mercoledì 17 ottobre 2018

Capolavori del Seicento napoletano in asta a Vienna

fig. 1 - Copertina asta


Se siete ricchi sfondati e volete assicurarvi uno splendido dipinto di Artemisia Gentileschi per adornare il vostro salotto, dovete subito prenotare l’areo per Vienna, dove il 23 ottobre vi sarà una importante vendita all’asta della Dorotheum, il cui gioiello sarà costituito da una sensuale Lucrezia, capolavoro della nota pittrice, che fa anche da copertina (fig.1) del lussuoso catalogo degli oltre 300 dipinti posti all’incanto.
Se viceversa siete solo sfondati, ma appassionati del bello e dell’arte, potrete deliziarvi ammirando le foto dei quadri del Seicento napoletano, acquistabili per cifre più ragionevoli, illustrati dal massimo esperto di quel periodo, cioè dal sottoscritto.
L’opera over the top di cui parlavamo raffigura il suicidio di Lucrezia (fig.2) e proviene da una collezione privata italiana. La quotazione è di 500.000-700.000 euro. Ma secondo Mark MacDonnell, l’esperto  di Dorotheum, è una stima prudente che «non riflette il suo valore commerciale che ci aspettiamo essere molto più alto». Secondo il nostro parere, in un momento di crisi economica, come quello che attraversiamo, la stima del suo valore più che fantastica è fantasiosa.
L’attribuzione, incerta fino a qualche anno fa, è arrivata da Nicola Spinosa nel 2015. La data dell’esecuzione secondo alcuni risale al 1630, secondo altri studiosi al 1640-45 circa. Contrariamente al modus operandi della pittrice, quello di Lucrezia non è un autoritratto. Artemisia dipinge spesso donne eroiche della mitologia antica e cristiana. Oggetto di questo lavoro, è la nobildonna romana, divenuta un simbolo popolare della sfida femminile contro la tirannia. L’eroina, anche se non ha i suoi lineamenti, riflette comunque la  stessa vita della pittrice: come Lucrezia anche Artemisia aveva subito abusi da parte di un uomo.
Volendo rimanere sulla stessa iconografia passiamo ora a contemplare un altro seno accattivante di un’altra Lucrezia (fig.3), attribuita nella scheda a Diana De Rosa, più nota come Annella di Massimo, una pittrice, il cui catalogo è ancora da definire con attendibilità, per cui ogni raffronto con altre sue opere è quanto mai arduo. L’unica cosa che oramai sappiamo con certezza sulla pittrice, sorella di Pacecco e moglie di Agostino Beltrano è che la bufala partorita dalla fertile fantasia del De Dominici dell’uxoricidio dovuto ad una soffiata di una cameriera pettegola che aveva riferito al marito di aver visto Massimo Stanzione, maestro di Annella, mettere in mano all’allieva un pennello particolare è completamente falsa.
Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza. Sicuri sono soltanto i dati anagrafici, 1602-1643, resi noti dal Prota Giurleo.
Il De Dominici ciarlava che Annella, allieva di Massimo Stanzione, fosse la pupilla del maestro, il quale si recava spesso da lei, anche in assenza del marito per controllare i suoi lavori e per elogiarla. Una serva della pittrice, come abbiamo detto, che più volte era stata redarguita dalla padrona per la sua impudicizia, incollerita da ciò, avrebbe riferito, ingigantendone i dettagli, della benevolenza dimostrata dal «Cavaliere» verso la discepola, scatenando la gelosia di Agostino, il marito, il quale accecato dall’ira, sguainata la spada, spietatamente le avrebbe trafitto il seno. A seguito di questo episodio il Beltrano, pentito dell’enormità del suo gesto ed inseguito dall’ira dei parenti di Annella, si rifugiò prima a Venezia e poi in Francia dove visse molti anni prima di ritornare a Napoli.
Oggi la critica, confortata da dati inoppugnabili, tra cui la documentazione che morì nel suo letto dopo aver partorito numerosi figli ed aver ricevuto l’estrema unzione, non crede più a tale favoletta, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che dal Croce al Prota Giurleo, dal Causa a Ferdinando Bologna unanimemente si credeva fosse stato inventato in pieno Settecento dal De Dominici, è viceversa dell’«epoca», essendo stato rinvenuto in alcuni antichi inventari: in quello di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. In entrambi vengono riferiti dipinti assegnati alla mano di «Annella di Massimo».
Passiamo ora ad un languido Martirio di S. Orsola (fig.4), di una collezione privata napoletana, eseguito da Giavan Bernardo Azzolino. Azzolino chi era costui? Un pittore più famoso per essere stato il genero del grande Ribera, del quale sposò per interesse una delle   figlie, piuttosto che l’onesto artista attivo per oltre 50 anni nel difficile mercato napoletano, suggestionato dalla nuova moda naturalista importata dal Caravaggio, al quale si deve l’idea dell’iconografia rappresentata.
Il dipinto in esame, noto da tempo agli studiosi, grazie a Leone de Castris, va collocato cronologicamente al secondo decennio del Seicento, un momento in cui Azzolino non solo meditò sulle novità introdotte dalla pittura del Caravaggio, ma guardò anche ai primi interpreti napoletani del suo messaggio, come Carlo Sellitto e Battistello Caracciolo, che tentavano precoci esperienze sul piano del luminismo e del naturalismo.
Come il Caravaggio nel suo celebre dipinto conservato a Napoli a Palazzo Zevallos, Azzolino costruisce sinteticamente la scena, facendo emergere dall’ombra il corpo nudo della santa, che diventa così il perno visivo su si impostano  gli altri personaggi, rappresentando l’evento in maniera essenziale ed incisiva, senza ricorrere a inutili particolari descrittivi. La santa sembra non soffrire per il dolore provocato dalle frecce, che le trafiggono le carni ed appare immersa in una beata rassegnazione al martirio.
Rimanendo sempre nel campo del nudo femminile mostriamo ora una seducente Betsabea al bagno  (fig.5) di Giacomo Farelli, una figura di rilievo nel panorama artistico napoletano della seconda metà del secolo, (Roma o Napoli 1629 - Napoli 1706) del quale un documento recentemente scoperto dal Delfino ci corregge la data, 1629 e non 1624, e forse anche il luogo di nascita.
Concettualmente vicino alla cultura del Di Maria nella fase iniziale della sua carriera, quando persegue l’identico indirizzo intellettualistico dell’Accademia di Notomia fondata dallo stesso Di Maria con Andrea Vaccaro, si avvicina gradualmente alla   nuova maniera con l’usare tinte dolci e piene di morbidezza» (De Dominici). Giungerà poi nella piena maturità ad una sorta di neo michelangiolismo che non trova corrispettivo culturale in ambito napoletano e deriva da lunghe e proficue meditazioni romane a cospetto della Sistina.


fig. 2 -  Artemisia Gentileschi - Lucrezia - 133x106 - Italia collezione privata
 fig. 3 - Diana De Rosa - Lucrezia - 129x103 - Italia collezione privata
fig. 4 - Giovan Bernardo Azzolino - Martirio di S. Ursula - 104x128 - Napoli collezione privata

fig. 5 - Giacomo Farelli - Betsabea al bagno - 200x130 - Italia collezione privata
Finalmente una santa che non si mostra “nature” all’osservatore, intendiamo parlare della S. Caterina (fig.6) di Francesco Guarino, proveniente da una celebre raccolta napoletana. L’artista nei quadri raffiguranti sante recepisce con sempre maggiore evidenza la maniera stanzionesca e le languide dolcezze pittoriche del miglior Pacecco De Rosa, come pure è permeato dagli impreziosimenti vandychiani e neoveneti, al pari di tutto l’ambiente artistico napoletano.
Nello stesso tempo  sceglie sempre più spesso il piccolo formato, che era stato portato al successo dal Cavallino e dialoga alla pari con il Vouet, con il Domenichino e persino con Francesco Cozza.
Dalle tela in esame promana una dolcezza languida, serena, rassicurante, che ci fa comprendere con quanta calma queste sante, avvolte nelle sete rare delle loro vesti acconciatissime, abbiano affrontato il martirio, sicure della bontà delle loro decisioni, placando e spegnendo ogni sentimento e sensazione negativa quali il dolore, la sofferenza, lo sdegno ed esaltando la calma serafica, la serenità dell’animo, la certezza di una scelta adamantina. La pittura in queste immagini dolcissime e sdolcinate cede il passo alla poesia, che si fa canto soave anche nella rappresentazione delle «flessuose signorine napoletane del suo tempo e per le loro fogge lussuose, fresche di seriche gale o pingui di velluti, che la luce coglie furtiva come fiori dalla notte»
Passiamo ora dalla natura viva alla natura morta, anche se sarebbe più preciso definirla natura in posa, proponendo all’attenzione del lettore tre dipinti (fig.7–8–9) di Abraham Brueghel dal cromatismo vivace e luminoso. 
Abraham Brueghel (Anversa 1631 - Napoli 1697), nel 1676 si trasferisce a Napoli, dove vivrà fino alla morte avvenuta nel 1697. Ci troviamo perciò davanti ad un pittore italiano a tutti gli effetti e per il 50% napoletano, alla pari del Ribera o di Mattia Preti, nati altrove, ma che all’ombra del Vesuvio hanno svolto la parte più significativa della loro attività. Egli è intriso culturalmente di spirito nordico, possiede un’assoluta padronanza dei modi dell’anziano Frans Snyders ed una buona conoscenza delle novità apportate da Jan Fyt, come i fondali boscosi e le colonne poste su alti stilobati, ma giunto a Roma è ansioso di recepire motivi classici della pittura italiana ed inserisce spesso nelle sue ricche composizioni elementi di carattere archeologico, come vasi scolpiti, bassorilievi e frammenti antichi.
Sotto il profilo temporale è noto che l’artista nordico trasferitosi definitivamente a Napoli vi vivrà fino alla morte concludendo la sua carriera nel 1697 e collaborando con i maggiori pittori di figura in circolazione da Giordano a Solimena.
Anzi le tele eseguite all’ombra del Vesuvio spesso vengono riconosciute proprio dal collaboratore di figura che sceglieva sempre tra i più bravi; egli volse ad amplificazioni barocche il repertorio dei motivi di natura morta di fiori e di frutta, arricchendoli di pittoreschi fondali di giardino, animali rari e primi piani di figure, spesso facendosi coadiuvare anche da un paesaggista, in maniera da realizzare composizioni ridondanti e coloratissime.
Una caratteristica patognomonica che ci permette con ragionevole certezza di assegnare a Brueghel un quadro è il modo in cui dipingeva i cocomeri  e che gli valse meritatamente il soprannome di "fracassoso", coniato  dal De Dominici, il quale nel descriverlo così proseguiva: «preso un cocomero ben grosso lo lasciava cadere a terra, e come rimaneva rotto in quell’accidente lo dipingeva». Un modo elegante e discorsivo per esaltare quello stile brioso e leggero, per quanto elegante e spontaneo, che cozzava con quella solida lucidità ottica degli epigoni della scuola napoletana suoi contemporanei, da Giovan Battista Ruoppolo a Giuseppe Recco. Infatti egli incaricava un suo assistente di prendere un mellone maturo di cospicue dimensioni e di gettarlo a terra con violenza spaccandolo in due parti diseguali che definire barocche è un eufemismo. Se la rottura non era di suo gradimento si passava ad un secondo cocomero ed eventualmente ad un terzo, tanto all'epoca costavano poco niente, fino a quando le profonde spaccature non assumevano una linea sinuosa e sporgente. L'occhio dell'osservatore non rimane insensibile a queste curve ipeglicemiche e dopo poco, inevitabile, viene l'acquolina in bocca ed il desiderio irrefrenabile di addentare quella polpa dolce e generosa.
E concludiamo in bellezza la nostra carrellata con un paesaggio (fig.10) di Salvator Rosa, una specialità che il pittore predilesse quando, tornato a Roma nel 1649 è ambito da facoltosi committenti ed è richiesto dalle maggiori corti europee principalmente per i suoi paesaggi, spesso animati da vivaci figurine ed imitati fino alla fine del Settecento. Lo scenario è spesso quello del sud con le sue rocce ed i suoi panorami aspri e severi, resi con una certa dose di libertà espressiva e di fantasia, che non permette mai di identificare con precisione i luoghi rappresentati. Il fogliame è reso con grande accuratezza e spesso sono presenti le caratteristiche torri di avvistamento presenti in tutte le nostre coste flagellate dalle incursioni dei saraceni. Le figure dei contadini sono riprese nell’atto di animare la conversazione con una gestualità tipica delle popolazioni meridionali. La scelta dei colori cupi ed ombrosi è una costante della paesaggistica rosiana che tende a rappresentare le sue scene al tramonto, per rendere l’atmosfera più raccolta e più intimo il discorrere dei personaggi.
 
fig. 6 -  Francesco Guarino - S. Caterina - 76 x61 - Napoli collezione privata
 fig. 7 - Abraham Brueghel - Natura morta di fiori, frutti, putti e animali - 158 x210 - Roma collezione Nestore Leoni
fig. 8 - Abraham Brueghel -  Natura morta di fiori e frutti - 95 x73 - Italia collezione privata
fig. 9 -  Abraham Brueghel - Natura morta di fiori e frutti - 95 x73 - Italia collezione privata
fig. 10 -  Salvator Rosa - 78x86 - Roma collezione privata

domenica 14 ottobre 2018

La via Antiniana

fig 1 - Via-Antiniana per colles


La via Neapolis-Puteolim per colles (fig.1) per chi da Napoli andava a Pozzuoli era la strada più comoda e, per un certo tempo l’unica, che univa Napoli con il capoluogo flegreo. Un ulteriore collegamento si venne a creare dopo circa un secolo, con l’apertura della Crypta Neapolitana intorno alla fine del I sec. a.C., che univa le zone di Fuorigrotta e Piedigrotta (fig.2–3–4). Essa era conosciuta anche come Antiniana, anche se, secondo alcuni autori, tale toponimo è stato usato solo a partire dal XVIII secolo.   
Era detta ‘per colles’ perché era fondamentalmente un sentiero che, arrampicandosi su per la collina del Vomero lo superava per scendere a Fuorigrotta, proseguire attraverso Agnano e terminare a Pozzuoli nei pressi della Solfatara, dove recentemente è tornato alla luce un ampio tratto di via delle Vigne (fig.5), una antica strada che univa la via principale con la strada che collegava Pozzuoli e Capua. 
Prima della realizzazione della via ” per colles”, nel 1° secolo a.C., a meno di non andare per mare, chi voleva raggiungere Pozzuoli da Napoli o viceversa, doveva arrampicarsi per i tortuosi sentieri di Posillipo attraversare boschi e selve, spesso molto fitti, e poi, superato il monte, le ampie zone paludose che si frapponevano tra la collina e la plaga flegrea. Già prima della via Antiniana, esisteva una strada che collegava Napoli a Pozzuoli passando per le attuali Soccavo e Pianura, evitando così le paludi che caratterizzavano a quei tempi il territorio di Fuorigrotta e Bagnoli.
Solo la villa di Vedio Pollione, che si estendeva magnifica con le sue numerose dipendenze lungo il fianco di un ampio tratto della collina di Posillipo fino al mare, godeva di un suo proprio collegamento con Coroglio e quindi con Pozzuoli e il suo porto attraverso la Grotta di Seiano (fig.6) che in poco tempo permetteva di raggiungere il litorale flegreo a uomini e carrozze.
Quando Cocceio fece il tunnel a Piedigrotta , le distanze si abbreviarono di molto ma la strada per colles rimase la preferita per chi non aveva particolare fretta o per chi non sopportava la polvere e l’angustia che si dovevano patire nell’attraversare la , né tanto meno intendeva correre i pericoli e i rischi che il suo attraversamento comportava. Anche i compagni che portarono le reliquie di San Gennaro da Puteoli a Neapolis, preferirono la via per colles a quella per cryptam, più breve ma meno sicura.
A conferma di quanto affermato, la circostanza che l’imperatore Traiano provvide a far potenziare la strada attraverso le colline tra il 96 e il 102 d.C. Una strada antichissima rimasta in nomi e toponimi oltre che nella storia della città.  

  
fig. 2 -  Crypta Neapolitana -  Entrata di Piedigrotta
fig. 3 -  Crypta Neapolitana -  Entrata di Piedigrotta in un dipinto
fig. 4 -  Crypta Neapolitana -  Uscita di Fuorigrotta
 fig. 5 - Via Antiniana all'altezza di via delle Vigne
 fig. 6 - Grotta di Seiano, ingresso

  
Sopravvive un tratto di strada romana all’interno della Mostra d’Oltremare e le terme di via Terracina a Fuorigrotta (fig.7); resti di una costruzione romana, in via Conte della Cerra (fig.8), tra il Museo e il Vomero, i resti di un viadotto che portava l’acqua del Serino e delle antiche arcate (fig.9) vicino alla stazione della metropolitana di via Salvator Rosa.
Altre testimonianze di epoche successive si possono ancora trovare in molte chiese e antichi palazzi stretti tra costruzioni anonime e spesso in rovina.
Proviamo ora a descrivere il percorso in direzione di Napoli:dopo Agnano, Fuorigrotta e la località Marcianum, la Via per colles risaliva la Loggetta e la Canzanella, raggiungeva la collina del Vomero in zona S.Stefano, proseguiva per Via Belvedere e passava per Antignano.
Dopo Antignano scendeva per via S.Gennaro  ad Antignano, via Conte della Cerra, Salvator Rosa.
Infine, dopo la zona di Piazza Mazzini scendeva lungo un percorso compreso fra i Ventaglieri ed il Cavone per arrivare più o meno dalle parti dello Spirito Santo, da dove allora si entrava in città.
Fin dall’antichità, e per secoli, questa strada ha costituito l’asse portante dei collegamenti da e per la collina, e di quelli interni alla collina stessa. Infatti da questa via si diramavano tutti i percorsi che servivano i nuclei abitativi - le ville e masserie - disseminati su di essa.
La Via per colles inserendo al tempo dei Romani la collina lungo la direttrice Napoli-Pozzuoli-Roma, è stata determinante per lo sviluppo del Vomero. In particolare vi propiziò la nascita di quegli aggregati abitativi diffusi lungo il suo percorso che costituiscono il cuore storico dei quartieri collinari.
Lungo la Via per colles, che misurava da Pozzuoli quasi quindici chilometri, sono stati rinvenuti tre cippi miliari (al V miglio, all’VIII ad Antignano, e al X).
Le iscrizioni sulle pietre miliari ricordano che fu l’imperatore Traiano (98-117 d.C.) a portare a termine la sistemazione della via iniziata dal padre Cocceo Nerva (96-98 d.C.).
Sono stati rinvenuti anche reperti archeologici, soprattutto tombe, che documentano l’esistenza attorno al II sec. d.C. di nuclei abitativi sparsi, oltre che ad Annianum (Agnano) e Marcianum, anche al Vomero, ad Antignano.
Fra le testimonianze vomeresi certamente risalenti all’epoca romana e ricollegabili in qualche maniera alla Via per colles, sono da ricordare, oltre ad alcune tombe, i resti di arcate in mattoni spuntati durante gli scavi per la costruzione della metropolitana in via Salvator Rosa, che abbiamo già descritte e pietre laviche lavorate che si vedono inglobate nel muro di tufo di Villa Salve che corre lungo Corso Europa.
Si presume che si tratti di materiale più antico recuperato. La forma e le dimensioni di queste pietre rendono probabile che fossero lastre della pavimentazione della Via Puteoli-Neapolim, testimoniando così il passaggio della via da quelle parti. 
E concludiamo questo breve articolo riportando le parole di un noto, quanto disinformato napoletanista, del quale per decenza non riferiamo il nome, che afferma: la prova che la via passava per Antignano la fornisce la circostanza che la tradizione indica questo villaggio essere stato il luogo dove avvenne per la prima volta il miracolo di S. Gennaro, nei primi decenni dopo l’anno 400  (fra il 413 e il 431), quando vi sostò il corteo che traslava le spoglie del Santo da Pozzuoli a Napoli.
Una emerita bufala, perché il prodigio (non parliamo di miracolo perché neanche la Chiesa lo riconosce come tale) è avvenuto la prima volta nel 1389.
 
fig. 7 - Tracce di strada in via Terracina

 fig. 8 - Viadotto in via Conte della Cerra
fig. 9 -  Arcate in via Salvator Rosa

venerdì 12 ottobre 2018

Il lungo Lungomare da Napoli a Pozzuoli

 fig.1 -  Achille conTiziana e Gian Filippo sul lungomare di Pozzuoli

Vi è stato un recente periodo della mia vita che, per inconfessabili motivi, potevo uscire di casa solo dalle 10 alle 12, per cui, quasi ogni mattina correvo verso il lungomare di Pozzuoli (fig.1), distante in auto pochi minuti dalla mia villa posillipina, a godere di aria sana, viste ammalianti e passeggiate ristoratrici, avendo come meta finale il bar l’Etoile (fig.2), che da poco ha cambiato nome e gestione, ma non la frequentazione da parte di persone tranquille, educate e vestite con gusto, mentre i camerieri sono solerti e gentili e le cameriere graziose e sorridenti.
Per chi volesse da Napoli raggiungere Pozzuoli, godendo di un panorama mozzafiato, non vi è che da percorrere un’affascinante strada: via Napoli che, lambisce il mare (fig.3), il quale, più ci si allontana da ciò che rimane dell'Italsider, più diventa puro e limpido, permettendo anche, nella stagione propizia, di potersi immergere nelle acque per un bagno purificatore (fig.4), dopo essersi rosolati al sole sui comodi lettini dei tanti stabilimenti balneari che costellano la strada  (fig.5), tra cui primeggia il Lido La Pietra, celebre da sempre, ma ancor di più da quando lo frequenta il mio amico Luciano Perullo con la sua affascinante consorte Silvana. 


fig. 2 - Il bar più accogliente di Pozzuoli
fig. 3 - Spiaggie deliziose
fig. 4 - Il mare luccica
fig. 5 - Bagno La Pietra

La strada che parte da Bagnoli entra nel comune di Pozzuoli all’altezza della piazza dove un tempo vi era l’edificio del Dazio e fino a pochi decenni fa giravano i tram per ripetere lo stesso percorso, tra cui ricordo il mitico numero 1 che raggiungeva il quartiere di Poggioreale.
Si continua tra curve sinuose con a destra la collina ed a sinistra il mare. La strada di oggi è molto diversa da quella che ci rimembrano antiche cartoline (fig.6). Sulla destra sono sorti molti nuovi palazzi ultrapanoramici, molto ambiti e costosi, che cercano di fare invano concorrenza ad edifici storici, come palazzo Sisto V (fig.7), dalle forme gotiche. Numerosi i ristoranti, alcuni di vecchia data, come Le Sciantose (fig.8), quello da me preferito, perché si mangia bene e si spende poco.
Giungiamo finalmente, in prossimità delle vecchie terme Gerolamini, ad un comodo parcheggio, ma bisogna fare attenzione se si vuole proseguire in auto, perché vi è una zona a traffico limitato (fig.9), con telecamere affette da allucinazioni, che hanno multato ben tre volte l’auto di mia moglie, nonostante lei non sia mai transitata in quella strada. 

 fig. 6 - Antica cartolina
 fig. 7 - Palazzo Sisto V
 fig. 8 -  Ristorante Le Sciantose
fig. 9 - ztl implacabile

Comincia ora un parco pubblico lungo quasi un chilome­tro e largo 30 metri, circa 25mila metri quadri sistemati a verde, con passeggiata sul mare, due aree per gioco bam­bini e due campetti polivalen­ti, alberi e prati: questo è il rinnovato Lungomare di Pozzuoli (intito­lato a Sandro Pertini indimen­ticato presidente della Repub­blica) da alcuni anni a disposizione dei cittadini (fig.10–11–12-13).
Due parcheggi ai piedi dell’antica acropoli del Rione Terra, nei pressi della piazza a mare, dove si spera in un futuro non molto lontano di abbattere il rudere cementizio sorto al posto del de­molito ristorante «Vicienzo a mare» (ex convento) da decenni sotto sequestro per irregolarità,che possiamo scorgere in questa foto dall’alto (fig.14). L’architetto Pasquale Manduca, titola­re dello studio puteolano che redasse all’epoca il progetto, ci tenne a sottoli­neare: «Abbiamo voluto l’uso di materiali locali quali il tufo, la pietra lavica, la pietra calcarea bianca, perché va mantenuta la memoria storica dei luoghi e quella dei cittadini, sperando che essi vogliano conservare l’una e l’altra».
Contro i vandali è prevista la sorveglianza di due vigili urbani sui modernissimi e divertenti 'Segway', (fig.15), che faranno pure ridere, ma rappresentano per i teppisti un efficace deterrente.
 
  
 fig. 10 - Lungomare Pertini
fig. 11 - Lungomare Pertini
 fig. 12 - Lungomare Pertini
fig. 13 - Lungomare Pertini
fig. 14 - Lungomare Pertini visto dall'alto
 fig. 15 - Vigili urbani motorizzati


mercoledì 10 ottobre 2018

Il tempio di Serapide o Serapeo

tav. 1 - Serapeo nell'Ottocento


Il tempio di Serapide o Serapeo  (fig.1–2) assunse questo nome a seguito del ritrovamento di una statua del dio egizio Serapis, seduto in trono con il cane tricefalo Cerbero, affiorata durante durante una campagna di scavi voluta da re Carlo di Borbone tra il 1750 ed il 1756. Fino ad allora il sito, caratterizzato da tre antiche colonne in marmo cipollino (fig.3), era denominato dai rari viaggiatori stranieri in cerca di segni di un glorioso passato come "vigna delle tre colonne".
In realtà l'edificio sin dal 1907, dopo circa un secolo di scavi era stato identificato come un macellum, cioè un mercato, uno dei più grandi dell'epoca romana. Si scoprì trattarsi del più importante edificio dell'Emporium, edificato tra il I ed il II secolo d.C. e ristrutturato poi in età severiana nel III secolo.
Racchiuso in un'area quadrilatera, vicino al mare e costeggiato da due importanti strade (fig.4), la struttura si sviluppava su due livelli porticati. Vi si accedeva attraverso un monumentale vestibolo e subito lo sguardo era attirato dal grande tholos centrale, una costruzione circolare eretta su un podio, circondato da 16 colonne di marmo africano, con le basi decorate a motivi marini, che oggi non si trovano più in loco, perché i Borbone decisero di reimpiegarle nella Reggia di Caserta.
La costruzione si sviluppa intorno ad un grande cortile centrale a pianta quasi quadrata, circondato da un portico dal quale si accedeva alle botteghe – le tabernae -, formato da trentasei colonne di granito grigio sormontate da capitelli corinzi decorati da conchiglie contenenti piccoli delfini. Al centro della corte, pavimentata in marmo, la grande tholos (edicola a pianta circolare), con struttura muraria in opus latericium rivestita di lastre marmoree e dotata di una grande fontana ottagonale. In alcune nicche furono rinvenute due basi di statue con iscrizioni in onore di Alessandro Severo e di sua moglie Barbia Oriana, i gruppi di Oreste ed Elettra e di Dioniso con il Fauno, oltre alla statua di Serapide “.


tav. 2 -  Serapeo

tav. 3 - Le tre colonne del tempio di Serapide

L'insieme si presenta come un cortile a pianta quadrata circondato da un porticato sul quale si affacciano le botteghe che si aprono alternativamente ora verso l'interno ora verso l'esterno; due latrine pubbliche sono dislocate ai lati dell'abside di fondo, mentre resti di scale che conducevano al piano superiore del porticato si conservano ai lati dell'ingresso monumentale che si apriva verso il porto; infine, al centro del cortile vi è una costruzione circolare sopraelevata, circondata un tempo da colonne (coperta forse da una cupola o da un tetto conico, chiamata tholos), sul quale podio si poteva salire tramite quattro scalinate disposte a croce: presentando al centro resti di condutture per una fontana, si ipotizza che fosse destinato al mercato del pesce (fig.5).
L'edificio è simile ad altri mercati di epoca romana che ancora si conservano in tutta l'area mediterranea (Pompei, Morgantina, ecc.), solo che questo di Pozzuoli è senz'altro il più monumentale e sfarzoso di tutti, uno dei più grandiosi ed integri, grazie anche alla sommersione bradisismica che nei secoli passati lo ha preservato da una più grande spoliazione dei suoi elementi architettonici.  Le colonne rimaste in piedi ci fanno intuire che l'edificio doveva avere una notevole altezza.
La sua ubicazione presso il mare è pienamente giustificata dal carattere commerciale e marittimo della città. Inoltre, la presenza di una statua di Serapide al suo interno, fa ipotizzare che il Macellum di Pozzuoli potrebbe essere stato dedicato a divinità egizie. 
Per il duplice interesse che esso ha, archeologico e scientifico, è il monumento più singolare di tutta la regione flegrea (fig.6), ed uno dei più noti di tutto il mondo antico.
Invaso e sommerso dalle acque termominerali che scaturiscono dal sottosuolo in prossimità del litorale (già utilizzate in epoca medievale a fini terapeutici, chiamate Balneum Cantarellus'), esso ha rappresentato per alcuni secoli l'indice metrico più prezioso e preciso che si aveva a disposizione per misurare il fenomeno del bradisismo. Tre delle quattro grandi colonne di marmo cipollino che ancora fronteggiano, diritte sulle loro basi, la sala absidata al centro della parete di fondo, servivano come strumento di misurazione del fenomeno; infatti lungo il loro fusto, i fori dei litodomi (molluschi foraminiferi che vivono a pelo d'acqua, chiamati popolarmente "datteri di mare"), indicano chiaramente il livello più alto a cui è giunta in passato l'acqua del mare (m.6,50 ca.), a testimonianza della sua massima sommersione marina avvenuta in epoca medievale (X secolo) quando il monumento risultava sepolto nelle parti basse, mentre superiormente era parzialmente sommerso dalle acque marine. A séguito della seconda crisi bradisismica e dell'intensa attività sismica del 1983, attualmente esso risulta ad una quota superiore rispetto al livello del mare (dunque non è più sommerso e quindi non è più utilizzabile per la misurazione del bradisismo.
 

tav. 4 - Le strade che costeggiano
tav. 5 - Il Serapeo visto dall'alto
tav. 6 - Il Serapeo visto di lato

mercoledì 3 ottobre 2018

Da Napoli a Pozzuoli

fig. 1 -  Vecchio ospedale di Pozzuoli
In passato per recarsi da Napoli a Pozzuoli per via di terra si percorreva la famosa via Antiniana, alla quale abbiamo dedicato un capitolo specifico; oggi vi sono tre scelte: percorrere l'anonima tangenziale, spendendo un euro e privandosi di panorama e verde a volontà, oppure si può percorrere il lungomare, al quale pure abbiamo dedicato un'esaustiva trattazione ed infine si può, all'altezza del bivio per Agnano, imboccare la antica via Domiziana ed in pochi chilometri si arriva a lambire l'Anfiteatro Flavio, dopo aver costeggiato diverse strutture interessanti, che ora descriveremo per la gioia dei lettori.
Nel cominciare il percorso della Domiziana da Napoli si incontra sulla destra l’Hotel San Germano, famoso perché per anni ha ospitato le squadre che dovevano incontrare il Napoli.
Dopo poco si incontrano i resti di quello che a lungo fu l’ospedale di Pozzuoli (fig.1), al quale sono legato da un ricordo personale, che dimostra l’importanza di essere ricco e come il possesso del denaro  fornisca una illusione di potenza o quanto meno una libertà di decisione sconosciuta a chi vive di stipendio; premesso che all’epoca, per quanto giovane, ero già miliardario, prima  che l'entrata in vigore dell'euro mi  trasformasse in semplice milionario. 
L’ episodio risale alla fine degli anni Settanta, quando, partecipai ad un bando per l'assegnazione di un posto di aiuto primario nel reparto di Maternità del vecchio ospedale di Pozzuoli e me lo aggiudicai grazie ad alcune mie pubblicazioni scientifiche, che, oltre alla specializzazione, furono giudicate positivamente dalla commissione esaminatrice.
Il primo giorno di lavoro arrivai con 10 minuti di ritardo, per la difficoltà, essendo nuovo, a trovare un posto nei cortili per parcheggiare l'auto. Il primario sta facendo il giro tra le pazienti con il suo codazzo di aiuti ed assistenti, mi accoglie furibondo e mi ammonisce: "Che non capiti mai più questo ritardo inqualificabile, altrimenti mi arrabbio".
"Non si preoccupi, non capiterà mai più, perché in questo momento mi dimetto".
Gettai a terra il camice e nell'uscire dal reparto sbattei  con veemenza la porta a vetri, che si frantumò in mille pezzi, alla pari della sovra porta, anche essa di vetro. Lasciai al custode sbalordito il mio biglietto da visita dichiarando:
"Mandatemi il conto della riparazione a casa e porgete i miei saluti al primario".
Proseguendo il percorso si incontra la sagoma imponente dell’Accademia Aeronautica (fig.2–3), uno dei fiori all’occhiello che può vantare Pozzuoli, un istituto militare per la formazione degli ufficiali dell'Aeronautica Militare. La sede è posta al confine con il comune di Napoli. Ha il compito di preparare "giovani ufficiali dai saldi principi morali, motivati ed in possesso delle qualità personali, militari e professionali necessarie per ben operare al servizio del Paese". È tra le più antiche accademie aeronautiche nel mondo, avendo iniziato le attività nel 1923. Al completamento di studi della durata di cinque anni, i frequentatori conseguono una laurea magistrale. L'Accademia lavora a stretto contatto con l'Università degli Studi di Napoli Federico II, che rilascia quattro tipologie di lauree:
L'Accademia fu costituita il 5 novembre 1923, otto mesi dopo la creazione della Regia Aeronautica come Forza Armata indipendente, ed ebbe sede, per i primi tre anni, presso l'Accademia Navale di Livorno.
Nel 1925, si trasferì nella Reggia di Caserta,.
La nuova sede autonoma venne inaugurata il 10 dicembre 1926. A Caserta, dal 1926 al 1943, si formarono gli aviatori che presero parte al secondo conflitto mondiale.
Nell'agosto del 1943, esigenze di carattere bellico costrinsero l'Istituto a trasferirsi presso il Collegio Aeronautico di Forlì, ove l'Accademia rimase solo fino al 10 settembre, data in cui ogni attività venne temporaneamente sospesa.
Il 7 novembre 1943 l'Istituto riprese a funzionare presso il Collegio Navale di Brindisi, località in cui si era nel frattempo ricostituita anche l'Accademia Navale.
Nel novembre 1945, l'Accademia si stabilì a Nisida, ove rimase fino al dicembre del 1961. Venne quindi trasferita nella sede attuale, in un invidiabile sito (fig.4–5) che domina la baia di Pozzuoli e la distesa di mare comprendente le isole di Ischia, Nisida e Capri.
Meno complesso in questo caso il ricordo personale, legato alla partecipazione del comandante dell’Accademia, un austero generale, il 24 gennaio 2002 nei saloni del Circolo Canottieri Napoli ad una mia conferenza, nella quale ricordai la figura di Riccardo Monaco, “Un eroe dimenticato da non dimenticare”.

fig. 2 - Ingresso Accademia aeronautica

fig. 3 -  Accademia aeronautica
 fig. 4 - Accademia aeronautica dall'alto
 fig. 5 - Accademia aeronautica dal mare

Sorvoliamo sull’ingresso della Solfatara (fig.6), alla quale dedicheremo un capitolo, tristemente chiuso da oltre un anno dopo il mortale incidente in cui persero la vita alcuni visitatori, sperando che le indagini della magistratura non durino in eterno, sottraendo decine di migliaia di turisti dalla possibilità di visitare un posto unico al mondo.
Altre tristi macerie si incontrano nel percorso: quelle dell’ex ospedale militare (fig.7) dove un tempo si trascorrevano i famigerati “tre giorni” durante i quali si valutava l’idoneità a prestare il servizio militare,  allora obbligatorio ed anche qui ricordi personali struggenti, quando con vari trucchi, fingendomi sordo e versando sangue nelle urine pungendomi un dito, riuscii a farmi dichiarare idoneo di 4° categoria rosso, una classe che partiva solo in caso di guerra.
Concludiamo in bellezza trattando di un sangue di poco più celebre del mio, visitando il Santuario di San Gennaro (fig.8) fortemente voluto dalla popolazione, affinché sostituisse la precedente chiesetta, risalente all'VIII  secolo. La sua costruzione iniziò nel 1574 e si concluse nel 1580. Esso sorse, secondo la leggenda, sul punto preciso dove san Gennaro e i suoi sei compagni furono decapitati.
Nella cappella destra della navata si venera una lastra (fig.9) sulla quale, secondo la tradizione, è stato decapitato il santo, la quale attira numerosi fedeli da ogni dove e in qualsiasi periodo dell'anno, poiché nei giorni che precedono l'anniversario della sua decapitazione le presunte tracce di sangue appartenenti al santo assumono ogni giorno di più un colore rosso rubino, mentre durante tutto il resto dell'anno la pietra è nera. Naturalmente si tratta di una bufala, infatti secondo inoppugnabili studi recenti è certo che la pietra sia in realtà il frammento di un altare paleocristiano di due secoli posteriore alla morte del martire, sul quale si sono depositate tracce di vernice rossa e di cera e che il tutto sia solo frutto di una suggestione collettiva.
 

fig. 6 -Ingresso Solfatara
fig. 7 - Ex ospedale militare
 fig. 8 - Santuario di San Gennaro
 fig. 9  - Lastra pseudo miracolosa - Santuario di  San Gennaro - Pozzuoli, via Domiziana

martedì 2 ottobre 2018

Lasciate ogni speranza voi che entrate: il carcere femminile

fig. 1 - Ingresso del carcere di Pozzuoli


Tutti, ingenuamente, credono che le sbarre delle prigioni servano per evitare la fuga ai reclusi: viceversa, la loro funzione è quella di impedire che tra quelle tristi mura entrino la legalità, l’intelligenza, l’altruismo, la generosità, la bontà.
Questo mio profondo pensiero filosofico, da me partorito alcuni anni fa, può benissimo riferirsi al carcere di Pozzuoli (fig.1–2), che rappresenta in campo femminile, il penitenziario, non di un piccolo comune, ma di Napoli e dintorni, una struttura risalente a secoli lontani, in origine un convento, fondato nel Quattrocento dai frati minori, successivamente fu restaurato da don Pedro di Toledo, dopo il terremoto del 1538 ed ebbe utilizzi diversi: fu sede di una confraternita di marinai e pescatori, area cimiteriale e residenza estiva del seminario diocesano. Solo dopo l'Unità, il complesso fu prima adibito a manicomio giudiziario e poi a casa circondariale femminile.
Storia, antiche melodie, umanità: è questa l'atmosfera che si respira ancora oggi tra le sue mura. Qui, inoltre, la preponderante presenza femminile, delle detenute e delle stesse operatrici penitenziarie (fig.3-4), alleggerisce l'atmosfera, quasi non fossimo in un istituto carcerario.
Secondo un recente rapporto dell’associazione Antigone la struttura, essendo stata costruita nel XV secolo, presenta all'esterno delle condizioni precarie. Tuttavia, dati i lavori di ristrutturazione, all'interno non ci sono situazioni particolarmente critiche.
L'Istituto, sito al centro di Pozzuoli, è in sovraffollamento di 40 unità: sono presenti 157 detenute, a fronte di una capienza regolamentare di 109 posti.
Le celle visitate sono in buone condizioni: luminose, dotate di bagno, di una finestra grande, di una televisione e di un fornelletto (anche la cella per l'isolamento ne è fornita).
Le stanze adibite alla socialità rispettano gli standard minimi, così come le aree verdi e le altre zone dedicate ai colloqui o alle attività sportive, ricreative e culturali.
Il rapporto tra detenute e il personale della struttura - dalla polizia agli educatori - appare piuttosto buono, improntato al dialogo.
Tra le varie attività di risocializzazione, la struttura vanta la presenza di un laboratorio avanzato di sartoria nel quale si confezionano borse. Nel carcere si produce poi del caffè, in collaborazione con una cooperativa esterna.
Diversa è l’opinione di altri visitatori che affermano:
ll carcere femminile di Pozzuoli è una struttura che nasce nella splendida cornice del tempio di Nettuno. Al suo interno, però,  le condizioni e i meccanismi di organizzazione versano in situazioni molto avverse. La vita dietro le sbarre per le detenute non è semplice e le lamentele sono tantissime. Un giro all’interno del penitenziario vi potrà far capire meglio quello che le carcerate sono abituate a vivere ogni giorno.
L’edificio è uno dei più grandi istituti del Sud Italia ma è anche uno dei più affollati. Infatti, il numero elevato di detenute rende estremamente difficile la convivenza e la gestione, in particolare durante i periodi estivi. Ad oggi il carcere si compone di tre sezioni, in cui le detenute sono suddivise per pena e reati commessi.
Le detenute lamentano spesso le condizioni all’interno delle mura della prigione, come in una lettera anonima inviata ad alcuni quotidiani qualche anno fa una detenuta, che commentava così la qualità della vita: “In questo inferno che noi viviamo, andiamo avanti solo con le minacce dei rapporti, anche per una sigaretta, che è l’ultima cosa che ci è rimasta qua dentro, in questo inferno che è così facile ad entrare, ma così difficile ad uscire”. Sì perché le celle, che dovrebbero ospitare fino a 5 detenute, a causa del sovraffollamento raggiungono anche le 13 persone per stanza. Il tutto senza considerare la salubrità dell’ambiente, tra l’altro, poco salutare poiché gli ambienti sono molto umidi e pieni di muffe.
Più volte le donne in quel carcere hanno lamentato non solo delle scarse condizioni igieniche in cui versano, ma anche i meccanismi di relazione all’interno della casa circondariale sono oggetto della lettera della detenuta: “Lo sapete che quando lavoriamo il carcere si prende 50 euro ogni mese per il letto? Si lavora molto e prendiamo quasi l’elemosina e quindi questo è un altro abuso, di sfruttamento vero e proprio. Ma lo Stato questo lo sa? O conviene anche a loro? Grazie sempre per quello che fate per noi”. Inoltre lancia un appello: “Noi della casa circondariale femminile di Pozzuoli vorremmo che voi ci aiutiate, ma sappiamo anche che anche se venite da noi siamo state avvisate che dobbiamo dire che qua va sempre bene e che ci trattano bene: sono tutte bugie che siamo costrette a dire. Questo posto è un inferno.”


fig. 2 - Ingresso del carcere di Pozzuoli con nuovi colori
fig. 3 - Smalto non proprio perfetto
fig. 4 - Una secondina

Gli istituti femminili in Italia sono cinque. Oltre quello di Pozzuoli ci sono il carcere di Trani, quello di Roma (Rebibbia), Empoli e Venezia (Giudecca). Le sezioni in cui sono distribuite le donne rinchiuse all’interno di queste strutture sono circa 55. Nel nostro Paese, le detenute di sesso femminile sono meno del 5% della popolazione carceraria. A Pozzuoli risiedono 151 detenute a fronte di una capienza regolamentare di 101 posti. A causa delle estreme condizioni psico-fisiche e delle condizioni non agiate a cui sono sottoposte quotidianamente, sono stati molteplici i casi di suicidi riscontrati all’interno dell’istituto.
Nonostante tutto, sono stati molti i progetti di recupero sociale finanziati dalla Regione Campania e organizzati dalle associazioni come “Il Pioppo”, “Giancarlo Siani” e dalla cooperativa “Officine Ecs”, tra cui spicca la produzione del caffè “Lazzarelle”. In questa particolare iniziativa dieci detenute hanno tostato, seguendo le fasi di asciugatura, macinato il caffè e si sono occupate della manutenzione dei macchinari nei locali dell’istituto penitenziario. Il secondo progetto È moda ha visto le detenute protagoniste della scena. Le donne del penitenziario sono diventate per un giorno delle vere e proprie top-model (fig.5) grazie alla P&P Academy di Anna Paparone e all’impegno della commissione Pari Opportunità del Comune di Pozzuoli. Hanno seguito così, corsi di portamento e debuttato nella moda intesa come forma e tendenza che unisce le differenti culture e abbatte ogni tipo di diversità. Grazie a queste iniziative le condizioni e i meccanismi di relazione tra le detenute e lo staff penitenziario sono visibilmente migliorate. Merito delle idee coinvolgenti che provano a risolvere il grave problema della sottoccupazione femminile attraverso, anche, la promozione di una nuova micro-imprenditorialità e favorendo la nascita di imprese “sociali” che siano in grado di offrire ed erogare servizi originali sul territorio.
Il Natale si festeggia tutti assieme (fig.6) e frequentemente si esibisce qualche cantante famoso (fig.7).
Nello sfatare una leggenda metropolitana che vuole Sofia Loren ospite per 17 giorni del penitenziario nel 1982, mentre invece la celebre attrice trascorse l’ingiusto periodo di detenzione nel carcere femminile di Caserta, chiuso da tempo, vogliamo rassicurare le gentili ospiti, perché di loro si occuperà, dedicando le sue migliori energie, Samuele Ciambriello (fig.8), da poco nominato Garante dei detenuti per la regione Campania.

Achille della Ragione
 
fig. 5 - Sfilata di moda
fig. 6 - Il pranzo di Natale 2013 nel carcere femminile  di Pozzuoli
fig. 7  - Una esibizione di canto
fig. 8 - Samuele Ciambriello-Garante dei detenuti per la Campania