martedì 12 febbraio 2013

Viaggio tra le grotte dove San Michele sconfisse il male



     
Nei primi secoli di affermazione del Cristianesimo in numerose grotte del meridione si veneravano ancora divinità pagane.
Per arginare queste tradizioni nelle popolazioni locali, la Chiesa si attivò per sostituire questi antichi riti con il culto della Madonna e dei Santi. 
Tra questi venne scelto San Michele, l’Arcangelo che simboleggia la vittoria contro gli angeli ribelli capitanati da Satana, che, sconfitti, vennero precipitati negli inferi.
Egli presentava molte delle caratteristiche possedute dalle precedenti divinità pagane, come Anubi, Apollo, Mercurio e Mithra.
Il culto di San Michele, originario dell’ Asia minore, si diffuse poi ad Alessandria d’Egitto per essere poi introdotto in occidente dai bizantini.

grotta di Avella
Approdò inizialmente sul Gargano, insediandosi nella grotta di Monte Sant’Angelo, dove il Santo apparve nel 490, nel 492 e nel 493, mentre in precedenza vi si veneravano Calcante e Podalirio, divinità legate al culto delle acque miracolose.
La duplice presenza delle forze del bene e del male, secondo alcuni racconti popolari, si protrasse per molti secoli.
In seguito il culto di San Michele si diffuse in tutto il mondo occidentale grazie ai longobardi, che lo elessero a patrono nazionale, dopo la loro conversione al cristianesimo avvenuta alla fine del VII secolo.
La grotta di Monte Sant’Angelo divenne così la capostipite di tutte le cavità legate al culto micaelico e la sua fama divenne tale da diventare, insieme al sepolcro di Gesù a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma ed al santuario di Santiago de Compostella in Spagna, uno dei centri della cristianità più frequentati e tappa obbligatoria per i pellegrini che si recavano in Terra Santa.
In Campania numerose sono le grotte dedicate al culto di San Michele, tra le più belle va annoverata quella ad Olevano sul Tusciano, che mostra subito il suo utilizzo nel corso dei secoli, a partire dall’età del ferro come dimostrano vasellame e selci del periodo preistorico.
La parte più importante è composta da sei cappelle, collegate tra loro da camminamenti, visitate da Gregorio VII nel 1614.
ingresso dell'antro
Nella più importante sono conservati affreschi bizantini di pregevole fattura risalenti all’VIII – IX secolo. Vi è anche un passaggio che conduce ad un ramo laterale noto come il rifugio del brigante Nardantuono.
Sempre nel salernitano, nei monti Alburni, a Sant’Angelo a Fasanella, vi è un ipogeo sorprendente che, attraverso un portale con due leoni stilofori, immette in un vasto antro, frequentato già nel paleolitico, in cui si conservano un altare dedicato all’Immacolata con una pregevole tela del 1600 e, in un corridoio, due statue di Vergini con Bambino.
Infine ad Avella, in provincia di Avellino, la cosa più bella della grotta è la cappella dedicata a San Michele, dominata da un grande baldacchino in stile barocco del 1816, che ospita una statua del seicento con il santo che schiaccia un Lucifero ringhiante.

Santuario Sant'Angelo a Fasanella



lunedì 11 febbraio 2013

“Napoli e la Napoletanità. Arte, miti, riti”



nuova opera letteraria di Achille della Ragione

(Edizioni CLEAN, pag. 176, 200 immagini, 15 euro), 


Questo libro è dedicato a tutti quelli che hanno continuato ad amare Napoli nonostante tutto e vede la luce in un momento di declino della città, per anni gloriosa capitale delle arti e delle scienze. Esso rappresenta un omaggio al carattere dei Napoletani e all’anima immortale della città, che per secoli è stata, per la sua felice posizione nel cuore del Mediterraneo, crocevia di traffici e commerci, ma anche di culture diverse, che ha sempre saputo assimilare.

sabato 9 febbraio 2013

Dal biribisso alla tombola



A Sorrento, nel Museo Correale, un gioiello che meriterebbe un maggior numero di visitatori, è conservato uno dei pochi esemplari pervenutici di un gioco che ebbe grande successo nell’alta società dell’epoca: il biribisso, un incrocio tra gioco dell’oca e monopoli, una splendida tavola con un caleidoscopio di colori con molteplici caselle raffiguranti le varie tappe del gioco.
Dal ‘700 in poi e fino ai nostri giorni, soprattutto durante le festività natalizie, si è imposta la tombola con il caratteristico “panariello” e la sorte legata ai numeri, inventata a Napoli nel 1734 e adottata in tempi recenti all’estero sotto il nome di bingo.
Si tratta di un gioco la cui genesi si lega all’esoterismo e più precisamente alla cabala, detta anche càbbala o più esattamente Kabbalah, dall’ebraico Qabbàlàh che significa ricezione, con la quale si indicano le dottrine mistico-esoteriche ebraiche, riferite a Dio e all’universo, rivelate ad una cerchia ristretta di persone e poi tramandate di generazione in generazione.
Secondo la Qabbàlàh, nella Bibbia non esiste parola, lettera o numero privo di un significato celato, nel solco del simbolismo sul quale si basa il mondo stesso.
Su questa base i cabalisti formarono una dottrina interpretativa che formulò una concezione secondo la quale, utilizzando la correlazione numerologica tra lettere e numeri, era possibile calcolare il numero preciso corrispondente ad ogni parola.
A tutto ciò si unì la convinzione che i sogni fossero lo sfogo comunicativo delle forze extra umane, capaci però di manifestarsi anche tramite accadimenti naturali che venivano considerati segni del destino, e subito tradotti in numeri.
Si maturò così la codificazione e la numerazione dei simboli onirici e fisici che divennero elemento per tentare la fortuna nella Napoli del ‘700, città esoterica per antonomasia, dove il Lotto nacque come gioco popolare benché clandestino.
Resa indipendente Napoli nel 1734, il re Carlo di Borbone, nel suo illuminato progetto di sviluppo sociale e di accrescimento culturale, volle ufficializzare il gioco del Lotto nel Regno per strapparlo alla clandestinità che sottraeva entrate alle casse dello Stato.
Trovò però l’opposizione del frate domenicano Gregorio Maria Rocco, uomo di grande carisma e potere, noto in tutta la città perchè capace di ispirare numerose iniziative grazie alle quali la delinquenza fu decisamente arginata.
Il frate riteneva eticamente sbagliato introdurre un simile gioco in un regno in cui gli insegnamenti cattolici erano alla base del fondamento educativo. Si arrese al Re quando questi lo convinse che il Lotto, se giocato clandestinamente, avrebbe potuto arrecare danno alle tasche dei sudditi.
I due contendenti strinsero un patto secondo il quale il gioco del Lotto sarebbe stato sospeso nella settimana delle festività natalizie per evitare distrazione al popolo in preghiera. Ma ormai quel gioco era entrato nel costume dei cittadini che a quel punto, per non doverne fare a meno, si organizzarono per conto proprio.
Fu così che la fantasia popolare fece in modo che i novanta numeri del lotto fossero infilati nei cosiddetti “panarielli” di vimini e ognuno si disegnasse delle cartelle improvvisate con dei numeri scritti a caso. Il gioco pubblico del lotto divenne gioco familiare della tombola, figlio quindi del matrimonio tra il Lotto stesso e la fantasia dei Napoletani. La parola “tombola” deriverebbe da tombolare, ovvero roteare e far capitombolare i numeri nel “panariello”.
Gioco natalizio per eccellenza, proprio perché nato nel Natale del 1734, ma la Tombola è giocata a Napoli durante tutto l’anno nei quartieri popolari dove per tradizione possono partecipare esclusivamente donne che seguono la chiassosa chiamata dei numeri effettuata dai “femminielli”, mentre agli uomini è consentito solo assistere fermi sulla porta o alla finestra.
La tombola è un tradizionale gioco da tavolo originario dell’Italia meridionale e specialmente tipico della regione della Campania (Smorfia Napoletana). Sostanzialmente equivalente al gioco di diffusione internazionale noto come bingo, la tombola è tecnicamente un gioco d’azzardo, in quanto i partecipanti sono tenuti al versamento di un somma in denaro che viene poi ridistribuita come premio ai vincitori. Tuttavia, la tombola italiana viene normalmente giocata in un contesto familiare (è un tradizionale gioco natalizio) e le somme che si impegnano e si vincono hanno solitamente valori puramente simbolici (quando non si scelga addirittura di utilizzare premi di altra natura).
Il carattere casuale del gioco unito al talvolta notevole valore dei premi in palio ha reso il termine tombola sinonimo di evento fortunato o di acquisizione fortuita di una ricchezza o somma di denaro.
Un giocatore con ruolo di croupier ha a disposizione un tabellone sul quale sono riportati tutti i numeri da 1 a 90, e un bussolotto riempito con pezzi numerati in modo analogo. Il suo compito consiste nell’estrarre i pezzi in modo casuale, e annunciare agli altri giocatori il numero uscito. L’annuncio generalmente include anche la citazione di una delle immagini che la tradizionale smorfia napoletana associa proprio ai numeri da 1 a 90 propri di un altro gioco, il lotto, strettamente legato alla tombola.
I giocatori dispongono di una o più cartelle precedentemente acquistate, composte da 3 righe, su ciascuna delle quali sono riportati cinque numeri da 1 a 90. Ogni volta che il numero estratto è presente su una o più delle sue schede, il giocatore “copre” la casella  corrispondente. Nella versione tradizionale della tombola, le schede sono semplici cartoncini stampati e i numeri vengono coperti con fagioli, ceci, lenticchie, pasta o altro materiale disponibile dopo i cenoni natalizi come i gusci di frutta secca. Tali cartelle sono realizzate in gruppi di sei in modo che in ogni gruppo i numeri da 1 a 90 capitino una ed una sola volta.
Le cartelle vengono acquistate in numero variabile dai giocatori secondo un prezzo unitario predefinito non necessariamente in denaro. Similmente il giocatore che detiene il tabellone è tenuto a versare l’importo relativo alle sei cartelle virtuali che compongono il tabellone. È possibile, come variante alle regole classiche e previo accordo generale, che il tabellone venga acquistato dal croupier in forma parziale. È anche possibile che venga richiesto per il tabellone un versamento ulteriore per compensare il fatto che sul tabellone vengono sempre posizionati tutti i numeri estratti.
L’importo derivante dall’acquisto di tutte le cartelle e del tabellone definisce il monte premi che viene di norma suddiviso in vari premi di importo crescente.
Lo scopo ultimo del gioco è quello di realizzare la tombola, ovvero arrivare per primi a coprire tutti i numeri presenti su una delle proprie cartelle. Normalmente vengono anche assegnati premi minori per risultati intermedi, come l’ambo (vinto dal primo giocatore che copre due numeri presenti sulla stessa riga di una cartella), il terno (tre numeri sulla stessa riga), la quaterna (quattro numeri sulla stessa riga) e la cinquina (tutti e cinque i numeri della riga). Talvolta viene assegnato anche un premio al cosiddetto tombolino, ovvero alla seconda cartella in ordine di tempo a totalizzare la tombola.
Una regola non sempre applicata, e poco comune in Campania, prevede che chi vince un premio su una riga non può vincere il premio successivo sulla stessa riga della stessa cartella. Quindi chi fa un ambo sulla prima riga non può fare terno sulla prima, ma solo sulla seconda e sulla terza, ma può comunque fare quaterna sempre sulla prima riga. Questa regola ha lo scopo di distribuire con più uniformità i premi (coerentemente col fatto che la tombola è intesa come un gioco di aggregazione, al quale partecipano spesso anche i bambini). Tuttavia l’interpretazione più in voga stabilisce che il terno la quaterna e la cinquina possono essere eseguiti sulla stessa riga, per consentire più vincite ex aequo.
Per il gioco della tombola a premi (tipicamente utilizzato in sagre paesane, circoli ricreativi, etc.) sono disponibili dei fogli contenenti sei schede standard ciascuno. Le schede contenute in ogni foglio sono costruite in modo tale che il foglio contenga una ed una sola volta tutti i numeri da 1 a 90 (6 schede x 15 numeri a scheda = 90). Tale disposizione è molto ingegnosa: mentre a prima vista la ripartizione dei numeri sembra del tutto simmetrica (5 numeri e 4 spazi per riga), la prima colonna contiene solo 9 numeri (da 1 a 9) e 9 spazi, le colonne intermedie contengono 10 numeri e 8 spazi, mentre l’ultima colonna contiene 7 spazi e addirittura 11 numeri (da 80 a 90). Il fatto che i fogli di schede contengano tutti i numeri ha un benefico effetto psicologico sul giocatore, il quale, potendo segnare ogni numero estratto, ha l’impressione di procedere speditamente verso la vittoria.
I fogli di cartelle di vecchia produzione inoltre hanno una disposizione uniforme degli spazi rispetto ai numeri che li rende gradevoli alla vista, mentre i fogli di produzione più recente (che non copiano le vecchie disposizioni), hanno dei “grumi” di numeri e vistosi spazi vuoti. Spesso le schede standard sono prodotte dalla suddivisione in 6 parti dei fogli interi, in modo da rendere uniforme la distribuzione dei numeri presenti.
I giocatori “professionisti” di tombola, possono arrivare a giocare con due o tre fogli di schede contemporaneamente (per un totale di 18 cartelle). Dato che l’estrazione dei numeri può essere molto veloce, questi giocatori devono poter segnare i numeri molto velocemente. Un metodo per la segnatura veloce dei numeri è il cosiddetto metodo “alla francese”. In questo metodo si utilizza un solo fagiolo per riga; per prima cosa si posiziona un fagiolo a sinistra della prima casella di ogni riga. Ogni volta che viene estratto un numero, il fagiolo della riga corrispondente viene fatto avanzare fino alla prossima casella bianca verso destra. In questo modo il numero di caselle bianche occupate indica quanti sono i numeri estratti per ogni riga. Quando un fagiolo raggiunge la parte destra della scheda si ha la cinquina. Quando tutti e tre i fagioli di una scheda raggiungono il traguardo si ha la tombola. Questo metodo permette di segnare i numeri molto velocemente anche se non si può conoscere quali sono i numeri estratti ma solo quanti sono.
Tra i giochi simili alla tombola ricordiamo : il bingo, un gioco di azzardo diffuso soprattutto negli Stati Uniti, ma ormai anche in Italia ; il lotto e sue varianti come il Superenalotto, che è un gioco gestito dallo Stato.
Infine segnaliamo che le probabilità di vincere per un giocatore sono proporzionali al numero di shede acquistate ; la tombola si può considerare una variante pittoresca della lotteria o della pesca di beneficenza.

giovedì 7 febbraio 2013

Un Sud che non deve morire: San Marco Argentano



cattedrale San Nicola
Quando parliamo di Napoli, non intendiamo riferirci unicamente al suo centro antico o al suo sterminato hinterland. Che oramai copre tutta la provincia, bensì anche ai territori corrispondenti del suo regno. Che copriva tutto il meridione e, per alcuni tempi, anche la Sicilia.
In molti sperduti paesini sono ancora vive antiche tradizioni che vanno dalla cucina alle feste patronali, molto simili, e spesso oggi ancora più sentite di quelle della capitale.
Molte di queste località sono poco conosciute e rischiano di essere travolte dal mito della globalizzazione.
In particolare, quella di cui tratteremo, San Marco Argentano, rischia di scomparire fisicamente perché è interessata dalla faglia San Fili-San Marco Argentano di circa 30Km. Il cui smottamento sta portando a continui movimenti tellurici, alcuni di notevole intensità, che toccano l’intero insediamento del Pollino ed alcuni bellissimi paesi come Altomonte e Morano Calabro.

cattedrale, cripta normanna

cattedrale, cripta normanna

torre normanna

Il paese meriterebbe ben più fortuna, considerato che, nonostante la sua storia, i monumenti, la bellezza e la grande cura del verde pubblico, è tagliato fuori dai flussi turistici, forse per la mancanza di locali alla moda, e ci si incontra solo per il piacere di stare assieme, magari davanti al camino d’inverno, per suonare l’organetto o il tamburello e cantare le canzoni tradizionali, anche quelle albanesi e greche dal momento che nei dintorni ci sono paesi un tempo abitati da popolazioni venute dall’Albania e dalla Grecia, come Santa Caterina Albanese e San Demetrio Corone.
Il territorio comunale è servito da un’estesa rete stradale, con un asse viario che lo collega sia allo Ionio che al Tirreno.
Le origini del nome derivano da San Marco Evangelista, patrono della città, mentre Argentano fu aggiunto in seguito con una delibera comunale del 1862, in onore della famiglia degli Argento.
Taluni storici hanno identificato San Marco con la città di Argentum, citata da Tito Livio, assieme ad altri centri Bruzi, che si unirono ai Romani nella guerra contro Annibale. Di certo, la zona fu abitata dall’uomo fin dai tempi del neolitico, come attestano numerosi ritrovamenti, mentre trace di insediamenti di epoca romana, rinvenute in località Cimino, sono conservate nel museo archeologico di Sibari.

fontana normanna

villa comunale

villa comunale

L’epoca cristiana è segnata dal passaggio dell’apostolo Marco mentre l’assetto urbanistico dell’attuale centro storico è dovuto all’arrivo dei Normanni ed in particolare di Roberto il Guiscardo, come testimoniano vari monumenti, quali la Torre, la cripta del duomo e l’Abbazia della Matina, d’origine benedettina.
L’originaria struttura feudale è evidente nel percorso che unisce il Duomo alla torre Normanna mentre chiese, palazzi  e blasoni gentilizi giustificano l’antico appellativo di “Città dei Nobili”.
Tra i numerosi monumenti ricordiamo l’abbazia della Matina con l’aula capitolare(sec.XI-XII), la torre Normanna (sec.XI), la cattedrale con annessa cripta (sec.XI) e la chiesa della Riforma di epoca successiva.
Tra le feste e gli eventi più importanti si  segnalano la festa di San Marco Evangelista il 25 aprile e la “Partita del Re” che, che la terza domenica di agosto, riproduce una battaglia medievale su una scacchiera gigante i cui protagonisti,pedine e pezzi in abiti storici, seguono le rigide regole di una partita a scacchi.
L’economia fino agli anni settanta era prevalentemente agricola, poi ha subito una profonda trasformazione con piani di industrializzazione, mentre la presenza di scuole, uffici pubblici e servizi sanitari ha accresciuto notevolmente il settore terziario.

Oratorio San Francesco di Paola

grotta di San Francesco di Paola


chiesa della Riforma, esterno

Vi sono diverse botteghe che vendono artigianato locale che spazia dalle cartoline di legno alle terracotte, mentre, tra i prodotti gastronomici, famosi sono i cardi selvatici sott’olio.
La cucina contadina punta sulla genuinità degli ingredienti. I piatti forti sono le paste fatte in casa, le minestre a base di verdure e legumi e la mischi glia, composta da nove erbe spontanee cotte assieme. Tipiche del luogo sono le cicerchie, un raro legume tra ceci e i  lupini. Tra i dolci spiccano quelli al miele di tradizione araba.
Vi sono poi deliziosi formaggi dal gusto dolce da gustare con fragrante pane casareccio.
Nella cucina di San Marco si rispecchiano le caratteristiche di tutte le cucine meridionali, con olio e verdura in abbondanza e la pasta lavorata in casa, ma soprattutto si manifesta la gioia di vivere degli abitanti di questa terra antica, custodi della fedeltà ai più semplici principi della vita.
Motivo in più per visitare questa cittadina e respirarne la fraterna solidarietà e l’attaccamento alle tradizioni.

chiesa della Riforma,altare maggiore

chiesa della Riforma, interno

chiesa della Riforma, interno


Foto di Maddalena Iodice

lunedì 4 febbraio 2013

LE STATUE DI NAPOLI CHE PARLANO




Le statue di Napoli, per quanto molte, se non tutte, versano in uno stato deplorevole di conservazione, raccontano la storia della città.


Raccontano, alcune urlano per lo scempio di cui sono state fatto oggetto dai cittadini e da un’amministrazione distratta e colpevole.
Alcune sono nate per un motivo estetico ma la maggior parte vogliono ricordare un evento storico o intendono rammentare un personaggio eminente della vita cittadina o della nazione: marmi e bronzi che cercano di glorificare l’esempio di uomini che hanno dedicato la propria esistenza all’arte, alla medicina, alle lettere, al diritto.
Più che per corso topografico seguiremo un criterio cronologico, partendo dagli esemplari che ci descrivono le origini della città, per cui prenderemo in esame il gruppo della sirena Partenope, la quale, secondo la leggenda, si uccise per amore di Ulisse ed il suo corpo fu sospinto dalle onde del mare sugli scogli dove sorse la città detta in seguito di Neapolis.
Oggi troneggia imponente al centro della piazza dedicata al poeta Jacopo Sannazaro ed è composta da una gigantesca sirena emergente dalle onde in un tripudio di animali marini grandi e piccoli e poggia sopra uno scoglio con alghe e flora acquatica, eseguita dallo scultore Onofrio Buccini. Originariamente nel 1869 fu collocata nei giardini antistanti la vecchia stazione ferroviaria per essere trasferita dove l’ammiriamo oggi nel 1924, quando venne inaugurata l’adiacente Galleria Laziale.

la sirena Partenope
Un’altra famosa statua che ci porta indietro nel tempo, in epoca romana, è quella posta a piazzetta Nilo, più nota come largo Corpo di Napoli, centro geometrico della città, in una zona dove abitava la colonia Alessandrina costituita da mercanti egiziani. Essa è costituita, almeno come la vediamo a partire dal 1667, da una poderosa figura barbuta, distesa sul fianco sinistro e sostenente col braccio destro una cornucopia di frutta, ma un cronista del XIII secolo la presentava come una donna con i figli che raffiguravano gli affluenti del Nilo, fiume sacro perché grazie alle sue periodiche inondazioni ha sempre reso fertili le terre contigue al suo interminabile decorso, messe in evidenza dalla cornucopia. Sul basamento vi è una lunga epigrafe latina, che spiega la tormentata storia del monumento.

il corpo di Napoli
Rimanendo in ambito mitologico citiamo, nei giardini di piazza Cavour, una fontana ellittica che ospita, su una base di mattoni, una statua di bronzo raffigurante un tritone, una divinità metà pesce e metà uomo, figlio di Poseidone, che irrora con un getto d’acqua dalla bocca la circostante fontana, che un tempo ospitava delle paparelle, ma che già negli anni ’50 (e posso testimoniarlo personalmente, perché ho frequentato per sei anni, asilo ed elementari, il vicino Istituto Froebeliano) era diventata ricettacolo di rifiuti galleggianti, dove d’estate gioiosamente sguazzavano torme di scugnizzi.

tritone
Un’altra piccola fontana, trasformata oggi in pubblico orinatoio, è la vasca circolare di porfido, proveniente dal tempio di Poseidone a Paestum, nella quale sono disposti quattro leoni di marmo di stile egizio realizzati da Pietro Bianchi nel 1825, quando si trasferì, per toglierlo dalle intemperie, il celebre gruppo marmoreo del Toro Farnese, oggi tra i gioielli del Museo Archeologico.

fontana della vasca di porfido, in villa comunale
Lo stesso artista, alcuni anni prima (1812-16), aveva realizzato otto statue simili di leoni egizi nell’emiciclo della chiesa di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito.
Rimanendo nella stessa piazza descriviamo l’imponente monumento equestre dedicato a Carlo di Borbone, immortalato nel bronzo dal celebre Antonio Canova nel 1818. Essa fa da pendant alla statua equestre di Ferdinando I di Borbone, che, commissionata anche essa al Canova, fu completata dal napoletano Calì per l’improvvisa scomparsa dello scultore trevigiano. Entrambi i sovrani sono raffigurati con un incedere solenne e vestiti alla romana, segno evidente del dominante gusto neoclassico dell’epoca.

Ferdinando di borbone
Sulla facciata di Palazzo Reale per volere del re Umberto I di Savoia furono collocate nel 1888 otto statue marmoree raffiguranti i più rappresentativi sovrani delle dinastie che hanno regnato a Napoli. Essi sono in ordine cronologico, partendo da sinistra avendo di fronte la facciata: Ruggero il Normanno, opera del Franceschi; Federico II, scolpito dal Caggiano; Carlo I d’Angiò, scolpito dal napoletano Solari; Alfonso V d’Aragona, realizzato dal D’Orsi; Carlo V d’Asburgo-Spagna, su un modello del Gemito; Carlo III di Borbone, immortalato dal Belliazzi; Gioacchino Murat, eseguito da Amendola ed infine Vittorio Emanuele II di Savoia, primo re d’Italia, realizzato da Jerace.
Sono tra le statue più note della città, poste in una piazza annoverata tra le più belle d’Europa, soprattutto per la barzelletta che ogni napoletano conosce giocata sulla gestualità delle ultime tre statue: la prima sembra chiedere: chi ha fatto pipì qui a terra; la seconda: sono stato io; la terza: allora ti taglio il membro.


Gioacchino Murat

Andando avanti nel tempo arriviamo al 1799 ed al relativo monumento che ci ricorda l’evento in piazza dei Martiri. Il monumento sorse per volere di Ferdinando II dopo i disordini del 1848 e fu affidato all’architetto Enrico Alvino, che realizzò il basamento ed il piedistallo con la colonna. Poi i lavori furono interrotti per la morte del sovrano, per riprendere alcuni anni dopo con la collocazione in vetta della bronzea Vittoria alata realizzata dal Caggiano. Alla base furono posti quattro leoni in marmo a simboleggiare le quattro rivoluzioni napoletane: quello morente ricorda la rivoluzione del 1799 e fu eseguito nel 1866 da Busciolano; viene poi il leone ferito a simboleggiare la rivoluzione del 1820, opera di Lista, firmato e datato 1868; a sud compare il leone indomito che regge tra gli artigli lo Statuto del 1848, opera del 1866 del Ricca ed infine Solari realizza un leone minaccioso che allude alla rivoluzione del 1860. Vi è poi un’epigrafe dettata da Giuseppe Fiorelli e dedicata “Alla gloriosa memoria dei cittadini napoletani caduti nelle pugne o sul patibolo … ”

piazza dei Martiri
Tra le statue più belle che ornano la città vanno annoverati i due bronzei domatori di cavalli che ornano l’ingresso dei giardini di Palazzo Reale, eseguiti dallo scultore russo Clodt von Jurgensburg e donati a Ferdinando II dallo zar Nicola I nel 1846, per ringraziare il sovrano napoletano che aveva ospitato la zarina alla ricerca di un clima mite per meglio curare un fastidioso malanno.

cavalli di bronzo
La statua forse più famosa della città è quella dedicata a Dante Alighieri, eretta nell’omonima piazza nel 1872 in omaggio all’Unità d’Italia. La piazza in precedenza si chiamava largo Mercatello perché lì si svolgevano attivi commerci fino al 1757, quando il re Carlo diede incarico a Luigi Vanvitelli di creare il cosiddetto Foro Carolino, un grande emiciclo che avrebbe dovuto fare da scenografia ad un monumento dedicato al re.

Dante

Passando a statue dedicate a personaggi più vicini a noi nel tempo come Giuseppe Garibaldi che viene raffigurato a cavallo con le mani protese in avanti, poggiate sull’impugnatura della sciabola, l’opera venne eseguita nel 1904 dallo scultore fiorentino Zocchi e fu il motivo per cui la commissione toponomastica mutò il nome della piazza dedicata all’Unità d’Italia all’eroe dei due mondi. In precedenza i napoletani l’avevano sempre chiamata “’a piazza d’a stazione” a rammentare che la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, seconda al mondo, venne inaugurata nel 1839 e sarebbe opportuno che si ritornasse all’antico toponimo.

Garibaldi

Su via Caracciolo si eleva maestosa la statua equestre del generale Armando Diaz, tra gli artefici della vittoria della Grande Guerra (1918). Sul davanti è riportato integralmente il bollettino della Vittoria di cui riportiamo l’epilogo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgoglio e sicurezza.

Diaz
Infine descriviamo il monumento al celebre clinico Antonio Cardarelli di fronte all’ospedale ex 23 marzo che da lui prese il nome attuale.
Concludiamo questa nostra carrellata lamentando la mancanza gravissima di due statue da dedicare a straordinari personaggi che hanno illustrato la città: Totò ed Achille Lauro.
Un discorso a parte è costituito dalle statue che sono poste sulla sommità delle guglie: San Domenico, San Gennaro e la Madonna, che da secoli, solenni, parlano ai napoletani e nello stesso tempo ascoltano le loro invocazioni. Rappresentano dei simboli della religiosità popolare e si presentano come straordinarie macchine barocche in grado di fondere in una mirabile sintesi architettura e scultura, sacro e profano. Attraverso la loro mole maestosa hanno esaltato il potere della chiesa e nello stesso tempo il trionfo fastoso e festoso dell’effimero. Erette per esorcizzare pestilenze ed eruzioni dominano le piazze alle quali conferiscono grande prestigio. Prodotte dalla collaborazione di più artisti raffigurano l’immagine devota della città, fedele ai suoi riti e forte della sua carica di fedele spiritualità.

venerdì 1 febbraio 2013

IL LOTTO. IL SOGNO DEI POVERI




Un po’ di storia del popolare gioco, speranza di tanti!


Il gioco del lotto è stato sempre percepito come un fenomeno precipuamente napoletano, anche se all'ombra del Vesuvio è comparso solo nel 1682, mentre in Francia si giocava già dal 1539 ed in Italia, a Venezia, dal 1590.
Questa considerazione ha dato luogo ad uno degli aspetti più caratterizzanti dell’identità, amplificato da film come “Totò e Peppino divisi a Berlino” (1961), dove la zia monaca suggeriva i numeri da giocare, mentre un giudice per accertarsi che Antonio La Puzza fosse veramente napoletano, lo interroga sulla Smorfia. 21! “Allora si dice la verità”.
A lungo il lotto è stato considerato dagli intellettuali, e tra questi Matilde Serao, causa della rovina economica della città, per la grande sproporzione tra il premio sperato e la probabilità di ottenerlo ed anche la chiesa, pur considerandolo un gioco peccaminoso, lo tollerava per incrementare le entrate dell’erario. L’ultimo tentativo di abolirlo, subito vanificato, fu di Giuseppe Garibaldi, ma le ragioni dello Stato prevalsero sui motivi di ordine etico.
La cerimonia dell’estrazione avveniva ogni sabato nel salone di Castel Capuano, nel Palazzo della Vicaria, con grande concorso di popolo, che raggiungeva il più intenso coinvolgimento emotivo ed erano presenti anche molte delle orfane interessate alle quote destinate a costituire la dote per potersi sposare.
I numeri vengono estratti da un bambino, mentre l’uomo che siede su uno sgabello alle spalle del Presidente è il capo lazzarone, una specie di tribuno del popolo.
Non vi è napoletano che non creda ciecamente che tutto ciò che accade intorno a noi è trasformabile in un numero che bisogna semplicemente interpretare aiutandoci con la Smorfia, a lungo il libro più venduto dopo la Bibbia.
Nella più alchemica città del mondo si scommette in ogni dove, senza più doversi recare al banco lotto. La fortuna si può acquistare dal tabaccaio o al bar, si può sperare in una piccola vincita o in una grande duratura fortuna, senza necessità di dover ricorrere agli interpreti dei numeri, i cosiddetti assistiti ed i veri appassionati giocano piccole cifre.
Il giocatore convulsivo è attirato oggi dai Gratta e Vinci e dalle slot machine e per questa categoria possiamo applicare la mordace definizione di un cancro che rode le famiglie e vive alle spalle di coloro che lo venerano.
Gli scrittori dell’Ottocento ci hanno tramandato vari episodi esilaranti, come quello di frate Stefano, il quale, rubate le elemosine ed impegnati gli arredi sacri, sognava già di diventare un nobile, acquistare un feudo e di poter godere delle grazie delle più belle popolane.
Per giocare i numeri si ispira al Crocifisso, il quale gli gioca un brutto tiro, perché non vince alcunché e per ripicca decide di farsi musulmano e, catturato dai Cristiani, morirà da turco, senza dare ascolto alle parole del prete che tentava di convertirlo.
Il sovramondo magico religioso che circonda il lotto è costituito da alcuni personaggi che vengono considerati intermediari tra presente e futuro, per cui sono in grado di fornire i numeri giusti da giocare. In questa categoria sono inclusi alcuni santi come San Pantaleone, considerato il santo protettore dei giocatori e si racconta che vi fosse una statua cava dietro, dove recitando novene ed invocazioni si potevano trovare indicazioni utili. Se la richiedente era una donna si richiedeva che fosse vergine. “Per la vostra santità, per la mia verginità, datemi tre numeri per carità”.
Altri intermediari che vengono invocati sono le anime del Purgatorio, perché per la loro condizione di essere sospese tra l’aldilà e l’aldiqua sono più vicine al futuro che al passato.
A Napoli esiste un culto specifico per le anime del Purgatorio, le quali comunicavano frequentemente attraverso i sogni o durante dei riti collettivi che si tenevano di venerdì. Altri personaggi sono il monaciello ed i cosiddetti assistiti che si ritiene comunichino con gli spiriti. Un discorso a parte va fatto per i monaci, tra cui famoso era ‘O monaco ‘e San Marco, il quale per ispirarsi toccava le donne con una particolare predilezione per le parti intime, pratica che venne interrotta quando un marito sospettoso si travestì da donna ed allorché la mano sacrilega trovò il membro maschile ricevette un sacco di legnate.
L’ultima categoria è costituita dai femminielli, i quali, essendo parte di una marginalità, si pensava possedessero poteri magici. Ed ancora oggi in occasione delle festività natalizie si organizzano le tombolate dei femminielli. Irriverente, rumorosa, coinvolgente ed allusiva dà luogo a storie piccanti, mentre il travestito estrae il numero dal panariello e lo collega alle più sguaiate definizioni della Smorfia.

sabato 26 gennaio 2013

La guerriglia di Capodanno




Ancora un tragico Capodanno, ancora morti e feriti per botti esplosi senza controllo e fuochi acquistati sulle bancarelle abusive. Il bilancio complessivo delle persone coinvolte negli incidenti verificatisi nella notte di San Silvestro è di due morti e 361 feriti. Una vera notte di barbarie che ha attraversato l’Italia dal Sud al Nord e che ha trovato come sempre il suo epicentro a Napoli ed in Campania, dove da anni si svolge una vera e propria guerriglia e dove si sono verificati i due decessi: uno a Caserta per colpa di una miccia troppo corta e difettosa di un missile che ha frantumato il cranio del proprietario di un noto ristorante ed a Benevento dove un razzo ha decapitato un imprenditore dopo avergli devastato il volto.
Anche questa volta si è perso il conto di dita e mani amputate, accecamenti, ustioni gravissime. I botti diventano di anno in anno sempre più potenti e pericolosi, dando luogo a danni gravissimi e invalidità permanenti.
Napoli è affetta da un’assurda malattia, la cui febbre sale con l’implacabile scandire delle lance verso la mezzanotte.
Non sono mai serviti gli inviti alla prudenza, nemmeno quelli arrivati da testimonial amati e prestigiosi. Subiamo senza reagire il fascino perverso di questa tradizione arcaica. Attraverso i botti si esorcizza la paura e si grida forte la rabbia. Più c’è crisi economica e più si spara, meno soldi si hanno più si spende per girandole e botte a muro. In una gara insensata con i vicini di casa, giurando di riscattarsi l’anno successivo, se qualche condomino ha sparato più forte di tutti.
Comprare prodotti illegali è semplicissimo; un ragazzino conosce le dinamiche del mercato meglio di un finanziere. Ciò che è vietato è facilissimo da comprare.
E da questa strage non sono immuni gli animali domestici, cani e gatti, compagni fedeli della nostra vita quotidiana, per i quali questa assordante follia collettiva si traduce in una tortura incomprensibie che porta al terrore estremo, causa panico anche in esemplari di grande coraggio, come cani lupo, mastini e rottweiller.
Questo Capodanno secondo i dati delle associazioni animaliste le vittime sono state più di 900: bruciate, investite dai razzi, ma anche morte di crepacuore per la paura.





Sarebbe stato più opportuno devolvere tutti questi soldi in beneficenza. C’è un mondo che soffre in silenzio e dignità: aiutiamo costoro, anziché sparare in aria in maniera inconsulta. Perché in futuro questo auspicio possa avverarsi sarebbe necessario ed improcrastinabile che i botti venissero puniti con pene molto severe sia per chi li fabbrica che per chi li acquista. Ci vorrebbe una sorta di tolleranza zero in primo luogo contro gli abusivi che bisogna smettere di considerare dei poveri cristi che si guadagnano la giornata e poi punendo anche chi li detiene per adoperarli, equiparando i petardi che contengono un certo quantitativo di polvere da sparo in tutto e per tutto al possesso di esplosivi e trattati anche dal  punto di vista come tali.
Le bancarelle per la vendita dei botti sono spuntate come funghi un po’ dovunque in città e in provincia: a Secondigliano, Pianura, Ponticelli, Piazza Mercato, Fuorigrotta, con la camorra che gestisce la distribuzione della materia prima proveniente dalla Cina ormai per il 90% del mercato.
Buona parte della produzione è appannaggio dei laboratori privati che si contano a decine nelle zone periferiche della Campania. Sono capannoni o sottoscala nei quali vengono mescolati ed assemblati polvere nera, nitrato, potassio e zolfo. Il risultato sono botti micidiali, venduti con nomi suggestivi o folkloristici che nell’ultimo decennio ha provocato una dozzina di morti ed oltre 4000 feriti.
Vi sono almeno 50 aziende fuorilegge, ma anche chi dovrebbe essere in regola non lo è perché il personale lavora in nero come nel caso del fuochista morto ad Angri poco prima di Natale.
Una situazione di precariato strutturale che finisce per portare altri soldi nelle casse dei clan ai quali produttori pagano lucrose tangenti nonostante le forze dell’ordine abbiano intensificato i loro sforzi pe reprimere il fenomeno. Infatti nel 2012 i sequestri di materiale illegale sono arrivati a 23 tonnellate a fronte delle 8 del 2011.
Nonostante tutto razzi e cipolle dilagano, non fanno nessun gioco luminoso ma solo un gran botto; proiettili che, sparati ad altezza d’uomo, sono micidiali.
Sono quelle stesse cariche micidiali che la camorra adopera per far saltare saracinesche e vetrine dei negozianti che non vogliono pagare il pizzo.