».
Per secoli per i luciani i festeggiamenti erano l’occasione per esternare la loro diversità, allontanarsi anche per un solo giorno da una vita difficile era un momento di felicità. L’illusione di mutare stato sociale cambiando semplicemente abito.
Nella festa della ‘nzegna gli indigeni si vestivano da re, regina e nobili e dai vicoli del Pallonetto si portavano verso Piazza del Plebiscito, creando un corteo che imitava quello reale. Ricevuto l’omaggio del sovrano, che lanciava monete ai componenti dell’originale processione, proseguivano lungo via Santa Lucia per fare tappa nella chiesa di Santa Maria della Catena. Quindi si portavano sul lungomare dove si buttavano a mare alla spasmodica ricerca di una cassa.
Una volta trovata, la festa si concludeva tra un tripudio di fuochi pirotecnici, musica e danze. Una usanza che è durata fino al periodo laurino.
In occasione di particolari festeggiamenti: nascite, battesimi e matrimoni i luciani amavano indossare abiti di “gala”. Quelli più ricchi sfoggiavano il cosiddetto “albernuzzo di telettà”, una specie di cappa, adornato di nastri colorati, mentre i più poveri avevano calzoni di lino, una camiciola di lana e sul capo un berretto rosso. Le donne vestivano un corpetto ed un grembiale ricco di merletti, mentre i capelli erano acconciati alla spagnola con il “tuppo”, una sorta di chignon. Le donne maritate sfoggiavano un drappo di seta d’oro, mentre le contadine abbellivano il capo con un fazzoletto colorato.

Santa Lucia in una antica cartolina

Una dinastia di produttori cinematografici

Goffredo Lombardo

Goffredo Lombardo, nato a Napoli nel 1920 e deceduto a Roma nel 2005 è stato uno dei più grandi produttori cinematografici italiani, figlio di Gustavo Lombardo, fondatore della Titanus e dell’attrice Leda Gys.
Per inquadrare la sua figura è opportuno consultare il capitolo “La nascita del cinema e della televisione” contenuto nel II tomo del mio “Napoletanità: arte, riti e miti a Napoli”.
Socialista, di famiglia borghese, Gustavo Lombardo iniziò la sua attività vendendo «lanterne magiche» alle parrocchie napoletane. Ventenne, impiantò il suo ufficio per commerciare e vendere film. Nel 1906 fondò la rivista «Lux» e nel 1909 aprì la sala Roma, creando la società Sigla per gestire il noleggio dei film nell’Italia centrale e meridionale. Ebbe una straordinaria capacità d’intuizione ed inserì nel corpo della pur immatura attività elementi straordinariamente avanzati, come l’esclusiva della distribuzione del film o la preventiva indagine di mercato per intercettare i gusti del pubblico. Nel 1911 lanciò il primo lungometraggio del cinema italiano, Inferno, tratto dalla Divina Commedia, eccezionale successo nazionale e internazionale. Nel 1914 si assicurò la distribuzione del kolossal Cabiria, sceneggiato da Gabriele D’Annunzio. Il grande salto avvenne nel 1917 con la Lombardo Film, che allestì i suoi studi negli ex locali della Polifilm al Vomero. Nel 1915 creò il Monopolio Grandi Films e nel 1919 debuttò nelle produzioni. Quindi rilevò la distribuzione della Film Italia di Torino, aprì agenzie a Malta e in Turchia, sopravvisse alla bufera del 1925 quando l’avvento del sonoro spazzò via molte presenze napoletane. Si trasferì infine a Roma e nel 1928 fece nascere la sigla Titanus, che sarebbe diventata la seconda casa di produzione cinematografica al mondo dopo l’hollywoodiana Metro Goldwyn Mayer.
Tra i suoi meriti Gustavo Lombardo ebbe quello di far esordire al cinema Totò nel 1937, in Fermo con le mani, sancendo l’intesa con la firma su un tovagliolo al ristorante. L’attrice di punta della società, assolutamente importante nella sua affermazione, fu la bellissima Leda Gys, anagramma esotico del suo vero nome Giselda, cognome Lombardi, diva del muto e interprete assai versatile, rivale di Lyda Bonelli e di Francesca Bertini. Lombardo visse con lei un legame more uxorio scandaloso per quei tempi, nel 1920 dall’unione nacque Goffredo e solo nel 1932 la sposò.
Goffredo si laureò in Giurisprudenza a diciotto anni, il più giovane in Italia, discutendo una tesi su Il diritto d’autore nell’opera cinematografica. E decise presto che i film sarebbero stati anche la sua vita. Dovette però combattere l’ostracismo del padre. «Non mi voleva, io lo ammiravo ed ero orgoglioso di essere suo figlio, lui ci ha messo anni per accettarmi», avrebbe ricordato. Pur di rimanere nell’ambiente accettò di fare l’imbianchino, il falegname e l’operaio. Fino al giorno in cui Gustavo ammise, confessandolo con malcelata soddisfazione a un amico, che «’o guaglione nun è fesso».
Nel 1951, morto il padre, Goffredo Lombardo prese nelle sue mani le redini della Titanus. Fu lui a convincere nel 1953 l’esuberante e statuaria Sofia Scicolone a cambiare il nome d’arte che si era scelto da Sofia Lazzaro in Sophia Loren. Nel 1960 l’attrice vinse l’Oscar con La ciociara, diretto da Vittorio De Sica, sceneggiato da Cesare Zavattini e tratto dal romanzo di Alberto Moravia. Con lui lavorarono registi come Michelangelo Antonioni, Luigi Comencini, Federico Fellini, Giuseppe De Santis e tantissimi altri. Era un produttore vecchia maniera, di quelli capaci di riscrivere i dialoghi di un film in fase di montaggio. Pignolo e perfezionista, ma non quanto Luchino Visconti che con lui fu impegnato nel 1963 nella mastodontica e irripetibile avventura del Gattopardo. Goffredo pianificò nei dettagli l’operazione, sostenendo l’affermazione del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa negli USA e pagando un’organizzazione perché ne acquistasse copie su tutto il territorio americano. Allestì un cast d’eccezione (Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon) e investì tre miliardi di lire. Non tenne però in conto i geniali capricci di Visconti («Lombardo, io questo film lo posso fare solo così. Se vuole, mi sostituisca». E Goffredo: «Ma che sostituzione, qui c’è solo da sperare in Dio!») che lo portarono nella leggenda del cinema e sull’orlo del disastro economico. Per salvarsi e risanare gli enormi debiti fu costretto a vendere tutto quello che possedeva, tranne i gioielli della madre: 12 miliardi e 750 milioni, si disse pagati in contanti. Si riprese e con il figlio Guido poté splendidamente tagliare il traguardo dei cent’anni dell’impresa di famiglia, con oltre 1200 film prodotti e distribuiti. Nel giugno del 2004, ottantaquattrenne, ha ricevuto il David di Donatello alla carriera ed è stato insignito dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi all’onorificenza di Cavaliere. Ripeteva spesso: «Il cinema è la storia di un mondo fatto di sogni, di emozioni, di entusiasmi, ma anche di scelte impegnative, di coraggio e di sacrificio». E’ morto il 2 febbraio del 2005.
Tra i riconoscimenti ricordiamo:
David di Donatello
1956: miglior produttore (Pane, amore e …)
1958: Targa d’oro
1961: miglior produttore (Rocco e i suoi fratelli)
1974: David speciale
2004: David speciale
Tra i film ricordiamo:
Tormento (1950)
I figli di nessuno (1951)
Africa sotto i mari, regia di Giovanni Roccardi (1953)
La maja desnuda (1958)
La sposa bella (1960)
Rocco e i suoi fratelli (1960)
Cronaca familiare (1962)
Il giorno più corto (1962)
Le quattro giornate di Napoli (1962)
Sodoma e Gomorra (1962)
Il Gattopardo (1963)
Ti-Koyo e il suo pescecane (1964)
Nel 2004 la Titanus ha compiuto 100 anni. E vi sono state grosse celebrazioni.
Fu Gustavo Lombardo, insieme alla moglie Leda Gys, grande diva del muto, a porre le fondamenta, nel lontano 1904, di quello che sarebbe diventato nei decenni a seguire il fiore all’occhiello della produzione cinematografica italiana. Dai primi cortometraggi, accompagnati nella visione dalle note stridule di pianisti locali, ai film muti di grande rilevanza popolare - Inferno, Maciste, Assunta Spina, Profanazione per proseguire con Cabiria e Christus, dove il cinema introduceva nelle pellicole i primi esempi di effetti speciali – per proseguire nel tempo fino agli anni quaranta, quando le redini della Titanus passarono tra le abili mani del figlio di Gustavo, quel Goffredo Lombardo, napoletano verace, che contribuì non poco, con titoli di successo internazionale – Catene, Tormento, I figli di nessuno, Roma ore 11 – ad una svolta epocale del cinema italiano. Il trionfo fu tale che rese la Titanus ancora più forte. Il prestigio della casa e la garanzia del nome fecero si che lo sforzo produttivo arrivò a toccare i vertici del capolavoro assoluto come nel caso del Il gattopardo e Rocco e i suoi fratelli.
Oggi, e ormai dal 1989 con l’ultimo film Buon Natale, buon anno, la Titanus non produce più per il cinema. Il controllo è passato tra le mani di Guido, figlio di Goffredo, il quale pur proseguendo nel segno della tradizione familiare, ma per la crisi che attanaglia il cinema italiano, ha deciso di dedicare i propri sforzi alla televisione, in particolare alla fiction. I risultati anche in questo settore sono notevoli e Orgoglio ne è il classico esempio.
Nello studio di Via Sommacampagna a Roma si sono avvicendati i più famosi registi - Matarazzo, Rossellini, Visconti, Fellini, Tornatore tanto per citarne qualcuno - e i grandi artisti  italiani - Yvonne Sanson, Amedeo Nazzari, Anna Magnani, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Nino Manfredi, Vittorio Gassman e stranieri, come Alain Delon e Burt Lancaster -. Senza dimenticare le “scoperte” dell’oggi sempre arzillo 84enne Goffredo Lombardo, il quale individuò nell’allora sconosciuti Totò e Sofia Loren due attori di lustro e oggi colonne intramontabili del cinema italiano.
Le celebrazioni del centenario sono state aperte dal sindaco di Roma Walter Veltroni nella sala della Promomoteca e proseguiranno per tutto il 2004 con proiezioni a Roma e Milano. All’Auditorium di Roma sarà proiettato “Titanus: un secolo di cinema e televisione” lavoro di Enrico Lucherini e Goffredo Lombardo, che ripercorre la storia della Titanus attraverso i momenti più significativi dei film prodotti dai primi anni del secolo fino alle ultime produzioni di film per la televisione. Il documentario è attualmente in vendita in formato DVD. Da non perdere.
Take Five
Il cast di Take Five