lunedì 5 marzo 2012

LA PINACOTECA DELLA COLLEZIONE PAGLIARA

Presso l’Università Suor Orsola Benincasa a NAPOLI


La pinacoteca, frutto di una donazione di un raffinato collezionista, musicista e poeta vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, Rocco Pagliara, è conservata presso l’Università Suor Orsola Benincasa e rappresenta uno dei tanti luoghi negati alla visita di Napoli, infatti, nonostante la presenza di circa 100 dipinti, alcuni di autori di rilievo internazionale, la raccolta è sconosciuta a napoletani e forestieri ed anche molti studiosi non hanno mai avuto l’opportunità di vederla. Assurdità di un’antica capitale, troppo ricca di tesori artistici da trascurare un programma di corretta fruizione che farebbe da volano alla rinascita culturale e turistica della città.
Manca anche un catalogo delle opere, perchè una vecchia pubblicazione, oramai rara a trovarsi, contiene troppe attribuzioni incerte o completamente stravolte dal progredire delle nuove acquisizioni. Il percorso si snoda in vecchie celle monacali e segue un itinerario cronologico dal Cinquecento all’Ottocento. Ogni ambiente è arredato con gusto con mobili ed oggetti coevi ai dipinti esposti e la visita, privilegio per pochi eletti, è una gioia per gli occhi e per lo spirito.
Ci accompagna la professoressa Penta, responsabile del museo, alla cui squisita disponibilità dobbiamo gran parte delle notizie sulle opere d’arte.
L’opera più importante della prima sala è senza dubbio una tempera su tavola di piccole dimensioni, ma di grande qualità, raffigurante le Stimmate di San Francesco, firmata e databile al 1570, eseguita da El Greco, celeberrimo pittore, durante il suo soggiorno a Roma. Sul retro il nome del committente, monsignor degli Oddi, appartenente ad una nobile famiglia perugina.
Altro autore straniero, di grande livello è Claude Lorrain, illustre paesaggista, presente con un piccolo tondo raffigurante Tobiolo e l’angelo. Una scoperta della professoressa Penta, che ci ha segnalato il pendant in collezione Longhi a Firenze. Molto bella anche una Madonna col Bambino e san Giovannino, firmata e datata 1601, che ci permette di conoscere un abile quanto sconosciuto pittore tardo manierista: Andreas Arjecurt.
Nella sala successiva ci accoglie una splendida tela di grandi dimensioni, una Sacra famiglia, attribuita a Francesco Fracanzano, intorno al 1635, una data importante per la pittura napoletana, che cominciò da allora a risentire della rivoluzione cromatica tendente ad addolcire il chiaro scuro caravaggesco. Il dipinto, a nostro parere, va assegnato a Cesare Fracanzano per le stringenti analogie con i suoi due quadri, firmati, conservati al Pio Monte della Misericordia.
Di estremo interesse anche una Vanità e Saggezza, assegnata in passato ad Angelo Caroselli, caravaggista convertito poi al classicismo romano; in seguito il Bologna ha pensato ad Antiveduto della Grammatica, pittore toscano tardo manierista divenuto poi convinto caravaggesco, attivo nella nostra città nel secondo decennio del XVII secolo nel convento dei Camaldoli. Le ultime acquisizioni sull’artista hanno però escluso l’autografia di molte delle opere conservate a Napoli che gli venivano attribuite e questa circostanza invita alla riflessione sulla paternità della tela in esame.
Una Santa Cecilia contornata da angeli, attribuita nel vecchio catalogo ad ignoto artista, suggestionato dai modi di Lorenzo Vaccaro è senza dubbio opera del Vaccaro, ma di Andrea naturalmente.
Vi è poi un David vincitore festeggiato dalle ragazze ebree, assegnato in passato al Fracanzano e più recentemente al Maestro degli Annunci ai pastori, pur mancando del suo caratteristico “tremendo impasto”. Per quanto di eccellente qualità è più opportuno che rimanga nel limbo degli ignoti, anche se di lusso.
Tra i capolavori, noti da tempo agli studiosi, svetta uno dei migliori dipinti giovanili di Bernardo Cavallino: Ester ed Assuero, definito da Raffaello Causa “un’aulica scena di seduzione cortese” e collocato cronologicamente dal De Rinaldis intorno al 1642; viceversa, la padronanza nel trattamento cromatico con il prevalere della tonalità scura e la distribuzione delle figure in fila su uno sfondo architettonico, indicano una esecuzione antica, verso la metà degli anni Trenta. Il dramma e l’emotività, la dolcezza estenuata ed il tenero languore, caratteristiche patognomoniche di questo raffinato artista sono il fulcro attorno al quale scorre la composizione, che fissa il culmine della narrazione nel momento dello svenimento di Ester al cospetto del re Assuero.
Di Luca Giordano si conserva il bozzetto per la pala della chiesa del Rosariello alle Pigne, animata da colori brillanti e luminosi, derivati dall’arte del Baciccio. L’opera del 1692, secondo il Giannone fu eseguita nel corso di una sola notte, leggenda che concorse alla fama della rapidità giordanesca, da cui il nomignolo di Luca fa presto. La Madonna è raffigurata come una statua portata in processione, una idea berniniana, bizzarra ed originale che fu ripresa da altri pittori nel secolo successivo.
La sala dedicata alla natura morta contiene dipinti settecenteschi di mediocre qualità e quasi tutte le attribuzioni tradizionali sono azzardate, in particolare le tele assegnate a Francesco Fioravino, detto il Maltese, sono certamente di un modesto seguace. Il Settecento è rappresentato degnamente con molti artisti famosi da Leonardo Coccolante, presente con cinque tele, alcune molto belle, autografe, altre di bottega, a Francesco Liani, che ritrae, nel 1758, un rampollo della nidiata Borbone (per vedere fratelli e sorelle recarsi al museo Campano di Capua). Vi è poi un autoritratto di Paolo De Maio ed una pittrice, Agnese la Corcia, che ritrae il cavalier Tagliafanti. Orazio Solimena che, influenzato dal Traversi, ci fornisce un potente ritratto di nobildonna, affetta da artrite reumatoide, e Giuseppe Bonito, che immortala il volto rubizzo e rubicondo di Niccolò Jommelli. Tra gli ignoti, l’artista autore di re Ferdinando, è, senza ombra di dubbio, il sorrentino Carlo Amalfi, mentre la scena carnascialesca è vicina ai modi pittorici del Celebrano. Infine un’altra

Ignoto - Venere

pittrice, Angelica Kauffmann, ritrattista di corte, che imprime un tocco di delicatezza alle sembianze della regina Carolina.
Tra le statue, una Venere di ignoto, dal sorriso accattivante e dalle terga poderose. La collezione Pagliara possiede numerosi artisti ottocenteschi, da Corot a Gigante, da Morelli a Vinelli, oltre a Mancini, Vetri, Dalbono, Toma e tanti altri, ma al momento non vi è niente in mostra, ad eccezione di un espressivo ritratto di Gaetano Forte, un salernitano in grado di operare una profonda introspezione psicologica sui soggetti da lui raffigurati.
La pinacoteca Pagliara è, come abbiamo visto, uno scrigno prezioso, nascosto a studiosi e visitatori, che merita di essere valorizzato, perchè può costituire un fiore all’occhiello del panorama museale napoletano.

MOSTRA DI TIZIANO



articolo pubblicato mercoledì 22 marzo 2006 su: "scena illustrata"

La mostra su Tiziano, che si inaugura a Napoli il 24 aprile, si preannuncia come la più importante della stagione per il numero e la qualità delle opere esposte. Non soltanto un’antologica sul sommo pittore veneziano, ma anche una rassegna sul ritratto storico da Raffaello ai Carracci. Poco meno di 100 i dipinti esposti provenienti dai più prestigiosi musei del mondo, tra i quali numerosi per la prima volta in Italia.
Ed a confermare lo spessore internazionale dell’esposizione basta sapere che in autunno essa si trasferirà a Parigi al museo del Luxembourg. Alle grandi mostre i napoletani sono oramai abituati, da quando il compianto sovrintendente Raffaello Causa cominciò a portare nel mondo il nome della nostra città e del nostro illustre passato figurativo con le memorabili Civiltà del Seicento e del Settecento. Il testimone ereditato da Nicola Spinosa è stato tenuto ben alto e lentamente i turisti hanno imparato che Napoli non è solo Scampia o Secondigliano, con la loro cieca violenza ed il loro disperato degrado, ma anche le ampie sale del museo di Capodimonte con i loro tesori, gioia per gli occhi e per lo spirito, documento e testimonianza di un glorioso passato.
Tiziano è uno dei più grandi pittori di tutti i tempi, presente in grande evidenza nei musei di tutto il mondo, straordinario ritrattista e fautore di una rivoluzione cromatica alla quale si sono abbeverati per secoli generazioni di artisti. Vissuto quasi novanta anni ed operoso fino alla fine dei suoi giorni, ha prodotto una notevole quantità di quadri, di qualità quasi sempre molto alta e quando un Tiziano non è bello non è lui l’autore, come nel caso del ritratto di Pier Luigi Farnese col cappello, conservato a Palazzo Reale, che, ostinatamente, viene ancora ritenuto autografo.

Paolo III

Proveniente dall’eredità che Carlo di Borbone ereditò dalla madre Elisabetta Farnese, la nostra pinacoteca possiede un cospicuo nucleo di suoi dipinti, che costituiscono lo zoccolo duro della rassegna, dal memorabile ritratto di Paolo III e dei suoi nipoti, che troneggia solenne nella grande sala Tiziano, un colloquio senza parole frutto di una serrata indagine dell’animo umano trasferita sulla tela, alla sensuale Danae, restituita di recente da un accorto restauro allo splendore dei suoi colori originali.

Allocuzione del marchese del Vasto alle truppe

Tra i capolavori in arrivo da altri musei segnaliamo la Flora, proveniente dagli Uffizi, dalla sfolgorante bellezza e dalla palpabile carica erotica, che costituisce il logo della mostra e la copertina dell’esaustivo catalogo, il ritratto dell’antiquario Jacopo Strada dal Kunsthistoriches di Vienna, una spietata introspezione psicologica di un mestiere al quale è legata la stessa attività di ogni artista, il celebre autoritratto di Tiziano, già vecchio, prestito della Gemaldegalerie di Berlino, l’Allocuzione del marchese del Vasto alle truppe, dal Prado, che ci restituisce l’immagine solenne di uno dei più famosi nobili napoletani, Alfonso d’Avalos, che mostrò il suo valore nella battaglia di Pavia. Ed inoltre, vanto del Louvre, il Francesco I, protagonista assoluto della politica europea della prima metà del Cinquecento, re di Francia dal 1515 al 1547 ed il ritratto di gentiluomo, proveniente dall’Alte Pinakothek di Monaco, dominato da un sofisticato gioco di contrasti tra luci ed ombre, in grado di evidenziare lo stato d’animo e gli stessi pensieri dell’effigiato.

Galeazzo
Oltre alle tele di Tiziano si svolge una monografica sul ritratto di corte da Raffaello ai Carracci ed è l’occasione di ammirare, in rapida successione, l’opera di artisti più o meno noti, da giganti come Sebastiano del Piombo, El Greco, il Ghirlandaio, il Tintoretto, il Parmigianino, il Pontormo e tanti altri, a pittori meno noti ma non meno abili, come Pietro Negroni, presente con un incisivo ritratto di giovane della Galleria Borghese o Wenzel Cobergher, un fiammingo a lungo attivo a Napoli, che ci fornisce l’immagine di uno sconosciuto cardinale, dal volto emaciato e dal prepotente pallore, indagato con un realismo sconcertante.

Flora
Non mancano pittrici come Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, rare esponenti di un momento storico in cui la penna poteva a volte essere femmina, ma il pennello doveva essere maschio.
Anche in questa mostra nella mostra vi è un nucleo importante di quadri normalmente esposti a Capodimonte, ma purtroppo i napoletani sono pigri e tanto ricchi di opere d’arte, nelle chiese e nei palazzi, che si recano al museo solo in occasione di grandi eventi e così perdono l’occasione di ammirare tante opere che tutto il mondo ci invidia.
Per questa straordinaria occasione proponiamoci di avvertire i nostri parenti ed i nostri amici fuori Napoli ed invitiamoli a visitare l’importante rassegna. Faremo un favore a loro, che potranno godere di quasi cento splendidi dipinti ed alla nostra sfortunata città, la quale ha disperato bisogno di un presentabile biglietto da visita.

IL SENO NELLA PITTURA DEL RINASCIMENTO


In epoca moderna, a partire dal XV secolo, gli artisti, dopo i secoli di buio oscurantismo medioevale, non hanno mai cessato di interessarsi al seno femminile nelle sue svariate sfaccettature: scoperto o maliziosamente velato, innocente o peccaminoso, pubblico e privato, disponibile e proibito, senza tener conto delle forme e dei gusti anatomici, che nel tempo hanno subito sostanziali variazioni.
Dal seno efebico a quello prorompente, dalle forme opulente ed ipercolesterolemiche, glorificate nel Cinquecento e nel Seicento, ai seni a goccia o a pera, cari sia ai pittori pre-rinascimentali che alle avanguardie del Novecento. Una carrellata affascinante alla ricerca di una chiave di lettura, di una impossibile quadratura del seno, l’instabile oggetto del desiderio nel quale, pittori e scultori di ogni tempo hanno travasato le follie, i sogni, le ossessioni, i giochi fantastici, i pensieri di milioni di uomini, ansiosi di trovare una impossibile risposta alle loro ansie ed alle loro chimere.

Jean Fouquet: Madonna col Bambino


Jean Fouquet, uno dei massimi protagonisti del fecondo dialogo tra Settentrione e Mezzogiorno che domina la pittura europea del Quattrocento, ci dà una interpretazione della Madonna col Bambino maliziosa ed innocente nello stesso tempo, nella tavola oggi ad Anversa nei Musees Royaux des Beaux Arts. La sferica mammella sinistra della Vergine, che fuoriesce generosa, debordando dall’abito, richiama a viva voce i seni siliconati di una chirurgia estetica di basso rango, ma, stupefacente, è carne vera, che si mostra impudica all’osservatore con la silenziosa approvazione degli angeli, dipinti di un rosso fuoco, incerti tra incredulità e stupore. L’artista, che dipinge nel 1450, ben prima dei furori iconografici controriformisti, riproduce nei tratti della Madonna il viso e la bellezza devastante di Agnes Sorel, la favorita di Carlo VII, morta giovanissima in quello stesso anno.


Piero Di Cosimo: ritratto di Simonetta Vespucci


Piero Di Cosimo, segna il passaggio della pittura toscana dal primo Rinascimento al Cinquecento. Artista dalla precisione fiamminga e dalla fertile vena creativa nel ritratto di Simonetta Vespucci, eseguito nel 1480, oggi nel museo Condè a Chantilly, ci offre un seno lieve, pallido, appena accennato, sul quale striscia minaccioso un elegante serpente, già presago della prossima prematura morte della bellissima fanciulla, dal fascino misterioso e dalla profonda malinconia, accentuata dallo studiato effetto di contrasto della nube scura che incornicia il volto, dominato da una splendida quanto preziosa acconciatura.

Hans Memling: Betsabea al bagno

Pochi anni dopo Hans Memling, campione nordico della pittura a carattere religioso e devozionale, si confronta e lo farà una sola volta con il nudo femminile nella Betsabea al bagno, conservata a Stoccarda nella Staatgalerie. Il dipinto è uno dei rarissimi esempi di nudo muliebre nella pittura neerlandese del Quattrocento e come tale ha risvegliato l’interesse degli studiosi. Il Memling, rifacendosi ai raffinati modi pittorici del van Eyck, ha impresso un vivace senso di movimento alla figura della donna dai contorni di un’astratta bellezza. L’incarnato lucentissimo, alabastrino ci dà l’idea del marmo, ma di una marmo caldo, palpitante di vita e di desiderio. I seni sembrano assecondare la descrizione ideale che Ugo de Fouillot, celebre cantore della bellezza femminile ne fece in un suo sermone di commento al Cantico dei Cantici:” belli sono infatti i seni che sporgono di poco e sono modicamente tumidi...trattenuti, ma non compressi, legati dolcemente senza che ondeggino in libertà”.

Lucas Cranach il vecchio:Venere ed Adone

Nel 1506, ad inizio secolo, Lucas Cranach il vecchio, sensibile interprete della pittura rinascimentale tedesca, ritorna sul tema di Venere ed Adone, già trattato altre volte, ma in questa tela, conservata a Roma nella Galleria Borghese si esprime ad un livello qualitativo mai più raggiunto. L’iconografia è tratta dal mondo pagano, una miniera inesauribile per gli artisti ansiosi di sovrapporre alla narrazione il motivo del nudo, che prima di Cranach nella pittura tedesca era stato affrontato soltanto dal Durer.

Nei primi anni del XVI secolo l’ideale di bellezza era legato ai principi di proporzione ed armonia, certamente infranti dall’artista, che ci offre una Venere anticonformista, dalle gambe lunghissime e slanciate e dal corpo impudicamente esposto, mentre un velo ai limiti della trasparenza e leziosamente tenuto dalla dea tra le mani accentua maggiormente lo splendido corpo, al quale fa da corona un elegante cappello, calzato con spavalderia. Il seno, appena accennato e pur solenne, gotico, di vichinga altezzosità risplende nel biancore dell’incarnato porcellanato ed ammicca maliziosamente l’osservatore, incurante dello sguardo innocente dell’amorino, che ai suoi piedi le reca in dono un favo di dolcissimo miele.

Venere del Giorgione

Il Cinquecento inaugura la spettacolare serie delle Veneri nude con la più sensuale e misteriosa delle creazioni del Giorgione, il quale, nel 1509, ci fa dono dell’ immagine immortale di una placida fanciulla che sogna e ci fa sognare. Il quadro, conservato nella Gemaldegalerie di Dresda, ci mostra la novella Venere, dalle forme tornite ed appetibili, immersa in un ampio e tranquillo paesaggio, con il corpo ignudo spavaldamente esposto, ad eccezione del pube, dove poggia guardingo il palmo della mano. Il volto sereno, senza ombra di turbamento, irradia una serena beatitudine, mentre la ragazza è teneramente abbandonata nel sonno e si identifica con la calma serafica della natura circostante, ma sembra felice di poter essere contemplata, orgogliosa del suo seno sapientemente offerto, grazie al braccio poggiato con astuzia dietro la testa, che amplifica ed innalza i carnosi pomi dorati con le deliziose ciliegine.


Venere del Tiziano

Alla Venere del Giorgione fa eco la Venere del Tiziano, tra i capolavori dell’artista, realizzata nel 1538 e conservata a Firenze nella Galleria degli Uffizi. Uno splendore di carni sanamente nude ed un anelito a fissare per l’eternità un archetipo di bellezza fisica femminile, in un periodo storico impregnato di un simbolismo neoplatonico, che affonda le sue radici in una rilettura ficiniana della mitologia. Non più l’ideale divinizzato del Botticelli, che, succube dei deliranti sermoni del Savonarola, ritiene che la bellezza risplenda tanto più luminosamente quanto più si avvicina alla bellezza divina, bensì l’esaltazione di una donna vera, libera ed appagata, resa con colori vividi, ambrati. Una dorata e morbida beatitudine, folgorata da improvvise accensioni di luce e penetranti bagliori, che il malizioso pennello del pittore imprime nella tela con felicità. Lo sguardo languido sembra invitare lo spettatore a godere, con la vista e la più sfrenata fantasia del giovane corpo, nel quale due piccoli seni rifulgono come due boccioli di rosa, impalpabili ed esposti con orgoglio all’ammirazione.

Palma il Vecchio: donna discinta

A metà secolo, nell’arco di pochi anni, vediamo all’opera sul tema del nudo femminile alcuni degli artisti più illustri, da Palma il Vecchio al Bronzino, fino allo stesso Raffaello. Il primo divise con Giorgione e Tiziano l’onore e l’onere di modernizzare e rigenerare l’arte veneziana, portando a saturazione alcuni temi del primo Cinquecento. Le sue donne sono creature floride, matronali, fulgide e ci appaiono sempre come se si trovassero davanti ad uno specchio, in contemplazione soddisfatta e vana di se stesse, bandiere senza anima di una bellezza rigogliosa. Nel ritratto di donna discinta del museo Poldi Pezzoli di Milano l’artista entra in sintonia con le esuberanti forme anatomiche della modella, nell’abbondanza delle straripanti chiome biondo rossastro, delle morbide carni, delle soffici vesti, che lambiscono il seno e pare vogliano accarezzarlo. I capelli, foltissimi, sono di quel biondo tiziano che vira verso il rosso, una tonalità di colore di gran moda a Venezia in quegli anni, ottenuta grazie a raffinate quanto segrete tinture La donna sembra voglia rappresentare solo se stessa in un delirio di narcisismo e desidera l’ammirazione delle sue curve opulente. Il seno, con malcelata malizia, diventa il punto focale della composizione con la camicetta che scopre e nasconde nello stesso tempo, eccitando l’occhio incantato dell’osservatore.

Bronzino: Allegoria di Venere

Il Bronzino fu un abile manierista e seppe interpretare perfettamente il gusto di un’aristocrazia vuota, circondata di fasto e di apparenza. I suoi personaggi erano studiati più nelle pose che nelle fisionomie e nei suoi ritratti, realizzati con una tavolozza fredda e disincantata, mescolava con rara abilità il soggetto mitologico con complesse allegorie, come nel suo capolavoro: un’Allegoria di Venere conservata alla National Gallery di Londra, un inno pagano, un cantico solenne all’amore lussurioso ed al pieno soddisfacimento dei sensi. La tela, databile al 1545 e destinata a Francesco I di Francia, è impregnata di un profondo simbolismo variamente interpretato dagli studiosi, ma, al di là dei sottintesi, prorompente è la carica di viva sensualità che gronda dal ritmico articolarsi delle spettacolari anatomie, che si intrecciano soggiogate dal desiderio, spinto fino agli estremi di un irrefrenabile erotismo. Il ritmo narrativo è filtrato dal frigido intellettualismo che sottende alla sottile dialettica del sentimento amoroso, cara alle dissertazioni pseudo filosofiche del Cinquecento, ma la forza erotica che promana potente dalla tela, vince ogni vana discussione allegorica, con il corpo della dea che anela a fondersi con l’irresistibile Cupido dal culetto protrudente, abile titillatore di zone erogene. Attorno al seno di Venere, ambiguamente abbracciata al suo stesso figlio, si compie il rito della seduzione e della più perfida lussuria, con il capezzolo turgido, eccitato dalla palpitante carezza del Cupido, il quale cerca nel bacio divino il premio per la sua consumata perizia di seduttore. I corpi di un incarnato lucente, porcellanato sono fissati per l’eternità in una raffinatissima sintesi scultorea, che bene esprime l’acme della voluttà.

Un insuperato capolavoro dell’erotismo e della potente carica di seduzione del più fascinoso attributo femminile.

venerdì 2 marzo 2012

Sanremo impazza. I neomelodici stravincono



Mentre il Festival di Sanremo conquista audience, le tristi canzoni dei neomelodici napoletani raggiungono record nelle vendite, ma soprattutto apici nelle visualizzazioni su YouTube superiori a quelli delle star nazionali.
Considerati dalla critica cantanti di periferia, provinciali, hanno viceversa un bacino di ascolto vastissimo, che comprende non solo la Puglia e la Calabria, la Lucania e la Sicilia, antichi possedimenti del Regno di Napoli, ma trovano fans anche tra tanti ragazzi romani e milanesi di origine meridionale.
Nei quartieri popolari dilagano dai bassi con le radio al massimo volume, spandendo allegria tra i vicoli e costituiscono spesso la base delle suonerie dei cellulari.
I manager, che hanno tra le mani un mercato di decine di migliaia di euro, hanno superato astutamente anche il problema delle falsificazioni, invadendo direttamente il mercato con copie pirata. 
Le loro canzoni, trasmesse a ritmo continuo sulle radio libere, compaiono con il numero di telefono dell’interprete o del suo agente, così da poter facilmente essere ingaggiati per comunioni, matrimoni e feste di paese, con cachet da fare invidia alle più note popstar.
I loro testi raccontano il quotidiano: sentimenti, amore, tradimenti, temi universali, facilmente condivisibili dalla gente del popolo.
Alla base delle loro tematiche vi è l’esaltazione del consenso e della violenza, con eroi, che entrando nella camorra ne accettano le ferree regole di una consorteria in lotta contro la legalità ed il potere dello stato.
Tra le canzoni più antiche del repertorio malavitoso la più celebre è “Guapparia”, seguita da Mario Merola con la sua “Serenata calibro 9”, che ha avuto anche una fortunata versione cinematografica.
In epoca recente molte melodie hanno affrontato il tema della latitanza e dei pentiti, descritti come il male assoluto da combattere con ogni mezzo.
Lisa Castaldi in “Femmina d’onore” tratta il ruolo assunto dalle donne nella camorra, mentre Gianni Vezzosi ci fornisce un ritratto reale quanto spietato del killer.
Da questi cantanti dai capelli colorati, dal petto depilato e dal volto sempre abbronzato si potrà pure sorridere, ma dai loro testi, intrisi di malinconia e di esaltazione, si può apprendere della napoletanità più che da decine di editoriali scritti da giornalisti paludati ma spesso poco informati. 

O’ killer
Accomencio a ‘jurnata
facenn male
a chesta città.
‘Ncopp a motocicletta
co’ casco mise
e pronto a ‘ sparà,
u’ sang fridd
e senza pietà
me siente stanco
bastardo e perduto già
(Gianni Vezzosi)

Il mio amico camorrista
E’ n’ ommo
chine e’ qualità,
che ca’ paura
e co’ curaggio
a braccetto se ne và.
Rischia vita e libertà
ma’ pa’ gente
e miezz’a’ via 
na carezza nun ce stà
(Lisa Castaldi)

sabato 25 febbraio 2012

Rebibbia Uber Alles

Trionfa al festival di Berlino il film dei fratelli Taviani

i fratelli Taviani
Il penitenziario del carcere di Rebibbia è da alcuni mesi al centro dell'attenzione dei mass media internazionali.
Prima la visita del Pontefice, il quale, in occasione delle festività natalizie, non si è dimenticato di andare a visitare le sue pecorelle smarrite; ieri il trionfo, dopo oltre venti anni, al prestigioso festival di Berlino del film documentario dei fratelli Taviani, interamente girato nel carcere romano, con i detenuti che mettono in scena il "Giulio Cesare" di Shakespeare.
Una pellicola che non vuole compiacere il gusto del pubblico, ma in tende scuotere le nostre certezze morali e civili, puntando l'indice sul disastro del nostro sistema penitenziario, dove la dignità umana viene calpestata ogni giorno, trasformando esseri umani, pur colpevoli di efferati delitti, in automi disarticolati, in pallidi ectoplasmi, a volte in marionette impazzite.
Il pubblico applaude con entusiasmo, ma molti hanno le lacrime agli occhi, al pensiero che i bravissimi attori: Cosimo, Salvatore, Fabio, Giovanni, Antonio, Vincenzo e Gennaro non sono presenti, rinchiusi nella solitudine delle loro celle.
Le scene sono state girate all'interno del reparto di massima sicurezza, nelle celle, nei cortili angusti e claustrofobici che costituiscono l'universo desolante di persone, le quali a contatto con le parole immortali del grande genio, hanno conosciuto una nuova dimensione provocando dirompenti emozioni.
Il film parla di intrighi, tradimenti, morte, uomini d'onore, una terminologia familiare per chi vive nel braccio di massima sicurezza e per chi è condannato per omicidio, mafia, criminalità organizzata. Comincia a colori con il finale del "Giulio Cesare", per proseguire poi con un livido bianco e nero.
L'energia della narrazione vive nello stridente contrasto tra i silenzi delle celle e la forza straripante della rappresentazione teatrale, con la struggente malinconia, alla fine dello spettacolo, del ritorno alla desolante realtà della reclusione.
Si tratta di un riconoscimento che, oltre a gettare di nuovo luce su un tema di scottante attualità, come la drammatica situazione in cui versa il nostro sistema carcerario, costituisce un plauso ai tanti volontari, che tentano con ogni mezzo anche attraverso l'arte ed il teatro, il recupero di tante vite difficili.
Il film è stato già visto in mezzo mondo, dalla Francia all'Inghilterra, dal Brasile all'Australia, fino addirittura alla Norvegia ed all'Iran e siamo certi che sarà accolto con interesse anche dal pubblico italiano.

scene girate nel carcere di Rebibbia
il Giulio Cesare
detenuti a Rebibbia
i fratelli Taviani vincitori a Berlino 



giovedì 23 febbraio 2012

L’eterna lotta tra il bene e il male


Tuti noi abbiamo cognizione di cosa sia il bene e cosa rappresenti il male nella vita di ogni giorno; pochi si pongono il problema se il male si annidi nell’universo dal momento della creazione e sia in eterna lotta col principio contrario.
Mentre un intelligente architetto, che tutte le religioni indicano come Dio, creava le rose, un suo avversario gli poneva accanto le spine; mentre nel cielo svolazzavano nugoli  di variopinte farfalle, nello stesso tempo nascevano virus e batteri. A mio parere bene e male sono collegati all’ordine ed al disordine che regnano nell’universo. 
Basta lo spostamento di un solo aminoacido, tra le centinaia che compongono una proteina, come la mioglobina, presente in numerose specie animali, per creare una grave malattia, come pure il tanto decantato libero arbitrio, è influenzato da una tale quantità di fattori, dall’equilibrio ormonale e psichico alla casualità degli avvenimenti, da costituire una pura chimera. 
Il bene e il male si fronteggiano ad armi pari e non esistono solo come categorie del pensiero umano, destinate a scomparire con l’estinzione dell’uomo; costituiscono una realtà frutto di un’intelligenza suprema costretta a destreggiarsi tra il caso e la necessità.

lunedì 20 febbraio 2012

Il fascino perverso del transessuale



I recenti squallidi episodi di cronaca che hanno visto importanti uomini politici colti in fallo…, mentre, pur essendo ammogliati, cercavano tra le braccia di un transessuale qualcosa che la moglie, la famiglia, la società, nella quale era membri… di rilievo non erano in grado di dargli, ha riproposto all’attenzione generale ed al necessario dibattito culturale tra gli esperti una spinosa problematica, che rischia di far saltare i delicati equilibri sui quali poggia la nostra società.

Tre termini, ritenuti erroneamente sinonimi, occupano spesso le pagine dei giornali e le trasmissioni televisive: travestito, transessuale, transgender.
Tutti sono pervasi da una voglia di cambiamento della propria identità sessuale, come si evince chiaramente dal prefisso comune trans, ma mentre i travestiti amano semplicemente assumere i vestiti ed i comportamenti tipici dell’altro sesso(come ad esempio i celebri femminielli della tradizione napoletana), i transessuali anelano, con l’aiuto della chirurgia, di variare la propria anatomia genitale, per farla corrispondere a quella psicologica, mentre infine i transgender negano la dicotomia sessuale e ritengono di poter assumere contemporaneamente anatomia ed identità sia maschile che femminile. Un comportamento sfacciatamente sovversivo per i canoni della nostra civiltà, che si rifà all’antico mito degli androgini, creature bisessuali, descritte da Aristofane nel Simposio di Platone o alla figura di Tiresia, che divenne donna per sette anni, per poi ritornare ad essere uomo.
Prima di proseguire è necessaria un’ulteriore precisazione scientifica: nella nostra specie, a differenza di altre, non esiste la figura dell’ermafrodito ed alcune patologie, legate a tare genetiche, danno luogo ad individui con un duplice corredo di attributi sessuali, ma in nessun caso essi sono in grado di funzionare alternativamente come maschio o femmina. Alcuni soggetti presentano pene ed utero rudimentale, oppure il cosi detto ovotestis, la presenza nell’ovaio di tessuto testicolare primordiale. 
Per cui le trasformazioni praticate al tavolo operatorio non sono in grado di sovvertire ciò che la natura non ha previsto. 
Ma l’interrogativo che sempre più incalzante si presenta in questi giorni è cosa cerchino tanti uomini potenti tra le braccia(e tra le coscie…) di questi misteriosi individui. E come mai non capiscano quanto sia facile essere oggetto di un ricatto. Basta una cimice, una microtelecamera nascosta, un pedinamento e si finisce oggetto di minacce ed estorsioni, se non sulle pagine dei quotidiani.
La nostra morale li disprezza e considera disdicevole frequentarli, per cui il rischio di essere colti in fragrante rappresenta un concreto pericolo, che pare non spaventi più di tanto i loro più assidui clienti, addirittura eccitati dal rito della trasgressione. 
Non esistono attendibili studi scientifici sulla psicologia del transessuale, se non alcune datate considerazioni di Foucault, per cui dobbiamo affidarci a quel che hanno raccontato sull’argomento registi e scrittori.
Il transessuale si differenzia dall’omosessuale che conserva l’ortodossia del soggetto attivo e di quello passivo nella dinamica sessuale, come capitò a Verlaine quando lasciò sua moglie per Rimbaud divenendo, la “vergine folle” del suo “sposo infernale”.
Il transessuale è un uomo in fuga dalla sua identità, che cerca di trasferirsi nell’altro sesso senza rinunciare al suo, spesso per necessità contingenti legate al suo triste mestiere. Lapidarie a tal proposito le parole che Almodovar mette in bocca ad Agado, il protagonista del suo film Tutto su mia madre, il quale, alla domanda perché non si faccia asportare chirurgicamente quell’imbarazzante appendice che gli ricorda la sua mascolinità, risponde candidamente: ” E poi come lavoro, i miei clienti vogliono una donna col pisello”.
Ancora più clamorosa è un’altra dichiarazione del regista spagnolo, tra i primi a denunciare il problema sociale del transessuale: “ Trans fu quel Dio che si fece uomo restando Dio”.
La nostra società vive sull’apparenza più che sulla sostanza, per cui il trans diventa, più che fenomeno da baraccone, curiosità da esibire in pubblico, dal Grande Fratello al Parlamento. E poiché in un’epoca da basso impero e di finta democrazia come la nostra spuntano come funghi difensori di ogni causa, anche la più strampalata, perché non concedere loro di farsi una famiglia, di adottare dei figli, di costituire un modello di riferimento per le nuove generazioni?
Alcuni paesi Europei, apparentemente all’avanguardia, vorrebbero concedere loro il doppio congedo, uno di maternità ed uno di paternità, già ora la mutua rimborsa integralmente le spese per il cambio del sesso, ma anche per loro non sarà facile creare un ordine in un campo dove regna sovrana l’anarchia. 
Altrimenti saremmo costretti a gettare alle ortiche migliaia di anni di civiltà, riscrivere Bibbia e Corano, oltre a mitologia e psicoanalisi, filosofia greca e poesia provenzale.
Si aprirebbe un futuro da incubo dominato da istinto e permissività e non più da razionalità e morale.