domenica 7 aprile 2013

Cervelli da Nobel




Tra i napoletani da ricordare, a fronte dei 100 anni del professor Alessandro Cutolo, Marina Faiella, con i suoi 28 anni, è certamente la più giovane con un grande futuro davanti.
Napoletana verace, con il cognome in comune con il celebre Peppino Di Capri, nata in una famiglia di chimici, sin da bambina amava curiosare tra gli strumenti di laboratorio: il suo destino era segnato.
Ha avuto la fortuna di essere allieva, a Napoli, del Professor Pavone, uno scienziato che si sveglia alle 4 del mattino per studiare e lavorare. Un anno e mezzo fa, si è decisa a spiccare il volo per l’estero, dapprima verso l’Olanda alla facoltà di tecnologia di Delft, quindi come ricercatrice presso l’Arizona State University.
La materia cui si dedica Marina è la possibilità di ottenere energia pulita dai batteri in quantità illimitata e per le sue ricerche quest’anno, la prima volta per un’italiana, è stata premiata con il “For Women in Science” assegnato dall’Unesco, un riconoscimento che spesso prelude al Nobel, come è capitato alla statunitense Blackburn ed all’israeliana Yonath, vincitrici nel 2009 per la medicina e la chimica.
L’idea alla base degli studi di Marina potrebbe cambiare il mondo.
La sua ricerca mira a realizzare carburanti ed energia elettrica senza emissioni di anidride carbonica, replicando in laboratorio la capacità di alcuni batteri di produrre idrogeno dall’acqua, attraverso alcune proteine, chiamate “idrogenasi”.
Attualmente, noi otteniamo idrogeno dal metano sprecando energia, a differenza di alcuni batteri che, per attivare il loro metabolismo, producono l’idrogeno come prodotto di scarto.
Pochi etti di uno di queste minuscole forme di vita potrebbero far camminare un razzo per un paio d’ore.
Bisogna studiare la complessa struttura di queste straordinarie molecole, carpirne il segreto e riprodurlo da sostanze semplici.
Se il progetto di Marina avrà successo, potremo ottenere energia dall’acqua e dal sole e finalmente quell’economia dell’idrogeno, finora rimasta una chimera, potrà decollare con imprevedibili benefici per l’umanità.
Grazie alla vicinanza del fidanzato, anche lui ricercatore, che la segue nei suoi spostamenti (che non saranno pochi), Marina sopporta la nostalgia della sua casa di Napoli, da dove vedeva il Vesuvio ed il mare mentre ora deve accontentarsi della piscina del condominio e di un cielo sempre nuvoloso.
Fino a quando non riuscirà a dirigere un gruppo tutto suo, all’incirca intorno ai 40 anni, sarà costretta a cambiare continente ogni 2-3 anni.
Per il resto è una ragazza come le altre: gioca a tennis e canta come soprano nel coro dell’Università.
Brava Marina ed appuntamento per il Nobel.
Marina Faiella




Marina Faiella
Consegna premio For Women in scienze a Parigi a Marina Faiella

Marina Faiella


sabato 6 aprile 2013

Metodiche farmacologiche per provocare l’I.V.G.



varie volte ho accennato ad una mia sperimentazione di una metodica farmacologica per indurre l’aborto, che attuai quando fui riammesso in servizio nei primi anni Novanta.
Anche in questo caso penso possa essere utile riferirsi ad uno scritto e precisamente ad uno stralcio da una mia relazione presentata nella tavola rotonda “L’embrione tra etica e biologia” tenutasi il 17 gennaio 2001 all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e consultabile nella sua integrità su internet digitandone il titolo.
Metodiche farmacologiche per provocare l’I.V.G.
…La storia che voglio ora brevemente raccontarvi è una classica storia all’italiana. Essa è ambientata agli inizi degli anni Novanta in un piccolo ospedale di provincia, a Cava de’ Tirreni a pochi chilometri da Salerno, dove mi trovavo a lavorare in condizioni ambientali ostili per portare avanti la battaglia per l’attuazione della legge 194, in una struttura con un primario obiettore, un direttore sanitario piratesco, un presidente di U.S.L. cattolico praticante, impenitente baciapile e tutto il personale parasanitario che si rifiutava di collaborare; oltre alle assistenti sociali del consultorio che sottoponevano le donne a defatiganti indagini inquisitorie.
La divisione di ginecologia dell’ospedale di Cava de’ Tirreni fu la prima in Italia, dal 1987, ad adoperare il Cervidil, una prostaglandina somministrabile per via vaginale, allo scopo di facilitare la dilatazione dell’utero. Le prostaglandine sono state per anni adoperate per indurre l’aborto; è stata sperimentata la somministrazione per via intramuscolare, endovenosa, extra amniotica, intra amniotica, ma gli effetti collaterali per via sistemica erano molto severi, per cui la metodica era stata quasi abbandonata, fino a quando, attraverso la via endovaginale, si è riusciti ad ottenere un’ottima efficacia associata ad una notevole riduzione degli effetti collaterali.
Saltuariamente il Cervidil era da noi adoperato nelle nullipare all’11°-12° settimana di gestazione per rammollire e favorire la dilatazione del canale cervicale, prima di procedere allo svuotamento uterino. La candeletta veniva introdotta profondamente in vagina circa tre ore prima dell’intervento e talune volte capitava che, per impegni urgenti di reparto, l’esecuzione dell’I.V.G. venisse rinviata di alcune ore e spesso, quando si rivisitava la donna, ci si accorgeva che l’aborto si era espletato in maniera completa, come confermava l’indagine ecografia. Da queste casuali osservazioni è balenata l’idea di poter ottenere l’I.V.G. senza dover ricorrere a tecniche chirurgiche.
Abbiamo consultato la letteratura scientifica sull’argomento ed abbiamo constatato che il Cervidil era stato adoperato all’estero da solo per indurre l’aborto, con percentuali di successo decisamente interessanti e con degli effetti collaterali modesti.
Abbiamo intuitivamente pensato di associare alle prostaglandine un diverso contratturante uterino, l’ormone ossitocico (Syntocinon), usato da decenni nel post partum, scoprendo che le due sostanze, a differenza di quello che si credeva prima, possedevano una sinergia notevole, migliorando considerevolmente la percentuale di successo che nella nostra sperimentazione fu del 96%, un  risultato più lusinghiero della stessa pillola francese.
Appena cominciammo la sperimentazione ottenemmo un notevole gradimento soprattutto da parte di quelle pazienti che avevano avuto  precedenti esperienze con le tecniche tradizionali.
Pubblicammo i risultati delle nostre sperimentazioni su riviste scientifiche (Contraccezione, fertilità, sessualità, vol. 18, n. 4, luglio 1991; idem, vol. 19, n. 3, maggio 1992) e ne demmo notizia  nel corso di convegni internazionali. (Vedi atti dell’International Congress of Obstetrix and Gynecology, Isola d’Elba, giugno 1992).
I consultori dei comuni limitrofi cominciarono ad inviarci pazienti in numero sempre maggiore, ma l’atmosfera di ostilità intorno al nostro lavoro cresceva giorno dopo giorno, fino a quando della nuova metodica diedero notizia, prima un quotidiano (Il Golfo, 5 febbraio 1992) e poi alcune televisioni locali.
La reazione da parte delle istituzioni non si fece attendere: un’interrogazione parlamentare da parte dell’onorevole Parlato al ministro della Sanità ed a quello di Grazia e Giustizia e prontamente una giovane magistrata della Procura di Salerno, per intimidirci, fa sequestrare dai carabinieri le cartelle cliniche, con la scusa di dover approfondire la questione, approfondimento che dopo circa otto anni deve ancora concludersi!!!
L’ospedale non acquista più le candelette di Cervidil e continuiamo ancora per qualche mese soltanto grazie alla casa farmaceutica che ci fornisce gratuitamente il prodotto. Infine, con il mio improvviso licenziamento, la sperimentazione si ferma ed un velo di silenzio cala su tutta la vicenda, senza che alcun organo di informazione si interessi più di questa metodica farmacologia, che avrebbe permesso alle donne di risolvere in prima persona il dramma dell’aborto.
Anche il gravoso problema dell’obiezione di coscienza tra il personale medico e parasanitario, che assilla e paralizza tanti ospedali, sarebbe stato alleviato da tale metodica, perché è ipotizzabile che le donne possano da sole introdursi in vagina le candelette di prostaglandina e finalmente dell’aborto non dovrebbero più interessarsi legislatori e preti, medici ed assistenti sociali, facendo sì che questa scelta, difficile e quasi sempre dolorosa, riguardi unicamente la donna e la sua coscienza. E con l’auspicio, in attesa della pillola francese, che questa semplice metodica di induzione farmacologia possa essere proposta a tutte le donne che desiderano sottoporsi all’I.V.G, concludo la mia relazione, ringraziando vivamente l’Istituto italiano per gli Studi filosofici che ci ha permesso di poter discutere oggi, pubblicamente, su di un argomento di così scottante attualità, che rappresenta per me oggetto di studio e riflessione da quasi trenta  anni e principalmente i gentili partecipanti che hanno avuto la pazienza di ascoltare fino al termine la mia relazione.

mercoledì 3 aprile 2013

Rendiamo vivibili i penitenziari



La permanenza in carcere peggiora tutte le patologie, anche nei più giovani, immaginiamo gli effetti devastanti che possono avere in pazienti, spesso anziani, affetti da cardiopatie gravi, crisi ipertensive, Aids in fase terminale, diabete scompensato e tante altre affezioni che conducono in breve tempo al decesso.
Un discorso a parte meritano i numerosi tossicodipendenti, che dovrebbero essere, prima che puniti, curati in apposite strutture. Potrei dilungarmi ricordando l’epidemia di suicidi, che andrebbe contrastata con un’inesistente assistenza psicologica, ma vorrei trattare dei non meno importanti mali dell’anima: la solitudine, la malinconia, la sofferenza, la nostalgia.
Conosco un rimedio infallibile per combatterli: rimanere in contatto costante con i propri familiari, anche solo per telefono. 
In tutta Europa i detenuti (a loro spese) sono liberi di fare quante telefonate desiderano.
Perché dobbiamo essere costantemente il fanalino di coda della civiltà?

mercoledì 27 marzo 2013

La nudità delle donne e la paura degli uomini



Il femminismo ha subito una mutazione genetica da quando in Ucraina è esploso il movimento Femen, trasformando il seno in un’arma contundente dal significato ultrasimbolico.
La protesta a Parigi davanti all’Ambasciata egiziana contro la nuova Costituzione islamica o davanti a Notre-Dame per denunciare la misoginia della chiesa o quella contro il satirismo berlusconiano davanti al seggio mentre votava il cavaliere.
Episodi diversi, strategia comune contro il mondo maschilista, per il quale il nudo femminile è attraente, purché sia condiscendente, mentre i messaggi delle sexestremiste sono tutt’altro che ammiccanti e scatenano una reazione ottusamente violenta, la quale mette “a nudo” una mentalità patriarcale soccombente davanti alle provocazioni della nuova Internazionale femminista.

lunedì 25 marzo 2013

Papa Francesco, il pontefice dei poveri e dei detenuti

Papa Francesco


Santità, abbiamo molto apprezzato che un membro di un ordine, da sempre considerato l'intelligentia della Chiesa, abbia scelto il nome di Francesco che si batteva in difesa degli umili e dei deboli.
Sicuramente da buon pastore, Lei si metterà in cerca delle sue pecorelle smarrite e quante ne troverebbe se ci facesse l'onore di venire a trovarci nel carcere di Rebibbia.
Troverebbe tanti Argentini, ma anche tutte le razze e tutti i popoli, il penitenziario è una sorta di ONU con detenuti di 77 diverse nazionalità.
A riceverla Don Sandro e Don Roberto, che da decenni sono al nostro fianco e che mai ci lasceranno.
Le scrive un innocente, che però sa ben discernere tra la giustizia terrestre spesso fallace e quella divina, infallibile, i cui tortuosi percorsi spesso non riusciamo a discernere se non ci sorreggesse una fede incrollabile.
L'aspettiamo; non ci deluda.

domenica 24 marzo 2013

Storia dell’aborto a Napoli ed in Italia

Vaginometro di della Ragione

L’aborto in epoca romana si cercava di ottenere attraverso la somministrazione di filtri a base di prezzemolo ed altre sostanze venefiche (Pocula abortionis) che spesso portavano a morte anche la donna che li assumeva.
In epoca classica non fu considerato un reato, ma solo un atto immorale ed il Paterfamilias che avesse autorizzato la donna ad abortire poteva al massimo essere oggetto di una censura, in quanto l’orientamento prevalente era che il feto non era soggetto giuridico.
In età imperiale Settimio Severo e Antonino Pio introdussero due sanzioni penali, tra cui quello molto severo di Relegatio in insulam.
Infine in età giustinianea, a causa delle influenze cristiane fu punito come delitto contro il nascituro.
Per non appesantire ulteriormente l’articolo, consiglio chi volesse approfondire la legislazione successiva fino alla 194 del 22/05/1978 e la cangiante posizione della dottrina della chiesa, di consultare su internet il mio saggio “L’Embrione tra Etica e Biologia”, pubblicato su Quaderni Radicali n. 70-71-72 (maggio-agosto 2000) e la mia relazione “Metodiche farmacologiche per provocare l’IVG”, tenuta il 17/01/2001 all’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli, visibile integralmente nella teca di radio radicale.
Entriamo così nel vivo della storia che vogliamo raccontare.
L’aborto a Napoli nel dopoguerra. Si tratta di aborto clandestino, almeno fino al 1978, quando vigevano le normative del codice Rocco, che prevedevano pene severe sia per il medico che per la donna, perché l’aborto era considerato un reato contro l’integrità della stirpe. Per quasi venti anni le donne povere erano costrette a ricorrere alle mammane, che applicavano il “laccio”: un catetere introdotto nell’utero, che provocava una copiosa emorragia ed un aborto spontaneo, che le permetteva di ricorrere in ospedale per una “pulizia” tramite raschiamento.
Le signore e le signorine della borghesia si rivolgevano a tre nomi sulla bocca di tutti: Monaco, Sivo, Ammendola, che chiedevano cifre iperboliche anche un milione fino a quando non si presentò prepotentemente alla ribalta Geltrude (lo chiameremo così perché è ancora vivente), il quale introdusse, dopo averne conosciuto in America l’inventore, il Metodo Karman (aspirazione), che rivoluzionò il mercato e mandò in pensione i tre colleghi di cui prima abbiamo detto i nomi, ma sui quali vogliamo raccontare qualcosa.
Monaco era il più celebre (a Napoli si cantava una canzoncina:”Hai fatto “o impiccio”, va’ a do monaco che to fa passa”), con studio in via Caracciolo 13, aveva strane manie, fascistone della prima ora, aveva sulla scrivania una testa del duce, per chi volesse lasciare un’offerta al partito, aggrediva le donne con parolacce e spesso era di mano lunga con preferenza per le tette voluminose. Eroe misconosciuto dell’aviazione e sverginatore di una celebre parlamentare, dal nome illustrissimo, che ancora siede sui sacri scanni ( per chi volesse conoscerlo a fondo rinvio al mio breve libro su di lui, sempre reperibile sul web: “Un eroe dimenticato da non dimenticare”).
Sivo, da consumato furbacchione, aprì anche lui il suo studio in via Caracciolo 13. Sostituiva in agosto il più celebre collega, dividendo il malloppo, ed aveva prezzolato il portiere, che inviava a lui tutti coloro che dalla provincia si recavano al famigerato indirizzo, ignorando il nome dell’abortista. Sperperò il denaro guadagnato e quando perse tutti i clienti per via di Geltrude, chiuse miseramente la sua carriera come medico della mutua a Marano.
Anche il terzo: Ammendola, con studio in piazza Amedeo, aveva le rotelle fuori posto. Riteneva che l’uomo discendesse dall’orso e scrisse sull’argomento in maniera così convincente da indurre un’autorevole rivista come Tempo Medico a dedicargli la copertina ed un articolo di fondo. 
Ammendola s’intreccia con il destino di Geltrude, il quale, quindicenne, dovette ricorrere alla sua arte, avendo messo incinte in un mese due ragazze. Alla vista del cassetto colmo di soldi, in cui con nonchalance lo scienziato… riponeva il denaro decise in cuor suo: “Diventerò medico e farò il triplo dei suoi soldi”.
Facciamo ora un salto al 1972, anno di laurea di Geltrude, il quale, avendo appreso la nuova tecnica, si mise in contatto col Cisa e con l’Aied, che gli procacciavano i clienti nell’ordine di migliaia al mese. Si organizzavano dei pullman e dei voli charter per condurre plotoni di gravide presso il suo studio in via Manzoni 184.
Egli oltre ad adoperare una tecnica rivoluzionaria, indolore e della durata di un minuto, applicava una tariffa politica: 50.000 lire, a fronte del milione dei colleghi e sulla sua scrivania troneggiava un cestino per il denaro con una scritta esplicativa: "Chi può dia, chi non può prenda”.
Nel 1978, mentre in parlamento si discuteva della legge sull’aborto, si autoaccusò di averne eseguito in due anni 14.000 in una intervista che uscì a nove colonne sulla Stampa e fu ripresa da tutti i giornali e le televisioni con uguale risalto.
L’ospedale dove lavorava lo licenziò in tronco, ma dopo 15 anni di cause lo dovette riassumere pagandogli un miliardo di danni.
Geltrude si mise subito all’opera ed ideò una metodica farmacologica per indurre l’aborto, accoppiando due sostanze riconosciute dalla farmacopea ufficiale.
Di nuovo licenziato, perseguitato dalla magistratura, decise di continuare la sua attività presso la clinica S. Anna di Caserta, autorizzata e convenzionata per l’Ivg e da anni in mano alla camorra.
Cadde sulla classica buccia di banana: una sua vecchia paziente tentò di estorcergli 200 milioni, altrimenti lo avrebbe denunciato di averla sottoposta ad un aborto con violenza. Processato, dopo aver rinunciato a patteggiare una pena di due anni e otto mesi, alla fine di un decennale processo, con giudici cattolici e donne, è stato condannato ad una pena degna di un boss della mafia: 10 anni, che attualmente sta scontando nel penitenziario di Rebibbia.

Moderne metodiche per provocare l'aborto
Siringa Karman


giovedì 21 marzo 2013

Antico splendore ed attuale miseria delle Ville Vesuviane



porto del Granatello e villa d'Elboeuf.

Il “Miglio d’oro”, per più di un secolo indiscusso protagonista della mondanità napoletana, versa oggi in un vergognoso stato di degrado che grida vendetta.
Delle 31 ville vesuviane censite e tutelate dall’omonimo Istituto, nato allo scopo di salvaguardare l’enorme patrimonio ereditato dall’epoca borbonica, in cui erano molte di più, poche appartengono allo Stato, come il Palazzo Reale di Portici, sede della facoltà di Agraria, e Palazzo Mascabruno, da poco liberato dagli occupanti abusivi, del quale è in corso un parziale recupero, così come per il Galoppatoio Reale, di cui parleremo più avanti.
Sempre a Portici, vi sono Villa Mascolo, restaurata dal Comune, e Palazzo Valle, sede della Polizia Penitenziaria.
Tra quelle private in condizioni di deplorevole abbandono, vi sono Villa Lauro Lancellotti, Villa Zelo e Palazzo Ruffo di Bagnara. Villa d’Elboeuf, ridotta ad un cumulo di macerie, fra poco sarà messa all’asta per la gioia degli speculatori.

palazzo Mascabruno,galoppatoio reale
galoppatoio reale
palazzo Lauro Lancellotti

palazzo Lauro Lancellotti, dopo crollo facciata
Tutto nacque proprio da questa villa, quando nel 1711 il Principe d’Elboeuf ordinò ad uno dei massimi architetti del tempo, Ferdinando Sanfelice, di costruirgli una dimora “la più sfarzosa possibile”, su una superficie di oltre 40.000 metri quadrati, protesi sul mare, dotati di spiaggia privata, da cui si poteva ammirare estasiati l’intero arco del golfo.
Proprio affianco, re Carlo di Borbone costruì la sua reggia estiva e poco dopo nel 1839, re Ferdinando II inaugurò la ferrovia Napoli-Portici, seconda al mondo e prima in Italia.
Il Principe d’Elboeuf arredò la villa con tantissime statue e reperti archeologici provenienti dagli scavi di Ercolano tanto da dare l’impressione a re Carlo ed a sua moglie Amalia di Sassonia, ospiti del nobile dopo essere stati sorpresi da un fortunale durante una gita in battello, di trovarsi in un vero e proprio museo.
Tutti i nobili napoletani, pur di abitare nei mesi caldi accanto al loro sovrano edinvitarlo alle loro feste, intrapresero la costruzione di ben 121 ville, circondate da giardini lussureggianti, commissionandole a grandi architetti che, da Luigi Vanvitelli a Ferdinando Fuga, da Domenico Vaccaro a Ferdinando Sanfelice, si sbizzarrirono in un estroso roccocò.
Mentre le ville più celebri cadono a pezzi, alcune strutture sono oggetto di un tentativo di recupero: Villa Matarazzo si trasformerà in un auditorium con vista sugli scavi di Ercolano ed il terreno circostante sarà occupato da uno stadio di 10.000 posti in grado di ospitare partite di serie B; la Reggia della Favorita sarà convertita in un polo culturale delle arti ed i cinque ettari di vigneto contigui, attualmente abbandonati, diventeranno un’azienda vinicola.
Ma il recupero più grandioso sarà quello del Galoppatoio Reale, realizzato nel ‘700 da Carlo di Borbone per consentire alla cavalleria reale di allenarsi al coperto d’inverno.
Portici come Vienna, che a Hofstallgehaude vanta l’unico maneggio equestre esistente in Europa.

palazzo Ruffo di Bagnara
villa d'Elboeuf
villa d'Elboeuf
villa d'Elboeuf
interno villa d'Elboeuf
interno villa d'Elboeuf

villa Matarazzo