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domenica 30 marzo 2014

Buone notizie


29 marzo 2014 ore 18:10


 SQUILLA IL TELEFONO É SUOR ANCILLA CAPPELLANA DI REBIBBIA:


 -----------------LA FINE DI UN INCUBO-----------


Gianfilippo della Ragione



domenica 5 gennaio 2014

Il Cantico dei cantici: amore terreno e amore divino


di Marina della Ragione


"Non c'è nulla di più bello del Cantico dei Cantici": queste parole sono pronunziate da uno dei personaggi dell' Uomo senza qualità, il capolavoro di Robert Musil, lo scrittore austriaco morto nel 1942, grande testimone della crisi europea del Novecento. Esse esprimono l'ammirazione incondizionata che ha goduto questo libretto biblico di sole 1250 parole ebraiche. Un poemetto che ha meritato appunto il titolo di Shir hasshirim, "Cantico dei Cantici", un modo semitico per esprimere il superlativo: il "Cantico" per eccellenza, il "canto sublime" dell'amore e della vita. 
Il massimo teologo protestante del Novecento, Karl Barth, non aveva esitato a definire questo scritto «la Magna Charta dell'umanità». Eppure questa "charta" del nostro essere uomini capaci di amare, di godere ma anche di soffrire, non è sempre stata letta in modo uniforme perché le sue sfaccettature sono molteplici e variegate come quelle di una pietra preziosa. Sembra aver ragione un antico rabbino, Saadia ben Joseph (882-942), il quale comparava il Cantico a una serratura di cui si è persa la chiave: per aprirla si devono moltiplicare i tentativi. 
La chiave indispensabile per schiudere questo scrigno è però, come spesso accade, la più immediata. Per comprendere il senso fondamentale di questo libro, in cui Dio parla il linguaggio degli innamorati, è necessario usare la chiave delle sue parole poetiche, cioè di quello che un tempo si era soliti definire il "senso letterale". Infatti l'opera raccoglie il gioioso dialogo di due persone che si amano, che si chiamano per trentun volte dodî, "amato mio", un vezzeggiativo molto simile a quei nomignoli che gli innamorati si coniano segretamente per interpellarsi. Nel Cantico la donna e l'uomo trovano tutta la freschezza e l'intensità di una relazione che essi stessi stanno vivendo e sperimentando attraverso l'eterno miracolo dell' amore. 
È una relazione intima e personale, costruita sui pronomi personali e sui possessivi di prima e seconda persona: mio/tuo, io/tu, noi/nostro. La sigla spirituale e "musicale" del Cantico è in quella folgorante esclamazione della donna: «dodî lî wa'anî lô», "il mio amato è mio e io sono sua" (2,16). Esclamazione reiterata e variata in 6,3: «'anî ledodî wedodî li», "io sono del mio amato e il mio amato è mio". È la formula della pura reciprocità, della mutua appartenenza, della donazione vicendevole e senza riserve. 
Questa perfetta intimità passa attraverso tre gradi. Conosce la sessualità che è «molto buona/bella», come si dice nella Genesi (1,31), cioè creata da Dio e adatta all'uomo. Ma la sessualità da sola è cieca, fisica, animale. L'uomo può salire a un grado superiore intuendo nel sesso l'eros, cioè il fascino della bellezza, l'estetica del corpo, l'armonia della creatura. Ma con l'eros i due esseri restano ancora un po' "oggetto", esterni l'uno all'altro. È solo con la terza tappa, quella dell'amore, che scatta la comunione umana piena che illumina e trasfigura sessualità ed eros. E sono soltanto la donna e l'uomo fra tutti gli esseri viventi che possono percorrere tutte queste tappe giungendo alla perfezione dell'intimità, del dialogo, della donazione d'amore totale. 





Il Cantico è, quindi, prima di tutto la celebrazione dell'amore umano e del matrimonio. In questo amore, però, il poeta biblico intravede quasi un seme dell'amore eterno e perfetto con cui Dio ama la sua creatura. Non dimentichiamo, infatti, che già il profeta Osea nell'VIII secolo a.C. aveva usato la sua drammatica esperienza matrimoniale e familiare come se fosse una parabola dell'amore di Dio per il suo popolo, Israele (Os 1-3). 
Il punto di partenza è, comunque, l'amore umano, che conosce anche l'assenza, la paura, il silenzio, la solitudine. Ci sono nel Cantico due scene notturne (3,1-5 e 5,2-6,3) piene di tensione, in cui l'uomo e la sua donna sono lontani e si cercano disperatamente senza ritrovarsi. L'apice del poema biblico è però in 8,6, ove si mettono in tensione dialettica amore e morte: «Potente come la morte è amore, / inesorabile come gli inferi la passione: / le sue scintille sono scintille ardenti, / una fiamma del Signore» (curiosamente è l'unico verso del Cantico in cui risuoni il nome divino Jah/Jhwh). In quel duello estremo il poeta sacro è certo che l'amore debba prevalere, come Dio è vincitore della morte e del male. Nell'interno dell'amore umano - e non prescindendo da esso, come si è fatto invece nella cosiddetta lettura "allegorica" che ha ridotto il Cantico a una larva spiritualeggiante - dobbiamo cogliere un segno ulteriore, quello dell'amore di Dio per la sua creatura. 
Nel Cantico c'è l'amore primaverile, presente non solo nella coppia bella di due giovani ma, potremmo dire, anche nell'immutata tenerezza di una coppia anziana ancora innamorata, seduta sulla panchina di un parco cittadino davanti ai giochi liberi e festosi dei bambini. Un primato è assegnato soprattutto alla femminilità perché nel Cantico la donna è più protagonista dell'uomo, nonostante il sedimentato maschilismo dell'Oriente da cui l'opera proviene. Un testo destinato a liquidare tutte le ipocrisie perché l'occhio del credente è puro e vede con passione lo splendore della natura, del corpo e dei sentimenti. 
Significativa per il nostro tema è, a questo proposito, l'attenzione riservata al volto dei due innamorati. Certo, tutto il corpo - inteso come segno di comunicazione - è coinvolto nel poema: ci sono le braccia, la mano e le dita, il cuore, il seno, il ventre, i fianchi, l'ombelico, le gambe, i piedi, le carezze, la pelle scura. Ma centrale è il volto, descritto in tutti i suoi tratti: dal capo al collo, dalle guance agli occhi, dalla bocca alle labbra, dal palato ai denti, dai capelli fino ai riccioli. 
Il Cantico è poi, un inno continuo alla gioia di vivere: «Quando il cielo è spento è dalle nuvole / -scriveva Paul Claudel, poeta francese- la superficie del lago è piatta e metallica;/quando brilla il sole / essa si trasforma in uno specchio mirabile / dalle tinte del cielo e della terra. / Così è della vita dell’uomo quando s’accende d’amore: / il panorama è sempre lo stesso, / il lavoro sempre monotono o alienante, / le città anonime o fredde, / i giorni identici l’uno all’altro; / eppure l’amore tutto trasfigura ed allora si ama tutto / e tutto si vede con occhi diversi», perché l’uomo sa che alla sera incontrerà la sua donna. Così, l’uomo credente sa che alla sera incontrerà il suo Signore.
Attribuito simbolicamente a Salomone, il padre della poesia sapienziale di Israele e il sovrano dello splendore e della gloria di Gerusalemme, il Cantico probabilmente è stato redatto in epoca molto posteriore, dopo l’esilio babilonese, cioè dopo il VI-V secolo a.C., anzi, forse nel IV secolo a.C. Difficile è definire le coordinate cronologiche precise perché accanto a vocaboli e a espressioni recenti, si incontrano termini arcaici in un meraviglioso impasto di colori e di tonalità. Il Cantico è uno scritto "mobile", che non si lascia ridurre o comprimere in uno stampo freddo e fisso. 
La lettura di questi 117 versetti diventa come il viaggio in un giardino pieno di simboli, un vero e proprio alfabeto colorato dell'amore. Come si diceva, passa attraverso il corpo dell'uomo e della donna esplorato in tutti i suoi dettagli e nel suo linguaggio che rivela i misteri interiori della persona umana. Passa attraverso il cosmo in una galassia di immagini primaverili, di alberi, di acque, di sole, di animali, di profumi, di fiori. Passa attraverso la società del Vicino Oriente coi suoi segreti, coi suoi usi e costumi, coi suoi splendori e le sue miserie, le sue città festanti di giorno e silenziose e ostili di notte. 
Simile a quelle musiche orientali che sembrano una spirale sonora che si perde nei cieli, il Cantico non segue una trama rigorosa ma si affida a una sequenza di quadri che spesso riprendono in crescendo scene precedenti. Talvolta, nella costruzione di questi quadri, il poeta usa sottilmente e liberamente materiali della poesia d'amore dell'Antico Oriente. 
Nella Bibbia il testo che maggiormente fa risplendere la meraviglia dell'amore umano e il valore di segno teologico rimane il Cantico. Dio infatti, come insegna la Prima lettera di san Giovanni, è amore. Un antico testo giudaico commentava così il viaggio di Israele nel deserto del Sinai: «Il Signore venne dal Sinai per accogliere Israele come un fidanzato va incontro alla sua fidanzata, come uno sposo abbraccia la sua sposa». 
Tutti gli innamorati dovrebbero, dunque, aprire questo libro alle soglie del loro grande giorno. Dovrebbero riprenderlo tra le mani quando, come la sposa del Cantico, sentono lontano il loro compagno e quando sperimentano l'amore umiliato e vedono la sua luce oscurata. Il Cantico deve accompagnare gli sposi credenti (ma anche coloro che non credono e hanno avuto la grande grazia di amare) nelle tappe oscure e serene, nel riso e nelle lacrime di quella stupenda vicenda che è l'amore. Ma il Cantico è nella sua meta terminale la figura suprema dell'amore tra Dio e la sua creatura, per cui esso diventa un testo capitale anche per tutti i credenti. Perciò aveva ragione il grande scrittore cristiano del III secolo Origene di Alessandria d'Egitto, quando scriveva: «Beato chi comprende e canta i cantici delle Sacre Scritture / Ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei Cantici!».



L’amore oltre la morte: Orfeo ed Euridice


di Marina della Ragione

Rubens - Orfeo ed Euridice


La storia dell’amore tra Orfeo ed Euridice è uno dei miti greci più belli, continuamente rivisitato dalla fantasia di pittori, scultori, poeti, romanzieri, musicisti e registi. 
Orfeo era figlio di Eagro, re della Tracia, e della musa Calliope (o, secondo altre versioni del mito di Apollo e di Calliope). Ha preso parte alla spedizione degli Argonauti, cioè dei guerrieri che, guidati dall’eroe Giasone, a bordo della nave Argo erano andati alla ricerca del "vello d'oro", custodito da un terribile drago. Però non sono state le battaglie e i pericoli di questa impresa che hanno reso famoso il suo nome, ma la musica e l'amore. 
Orfeo era un poeta e un musico. Le Muse gli avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo. La sua musica ed i suoi versi erano così dolci e affascinanti che l'acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i boschi si muovevano, gli uccelli si commuovevano così tanto che non avevano la forza di volare e cadevano: le ninfe uscivano dalle querce e le belve dalle loro tane per andare ad ascoltarlo.
La sua sposa era la ninfa Euridice, ma non era il solo ad amarla: c'era anche Aristeo e un giorno Euridice, mentre correva per sfuggire a questo innamorato sgradito, era stata morsa da un serpente nascosto tra l'erba alta ed era morta all'istante. 
Orfeo allora aveva deciso di andare a riprendersela ed era sceso nell'Ade, nell'oscuro regno dei morti. Con la sua musica era riuscito a commuovere tutti: Caronte lo aveva traghettato sull'altra riva dello Stige, il fiume infernale; Cerbero, l'orribile cane con tre teste, non aveva abbaiato; le Erinni, terribili dee infernali (Aletto, Tisifone e Megera), si erano messe a piangere. 
I tormenti dei dannati erano cessati (Tantalo non aveva più fame e sete ...) e ogni creatura, compresi il dio Ade e sua moglie Persefone, aveva provato pietà per la triste storia dei due innamorati.
Così Ade aveva concesso ad Orfeo di riportare Euridice con sé, ma a un patto: Euridice doveva seguirlo lungo la strada buia degli inferi e lui non doveva mai voltarsi a guardarla prima di arrivare nel mondo dei vivi (Poliziano, Fabula di Orfeo, 237.: "Io te la rendo, ma con queste leggi: / che lei ti segua per la ceca via / ma che tu mai la sua faccia non veggi /finché tra i vivi pervenuta sia"). Avevano iniziato la salita: avanti Orfeo con la sua lira, poi Euridice avvolta in un velo bianco e infine Hermes, che doveva controllare che tutto si svolgesse come voleva Ade. "Si prendeva un sentiero in salita attraverso il silenzio, arduo e scuro con una fitta nebbia. I due erano ormai vicini alla superficie terrestre: Orfeo temendo di perderla e preso dal forte desiderio di vederla si voltò ma subito la donna fu risucchiata. malgrado tentasse di afferrargli le mani non afferrò altro che aria sfuggente. Così morì per la seconda volta ma non si lamentò affatto del marito (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi se non di essere stata amata così tanto?) e infine gli diede l'estremo saluto. (Ovidio, Metamorfosi, IV, 53) Quando Dioniso invase la Tracia. Orfeo dimenticò di onorarlo, iniziando invece i suoi fedeli ad altri misteri e condannando i sacrifici umani. Ogni mattina si alzava per salutare l'alba dalla sommità del monte Pangeo e affermava che Apollo era il più grande di tutti gli dei. Dioniso, irritato. incaricò le Menadi di vendicarsi per questo affronto. Esse raggiunsero Orfeo a Deio, attesero che i lori mariti fossero entrati nel tempio di Apollo e impadronitesi delle armi, uccisero tutti gli uomini e fecero a pezzi Orfeo. Gettarono la sua testa nel fiume Ebro che galleggiò, sempre cantando, fino nell'isola di Lesbo. Le Muse addolorate seppellirono le membra di Orfeo a Libetra, ai piedi del monte Olimpo, dove si narra che il canto degli usignoli è più dolce che in qualsiasi altre parte del mondo. Le Menadi tentarono di purificarsi del sangue di Orfeo nel fiume Elicona, ma il dio del fiume si tuffò sottoterra ed emerse quattro miglia più in là con il nome di Bafira, così facendo evitò di divenire complice del massacro. Dopo la morte di Orfeo, il suo strumento divenne la costellazione della Lira. Altri danno un'altra versione della morte di Orfeo: dicono che Zeus lo uccise con una folgore perché colpevole di aver diffuso i misteri degli dei.
Orfeo resterà fedele al suo amore per Euridice e morirà ucciso dalle Menadi, le sacerdotesse di Dioniso, che lo faranno a pezzi, gettando i suoi resti nel fiume Ebro. La sua testa, caduta sulla lira, resterà a galla sull'acqua, cosicché Orfeo continuerà a cantare: "Euridice" diceva "O mia misera Euridice!" / E lungo il fiume le rive ripetevano Euridice. (Virgilio, Georgiche, IV, 525.). Così Zeus, commosso, deciderà di mettere la testa di Orfeo in mezzo al cielo, nella costellazione della Lira. 
L'addio tra Orfeo ed Euridice è scolpito su un bellissimo rilievo nel Museo Archeologico di Napoli. 
Euridice è al centro della scena, e poggia la sua mano sinistra sulla spalla di Orfeo, con un gesto pieno di tenerezza e rassegnazione. Ma Orfeo è inconsolabile e con la sua mano tocca la mano di lei, una carezza che è anche un inutile tentativo di trattenerla. 
Inutile, perché Hermes psycopompos ha intrecciato il suo braccio al braccio destro di lei, e con dolcezza ma anche con determinazione la trattiene accanto a sé: il suo compito sarà riportarla di nuovo, e stavolta per sempre, negli Inferi. 
Nemmeno una parola, solo la forza dei gesti per rendere il dolore del distacco tra i due innamorati, e la inevitabilità del destino. 
Il mito di Orfeo ed Euridice ha appassionato numerosissimi artisti, poeti e musicisti. Da Claudio Monteverdi a Christoph Willibald Gluck (indimenticabile nella sua opera l'aria "Che farò senza Euridice, dove andrò senza il mio bene?), da Antonio Sartorio a Joseph Haydn, da Poliziano a Reiner Maria Rilke al Buzzati di Poema a fumetti. Moltissime le trasposizioni in scultura e pittura: tra le tante, il Paesaggio con Orfeo ed Euridice di Nicolas Poussin, le due statue di Orfeo ed Euridice scolpite da un giovane Antonio Canova e due bellissimi quadri di Gustave Moreau, Orfeo (o Ragazza tracia con la testa di Orfeo) e Orfeo sulla tomba di Euridice.
Naturalmente non è mancato chi ha provato a trattare questo mito in modo ironico, ad esempio Offenbach nell'operetta Orphèe aux enfers (Orfeo agli Inferi). Euridice, rapita e portata negli Inferi, si innamora di Ade (Plutone) cosicché quando Orfeo scende nell'oltretomba per salvarla, lei non ne vuole sapere di seguirlo. A lui che insiste, lei dice grosso modo così: " ... Ma è tempo di spiegarsi! Bisogna che una buona volta vi dica il fatto vostro! Mio casto sposo, sappiate che vi detesto! Siete l'uomo più noioso del creato! Orfeo, è finita, fattene una ragione e smettila di importunarmi altrimenti lo dico a Plutone! Pensavate forse che avrei trascorso la mia giovinezza ad ascoltarvi recitare i vostri sogni classici?" 
Orfeo ritorna, da solo, sulla terra mentre negli Inferi tutti gli dei, che lì si sono trasferiti in cerca di emozioni "forti", si abbandonano a un ballo sfrenato con Euridice, sulle note del conosciuto Can Can finale. 
Una moderna, e retorica, versione cinematografica del mito è il recente What dreams may come (in italiano, "Al di là dei sogni"), di Vincent Ward, del 1998: muoiono tutti nel giro di pochi minuti - i due figli e il padre in due incidenti automobilistici, la madre suicida per la disperazione. E il padre, moderno Orfeo, scende all'inferno per salvare la moglie - Euridice che, essendosi suicidata, è finita nel regno dei peccatori.

L'addio tra Orfeo ed Euridice - Museo Archeologico di Napoli


domenica 1 dicembre 2013

UN ESPERTO DEL SOL LEVANTE

Franco Mazzei

Franco Mazzei, nato a Vernole nel 1939, è un’orientalista, massimo esperto di storia del Giappone, docente all’Orientale di Napoli.
Dopo gli iniziali studi all'Università Cattolica di Milano, si è laureato in Lingue e Civiltà Orientali presso l'allora Istituto Universitario Orientale di Napoli. Specializzatosi presso l’Istituto Storiografico di Tokyo, è stato dal 1968 al 1971 visting professor all’Università di Studi Stranieri di Tokyo. Dopo una breve esperienza nel corpo diplomatico, nel 1979 diventa professore presso l’Orientale; dapprima docente di Storia e Civiltà dell’Estremo Oriente, ha occupato le cattedre di Storia moderna del Giappone e Relazioni Internazionali. È stato poi Preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Orientale. Attualmente è titolare o ricopre comunque l’insegnamento di World politics, Geopolitica e geoeconomia dell’Estremo Oriente, Storia e istituzioni dell’Asia, Storia e istituzioni della Cina.
Dal 1985 al 1993, Mazzei è stato consigliere presso l’Ambasciata d’Italia di Tokyo; continua a collaborare con il Ministero degli Affari Esteri. Nel 1993, per meriti culturali, ha ricevuto dall’Imperatore del Giappone l’Ordine del Tesoro Sacro. Nel 2006 ha ricevuto l’Ordine del Sol Levante.
Ha diretto progetti di ricerca e pubblicato numerosi saggi e una ventina di volumi. Collaboratore esterno di rubriche radio-televisive, consulente scientifico della RAI (Roma), ricopre incarichi in varie istituzioni scientifiche ed è membro di numerose organizzazioni culturali. Tra l’altro è membro fondatore dell’AISTUGIA,  membro del Comitato Scientifico delle riviste “Il Giappone”, “Mondo Cinese” e “Asia Maior”, dell’Associazione Italia-Cina, della SIOI (sede di Napoli) e della School of East Asia Studies (SEAS) di Kyoto.
Ha ottenuto riconoscimenti in Italia e all’estero, fra cui il Premio Internazionale OKANO nel 1993 per meriti culturali. Ha ricevuto da S.M. l’Imperatore del Giappone nel 2004 l’onorificenza dell’Ordine del Sol Levante con raggi d’oro e collare, per meriti acquisiti nel promuovere i rapporti tra l’Italia e il Giappone.
Dall’anno accademico 2010/11 parteciperà all’insegnamento della prima laurea magistrale in “International Relations” in lingua inglese della LUISS Guido Carli.
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Il capitalismo giapponese”, “Stadi di sviluppo 1979”, “La nuova mappa teoretica delle relazioni internazionali 2001”, “Relazioni internazionali”, “Teorie e problemi 2005 “,  “Asia al centro 2006”. 
“La risposta del Giappone alla sfida modernizzante dell’Occidente”, in R. Caroli (a cura di), 1968 - Italia-Giappone: intrecci culturali, Cafoscarina, Venezia, 2008. 
Tibet e Cina, una ferita aperta, National Geographic “TIBET”, 2008.
“La diversità delle risposte del Giappone e della Cina alla modernità e alla globalizzazione”, Atti del XXX Convegno di Studi sul Giappone, Congedo Editore, Galatina, 2008.
Il Visitatore - Cina e Giappone: il XVI secolo vive nel presente, con V. Volpi, Vesperali in Cattedrale di San Lorenzo a Lugano, regia di Gladio Laiso, Lugano 2 marzo 2008 (CD).
“Il ritorno del Giappone”, Limes (Quaderni speciali), 2007-5.
“Cosa resta del grande timoniere”, Politica Internazionale, numero speciale “Le vie dell’Oriente”, IPALMO, 2009.
Manuale di politica internazionale, in collab. con R. Marchetti e F. Petito, Egea, Milano, 2010.
La rivincita della mano visibile. Il modello economico asiatico e l’Occidente, con V. Volpi, EGEA, Milano, 2010.
“Locomotiva dell’economia mondiale o potenza revisionistica?”, Mondo cinese, n.143, novembre 2010.
World Politics. Appunti e riflessioni sulla politica internazionale, L’Orientale Editrice, Napoli, 2010.
“Il Giappone e i gesuiti al loro primo incontro”, in L. Bienati e M. Mastrangelo (a cura di), Un’isola in Levante – Saggi sul Giappone in onore di Adriana Boscaro, ScriptaWeb, Napoli, 2010.
F. Mazzei, P. Carioti (a cura di), Oriente, Occidente e dintorni, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” - Dipartimento di Studi Asiatici e IsIAO, 5 voll., Napoli-Roma, 2011.
“Ripristinare la via della seta”, in F. Mazzei, P. Carioti (a cura di), Oriente, Occidente e dintorni, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” - Dipartimento di Studi Asiatici e IsIAO, Napoli-Roma, 2011.
Relazioni Internazionali, Egea, Milano, 2012.
“Orientalismo - Vecchi retaggi e nuove prospettive”, P. Frascani (a cura di), Nello specchio del mondo: l’immagine dell’Italia nella realtà internazionale, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, Napoli 2012.
“Tradizioni buddhiste e cultura giapponese. – Introduzione”, C. Bulfoni (a cura di), Tradizioni religiose e trasformazioni sociali dell’Asia Contemporanea (Religious traditions and social transformations in contemporary Asia), Biblioteca Ambrosiana, Bulzoni Editore, Milano 2012. 
Brillante fu la sua relazione al salotto di mia moglie dove, assieme a Massimo Galluppi e Maurizia Sacchetti parlò dei rapporti tra l’Italia e l’Oriente e sulla comunità cinese di Napoli.

LA STORICA DELLA CAMORRA

Gabriella Gribaudi

Gabriella Gribaudi Professore ordinario di storia contemporanea. Laureatasi a Torino, fra il 1974 e il 1977 è stata borsista presso il Centro di Specializzazione e Sviluppo per il Mezzogiorno di Portici (Napoli); ha lavorato in qualità di ricercatrice a Economia e Commercio e a Lettere e Filosofia, Università di Napoli. Ha insegnato all’Università di Bari negli anni accademici 1992/93 e 1993/94 in qualità di professore associato. Dal 1994 è docente di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Napoli “Federico II”. Fa parte della direzione di “Quaderni Storici”. Linee di ricerca:
Nei primi anni di ricerca ha affrontato il tema dell’intervento straordinario e della mediazione politica nel mezzogiorno, lavorando ai confini tra diversi approcci disciplinari e incrociando più livelli analitici: i processi economici, le relazioni politiche, la società locale, i codici culturali.
Ha condotto, negli anni ottanta, una lunga ricerca di storia sociale su un grande centro della Campania che ha seguito sotto innumerevoli aspetti (relazioni sociali e politiche, rapporto con il centro, strutture familiari, modelli di comportamento, culture ecc.) nell’arco di un secolo, dal 1880 al 1980. Un case study, che tentava di rispondere a domande più generali sul modello di formazione dello stato, sulle peculiarità del processo di “modernizzazione” nel Mezzogiorno, sul rapporto tra cultura e struttura materiale nella determinazione dei processi di trasformazione.
Ha lavorato su gruppi sociali, biografie e spazio urbano nella Napoli del novecento.
Si è occupata di epistemologia e metodologia analizzando alcuni temi cruciali della disciplina storica: il rapporto tra il contesto locale e i processi di lungo periodo, i meccanismi del mutamento sociale, la relazione tra elementi culturali e variabili economiche, fra struttura della società ed eventi, fra diacronia e sincronia, il problema delle cesure storiche, della memoria. 
In questo ambito ha riservato una particolare attenzione alla storia orale e ai metodi audiovisuali. Sta lavorando alla costruzione di un archivio di memorie orali e scritte. Negli ultimi anni ha approfondito il tema della memoria, della guerra e della violenza nei confronti della popolazione civile, in generale e in un contesto specifico, Napoli e la Campania. Ha diretto l’unità locale dell’Università di Napoli nella ricerca cofinanziata dal MURST, 1999-2001, dal titolo “Guerra ai civili. Per un atlante delle stragi naziste”.
Tra i Volumi da lei scritti ricordiamo:
Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 657.
Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale (a cura di), L’ancora del mediterraneo, Napoli 2003.
Donne, uomini, famiglie. Napoli nel novecento, L’ancora, Napoli 1999.
A Eboli. Il mondo meridionale in cent’anni di trasformazione, Marsilio, Venezia 1990. 
Mediatori. Antropologia del potere democristiano nel Mezzogiorno, Rosenberg e Sellier, Torino, 1980 (seconda edizione 1991). 
Fra i Saggi da lei scritti ricordiamo:
Narrazioni pubbliche, memorie private. La costruzione dei discorsi nazionali e il caso campano in Crimini e memorie di guerra a cura di L. Baldissara e P. Pezzino, l’ancora del mediterraneo, Napoli 2004, pp. 209-246.
Naples 1943. Espaces urbains et insurrection in «Annales. Histoire, Sciences Sociales», n.5, settembre-ottobre 2003, pp. 1079-1104.
Le voci dissonanti della retorica nazionale e lo stereotipo dell’identità italiana, in “Genesis. Rivista della Società Italiana delle Storiche”, n.1, 2002. 
Les rites et les languages de l’échange politique. Deux exemples napolitains in Cultures Politiques (sous la direction de D. Cefai), Presse Universitaires de France, Parigi, 2001.
Napoli 1943. Memoria individuale e memoria collettiva , in “Quaderni Storici”, n.101, 1999. 
Violenza e responsabilità nella guerra, in “Quaderni Storici”, n.100, 1999. 
Identité sociale et territoire. Naples entre centre et périphérie, in. Espaces, temporalites et stratifications. Exercises methodologique sur le reseau, Edition de l’Ecole des Hautes Etudes, Parigi, 1998. 
Images of the South , in Introduction to Italian Cultural Studies , ed. by D. Forgacs and B .Lumley, Oxford Univ. Press, 1996, pp.72-87.
Klientelismus im Parteiensystem. Staat und Burger in einer suditalienischen Stadt, 1945-1994, in “Historische Anthropologie. Kultur. Gesellschaft. Alltag”, Bohlau Verlag Koln Weimar Wien, n.1, 1995. 
Audiovisivi realizzati:
Terra bruciata. Massacri nazisti in Campania. Progetto, ricerca e cura scientifica di Gabriella Gribaudi, regia di Fabio Esposito e Alessandra Forni. 2002. Anteprima, Rassegna cinematografica Memoria dei testimoni e testimonianza delle immagini , a cura del Goethe-Institut Turin, Cinema Massimo, Torino 22 gennaio 2003. 
Dal cancello secondario. Storie di ebrei a Napoli. Anteprima, Napoli 27 gennaio 2002, manifestazione cittadina per il Giorno della Memoria, Albergo dei Poveri. Progetto, ricerca e cura scientifica di Gabriella Gribaudi, regia di Fabio Esposito e Alessandra Forni.
Nel salotto parlò della camorra e delineò una mappa della famiglia Mariano, padrone  dei quartieri spagnoli,  con uno stile accattivante che le permette di essere apprezzata anche dai lettori de “Il Mattino”.
   

venerdì 29 novembre 2013

CANTANTE E CHITARRISTA ANCORA SULLA BRECCIA

Fausto Cigliano


Fausto Cigliano nato a Napoli nel 1937, cantante e chitarrista è stato popolare oltre 60 anni fa. Figlio di un comandante dei Vigili Urbani,vince il Festival di Napoli nel 1959 con Sarrà chi sa?, cantata assieme a Teddy Reno.
Negli anni Cinquanta partecipa ai film Classe di ferro (Turi Vasile), Guardia, ladro e cameriera (Steno), Ragazzi della marina (De Robertis), Cerasella.
Nel 1957 partecipa al Festival di Napoli, facendo il riepilogo delle canzoni che erano state cantate durante la gara, insieme agli altri chitarristi Armando Romeo, Ugo Calise, Amedeo Pariante e Sergio Centi.
Partecipa alle edizioni del Festival di Sanremo dal 1959 al 1962, e si ripresenta nel 1964 interpretando il brano E se domani, che diverrà un grosso successo nella versione di Mina. Nel 1967 conduce alla TV dei Ragazzi il programma Chitarra Club.
È autore di canzoni quali Ossessione ‘70, Napule mia, Nella mia città, Ventata nova, Scena muta.
Nel 1992 compone la colonna sonora dello sceneggiato in 60 puntate Camilla.
Ha partecipato, eseguendo musiche proprie per sola chitarra, al film Identificazione di una donna di Michelangelo Antonioni.
Nel 1999 pubblica il CD Teatro nella canzone napoletana, edito dalla Polosud, che raccoglie 13 canzoni di notissimi artisti teatrali, (da Totò a Pupella Maggio, da Eduardo e Peppino De Filippo ad Angela Pagano, da Raffaele Viviani a Nino Taranto), interpretate dallo stesso Cigliano, accompagnato alla chitarra dal Maestro Mario Gangi.
Nel 2002 incide ...e adesso slow!, in cui reinterpreta a modo suo, traducendoli in napoletano, alcuni classici americani degli anni ‘40 e ‘50 resi famosi, all’epoca, da Nat King Cole ed accompagnato da arrangiamenti per grande orchestra scritti dal Maestro Rino Alfieri.
Nel marzo del 2004 incide L’oro di Napoli, raccolta di classici napoletani con qualche omaggio ad autori contemporanei, quali Sergio Bruni (Carmela) e Claudio Mattone ('A città 'e Pulecenella). Nello stesso anno riceve a San Salvatore Telesino (BN) il Premio Nazionale Anselmo Mattei, una manifestazione di arte, cultura e spettacolo che si svolge ogni anno nella cittadina sannita. Nel 2008 riceve il Premio Mia Martini “Alla Carriera” a Bagnara Calabra, paese natale dell’indimenticabile artista scomparsa.
Partecipa nel 2010 al film sulla canzone Napoletana, diretto da John Turturro, Passione (film 2010).
Ma la passione per la musica era nata qualche anno prima, quando Fausto, che apparteneva a una numerosa famiglia, ebbe regalata una chitarra da un suo compagno di scuola. Ed è proprio la chitarra ad essere la costante del suo rapporto col mondo della musica “leggera” italiana. Esaurita la stagione dei Festival (Sanremo 1961, 1964 con la canzone “E se domani”) Cigliano riprende a studiare lo strumento sotto la guida del Maestro Mario Gangi e, nel 1976, si diploma al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. Il contatto con le discipline musicali risveglia nell’artista il gusto per la ricerca che è inevitabilmente orientata verso le tradizioni musicali della sua città, Napoli. Conseguenza di queste speciali attenzioni sono le incisioni realizzate in concerto con Mario Gangi (Napoli Concerto) e il repertorio dei concerti tenuti in Italia e nel mondo che copre l’intera evoluzione del “fenomeno” canzone napoletana.
Negli anni ‘50 partecipa ai film: “Classe di ferro” (Turi Vasile), “Guardia, ladro e cameriera” (Steno) “Ragazzi della marina” (De Robertis) “Cerasella”.
Cogliano è autore delle canzoni “Ossessione ‘70”, “Napule mia”, “Nella mia città”, “Ventata nova”, “Scena muta”, “E t’aggia perdere”, “Pucundria ed altre”.
Nell’Antologia della canzone napoletana (De Agostini) è uscita la ristampa (CD e cassette) di “Tempo d’ammore”, poesia e canzoni con A. Mille, e una monografia comprendente brani registrati in varie epoche. Ha partecipato, eseguendo musiche proprie per chitarra sola, al film di Michelangelo Antonioni “Identificazione di una donna”.
Nel 1999 è stato pubblicato il CD “Teatro nella canzone napoletana” edito dalla Polosud Records che raccoglie tredici canzoni di indimenticabili artisti teatrali (da Totò a Pupella Maggio, da Eduardo e Peppino De Filippo a Angela Pagani, da Raffaele Viviani a Nino Taranto) interpretate dallo stesso Cigliano, accompagnato alla chitarra dal Maestro Mario Gangi. Nel 2002 esce sempre per la Polosud “...e adesso slow!” dove Fausto traduce in napoletano e reinterpreta a suo modo, alcuni classici americani degli anni ‘40 e ‘50, resi famosi, all’epoca, del grande Nat King Cole. Nel marzo del 2004, viene pubblicato “L’oro di Napoli”, una raccolta di classici napoletani con qualche omaggio ad autori contemporanei, quali: S.Bruni (“Carmela”) e Claudio Mattone (“ ’A città ‘e Pulecenella”). Il disco è interamente suonato voce e chitarra da Fausto ed è arricchito, in alcuni brani, dagli archi di Rino Alfieri e dal background vocal di Gabriella Pascale.
Ha partecipato ad alcuni film:
Guardia, ladro e cameriera, regia di Steno (1956)
Classe di ferro, regia di Turi Vasile (1957)
Ragazzi della Marina, regia di Francesco De Robertis (1958)
La duchessa di Santa Lucia, regia di Roberto Bianchi Montero (1959)
Cerasella, regia di Raffaello Matarazzo (1959)
Destinazione Sanremo, regia di Domenico Paolella (1959)
Ha inciso numerosi dischi:
1957: Souvenir d’Italy/Guaglione 
1958: Il poeta guappo/Tira a campà 
1958: Nun scengo/ Dduje paravise
1958: Hasta la vista Señora/Tres jolie 
1959: Nun e’ peccato, beguine / Nun me parlate ‘e chella 
1959: Ma baciami/Ne stelle ne mare 
1959: Sempre con te/Conoscerti 
1959: Sarrà chi sà/Scurdammoce ‘o cose d’o munno 
1959: Scurdammoce ‘e ccose d’o munno/Vurria tene’ dduie core 
1959: Cerasella/Vieneme ‘nzuonno 
1959: Che me diciste a ‘ffa/Il più bel sorriso 
1959: Tu, si’ tu/L’ammore fa parla napulitano 
1959: Buon Natale a te/Rose 
1960: Splende il sole/A come amore 
1960: Ich liebe dich (Ammore mio)/La donna che vale 
1960: Be mine signorina/Goodbye Maria 
1960: Due sigarette/Luna nuova 
1960: Les feuilles mortes 
1960: Be mine signorina/Ascoltando le stelle 
1960: Chi si’?... chi so’?... /‘O lampione 
1960: Nun ‘o giura’/Tira ‘a rezza, che vene! 
1961: Lei/Mare di dicembre 
1961: Tiempo d’ammore/Ogni volta 
1961: ‘Nnammuratella / Nuttata ‘e manduline 
1961: Distanze 
1961: Duorme/Uh, che cielo! 
1964: E se domani.../Il cuore a San Francisco 
1964: L’ultima luna/Aperitivo a Margellina 
1967: Suona, suona, suona/Quanto mi manchi stasera 
1967: Gerusalemme, Gerusalemme/L’ultimo valzer 
1968: L’ultimo addio/Il tuo nome 
1969: Nuddu (Fausto Cigliano)/Nuddu (Ennio Morricone) 
1969: Come un’asola e un bottone/Immagini 
1969: Ave Maria di Gounod (versione in italiano)/Ave Maria di Gounod (versione in latino)
1979: Strada ‘nfosa/Scena muta 
1981: Ventata nova/Krol 
1986: Ma ch’aggia fa/Pucundria 
Ma Cigliano non si è fermato e con le melodie classiche canta la Napoli di oggi in un album con Gabriella Pascale, con brani di Gragnaniello e Almanegretta, tra Bovio e Di Capua.
Nel pubblicare «L’oro di Napoli vol.2», qualche anno fa Fausto Cigliano aveva manifestato l’intenzione di intitolare un prossimo disco «Silenzio cantatore», «innamorato del capolavoro di Bovio e Lama, la canzone più bella del mondo, come del senso di quelle due parole messe insieme», spiega lui, che però non pensava davvero all’album che abbiamo tra le mani. «Silenzio cantatore», appena pubblicato dalla Polosud, etichetta indipendente che da anni lavora con l’ultimo grande cantante-chitarrista napoletano, è un lavoro sorprendente e coraggioso in cui, vicino a «I’ te vurria vasà» e «Passione» spuntano brani ben meno classici e recenti.
«Con il mio discografico Ninni Pascale ci abbiamo lavorato oltre un anno, verificando dal vivo l’effetto», spiega il settantaseienne chansonnier, che come il Murolo che promosse sul campo alcuni brani di Dalla, De André, Daniele e Gragnaniello come «moderni classici napoletani», mette le mani al canzoniere contemporaneo dall’alto della sua esperienza: «Questi pezzi non hanno nulla a vedere con quelli di Di Giacomo e Viviani, di Tosti e Tagliaferri, se non l’essere stati partoriti con amore, essere frutto di passione verace. Sono diversamente emozionanti, ed è bello cantare brani del proprio tempo, scoprire che c’è un presente, e magari un futuro, per cantaNapoli».
Diviso da Cigliano con Gabriella Pascale e il suo ensemble (quasi una reunion dei Walhalla: con i fratelli Pascale c’è anche Ettore Sciarra, più Vittorio Pepe, Michele Signore e Pasquale De Paola), il cd è una delizia discreta, un lavoro «in sottrazione» che esalta il valore del silenzio cantatore di «Tiempo antico», «unico pezzo scritto da Caruso ed ingiustamente dimenticato», ma anche quello che implode in «Veleno», brano dei Sud Express di Franco Del Prete, già motore di Showmen e Napoli Centrale. «È bello ritrovarsi al fianco di un maestro come Fausto», racconta la Pascale, sottolineando il cocktail delle due voci, «svincolato, ondulatorio».
Tra duetti e brani affidati all’una o all’altra ugola, vengono promossi tra «Dove sta Zazà» e «Maruzzella» anche «Stu criato», testo di Enzo Gragnaniello sul motivo della «Tarantella del Gargano», «Gramigna» degli Almamegretta, «So’ stanco» di Alan Wurzburger: «Oggi ci sono mezzi di comunicazione velocissimi, una canzone appena nata può essere diffusa in mezzo mondo», dice l’artista che lanciò «Sarrà chi sa?», «ma la celerità di circolazione a volte cancella chi non ha grandi mezzi, major o produttori potenti alle spalle. Che ”Napule è”, ”Caruso” e ”Cu’’mme”, per fare qualche titolo, siano moderni classici napoletani ormai è riconosciuto da tutti, o quasi. È giusto, allora, scegliere nel repertorio di Gragnaniello e degli Almamegretta qualche perla trascurata, sottolineare autori meno celebrati come Wurtzburger o Del Prete».
E aggiungere qualcosa di nuovo al moderno catalogo partenopeo: i due Pascale e Sciarra firmano, su testo di un’altra vecchia conoscenza del contingente Vesuwave, Canio Lo Guercio, «T’aggio perso pe’ sempe»: «Negli anni del nuovo rock abbiamo iniziato scimmiottando quanto succedeva all’estero, dovevamo allontanarci dall’oleografia che imprigionava la melodia di casa nostra», ricorda Gabriella, «ma poi abbiamo riscoperto le nostre radici, magari grazie anche alla lezione di qualche divo d’oltreoceano. Fare coppia con Cigliano mi dà una credibilità eccezionale. Se gli esami non finiscono mai, beh diciamo che io ne ho superato uno di quelli importanti davvero».
«Nessun esame e nessun maestro, sei bravissima», taglia corto Fausto presentando il disco al Pan: il 50 per cento del ricavato sarà devoluto proprio al Palazzo delle Arti di Napoli per dotarlo di un elevatore che renda possibile l’accesso ai disabili.

UN PROFONDO ESPERTO DEL MEDIOEVO

Errico Cuozzo


Il professor , dopo essere stato docente di Storia medioevale alla Federico II dal 1969 al 1990, si è trasferito al Suor Orsola Benincasa, dove ha ricoperto la carica di preside della Facoltà di Lettere.
È Socio ordinario della Società Nazionale di Scienze Lettere e Arti in Napoli; socio ordinario dell’Accademia Pontaniana; socio della Insigne Accademia Pontificia dei Virtuosi al Pantheon; componente del Direttivo della Società Napoletana di Storia Patria; componente del Direttivo del Centro Europeo di Studi Normanni; componente 
del Comitato scientifico dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli; collaboratore di riviste medievistiche italiane ed europee; collaboratore dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo alla riedizione del Repertorium Fontium Historiae Medii Aevi; collaboratore del “Dizionario Biografico degli Italiani”; collaboratore del 
Lexikon des Mittelalters ; dirige con G. Galasso e P. Craveri la collana “Historica” dell’Istituto Suor Orsola Benincasa; dirige con M. Caravale e O. Zecchino la collana 
“Fonti e Studi” del Centro Europeo di Studi Normanni edita da Laterza; dirige con A. Cernigliaro e O. Zecchino la collana “Medievalia” del Centro Europeo di Studi Normanni; è direttore della Collana “Alle radici dell’Europa. Pellegrinaggio alle 
Fonti”, Città del Vaticano. 
Nel 1999 è stato nominato componente della Commissione di Garanzia per la selezione dei programmi di ricerca scientifica presentati dai docenti delle Università italiane; tale incarico gli è stato riconfermato per l’anno 2000, e per il 2001. 
In data 28 aprile 2004 è stato designato quale rappresentante MIUR in seno al Consiglio di Amministrazione della Libera Università “S. Pio V” di Roma. Il prof. Cuozzo ha ricoperto tale incarico anche nei trienni 1998/2000, 2001/2003. 
É attualmente componente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Italiano di Scienze Umane con sede in Firenze. 
È autore di numerose pubblicazioni:
Riflessioni in margine all’itinerario di Roberto il Guiscardo nella spedizione contro Salerno del 1076, in “Rivista Storica Italiana”, 81 (1969), pp. 706-720. 
Il “Breve Chronicon Northmannicum”, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano”, 83(1971), pp. 131-232. 
Un vescovo della Longobardia minore: Alfano arcivescovo di Salerno (1085), in “Campania Sacra”, 6 (1975), pp. 15-29.
“Quei maledetti Normanni”. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989. 
Normanni. Nobiltà e cavalleria, Salerno 1995. 
La nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno 1995. 
Federico II. Le tre capitali del Regno. Palermo- Foggia- Napoli, Napoli 1995 (in collaborazione con J.-M. Martin). 
Normanni. Feudi e feudatari, Salerno 1996. 
Storia illustrata di Avellino e dell’Irpinia, vol. II: Il Medioevo, a cura di E. Cuozzo, Avellino-Salerno 1996. 
Storia illustrata di Avellino, voll.VII-VIII: “Artificiosa Irpinia”, a cura di E. Cuozzo, Avellino-Salerno 1997.  Le pergamene di S. Cristina di Sepino (1143-1463), a cura di E. Cuozzo e J.-M. Martin, Sources et documents d’Histoire du Moyen Age, publiés par l’École française de Rome, I, Roma 1998. 
Cavalieri alla conquista del Sud. Studi sull’Italia normanna in memoria di Léon-Robert Ménager, a cura di E. Cuozzo e J.-M. Martin, Bari-Roma 1998. 
La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Salerno 2002.
Regesti dei documenti dell’Italia meridionale (570-899), ?cole française de Rome, Roma 2002 (in collaborazione con J.-M. Martin, S. Gasparri, M. Villani). 
Studi in onore di Giovanni Cirelli, a cura di Errico Cuozzo, Salerno 2002. 
Federico II. Rex Siciliae, Salerno 2003. 
Studi in onore di Salvatore Tramontana, a cura di Errico Cuozzo, Salerno 2004 
Lo Stato pontificio nel Medioevo, Salerno 2006. Quando fu relatore nel salotto culturale appassionò il pubblico parlando di Federico II.     

UNA STUDIOSA FIGLIA D’ARTE


Aurora Spinosa

Aurora Spinosa, nata a Napoli nel 1949, è figlia del pittore Domenico, e sorella di Nicola, per 5 lustri vulcanico sovraintendente e senza ombra di dubbio il più grande napoletanista in circolazione. Laureata con lode alla Federico II, ha poi conseguito la specializzazione in storia dell’arte, materia di cui è docente presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, di cui è anche curatrice. In precedenza ha insegnato presso le accademie di Catanzaro e Bologna. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo:
1974 A. Spinosa I cibori fanzaghiani di Santa Patrizia in Napoli e dell’Addolorata in
Serra San Bruno, Napoli.
1975 A. Spinosa, Cosimo Fanzago, lombardo a Napoli, in “Prospettiva”, n.7, pagg.
10-27.
1978 A. Spinosa, Due aspetti del Naturalismo a Napoli: Ribera e Fanzago, “Cultura
Società a Bitonto nel secolo XVII, atti del Seminario di Studi. Bitonto,
dicembre 1978- maggio 1979. 
1979 A. Spinosa, S. Maria della Sanità. La chiesa e le catacombe, Napoli, ed. Regina
A. Spinosa , Ancora sul Laboratorio di pietre dure e sull’arazzeria: i documenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, in “Le arti figurative a Napoli nel Settecento”. Napoli
1980 Collaborazione alla pagina culturale del quotidiano “Il Diario”. Schedatura della collezione d’ Errico della Pinacoteca Nazionale di Matera.
1983 A. Spinosa, Quale storia dell’arte in quale Accademia, in “l’Accademia di Belle
Arti di Napoli”, catalogo della mostra a Castel dell’Ovo a cura di AA.VV.
1984 A. Spinosa, Precisazioni su Cosimo Fanzago in “antologia di belle Arti”, nn. 21-22.
1985 Disegni ed acquerelli dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, catalogo della mostra a cura di A. Caputi e A. Spinosa.
Cosimo Fanzago e il naturalismo a Napoli, relazione al Convegno internazionale di studi sul Barocco “Arte e Civiltà del Seicento a Napoli”.
Guida Sacra della città di Napoli di Gennaro Aspreno Galante. Edizione revisionata ed aggiornata da AA.VV, a cura di N. Spinosa.
1987 A. Spinosa, L’Accademia di Belle Arti di Napoli, in “Edilizia scolastica e culturale, Firenze, n.6 (sett.- dic.)
1990 AA.VV., I Ventagli italiani catalogo della mostra.
Per il salotto di Donna Elvira partecipò come relatrice all’importante convegno “L’accademia delle belle Arti e l’arte contemporanea” tenutosi nel salone del circolo canottieri Napoli, in compagnia di Elia Caroli, Tony Stefanucci e Lino Fiorito.

martedì 26 novembre 2013

UN AMANTE DI PROUST

Gennaro Oliviero


Gennaro Oliviero, nato a Portici-Na il 4/6/1940, ha insegnato discipline giuridiche nelle Università di Napoli, Bari e del Molise, ricoprendo numerosi incarichi e ruoli istituzionali. È autore di pubblicazioni di successo, tra cui “Il Travet perduto” e “Come quando dove”. Ha compiuto missioni umanitarie in Iraq a seguito delle quali ha pubblicato il libro “La Babilonia imprigionata” (Clean Editrice, 1994, segnalato alla Galassia Gutenberg del 1995). Ammiratore dell’opera di Proust fin dalla prima giovinezza e fondatore dell’“Associazione Amici di Marcel Proust” (1998), ha dato vita alla pubblicazione del “Bollettino d’informazioni proustiane” e successivamente alla rivista “Quaderni Proustiani” di cui è attualmente redattore. Ha promosso la realizzazione della “Saletta Marcel Proust” di Napoli (Via Giuseppe Piazzi 55), luogo di aggregazione per conferenze, seminari e letture. Nel 2010, in occasione della visita della delegazione francese proveniente da Illiers-Combray, guidata da Mireille Naturel, (Segretaria generale della Société des Amis de Marcel Proust et des Amis de Combray) ha allestito un “museo” proustiano con libri, locandine, cimeli, ecc. nella Galleria Monteoliveto di Napoli. È autore di numerosi scritti riguardanti l’opera di Proust. È curatore del “Giardino di Babuk” (Via Piazzi 55 – Napoli) luogo di incontro per manifestazioni letterarie,artistiche e musicali,dal quale ha preso avvio il ciclo pittorico di Lavinio Sceral, ispirato ai temi proustiani; il museo Marcel Proust di Illiers-Combray ha accolto in esposizione permanente la sua opera “La Cattedrale Bianca”. Abituale frequentatore del salotto tenne una conversazione su Proust, un autore molto amato da mia moglie, ed approfondì, dopo averle lette alcune delle più belle pagine del suo libro più famoso: “ Alla ricerca del tempo perduto”.

UN CULTORE DI STORIA DELLA MEDICINA

Gennaro Rispoli


Gennaro Rispoli è un valente chirurgo, ma soprattutto raffinato cultore di storia della medicina e studioso degli ospedali napoletani, un capitolo affascinante della nostra tradizione, che merita di essere approfondito e portato alla conoscenza di tutti i cittadini. Ricordo con una punta di malinconia la relazione, in anteprima assoluta, che il collega tenne nel salotto culturale di mia moglie Elvira alcuni anni or sono, durante la quale, oltre ad una serie di rarissime foto illustranti antichi e dimenticati nosocomi cittadini, ci mostrò anche alcuni forcipi ed altri strumentari medici adoperati nei secoli scorsi, da lui raccolti per il futuro museo. (A tal proposito chi volesse approfondire l’argomento può consultare su Internet un mio articolo: Paralipomeni per una storia degli ospedali napoletani).
Il suo sogno di aprire un museo delle arti sanitarie si è poi realizzato in alcuni locali dell’ospedale degli Incurabili ed è stato oggetto di una delle visite più interessanti di una delle scorse edizioni del maggio dei monumenti. Oltre cento pezzi esposti in nove bacheche. Si possono ammirare vecchi ferri chirurgici, stampe anatomiche, farmacie portatili, antichi microscopi e clisteri. Affascinante il racconto dell’avventura del barbiere, che si trasforma in chirurgo ed i primi progressi nel campo dell’anestesia, realizzata per la prima volta in Italia proprio nell’ospedale degli Incurabili, una struttura che ha rappresentato il fiore all’occhiello della Scuola Medica Napoletana, a lungo tra le più celebri in Europa. Il Museo è ospitato in alcuni locali del Monastero delle Pentite, a sua volta collocato in quell’ambiente unico costituito dall’ospedale, dai suoi cortili e da quella grande piazza interna dove si affaccia la celebre Farmacia, la chiesa di S. Maria del Popolo degli Incurabili e la cappella dei Bianchi della Giustizia. Un continuum di scale di piperno, corti cinquecentesche e vecchie sale dell’ospedale fondato dalla catalana Maria Longo, in un momento storico in cui si credeva che le malattie fossero legate ad un castigo divino ed i medicamenti erano poco efficaci, per cui le preghiere erano necessarie per sconfiggere morbi ed epidemie. All’opera di medici ed infermieri si affiancavano perciò frati e suore che alleviavano il dolore e la sofferenza e rendevano accettabile anche l’idea della morte.
Una magistrale descrizione di tale museo è stata redatta dal mio fraterno amico Dante Caporali e per ammirare le splendide foto rinviamo a l’articolo pubblicato il 1 Marzo 2013 sulla prestigiosa rivista Scena Illustrata (consultabile in rete), mentre qui ci limitiamo a riportare il testo.
Una gradita sorpresa del Maggio dei Monumenti 2010 è stata l’apertura, anche se solo di due sale, del Museo delle Arti Sanitarie dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli.
Inserite nel ritrovato sito del Collegio delle Convertite queste due sale, che rappresentano soltanto un nucleo iniziale di un futuro Museo di Storia delle Arti Sanitarie, sono intitolate a due importanti esponenti della Scuola Medica Napoletana: Domenico Cotugno, anatomista, ricercatore e rettore dell’Università Partenopea, e Domenico Cirillo, medico e patriota della Rivoluzione del 1799.
Gli oltre cento oggetti, raccolti con pazienza da appassionati medici ed operatori sanitari dell’Ospedale, ci sorprendono per la loro bellezza e per la qualità dei materiali con cui furono forgiati da esperti artigiani per i tanti medici che si avvicendarono nell’arco di quasi cinque secoli nelle corsie di questo complesso, dove tra l’altro fu fondata la prestigiosa Scuola Medica Napoletana.
Strumenti chirurgici, sedie operatorie, macchine anatomiche in cartapesta, stampe mediche e antichi manoscritti, farmacie portatili, microscopi, set per salassi, forcipi e clisteri d’epoca ci aiutano a ripercorrere la storia e l’evoluzione delle scienze mediche che vide questo Ospedale sicuro protagonista, che vanta altresì il primato della prima pratica anestetica realizzata in Italia
La visita del Museo inizia dalla Sala Cotugno, accolti dall’austero sguardo di Domenico Cotugno, raffigurato nel busto marmoreo settecentesco dello scultore Angelo Viva, valente allievo di Giuseppe Sanmartino.
In questa sala l’oggetto che immediatamente attira la nostra attenzione è un’antica sedia operatoria ottocentesca in ghisa imbottita di velluto, che ci atterrisce alquanto se ripensiamo alle pratiche operatorie di un tempo, illustrate da eloquenti pannelli, dove quell’aggeggio e le braccia umane “aiutavano” a trattenere il malcapitato paziente che si dibatteva con analgesia abbastanza precaria.
Un’altra serie di oggetti interessanti è costituita dai bollitori per la sterilizzazione, tra i quali la pentola di Papin, un recipiente a pareti robuste chiuso ermeticamente da un coperchio con valvola di sicurezza, nel quale l’acqua bolle ad una temperatura anche superiore ai 100 °C.
Troviamo poi in altre vetrine un apparecchio per asfissia, una farmacia portatile appartenuta a Domenico Cotugno, un cauterio del ‘700, strumento chirurgico per eseguire bruciature terapeutiche, un astuccio portatile in pelle sempre del ‘700 con tutto il necessaire per operazioni chirurgiche, come bisturi, forbici e rasoi, questi ultimi da sempre presenti nell’armamentario del chirurgo per ricordare che la nobile arte è nata dall’antenato barbiere-cerusico.
Chiude l’esposizione della prima sala un antico manoscritto del ‘600 ed una serie di accuratissime stampe anatomiche provenienti dalla collezione dell’Ospedale, realizzate sotto la guida del prof. Falcone, anatomista dell’800. Questi disegni a mano fin dal ‘500 costituivano il più antico mezzo di comunicazione per la formazione e spesso venivano eseguiti in sala settoria e colorati a mano dagli allievi.
Continuando la visita si attraversa un corridoio dove prosegue l’esposizione delle stampe anatomiche e si entra nella Sala Cirillo dove è presente un busto bronzeo di Domenico Cirillo e siamo subito colpiti da uno scenografico allestimento lungo lo scalone dell’antico Monastero delle Convertite.
Alla sommità dello scalone troneggia di spalle una macchina anatomica settecentesca in cartapesta, un pò simile a quelle famose del principe Raimondo di Sangro della Cappella Sansevero, ma molto più dettagliata nei particolari. Poi vi è una composizione del noto scultore napoletano Lello Esposito intitolata Metamorfosi e che rappresenta una sorta di Pulcinella in decomposizione con un enorme ratto nero su di una spalla ed un uovo all’interno. La scultura simboleggia il proliferare della peste del 1656 a Napoli a causa dei ratti che trasportavano le uova di cimici, principale veicolo di trasmissione della terribile malattia. Infine ai piedi dello scalone una macchina protettiva per la peste, il famoso becco indossato dai medici, contenente filtri e balsami odorosi per contrastare l’aria corrotta che diffondeva il contagio attraverso invisibili particelle.
Una bacheca è dedicata all’ostetricia con tazze per puerpere, una delle quali con impresso lo stemma dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, dediti da sempre all’assistenza ospedaliera, un tiralatte, uno dei primi biberon in vetro e poi una serie di forcipi con antiche stampe relative al parto.
In un’altra bacheca troviamo invece un set per salasso con apposito recipiente in peltro utilizzato durante questa pratica, alcune lancette per salasso con manico in tartaruga ed un interessante coltello a tre funzioni impiegato per il salasso, per provocare la rottura delle acque e per la cauterizzazione.
Di grande interesse sono poi gli strumenti per litotomia, qualcuno risalente addirittura al ‘500, utilizzati durante gli interventi di chirurgia urologica per l’asportazione dei calcoli.
Accanto a vari tipi di sete e garze sterilizzate per suture vi è poi un set portatile con rasoi e seghe impiegato dai barbieri-cerusici che viaggiavano durante le guerre al seguito delle truppe, pronti ad intervenire con amputazioni di arti per evitare pericolo di cancrena.
Infine assieme ad un antico microscopio e ad una rudimentale maschera per anestesia vi è una intera vetrina con clisteri di vario tipo, sia professionali che per uso personale, e bustine di tabacco, quest’ultimo usato come stimolante però con cautela, pena gravi complicazioni che potevano portare fino al decesso.
L’interessante visita si conclude con l’augurio che tale Museo, certamente unico nel suo genere, possa restare aperto con continuità anche dopo il Maggio dei Monumenti e che possa essere soltanto il tassello iniziale di un Museo di Scienze Mediche da estendersi anche alle tante altre istituzioni ospedaliere della città di Napoli.

UNO STORICO VATICANISTA

Guglielmo de’ Giovanni Centelles


Il professor Guglielmo de’ Giovanni Centelles, docente di Storia del mediterraneo al Suor Orsola Benincasa ed alla Pontificia Università Gregoriana, è anche giornalista ed è stato a lungo inviato speciale presso il Vaticano, per conto di un importante quotidiano. Nominato Accademico Pontificio di Belle Arti e lettere è anche cavaliere di Malta e grande ufficiale del Santo sepolcro. 
Ha pubblicato cinque volumi di carattere mediterraneistico - San Giorgio e il Mediterraneo, Città del Vaticano, Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere, 2004; Arte e cultura del Mediterraneo nel XX secolo, Roma, Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, 2004; La Cronaca di Ramón Muntaner, Unesco-Fundació Jaume II el Just, València, 2005; Mercurino, Carlo V e l’Europa, Città di Gattinara, 2005; Ruggiero I gran conte di Sicilia, Roma, IBI, 2007. 
Alla riunione nel salotto tenne una lezione magistrale su Corradino di Svevia, un personaggio centrale nella storia della città.

LA TEMUTA TOGA ROSSA

Ilda Boccassini
Ilda Boccassini (pochi lo sanno) nasce a Napoli e percorre una prestigiosa carriera, seguita dai mass media come una diva, prima di diventare procuratore aggiunto dalla Repubblica presso il Tribunale di Milano.
Dopo la laurea in giurisprudenza entra in magistratura, con funzioni effettive, nel 1979 prestando servizio dapprima alla Procura della Repubblica di Brescia, e ottenendo poco dopo il trasferimento alla Procura della Repubblica di Milano. Si occupa, quasi subito dopo il suo arrivo a Milano, di criminalità organizzata.
La sua prima inchiesta di rilevanza nazionale viene denominata Duomo Connection e ha come oggetto l’infiltrazione mafiosa nell’Italia settentrionale. L’inchiesta è portata avanti con la collaborazione di un gruppo di investigatori guidati dall’allora tenente Ultimo, il capitano divenuto poi famoso per l’arresto di Totò Riina. Sono gli anni delle prime collaborazioni anche con il giudice Giovanni Falcone, che sfoceranno in un legame di profonda amicizia.
All’inizio degli anni novanta entra in rotta di collisione con altri colleghi del pool antimafia milanese, ne viene estromessa dall’allora Procuratore Capo Francesco Saverio Borrelli, ma porta comunque a termine il processo sulla Duomo Connection. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, nel 1992, chiede di essere trasferita a Caltanissetta dove rimane fino al ‘94 sulle tracce degli assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Collabora nuovamente con Ultimo alla cattura di Riina e scopre, in collaborazione con altri magistrati applicati a quelle indagini, mandanti ed esecutori delle stragi Falcone e Borsellino. Dopo una breve parentesi alla Procura di Palermo torna a Milano e, su richiesta del Procuratore Borrelli, si occupa dell’inchiesta denominata Mani pulite subentrando ad Antonio Di Pietro dimessosi dalla magistratura il 6 dicembre del 1994. Collabora, quindi, con i colleghi Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Armando Spataro e Francesco Greco, seguendo in particolare gli sviluppi delle inchieste riguardanti Silvio Berlusconi e Cesare Previti.
Continua ad operare presso la Procura di Milano dove si occupa di indagini sulla criminalità mafiosa e sul terrorismo. Ha diretto a partire dal 2004 le indagini della DIGOS che il 12 febbraio 2007 hanno portato all’arresto di 15 sospetti appartenenti all’ala movimentista delle Nuove Brigate Rosse, denominata anche Seconda Posizione. Secondo l’accusa, la presunta organizzazione terroristica, operante nel Nord Italia, stava preparando attentati contro persone e aziende. Il 28 maggio 2009 il Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) l’ha promossa alla funzione di Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Milano.
In seguito indaga sul caso riguardante l’affidamento di una giovane donna marocchina, definito giornalisticamente caso Ruby, nota negli ambienti della politica e della moda, che avrebbe compiuto alcuni furti. L’inchiesta interessa, tra gli altri, l’ex presidente del Consiglio dei Ministri italiano Silvio Berlusconi che, secondo l’accusa, avrebbe esercitato indebite pressioni sulla questura di Milano per ottenere suo rilascio e che l’avrebbe pagata in cambio di prestazioni sessuali quando era ancora minorenne. A causa di quest’incarico e di altre attività che hanno impegnato le procure della Repubblica nelle indagini su Silvio Berlusconi per reati quali concorso esterno in associazione mafiosa, prostituzione minorile, concussione, corruzione, strage, appropriazione indebita, traffico di droga, riciclaggio di denaro sporco, abuso d’ufficio, frode fiscale e falso in bilancio, Berlusconi l’ha indicata fra gli appartenenti ad una frangia della magistratura, da lui definita “sovietica” e “comunista” .
Si ricorda l’attacco da parte de Il Giornale che, su indicazione di Matteo Brigandì, componente del CSM, citato poi in giudizio per la diffusione dell'informazione stessa, all'inizio del 2011, ricorda che nel 1982 il magistrato era stato sottoposto a provvedimenti disciplinari a causa di atteggiamenti personali concludendo quindi che la Boccassini non avesse l’autorità morale per condurre le indagini su Berlusconi.
Nel dicembre 2011 viene inclusa dalla rivista statunitense Foreign policy al 57º posto nella lista delle personalità nel mondo che nel corso del 2011 hanno influenzato l’andamento del mondo nella politica, nell’economia, negli esteri.
«Magistrato-simbolo, l’unica conosciuta e invitata anche all’estero, implorata dalle tivù per un’apparizione, corteggiata per un’intervista»  
«Entrata in magistratura nel 1977, Ilda non ci ha messo molto a dimostrare di che pasta è fatta. All’inizio si occupa di rapine, delitti passionali e operazioni antidroga che la portano a ordinare blitz di centinaia di carabinieri nelle periferie di Milano. Sul finire degli anni Ottanta comincia a collaborare sull’asse Palermo-Milano con Giovanni Falcone. Con lui segue molte indagini sul riciclaggio del denaro sporco e, soprattutto, cerca di catturare l’imprendibile Gaetano Fidanzati, il boss siciliano che dalla latitanza inondava la metropoli di eroina e cocaina. Sulle sue tracce ci sono allora sia l’alto commissariato antimafia - retto da Domenico Sica e dal suo vice, l’ex sostituto procuratore milanese Francesco Di Maggio - sia i carabinieri coordinati da Boccassini e Falcone. Intercettando l’apparecchio di una cabina telefonica si riesce a individuare Fidanzati in Sud America. Viene indetta una riunione nell’ufficio di Francesco Saverio Borrelli dove tra i vertici dell’alto commissariato e Ilda Boccassini va in scena uno scontro memorabile. Ilda e Falcone spingono perché prima di arrestare Fidanzati si tenti di ricostruire la sua rete di rapporti. Niente da fare. Il blitz scatta subito. Intanto, è esplosa la Duomo Connection, uno scandalo fatto di mafiosi legati ai corleonesi, di appalti e mazzette. Gli uomini di Ultimo, per la prima volta in Italia, sono riusciti a documentare, filmando e intercettando, la vita quotidiana degli uomini d’onore al Nord. Sono saltate fuori storie di traffico di droga, ma anche i contatti con i politici che, passando per la massoneria, arrivano persino alla famiglia di Bettino Craxi. Ilda procede come un treno. Macina indagini su indagini, ma fa tutto da sola. Non si fida di alcuni colleghi e non manca di sottolinearlo aumentando così le tensioni all’interno dell’ufficio. La situazione è talmente tesa che Borrelli, dopo aver assistito all’ennesimo scontro con Armando Spataro, un altro magistrato dal carattere spigoloso, la estromette dal pool che indaga sulla criminalità organizzata. Nel settembre del 1991 il procuratore scrive: “Boccassini è dotata d’individualismo, carica incontenibile di soggettivismo e di passione, non disponibilità al lavoro di gruppo”. «Sembra il capolinea. Invece Ilda, a poco a poco, comincia a maturare. Diventa più diplomatica. Più disponibile. Fino ad arrivare a riconoscere, nel 1997, che il provvedimento di Borrelli “era dettato da una sorta di ragion di Stato”. Ma prima di giungere a quel punto molta altra acqua deve passare sotto i ponti. Soprattutto l’Italia deve conoscere la tragica stagione delle bombe di mafia. Quando muore Giovanni Falcone, lei parte di notte per vegliare con gli amici carabinieri il cadavere dell’amico. Poi, a Milano, prende la parola in un’aula magna gremitissima, e come spesso le accade dice una verità, sia pure parziale, molto antipatica. Racconta come tutti, a partire dai colleghi, per arrivare sino “agli intellettuali del cosiddetto fronte antimafia”, avessero accusato Falcone di essersi venduto quando nel 1991 aveva accettato di andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia.
“Gherardo, anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? L’ultima ingiustizia Giovanni l’ha subìta proprio dai giudici milanesi che gli hanno mandato una rogatoria senza allegati (i verbali sui politici socialisti coinvolti in Tangentopoli – ndr). Giovanni mi telefonò quel giorno e mi disse: ‘Che amarezza, non si fidano del loro direttore degli Affari penali’”. Ovvio, quindi, che in occasione del suo primo rientro dalla Sicilia, nel 1994, la Procura di Milano la circondi di freddezza. Ilda Boccassini accetta così al volo l’offerta di Giancarlo Caselli che la vuole a Palermo. La nuova esperienza dura però solo sei mesi. Anche lì, le incomprensioni non mancano: Ilda tra l’altro sostiene che è sbagliato dedicarsi più ai rapporti tra mafia e politica, che alla Cosa Nostra militare. Ma questa volta a spingerla a rientrare è soprattutto la lontananza dai due figli (un maschio e una femmina, avuti da un magistrato da cui si è poi separata) e la stanchezza per un’esistenza blindata. Certo, c’è la popolarità. Il Times e L’Express l’hanno inclusa, unica italiana, nell’elenco delle 100 donne più importanti al mondo, ma il resto è solitudine, scorte e vita da caserma. A Milano a farle da apripista verso la riconciliazione con i colleghi sono Francesco Greco e Gherardo Colombo. Sì, proprio lui, Colombo. I due ex amici (cofondatori nel 1985 del circolo Società Civile cui apparteneva anche Giuliano Urbani) si incontrano per caso in ascensore. Gherardo saluta Ilda come niente fosse accaduto. Lei, sorpresa, scoppia in lacrime: “Ma come, mi saluti? Dopo quello che ti ho detto?”. E lo abbraccia. Così quando il pool si trova per le mani la supertestimone Stefania Ariosto, Greco propone che sia lei a seguire l’indagine: per verificare le sue parole bisogna ricorrere a microspie, pedinamenti, intercettazioni. Solo lei, grazie all’esperienza siciliana, è in grado di farlo. Il 12 marzo del 1996 scatta il blitz: finisce in carcere il capo dei gip del tribunale di Roma, Renato Squillante. E l’Italia scopre ufficialmente che anche Silvio Berlusconi è sotto inchiesta per corruzione giudiziaria. Da allora la “dottoressa” – “Bocassa” – “Ilda la rossa” diventa il bersaglio grosso» (Peter Gomez). «Dice la Boccassini che quando il pubblico ministero, cioè se medesima interpretata da Anna Bonaiuto, scambia quel lungo sguardo con il Caimano – sono nell’aula del tribunale e il Caimano è stato condannato a sette anni e gli occhi del Caimano/Nanni Moretti sono accecati dall’odio per quella donna in toga – il cuore le è andato per aria, nel buio della sala. Un impulso inatteso. Si è ritrovata emozionata, atterrita, stupita della sua stessa angoscia. Come se davvero quell’occhiata ci fosse stata a Milano, al termine del processo. Come se davvero il suo viso fosse stato affrontato, per un breve e lunghissimo momento, dal disprezzo assoluto, dal rancore, dalla feroce inimicizia dell’imputato. Quello sguardo non c’è mai stato ma, dice la Boccassini, quei pochi secondi del film l’hanno precipitata di nuovo in giorni che vuole dimenticare; all’indietro in quella bolla d’odio in cui si è trovata a vivere; e ancora in quella sproporzione vigliacca che l’ha tenuta prigioniera per anni. Da un lato, il potere: il capo eletto dal popolo, il governo, il Parlamento e le televisioni, i giornali, le burocrazie, schiere di avvocati, l’opinione pubblica o meglio quella gente che le inviava lettere minacciose dicendole “puttana” o augurandole la morte per cancro. Dall’altro, lei. E chi era lei se non si crede allo Stato, all’equilibrio dei poteri, all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Un niente, nulla di più che una donna con il golfino che, per trovare coraggio e mostrare risolutezza in pubblico, mette su una collana rosso fuoco e fa ancora più vermigli i suoi capelli. Il pubblico ministero/Anna Bonaiuto affronta il risentimento del Caimano con uno sguardo non domo ma, dice la Boccassini, se ha avuto nel buio della sala quel momento d’apprensione concretissima è perché lei conosce i costi di quello sguardo fiero e ne ricorda la fatica e, perché non dirlo?, anche la paura. Quel tassista grosso grosso che, una notte, sentendo l’indirizzo di casa, le dice di aver capito e, senza girarsi verso di lei, ringhia per confermarlo: “Sì, in quella piazza dove abita la maledetta giudicessa comunista con i capelli rossi”» 
Il 20 dicembre 2007, dopo che il Consiglio superiore della magistratura (Csm) aveva scelto all’unanimità Francesco Greco e non lei per il posto di procuratore aggiunto di Milano, presentò le dimissioni dall’Associazione nazionale magistrati (il sindacato delle toghe) e revocò la propria domanda per il posto di procuratore (benché avesse a breve la certezza pressoché assoluta di essere nominata proprio in base ai medesimi criteri che le avevano fatto preferire, per anzianità, Greco). Luigi Ferrarella: «Più che con l’Anm, è con la sua categoria che il pm già più volte in passato non ha nutrito grandi lune di miele, soffrendo il fatto che i suoi processi venissero vissuti, sotto sotto, come un fardello da cui liberarsi, la causa della rappresaglia della politica sotto forma di ordinamento giudiziario sempre più punitivo delle toghe, quasi una sorta di questione personale anziché una cartina di tornasole della possibilità stessa o meno di celebrare un processo. Sensazione acuitasi nella sfilza di ripercussioni: Boccassini ripetutamente sotto inchiesta penale, procedimento disciplinare, ispezione ministeriale, interrogazione parlamentare. Con la beffa – lei sempre prosciolta, e spesso anche diffamata e/o calunniata stando a parecchie sentenze – di veder rallentata la propria normale progressione in carriera. Come lo scatto a “magistrato di Cassazione”, ottenuto senza problemi dai colleghi del suo stesso concorso, e da lei invece atteso 4 anni in più».
Maurizio Laudi, procuratore aggiunto a Torino, “avvocato difensore” al Csm di Clementina Forleo, membro dell’Anm: «Sono assai stupito dalle sue dimissioni dall’associazione perché quando anche il Csm avesse adottato uno “scavalcamento” nelle valutazioni della Boccassini il problema è del Csm, non dell’Anm».
Luciano Violante: «Credo che il problema sia più generale. Si tratta della crisi di identità professionale che sta attraversando la magistratura e che è sentita soprattutto dai magistrati più esperti. Questo stato d’animo emerge anche dal documento dei magistrati milanesi e in cui dicono che investono il 95% del loro tempo in processi inutili. Il punto di mediazione tra norma e fatto, che rappresenta la funzione specifica del magistrato, è stato sostituito dalla fatica di ricercare la norma nella confusione legislativa».
Nell’aprile 2008 il Csm l’aveva nominata a maggioranza procuratore generale di Verona, ma lei rifiutò l’incarico, avendo invece fatto domanda per la Procura generale di Padova, Firenze e Bologna. 
Il culmine della sua carriere è a Milano dove di recente al processo Ruby Berlusconi in primo grado ha incassato una condanna a 7 anni di reclusione.
Molti si aspettavano il finale previsto da Nanni Moretti nel Caimano, non è avvenuto il futuro del Cavaliere e dell’Italia è un mistero chi vivrà vedrà.

L’ARCHITETTO DELLA CITTÁ STORICA

Italo Ferraro 


Italo Ferraro è nato nel 1941 a Napoli, dove si è laureato in architettura attraversando la stagione delle lotte studentesche degli anni ‘60. Da allora ha svolto, parallelamente, attività di insegnamento universitario, progettazione e ricerca. L’impostazione dei suoi studi e della sua attività ha avuto costante riferimento al pensiero di Aldo Rossi, il grande architetto milanese scomparso nel 1991. Subito dopo la laurea, ha insegnato al Politecnico di Napoli come assistente di Luigi Cosenza ed in seguito, nella Facoltà di Architettura, ha avuto vicinanza di studi e di propositi con Agostino Renna, Umberto Siola, Salvatore Bisogni. Da circa dieci anni, dopo avere svolto un’ampia attività di ricerca anche teorica sulla città storica e moderna, italiana ed europea, si è decisamente concentrato negli studi di Napoli, fino al grande progetto di Napoli. Atlante della città storica, di cui sono stati pubblicati i primi tre volumi :
Vol. 1: CENTRO ANTICO (dic. 2002)
Vol. 2: QUARTIERI BASSI ED IL “RISANAMENTO” (dic. 2003)
Vol. 3: QUARTIERI SPAGNOLI E “RIONE CARITÀ” (dic. 2004)
Si tratta di un’opera monumentale, ogni volume ha più di 1000 pagine con centinaia di foto, la quale, una volta conclusa, rappresenterà una vera e propria Bibbia sulla città, indagata scrupolosamente in ogni punto e sulla quale studieranno generazioni di studiosi.
Purtroppo si tratta di un’opera costosa, la cui diffusione ha incontrato un ostacolo notevole nelle tasche sempre meno fornite dei lettori, a tal punto che la prima casa editrice non riteneva di continuarla, ma Italo non si è dato per vinto ed ha fondato lui stesso una casa editrice, purtroppo poco appoggiata dalle istituzioni.
La conversazione nel salotto di mia moglie si sviluppò sul primo volume della collana, di cui conservo gelosamente nella mia biblioteca una copia con dedica, che ho letto e consultato più volte.
Dopo la teoria siamo passati alla pratica e con Italo come guida, ci siamo recati più volte in corpore vile (sul posto) ad approfondire l’argomento. In particolare ricordo la visita del quartiere sanità, che fece affluire tra amici ed amici degli amici oltre cento persone.
L’augurio è che Italo, quanto prima possa concludere la sua opera, che oltre a rappresentare un sostanzioso testamento spirituale, costituirà il più bel regalo che un intellettuale può fare alla città di cui è innamorato.

UN NAPOLETANO AD HONOREM

Jean Noel Schifano


Jean Noel Schifano è un napoletano nato in Francia nel 1947, scrittore, intellettuale, gran conoscitore delle problematiche napoletane, a lungo direttore del Grenoble dal 1992 al 1998. Egli con profonda convinzione ha sempre asserito che i problemi di Napoli sono essenzialmente il frutto dell’Unità d’Italia, concretizzatasi in un “crimine storico”: «La decadenza programmata della sola città capitale d’Italia».
Autori principali del «crimine», Garibaldi e Cavour, cui Schifano riserva parole di fuoco, proponendo cambiamenti toponomastici e rimozioni di statue. La stessa rivoluzione del ’99 e la Repubblica partenopea, da francese, sono considerate dallo scrittore una «un’antistorica parodia della Rivoluzione francese». E la camorra non sarebbe altro che il prodotto di quello stesso «crimine storico» che l’avrebbe, nel corso degli anni, continuamente rafforzata, «per paura, incomprensione, disprezzo, indifferenza o franca collusione».
Perentorie sono le sue citazioni su Napoli e la sua storia. Con l’unificazione, i reali Savoia vollero trasformare Napoli in una città provinciale, senza successo, saccheggiandone gli immensi tesori. Non riuscirono a governare perché refrattaria, persino usando la collaborazione della Camorra e dei capi di quartieri. Napoli si vide privata, negli anni, di spazio e creatività. Il genio partenopeo si rifugiò nell’illegalità.
E dico che tutti i mali di Napoli nascono a Roma. In un secolo e mezzo hanno fatto di tutto per trasformare la grande capitale che nei secoli è stata Napoli in una città bonsai, privandola di banche, ferrovie, cantieri navali e opere d’arte. L’hanno trasformata in una città assistita da tenere al guinzaglio. E ora gli lasciano la monnezza, dopo che gli hanno portato per decenni i rifiuti tossici delle fabbriche del Nord.
Vogliono neronizzare Napoli e tutta la Campania con la monnezza. Odiano Napoli per la sua trimillenaria intelligenza, per la sua civiltà. Così la sfruttano, come l’hanno sfruttata in questi 150 anni di Unità. 
All’epoca di una delle ultime emergenze rifiuti lanciò un appello accorato ai napoletani: la Lega è razzista. I napoletani, invece, sono stati gli unici nel mondo cattolico a rifiutare l’Inquisizione e non hanno mai costruito ghetti per gli ebrei. E ora non ne possono più. È come se fosse resuscitato il generale Bixio e volesse bruciare vivi i nuovi briganti, contadini, operai, studenti, professionisti e artigiani del ventunesimo secolo. Ma Napoli, la sua terra e il suo vulcano, tormentati, violentati e straziati, resisteranno con tutte le forze. Questa gente è ancora lì, al potere, perché Napoli e il Sud non hanno ancora trovato il tempo di civilizzare il Nord dell’Italia».
«Siate ancora più napoletani di quanto siate mai stati. È l’unico modo per vincere una partita che gli altri stanno giocando con carte truccate. Siate napoletani e non fatevi sommergere dalle menzogne che sono peggiori della monnezza. Napoli si salverà dall’Italia solo ridendo dei bunga-bunghisti». 
Tra le sue opere rammentiamo:
Naples (1981)
Chroniques napolitaines (1984)
Desir d’Italie (1986)
Everybody is a star. Suite napolitaine (2002)
Sous le soleil de Naples (2004)
Dictionnaire amore de Naples (2007)
Creator vesevo (2008)
E.M. La Divine Barbare. Roman confidential (2013)
Ci conoscemmo alcuni anni fa all’istituto Mondragone in occasione della presentazione del suo Dizionario amoroso su Napoli. Egli cercò di aizzare il pubblico a fare pressione sull’amministrazione comunale per cambiare il nome di certe strade ed io pubblicamente presi l’impegno dopo pochi giorni di mutare il nome di Piazza Garibaldi. Ricordo ancora con commozione quella mattina quando, alla testa di un gruppo di cittadini esasperati dalle lentezze burocratiche, fisicamente sovrapposi a quelle del comune targhe nuove di zecca con l’indicazione di piazza 3 ottobre 1839, una data fatidica della storia napoletana, che i nostri colonizzatori hanno fatto di tutto per farci dimenticare. In quel lontano giorno prima in Italia e seconda al mondo, sfrecciò la prima ferrovia italiana: la Napoli Portici. Avevo informato stampa e televisioni delle miei intenzioni e scelsi come giorno il 4 luglio, bicentenario della nascita di Garibaldi. Presa in prestito una scaletta da un negoziante, applicai la nuova scritta ed improvvisai un discorso alla folla, immortalato da 12 emittenti private, che trasmisero in differita l’episodio in diverse regioni. Mentre i giornali ne parlarono il giorno dopo entusiasti e la notizia della burla grazie a Schifano giunse fino in Francia sulle pagine di Le Monde, due vigili urbani, un uomo e una donna, incuriositi dall’assembramento chiesero timidamente alla folla cosa stesse succedendo. Qualcuno rispose: “quel signore ha cambiato il nome alla piazza”; “allora va bene, tutto a posto”. Le nuove targhe sono rimaste in loco per mesi, senza che nessuna autorità intervenisse e solo la pioggia le ha portate via. Di Schifano, che da decenni ha raccontato Napoli come pochi altri autori sia italiani che stranieri, sono in uscita due libri: “La divina Barbara” su Elsa Morante per Elliote “La dama orientale” per Pironti ed in occasione della presentazione di questo ultimo in questi giorni è  a Napoli ed a proposito della collocazione davanti al Duomo di un busto di San Gennaro eseguito da Lello Esposito, ha tenuto a dichiarare: “Questa testa, questo capolavoro, davanti alla cattedrale fa capire che dentro si venere San Gennaro, che qui avviene il miracolo della liquefazione del sangue”. Chi passa non ha alcun segno che faccia capire che tesoro è custodito nella chiesa; strano ma molti non lo sanno e la scultura di Lello diventerebbe un eccezionale richiamo.