venerdì 16 giugno 2023

Dalla camorra onorata alle piazze dello spaccio



Il libro di Saviano Gomorra, con il suo successo planetario, ha posto di nuovo all’attenzione generale uno degli aspetti meno edificanti della città, costretta a convivere con una delle organizzazioni criminali più feroce ed organizzata della Terra: la camorra.
A Scampia di recente è scoppiata una guerra senza esclusione di colpi per il controllo del traffico della droga, un commercio che negli ultimi anni ha prodotto guadagni vertiginosi per i gruppi criminali. I mass media, senza pietà hanno divulgato alla nazione i bollettini di guerra, ripresi dalle prime pagine dei giornali europei, con effetti devastanti per l’immagine della città, spaventando i flussi turistici, che potrebbero essere l’ultima speranza per la nostra economia agonizzante.
I politici, la magistratura, gli intellettuali si avvicinano al capezzale del malato, fanno la loro diagnosi, infausta quanto imprecisa, ed invocano le loro terapie, velleitarie, utopiche, inadeguate, irrealizzabili, approssimative, assolutamente inefficaci, dimostrando in maniera inequivocabile, non solo di essere in malafede, ma soprattutto di non aver capito niente dell’attuale fenomeno criminale!
Si invoca un irrigidimento delle norme repressive, già tra le più severe in europa, dimenticando che il processo penale dura anni ed anni, mentre la carcerazione preventiva scade molto prima della fine del giudizio, circostanza che permette ai pochi criminali arrestati, una volta scarcerati, di rendersi irreperibili.

Toma - Tatuaggio dei camorristi
Napoli museo di Capodimonte

Si invoca l’aiuto della gente onesta, senza tenere conto che i comuni cittadini si sentono e sono stati abbandonati dallo Stato al loro destino e solo degli eroi possono collaborare attivamente con la giustizia, in attesa di testimonianze segretate.
Si invoca la ricetta del lavoro, come se il delinquente, che guadagna milioni al giorno, al pari dei disoccupati organizzati, lo cercasse, ignorando che tutte le indagini sociologiche più recenti ed accreditate hanno dimostrato inequivocabilmente che il camorrista, chiamiamolo così per semplicità, di qualunque livello gerarchico, trova il suo terreno di cultura, non nella povertà, ma solo e soltanto nell’ambiente criminale, in cui nasce e si sviluppa.
Vogliamo provare ad esaminare sotto una nuova luce il fenomeno camorra, cercando di conoscerlo meglio, per poterlo eventualmente combattere con reale efficacia?
Sorvoliamo sulle origini della camorra, curiosità che lasciamo ai libri, poco importa se nasca nel cinquecento o nel Seicento, se la introducano gli Spagnoli o abbia una germinazione spontanea; certo subito dopo l’Unità d’Italia, quando i conquistatori Piemontesi si posero il problema del controllo dell’ordine pubblico nella nostra città, non ci pensarono due volte ad affidarlo a Liborio Romano, un personaggio equivoco, il quale, per formare la guardia cittadina, si rivolse alla malavita organizzata, fornendole una investitura ufficiale deleteria per il futuro di Napoli e del Mezzogiorno.
Dopo gli anni ottanta, caratterizzati dal dominio incontrastato di Raffaele Cutolo oggi, nel terzo millennio, i gruppi criminali che dilagano a Napoli ed in Campania, somigliano più alle bande di gangster, che imperversavano senza regole negli anni Trenta nelle principali città americane, che ai membri di una consorteria criminale, nostalgica e moralistica, che amava presentarsi come onorata società.
Sono saltate tutte le norme di comportamento ed annullate le gerarchie. Oggi quello che i giornalisti continuano a chiamare camorra è un coacervo di bande, alcune centinaia censite sul territorio, in acerrima lotta tra loro, senza che personaggi autorevoli, al di sopra delle parti, possano mediare o trovare compromessi.
Ogni banda fa capo ad una famiglia, spesso già numerosa, accresciutasi in due o tre generazioni, attraverso una sapiente ragnatela di matrimoni. Non esiste quasi mai un capo assoluto, il leader, sempre giovane d’età, è un primus inter pares tra fratelli, cugini, cognati e comparielli vari, tutti coetanei. Una prima significativa differenza con la mafia, una struttura piramidale da sempre spiccatamente verticistica.

 

Filippo Palizzi - il guappo

Il modello di riferimento e di comportamento è di tipo feudale e, paradossalmente, aristocratico, con vassalli, valvassori e valvassini. I boss amano mostrarsi potenti agli occhi di tutti gli abitanti del quartiere, dai quali pretendono rispetto e reverenza e del destino dei quali, lavorativo o di semplice sussistenza, si arrogano in diritto di dire l’ultima parola. In occasione di matrimoni interminabili tappeti accompagnano la sposa delle famiglie che contano lungo tutto il percorso tra casa e chiesa, né più, né meno di come amava comportarsi la nostra scalcinata nobiltà durante i secoli del vicereame spagnolo.
Il gruppo ha una forte identità con il territorio e con il quartiere di appartenenza, che non lascia mai, anche se diventa ricco e potente, perché nel rione ove è nato e cresciuto il novello delinquente può contare su di una rete di protezione ed omertà impenetrabili.


Scena criminale 

Alcuni anni fa una faida simile a quella che attualmente impazza a Secondigliano ed a Scampia insanguinò le strade dei Quartieri Spagnoli, allora regno della famiglia Mariano, che si trovò a dover contrastare le mire espansionistiche degli scissionisti. Anche in quella occasione vi furono morti innocenti tra i passanti e si ripete la stessa penosa trafila e si vide lo stesso monotono copione al quale siamo assuefatti da secoli: prima gli omicidi, sempre più efferati, sparando nel mucchio, l’allarme nell’opinione pubblica, montante giorno dopo giorno e proporzionale alla quantità di notizie vomitate senza sosta da giornali e televisioni, poi le minuziose inchieste giornalistiche con descrizione accurata del degrado dei luoghi, illustrate con foto di volti patibolari, quindi, senza fretta, le operazioni delle forze dell’ordine, spettacolari quel tanto da rassicurare i benpensanti, gli arresti, gli interrogatori e la libertà provvisoria o definitiva per la maggioranza degli indagati, poi le pompose dichiarazioni degli amministratori locali, le immancabili giaculatorie degli intellettuali, sdegnati di doversi occupare di tali lordure, infine gli interventi dei parlamentari dell’opposizione seguiti a ruota da quelli del governo e la ciliegina finale del discorso del ministro degli interni, grondante orgoglio e tronfio di dati riguardanti le operazioni repressive della polizia e dei carabinieri. Restava da sentire la voce della magistratura, ma per ascoltarla bisognava, come sempre, attendere l’inaugurazione dell’anno giudiziario, allorquando, nel baluginio di colori delle eleganti toghe di ermellino, il Procuratore generale faceva sentire la sua autorevole voce, preoccupata oltre misura, lanciare, in un gelido silenzio, un inascoltato grido di dolore.
E non si puo non rimanere meravigliati, come ha sottolineato Amato Lamberti, per anni a capo di un osservatorio istituzionale sul fenomeno, di come un’inestricabile organizzazione criminale, che per comodità continuiamo a chiamare camorra, abbia compiuto indenne un viaggio durato secoli: sopravvivendo a governi eterogenei, dalla monarchia assoluta a quella costituzionale, dalla dittatura fascista alla democrazia parlamentare ed inoltre al trauma della guerra civile, che sui libri di scuola scopriamo fu chiamata risorgimento, due disastrose guerre mondiali, che sconvolsero e trasformarono profondamente la società. Senza contare i travolgenti terremoti sociali, che hanno scandito il passaggio da una società agricola, imperniata nel sud sul latifondo, ad una industriale prima e post industriale e dei servizi poscia. E nulla hanno inciso la scolarizzazione di massa, la radio, la televisione, il computer ed il rivoluzionario avvento di internet.

 

Vista delle vele di Scampia.

Le organizzazione criminali napoletane hanno una struttura orizzontale e non verticale come la mafia ed il reclutamento di nuovi adepti avviene per chiamata diretta... quando esiste un legame di parentela, oppure in alcuni serbatoi privilegiati, carceri in primis. Da sempre la pena detentiva, lungi dal preoccuparsi del recupero del condannato, come previsto chiaramente dalla nostra costituzione, mira all’abbrutimento del reo, il quale cade vittima di leggi non scritte, ma rigorosamente applicate, codificate dai boss, che regnano incontrastati nei nostri penitenziari. E questo da sempre, nelle spaventose carceri spagnole, nelle oscure galere borboniche, fino a giungere a quel raccapricciante inferno dantesco rappresentato da Poggioreale, come sempre un record di abiezione per la nostra sfortunata città.
Il secondo luogo di reclutamento è costituito dalle bische, dove molte persone si trovano all’improvviso a dover chiedere prestiti per ripianare debiti di gioco e poi, presi nel vortice degli interessi usurai, a trovarsi impossibilitati ad onorare il debito contratto con persone poco raccomandabili. La prospettiva di saldare cifre considerevoli con un piccolo favore... costituisce quasi sempre un’attrazione fatale e, di favore in favore, spesso ci si trova invischiati in imprese più grandi di quanto si poteva immaginare inizialmente.
Un altro bacino di arruolamento è il mondo dei drogati, dove è facile trovare disperati, in crisi di astinenza, disposti per una dose anche ad uccidere. in ogni caso, notizie riservate di cui siamo venuti a conoscenza, pare abbiano confermato che, nella recente faida di Secondigliano, le parti in lotta abbiano assoldato un numero considerevole, oltre cento, di killer professionisti albanesi ed alcuni mercenari provenienti dai servizi segreti di nazioni ex comuniste.
La struttura della camorra urbana è profondamente diversa rispetto a quella della provincia ed ancora più diversa rispetto a quella che alligna nelle zone rurali. L'una trova le principali fonti di reddito dal racket delle tangenti alle attività commerciali e nello spaccio della droga, l’altra si dedica prevalentemente a indirizzare e taglieggiare i grandi appalti pubblici.

 

Rissa tra donne, Stampa ottocentesca.

Negli ultimi anni la delinquenza ha acquistato, o è divenuta tacitamente proprietaria di attività precedentemente taglieggiate o sottoposte a prestiti usurai. Hanno comperato case ed interi palazzi, negozi, supermercati, bar e discoteche, pizzerie e ristoranti alla moda ed inoltre società finanziarie, utili a far perdere le tracce di denaro sporco e di import-export, necessarie per diffondersi ed impossessarsi dei vergini mercati dell’europa dell’est, oltre a rafforzarsi naturalmente in attività gestite da sempre in condizioni di monopolio, come la raccolta e la distruzione dei rifiuti, senza trascurare naturalmente le sostanze tossiche, trattate con nonchalance e se necessario le stesse scorie nucleari!
Tutto questo è avvenuto perché l’attenzione dello Stato è stata per troppo tempo debole e si è così permesso a queste società criminali di crescere oltre misura, divenendo un vero stato nello Stato, che si avvia a governare con le proprie leggi, spietate, e con i propri uomini, decisi a tutto. Una situazione non nuova per l’italia, basti pensare alla Sicilia degli anni Settanta, prima che comparissero all’orizzonte i vari chinnici, la Torre, Falcone e Borsellino.
Oggi la camorra ha stretto legami ed accordi con la mafia Russa e con quella Cinese, con gli Ucraini, per il controllo del mercato del lavoro e con i Nigeriani per forniture di droga fuori dai tradizionali cartelli internazionali. Ha creato una zona franca dell’Italia, abitata da quattro milioni di cittadini, che devono rivolgersi a loro non solo per parcheggiare, ma anche e soprattutto, per cercare un lavoro o un prestito, bancario o usuraio non fa differenza, per avere una licenza di commercio o di taxi, fra poco forse anche per respirare. Giorno dopo giorno si sta creando un modello sociale aberrante, che prende ogni giorno sempre più radici. Un’organizzazione di centinaia di migliaia di persone, che lavorano ad un modello economico parallelo, dalla produzione allo smercio in tutta europa di falsi marchi e di falsi prodotti: giubbini, scarpe, borse, cd, dvd, macchine fotografiche, orologi svizzeri..., una massa di prodotto, che sfuggendo a qualsiasi imposizione fiscale, cammina grazie a migliaia di venditori, Italiani ed extracomunitari, che se valgono, diventano a loro volta imprenditori, perpetuando il perverso modello economico. Una sfida alle istituzioni di portata rivoluzionaria, un pericoloso programma sociale e criminale, un’economia parallela che, come un cancro è in grado di attecchire ad altre latitudini, globalizzandosi ed intessendo alleanze internazionali devastanti. Questo modello ha vinto, e da tempo, la sua battaglia nel debole tessuto dell’economia napoletana, nei quartieri abbandonati a sé stessi, tra le classi sociali disgregate e senza speranza, ma rischia di vincere ovunque, in assenza di una sfida da parte dello Stato, garante della legalità.


locandina del film Gomorra

A Napoli e provincia una quota cospicua della popolazione è occupata a spacciare droga, ad indurre donne alla prostituzione o, nei casi veniali, a vendere film pezzottati e griffe false nel più assoluto anonimato fiscale, ma la cosa più grave, segno inequivocabile della situazione drammatica in cui siamo precipitati, è costituita dal fatto che la restante popolazione acquista droga, fa la fila per accoppiarsi a prostitute, meglio se minorenni, acquista merce falsa di ogni genere e si fa vanto di vedere soltanto prime visioni di contrabbando. Da questo coacervo inestricabile tra delinquenti ed onesti... difficilmente verremo fuori, senza un mea culpa di ognuno di noi ed una rivoluzione culturale di portata galileiana.
E giungiamo alla parte più difficile, che in genere manca in tutti i libri che trattano la storia della camorra: i possibili rimedi.
In via preliminare è necessaria un’attenzione, costante e costruttiva, da parte dei mass media e del potere politico sul problema Napoli, che deve assumere una priorità nazionale. Se i nostri problemi non diventeranno, ed al più presto, problemi di tutti gli italiani la lotta è persa in partenza.
Non bisogna aspettarsi molto da proposte di inasprimento delle pene ad eccezione delle pene comminate per il reato di estorsione, attualmente punito in maniera non molto severa dalle norme vigenti. Chi predica la tolleranza zero, volendo imitare la politica anti crimine instaurata negli anni scorsi dalla città di New York, non deve dimenticare che alle nostre latitudini tale atteggiamento è stato adottato, ma con risultati scarsi o nulli, già dai Borbone, che arruolavano a viva forza sulle loro navi camorristi e delinquenti comuni, da Silvio Spaventa, sul finire dell’ottocento, che fu l’artefice di capillari operazioni di sradicamento e deportazione in massa sulle isole di furfanti e malfattori, per finire con le guerre civili di annientamento del brigantaggio, volute dai Savoia e condotte dal giovane Stato italiano, fino all’epoca di giolitti ed alle operazioni militari messe in atto dal fascismo, che fallirono sia in Sicilia, ove regnò il prefetto Mori, che nell’area napoletana.
La storia deve insegnarci che il problema della plebe in epoca moderna ha sempre angustiato la nostra città, detentrice da secoli del poco invidiabile primato di maggiore concentrazione di poveri del mondo occidentale. Napoli piange ancora per la perdita del suo ruolo di gloriosa capitale, costretta anche nel passato a dover fare i conti tra risorse, modeste e numero di abitanti, esorbitante. E da noi la plebe, con i suoi umori volubili, ha sempre tenuto in scacco il potere ed è stata in grado di incutere un proverbiale timore reverenziale, dai tempi di Masaniello ai giorni nostri, con i cortei dei disoccupati organizzati padroni della piazza, senza che nessuna autorità osi affrontarli, per timore della rivolta.
Mentre la malavita impazza e spara senza remissione, Napoli è oggi afflitta da due tipologie di reato: l’estorsione, oramai generalizzata, e tutta una sequela di reati: dallo scippo, al furto e alla rapina, praticati da una micro delinquenza, che assedia il cittadino ad ogni ora ed in ogni angolo della città. Una massa di disperati costretti quotidianamente a procacciarsi i soldi per la droga.
Per il reato di estorsione è opportuno un incremento della pena, ma soprattutto bisogna favorire l’associazionismo tra le vittime, con polizze assicurative, agevolate dallo Stato per risarcire eventuali danni e ritorsioni, naturalmente soltanto per chi presenta regolare denuncia, che in alcuni casi potrebbe essere segretata. Fortunatamente..., come ci hanno testimoniato commercianti napoletani fuggiti in passato al nord per sfuggire alla morsa del pizzo, il racket, in pochi anni, ha dilagato in mezza Italia: non vi è locale della riviera Romagnola che non paghi la tangente e la situazione è poco dissimile nelle grandi metropoli padane, sotto il regno di Bossi. Mal comune mezzo gaudio, ma soprattutto la certezza che un problema del sud, divenuto ubiquitario, possa interessare il mondo politico, abituato a guardare soltanto verso Roma o Milano.
Per i reati legati ai drogati, divenuti legioni sempre più numerose, non vi è che da percorrere, con cautela, la via della liberalizzazione, proprio il contrario dell’attuale orientamento del governo, teso a criminalizzare ulteriormente il tossicodipendente.

 

 Raffaele Cutolo
 

Bisogna rendersi conto, anche se con tristezza, che in Italia, non solo a napoli, alla base di oltre il 50% dei reati vi è l’ombra dei paradisi artificiali, più di metà dei carcerati è ospite dello Stato per reati connessi agli stupefacenti, la metà delle forze dell’ordine e della magistratura è occupata da problemi legati a spaccio e consumo di droga.
Vogliamo finalmente provare almeno a discutere della possibilità di liberalizzarla?
Napoli non ha bisogno di elemosine, ma di un’attenzione mediatica e degli uomini migliori a disposizione. Perché lo Stato non decide, con una modesta spesa, di lanciare una crociata in favore di questa città, una sorta di piano Marshall post bellico, mandandoci i funzionari più validi, i poliziotti ed i carabinieri più motivati, oltre naturalmente a questori, prefetti e magistrati disposti ad impegnarsi in una sfida entusiasmante, che i napoletani da soli non riescono a vincere. 


giovedì 15 giugno 2023

Il boss dei due mondi: Lucky Luciano



Lucky Luciano, all'anagrafe Charlie Luciano, nato Salvatore Lucania (Lercara Friddi, 24 novembre 1897 – Napoli, 26 gennaio 1962), è stato un mafioso italiano naturalizzato statunitense, legato alla cosiddetta "Cosa nostra statunitense".
Salvatore Lucania Nenna assunse legalmente, negli Stati Uniti d'America, il nome di Charlie Luciano, e successivamente il soprannome "Lucky". Tale soprannome gli venne attribuito in seguito ad una vicenda accaduta il 16 ottobre 1929: alcuni uomini non identificati lo accoltellarono più volte e lo lasciarono in una spiaggia di Staten Island con la gola squarciata, credendolo morto, ma Luciano si salvò, e da allora venne chiamato "Lucky", ovvero "il fortunato".
Luciano abolì la carica di «capo dei capi» ideando e istituendo al suo posto la "Commissione" tra le cinque famiglie di New York. Proprio per questo viene considerato il padre del moderno crimine organizzato nonché uno dei protagonisti della massiccia espansione del commercio di eroina nel secondo dopoguerra. È stato un potente boss dell'attuale Famiglia Genovese. Il Time Magazine ha inserito Luciano tra i 20 uomini più influenti del XX secolo.
Salvatore Lucania nacque a Lercara Friddi, un paese della provincia di Palermo, principalmente noto per le sue miniere di zolfo, il 24 novembre 1897, figlio di Antonio Lucania e di Rosalia Cafarelli. Nel 1905 emigrò con la propria famiglia negli Stati Uniti d’America; al punto d'ingresso per gli immigranti di Ellis Island al piccolo Salvatore venne diagnosticata la Variola vera, una forma di vaiolo che lo segnerà per tutta la vita. Divenne cittadino statunitense, rinunciando automaticamente alla cittadinanza italiana.
Trasferitasi poi a New York l'anno successivo, la famiglia Lucania trovò alloggio nel Lower East Side, ai margini del quartiere ebraico, presso il 265 E di 10th Street, dove però vivevano in condizioni precarie. Fu qui che Lucania conobbe il giovane Meyer Lansky, con cui fondò una banda dedita al bullismo nei confronti dei compagni di classe e all'estorsione di un penny ogni giorno come “protezione”.
Nel 1907 Lucania venne condannato a quattro mesi di riformatorio per taccheggio mentre, all'età di diciotto anni, venne condannato a sei mesi di riformatorio per possesso illegale di eroina e morfina, di cui era a un tempo consumatore e spacciatore. Appena rilasciato, si unì alla banda criminale dei Five Points Gang sotto la guida del gangster Johnny Torrio, dove conobbe Frank Costello e Al Capone. Fu in questo periodo che Lucania decise di "americanizzare" il proprio nome in Charlie Luciano, poiché Salvatore gli sembrava un nome da donna. Nel 1917 Luciano venne chiamato alle armi per combattere nella prima guerra mondiale, ma riuscì ad evitare il fronte facendosi contagiare volontariamente dalle infezioni da clamidia.
Nel 1920 Luciano passò al servizio del gangster ebreo Arnold Rothstein, insieme a Meyer Lansky, Frank Costello, Bugsy Siegel, Dutch Schultz e Jack "Legs" Diamond. Approfittando del proibizionismo, Luciano e gli altri fornirono alcolici agli "speakeasies" di Manhattan, grazie ai loro contatti che gli permettevano di scaricare le bevande alcoliche dalle navi nel porto di New York. Inoltre Luciano aveva iniziato ad occuparsi dello sfruttamento della prostituzione e del gioco d'azzardo, gestendo bische e bordelli a basso costo a Manhattan insieme al socio Joe Adonis. Nell'ambiente della prostituzione, in particolare, Luciano iniziò ad essere conosciuto con il nomignolo di «infame», affibbiatogli dalle ragazze da lui sedotte e avviate alla prostituzione dopo averle rese dipendenti dall'eroina. In questi anni Luciano venne più volte arrestato per rapina, aggressione, possesso illegale di stupefacenti e detenzione di armi illegali, ma venne sempre rilasciato perché le accuse decaddero.
Per via dei suoi contatti con i "bootleggers" ebrei ed irlandesi, Luciano venne assoldato dal mafioso siciliano Giuseppe "Joe" Masseria, detto «Joe the boss», esponente di punta della "Mano Nera"; ciò avvenne nonostante Luciano fosse considerato un "disonorato" dagli altri mafiosi siciliani perché implicato nello sfruttamento della prostituzione, attività da loro considerata disonorevole. Nel 1922, come killer, Luciano prese parte all'assassinio del gangster Umberto Valenti, acerrimo nemico di Joe Masseria; durante il conflitto a fuoco in cui fu ucciso Valenti, fu colpita anche una bambina di otto anni, che rimase ferita.
Nel maggio 1929 Luciano partecipò ad un incontro ad Atlantic City insieme a Frank Costello, Joe Adonis e Johnny Torrio, a cui erano presenti gangster italiani ed ebrei, che concordarono strategie comuni per una divisione del contrabbando di alcolici e gettarono le basi per la creazione di un "Sindacato nazionale del crimine". Il 16 ottobre 1929, Luciano venne prelevato da alcuni uomini che poi lo picchiarono e accoltellarono più volte con un punteruolo da ghiaccio, lasciandolo, credendolo morto, su una spiaggia di Staten Island con la gola tagliata da un orecchio all'altro. Luciano venne scoperto da un agente di polizia e portato in ospedale, dove si riuscì a salvarlo, ma si rifiutò di rivelare l'identità dei suoi assalitori per non trasgredire al codice dell'omertà. Fu proprio in virtù della sua prodigiosa sopravvivenza che Luciano fu soprannominato «Lucky», cioè "fortunato".

L'ascesa al potere
La guerra castellammarese del  1930-31 tra Joe Masseria e Salvatore Maranzano, capo della fazione opposta, divenne un problema per Luciano, perché danneggiava il regolare svolgimento degli affari illeciti, e per questo motivo organizzò l'assassinio di Joe Masseria. Il 15 aprile 1931, al ristorante Scarpato's di Coney Island, Luciano pranzò con Masseria e, quando questi si alzò per andare al gabinetto, un gruppo di fuoco formato da Bugsy Siegel, Vito Genovese, Joe Adonis e Albert Anastasia lo colpì a morte.
Tolto di mezzo il suo capo, Luciano fece pace con Maranzano, il quale si fece eleggere «capo dei capi» dagli altri boss e passò le attività criminali del defunto Masseria a Luciano come premio. Poco tempo dopo, però, Maranzano pianificò l'assassinio dello stesso Luciano, a causa dei suoi stretti legami con gangster non-siciliani, e assunse il killer Vincent "Mad Dog" Coll per eliminare lui e Vito Genovese. Il 10 settembre 1931 Maranzano convocò Luciano e Genovese nel suo ufficio a Park Avenue, ma, al loro posto, si presentarono quattro killer ebrei travestiti da agenti del Fisco, i quali pugnalarono Maranzano e lo finirono a colpi di pistola; in realtà i killer ebrei erano stati assoldati da Meyer Lansky e da Luciano, che si era accordato con il mafioso siciliano Gaetano Lucchese, il quale si trovava nell'ufficio per condurre i killer da Maranzano.
Una leggenda della malavita vuole che, subito dopo la morte di Maranzano, Luciano ordinò lo sterminio di circa novanta mafiosi siciliani da un capo all'altro degli Stati Uniti, i quali facevano parte delle fazioni Masseria-Maranzano ed erano spregiativamente detti «teste unte» o «Moustache Petes» per via della loro arretratezza; tuttavia questa campagna di sterminio, che venne chiamata "notte dei Vespri siciliani", è considerata un mito da molti storici.
Dopo l'uccisione di Maranzano, Luciano divenne il principale boss della criminalità organizzata negli Stati Uniti ma rifiutò il posto di «capo dei capi» per evitare il rischio di una guerra con Al Capone, in rapida ascesa; al suo posto creò un apposito organismo, denominato "Commissione", il cui compito era quello di governare gli affari della «Cosa Nostra» ripartendosi la aree di competenza tra i diversi Stati ed era composta dalle Cinque Famiglie di New York, dalla Chicago Outfit di Al Capone e dalla Famiglia di Buffalo di Stefano Magaddino, in rappresentanza delle altre Famiglie minori degli Stati Uniti. Inoltre Luciano autorizzò gli altri boss a collaborare con gangster non-siciliani e non-italiani per formare quello che sarebbe stato soprannominato "Sindacato nazionale del crimine", che sarebbe servito per controllare il contrabbando di alcolici e stupefacenti, la prostituzione, il gioco d'azzardo, i sindacati del porto di New York e l'industria dell'abbigliamento. Tra le famiglie di New York, ben legate tra loro durante l'era di Luciano, e la Chicago Outfit rimase sempre una forte indipendenza e autonomia.
In seno alla sua nuova «Famiglia», Luciano affiliò i suoi luogotenenti napoletani e calabresi, nonostante non fossero siciliani e li elevò in posizioni di comando: Vito Genovese divenne il vicecapo, mentre Frank Costello fu nominato "consigliere" insieme a Meyer Lansky e Johnny Torrio, che però ricoprivano il ruolo in veste non ufficiale perché erano esterni a Cosa Nostra. 

 


La caduta e il carcere
All'apice del potere, Luciano viveva in una suite di lusso al Waldorf-Astoria Hotel, registrato con il falso nome di Charles Ross; amava indossare abiti costosi ed eleganti, frequentava i night club più esclusivi in compagnia di belle donne ed era amico del cantante Frank Sinatra e dell'attore .
Però, nel 1935, Thomas E. Dewey venne nominato procuratore speciale di New York per indagare sul gangsterismo; egli, infatti, dopo essersi occupato di Dutch Schultz (che finì assassinato poco tempo dopo), puntò su Luciano, definendolo "lo zar della criminalità organizzata di New York". Per queste ragioni, Luciano fuggì a Hot Springs, in Arkansas, ma venne arrestato il 1º aprile 1936 per sfruttamento della prostituzione e riportato a New York; infatti numerose prostitute fatte arrestare in una retata da Dewey nel febbraio 1936 avevano dichiarato che Luciano era a capo di un "Sindacato del crimine", formato da gangster italiani ed ebrei, che imponeva il pagamento della "protezione" sui bordelli di New York. Luciano negò tutte le accuse, ma il 5 giugno 1936 venne condannato dai trenta ai cinquant'anni di carcere e trasferito nel penitenziario di Dannemora, nello Stato di New York. Anche dalla prigione Luciano continuò a gestire la sua Famiglia attraverso Vito Genovese. Tuttavia, nel 1937, Genovese dovette fuggire dagli Stati Uniti per evitare un'accusa di omicidio e così Frank Costello divenne il nuovo capo effettivo e supervisore degli interessi di Luciano.

La collaborazione allo sbarco degli Alleati in Sicilia
Nel 1942 gli ufficiali del servizio informazioni della Marina degli Stati Uniti contattarono Luciano in carcere, su raccomandazione di Joseph "Socks" Lanza, il boss dei sindacati del porto di Manhattan. Luciano offrì il suo aiuto per indagare sul sabotaggio di diverse navi nel porto di Manhattan, tra cui la SS Normandie, un transatlantico francese che prese fuoco e affondò nelle acque dello Hudson, di cui furono sospettate alcune spie naziste infiltrate tra i portuali; in cambio della sua collaborazione, Luciano venne trasferito nel carcere di Sing Sing, dove venne interrogato dagli agenti del servizio informazioni della Marina. Esistono fonti che affermano che successivamente venne arruolato per facilitare lo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) tramite i suoi contatti con i mafiosi siciliani e che consegnò ai servizi americani una lista di nomi da contattare in Sicilia e, sebbene alcuni studiosi considerino tutto ciò come un mito il seguito della sua vita lo dimostra chiaramente: dopo lo sbarco in Sicilia, a Napoli il suo luogotenente Vito Genovese fu l'aiutante e interprete del comandante militare degli affari civili dell'AMGOT, Charles Poletti e, il 3 gennaio 1946, Thomas E. Dewey, diventato governatore dello Stato di New York, graziò Luciano per i servigi resi alla Marina, a condizione che lasciasse gli Stati Uniti per stabilirsi in Italia; il 10 febbraio Luciano fu estradato dal porto di New York a opera del servizio statunitense di immigrazione e imbarcato sulla nave Laura Keene, che arrivò a Napoli il 27 febbraio. Luciano stabilì il suo domicilio a Roma, ma soggiornò a Palermo, presso il Grand Hotel et des Palmes, dove numerosi membri del separatismo siciliano e boss mafiosi erano soliti rendergli visita.

 

 


La conferenza dell'Avana
Nel giugno 1946 Luciano soggiornò in Brasile, Colombia e Venezuela per trasferirsi poi a L'Avana, dopo avere ottenuto i documenti necessari per l'espatrio dall'Italia dal sindaco di Villabate Francesco D'Agati, noto esponente mafioso. A Cuba s'incontrò con Meyer Lansky, con cui acquistò una partecipazione per la gestione dell'Hotel Nacional e di un casinò a L'Avana, insieme al loro socio occulto, il presidente cubano Fulgencio Batista
Il 22 dicembre 1946, presso l'Hotel Nacional, Luciano ricevette i delegati delle maggiori Famiglie degli Stati Uniti e del "Sindacato ebraico", i quali gli regalarono buste contenenti denaro per il suo ritorno dall'Italia; il motivo apparente della festa di gala era quello di vedere cantare Frank Sinatra, che era stato invitato perché amico di Luciano, ma la vera ragione fu la possibilità di discutere di affari con Luciano. Infatti, durante la "conferenza", i boss organizzarono il traffico degli stupefacenti, stabilendo la base per lo smistamento proprio a Cuba, e parlarono del gangster Bugsy Siegel, che doveva restituire ai boss il denaro impiegato nella costruzione dell'Hotel Flamingo a Las Vegas, che però non dava garanzie economiche; Meyer Lansky, credendo ancora che Siegel potesse realizzare profitti a Las Vegas e restituire il denaro ai boss, convinse gli altri a dargli un'altra possibilità, ma qualche tempo dopo anche questa si vanificò: il 20 giugno 1947, infatti, Siegel venne assassinato nella sua villa di Los Angeles a colpi di carabina M1.
Nel febbraio 1947 Harry J. Anslinger, capo del Federal Bureau of Narcotics, inviò una richiesta formale al governo cubano per l'espulsione di Luciano, minacciando a nome del governo statunitense l'embargo su tutte le forniture di farmaci[48]; il 20 marzo Luciano venne espulso da Cuba e imbarcato sul piroscafo turco “Bakir”, che doveva riportarlo in Italia.

 


Soggiorno in Italia
Il 12 aprile 1947 Luciano arrivò a Genova a bordo del “Bakir” e venne portato al carcere di Marassi, per poi essere trasferito al carcere dell'Ucciardone di Palermo scortato da cinque carabinieri. Rimesso in libertà il 14 maggio, Luciano si stabilì prima a Capri e poi a Napoli.
Nel 1949 Luciano fu tra i denunciati per concorso nel traffico di 7 kg di eroina e 2 kg di cocaina, sequestrati all'aeroporto di Ciampino nelle mani del mafioso americano Charles Vincent Trupia, membro della Famiglia Lucchese di New York, ma ne uscì indenne: infatti la questura di Roma produsse soltanto un foglio di via obbligatorio per Luciano, proibendogli di soggiornare a Roma. Nel giugno 1951 furono denunciati Francesco "Frank" Callace e Giuseppe "Joe" Pici, anche loro membri della Famiglia Lucchese, per il traffico di 17 kg di eroina insieme ai mafiosi siciliani Salvatore Vitale e Francesco Lo Cicero Luciano venne incluso nel rapporto di denunzia, ma ne uscì indenne anche questa volta. Inoltre Callace e Pici vennero accusati di avere incettato quantitativi di eroina e morfina prodotti illegalmente da due ditte farmaceutiche rette dal professor Guglielmo Bonomo e da altre ditte di Milano e Genova e nel 1952 vennero implicati nel caso della ditta farmaceutica Schiapparelli di Torino, dove il direttore Migliardi era riuscito a deviare dalla produzione ufficiale 250 kg di eroina; ciò era avvenuto per via dei contatti che Luciano aveva iniziato con i direttori delle case farmaceutiche dell'Italia settentrionale, che con lui intrattennero rapporti di amicizia e reciproca considerazione.
Inoltre, nel 1949, Luciano fondò una fabbrica di confetti e dolciumi a Palermo che, intestata ad un suo cugino e al mafioso siciliano Calogero Vizzini, riuscì ad esportare i suoi prodotti in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti. L'11 aprile 1954, tuttavia, il quotidiano l'Avanti! pubblicò un articolo in cui si denunciava che nei confetti prodotti nella fabbrica di Luciano «due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla». Quella notte stessa la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via. Nello stesso anno le autorità italiane revocarono il passaporto a Luciano per questioni di pubblica sicurezza, su consiglio di Charles Siragusa, agente del Federal Bureau of Narcotics che indagava sulle attività del boss in Italia.
Dal 12 al 16 ottobre 1957 Luciano partecipò ad una serie di incontri che si tennero presso il Grand Hotel et des Palmes di Palermo tra mafiosi americani (Joseph Bonanno, John Bonventre, Carmine Galante, Frank Garofalo, Santo Sorge, Vito Vitale e John Di Bella, esponente della Famiglia Genovese di New York e parente dei fratelli Pietro e Antonino Sorci, capi della cosca di Villagrazia e al pari di costoro, amico di Luciano) e siciliani (Gaspare Magaddino, Cesare Manzella e Giuseppe Genco Russo): gli inquirenti dell'epoca sospettarono che si incontrassero per concordare l'organizzazione del traffico degli stupefacenti, dato che la rivoluzione castrista a Cuba (tra il 1956 e il 1959) stava rischiando di privare i mafiosi siciliani ed americani di quell'importante base di smistamento per l'eroina.
Nel 1958 il Federal Bureau of Narcotics chiese la collaborazione della Guardia di finanza per controllare il mafioso Nick Gentile, il quale era sospettato di traffico di stupefacenti in collegamento con Luciano, con il quale manteneva contatti perché anche lui residente in Italia, ma non emerse alcuna prova sufficiente.

  


Vita privata
Dopo la deportazione in Italia, Lucky Luciano si innamorò di Igea Lissoni, una ballerina italiana bionda e dagli occhi azzurri, che aveva 23 anni meno di lui. Vissero assieme, seppur in modo travagliato per i continui spostamenti di Luciano, che per motivi di sicurezza cambiava continuamente alloggio, finché non si trasferì definitivamente in via Tasso, nota strada napoletana. Di lì a poco, Igea morì di cancro. Non ci sono prove che attestino che i due fossero sposati: qualora così fosse, il matrimonio sarebbe avvenuto di nascosto. Ma non c'è dubbio che Luciano fu molto provato dalla morte di lei, visto che iniziò subito dopo l'avvenimento a meditare propositi di ritornare in America.
Charlie "Lucky" Luciano era molto affezionato a una femmina di Pinscher nano, che chiamò Bambi, come l'omonimo cartone animato della Disney.
Nel 1960 Luciano fu intervistato da Ian Fleming, lo scrittore che nel 1953 aveva creato l'agente segreto britannico James Bond, mentre questi, come corrispondente per il Sunday Times, era in visita a Napoli durante il giro che lo portava nelle Thrilling Cities (le città più "avventurose") d'Europa.
Poco dopo la morte di Igea, Luciano fu contattato da un produttore cinematografico, interessato a girare un film sulla sua vita. Si diedero appuntamento all'aeroporto di Napoli-Capodichino, il 26 gennaio 1962, ma lì Luciano ebbe un infarto e morì, a 64 anni. Il suo corpo fu trasportato negli Stati Uniti e seppellito al Saint John's Cemetery, nel distretto del Queens.

Lucky Luciano nella cultura di massa
Protagonista o co-protagonista di numerosi film, film TV e miniserie televisive, Lucky Luciano è stato portato sul piccolo e grande schermo da numerosi interpreti. Oltre al film biografico Lucky Luciano (1973) di Francesco Rosi, in cui il mafioso siciliano è impersonato da Gian Maria Volonté, il ruolo di Luciano è stato interpretato al cinema molte volte.

 


 

mercoledì 14 giugno 2023

Il flagello ubiquitario della droga


Da tempo il grande mercato all’aperto di Scampia è divenuto un supermarket della droga, con prezzi imbattibili e con in vendita anche il kit per consumare il loco la dose; un tempio dello spaccio in grado di attirare clientela da tutta Italia, tossici e pusher, che soprattutto nei fine settimana raggiungono la città da Milano e da Firenze, da Bologna e da Genova, da Bari e da Reggio Calabria.

Molti approfittano del viaggio per ubriacarsi in qualche locale del centro, prima di recarsi nelle piazze dello spaccio a fare rifornimento per i consumi di qualche settimana.

Le forze dell’ordine hanno scoperto il flusso turistico e gli arresti sono divenuti giornalieri senza però minimamente intaccare un giro di affari per la criminalità organizzata nell’ordine di milioni di euro al giorno.

A Capodanno arrivarono in undici dalla Toscana per festeggiare la ricorrenza, sballandosi all’ombra delle Vele, alloggiavano in hotel di lusso, insospettabili, mentre avevano ognuno di loro 40 grammi di stupefacenti tra crack e cocaina, decisi a continuare a drogarsi a casa loro nelle settimane successive.

I motivi del successo sono legati ai prezzi concorrenziali, ad una buona qualità del prodotto, disponibile in ogni angolo del famigerato quartiere, il quale fino a pochi mesi fa vantava addirittura una dettagliata mappatura su Google Earth.

Da sempre per colpa di una politica miope e suicida sono stati trascurati, e molti versano in un penoso abbandono, dalla Piscina Mirabilis agli stessi scavi archeologici di Pompei, i siti artistici e le località in grado di attirare i turisti, monumenti unici al mondo e delittuosamente lasciati cadere in rovina. Nello stesso tempo hanno preso piede alcune umilianti forme di turismo alternativo, che vanno dalla gita in provincia a meravigliarsi per le strade intasate dalla monnezza, con una sosta per fotografare cumuli di rifiuti e bambini che vi giocano allegramente, preferite dagli stranieri e dai settentrionali, fino alle incursioni nella più grande piazza europea dello spaccio per acquistare un sostanzioso quantitativo di droga da consumare poi con comodo nelle stanze di un albergo del lungomare. Sono tour del degrado non dissimili da quelli praticati nelle città del terzo mondo, lì uno sguardo veloce alle favelas brasiliane o agli slums africani, da noi il brivido dell’immersione per qualche ora nel cuore di Gomorra. Questa moda è la cartina al tornasole di una trasformazione radicale dell’immaginario della città, da pizza e mandolini, monumenti ed una popolazione allegra ed affabile, a terra di nessuno senza speranza. Come una Thailandia mediterranea, come una Amsterdam del sud, una città dove prolifera divertimento proibito ed illegalità.

Ma l’aspetto più drammatico è costituito dai protagonisti di queste gite disperate, da un lato ragazzi con il portafoglio pieno provenienti da tutta Italia per acquistare droghe e sballarsi, dall’altro giovani napoletani che vedono nello spaccio l’unica fonte per sopravvivere. Sono due facce della stessa medaglia, di una società profondamente malata, senza regole e senza guida, in cui le giovani generazioni non trovano collocazione e precipitano volentieri nel baratro dell’autodistruzione.

La città somiglia sinistramente al grande bordello che era diventata negli anni Sessanta, quando continuamente nel porto sostavano le grandi navi della flotta americana, che scaricavano migliaia di marinai in preda ad astinenza alcolica e sessuale, per i quali Napoli era una città del vizio, ne più né meno che Saigon o Manila.

Gli arrivi dei nuovi carichi da sniffare sono salutati dal fragore dei fuochi d’artificio che illuminano la notte; sparano a Scampia, alla Sanità, ai Quartieri e non certo per festeggiare compleanni o matrimoni, unica eccezione l’uscita da Poggioreale di un boss.

Napoli, come sempre fa da battistrada nell’abisso della perversione ed inaugura una sorta di turismo all’incontrario, una pallida risorsa per un’economia immersa nel vortice della crisi, non ad ammirare bellezze artistiche o paesaggi ragguardevoli, che pure sono presenti in misura cospicua, bensì per scendere nei gironi infernali dell’abiezione e del degrado spinto al massimo grado, un originale safari attraverso la metropoli dominata dalla camorra sostenibile, con le stigmate dell’irreversibilità.

 

Scampia - Napoli 





Se ci trasferiamo nei quartieri bene, ad esempio a Chiaia, il panorama è completamente diverso con il consumo di cocaina che rappresenta il più preoccupante fenomeno di massa sviluppatosi negli ultimi anni, interessante tutte le classi sociali, l’unica moda, assieme al tifo per la squadra del Napoli, in grado di tenere legate le diverse anime della città.

La coca che circola a Chiaia o a Posillipo è di qualità superiore rispetto a quella che è possibile acquistare per pochi euro nelle piazze dello spaccio di Secondigliano o di Scampia; è meno tagliata è costa di più. Inoltre se sei un cliente abituale è anche possibile averla a domicilio dal pusher di fiducia, come ha dimostrato una recente inchiesta che ha coinvolto professionisti ed imprenditori tra i più noti, incluso un celebre ginecologo, giustamente glorificato in un capitolo del libro, il quale spesso se la faceva consegnare in clinica, prima di cominciare una seduta operatoria.

Dietro questa abitudine nefasta vi sono giovani avvocati, figli di notabili, industriali più o meno rampanti, abbronzati proprietari di barche, vecchi rattusi dall’aria laida; tutti in movimento tra i baretti della zona alla ricerca di una fanciulla da abbindolare con un sorso di rum ed una sniffata di coca.

A questi figuri si aggiungono la ragazza di buona famiglia isterica, il vip da strapazzo, il tossicomane perduto appena rientrato da un soggiorno in comunità, l’alcolizzato cronico, tutti personaggi patetici abituati a calare il panaro dal balcone ed a farsi consegnare dal bar all’angolo la dose quotidiana di droga ed alcol.

E durante le ore della movida le sostanze tossiche scorrono a fiumi, non solo polvere bianca, ma anche ecstasy ed erbe varie, psicofarmaci ed eccitanti, per sincerarsene, più che i periodi sequestri della polizia, basta farsi un giro nei bagni dei locali in, che nel fine settimana diventano lerci di sangue e catarro.

Sono ritrovi che aprono, chiudono, cambiano nome a ritmo frenetico, dietro ai quali vi è la mano del racket e delle lavanderie di denaro sporco, che intestano tutto a compiacenti teste di legno. Mentre ad impedire lo svolgersi di una normale attività notturna come in tante altre città europee, vi è l’ingombrante presenza di una microcriminalità invadente ed ingovernabile per la stessa camorra, che va dall’inmancabile posteggiatore abusivo arrogante, che nasconde una pistola nel cassonetto dell’immondizia, alla moltitudine di muschilli pronti in gruppo serrato a catapultarsi sulla prima borsa Prada o Louis Vuitton comparsa all’orizzonte.

A questa baraonda si aggiunge da anni una sorta di lotta di classe tra i ragazzi delle periferie ed i figli della gente bene, etichettati da questa sordida subburbia con l’epiteto di chiattilli, un universo di emarginati che cerca di entrare a gamba tesa in un mondo di presunti privilegiati, che si manifesta col tentativo di entrare nelle discoteche alla moda e provocare risse. Sono sempre, quando gli omaccioni posti a presidiare l’ingresso non riescono a prevenirle, le prepotenze di un gruppo numericamente superiore, ma antropologicamente inferiore, verso singoli impauriti ed indifesi.

Un altro fenomeno di allarmante gravità è costituito dall’abuso di bevande alcoliche tra i giovanissimi. Indagini recenti hanno evidenziato che nove ragazzi su dieci consumano almeno un drink ed il 50% degli avventori che esce dalle discoteche per fare ritorno a casa si mette alla guida con un tasso di alcool nel sangue superiore al limite prescritto dal codice della strada, mettendo in pericolo la propria e l’altrui vita. Una sciagurata abitudine, da tempo divenuta uno stile di vita all’estero, che si sta diffondendo a macchia d’olio tra le giovanissime generazioni senza che alcun provvedimento riesca minimamente ad arginare.


Vomero - Napoli







martedì 13 giugno 2023

Il processo Cuocolo

 

Le vittime i coniugi Cuocolo


Il processo per l'omicidio di Gennaro Cuocolo (a Torre del Greco) e sua moglie Maria Cutinelli (in via Nardones a Napoli); è stato il primo procedimento giudiziario che vide come imputati numerosi esponenti della camorra napoletana.
Lo possiamo considerare come il maxiprocesso che all'inizio del XX secolo sgominò la camorra. Svolto tra il 1911 e il 1912 a Viterbo per "legittima suspicione", ebbe larga risonanza mediatica e si concluse con numerose condanne. Tuttavia, secondo molti analisti, fu viziato da  gravi irregolarità e dalla manipolazione delle prove.



Vediamo le cronache del periodo:

Da cinque giorni Viterbo ha le delizie di un grande dibattimento - il processo della camorra napoletana per l'assassinio dei coniugi Cuocolo. Un processone coi fiocchi quarantacinque imputati, due soli dei quali mancano all'appello nominale perché contumaci. Di questi due, uno è un giovine ladruncolo qualunque, l'altro è un pezzo grosso della camorra, Andrea Attanasio, detto 'ndriuccio e l'arsenale: riuscì a scappare, ed ora pare stia deliziando i compagni dell'onorata società nella lontana America del Sud.

Tutti gli altri sono uccelli di gabbia, comprese due donne e un prete, il famoso don Ciro Vitozzi. Il delitto avvenne quattro anni addietro; l'istruttoria di questo colossale processo si svolse per tali vicende, attraverso tali complicazioni ed intrighi creati dalla Camorra stessa, che c'è da meravigliassi, non che il pubblico dibattimento abbia tardato quattro anni dal delitto, ma che, finalmente, ne sia venuta l'ora. Segnamo la data del suo inizio - 10 marzo - e stiamo a vedere quanto durerà. 

Ci sono voluti treni speciali per trasportare gli accusati da Napoli a Viterbo. Altri treni speciali hanno dovuto trasportare i testimoni a difesa e a carico a centinaia. Viterbo sembra diventata una città di soggiorno balneare o climatico.

Tutta una popolazione nuova e varia si è sovrapposta all'abituale, amabile e tranquilla: fotografi, reporters, corrispondenti, resocontisti, galoppini; avvocati, procuratori, scrivani; amici, parenti, conoscenti e cointeressati, per un verso o per l'altro, nelle sorti degli imputati e di tutta la formidabile compagnia camorristica; rinforzo di carabinieri e di truppe; impianto straordinario di telegrafo e di telefono. Un particolare curioso: il giorno di apertura del dibattimento non era più possibile in Viterbo trovare un calamaio da comperare; tutti erano stati assorbiti dalla grafomania imminente dei reporters e resocontisti. 

Si avvicinano al centinaio, e il presidente non ha fatto preparare il posto nell'aula che per trenta. Vi è poi il terrore dei giurati viterbesi: alcuni cittadini sono partiti insalutati per ignoti lidi; altri si sono dati che occorra per fare un viaggio intorno al mondo!... 

Una malati; altri hanno ricorso ad espedienti ingegnosissimi per cosa inverosimile, possibile io credo, solo in Italia!... non essere compresi nel giuri, che alla terza udienza non era Viterbo può dire di avere anch'essa nel 1911 una bella attratti ancora formato! 

Si prevede che il processo, se non accadranno rinvii, durerà cinque mesi!... Maggior tempo di quello che occorra per fare un viaggio intorno al mondo!…Una cosa inverosimile,  possibile io credo, solo in Italia!…

Viterbo può dire di avere anch'essa nel 1911 una bella attrattiva!!.. 


I personaggi della Camorra

Veramente, chiamarlo «processo della Camorra» o della «mala vita» è azzardoso e si corre il rischio di una smentita in coro da tutti i quarantadue imputati che stanno davanti ai giurati di Viterbo.

Quando il presidente delle Assise chiese a Giuseppe Salvi (Peppino o' curto) se era stato veramente egli ad uccidere la Maria Cutinelli, moglie di Cuocolo, Peppino rispose:

- lo non posso dire nulla!... Sono innocente!...

- Siete voi camorrista?. ..

- lo no: sono un povero infelice!...

- Eravate al banchetto dei Bagnoli?...

- Nossignore!... Quel giorno io ed un altro stavamo derubando la canzonettista Santini!...

Con questo alibi don Peppino spera di salvarsi dall'accusa di assassinio: si accusa, è vero di furto: ma meglio ladro, pensa egli, che assassino!...

E quando il presidente dice a don Peppino, od a qualsiasi altro degli imputati:

- Abbatemaggio vi accusa! gl'imputati rispondono, a solo, od in coro:

- Sono tutte calunnie!... Egli accusa per interesse, per denaro!... Perché Abbatemaggio è più miserabile di noi!...

A buon conto, Abbatemaggio, il camorrista accusatore dei compagni, è in una piccola gabbia a parte, fuori dal gabbione comune delle altre belve. Si fa così anche nei serragli di Hagenbeck.

Tutti poi sono eccellenti oratori, hanno le frasi sonore, sanno tentare la commozione degli affetti. 

Antonio Cerrato chiamato all'interrogatorio, ed invitato per ciò ad uscire dal gabbione, risponde con orgoglio:

- lo parlo bene, e posso rimanere qui...

Mariano Di Gennaro, facchino, soprannominato o' diciassette, imputato come uno dei tre uccisori materiali di Cuocolo, comincia il suo interrogatorio così:

- Signori giurati, voi non avete dinanzi un assassino, ma un assassinato!...

- Eppure Abbatemaggio vi accusa!...

- Quello là è un povero «guaglione» che ha venduto carne umana!...

- E tu - rimbecca pronto Abbatemaggio, - sei forse il principe Colonna?!...

Ferdinando Di Matteo, un vecchio di sessanta anni, colpito già da quattro o cinque condanne con circa dodici anni di carcere, si presenta così:

- lo sono un povero vecchio e sono innocente.

Hanno poi anche un vivo orgoglio personale. Sortini, che è il parrucchiere della compagnia, si sente chiamare - Barbiere - dal presidente, ed interrompe con prontezza: - No, no; parrucchiere, e se vuole, posso fare anche qui dei lavori in capelli. E siccome siamo in Settimana Santa, Di Matteo chiude il proprio interrogatorio inginocchiandosi e gridando: Sono innocente Gesù Cristo!...

Il presidente gli obbietta:

- Ma voi avete degli amici condannati per truffa....

- Le truffe le fanno i meglio.... gli uomini migliori.

Una parlantina velocissima ha l'Anna Siniscalchi, imputata fra l'altro, di subordinazione di testi: essa si lamenta del come furono fatti i verbali dei suoi interrogatori davanti al giudice istruttore; e il presidente, fra l'ilarità della sala, la rimbecca: «Se parlaste col giudice come avete parlato oggi, non ci sarebbe mancato altro che raccogliere tutto!...»

Luigi Arena, un ex-coatto, supposto istigatore del duplice assassinio dei Cuocolo, è dotato di nobile civismo; tutto questo scandalo, dove va di mezzo la fama di Napoli lo addolora:

- Mi dispiace che si debba parlare male del mio paese perché sono napoletano e mi duole assai che altrove se ne possa parlar male. 

È vero però assai che a Napoli i pregiudicati sono molto immaginosi....

- Meno male!

Luigi Arena, del resto, è anch'egli un ladro come tutti gli altri, ma quando Abbatemaggio lo accusa del furto di un semplice orologio, egli grida indignato: «Mi credi capace di scomodarmi a rubare un oggetto che non vale più di quindici soldi?...» 

In fatto, Luigi Arena ha ragione, Gennaro Abbatemaggio, il camorrista pentito, fattosi accusatore in questa causa intricatissima, 

lo crede capace dì ben altro. Ecco, testuale, la definizione data da Abbatemaggio:

«Camorra, per chi non sa, è una carriera con tutti i diritti e i doveri inerenti. Un altro imputato pochi giorni fa disse che la camorra non esiste e che basta vedere un monello che dia uno scappellotto ad un altro per definirlo camorrista. Quello è un modo di dire; ma la camorra non consiste davvero nello scambio degli scappellotti fra ragazzi che si azzuffano. È invece una setta fangosa che ha i suoi gradi, la sua gerarchia e la sua disciplina e che svolge la sua attività fra tutti i reati del codice penale.

Si comincia, come cominciai io, dal primo grado che è quello di pícciuotto, per essere elevato poi a camorrista. Allora ogni cattiva azione, qualsiasi prepotenza è lecita ed io che fui pure travolto nel fango della malavita per parecchi anni so bene che in quel tempo feci il ladro, feci il basista di furti e so che ognuno che ne fa parte è un essere abbietto che fa vergogna e schifo, compreso me stesso che vi appartenni per tanto tempo. Né si deve credere che non occorra ingegno al camorrista, che è sempre un individuo scaltro, che studia ingegnosamente i suoi piani prima di metterli in opera; ingegnosissimi e specialmente sono i basisti dei furti; anzi dirò che in questo processo vi sono fra gli accusati due basisti celebri: Luigi Arena e Ferdinando di Matteo».

Abbatemaggio fu lungamente loro socio, e di tutti tre, come ricettatore, compartecipe negli utili, Giovanni Rapi o' professore, maestro eletto, pei suoi meriti, fra 400 concorrenti al diploma, e lodato - dice lui - da tutti i suoi direttori didattici. 

La figura del professore è delle più curiose. Ha viaggiato all'estero, ha giocato dappertutto: ritornato a Napoli fondò il Circolo del Mezzogiorno. Lo frequentavano, a sentir lui, principi, marchesi, tutti «alto locati». Fu al famoso banchetto di Mimì a' mare, e vi andò pubblicamente, non essendovi nessun male sotto, salendo in carrozza nel centro della città, dove è conosciuto come il sette di denari. Che in conseguenza di quel banchetto non fu ammazzato nessuno lo ha proclamato alto e forte anche Erricone, Enrico Alfano, esclamando:

- Veramente, in quel giorno, come disse Abbatemaggio, ammazzammo qualcuno: il capitone! - la grossa anguilla mangiata nell'osteria di Mimì!...

E don Ciro Vitozzi è anch'egli persuaso dell'innocenza propria e di quella degli altri. 

Anch'egli è stato accusato da Abbatemaggio. Ma che importa?...

«Io spero - grida don Ciro, in un impeto di carità cristiana - che l'anima benedetta di suo padre lo spingerà a dire la verità, e io allora lo abbraccerò, come, del resto, lo abbraccio anche ora. E poi, costui è napoletano, e porta il nome benedetto di San Gennaro e deve finire per dire la verità... e se non la dicesse, allora lo maledirò fino alla settima generazione in nome della Santissima Trinità!...». 

Don Vitozzi ha anche dello spirito. Il presidente gli chiede conto di una signora che gli scriveva molto liberamente e gli prestava largamente danari.

- Come mai?...

- È una mia parente.

- E in che modo?...

- Doveva tenere a cresima la figlia di mia sorella: parentela spirituale!...

Fermiamoci qui con questi spunti del processo meraviglioso. È un'esposizione ultra-verista del che cosa siano i bassi-fondi di Napoli, ancora cinquant'anni dopo il riscatto. Vi assistono, oltre a quelli d'Italia, i rappresentanti di tutta la stampa mondiale; e vi è anche un alto magistrato nord-americano, mandato a studiare la Camorra, visto e considerato che negli Stati Uniti essa si chiama, a quanto pare, la Mano Nera!...


Il merito del capitano Fabbroni

Non par vero che, dopo tanti mesi di udienze, sia si ravvivato l'interessamento del pubblico per il processo della Camorra, il processo dei banchettanti di Mimmì a' mare uccisori dei coniugi Cuocolo - eppure è così. Il merito è del capitano dei carabinieri Fabbroni che - in mezzo ad un gran quadro di decadenza morale, di corruttele allegre e truci, di complicità politiche e mondane, - si è fatto avanti, figura di primo piano ed ha affrontato con mirabile coraggio, non solo l'abbietta bassa camorra sfruttatrice, rappresentanza degli attuali accusati, ma tutte le alte complicità e solidarietà che essa ha nelle varie sfere sociali ed ufficiali fin quel formicolante mondo napoletano la cui psicologia non sarà mai abbastanza argomento di indagini e di studio.

Dal giorno dell'apertura dei dibattimenti ad oggi è stato un incessante succedersi di bizzarri quadri cinematografici, a tutta vergogna, diciamolo pure, della nostra dignità di nazione civile. Accusati, sui quali il delitto e il crimine Hanno già impresso il loro marchio indelebile; lenoni, ladri, barattieri, sanguinarii si sono visti prorompere dai loro scanni nelle più atroci offese, contro chi ha osato smascherarli, coprendolo di vituperose ed oscene invettive, senza che uno scatto imperioso del sostenitore dell'accusa, o del rigido tutelatore della polizia delle udienze, abbia avuto la forza di porre un argine a tale pomposa gazzarra, usando i mezzi che la legge loro accorda. 

Avvocati, che non hanno sdegnato di accomunare la loro voce al coro d'imprecazioni dei loro clienti, cercando, con tutti i mezzi, non di far luce, perché questo sacro dovere sarebbe stato insindacabile; ma di svisare il resultato dei confronti, aggredendo, e minacciando l'accusatore; di modificare le deposizioni dei testimoni, di denigrare con insinuazioni e larvate accuse, i pochi coraggiosi venuti all'udienza a confermare quanto in istruttoria avevano detto e ciò senza che una voce autorevole si sia alzata ad impedire, non la libertà della parola, ma la licenza della toga.

La Camorra, non bisogna illudersi, non è tutta davanti ai giurati di Viterbo, e non sarà finita nemmeno il giorno in cui tutti i processati per l'affare Cuocolo fossero condannati magari alla galera perpetua. La Camorra vive e vivrà; e Napoli ha ed avrà ancora per secoli i suoi interni luridi, pittoreschi rifugi, e durerà, purtroppo, chi sa fino a quando il fascino di quella sensibilità ed intellettualità popolare che, nell'ambiente atavicamente guasto, butta nelle gabbie delle corti d'assise dei tipi bizzarri dotati di tante qualità per emergere sulle scene del teatro e, perché no, su quelle della politica, che è anch'essa un teatro!....






venerdì 9 giugno 2023

Un capolavoro nella Cattedrale di Cassano Ionio

 

Fig.2 - Ignoto - Madonna della Purità -
Cassano Ionio, Cattedrale


La settimana scorsa un nutrito gruppo di aderenti ad un'importante associazione salernitana ha trascorso quattro giorni in visita turistica a Sibari con l'ausilio di una guida colta ed appassionata: Antonio Cavallaro ed è rimasta particolarmente affascinata dalla visita alla Cattedrale di Cassano Ionio (fig.1), una chiesa sorta nel 12° secolo, che nel tempo ha subito varie trasformazioni, la più importante ad opera della nobile famiglia napoletana Serra di Cassano, i cui discendenti risiedono ancora a Napoli, dopo aver occupato a lungo la struttura che, da alcuni decenni, è divenuta, grazie a Giuseppe Marotta, la sede dell'Istituto degli studi filosofici. 

Fig.1-Gruppo di Antonio Cavallaro
 in visita alla Cattedrale di Cassano Ionio 

Tra i partecipanti al gruppo di visitatori vi era Stefano Trapanese, abile pittore e profondo conoscitore dell'arte napoletana, il quale quando ha ammirato il capolavoro posto sull'altare maggiore della Cattedrale, ha subito identificato l'iconografia: La Madonna della Purità (fig.2), della quale Pacecco De Rosa ha eseguito numerose repliche, una delle quali sarà posta all'asta a giorni presso la Dorotheum di Vienna (fig.3). 
A Napoli la fantasia popolare ha creato varie iconografie della Madonna, da quella del Rosario a cui è attribuita la vittoria delle truppe cristiane su quelle musulmane, nella famosa battaglia di Lepanto nel 1571; a quella delle Grazie, che si occupa delle anime del Purgatorio; a quella del Carmine, di provenienza orientale; a quella del Latte, che soccorre i neonati; la Madonna della Purità di cui parleremo tra poco; fino alla Madonna dei nodi, che sta acquistando notorietà negli ultimi tempi. 


fig.3- Paceco De Rosa -
Madonna della Purità -
Vienna Asta Dorotheum 2023

La Madonna della Purità deriva da un dipinto di Luis de Morales che è venerato in una cappella della basilica di San Paolo Maggiore di Napoli (fig.4). La cappella fu voluta per ospitare il dipinto che il sacerdote Diego Di Bernardo y Mendoza donò all'ordine dei teatini nel 1641. La tela in questione è quella della Madonna della purità di Luis de Morales. L'opera oggi è presente nel convento e non è visibile al pubblico, quella in cappella risulta essere una copia dell'originale.

Fig.4-basilica di San Paolo Maggiore-Napoli
 cappella della Madonna della Purità
Con il dipinto di Luis de Morales

Tutto l'ambiente della cappella rispetta il tema della "purità", infatti molti sono gli elementi circostanti che si ricollegano alla tela di Morales: dal giglio, ribadito anche nei soggetti dei dipinti laterali raffiguranti Storie della Vergine di Massimo Stanzione e delle tele nelle lunette sovrastanti con la Natività della Vergine a sinistra e la Presentazione di Gesù Bambino al tempio a destra, attribuiti entrambi a Pacecco De Rosa, il quale in seguito ha eseguito numerose repliche dello stesso soggetto, partendo da quella nella chiesa del Divino Amore, intrisa da un elemento arcaizzante nel fondo dorato affollato di cherubini, motivo ancora caro agli ultimi cinquecentisti napoletani.

Fig.5 - Pacecco De Rosa
 - Madonna della Purità -
Napoli, chiesa di San Potito, sacrestia

La tela costituisce un prototipo a cui seguiranno negli anni successivi numerose repliche autografe con varianti, come quelle presenti nella chiesa dei Cappuccini a Solofra o nella sacrestia di San Potito (fig.5) od altre meno note, nella chiesa delle Trentatrè, nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano a Conversano, nella prima cappella sinistra dell'Annunziata, nel museo Lazaro Galdiano di Madrid, nel succorpo della Cattedrale di Salerno ed il tondo di Santa Maria la Nova.
E possiamo concludere aggiungendo un capolavoro di Pacecco De Rosa raffigurante la Madonna del latte (fig.6) conservato nella prestigiosa  collezione privata napoletana del celebre Achille della Ragione. 

Fig.6 - Pacecco De Rosa 
 Madonna del latte
Napoli collezione della Ragione 


Achille della Ragione


lunedì 5 giugno 2023

Il mitico salotto di Achille



fig.1 - Achille con la sua maglietta
 all'ingresso del più rinomato hotel di Ischia

In questo articolo semiserio, destinato all'immortalità. Dopo aver ammirato il nostro duce (fig.1) fotografato all'ingresso del più rinomato hotel di Ischia. Potrete conoscere (con i relativi soprannomi), i principali frequentatori del mitico salotto culturale di Achille della Ragione. 

Nella foto (fig.2).  Partendo dall'alto e da sinistra verso destra, vediamo: Rosa, detta la Bionda; poscia Renato, il lettore ufficiale; Sergio, l'Ischitano; Mary, la Vecchia; Silvano ed Angela, i più importanti partecipanti, conosciuti come Avet e Corta; Guido per gli amici Sciacquetta; Marina la figlia più affettuosa, e Mimmo o compagno del pittore.

Al centro troneggia Achille ed ai suoi piedi Luciano, o Surdu, che da tempo è assente perchè esce di casa solo per fare ogni giorno la comunione; dopo Elvira la moglie del padrone di casa; vediamo Mena  a minigonna, anche lei da tempo latitante per una grave depressione e Claudio o Pittore, anche lui da tempo assente per motivi seri, la moglie è in articolo mortis.


fig.2  la famiglia allargata di Achille 

Proseguiamo ora col ricordare una serie di frequentatori, che non hanno avuto l'onore di comparire nella foto.

Partiamo da Marie France, la Francese; per passare a Fernanda a Bona; poi Roberto, il lettore di riserva; Fabio, il Contadino; Enzo l'ex presidente del Posillipo. Giovanna a Sciancata; Lucia, a basilicatese; Giorgio o Chiattone, anche se sarebbe più corretto o Puorc; Umberto ed Olga i Fidanzati, il primo malandato ma tenace, la seconda ancora bella, nonostante l'età.

Vi è poi uno dei più affezionati frequentatori Nicola, o Depresso; Mariolina, la Vedova e Bruno il pseudo Ingegnere. 

Tra i recenti acquisti Rossanna, la dottoressa che addormenta i pazienti; Giovan Paola, la camminatrice; Carla, a riccioluta; Genny, scacchista modesta, donna piacente, artista valente e Salvatore, o Cafone, che porta sempre nuovi amici, anche cinesi.

Tra coloro che si sono un poco allontanati citiamo Flora, a brasiliana; Silvana, a Nciucessa, che crede di organizzare eventi che poi non avvengono; Patrizia, più nota come Patdam, che prima fingeva di essere impegnata sul lavoro, mentre ora è giustificata, perché deve assistere il marito convalescente. Franco, o politico, che organizza riunioni su temi stupidi; Giuseppe, detto sia o storpiato che Lucifero, costretto ad assistere la compagna malata. Clara, specialista nel sedurre uomini ricchi ed Ignazio, vicino di villa ed assiduo acquirente e lettore di tutti i miei libri.

Concludiamo in bellezza con Carmine ex milionario ora morto di fame, la sua compagna Anna, simpatica quanto debordante; e Giuliano, la cui moglie è impegnata in incarichi direttivi prestigiosi, mentre lui alterna compiti culinari a crisi esistenziali.

Achille della Ragione