giovedì 13 maggio 2021

Tel Aviv era la città più felice del mondo

Abbiamo passato la notte nel bunker ci sono stati tanti momenti in cui ho temuto il peggio per la mia famiglia.  Penso alle mamme che piangono i figli.

Mariagiovanna Capone intervista Tiziana della Ragione

 

 

Il Mattino pag.12 - 13 maggio 2021

 

 
Tiziana Della Ragione è una napoletana che sta vivendo la tensione dei bombardamenti e la paura di essere un bersaglio. Visiting Research Associate all'Istituto Nazionale di Studi Strategici Israeliano e ricercatrice al Moshe Dayan Center dell'Università di Tel Aviv, con la sua famiglia vive nel quartiere Herz Uya Pituach della capitale, e mentre risponde alle nostre domande è costretta a rifugiarsi nel bunker sotto casa per due volte, richiamate dal suono agghiacciante delle sirene che annunciano un attacco imminente.


Prima di tutto, lei e la sua famiglia come state?

«Attraversiamo un momento di grande tensione e instabilità politica che scatena forti emozioni e molte domande. I primi a subire gli effetti di tutto questo sono i ragazzi. I miei tre figli continuano a chiederci cosa sta accadendo e quando, e con che esito, il conflitto finirà».

E cosa gli risponde?

«Sono domande complesse a cui nessuno di noi sa purtroppo dare una risposta. Io e mio marito cerchiamo di mantenere la calma, di informarli senza inutili allarmismi e soprattutto, nella misura del possibile, di rassicurarli. Sappiamo che i bambini rispecchiano gli atteggiamenti degli adulti per quanto riguarda il loro senso di sicurezza, il conforto e la capacità di affrontare efficacemente la situazione e stiamo cercando di lavorare in questa direzione anche se, non le nascondo, con grandi difficoltà».

Durante l'arrivo dei missili dove vi siete rifugiati?

«La nostra casa, come molte abitazioni in Israele, è dotata di un mamad, un rifugio anti-missile dove si corre al suono delle sirene. Abbiamo trascorso quasi tutta la notte in questo piccolissimo bunker di un paio di metri cubi dove siamo comunque in compagnia della paura. A ogni missile intercettato e distrutto dall'Iron Dome, il sistema di difesa israeliano, seguiva un boato assordante e un tremore di mura come durante un terremoto. Ci sono stati momenti in cui ho temuto davvero per il peggio, il rischio che anche la popolazione civile possa perire in questo conflitto è un rischio concreto. I miei due figli più piccoli, Matteo ed Elettra, erano talmente spaventati che, anche quando le sirene nella nostra zona hanno finalmente smesso di suonare intorno alle 4 del mattino di martedì notte, hanno preferito dormire nel bunker temendo un ulteriore attacco. Un risveglio delle sirene nel cuore della notte e la corsa per raggiungere il rifugio in pochi secondi è qualcosa di scioccante per un ragazzo».

Come genitore immagino che sia molto preoccupata …

«Al di là della preoccupazione per un'eventuale escalation del conflitto e un ulteriore spargimento di sangue, provo tanta tristezza peri bambini uccisi e tutti gli innocenti che da entrambe le parti, stanno perdendo la vita. Sono estranea al conflitto israelo-palestinese essendo una napoletana che vive e lavora in Israele, ma in ogni caso coinvolta profondamente: il mio cuore è vicino a tutte le mamme che oggi piangono i loro figli, palestinesi o israeliani. Non è il momento di schierarsi, criticare o condannare. Credo debba essere per tutti noi il tempo della riflessione, dell'informazione e dello scambio costruttivo. La mia testimonianza spero sia parte di questa condivisione».

Cosa si aspetta nei prossimi giorni?

«Non voglio essere allarmista ma temo un peggioramento della situazione. E' in atto un'operazione militare e le sirene continuano a suonare. Le strade sono semideserte, l'aeroporto è chiuso, come scuole e molti uffici. Temo che il bunker sarà il luogo dove passeremo le nostre notti per molto tempo ancora. Ed è paradossale, visto che fino a pochi giorni fa Tel Aviv sembrava la città più felice del mondo, libera dal Covid grazie a un programma di vaccinazione efficace e veloce. Speravo potessimo tornare finalmente a una vita normale, e invece siamo piombati nel terrore».


mercoledì 12 maggio 2021

Una Crocifissione di Andrea da Salerno


fig.1 - Andrea da Salerno - Crocifissione -
Napoli, collezione privata

Appena ho visionato il dipinto di cui tratteremo in questo articolo, raffigurante una Crocefissione (fig.1), conservato da secoli presso una nobile quanto decaduta famiglia napoletana, ho subito percepito un afrore di pittura napoletana ed ho collocato l’opera nei primi decenni del Cinquecento. Ho esaminato la parte posteriore del dipinto (fig.2), costituito da una tavola in perfetto stato di conservazione ed ho osservato con attenzione il paesaggio sullo sfondo e finalmente sono riuscito ad identificare l’autore in Andrea da Salerno, un artista entrato nella bottega del sommo Raffaello con il quale ha collaborato nella decorazione delle stanze vaticane. Il biografo settecentesco Bernardo de Dominici dedicò ad Andrea Sabatini da Salerno, una lunga e dettagliata biografia ad apertura del secondo tomo de Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani.
Ma la massima autorità sull’artista è il professor Pierluigi Leone de Castris, il quale in una sua monografia così lo descrive: «Assurto dapprima a “condiscepolo” e poi ad allievo diretto del Sanzio, la sua canonizzazione dunque a vero “Raffaello” di Napoli nelle parole del biografo settecentesco, ed ancora il suo precoce recupero critico nel secondo Ottocento […] fanno di Andrea un caso a sé stante dentro quella che Giovanni Previtali definiva la “questione meridionale”, dentro cioè a quell’ombra lunga di appannamento, svalutazione ed ignoranza che ha coperto sino ad anni recenti, e in parte ancora copre, le vicende artistiche del secolo forse più sfortunato nella conoscenza della storia dell’arte del meridione d’Italia».
A dare maggiore peso alla mia attribuzione mi è giunto il conforto del celebre antiquario Michele Gargiulo e dell’illustre professore Pietro Di Loreto, il quale ha affermato perentoriamente che la famosa Crocifissione (fig.3) di Giorgio Vasari, conservata a Napoli nella chiesa di San Giovanni a Carbonara è stata eseguita dall’artista avendo come fonte ispirativa il quadro che stiamo esaminando.
Concludiamo ora fornendo al lettore alcune notizie biografiche sull’artista, tanto bravo, ma poco conosciuto.
Su Andrea da Salerno, nulla vi è di certo riguardo alla sua formazione. Il pittore e storico dell'arte Bernardo De Dominici, nella sua opera Vite de' pittori, scultori e architetti napoletani (1742) ipotizza che egli   si sia formato presso Raimondo Epifanio Tesauro (c.1480-1511), pittore napoletano che godette di una certa reputazione presso i suoi contemporanei. Lo stesso De Dominici riferisce di una precedente ipotesi circa l'apprendistato di Andrea presso Antonio Solario, detto lo Zingaro, (o presso allievi di quest'ultimo), ipotesi che ad avviso dello stesso storico è da rigettare anche per ragioni cronologiche. Sempre secondo il racconto del De Dominici, Andrea si recò a Roma per studiare le opere del Perugino, in quanto fortemente colpito dalla Pala dell'Assunta del Vannucci, dipinta nel 1506 e collocata nel duomo di Napoli, dove tuttora si trova. Una volta a Roma però, Andrea sarebbe entrato nelle grazie di Raffaello e da questi reclutato nella équipe di pittori da lui coordinata per la decorazione delle stanze vaticane.
Attendibile o meno che sia questo racconto, l'influenza raffaellesca sull'opera del Nostro, desumibile dall'analisi delle sue opere, è largamente condivisa. D'altro canto, anche a prescindere da questa ipotetica collaborazione, l'opera di Raffaello era nota a Napoli in virtù della presenza in città, presso la chiesa di San Domenico Maggiore, della Madonna del Pesce dipinta dall'Urbinate nel 1514. Tuttavia, nell'attività iniziale di Andrea da Salerno, in particolare nelle prime opere rimasteci si evidenziano soprattutto ascendenze del Perugino e del Pinturicchio e, poi, anche del leonardesco Cesare da Sesto, pittore milanese attivo nel Meridione. Testimonia questa influenza iniziale anche la circostanza che la Natività, attualmente esposta alla pinacoteca provinciale di Salerno, a lungo ritenuta pacificamente opera del Sabatini, è stata attribuita (nel 1985) da alcuni studiosi a Cesare da Sesto. La decisa adesione allo stile di Raffaello sarebbe stata, quindi, una scelta della maturità artistica di Andrea, orientativamente collocabile alla metà del secondo decennio del Cinquecento (Abbate, 2009).
Stando ancora al De Dominici, Andrea, a Napoli, avrebbe stretto anche un sodalizio artistico con Polidoro da Caravaggio, rifugiatosi nel Regno dopo il Sacco di Roma. L'attività artistica del pittore si è svolta prevalentemente in un'area oggi collocabile tra le provincie di Napoli e Salerno e nel territorio del basso Lazio. Negli anni finali della sua vita fu impegnato nell'abbazia di Montecassino dove, con l'aiuto dei suoi discepoli Giovanni Filippo Criscuolo e Severo Ierace, realizzò divers tavole raffiguranti la vita di san Benedetto.    Nello stesso periodo operò anche a Gaeta, dove presumibilmente morì, decorando il santuario della Santissima Annunziata. Quest'ultimo cantiere fu proseguito dal Criscuolo, mentre i lavori presso l'abbazia di Montecassino furono continuati dallo Ierace.
A Gaeta è conservato, nel coro del santuario dell'Annunziata, un grande polittico con temi mariani negli scomparti principali Annunciazione e Dormitio Virginis, probabilmente l'ultima fatica d Andrea da Salerno.


Achille della Ragione


fig.2 - Andrea da Salerno - Crocifissione -
(parte posteriore del quadro)
Napoli, collezione privata

 

 

fig.3 - Giorgio Vasari - Crocifissione -
Napoli , chiesa di San Giovanni a Carbonara

 


Intervista dal bunker sotto i missili di Hamas. Tiziana della Ragione, ‘serve lo scambio costruttivo, non l’indifferenza o le critiche’

11/5/2021 articolo  di Enrico Oliari
per Notizie Geopolitiche Quotidiano indipendente on line

missili su Israele

Il riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese desta preoccupazione anche per chi in Israele vive e lavora, per chi con la sua famiglia, i suoi progetti e le sue speranze conduce una vita normale. Senza schierarsi necessariamente da una parte o dall’altra; non si tratta di qualunquismo, bensì di realismo, di visione vera e non offuscata dagli idealismi e dagli integralismi. D’altronde gli scontri sulla Spianata delle Moschee, i razzi di Hamas che piovono sulle case, gli espropri a Gerusalemme Est, i raid su Gaza e i tanti, troppo morti e feriti non sono una partita di calcio per cui fare il tifo per una squadra o l’altra.
Tiziana della Ragione è Visiting Research Associate all’Istituto Nazionale di Studi Strategici Israeliano (INSS) e ricercatore al Moshe Dayan Center (MDC) dell’Università di Tel Aviv. Vive e lavora a Herziliya Pituach, risponde all’intervista di Notizie Geopolitiche dal bunker di casa sua, mentre dal cielo cadono i razzi di Hamas.

“Siamo sotto attacco, ci stanno cadendo i missili addosso“, dice al telefono scossa. “Siamo sotto attacco ripete, ho paura. Io ho i tre figli che piangono, siamo nel bunker di casa, stretti in un metro quadro”.

– Cosa sta accadendo in Israele?

“Quello che sta succedendo qui in Israele voi italiani lo sapete già, dato che ogni mezzo di informazione, dai quotidiani ai social network, lo sta ripetendo e riproponendo ad ogni edizione, ogni volta con qualche dettaglio in più. Non è quindi mia intenzione ripetere i fatti. Quello che posso offrirvi oggi è solo la testimonianza di un’italiana che vive qui, in Israele, e che nel suo quotidiano studia la regione del Medio Oriente analizzando alcune delle più complesse vicende che da troppo tempo segnano queste terre. Il conflitto israelo-palestinese è una di queste. Una testimonianza dal bunker di casa, mentre cadono i missili di Hamas. Ed anche il mio cellulare continua a “bippare”. Sono i messaggi dell’applicazione Red Alert che ho installato sul mio telefonino, messaggi che segnalano gli attacchi missilistici provenienti da Gaza, che minacciano villaggi e città israeliane, suonano le sirene anche a Te Aviv. Quest’app probabilmente dice poco a molti di voi italiani, ma qui in Israele soprattutto dopo l’operazione Protective Edge del luglio del 2014, è una delle più scaricate. Questi “bip” mi fanno compagnia dai ieri pomeriggio, quando sono partiti i primi razzi di Hamas verso Gerusalemme, in risposta agli scontri nei pressi del Monte del Tempio in cui centinaia di palestinesi e decine di poliziotti israeliani sono stati feriti“.

– Come ha reagito al crescendo delle tensioni di questi giorni?

“Il riflesso immediato è stato quello di radunare i miei tre figli e di “allestire” insieme e velocemente la “Mamad”, un piccolo rifugio anti-missile che molte abitazioni, inclusa la nostra, hanno in dotazione. E’ questo un luogo della casa dove recarsi velocemente al suono delle sirene per trovare riparo dai missili. Sono pochi infatti i secondi a disposizione dall’allarme delle sirene all’impatto. Dopo più di un anno di relativa tranquillità e stabilità nella Striscia di Gaza, mi ero resa conto che Israele e Hamas erano di nuovo sull’orlo di uno scontro militare e che dovevamo tempestivamente organizzare per metterci in sicurezza. Era chiaro che l’ultimatum lanciato dal gruppo militante di Gaza, richiedente l’allontanamento delle truppe israeliane dal quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme e dal Monte del Tempio entro le 18 di ieri pomeriggio, era stato ignorato.
Un giro rapido di telefonate alla mia famiglia in Italia e agli amici e colleghi cha abitano nelle zone più vicino alla Striscia di Gaza ed eravamo già nel piccolo bunker, ammassati l’uno contro l’altro, monitorando su Google Map le zone prese di mira. Sull’app i nomi di distretti del sud di Israele come Netiv HaAsara, Mav Kim, Ashkelon, Erez, Ibim e Sderot, mi facevano piano piano tranquillizzare data la distanza da casa nostra. Dopo poche ore dall’inizio degli attacchi era diventato evidente che i missili non ci avrebbero mai colpito, data la loro limitata gittata e grazie al sistema di difesa israeliano noto come “Iron Dome”. La paura iniziale era svanita. Poi però sono iniziati a cadere i missili, ovviamente dalla Mamad non posso sapere cosa sta accadendo“.

– Tuttavia la mattinata era apparsa tranquilla…

“Questa mattina molte scuole, uffici e negozi erano aperti di nuovo, come se nulla di grave fosse successo. Mentre i giornali italiani e internazionali dedicavano un articolo in prima pagina al conflitto in atto, Israele tornava tranquillamente alla sua normalità, quasi a dimostrare il lato inespugnabile di un paese, sicuro della sua superiorità logistico-militare. Intanto continuavano ad arrivare messaggi sul mio cellulare da parte di amici dall’altra parte del Mediterraneo che volevano avere notizie ed essere rassicurati che stessimo tutti bene. Se stare bene significa “essere sani e salvi”, lo siamo senz’altro. Rimanere però indifferenti a ciò che accade qui è però difficile, così com’è complesso criticare una parte o schierarsi. Ognuno ha le proprie ragioni e le proprie responsabilità. Ogni israeliano che conosco ha un parente, vicino o lontano, da ricordare a Yom HaZikaron, la giornata dedicata alla commemorazione dei soldati caduti nelle guerre per la difesa d’Israele e alle vittime del terrorismo. Ma, mi chiedo, quale palestinese non ne ha altrettanti di morti da piangere! D’altronde siamo tutti il prodotto del nostro vissuto e di quello dei nostri cari“.

– I vari paesi, gli Usa, la Turchia, l’Egitto, ma anche il cittadino qualunque tendono a schierarsi con i palestinesi o con gli israeliani. lei con chi si schiera?

“Schierarsi non ci aiuterà certo a porre fine all’escalation. Gli schieramenti che i diversi paesi stanno assumendo in queste ultime ore non risolvono ma amplificano il conflitto. La Turchia, l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Egitto e ad altri paesi arabi non hanno tardato a denunciare le azioni di Israele, anche se con toni diversi, mentre altri paesi hanno invece condannato le azioni di Hamas. Questo genererà chiusura e maggiore rigidità nelle posizioni di entrambi gli schieramenti“.

– Sotto i missili di Hamas: una giornata terribile. Vuole lanciare un appello?

“Oggi, credo, debba essere una giornata di riflessione per tutti noi, dedicata all’informazione e allo scambio costruttivo, più che all’indifferenza, o peggio alle critiche. La mia testimonianza di oggi spero sia parte di questa condivisione“.


https://www.notiziegeopolitiche.net/intervista-dal-bunker-sotto-i-missili-di-hamas-tiziana-della-ragione-serve-lo-scambio-costruttivo-non-lindifferenza-o-le-critiche/



martedì 11 maggio 2021

Dal San Paolo ai due Loreto

 
 

fig.1 -  Ospedale San Paolo, ingresso


L'Ospedale San Paolo (fig.1), che  si trova nel quartiere Fuorigrotta, in via Terracina, è stato inaugurato nel 1972 e serve un vasto bacino di utenza, anche delle zone confinanti e nel corso degli anni si è adeguato alle normative vigenti senza subire sostanziali modifiche strutturali. Possiede un complesso operatorio di 1000 mq. caratteristica di una struttura organizzata prevalentemente per l'emergenza. E numerosi reparti specialistici, dall’urologia all’oculistica. Il vero fiore all’occhiello è costituito dal reparto di Ginecologia (fig.2), diretto da illustri primari, in primis Guglielmo Magli, che qui ha cominciato la sua luminosa carriera e ricordo con nostalgia quando negli anni Ottanta ho tenuto dei corsi sul metodo Karman, al quale partecipavano medici da tutta la Campania e da cui è spuntato Gino Langella (fig.3), da poco scomparso causa Covid, che per decenni ha diretto con estrema liberalità il reparto di interruzioni di gravidanza. Viceversa a far nascere in maniera spontanea, ricorrendo solo eccezionalmente al taglio cesareo, ci ha pensato per anni Edoardo Oreste, che ha avuto l’onore di imparare la professione dal sottoscritto, in un breve periodo in cui, dopo una causa di lavoro durata solo 24 anni, ripresi l’attività per qualche mese presso l’ospedale di Cava de’ Tirreni. Eduardo, a cui voglio un bene dell’anima, è un personaggio originale: ama i cani più che gli esseri umani, ne ha sempre posseduto minimo tre, prima i mastini, ora i pastori tedeschi e spesso ama travestirsi, infatti possiamo farlo conoscere ai lettori in abiti femminili (fig.4), mentre vogliamo ricordare anche l’attività della moglie Ada Crea, impegnata nel laboratorio d’analisi dell’ospedale con solerzia ed abnegazione. 

 

fig2 -  Ospedale  San Paolo, reparto ginecologia


fig.3 - Gino Langella


fig.4  - Edoardo Oreste in abiti femminili


 
fig.5 -   Loreto Crispi, ingresso

Passiamo ora a raccontare la lunga storia del Loreto Crispi, che nasce come Conservatorio di musica annesso alla chiesa di Santa Maria di Loreto e fu  costruito verso la metà del XVI secolo in una elegante via della città. Nel 1537 il frate Giovanni di Tapia fondò il Conservatorio riunendo ottocento allievi  tra ragazzi e fanciulle. Nel 1557 il francescano Marcello Foscataro migliorò l'istituzione, ospitando anche fanciulli poveri. I ragazzi imparavano musica ubbidendo a regole severe, cosi come si legge in alcuni documenti: "non levandosi per tempo, due nervate"; "non eseguendo del lavoro assegnato o non eseguendolo a dovere saranno puniti con il numero di nervate che sarà prescritto dall'illustrissimo Vicario"; "usando discorsi e parole improprie, due nervate". I fanciulli, oltre ad eseguire musica a pagamento, erano impegnati per messe e per fare da angioletti all'esequie dei bambini. Era usanza dei napoletani mettere sopra il carro funebre di un fanciullo morto gli ospiti del Conservatorio. Sempre dai documenti si apprende che nel 1697, un lunedì, scomparve dal tabernacolo della cappella dell'ospizio la pisside d'oro contenente ostie consacrate. La notizia del furto sacrilego si diffuse rapidamente tra il collegio e la popolazione, la quale vide nell'accaduto un segno certo di prossimi castighi celesti. Bisognava a tutti i costi trovare il ladro, già indicato in un certo Gaetano Cugno, un uomo di fatica del Conservatorio. Chi per primo avesse trovato il colpevole o dato notizie utile per la sua cattura, avrebbe ricevuto cento scudi dal Rettore del Conservatorio. Intanto messe e solenni funzioni venivano celebrate con il concorso della città e delle varie confraternite, nel tentativo di ottenere il perdono del Signore per l'esecrando episodio. Finalmente il ladro venne acciuffato da un soldato a cui il Cugno aveva chiesto un cavallo. Gli fu ritrovata addosso la pisside fatta a pezzi. Dopo due lunghi interrogatori gli inquisitori riuscirono a sapere dove il ladro avesse nascosto le ostie consacrate. Il Cugno, incartate le ostie, le aveva seppellite ai piedi di un muro diroccato nei pressi del Conservatorio. Mentre l'ospizio era in festa e ringraziava il Signore del ritrovamento, il ladro veniva lavato con acqua pura e rivestito con l'abito dei condannati a morte. Confortato dai Bianchi di Giustizia, sali dopo tre giorni al patibolo senza mostrare la minima paura e solo all'ultimo momento chiese perdono ai fanciulli del Conservatorio del furto, incitandoli a pregare per la sua salvezza. Dopo l'impiccagione il boia tagliò al cadavere le sacrileghe mani, che vennero esposte alla porta del Conservatorio. I fatti erano raccontati da una lapide di pietra murata sul reclusorio, prima di essere abbattuta agli inizi del XIX secolo. In ricordo dell'episodio veniva fatto ogni anno dai piccoli ospiti del Conservatorio una festa detta "diavolata", con l'allestimento di un dramma sacro in cui l'Arcangelo Michele lottava aspramente contro i demoni, riportando su di essi una brillante vittoria: in seguito, l'Arcangelo liberava un Angelo incatenato che rappresentava l'umanità mentre la morte spezzava il proprio arco.
Nel 1826 venne ceduto dal Demanio al Real Albergo dei Poveri per accogliere fanciulli e vecchi inabili. Nel 1833 venne adibito al ricovero di uomini affetti da malattie acute e successivamente nel 1834 fu trasformato in Ospedale, con lo scopo di curare gli ammalati dell'Albergo dei Poveri e di altri ospizi napoletani. Nel 1835 furono aperte delle corsie per ricoverare anche le donne inferme. Queste nel 1846 passarono all'ospedale Santa Maria della Vita (quartiere Sanità), ed allora nei locali resesi disponibili si inizio il servizio di pronto soccorso. L'Ospedale attualmente è costituito da un edificio a due piani (fig.6), a sviluppo orizzontale, ubicato in un quartiere residenziale della  città. Vi sono 138 posti letto, un organico di circa 60 sanitari, 140 parasanitari e circa 40 fra impiegati, tecnici ed amministrativi.
 

fig.5 -   Loreto Crispi, ingresso


fig.7 - Loreto Nuovo, ingresso

L’altro ospedale Loreto, definito Nuovo (fig.7), si trova nell’altro lato della città, è stato costruito negli anni Cinquanta e serve la zona est della città, prevalentemente i quartieri Ferrovia, Porto e Mercato. Dispone di molti reparti e di un frequentato Pronto soccorso. Tra i luminari che vi hanno lavorato voglio citare un solo nome Massimo De Bellis (fig.8), primario di neurochirurgia, allievo di un mio prozio, il celebre Castellano, braccio destro di Olivecrona, l’inventore della neurochirurgia. Da poco in pensione è ancora attivo in cliniche private.
All’ospedale sono legato da un triste ricordo personale che vi racconto: era il 1994, quando, mentre ero impegnato in un torneo di scacchi, che si svolgeva nella stazione marittima, mi si annebbiò la vista all’improvviso. Chiesi aiuto al mio amico Corrado Ficco, medico e scacchista, il quale mi disse: “Andiamo subito in ospedale, non vi è tempo da perdere”. Ci recammo al Loreto Nuovo dove mi fecero un elettrocardiogramma, che risultò negativo.”Potete tornare a casa”, mi dissero, per fortuna ascoltai il parere di Corrado, che mi consigliò il ricovero. Mentre l’amico si recava all’uscita del teatro Augusteo ad avvertire mia moglie Elvira di ciò che era successo, mi misero in una stanza da solo e mi collegarono ad un apparecchio che misurava numerosi parametri, dalla frequenza cardiaca alla pressione arteriosa.
Dopo circa un'ora lo strumento sembrava impazzito: suonava incessantemente e si accendevano tante luci, mentre l'elettrocardiogramma evidenziava un infarto interessante il ventricolo sinistro. In pochi minuti mi fu somministrato un cocktail di farmaci che provoca la trombolisi. Questa provvidenziale terapia mi salvò la vita. Dopo poco si presentò al mio capezzale un sacerdote, per la pratica dell'estrema unzione; in tal caso mi sarei dovuto confessare. Lo allontanai senza malizia, dicendogli: "Padre i miei peccati sono infiniti, ci vorrebbero ore per confessarli tutti, ora non c'è il tempo sufficiente". In nottata fui trasferito nel centro di rianimazione (fig.9). tante stanzette a quattro posti dove ogni giorno cambiavo la metà dei compagni di sventura, perché passavano a miglior vita. Attraverso un vetro i miei familiari potevano guardarmi dal di fuori dieci minuti al mattino e dieci minuti di pomeriggio. Con mia moglie Elvira attraverso gli occhi ci scambiavamo infinite sensazioni ed emozioni. Per fortuna era permesso ai medici di entrare nella stanza e ricordo ancora le visite degli amici e colleghi: Gino Langella ed Angelo Russo, che mi tenevano stretta la mano a lungo e mi davano il coraggio di resistere. Dopo cinque giorni, poiché mi ostinavo a vivere, mi feci trasferire nell'unità coronarica della clinica privata Malzoni di Montevergine, dove potevo in una mia camera ricevere visite di parenti e amici e trascorrere la notte in compagnia. Per non affaticare eccessivamente mia moglie Elvira e per non sottrarla alla vicinanza dei miei figlioli, passai alternativamente le ore notturne con Carlo Castrogiovanni, un amico fraterno e Genny Santopaolo, marito di mia cugina Maria Teresa.
Per concludere il capitolo dobbiamo accennare all’Ospedale del Mare (fig.10), da poco costruito nella estrema periferia della città, nel quartiere Ponticelli, in grado di fornire assistenza anche ai numerosi abitanti dei comuni vesuviani. La struttura, gigantesca, è sorta di recente, per cui non vi è una storia da raccontare. Lascio questo compito ai miei discendenti.

Achille della Ragione

fig.8 - Massimo De Bellis

fig.9 - Loreto Nuovo, reparto  terapia intensiva

 
fig.10 - Ospedale del mare

 

domenica 9 maggio 2021

Magritte e l'enigma dell'immagine

 

fig.1 -De Chirico



C'è un mistero intorno a noi, nel quale siamo tutti immersi senza averne spesso consapevolezza. Tra gli artisti dei primi anni del Novecento, interessati al mondo dell'Invisibile, De Chirico e Magritte sono i pittori emergenti per la creazione di un genere nuovo, in grado di scuotere la nostra coscienza con immagini reali, perfettamente leggibili, sebbene sconvolgenti per l'ordine e l'accostamento degli oggetti. Entrambi definiti Surrealisti, gruppo che faceva capo ad André Breton. Anche Dalì ne era parte, nonostante la sua eccentricità lo facesse apparire alquanto stravagante. A volte anche di difficile comprensione per la componente prevalentemente onirica della sue rappresentazioni.
De Chirico era più anziano di Magritte di dieci anni e svilupperà prima una fase metafisica. Tuttavia per il Nostro costituì un punto di partenza importante. Un quadro del 1914, presente al Moma di N.Y. (fig.1) lo impressionò molto. Si trattava di una visione nuova che aveva a che fare con quel senso di spaesamento così vivo e presente in tutte le opere dell'artista belga.
Correvano i famosi anni Venti, gli anni ruggenti della fantasia e dell'intelletto. Dopo il secondo Manifesto, Breton, direttore della rivista "Qu'est-ce que le Surrealisme" pubblica in copertina di uno dei tanti numeri l'immagine dissacrante dello "Stupro" (fig.2). Un volto femminile in cui agli occhi si sostituiscono i seni , al naso l'ombelico e alla bocca il pube. Una provocazione di Magritte. Nel programma del gruppo senza logica, né morale, l'attenzione era rivolta piuttosto alle analogie da riscoprire ed evidenziare. Osa Magritte ed eccolo assimilare tre candele accese su una spiaggia   che strisciano come vermi nel dipinto "Meditazione" (fig.3). René, icona dell'arte brussellese, nasce nel 1898 e muore nel 1967. Le tendenze artistiche in voga lo avevano solo sfiorato. La sua ricerca era orientata ben al di là perfino del sogno. L'inconscio non c'entra, in quanto il mistero è nel visibile, che noi dobbiamo cercare di vedere. Nell'arte riconosceva lo strumento per generare turbamento o sorpresa e indurre in tal modo alla riflessione. Se la pittura ci mostra il visibile, occorre attirare l'attenzione su ciò che non si vede. In "Modello rosso" (fig.4) le scarpe che imprigionano i piedi, l'esempio è lampante, sebbene altrove il senso del mistero sia molto più profondo. Solo l'artista è libero di capovolgere la realtà e rendere possibile l'impossibile. E affinché la creazione diventasse veramente libera, muoveva e spostava gli oggetti, imprimendo un nuovo ordine come nei Collages. Suo intento era quello di farci capire la separazione dell'oggetto dal nome che lo indica. L'insignificanza di quel legame. Sulla scia delle rivelazioni del padre della linguistica moderna, Ferdinand de Saussure, per il quale la parola è un segno, formato da un significante (il suono) e da un significato (il concetto). Magritte sostiene che, se l'immagine tradisce (fig.5) e la parola diventa immagine, anche quest'ultima inganna. Ne darà ragione in un testo: "Le Parole e le Immagini" (1929). Il primo confronto tra scrittura e pittura, in cui le parole scritte sono trattate come immagini. 

 

fig.2 - Magritte - Lo stupro

fig.3 - Magritte - Meditazione


fig.4 - Magritte - Modello rosso


fig.5 - Magritte - Questa non è una pipa

fig.6 - Magritte - Il dominio di Arnheim

Una teoria intrigante secondo il giudizio di Michel Foucault, interessato alla differenza tra somiglianza e similitudine. Ci fu un carteggio tra i due per un po' di tempo. Nel 1966 l'intellettuale francese pubblicò: "Le Parole e le Cose". Dove tra l'altro si affronta la questione non poco cruciale della rappresentazione in pittura.
L'autore consacra il suo celebre primo capitolo all'analisi del quadro di Velazquez "La Meninas". Solo lo specchio in fondo alla sala ci dice che i sovrani presumibilmente rappresentati sul dipinto, che il pittore si accinge ad eseguire, sono in realtà al di fuori della scena, al posto dell'osservatore. Dov'è quindi l'oggetto rappresentato? Già Velazquez nel Seicento si era posto il problema, che si porrà due secoli dopo Manet nell'Ottocento. Magritte ha quindi liberato l'oggetto dal suo nome. Per questo i titoli dei suoi quadri sono indipendenti dal quadro. René si divertiva ad assegnare il nome alle sue opere perfino qualche tempo dopo averle eseguite e sempre in compagnia dei suoi amici, scrittori e artisti belgi.
Ecco la ragione dei "Senza titolo" o "Untitled" delle opere moderne. L'universo di Magritte incanta, talvolta fa sorridere, ma soprattutto inquieta. Nel museo di Bruxelles a lui dedicato finalmente nel 2009, c'è un dipinto di non piccole dimensioni, che genera una impressione notevole: "Il dominio di Arnheim" (fig.6). Nel buio della sala le luci illuminano le pareti rocciose di una catena montuosa, in cui si alternano i grigi del granito ai bianchi della neve. Si è subito avvinti da una cupa sensazione di freddo a causa di un particolare inquietante. Sulla cima delle vette si nota una piccola testa di aquila, pietrificata insieme al corpo e alle ali nell'intera massa. In basso un parapetto con un nido di tre uova costituisce l'affaccio di osservazione della scena. L'elemento di separazione tra il surreale e il reale.
Parimenti all'aquila, altri uccelli sono imprigionati all'estremità delle foglie in una pianta di bronzo scolpita, una delle otto sculture eseguite dall'artista.
È il momento creativo dell'età della pietra, in cui Magritte monumentalizza la libertà dell'essere vivente. È la foglia, che stanca vuole librarsi nell'aria, facendosi uccello o è quest'ultimo che desidera avere radici nella pianta?
È il sovrano dei volatili che abbraccia l'imponenza della montagna per porre fine al suo errare o è la montagna che, stanca della sua immobilità, agogna la libertà del volo?
Magritte amava leggere i "Racconti del mistero" di E. A. Poe. Ne era affascinato. Quando si recò a New York per una sua retrospettiva, vi andò principalmente per visitare la sua casa. Fu la prima cosa che fece. Con lo scrittore americano condivideva l'interesse per i cimiteri e le bare. Forse perché la bara può restituire l'incanto della vita.
Magritte introduce dunque il fantastico nell'arte. Si diverte infatti a vestire i panni di Fantomas, nutrendosi del suo mistero. Nel dipinto "La magia nera" (fig.7), lugubre appellativo per un'opera ricca di luminosa poesia, c'è tutto il suo amore per Georgette, sua sposa, sua modella, sua eterna ispiratrice e compagna di vita da quando aveva 15 anni fino alla morte.
Ci sono tanti azzurri nei suoi quadri, limpidi, puri e ariosi. Cieli solcati a volte da tante nuvole bianche, che esprimono la gioia di vivere. Come la colomba in volo (fig.8), simbolo delle linee aeree belghe, prima con la Sabena e poi con la Brusselairline. Quando si ripristinò il volo dall'aeroporto di Zaventem dopo l'attentato del 22 marzo 2016, l'aereo recava in segno di pace l'uccello di Magritte.
Nella rosa recisa, il cui titolo è "La tomba dei lottatori" (fig.9) si ha modo di apprezzare il tentativo di modificare la percezione dello spazio, uno stratagemma usato anche da De Chirico. La dimensione ridotta e angusta serve a dare risalto al fiore che diventa maestoso. Sembra di sentire con l'odorato il profumo e con il tatto il velluto dei petali. Nel 1951 il direttore del Casino municipale di Knokke, la Saint Tropez del Belgio, commissionò a Magritte otto pitture murali per una lunghezza totale di sei metri. La disposizione dello spazio è teatrale. L'artista prediligeva i tendaggi e le quinte, presenti in diverse sue opere. Qui egli riunisce quasi tutti i soggetti da lui trattati: da Georgette con la Torre di Pisa, candidamente sorretta da una piuma, all'Impero delle Luci, agli Uccelli Foglie (fig.10).
Nelle opere di Magritte appare sovente l'uomo della strada in abito scuro e bombetta, illuminato a volte dal bianco brillante del piccione e dal colletto (fig.11) . Lo vediamo nascosto dietro una mela. In altre occasioni si perde nella moltitudine degli Altri, tutti uguali.
Sono gli uomini del famoso dipinto "Golconda" (Houston, Texas). Qualcuno potrebbe assimilarli a gocce di pioggia cadute dal cielo. In ogni caso è sempre "Il Mistero" il vero soggetto e ad ognuno di noi rivela qualcosa.

Elvira Brunetti
 

 

fig.7 - Magritte - La magia nera

fig.8 - Magritte- Colomba in volo

fig.9 - Magritte - La tomba dei lottatori

fig. 10 - Magritte - Impero delle luci e uccelli foglie

fig.11 - Magritte - L'uomo con la bombetta


Lo storico ospedale degli Incurabili

 

fig.1  -Cortile ospedale Incurabili

La costruzione dell’Ospedale di S. Maria del Popolo, detto poi degli Incurabili (fig.1) cominciò a Napoli nel 1519 ad opera di due laici: il genovese Ettore Vernazza e la nobildonna catalana Maria Longo (fig.2), vedova del dignitario di corte Joannes Lonc, la quale   dopo essere guarita da una forma di artrite reumatoide giovanile che l’aveva paralizzata, volle tener fede a un voto fatto quando era malata fondando un ospedale per la cura di ammalati di sifilide rifiutati dagli altri nosocomi. Dopo qualche anno dalla sua costruzione la Longo divenne monaca di clausura fondando l’ordine delle Trentatrè (il numero fa riferimento agli anni di Cristo e al numero massimo che poteva ospitare il convento). Le prime consorelle furono alcune prostitute convertite che, ammalate di sifilide, erano state curate presso l’ospedale (per questo motivo il monastero era anche detto “delle Convertite”). In poco tempo il nosocomio divenne uno dei più importanti di tutto il Regno di Napoli.
La nascita di un ospedale per incurabili e inguaribili non era un caso isolato in quel periodo storico in Italia e in Europa; Colombo aveva scoperto il continente americano da ormai ventisette anni e, di ritorno dall’Atlantico aveva portato con sé il morbo della sifilide che, presto, aveva cominciato a mietere vittime in tutta Europa. A Napoli i primi casi del morbo si registrarono dal gennaio 1496, a sei mesi dalla partenza delle truppe di Carlo VIII che era stato in città dal febbraio al giugno del 1495.
Oggi l’ospedale è ancora in attività: si tratta dell’unico al mondo ancora in funzione dopo 500 anni, e anche l’unico dove hanno lavorato ben 33 medici poi santificati, tra cui san Gaetano Thiene e san Giuseppe Moscati (fig.3). Lo storico ospedale degli Incurabili, oltre agli altri pregi, racchiude la notevolissima farmacia settecentesca realizzata da Bartolomeo Vecchione; essa, alla quale abbiamo dedicato un apposito capitolo,   è composta da due sale con l'originaria scaffalatura completamente in legno, sulla quale, sono presenti circa 400 preziosi vasi in maiolica dell'epoca, realizzati da Donato Massa.
Il complesso attesta un'attività umanitaria e sanitaria rivolta all'assistenza dei cosiddetti malati incurabili. Vi operò nel decennio francese Santa Giovanna Antida Thouret (fig 4) insieme alle sue Figlie della Carità. Dal 2010 è stato allestito all'interno di alcuni ambienti dell'edificio il museo delle arti sanitarie, che espone documenti di archivio (fig.5), arredi, argenteria, sculture, strumenti sanitari risalenti all'antico ospedale e alcuni locali come la farmacia, la chiesa di Santa Maria del Popolo con la cappella Montalto e l'orto dei medici. Il motore di questa benemerita attività è il chirurgo Gennaro Rispoli (fig.6) con la sua associazione il Faro di Ippocrate.   Il cortile vanta due fontane storiche, gli scaloni monumentali e il "pozzo dei pazzi" (fig.7), un pozzo dove venivano calate le persone in stato di agitazione per farle calmare.
Il complesso, di epoca rinascimentale, comprendeva originariamente: La chiesa di Santa Maria del Popolo L'oratorio della Compagnia dei Bianchi della Giustizia Lo storico ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili. Col tempo ingloberà anche la chiesa di Santa Maria delle Grazie Maggiore a Caponapoli e l'omonimo chiostro, il complesso di Santa Maria della Consolazione, la chiesa di Santa Maria di Gerusalemme (fig. 8) e il chiostro delle Trentatré (fig.9). Per la fondazione degli Incurabili furono fittati due magazzini nelle vicinanze del San Nicola e nell’estate del 1518 già vi si raccoglievano i primi infelici colpiti da mali spaventosi.
La struttura ebbe vita fino al 1522,quando si aprì il nuovo grande ospedale sull’altura di S. Agnello, il sito più ameno della  città antica perché il più elevato e soleggiato. La domenica 23 marzo 1522 gli ospiti del vecchio ospedale sulle carrette furono accompagnati con degna processione,guidata naturalmente dalla Signora Longo fino al nuovo Incurabili. Erano presenti il vicerè Cardona ed il Consiglio Collaterale della città di Napoli.
Il trasferimento dalla vecchia sede di S. Nicola, alla nuova sulla collina di S. Agnello avvenne con solenne processione il 23 marzo 1522 alla presenza del vicerè e di tutte le autorità civili e religiose. Già nei due anni in cui la sede dell’ospedale era stata al Largo delle Corregge il tipo di patologia che avrebbe trattato era stato delineato e, ora che si passava alla sede definitiva, l’accoglienza si allargò anche alle donne incinte che al nono mese di gravidanza potevano andare in un ospedale e partorire in sicurezza con l’assistenza di un medico e di una levatrice. Ma l’istituto, così come quello di Genova e di Roma, era stato creato per gli incurabili che nella mentalità e nell’accezione comune dell’epoca significava ogni persona inguaribile, quale che fosse la malattia che lo affliggeva, fisica o mentale, venerea o oncologica. L’ospedale era destinato ai poveri, affinché avessero un posto dove essere curati e, se era il momento, morire col conforto dei sacramenti. Incurabile, nel XVI secolo, era anche chi non poteva essere curato a casa per la complessità del male o perché, appunto, troppo povero per permettersi un medico. Ecco perché nella Santa Casa potevano essere ammessi anche ustionati, pazienti con calcoli renali e altre patologie chirurgiche, e ancora colerosi e tubercolotici. Da questo momento per circa 10 anni e più la vita di Maria Longo sarà nell’ospedale e per l’ospedale ed ella lavorò qui con impegno tenace e volitivo,illuminato da un passione davvero commovente. Il suo segreto era nella sua vita di fede e di preghiera che alimentava le sue giornate. Infatti,mentre attendeva al governo dell’ospedale esercitandosi nella carità verso gli infermi,ella forgiava il suo essere interiore nell’umiltà con il digiuno e la preghiera. Disprezzava se stessa,adoperandosi nel servizio altrui come una serva,accudendo gli infermi con le proprie mani soprattutto quelli più gravi con tanta tenerezza e consolazione. La grazia di Dio agiva attraverso di lei tanto i poveri ammalati si sentivano interiormente risollevati tanto che ancora dopo la sua morte sognavano che ella li visitasse e li consolasse. Tuttavia con se stessa era molto austera e rigida, vivendo molto parcamente e digiunando tutti i venerdì a pane ed acqua ed il sabato aggiungeva un po’ di minestra di pan cotto condito con pochissimo olio. Il suo desiderio di preghiera era sempre molto grande e non rinunciava ad esso per nulla al mondo. E spesso fu vista in colloquio con il dolcissimo Iddio da quale ricevette la conoscenza spirituale della Sacra Scrittura,tanto che uomini dotti imparavano da lei i significati profondi della divina parola rimanendo stupiti per tanta sapienza. Riceveva molte persone che per fragilità umana vivevano nel peccato. Con le sue preghiere e con le sue esortazioni riusciva a ricondurle all’abbraccio del Padre di ogni misericordia. Fra questi spesso vi erano personaggi illustri.
Nel 18° secolo nell’Ospedale Incurabili si trova l’unica sala di maternità del regno ed alla fine del ‘600 Chamberlen inventa il forcipe   anche se strumenti simili erano già usati per rimuovere il feto morto.   Nel 19° secolo nell’Ospedale Incurabili coesistono due strutture: nella sala di maternità, gestita dalle ostetriche, avvengono la grande maggioranza dei parti. Nel 1812 viene istituita la Clinica Ostetrica, con lo scopo di istruire gli studenti di Medicina sull’Ostetricia con lezioni teoriche e dimostrazioni pratiche sui parti laboriosi al letto delle ammalate “malconformate”. Dalla metà del XVI secolo la Santa Casa aveva ormai assunto il ruolo di ospedale generale capace di accogliere ogni “sorta di infermità”. Questo fu possibile grazie al fatto che tra le sue mura non si faceva soltanto assistenza, ma scienza e sperimentazione, che sono la garanzia di una cura appropriata e all’avanguardia. Nel 1568 l’ospedale accoglieva “piagati e malati di cancari” dei quali si occupavano otto prattici chirurgici, in aggiunta ai tre chirurghi principali che normalmente seguivano i pazienti, tre dei quali si occupavano degli uomini e uno delle donne.
I medici internisti, i phisici, erano in numero di due più un prattico fisico residente nella Santa Casa che assicurava una sorta di guardia continua sulle ventiquattro ore. Ai malati del non meglio specificato “male in canna” era destinato l’ospedale di S. Maria della Misericordia ad Agnano, che era succursale degli Incurabili, dove si praticava la cura delle “fumarole”, verosimilmente aerosol. Un altro ospedale, intitolato a S. Maria della Misericordia e anch’esso filiale della Santa Casa, fu aperto nel 1569 a Torre del Greco e venne destinato alla cura dei tisici e degli idropici. 

 

fig.2 - Maria Lorenza Longo

fig.3  - Giuseppe Moscati

fig.4 - Santa Giovanna Antida Thouret

fig.5 - Antico giornale clinico

Per il trattamento della sifilide nell’ospedale napoletano si praticava la cura allora ritenuta più all’avanguardia: la somministrazione di decotti di scorza di guaiaco, definito per le sue caratteristiche “legno santo”, cui si aggiungeva un altro decotto di un’altra pianta americana: la salsapariglia. A tal fine erano stati allestiti dei locali appositi di isolamento, poiché durante la cura i pazienti dovevano soggiornare in locali caldi per poter sudare ed espellere gli umori maligni. Da qui la necessità di stufe e bracieri anche in estate e di stanze separate dagli altri spazi dell’ospedale. Quando un paziente veniva ricoverato agli Incurabili veniva prima visitato dal medico che stabiliva la cura, la dieta e il tipo di trattamento che doveva ricevere. Successivamente veniva spogliato, lavato e rivestito con una tunica nuova. I medici facevano il giro visita due volte al giorno e in caso di infermità era d’obbligo un consulto di tutti i phisici o di tutti i chirurghi. Un medico che mancava senza motivo per una volta al giro visite veniva sostituito da un altro collega scelto dal Maestro di Casa, e il costo della consulenza esterna era detratto dallo stipendio di chi si era assentato; una seconda assenza garantiva il licenziamento in tronco. I medici che curavano gli infermi dovevano “dar loro soddisfazione di buone parole, discorrendo della qualità del male senza affrettarsi” cioè spiegare loro cosa avessero, come intendevano trattarli parlando in modo semplice e completo. Medicazioni e fasciature dovevano essere eseguite dai medici e dai chirurghi ordinari, non dai prattici né dalla gente di casa cui mancava la competenza professionale e l’esperienza nel campo. All’interno l’ospedale era diviso in diverse strutture: quello degli uomini, suddiviso in Ospedale dei Paesani, dei Soldati e dei Matti, il Camerone dei Moribondi e quello per i Malati di morbo gallico. L’Ospedale delle donne aveva reparti divisi per le Gravide, Luetiche, Moribonde, Matte e affette da scabbia e tigna. Nessuno paziente poteva uscire dall’ospedale poiché farlo equivaleva a farsi dimettere. Oltre alla principale opera di cura e assistenza e l’attività di ricerca scientifica svolta dai suoi medici, l’ospedale svolgeva, di pari passo con le altre strutture di carità cittadina, opere di beneficenza rivolte ad altri tipi di bisognosi o disgraziati: forniva doti di maritaggio e aveva un banco pubblico per aiutare i poveri. Il Banco di S. Maria del Popolo, costituito nel 1589, fu dapprima ospitato in alcuni locali siti sotto lo scalone imperiale che si trova nel cortile principale dell’ospedale, poi dal 1597 fu spostato in un altro palazzo di proprietà dell’ospedale, sito all’inizio di via S. Gregorio Armeno di fronte alla chiesa di S. Paolo e di S. Lorenzo Maggiore. Soccorreva inoltre persone in carcere per piccoli debiti “onesti”, era quindi una delle istituzioni più importanti per la popolazione non nobile.
Sicuramente il ruolo svolto dagli Incurabili nel campo dell’assistenza e della sanità, assieme alla Real Casa dell’Annunziata, rendono questa struttura un esempio mirabile di come in esso si siano fuse e, talvolta, scontrate tutte le forze che agivano allora sullo scenario politico e sociale, dando vita però a un insieme armonico costituito dal più felice connubio di religiosità e misticismo riformato-barocco, evoluzione della scienza empirica applicata alla medicina e spinta verso la concessione di incarichi di governo e responsabilità del nascente ceto civile e borghese cittadino.
E concludiamo proponendo un’immagine drammatica quando durante la 2° guerra mondiale i malati erano costretti nei loro letti (fig.10) sotto i bombardamenti degli Americani

  

fig.6 - Gennaro Rispoli

 

fig.7  - Pozzo dei pazzi

fig.8 -  Monastero delle 33

 

fig.9 -Monastero di S. Maria in Gerusalemme, chiostro

 

fig.10 - Incurabili sotto le bombe


giovedì 6 maggio 2021

Dalla ruota dell’Annunziata al signore delle nascite

  

 

fig.1 - Sacra ruota degli esposti

 Un segno tangibile dell’antica pietà napoletana è costituito dalla ruota dell’Annunziata (fig.1), quell’abile marchingegno girevole che ha permesso per secoli alle madri in difficoltà di mettere in salvo i neonati, invece di sacrificarli. Esse appoggiavano i nascituri nel piccolo vano di legno e facendo ruotare l’ingegnoso meccanismo li portavano all’interno della struttura. Al caldo ed al sicuro, perché le suore, avvertite dal suono di un campanello accorrevano prontamente ed accoglievano con amore il pargoletto (fig.2).
Questa celebre ruota ha funzionato fino al 1875, mentre l’annesso brefotrofio ha funzionato per un altro secolo ed è stato chiuso solo nel 1980. Questa pietosa usanza di affidare i bambini abbandonati al caritatevole cuore della città ha costituito un significativo segno di civiltà, consentendo alle madri di conservare l’anonimato, in una società afflitta sempre dalla più nera povertà e da un’altissima mortalità infantile.
I napoletani hanno chiamato questi bimbi con il termine esposti, da cui deriva il diffuso cognome di Esposito, con il quale venivano spesso battezzati. Essi sono stati sempre considerati i figli della Madonna, di conseguenza hanno goduto di riguardi e considerazioni speciali. Una volta divenuti fanciulli i maschi venivano trasferiti nelle scuole dell’Albergo dei poveri, dove imparavano un mestiere, mentre le donne potevano rimanere nella Casa e se decidevano di sposarsi avevano diritto ad una dote. Infatti ogni anno, il 25 marzo, tutte le ragazze in età da marito venivano presentate agli scapoli desiderosi di ammogliarsi in una sala della pia istituzione. I giovanotti potevano sceglierne una gettando ai suoi piedi un fazzoletto e se la ragazza lo raccoglieva il matrimonio si sarebbe celebrato dopo poco tempo.

 

fig.2 - Pronti ad accogliere il pargoletto

 

fig.3 - Cortile dell'ospedale dell'Annunziata


fig.4 - Interno della sacrestia della chiesa dell'Annunziata

Il complesso dell’Annunziata (fig.3) è ancora oggi un ospedale con un reparto di maternità tra i più apprezzati, ma è anche noto per i tesori di arte che conserva e per il gioiello di architettura costituito dalla  maestosa chiesa (fig.4) più volte modificata e rifatta poi completamente nel Settecento dal Vanvitelli, assieme alla parte inferiore ed al poderoso cupolone.
Da un primato del passato ad uno, raro, dei nostri giorni, costituito dalla nascita nella nostra città della prima (la terza al mondo)bambina venuta alla luce grazie alle tecniche della fecondazione artificiale.
«Alle falde del Vesuvio, abita un medico, conosciuto come il signore delle nascite, che ha dato a Napoli uno dei pochi primati di cui possa fregiarsi. Egli non ha tentazioni di divismo, né si considera un volto da copertina. Non ama passerelle di false leggende, né miti che non devono essere miti».
Con queste parole il Corriere della sera riassunse la notizia della prima fecondazione in vitro avvenuta in Italia, coronata dalla nascita di Alessandra l’11 gennaio 1983 nella clinica Villalba di Napoli.
Grande fu ovunque lo stupore e la meraviglia al diffondersi della notizia che la prima bambina in provetta italiana era napoletana. A Napoli dove tutto è bello ed intelligente, ma anche vago, impreciso ed approssimativo si era riusciti per primi nel nostro Paese in una impresa rigidamente scientifica, precisamente organizzata e per di più ciò avveniva in una struttura privata circondata da un ambiente medico conservatore, se non ostile, certamente scettico. Il ginecologo Vincenzo Abate (fig.5) ha avuto in seguito l’onore di comparire (dietro pagamento di 2000 euro) sulla copertina di una ristampa del I tomo della mia collana Quei napoletani da ricordare (consultabile in rete digitando il titolo), sostituendo degnamente la prima edizione che mostra Sophia Loren poppe al vento all’età di 18 anni.
Abate con i suoi giovani collaboratori erano stati paladini solitari nell’azione contro la disorganizzazione dello Stato, che ben si esprimeva nella scalcinata espressione ospedaliera meridionale.
Mentre la notizia si diffondeva, gli altri scienziati italiani del settore, che, fino ad allora si erano distinti soltanto per fiumi di chiacchiere versate nei congressi, sull’argomento si rinchiusero in un mutismo assoluto e cercarono di prendere le distanze dal ginecologo privato riuscito nell’impresa miracolosa, il quale aveva l’imperdonabile torto di non essere un cattedratico.
Nessuno dei suoi invidiosi colleghi volle riconoscere in quei giorni che dietro questa sua impresa eccezionale vi erano anni di studio, un costante impegno quotidiano, innumerevoli sacrifici, ma principalmente l’intuizione che per imparare qualcosa di nuovo bisogna emigrare, andando là dove la medicina è più avanzata, ma bisogna anche poi ritornare a casa ad insegnare ciò che si è appreso all’estero.
A Napoli venne così ad affiancarsi all’Orto Botanico più importante d’Europa, alla prestigiosa Stazione Zoologica ed al Laboratorio di Biogenetica di fama internazionale, un centro all’avanguardia nel settore della sterilità.
La meraviglia maggiore da parte degli specialisti del settore fu che un tale successo sia avvenuto in una struttura privata, mentre tante strutture universitarie non avevano ottenuto nessun risultato. La spiegazione ci viene dalle parole dello stesso ginecologo napoletano: «Questo tipo particolare di esperimenti è stato possibile da realizzare in una struttura privata, perché richiede un ritmo di lavoro tale che solo un ricercatore abituato a grossi sacrifici può attuare. Infatti in una struttura pubblica è assolutamente improbabile che un programma scientifico di questa portata possa essere eseguito ventiquattro ore su ventiquattro. In nessun ospedale o università si riuscirebbe facilmente ad eseguire una laparoscopia notturna sulle pazienti con ovulazioni improvvise».
Conoscere il carattere di questo cittadino doc ci permette di apprezzare quella magica miscela che ha permesso a tanti napoletani di raggiungere il successo una volta lasciata la città natale: una calda cordialità partenopea associata ad un’efficienza nord americana. I suoi stretti collaboratori ci permettono di conoscere meglio lui e soprattutto la sua clientela attraverso alcuni graziosi aneddoti.
Mi raccontava il dott.  Antonio Punzetto, ecografista, che tre volte alla settimana, nei giorni in cui egli collaborava nello studio di via Petrarca, le visite terminavano quasi sempre intorno alle 3 - 4 di notte, dopo di che doveva seguire l’intera équipe nei pochi ristoranti ancora aperti a quell’ora per cenare tutti assieme fino alle prime luci dell’alba. La mattina era sempre uno straccio. Il dott. Enzo Del Vasto, valente anestesista e proprietario di sfarzose imbarcazioni, mi confidava che il dott. Abate se come ginecologo era bravissimo, come lupo di mare era addirittura un mostro di bravura e quindi tutta una sfilza di divertenti episodi accaduti durante navigazioni verso le Eolie o attorno alla Sardegna. Il dott. Mimmo Cirillo ginecologo, ex braccio destro del professore, mi diceva che aveva più volte studiato approfonditamente la clientela in lunga e paziente attesa di essere visitata e di avere identificato dei personaggi che si ripetevano ciclicamente: «C’è la signora dell’alta borghesia, che grazie ad affrettate letture sulle rubriche mediche dei giornali elargisce consigli e spiegazioni con la prosopopea della addetta ai lavori. C’è la contadina della provincia e la popolana dei quartieri spagnoli, sempre scortata da folti gruppi di parenti che imitano le gesta del prof. Abate di cui raccontano episodi conditi da una mimica eduardiana. C’è la nobile decaduta che cerca disperatamente di saltare la fila con la stessa tenacia della donna manager, tutta lavoro ed appuntamenti, che consulta neuroticamente l'orologio ogni cinque minuti a simulare un impegno professionale che non può più attendere».
Purtroppo la lotta contro la sterilità necessita come prima dote dimolta pazienza, abnegazione e volontà di sacrifici per poter percorrere una strada lunga, faticosa e non sempre coronata da un risultato favorevole (fig.6).


fig.5 - Copertina con la foto del Signore delle nascite

fig.6 - Un nuovo abitante della Terra

mercoledì 5 maggio 2021

Una storia ospedaliera gloriosa, ma poco conosciuta

 

fig.1 Ospedale Annunziata

 
I moderni ospedali nascono in osservanza a quanto stabilito dal Concilio di Nicea del 325 d.C., che impose a Vescovati e Monasteri di costituire, nelle proprie città, “luoghi ospitali” per pellegrini, ammalati e poveri. E già il Codice di Giustiniano (534 d.C.) nel sancisce una serie, con compiti e finalità distinte: orfanotrofi, manicomi, ospedali, ecc. Il presente capitolo vuole tracciare una storia del succedersi nella città di Napoli e nell’immediato circondario della nascita di questi presidi, iniziando fin dalla Napoli greco-romana.
Nel VI – VII secolo d.C. vengono istituite le Diaconie, strutture rette da laici con funzioni assistenziali generiche. Del IX secolo sono le prime tracce certe di ospedali in città, ma è con il secondo millennio che si comincia ad avvertire quel sentimento di pietas cristiana che, in comunione con quella laica, inizia a diffondere una vera e propria rete assistenziale diffusa, con l’articolazione nel settore di competenze distinte tra religiosi e laici. Gli ospedali antichi sono ovviamente posizionati per la gran parte nella zona antica del centro.
Nel XVI secolo si diffondono Confraternite e Consorterie. Ricordiamo che, in quei tempi, borghesia e nobiltà curavano i propri malati in casa, chiamando i medici al capezzale. Il clero veniva assistito in loco dai confratelli, tra i quali quasi sempre c’era un esperto nell’arte sanitaria.
Verso la fine del ‘200 si ha notizia dei primi ospedali napoletani: Sant’Eligio e Santa Maria di Piedigrotta. Dell’inizio ‘300 è quello dell’Annunziata (fig.1), e poi via via tanti altri. Nel ‘500 gli ospedali iniziano a diventare numerosi. È di quei tempi la diffusione della sifilide, che Girolamo Fracastoro (1478–1553) definì morbo gallico, nell’ipotesi che esso avesse avuto origine in Francia, malattia incurabile e da qui la fondazione nel 1519 dell’Ospedale degli Incurabili (fig.2) voluto da Maria Lorenza Longo (fig.3), moglie del segretario del Re di Spagna. Lei, afflitta e poi guarita da un grave male, profuse nella relativa costruzione tutti i suoi beni per poi raccoglierne altri estranei. Tuttora operativo, esso si trova nelle vicinanze di piazza Cavour e di via Maria Longo appunto.
L’Ospedale dei Pellegrini, anch’esso oggi attivo, risale invece al 1533. Già alla fine del XVI secolo gli Incurabili, tra gli ospedali più grandi d’Europa, aveva oltre 1500 posti letto, suddivisi in specifici reparti, ed era il più celebre del regno, dotato di tutti i servizi necessari a farne una struttura autonoma ed avanzata. La gerarchia interna era blanda, i medici erano autonomi nelle decisioni: consultavano il primario solo quando era, a loro giudizio, necessario.
Dato l’alto livello del personale, il complesso era sede appunto dei malati allora ritenuti “incurabili”. Vi venivano anche istruiti ad arte medica di ottimo livello gli allievi del Collegio Medico Cerusico (fig.4), nato verso il 1764 ed operativo fino all’Unità d’Italia, vero cenacolo illuministico, con sede nel proto-ospedale del Regno delle Due Sicilie: S.M. del Popolo degli Incurabili.
Il collegio, autonomo dal potere universitario, ma sottoposto a rigide regole ecclesiastiche, annoverò tra i suoi maestri ed allievi i medici più illuminati del Mezzogiorno.   Molti di essi parteciparono ai turbolenti eventi della Repubblica Napoletana e pagarono sulle forche, come Domenico Cirillo, la fede negli ideali sociali e di libertà, legati al loro stesso credo professionale.      
In questi ospedali fiorirono maestri ed intelligenze dello stampo di Cotugno, Sarcone, Amantea, Chiari, Santoro, Boccanera, Scotti e de Horatiis.   
I loro libri, gli articoli scientifici conservati nelle antiche biblioteche e negli archivi ospedalieri, ci sorprendono per l'accuratezza delle osservazioni, l'intuizione clinica, l'audacia degli interventi e l'attenzione ai risultati.   In ciò la Scuola Napoletana fu pari alla cultura medica dei migliori stati europei, nonostante gli esigui riconoscimenti nella memoria storica del nostro paese.
Benefattori e religiosi prestarono la loro opera in questi che furono soprattutto "ospedali della carità".    In queste vecchie corsie si mostrò il flagello delle epidemie di peste, colera e tifo, che periodicamente e drammaticamente hanno fatto parte della storia sanitaria della città.   L'equilibrio e la moderazione nell'esercizio professionale, insieme al rispetto dell'autentica tradizione ippocratica, furono la connotazione della Scuola Medica Napoletana.
L'empirismo di Marco Aurelio Severino e l'observatio di Domenico Cotugno, partoriranno una sintesi equilibrata   tra il medico fisico, teorico, ed il barbiere cerusico, vera figura illuministica di artigiano del corpo. 

 

fig.2 - Pianta dell'Ospedale Incurabili

 

fig.3 - Maria Lorenza Longo

 

fig. 4 - Stemma

 

fig.5 - Antichi strumenti chirurgici


Sotto l'astro dei Borbone il XIX secolo affermerà la modernità della  medicina come professione e la validità di una rete ospedaliera ove esercitarono l'arte di guarire medici che per umiltà, rigore, moderazione ed intuito meritarono il nome di scuola.
Tra le tante strutture dell’epoca, ne ricordiamo solo alcune:
L’Ospedale di S. Nicola alla Dogana, che sorse verso la metà del XIV secolo vicino al Molo, sotto il regno dei Durazzo - D’Angiò, e visse per un paio di secoli.
Quello di S. Eligio, nella zona di Piazza Mercato che operò anch’esso per un paio di secoli.
L’Ospedale della Pace sorse verso la fine del XVI secolo su cura dell’Ordine dei Fatebenefratelli.
L’Ospedale di S. Giovanni a Mare, in un edificio romanico opera dei Benedettini nella metà del XII secolo, operò fino al XIX secolo.
L’Ospedale di Sant’Aniello a Caponapoli che fu il primo ospedalepubblico della città.
L’Ospedale dell’Annunziata, conosciuto anche come Real Casa dell’Annunziata,   nacque nel 1316 come ex-voto di una famiglia di combattenti. È noto per la ruota in cui venivano abbandonati neonati dalle proprie madri. All’interno era sempre presente una donna che provvedeva subito alle prime necessità del bimbo. Essi venivano poi cresciuti nella struttura, fino ai 18 anni i maschi per essere avviati al lavoro, fino ai 25 le femmine. Se queste si sposavano prima, veniva loro concessa una piccola dote purché fossero vergini. La ruota fu abolita nel 1872.
Dal periodo normanno fino all’Unità d’Italia gli ospedali napoletani rappresentarono l’unico punto di riferimento per l’intero regno, una funzione che, pur se in misura ridotta, rivestono ancora oggi verso l’hinterland e la stessa regione.
Alcune di queste strutture sanitarie, come i Pellegrini, il San Gennaro, l’Ascalesi, l’Annunziata e gli Incurabili costituiscono anche oggi il cuore dell’assistenza medica per gli abitanti del centro antico. L’antica capitale del regno poteva vantare oltre 150 luoghi di assistenza agli infermi.
Nosocomi ultracentenari che rispondono ancora efficacemente alla richiesta di salute e di ricovero di oltre metà della popolazione, mentre altri storici istituti di cura come l’ospedale S. Maria della Fede, il S. Andrea, la Cesarea, il Lazzaretto ed il famosissimo ospedale della Pace sono stati trasformati o più spesso abbandonati al degrado.
Costruiti durante il vice regno spagnolo, quasi tutti per la lungimiranza di don Pedro da Toledo e ben poco modificati in seguito, riescono a coniugare vecchi corridoi di monasteri con le moderne esigenze dell’assistenza medica. Spesso forniti di mura e strutture poderose, progettate da grandi architetti, dal Vanvitelli ed il Fuga a Domenico Antonio Vaccaro hanno brillantemente superato la prova del tempo resistendo a numerosi terremoti.
Di alcuni ci rimane solo il ricordo, come nel caso del primo nosocomio, costruito da S. Aniello sul pendio di quel colle, chiamato più tardi S. Aniello a Capo Napoli, da sempre punto di riferimento per i presidi ospedalieri cittadini o soltanto modesti ruderi come nel caso del Lazzaretto di Nisida, in funzione fino al 1860 ed oggi riconoscibile solo per qualche traccia muraria lungo il ponte che collega l’isolotto alla terraferma, a differenza dello splendido gemello situato nell’ambito dell’ex ospedale della Pace, un gioiello che meriterebbe di essere conosciuto da indigeni e turisti e che viceversa non è neppure aperto al pubblico.
Anche dell’ospedale di San Giovanni a Mare, il più antico in assoluto, rimane solo un flebile ricordo ed il proposito, mai attuato, di costruirne uno nuovo lì dove sorgeva, in un’area oggi affollata da cadenti abitazioni e infimi esercizi commerciali.
Durante gli anni bui delle guerre medioevali, le quali distrussero ogni traccia di ordine sociale, le pie istituzioni napoletane, che vivevano all’ombra della fede, non ebbero a subire alcun danno, anzi esse si andarono moltiplicando fino a raggiungere nel XIII secolo, con gli Angioini, il massimo della loro attività. E nacque allora, proprio dove era caduto il giovane e bellissimo capo dello svevo Corradino, quel grandioso ospedale di S. Eligio, opera più di espiazione che di amore, con la quale il re Carlo I sperò di dar pace ai rimorsi del suo cuore.
E fu sotto il regno di suo figlio Roberto, sposo alla regina Sancia, che sorse la Real Casa dell’Annunziata, il più famoso brefotrofio d’Europa, il quale non ha mai smesso di funzionare dal lontano 1320 e svolge ancora oggi la sua meritoria opera, reso celebre dalla famigerata Ruota degli esposti, attraverso la quale sono transitati innumerevoli pargoli abbandonati dalle mamme ed affidati al grande cuore della città ed all’amorevole attenzione delle monache.
Nei decenni successivi fu tutto un fiorire di iniziative in soccorso non solo dei malati, ma anche dei più deboli. Ecco così sorgere al fianco dell’ospedale per i gentiluomini poveri, fondato dalla nobile Giovanna Castriota e dell’ospedale per gli stranieri, nato per l’interessamento degli stessi forestieri, con annesso un convalescenziario, altre istituzioni come il ricovero per le donne discordi dai mariti alla Scorziata, l’ospizio di S. Maria di Loreto per gli orfani e quello di S. Onofrio per i vecchi.
Fino a giungere nel 1522 alla nascita del più grosso ospedale del tempo, quello di S. Maria del Popolo agli Incurabili, grazie all’animo generoso e pio di Maria Lorenza Longo, vicino al quale sorge, scandalosamente chiusa da tempo immemorabile, la Cappella dell’Arciconfraternita dei Bianchi, dedita all’assistenza dei condannati a morte, che conserva nell’oratorio l’impressionante statua in cera della Scandalosa raffigurante il cadavere di una prostituta divorato dai vermi, magistralmente descritto da Salvatore Di Giacomo in una sua novella e dove i superstiziosi venivano ad acquistare pezzettini di corda usati per le impiccagioni, un macabro amuleto contro il malocchio. Il complesso degli Incurabili, noto all’epoca in tutta Europa per la bravura dei medici e per i benefici delle cure, nasce per il voto di una nobildonna e prende il nome dai suoi ricoverati, non inguaribili, bensì incurabili, perché nessuno voleva prendersi cura di loro. I visitatori del Gran Tour spesso lo visitavano alla pari delle bellezze naturali e per secoli ha funzionato non solo come ospedale, ma anche come università, anzi era sede già dalla metà del Settecento di un collegio medico cerusico con regole rigide e gli studenti erano seguiti come in un moderno collegio. Ivi furono praticate le prime anestesie ed il primo taglio cesareo, furono applicati i primi rudimentali cateteri e furono adoperati svariati ferri chirurgici originali forgiati da artigiani napoletani (fig.5). Celebri sanitari hanno esercitato nelle corsie del superbo nosocomio da Domenico Cirillo (fig.6) e Domenico Cotugno, ad Antonio Cardarelli fino allo stesso Moscati prima di diventare santo. E tanti altri santi e beati hanno lavorato a vario titolo nelle corsie del celebre nosocomio, da Gaetano Thiene (fig.7) ad Andrea Avellino, da Francesco Caracciolo ad Alfonso Maria de’ Liguori (fig.8), fino a don Placido Baccher ed alla santa dei quartieri spagnoli Maria Francesca delle cinque piaghe (fig.9).
Purtroppo un rovinoso incendio ha distrutto quasi completamente il suo archivio, provocando un irreparabile danno alla storia della medicina meridionale ed al benemerito studioso che volesse dedicarsi al recupero della memoria storica di quella che fu una grande capitale dotata di una rete di ospedali, che tutto il mondo ci invidiava. 

 

fig.6 -Domenico Cirillo

 

fig.7 - San Gaetano Thiene

 

fig.8 -   S. Alfonso Maria de Liguori

 

fig.9 - Santa Maria Francesca delle 5 piaghe