sabato 11 luglio 2015

La legge sull’aborto all’esame della Corte di Giustizia



In Europa vige una normativa, sconosciuta a gran parte degli avvocati, dei parlamentari e dei giornalisti, per cui, se una legge di un Paese è in contrasto con la legislazione praticata negli altri Stati membri della Comunità, un comune cittadino, senza necessità di assistenza legale, può ricorrere alla Corte di Giustizia europea e chiederle di sostituirsi al legislatore nazionale, riscrivendo la legge o parte di essa, senza che il Parlamento si scomodi ad intervenire.
Il sottoscritto ha oggi presentato un’ampia documentazione, che dimostra, in maniera inconfutabile, come la famigerata legge 194 del 22 maggio 1978, che regola la delicata materia dell’interruzione volontaria della gravidanza, sia l’unica in Europa a non prevedere la libera scelta della donna di servirsi del suo medico di fiducia nel suo studio privato. Una decisione possibile in Francia ed in Spagna, in Germania o in Inghilterra; per rimanere tra le nazioni più importanti.
Quanto prima la Corte di Giustizia europea, appena esaminerà l’esposto, non potrà che cambiare la legislazione e finalmente gli aborti clandestini si potranno chiamare con il loro vero nome: privati.

lunedì 6 luglio 2015

Fermare l’immigrazione clandestina? Come, quando, dove, perché



Ogni anno centinaia di migliaia di disperati, uomini, donne, bambini, solcano le acque del Mediterraneo  alla ricerca di un briciolo del nostro benessere; presto saranno milioni ed a breve si conteranno a decine di milioni.
Un fiume umano che non si fermerà davanti a nessun ostacolo e che travolgerà la nostra civiltà.
Uno scenario da incubo che possiamo soltanto ritardare,
Come? Per qualche anno potremmo ancora arginare l’ondata migratoria pagando profumatamente i Paesi del nord Africa, Libia in primis, dotandoli di mezzi marittimi navali adeguati ed incaricandoli di ostacolare nel deserto le migrazioni verso il mare e di distruggere tutte le imbarcazioni clandestine.
Quando, dove? Sarà poi necessario allestire campi profughi, simili a lager, dove chi riesce lo stesso ad arrivare viene trattenuto fino a quando non accetta di tornare da dove è partito o quanto meno di essere ospitato in campi di accoglienza più confortevoli, che dovranno sorgere nei paesi rivieraschi, sempre a spese di noi europei.
Bisognerà dedicare a questa complessa operazione non meno dello 1% del pil europeo.
Viceversa se si volesse cercare di ostacolare il corso della storia, frenando alla base i fenomeni migratori, bisognerebbe, impegnando il 3 – 4 % del pil, scrivere in maniera diversa l’ultimo doloroso capitolo del colonialismo. L’Europa, dopo aver sfruttato le ricchezze dell’Africa, dovrebbe farsi promotrice di colossali opere di riqualificazione del territorio, portando l’acqua nel deserto e favorendo lo sviluppo dell’agricoltura e della piccola e media industria.
Non vi sono altre vie da percorrere ed a nulla valgono i velleitari appelli buonisti di papa Francesco, né i beceri proclami razzisti della Lega.

sabato 4 luglio 2015

Economia sostenibile un imperativo categorico


Riciclare necesse est


Di sostenibilità, che sia essa economica, sociale o ambientale se ne parla sempre di più; è la stella sotto la quale è nato il terzo millennio. Per sviluppo sostenibile intendiamo, secondo la definizione delle Nazioni Unite, "uno sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie". A differenza di quanto si è fatto nello scorso secolo, per crescere in maniera sostenibile è fondamentale abbandonare quelle abitudini irrazionali che hanno portato allo sconvolgimento dell'ecosistema planetario. Buco dell'ozono, effetto serra, desertificazione, erosione del suolo, saccheggio di risorse naturali, inquinamento, perdita di biodiversità, sono diventati, con il passare degli anni, vere e proprie emergenze ambientali. Allo stesso modo, il consumismo, che ha caratterizzato le società post-industriali dei Paesi sviluppati, a scapito di gran parte del mondo in via di sviluppo o in condizioni di povertà, segnala un paradigma culturale non più accettabile. Le risorse naturali raggiungibili, solo un secolo fa, da un'élite limitata, sono adesso divenute una necessità, un bisogno accessibile alle masse.
Pertanto, è lecito chiedersi per quanto tempo il frutto del progresso, del capitalismo e del consumismo, senza se e senza ma, sarà ancora sostenibile. I rischi per le generazioni attuali sembrano, agli occhi di molti, ancora gestibili, ancora controllabili, anche se si continuasse a produrre e a consumare in maniera smoderata e con una cattiva gestione delle risorse e dell'ambiente. Maggiore inquietudine desta, invece, l'eredità che decideremo di lasciare alle generazioni future. Si impone, allora, un radicale cambiamento del paradigma culturale dell'odierna società consumistica. L'aumento della popolazione mondiale, passata da 2,5 miliardi nel 1950 agli odierni 7 miliardi,esige una rapida e cosciente rivisitazione delle nostre abitudini. Di pari passo, stiamo assistendo ad un rapido allungamento dell'aspettativa di vita che, in meno di due secoli, è aumentata di circa 30 anni;se nel 1845 un bambino di 5 anni aveva un'aspettativa di vita di soli 55 anni, oggi, lo stesso bambino può contare su una vita media di 82 anni. Ne consegue che per soddisfare le necessità di una popolazione mondiale stimata, secondo i dati ONU, a raggiungere i 9 miliardi nel 2050, è necessario abbandonare l'attuale approccio, che ci vede estrarre dalla terra materie prime limitate, utilizzarle una volta sola per realizzare un prodotto e, infine, sbarazzarcene. Uno scenario contraddistinto da un costante aumento della pressione sulle preziose risorse naturali è banalmente non sostenibile.
Puntare su un’economia del riuso é, senza dubbio, una delle sfide future, senza prescindere da una contemporanea riduzione degli sprechi delle risorse a nostra disposizione.
Uno dei modelli che fa riferimento a questo semplice principio è quello dell'economia circolare, cioè un sistema che permette di mantenere il valore implicito delle risorse il più a lungo possibile. Un sistema industriale che é, per l'appunto, di tipo “circolare”, produce idealmente zero rifiuti, integrandosi bene con altri paradigmi economici, come l'economia verde. Tale sistema industriale, possibile grazie ai cambiamenti tecnologici in atto, punta su una maggiore efficienza delle risorse ed implica un cambio radicale nei modelli di business. Certo non è detto che il passaggio ad un'economia di tipo circolare sia semplice, rapido o privo di compromessi e accomodamenti tra le diverse visioni delle parti; ciò detto, questo modello tende a creare ricchezza, invece di distruggerla. Poniamo, ad esempio, il caso di un consumatore che si trova di fronte alla scelta tra acquistare una nuova automobile o mantenere quella vecchia. Nel primo caso l'acquisto implica l'utilizzo di nuove materie prime; mentre, nel secondo,il consumatore opta per allungare la vita del bene producendo vantaggi per un'economia che non consuma nuove risorse, ma dà ricchezza e lavoro a livello locale.
Anche e soprattutto nel settore agroalimentare l'economia del riciclo può dare soluzioni allo spreco di alimenti e risorse agricole. Non è più il tempo delle ribollite preparate dalle nonne con gli avanzi del giorno prima; ancora troppo cibo finisce nelle nostre pattumiere, forse per una non corretta educazione alimentare. Forse, perché il cibo non costa quanto dovrebbe se ai costi della sola filiera alimentare (dal campo alla nostra tavola) si aggiungessero tutta quella serie di costi indiretti che impattano sul territorio con effetti a riverbero sulla nostra salute. Basti pensare al depauperamento delle acque per l'irrigazione, piuttosto che al progressivo impoverimento del suolo agricolo causato dall'abuso di sostanze chimiche e fertilizzanti nocivi che sfruttano in modo non sostenibile terreni e acque inseguendo logiche di mercato a breve termine e a basso costo.
In un'ottica di economia circolare, non è sufficiente intervenire nel minimizzare gli scarti in tutte le fasi della filiera alimentare: della produzione, della trasformazione, dell'imballaggio, della conservazione, del trasporto, della distribuzione fino al consumo. Serve, innanzitutto, un cambiamento culturale che va da una corretta educazione alimentare, già in età scolare,ad uno stile di vita più consapevole e sobrio.
Il concetto di sviluppo sostenibile, in qualsiasi settore si voglia declinare, non può prescindere da un approccio a livello globale. Le scelte del nostro vicino di casa condizionano la nostra qualità di vita e viceversa. Pertanto, al fine di ottimizzare i singoli sforzi delle politiche nazionali, un coordinamento mondiale si rende indispensabile. Comuni obiettivi di sviluppo sostenibile, universalmente applicabili a tutti i paesi, orientati all'azione, concisi e facili da comunicare, sono oggetto di discussione proprio in queste settimane delle diplomazie di tutto il mondo presso le Nazioni Unite. L'auspicio è che tutti gli sforzi messi in campo possano determinare una svolta culturale nei nostri consumi.
Tiziana della Ragione
Enrico Pellizzari


Il Califfato islamico: come, quando, dove, perché



L’altro giorno il mio fraterno amico Tonino Cirino Pomicino, che da sempre si batte per la pace e l’armonia tra i popoli, mi chiedeva di scrivere una focosa lettera ai giornali per denunciare la vendita di armi pesanti, dai carri armati alle bombe, ai terroristi islamici. Più che fare questa sacrosanta denuncia, certo di non ottenere niente, perché da quando le guerre si combattevano con archi e frecce, i mercanti di morte non li ha mai fermato nessuno, ho preferito fare delle esaustive ricerche e cercare di spiegare all’opinione pubblica, la nascita e la tumultuosa crescita del  Califfato islamico
Nel luglio 2014 nasceva in Iraq l’Isis (Stato islamico di Siria e Iraq) che ben presto si è definito Is (Stato islamico) con ambizioni di diffusione a livello mondiale, come infatti sta avvenendo. Nell’Occidente cristiano, specie nell’Unione Europea compresa la nostra Italia, si è letto la presenza dell’Is solo come la “guerra santa dell’Islamcontro i Cristiani”. Ma c’è anche un’altra lettura più realistica: l’Is (o Califfato) è il tentativo disperato di portare i Popoli islamici alla rinascita dalla decadenza attuale, ritornando alle radici dell’Islam come vissuto da Maometto e dai primi Califfi (cioè successori di Maometto). Il sicuro fallimento di questo progetto sta portando a guerre intestine tra fazioni e Popoli islamici, imponendo le uniche soluzioni logiche per salvare i valori dell’Islam e permettere ai Popoli islamici di entrare nel mondo moderno: leggere il Corano in modo critico, accettare la separazione fra Islam e politica e la Carta dei diritti dell’uomo (e della donna) proclamata dall’Onu nel 1948, che i Paesi a maggioranza islamica ancora non hanno accettato, ecc. L’Is è anzitutto un conflitto interno fra Musulmani, non una guerra contro l’Occidente, anche se i Cristiani ne sono le vittime. Perché “sicuro fallimento” del Califfato? Anzitutto perché oggi nessun Musulmano vorrebbe vivere in uno Stato islamico. L’Is si impone solo con la violenza e chi è costretto a viverci dentro, appena può scappa. Inoltre è visibile a tutti che non c’è alcun Paese islamico, che possa rappresentare un modello di Paese in cui si vorrebbe vivere. Il confronto fra Paesi cristiani e Paesi islamici è umiliante per questi ultimi:  in politica, libertà, cultura, giustizia sociale, istruzione, rapporto uomo-donna, solidarietà con gli ultimi e i poveri, ecc. i Cristiani hanno creato paesi molto più vivibili che non i Paesi islamici. Anche nei Paesi ricchissimi per il petrolio, la minoranza che ha in mano le ricchezze petrolifere non è interessata ad uno sviluppo umano integrale del suo Popolo. Nel 2004  in Brunei, il Sultanato islamico nel Borneo (grande come la Liguria): spese pazze del Sultano e delle Classi dirigenti e migliaia di lavoratori stranieri in gran parte anch’essi Musulmani (Indonesiani, Bengalesi, Malaysiani) che dicevano: “Qui siamo trattati quasi come schiavi e nei nostri Paesi i poveri sono aiutati dai Cristiani, non da questi ricchissimi Musulmani”. Il Bangladesh è un Paese quasi totalmente islamico, con un Popolo finora tollerante anche verso la piccola minoranza cristiana. Oggi non è più così e si lamenta la continua lotta fratricida tra le varie fazioni politiche e religiose che rovinano l’economia e la stabilità politica del Paese. I commenti alla situazione politica del Bangladesh si fanno sempre più scoraggianti e laconici. Non si sa più che dire, e non si può neppur più ripetere che “così non si va avanti a lungo” perché ormai si va avanti da mesi e non ci sono cenni che la faccenda si risolva. Fra le poche osservazioni che raccogliamo, ecco quella di un medico di Dhaka: “Apparentemente stiamo attraversando una delle molte, abituali fasi di crisi a cui il Bangladesh è abituato. Ma c’è qualcosa di diverso, questa volta la lotta è diventata più cattiva, si sta seminando odio a piene mani. Nei villaggi, ma anche in città, la lotta politica non distruggeva i rapporti umani, a volte anche di amicizia fra membri di partiti avversari. Ora però le bottiglie incendiarie che rovinano la gente vanno ben oltre le scazzottature cui eravamo abituati. Il tessuto sociale si sta sfilacciando, e chissà come si potrà ricostruire”. L’odio religioso fra Sunniti e Sciiti porta alla ribalta le due potenze islamiche dell’Arabia Saudita e dell’Iran, sempre più coinvolte nella lotta fra le varie fazioni politiche e religiose da loro  dipendenti. Così avviene in Yemen con l’intervento militare dell’Arabia Saudita e anche in Bahrein dove la rivolta degli Sciiti è stata schiacciata dall’esercito Saudita, in Libano dove gli Hezbollah sono un braccio militare degli Sciiti libanesi, in Siria fra Alauiti e Sunniti, in Irak dove gli Sciiti sono più numerosi, ma i Sunniti hanno sempre avuto il potere politico e adesso lo stanno perdendo, ecc. , Il 15 maggio scorso il fondatore del Califfato Al Baghdadi ha dichiarato che l’Islam “è una religione della guerra” ed ha  chiesto a “ogni Musulmano di ogni luogo di attuare la hijrah (emigrazione) verso lo Stato islamico o di combattere nel proprio Paese, ovunque esso sia” e di attuare la “guerra santa” (jihad) per passare da un Islam di pace a uno di guerra, imitando Maometto e la sua Egira (nel 622 d.C.), perché “l’Islam non è mai stato una religione della pace. L’Islam è una religione della lotta”. L’Egira segna l’inizio dell’era islamica, quando Maometto, Capo religioso, diventa Capo militare, converte le Tribù arabiche all’Islam e  inizia le guerre di conquista che estendono le Terre e i Popoli dell’Islam portandolo al tempo del suo massimo splendore.  Di fronte a situazioni come queste, noi Cristiani cosa possiamo fare? Tre cose:
1) Anzitutto escludere nei confronti dell’Islam e dei Musulmani ogni atteggiamento bellico; un conto è difendere un Paese o un Popolo da un ingiusto Aggressore, un altro è pensare che le guerre dell’Occidente (come quelle in Iraq, in Afghanistan, in  Libia) possano risolvere il problema dell’Islam salafita, cioè estremista. La guerra la vincerebbero sicuramente i Musulmani, per il solo fatto che loro sono Popoli giovani, noi siamo Popoli vecchi!
2) Papa Francesco, parlando al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha detto: “Mai come ora" si avverte la necessità del dialogo con i Musulmani, "perché l'antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l'educazione alla scoperta e all'accettazione della differenza come ricchezza e fecondità". Ciò richiede un atteggiamento di "ascolto" per essere capaci di capire i valori dei quali l'altro è portatore e di conseguenza "un'adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca"; ma esige anche di "non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori". È il cosiddetto “dialogo della vita”, cioè  l’incontro fraterno fra Popoli islamici e Cristiani, che ha come motivazione fondamentale non la politica o l’economia, ma la religione.
3) Per incontrare e dialogare con l’Islam l’Europa deve capire che l’Islam ci stimola a  ritornare alle nostre radici cristiane, non solo, ma ad una vita cristiana, La nostra Società, tutta tesa al progresso economico-scientifico-tecnico e all’avere sempre di più, è cieca di fronte ai fatti culturali e religiosi: tutto è ricondotto all’economia, alla scienza-tecnica e alla politica, della religione non si parla quasi mai! Oggi questi Popoli profondamente religiosi sia pure in un modo condannabile (perché hanno un concetto di Dio opposto al nostro, che “Dio  è Amore”) ci richiamano alla realtà. Ci vedono come Popoli praticamente atei, Popoli senz’anima da riportare a Dio anche con la violenza. San Giovanni XXIII, il “Papa Buono” di Sotto il Monte, nell’Enciclica “Mater et Magistra” (nn. 47 e 69) va alla radice della nostra crisi di civiltà con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”: “L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna - scrive - sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”. 
Il primo Ministro inglese Tony Blair, parlando al Parlamento europeo all’inizio degli anni 2000 ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori….Abbiamo creato una civiltà senz’anima, dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”.

mercoledì 1 luglio 2015

Una mostra sul Seicento napoletano a Montpellier


fig. 01 - Battistello Caracciolo - Ecce homo

100 dipinti esposti tra cui molti capolavori


Sembra assurdo che per ammirare i big del secolo d’oro, che nel Seicento fecero di Napoli una indiscussa capitale delle arti figurative bisogna recarsi in Francia e non all’ombra del Vesuvio.
Infatti mentre a Montpellier, al museo Fabre, si inaugura una straordinaria mostra dedicata alla pittura napoletana seicentesca: L’Age d’Or de la peinture a Naples, de Ribera a Giordano,  giudicata dal ministero francese tra le più importanti del 2015, ricca di 84 dipinti di cui 28 provenienti da musei e collezioni private partenopee, a Napoli sono anni che non si riesce ad organizzare una rassegna decente, degna delle memorabili esposizioni degli anni passati, quando la sovrintendenza alle Belle Arti era un’isola felice abitata da insoliti titani, dal vulcanico Raffaello Causa al sovrano di Capodimonte Nicola Spinosa, da tempo in pensione e che guarda caso è l’organizzatore della mostra transalpina di cui abbiamo accennato.
Il percorso espositivo è diviso in sei sezioni, partendo da Antiche immagini della città, per passare poi agli allievi del Caravaggio da Battistello Caracciolo (fig. 01) al Sellito, da Finson a Vitale.
Un altro spazio: Tra naturalismo e classicismo, prende in esame i dipinti di Aniello Falcone, Francesco Fracanzano, Salvator Rosa (fig. 02) e Andrea De Lione (fig. 03), mentre un settore, dal nome La tentazione del colore, espone quadri del De Bellis, del Guarino(fig. 04) del Vaccaro e di Cavallino (fig. 05).
Dopo il tema Miti e realtà, si passa alla fase barocca con le tele di Luca Giordano e Mattia Preti, che costituisce la punta di diamante dell’esposizione.
Il periodo esaminato va dalla venuta a Napoli del Caravaggio nel 1606 fino alla rivoluzione operata dal Solimena poco prima del Settecento, passando da un naturalismo tenebroso ad un classicismo vivace con punte di pittoricismo, prima della decisiva virata in senso barocco, intorno al 1660, contrassegnata da dinamismo e vivacità della tavolozza.
I dipinti da ammirare sono tanti ed oltre agli autori citati vogliamo ricordare Micco Spadaro, acuto descrittore di cronaca cittadina, in mostra con la Rivolta di Masaniello e la celebre Peste (fig. 06) ed Andrea Belvedere con il suo intrigante Ipomenee e boules de neige (fig. 07), con un grosso ramo di sambuco con efflorescenze bianche ed alcune campanule che lambiscono uno specchio d’acqua.
Una mostra da non perdere e che ben vale un fine settimana nel sud della Francia. 


fig. 02 - Salvator Rosa - Marina

fig. 03 - Andrea De Lione - Elefanti nel circo

fig. 04 - Francesco Guarino - S. Agata

fig. 05 - Bernardo Cavallino - Cantatrice

fig. 6 - Micco Spadaro - La peste

fig. 7 Andrea Belvedere Ipomenee e boules de neige

lunedì 29 giugno 2015

Chiese in rovina a Napoli, un bollettino di guerra

NAPOLI: Chiesa di Santa Maria Vertecoeli (chiusa dal 1980)

Napoli dal Cinquecento ad oggi possiede la maggiore concentrazione di chiese al mondo, ben più di quelle di Roma, capitale della cristianità.
Purtroppo da tempo immemore un numero sempre crescente di edifici di culto è chiuso e le opere d’arte contenute sono alla mercé di ladri e di vandali; un fenomeno aumentato a dismisura con il terremoto del 1980, mentre i fondi a disposizione delle istituzioni sono praticamente inesistenti.
Un patrimonio di storia e di arte che rischia di disintegrarsi, mentre potrebbe costituire un’attrattiva irresistibile per il turismo, unica speranza per la città di lavoro e di denaro.
Nello stesso tempo i fedeli sono diminuiti e con loro i sacerdoti, un processo irreversibile che dovrebbe indurre le autorità civili e religiose ad una riconversione dei luoghi sacri, destinandoli a diverse funzioni, sociali o redditizie, affidandole ai privati.
Bisogna assolutamente salvare un capitale così grande di bellezza e consegnarlo integro ai nostri discendenti. Muoviamoci tutti, inclusi i mass media, sperando che almeno una volta il groviglio di competenze non crei ostacoli insormontabili.

Il Navigatore, un nuovo libro su Achille Lauro



La mitica figura del Comandante negli ultimi mesi è prepotentemente tornata alla ribalta grazie a due libri che ne tratteggiano la vita.
Prima Corrado Ferlaino e Toni Iavarone, approfondendo in particolare la sua veste di presidente della squadra del Napoli gli hanno dedicato un saggio, il quale, grazie ad un accorto battage pubblicitario a livello nazionale, ha incontrato un lusinghiero successo ed è già alla seconda edizione.
Ora si presenta alla ribalta il nipote Achilleugenio Lauro, figlio di Gioacchino, con il Navigatore, (Edizioni Mondadori, pag. 290, euro 17,90) un romanzo avvincente che, nel pieno rispetto della realtà degli avvenimenti, ci presenta la vita di don Achille, dall’imbarco come mozzo a 13 anni, come punizione per aver usufruito delle grazie della serva di famiglia, fino alla morte, confortata dalla vicinanza della moglie e dei figli, che amorevolmente gli stringevano la mano.
Il libro si divide in 25 capitoli, alcuni dei quali ci illustrano con dovizia di particolari, vicende poco note, come i contatti con Mussolini o la lunga prigionia(22 mesi) inflittagli dagli alleati, che requisirono anche la sua splendida villa di via Crispi per farne la sede del loro comando.
Vi sono poi i fondamentali capitoli dedicati ad Angelina, la prima moglie e ad Eliana, la seconda. La scalata alla carica di sindaco ottenuta con il plebiscito di 300.000 preferenze, gli anni del consenso e la malinconica disfatta finale culminata con la pubblica asta dei suoi beni.
L’autore è al suo primo romanzo, ma mi ha meravigliato l’abilità con cui intreccia gli episodi, creando una miscela narrativa che seduce il lettore, indotto a bruciare in pochi giorni il corposo volume, per poi ritornare sui passi più interessanti.
Si prevede una lunga serie di presentazioni per molti mesi nelle principali città con un cast di relatori a dir poco stellare.
Si comincia il 2 luglio alle ore 12 a Napoli presso il salone della Camera di commercio, dove è allestita una mostra fotografica delle navi della gloriosa flotta Lauro.
Una ghiotta occasione a cui non mancare.