lunedì 14 marzo 2022

Nozze d'argento, festa leggendaria



fig.1 - Album fotografico  con cornice d'argento


Il 15 settembre 1998 è un giorno fatidico nella storia dell'umanità, perché si celebrarono le nozze d'argento di Achille ed Elvira con una grande festa con centinaia di invitati, che si svolse nei lussuosi saloni del circolo della stampa.
La cerimonia di riconferma del loro amore si svolse con rito indiano ed è immortalato in un prezioso album con cornice d'argento (fig.1) contenente infinite foto a colori.
Elvira aveva un abito originale quanto autentico, perché era da poco reduce da un suo viaggio in India.
Davanti al pubblico attento ed intento a sorseggiare alcolici, Achille ed Elvira (fig.2) danno inizio al rito.
Achille - Con questa breve cerimonia vogliamo rimarcare il rapporto affettivo che ci lega da 25 anni e che, già sancito dalla religione tradizionale e dalla legge, intendiamo sublimare con questo piccolo rito che, pur prendendo ispirazione da riti orientali, è una nostra creazione.
Elvira - Noi ci scambieremo vicendevolmente poesie e citazioni d'amore, tratte dalla letteratura antica e moderna e di nostra creazione. alla fine il frutto del nostro amore: i nostri figli collaboreranno donandoci dei simboli augurali. Tiziana offrirà un frutto simbolo del passato. Gian Filippo recherà un fiore auspicio del futuro. Marina con un pugno di riso sancirà lo scorrere del presente.
Senza dilungarci riporteremo brevemente solo alcune frasi scambiate dai due officianti.
Achille - Elvira è il tuo nome, sinonimo di amore, la vita è un grande mistero, ma l'amore per te ne giustifica il senso e ne fornisce il significato. 25 anni assieme, ogni anno ti voglio più bene, quanto te ne vorrò quando avremo 100 anni? Elvira sono l'uomo più fortunato del mondo perché ti ho incontrato. Elvira sono l'uomo più felice dell'universo perché ci siamo amati. Elvira, dolce, cara, amata sposa, non vi è felicità maggiore di addormentarsi vicino a te, fingendo di guardare la televisione.
Elvira - La moglie è la metà dell'anima del marito, per questo motivo l'uomo non è completo prima di avere una moglie e dei figli. Sulla terra è l'amore tra due esseri che esalta l'umanità. O Divino concedimi l'amore che penetri nel centre dell'essere e poi si diffonda come la linfa invisibile per tutti i rami della vita, facendo spuntare frutta e fiori. Concedimi l'amore che placa il cuore con la pienezza della pace. 

 

fig.2 - I coniugi si sposano con rito indiano

Mostriamo ora una serie di foto di invitati, soprattutto di parenti, perché le coppie di amici nel frattempo sono quasi tutte scoppiate, un 30% per cause naturali (morte), ma la gran parte perché da decenni va di moda separarsi, principalmente per colpa delle donne, gran puttane, che rendono i mariti cornuti, spesso appropriandosi delle proprietà che incautamente erano state a loro intestate, pur di intostare.
Partiamo dalla foto della famiglia della Ragione (fig.3), continuiamo con le mitiche zie Capuano (fig.4-4bis), con Carlo, Maria e Mario (fig.5), la famiglia Balestrieri (fig.6) ed un nutrito gruppo degli Angrisani (fig.7).
Passiamo poi ai parenti di Elvira: in primis la famiglia Pignalosa (fig.8), segue Tonino Cicalese con Valeria (fig.9), Antonio Brunetti con Emy (fig.10) e Gianni Brunetti con Susy (fig.11).
Concludiamo con le foto di alcuni amici, con la speranza di vendergli una copia del libro: Santi Corsaro con Daniela (fig.12) ed i coniugi Tarallo: Duccio e Lia.


Achille della Ragione

   

 

fig.3 - I coniugi a tavola con la prole

 

fig.4 - I coniugi con le sorelle Capuano al completo

fig.4 bis - Le sorelle Capuano al completo

fig.5 - I coniugi con Carlo, Maria e Mario


fig.6 - I coniugi con la famiglia Balestrieri

fig.7 - I coniugi con la famiglia Angrisani

  

fig.8 - I coniugi con la famiglia Pignalosa

 

fig.9 - I coniugi con Tonino Cicalese eValeria

fig.10 - I coniugi con Antonio Brunetti ed Emy

 

fig.11 - I coniugi con Gianni Brunetti e Susy


fig.12 - I coniugi con Santi Corsaro e Daniela


fig.13 - I coniugi con Duccio Tarallo e Lia


In volo sul Concorde

fig.1 - Concorde in volo


Dopo la sfarzosa cerimonia tenutasi nei saloni del Circolo della Stampa, Elvira ed io decidemmo di intraprendere un secondo viaggio di nozze e per raggiungere la meta designata: New York di utilizzare il mitico Concorde (fig.1), che, partendo da Parigi e da Londra, arrivava in America in meno di tre ore, volando a due volte e mezzo la velocità del suono, a differenza delle altre compagnie, che impiegavano più di nove ore. Unico dettaglio, non proprio trascurabile, in genere il costo per un viaggio di solo andata era di 900.000 lire, mentre per il Concorde ci volevano 14 milioni per l'andata ed altrettanti per il ritorno. Per una coppia 56 milioni in toto.
All'epoca possedevamo a Parigi un lussuoso appartamento nel quartiere latino, in via dei Gobelins, dove ci recammo il giorno precedente la partenza.
Il giorno successivo ci recammo all'aeroporto e partimmo intorno alle 13.
A bordo vi era posto solo per 100 persone ed un cameriere girava continuamente per soddisfare ogni desiderio dei passeggeri (fig.2).
L'aereo volava altissimo, migliaia di metri sopra le nuvole, a tal punto che si poteva ammirare la curvatura terrestre. Ma lo spettacolo che più ci meravigliò, mentre pasteggiavamo con caviale e champagne, era costituito dalla presenza davanti a noi di una signora elegantissima e profumata, che, al suo fianco aveva il suo cane, il quale si cibava con tranquillità di una saporita bistecca al pepe verde. Chiesi al cameriere come mai ad un cane era permesso di sedersi come un pascià, alla pari di un essere umano e mi fu spiegato che il quadrupede aveva pagato il regolare biglietto di 14 milioni, ma soprattutto la proprietaria era una delle donne più ricche del mondo e se avessero vietato l'ingresso al suo cane, avrebbe comperato la compagnia aerea e licenziato tutti.

fig.2 - Cameriere nel corridoio
Il viaggio avveniva in contrasto al fuso orario, per cui a New York arrivammo la mattina presto, in tempo per salire a bordo di un elicottero che ci portò nel cielo della metropoli, sfiorando le vette dei più maestosi grattacieli e ci permise di contemplare dall'alto la celebre Statua della Libertà (fig.3), che rappresenta il simbolo della città.
Scesi a terra prendemmo possesso della nostra suite nell'albergo più prestigioso di New York (fig.4) e riposammo alcune ore, per essere in forma la sera dove ci aspettava Madonna, non quella di Pompei, né tanto meno quella di Lourdes, bensì la diva che interpretava Evita Peron (fig.5) al teatro Metropolitan davanti ad un pubblico entusiasta e plaudente.
Il giorno successivo fu dedicato allo shopping di Elvira (fig.6) e rimasi colpito dall'elevato numero di barboni che dormiva per strada, pare che all'epoca fossero più di centomila,ma se si provava ad offrire loro del denaro si riceveva uno sdegnoso rifiuto, perché per molti di loro si trattava di una scelta di vita: un rifiuto netto della civiltà dei consumi.
Dopo due giorni di passeggiate eleganti e di visite a musei decidemmo di recarci nel famigerato Bronx, non certo per mischiarci coi negri, ma unicamente per visitare il giardino zoologico più famoso del mondo.
Prendemmo un taxi che, una volta condottoci all'ingresso dello zoo (fig.7) ci chiese se doveva aspettarci, naturalmente mentre il tassametro continuava a funzionare. Ingenuamente, poiché pensavamo che la visita durasse 4-5 ore, licenziai l'autista e cominciammo la nostra passeggiata, in parte a piedi,ma soprattutto a bordo di un trenino, che percorreva gli immensi spazi in cui erano collocati gli animali (fig.8).
Fui attirato dal gruppo dei gorilla, gli animali più fotografati dai visitatori, in particolare dal maschio dominatore, il cui sguardo minaccioso (fig.9) si incontrò con il mio per circa un minuto, fino a quando non fui costretto a calare gli occhi a terra.
Apro una breve parentesi per raccontare ai miei lettori che, da giovane, mi ero esercitato per anni a fissare gli occhi degli altri e possedevo uno sguardo talmente potente da intimidire chiunque e solo due volte in decenni mi era capitato di scontrarmi con uno più potente. La prima volta  durante uno spettacolo all'anfiteatro di Pompei, quando incrociai gli occhi di Nureyev, il più celebre ballerino di tutti i tempi e la seconda volta mi capitò a Roma, durante un congresso del partito radicale, quando, salito sul palco per un discorso, il mio sguardo si confrontò con quello di Luca Coscioni, che, costretto dalla sla, a vivere paralizzato su una sedia a rotelle, poteva muovere un solo dito collegato ad un computer vocale con il quale affascinava gli ascoltatori.

 

fig.3 -Statua della liberta tra i grattacieli

 

fig.4 - Ingresso in albergo

fig.5 - Madonna interpreta Evita Peron

 

fig.6 - Elvira fa shopping

 

fig.7 -  Elvira all'ingresso dello zoo


fig.8 - Elefanti all'aria aperta

 

fig.9 - lo sguardo di un magnifico esemplare di gorilla



All'uscita ci aspettava una sgradita sorpresa: telefonai ad infiniti radio-taxi, ma tutti si rifiutavano di venire nel Bronx. Nel frattempo, essendo gli unici bianchi in circolazione, divenimmo oggetto di sguardi bellicosi da parte di muscolosi energumeni, che forse pensavano di rapinarci. Sarei stato una preda appetibile, perché all'epoca non utilizzavo carte di credito ed in tasca avevo 30-40 milioni. Mi salvò il mio abbigliamento demodè (fig.10); mi scambiarono per un poveraccio e mi salvai. Dovetti prendere 2 autobus prima di raggiungere una zona civile, dove si poteva prendere un taxi.
Arrivati in albergo tirammo un sospiro di sollievo e ci preparammo alla partenza del giorno successivo.
La sala di attesa per gli utenti del Concorde era elegantissima ed Elvira cominciò a sorseggiare un bicchiere dopo l'altro di Nicolas Feuillatte cuvèe speciale (fig.11) che conquistò il suo palato a tal punto che decidemmo, giunti a Parigi, di acquistarne una confezione di 16 bottiglie da sorseggiare a Napoli e di offrire agli amici. La sorpresa fu il prezzo dello champagne: un milione a litro, per cui ne comperai soltanto una per ubriacarci e trascorrere, al nostro ritorno, una folle notte d'amore.


Achille della Ragione
 

 

fig.10 - Achille in abbigliamento casual

 

fig.11 - Elvira sorseggia champagne

 

 


domenica 13 marzo 2022

Una Deposizione di Cristo di Andrea Vaccaro




fig.1 - Andrea Vaccaro -
Una Deposizione di Cristo di Andrea Vaccaro - 103x157 -
Maddaloni, collezione Santangelo

L'iconografia della Deposizione di Cristo è stato trattato da molti pittori, anche di grande prestigio e tra questi Andrea Vaccaro, che più volte è ritornato sull'argomento, come nel caso del dipinto che presentiamo ora ai nostri lettori (fig.1), conservato nella raccolta Santangelo di Maddaloni, di grande qualità e che sembra parlare all'osservatore, il quale non può osservarlo a lungo senza desiderare di possederlo ed a tale proposito una buona notizia per i collezionisti: il dipinto è in vendita.
Il quadro di cui discutiamo è percorso da un brivido di luce calda e sensuale ed è impregnato da un palpitante caravaggismo , solo in parte addolcito dai preziosismi pittorici importati in area napoletana , intorno al 1635-40 dal Van Dick. Il colore sembra sciogliersi nella luce che, con estrema delicatezza, avvolge pietosamente la figura del Cristo. L'opera va posta cronologicamente dopo gli altri dipinti di medesimo soggetto eseguiti dal Vaccaro ed oggi conservati nel museo Correale di Sorrento, nel museo diocesano di Napoli e nel museo di Reggio Calabria.
Andrea Vaccaro nelle sue opere si ispira al naturalismo di Caravaggio reinterpretandolo in chiave classicistica. Assimila diverse scuole di pittura e le principali caratteristiche delle sue opere sono la regolarità delle forme, l'uso di tonalità di colore chiare che sfumano nel fondo e l'assenza quasi totale di espressioni e atteggiamenti violenti nelle figure dipinte.     
Importante nella sua vita fu l'incontro con Bernardo Cavallino, con cui Vaccaro stabilì un rapporto di amicizia. Tra il 1630 e il 1660 per le sue opere si ispirò molto al pittore Anton Van Dyck. Andrea Vaccaro lavorò principalmente su commissione ecclesiastica: il suo modo di dipingere santi e martiri in atteggiamenti di particolare devozione e particolare espressività lo rese infatti uno degli artisti più celebri e più richiesti dalla Chiesa durante il periodo della Controriforma.
Nel presente dipinto un'attenzione specifica è riservata alla resa del personaggi, il che mette in risalto  l'impegno formale profusovi.   
Per chi volesse approfondire la biografia dell'artista ed ammirare infinite foto a colori delle sue opere consigliamo di leggere in rete la mia monografia sull'artista consultabile in rete digitando: "Andrea Vaccaro, opera completa".

domenica 6 marzo 2022

Prossima visita guidata

 

certosa di San Martino

 La prossima visita guidata degli Amici delle chiese napoletane si terrà sabato 12 marzo ed interesserà il museo di San Martino con annessa Certosa.

Per noi la direzione aprirà alcune sezioni normalmente chiuse.
Appuntamento alla biglietteria alle ore 10:40.


Abituatevi ad andare periodicamente su www.dellaragione.eu
Diffondete la notizia ad amici, parenti, collaterali ed affini.

Ricordiamo Pasolini

 



Ci sono mostre, esposizioni (era anche pittore) dei suoi scritti nelle grandi città Bologna, luogo di nascita, Milano e Roma nei vari musei. Ma è a Los Angeles all'Academy del cinema che si potranno vedere tutti i suoi film. Dante Ferretti, il suo scenografo, più volte premio oscar, è lì a presenziare la cerimonia di apertura.
Pier Paolo Pasolini si è sentito solo tutta la vita.
E' stato un uomo libero, da ogni etichetta ed un critico severo.
E' stato un uomo vero, intendendo con ciò di testa e di corpo. Un cervellone  sempre impegnato nell'osservare la realtà. Dacia Maraini diceva che a Sabaudia dove Pier Paolo aveva una villa con Elsa Morante e Moravia, lo vedeva solo la mattina presto per una nuotata e dopo tutta la giornata a lavorare intensamente.
Il corpo era centrale nella sua attenzione. Non dobbiamo mortificarlo negando o nascondendo i suoi bisogni.
E' stato incompreso. Diceva: "La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non essere compresi".
Solo oggi caduti tutti i tabù se ne parla apertamente come di un GRANDE. Ci vuole sempre la distanza per vedere meglio, perché noi siamo miopi.
E' stato un profeta, sapeva che il futuro gli avrebbe dato visibilità. Robinson inserto settimanale speciale di Repubblica gli ha dedicato 40 pagine, nemmeno Dante Alighieri ne ha avute tante.
Nato a Casarsa nel Friuli. Il padre era un militare e con lui la famiglia cambiò sempre casa. Questa cosa gli resterà, perfino a Roma, dove trascorre più tempo della sua vita, dal ghetto ebraico alle borgate della Tiburtina e Tuscolana fino nei pressi di Rebibbia, dove c'è una targa che lo ricorda. L'ultima dimora è la Torre di Chia, nel viterbese. Una costruzione medievale stretta e alta, dove si nota una stanza con pareti tutte di vetro. E lui immerso nella natura con lo sguardo verso le querce. Il padre era fascista e con lui non ebbe mai un buon rapporto. La madre era un insegnante elementare e fu sempre molto amata dal figlio.
Pasolini aveva una vitalità disperata e l'urgenza di comunicare. Lo fece prima attraverso le parole: articoli, romanzi, saggi come "Scritti Corsari" e corsaro, cioè controcorrente, lo fu sempre. Ma le poesie sono state il suo punto forte dalle "Ceneri di Gramsci" in cui immagina nel cimitero degli Inglesi a Roma, di parlare al fondatore del partito comunista italiano morto in carcere dopo anni di detenzione fascista.
"La religione del mio tempo" con dedica ad Elsa Morante della quale aveva stroncato "La storia"ma restò una sua grande amica. Con lei e Moravia viaggiò in Africa e in India. Due Paesi che gli diedero molto. Un testo "L'odore dell'India" e i canti dell'Africa centrale che oltre la musica di Bach introduce nel corto "La Ricotta".Qui addirittura ricorre al suo maestro Roberto Longhi della facoltà di Lettere, quando si laureò a Bologna. E memore del suo insegnamento, la visione della Deposizione di Cristo è proprio un quadro del manierista Rosso Fiorentino. Educato allo sguardo del famoso storico dell'arte in quasi tutti i suoi film s'incontrano particolari nell'abbigliamento o scene improvvisamente a colori nelle sue trame tutte in bianco e nero, per illuminare e significare l'avvenimento.

 


 
Pasolini si diceva comunista, cattolico e omosessuale dichiarato, in un periodo in cui tutte e tre le affermazioni scottavano. Dal partito comunista fu cacciato per atti osceni quando faceva l'insegnante in Friuli e con la madre venne a Roma. Criticò in seguito il partito perché si era allontanato dal Marxismo. Nel Film "Uccellacci uccellini" con Totò e Ninetto Davoli un padre e un figlio s'incamminano per un viaggio e incontrano un corvo parlante, che da buon saggio parla della crisi delle ideologie a due persone semplici e ignoranti, che alla fine stanchi di sentirlo, lo uccidono e se lo mangiano. E' un film triste del 1966, due anni prima c'era stato il funerale di Togliatti e Pasolini non spera più.
Negli anni Sessanta, credendo insufficienti le parole, Pasolini ricorre alle immagini ed ecco che quasi ogni anno realizza un film. La sua filmografia segue la sua produzione letteraria. Il tema centrale è sempre la vita delle borgate romane dove si consuma una gioventù sfruttata senza alcuna redenzione.
Il primo film è "Accattone" poi nel '62 Anna Magnani è "Mamma Roma" una prostituta che fa di tutto per nascondere al figlio il suo lavoro, ma poi lui scopre la verità e incomincia a delinquere, viene arrestato per il furto di una radiolina e muore in carcere.
Nel '60 Fellini gira "La dolce vita" e Pasolini quasi in contrapposizione gira due film che invece gridano vendetta per le terribili condizioni di vita dei "Ragazzi di vita", il suo scritto degli anni precedenti. "Di che è la colpa?" dice mamma Roma più volte nel film. Il neocapitalismo con il boom economico ha creato dei falsi bisogni, alimentando il consumismo sfrenato, abbandonando i derelitti al loro destino.
Nel '68 esce "Teorema" con la bellissima Silvana Mangano. Una famiglia borghese riceve la visita di uno strano personaggio, un giovane (Terence Stamp) di 25 anni, che scombussola la vita dei singoli. Alla fine del suo soggiorno, quando si allontana,  i componenti si ritrovano spaesati. Il padre  cede la fabbrica, la figlia incomincia ad avere relazioni sessuali con molti uomini.
E qui entriamo in contatto per la prima volta con il perturbante presente in molte altre situazioni pasoliniane. Il perturbante, analizzato anche da Freud, è ciò di cui si è persa la familiarità e che improvvisamente ci turba perché l'abbiamo rimosso. Per Pasolini è il messianico, il sacro.
Quando Medea uccide i suoi figli, compiendo quindi un atto estremo, lo fa per vendicarsi di Giasone che l'aveva tradita con Glauce. La sua azione mira a cancellare per sempre la progenie di un uomo che aveva dissacrato il sacro vincolo del matrimonio. Nell'altro film "Edipo re",ugualmente, quando il fato avverso distrugge i sentimenti umani la tragedia sfocia nel sangue.
Un film autobiografico, una interrogazione continua sul significato dell'esistenza, l'onestà e il coraggio dell'azione umana, fallimentare in fin dei conti alla fine. Pasolini di sicuro conosceva Georges Bataille, per il quale due sono i tabù dell'essere umano: il sesso e la morte.
Un binomio che diventa più comprensibile se si considera che l'eros è semplicemente l'altra faccia di Tanathos.
Il mito è stato un tema importante per il cineasta friulano, così come il mondo arcaico, primitivo. I paesaggi sono spesso brulli, terrosi, pietrosi. E' un modo per combattere la modernità. Era contro la speculazione edilizia in un momento in cui il passaggio dal mondo agricolo a quello industriale era in corso. Il mondo contadino è un bene comune universale; va tutelato come e quanto un'opera d'arte, secondo il nostro più acuto intellettuale del Novecento.
Se nello Yemen si è salvato un paesaggio lo dobbiamo a Pasolini. Egli andò in quel luogo della penisola arabica e girò un documentario con Rossellini produttore e l'inviò all'Unesco come appello di tutela e fu approvato. Nel 1982 in presenza di Romano Prodi si celebrò la ristrutturazione della città di "Sana A"con una targa di ricordo all'opera di Pasolini.
Su Napoli ha avuto parole di elogio.
"Napoli è la sola tribù che si è opposta alla modernità".
A parte Totò interprete di un suo film, nel 1971 gira il "Decamerone" tutto a Napoli ripreso da quello del Boccaccio. Le chiese sono medievali. Sceglie Santa Chiara. Non è più l'ambiente borghese di Firenze ma quello plebeo di Napoli. Si racconta la vitalità dell'amore e del sesso che non è mai peccato. Lui stesso è presente nel film come allievo di Giotto.
L'ultimo suo libro è "Petrolio"in cui rivisita tutti suoi scritti, i suoi pensieri alla luce della crisi petrolifera di quegli anni. Incompiuto, scrisse solo 700 pagine. Uscì postumo come il suo film "Salò o le 120 giornate di Sodoma" che non riuscì a vedere perché fu ucciso barbaramente.
Il film si rifa alle "120 giornate di Sodoma" del marchese De Sade che scrisse nella prigione della Bastiglia durante la rivoluzione francese. Era un libertino, sposato pure, ma dai costumi molto licenziosi. Dopo la presa della Bastiglia finì in manicomio.
I 4 nobili che scelgono un certo numero di ragazzi e ragazze e li conducono in un castello dove abusano di loro in tutti i sensi possibili, vessandoli in quanto deboli e indifesi fino a mortificarne il corpo, sono sostituiti da Pasolini con 4 gerarchi fascisti della Repubblica di Salò. E' una chiara denuncia del Potere, ripetuto in tutte le salse possibili. Sì perché il potere è anarchico, non guarda in faccia a nessuno, fa ciò che vuole, non solo; è arbitrario, non segue la logica comune. Ognuno di noi odia il potere che subisce in tutte le sue sfaccettature. La prepotenza e la prevaricazione sono suoi derivati.
Il film fu censurato e come tanti altri suoi film fu sequestrato e dissequestrato, tagliato e solo nel '78 fu liberalizzato.
Sul Corriere della sera nel 1974 uscì un suo pezzo fortissimo "IO SO"con una lungaggine di argomenti "Ma non ho le Prove". Naturalmente parliamo degli anni di piombo, quando agivano le Brigate rosse. Nel 1975 il 2 novembre era con Giuseppe Pelosi, dopo un appuntamento alla stazione Termini per un caffè, si recarono al Lido d'Ostia. Qui fu dapprima percosso in malo modo e poi qualcuno salì sulla sua stessa macchina e lo travolse finendolo brutalmente. Si chiamò Ninetto Davoli per il riconoscimento ufficiale della salma. Pelosi trascorse 9 anni in carcere, ma il mistero sulla sua morte permane irrisolto.
Non è una novità, troppe cose successe in Italia in quegli anni giacciono senza una risposta, né una spiegazione. Forse perché intervennero i servizi segreti.
Certo è che un Paese che non ha fatto i conti con il proprio passato e quel passato che ha visto anche l'uccisione di Aldo Moro, resta un Paese senza futuro.

Elvira Brunetti 

 

 



sabato 5 marzo 2022

Un capolavoro di Andrea Vaccaro

 

fig. 1 - Andrea Vaccaro -
Compianto su Cristo morto - 180-160 -
Acerra, collezione Pepe


Il dipinto di cui parleremo in questo articolo, che proponiamo all'attenzione di studiosi ed appassionati, raffigura Un compianto su Cristo morto (fig.1) è di notevoli dimensioni (180x160), appartiene alla collezione di Guglielmo Pepe ad Acerra ed è tra le opere più esaltanti di Andrea Vaccaro, uno dei più importanti pittori del Seicento napoletano.
L'attribuzione del presente dipinto ad Andrea Vaccaro è basata sull'ampio numero di riscontri stilistici con tutta la sua produzione documentata e nota a partire dal 1640 circa: la 'Madonna del Rosario con i Santi Domenico e Caterina' a Madrid, Accademia de San Fernando (firmata e datata 1642); il 'Cristo appare ai redenti del limbo' già a Dresda, Pinacoteca; e soprattutto 'Orfeo e le Baccanti' e 'David festeggiato dalle fanciulle d'Israele' a Napoli, Palazzo Reale.
Nel presente dipinto sono evidenti la padronanza della poetica del gesto di ascendenza romano-bolognese e l'efficacia della raffigurazione delle figure, trattate con il metodo accademico che Vaccaro propugnò nella prima Accademia artistica napoletana, da lui fondata nel 1664.
Maestro eclettico, capace di evolvere costantemente la sua cifra stilistica a contatto con i mutamenti della pittura napoletana del Seicento, Vaccaro fu assiduo seguace di Guido Reni - e tale interesse verso l'area romano-bolognese, in particolare dai Carracci è in lui filtrato mediante un rapporto costante con i modi di Massimo Stanzione - ma echi del movimento neoveneto, delle esperienze siciliane di Van Dyck e di Pietro Novelli, detto il Monrealese, si avvertono lungo l'arco di tutta la sua traiettoria. Vaccaro intrattenne poi un rapporto di particolare importanza con il più giovane Bernardo Cavallino, con il quale collaborò in varie occasioni, producendo opere dall'impianto classicista, fondato sull'uso di luci chiare e di contorni precisi nel disegno delle forme. Nel presente dipinto un'attenzione specifica è riservata alla resa del personaggi, il che mette in risalto  l'impegno formale profusovi.
Per chi volesse approfondire la biografia dell'artista ed ammirare infinite foto a colori delle sue opere consigliamo di leggere in rete la mia monografia sull'artista consultabile in rete digitando: "Andrea Vaccaro, opera completa".


Achille della Ragione


Un capolavoro di Gaspare Lopez

 

fig.1 - Natura morta di fiori e frutta - 48x64 -
Lecce, collezione Terragno


Gli specialisti di natura morta napoletana del Seicento e del Settecento amano dipingere prevalentemente fiori e frutta e sono così abili nel manovrare il pennello, che sono in grado di far percepire all'osservatore che si avvicina ai loro quadri il profumo che emana dai petali vigorosi e di far venire l'acquolina in bocca alla vista di frutta matura e pronta per essere assaggiata. La stessa sensazione che emana vigorosa alla vista del dipinto di cui parleremo nel nostro articolo: Una natura morta di fiori e frutta (fig.1) eseguita da Gaspare Lopez e conservata nella collezione Terragno di Lecce.
La pittura di natura morta del Settecento napoletano non ha la stessa qualità e notorietà di quella del secolo precedente, ma molti dipinti sono piacevoli e creano un’atmosfera di serena tranquillità.
Tra gli esponenti più qualificati spicca la figura di Gaspare Lopez, del quale le uniche notizie biografiche ci vengono fornite dal De Dominici, ma vanno integrate con nuove acquisizioni documentarie relative al suo lungo soggiorno fiorentino.
Nato probabilmente a Napoli, fu allievo del Belvedere, ma conobbe anche le opere di Jean Baptiste Dubuisson, abile diffusore a Napoli dei modi aulici di Jean Baptiste Monnoyer,  che lo indussero ad una pittura di gusto ornamentale, a volte superficiale, ma segnata costantemente da un vivace cromatismo. Non fu molto apprezzato dal Causa, che lo definì un “divulgatore mediocre di un barocchetto illusionistico e cavillosamente decorativo, deviando verso un vistoso ornamentalismo il nobile timbro stilistico del Belvedere”.  
Egli amò ambientare le sue composizioni en plein air, entro parchi verdeggianti di alberi e siepi, percorsi da viali e sentieri ed arricchiti da elementi decorativi: vasi, urne, busti, obelischi, posizionati con apparente casualità insieme a resti archeologici ed uccelli multicolori come il pappagallo ed il pavone.
L’uscita della mia monografia sull’argomento ha affollato la mia mail di foto di quadri che gelosi collezionisti, dopo aver tenuto celato per anni i propri tesori, desiderano un parere e la pubblicazione dei loro dipinti, affinché un vasto pubblico possa godere ammirandoli.
In particolare in questo articolo illustreremo un quadro che merita di essere conosciuto da studiosi ed appassionati. Esso  è realizzato  con una tavolozza preziosa, che esalta il variopinto cromatismo dei fiori, dai colori  vivaci, una caratteristica che possiamo riscontrare in altre famose tele del Lopez, come nel Fiori, anguria e maioliche del museo Filangieri di Napoli, caratterizzato da una vivissima accensione cromatica, che riscatta il taglio compositivo piuttosto convenzionale e presenta un vaso molto simile a quello in esame, la tipica modalità del pittore nel disporre fiori e frutta all’aria aperta tra vasi e ceramiche in sintonia col gusto rococò dominante a Napoli nei primi decenni del secolo. Da sottolineare la presenza del cocomero spezzato in due, un doveroso omaggio alle invenzioni del Brueghel napoletano, anche se i suoi riferimenti primari vanno individuati in Andrea Belvedere, suo maestro ed in Jean Baptiste Dubuisson, dal quale apprese quel moderato decorativismo  che seppe volgere in graziosi partiti ornamentali.
La composizione è da collocare nella piena maturità dell’artista quando l’artista adopera i fiori come metafora di un mondo rustico, di arcadia contadina in armonia con le coeve ricerche poetiche.
Negli ultimi anni in asta e sul mercato sono comparse numerose nature morte firmate ed a volte datate di qualità molto alta, che hanno aumentato la quotazione dell’artista ed hanno permesso di ricostruire il suo percorso artistico.
Approfittiamo dell’occasione per proporre ai lettori una biografia aggiornata sull’artista.


Gaspare Lopez detto Gasparo dei Fiori (Napoli - Firenze 1740)
Nato a Napoli nell’ultimo quarto del Seicento, Gaspare Lopez è stato un pittore naturamortista del periodo tardo-barocco. Secondo il biografo napoletano Bernardo De Dominici iniziò i suoi studi con il pittore Andrea Belvedere, per poi proseguirli con Jean-Baptiste Dubuisson.  
In seguito alle esperienze maturate con quest’ultimo, Lopez si orientò verso una pittura illusionistica che ha come soggetto squisiti trionfi floreali all’aperto. In seguito ai successi conseguiti nella città partenopea, Lopez si trasferì a Roma e poi a Venezia.
Dopo aver viaggiato anche in Polonia, Prussia e Portogallo, rientrò in Italia stabilendosi a Firenze dove rimase fino alla sua morte, nel 1740.
Si presume che sia arrivato a Firenze nel 1728, anno in cui si immatricolò all’Accademia del Disegno. Le sue eleganti composizioni floreali ebbero subito grande successo presso i Medici che lo nominarono pittore di corte; in particolare fu apprezzato dal granduca Gian Gastone e dalla sorella, l’elettrice palatina, Anna Maria Luisa.
Alla sua ascesa come pittore di fiori contribuì la mancanza di rivali importanti nella città granducale dopo la morte di Andrea Scacciati nel 1710 e quella di Bartolomeo Bimbi nel 1729; fu molto richiesto così dai nobili fiorentini per i quali realizzò raffinate composizioni in cui aveva fuso le esperienze maturate a Napoli e nei viaggi con quelle acquisite in Toscana. Ferito in seguito a una rissa durante un viaggio a Venezia, Lopez rientrò a Firenze dove morì il 15 ottobre del 1740. Fu seppellito nella chiesa di San Michele Visdomini.

Bibliografia
della Ragione A. - Il secolo d'oro della pittura napoletana, vol. VI, pag. 396 - Napoli 1999
della Ragione A. – La natura morta napoletana del Settecento, pag. da 22 a 27, tav. da 59 a 81, tav. da 31 a 36 – Napoli 2010
della Ragione A. - Scritti di pittura del Seicento e del Settecento napoletano - VI tomo, pag. da 51 a 56 - Napoli 2021