sabato 8 giugno 2013

La perfezione del creato come prova dell’esistenza di Dio

Dio crea gli elementi
miniatura del XIV secolo
 Parigi-biblioteca di Saint Geneviève



Tutto l’universo mette in mostra la meravigliosa armonia logica che ha guidato la mente suprema artefice della sua creazione, dal macroscopico al microscopico, dalla regolarità delle foglie alla struttura degli atomi, dalla perfezione del moto gravitazionale alla precisione nella sequenza degli amminoacidi che compongono una proteina.
Anche la mente più ingenua di un bambino può notare la bellezza dei fiori in un campo o il mistero di un seme che, gettato nel terreno, dà luogo ad una pianta. Le regolarità geometriche che si osservano in natura sono sbalorditive e fecero affermare a Galileo che le leggi fisiche sono scritte in linguaggio matematico, mentre Keplero, nella perfetta armonia intuiva come la mente del Creatore si fosse espressa seguendo un rigoroso modello geometrico.
Possiamo osservare queste caratteristiche in infiniti esempi, soprattutto nelle configurazioni spaziali delle molecole, come nell’acqua, dove l’angolo formato dagli atomi di idrogeno legati all’ossigeno misura 150° e basterebbe la variazione di un solo grado per cambiarne completamente le proprietà, fondamentali per l’esistenza della stessa vita.

la corolla di un fiore

Pianta di agave

Anche nei reticoli cristallini viene rispettata una simmetria geometrica, ma il massimo della perfezione possiamo ammirarlo nella molecola del DNA, base di tutto il mondo vivente, costituita da due filamenti (formati da fosfati e glicidi), avvolti in una doppia elica e uniti tra loro da coppie di basi (adenina-timina, citosina-guanina).
Un altro esempio di armonia preso dal mondo vegetale è la fillotassi: la distribuzione logica delle foglie sul fusto delle piante, la quale presenta sostanziali differenze a seconda delle necessità biologiche delle varie specie, come i girasoli che durante la crescita variano l’orientamento da est ad ovest nel corso della giornata per sfruttare al massimo i raggi del sole con una rotazione di 137,5°, movimento inutile dopo la maturazione. Una mirabilia che colpì anche l’attenzione e la fantasia dei popoli primitivi.
Spostandoci nel mondo animale una organizzazione intelligente dello spazio col massimo rendimento ed il minimo consumo ci è offerto dalle celle delle api, la cui forma esagonale produce lo spazio necessario per il miele con il minimo impiego di cera, consentendo l’utilizzo completo della superficie a disposizione.
La particolare forma di spirale logaritmica che abbiamo visto nei girasoli la ritroviamo identica nel nautilo, nelle conchiglie e nel volo del falco pellegrino.
Di fronte a manifestazioni così perfette di ordine, armonia e potremmo aggiungere bellezza, riscontriamo una finalità così smaccata che nessuno scienziato per quanto ateo, può negare.

Una spaccatura delle Dolomiti

Ammonite fossile

La stretta relazione che lega l’informazione genetica alla sua espressione fenotipica, il seme allo sviluppo della pianta, l’organo alla sua funzione sono innegabili ed oramai il concetto di teleonomia, propugnato da Jacques Monod nel suo celebre libro: ”Il caso e la necessità”, il quale riferiva tutto alla selezione naturale su strutture formatesi spontaneamente senza alcuna finalità precostituita, non trova più il credito indiscusso di cui ha goduto per decenni. Infatti, le più recenti ricerche nel campo della biologia evolutiva lasciano trapelare principi e regole che ancora non conosciamo compiutamente.
Riferirlo ad un’intelligenza esterna, che l’ha creato con leggi proprie è stato riconosciuto da sommi scienziati, in primis Einstein. La creazione non è stato un evento statico e immutabile, ma ha subito e subisce continue variazioni, compito della scienza è quello di ricostruire le tappe di questo dinamismo, in base alle informazioni di cui dispone, le quali aumentano giorno dopo giorno.
Il cielo stellato che ci affascina in una notte d’agosto è una rappresentazione di un remoto passato, che ha impiegato un tempo tale, prima di giungere ai nostri occhi, che molte di quelle stelle non esistono più.
La stessa terra sulla quale viviamo ha subito una serie di cambiamenti nell’atmosfera, nei mari, nei continenti, negli stessi esseri viventi che la popolano prima che si creasse un habitat adatto al formarsi della vita, ha conosciuto, terremoti devastazioni, cadute di meteoriti ed eruzioni vulcaniche. Nella lunga storia della vita si è passati dagli esseri unicellulari all’uomo.
Se ammiriamo le dolomiti, dobbiamo immaginarci una lunga storia geologica di centinaia di migliaia di anni. Solo l’uomo è in grado di apprezzare quest’armonica bellezza, ma non riesce a coglierne pienamente la finalità, salvo che non sia stato creato per dare un senso a questo straordinario progetto. Il suo smisurato orgoglio gli ha fatto credere a lungo di costituire il centro dell’universo e di avere anche un destino dopo la morte, prima che cominciasse ad insinuarsi il dubbio e a rendersi conto della sua caducità.
Sono pensieri che ci danno l’idea della nostra miseria della nostra nobiltà; sperduti nell’infinita immensità degli spazi, destinati a vivere un lampo a confronto dell’eternità, non riusciamo a credere che la nostra coscienza si sia accesa per caso, a contemplare un universo ostile o quanto meno indifferente al nostro destino.

Una penna di Pavone

Jacob Bouttats
La creazione degli uccelli e dei pesci
XVII secolo-Pamplona museo della Navarra


L’ateo inveterato baciapile occasionale

Antonio Bassolino

Si tratta di Antonio Bassolino e per essere più completi:”l’ateo inveterato, nemico giurato della chiesa, baciapile occasionale”, come lo definii nella lettera aperta pubblicata da numerosi giornali napoletani, nel 2006, in occasione della visita di Benedetto XVI a Napoli.
Essere ateo per un laico non è peccato, nemico giurato della chiesa una manifestazione di libero arbitrio, in stridente contrasto però per un politico con lo strisciante compromesso storico, nel quale vive da decenni l’Italia (Letta docet); ma baciapile occasionale è una pecca imperdonabile ed un segno di squillante ipocrisia, quando, in occasione dei periodici “miracoli” di San Gennaro, è sempre pronto a baciare appassionatamente la teca e poi in prima fila nella lunga processione lungo le strade della Napoli antica.
L’era Bassolino partì con la promessa di un nuovo Rinascimento napoletano, illudendo non solo gli intellettuali sinistrorsi, che lo coprivano di lodi sperticate, ma anche gran parte degli elettori, i quali credettero in uno scatto d’orgoglio della città, in grado di migliorare la vivibilità e le prospettive di sviluppo e di lavoro.
Viceversa è naufragata in una miriade di inchieste giudiziarie sul malcostume politico, alcune ancora in itinere, altre già conclusesi con pesanti condanne.
Ma partiamo dal principio: Antonio Bassolino il 20 marzo 1947 nasce ad Afragola e non a caso il suo paesello è stato scelto come stazione di testa per l’alta velocità con un faraonico progetto firmato da un’archistar di livello mondiale.
All’età di 17 anni si iscrive alla federazione giovanile del PCI, nel 1970 è eletto consigliere regionale, mentre nel 1972 entra nel comitato centrale del partito. Nel 1987 diventa deputato nella circoscrizione di Catanzaro. Nel frattempo segue pedissequamente le variazioni di nome del Partito Democratico, prima PDS poi DS, infine Partito Democratico, la moglie Annamaria Carloni è senatrice nella XV e XVI legislatura.
Nel 1993 viene inviato a Napoli come commissario della federazione locale travolta dagli scandali di tangentopoli e si candida a sindaco, di fronte ha un’avversaria tosta sotto ogni punto di vista: Alessandra Mussolini, superata solo al ballottaggio. Nel 1997 viene riconfermato al primo turno con una maggioranza Bulgara del 72,9. Nell’ottobre 1998 D’Alema lo nomina ministro del lavoro, carica che ricoprirà fino a giugno dell’anno successivo, quando abbandona il mandato e torna a dedicare tutte le sue energie a Napoli.
Nel 2000 lascia l’incarico di primo cittadino e si candida alla Presidenza della Regione Campania, ed al primo turno ottiene il 54,3% dei voti. Nel 2005 raddoppia con il 61,6% dei consensi.
Lunghe e travagliate le sue vicende giudiziarie, le quali cominciano nel luglio del 2007, quando la procura partenopea chiede il rinvio a giudizio per presunti reati commessi tra il 2000 ed il 2004, quando presiedeva la carica di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. I PM gli contestano di aver fatto guadagnare cifre spropositate ai suoi consulenti e di aver favorito il perdurare della situazione, perché fonte di guadagni per la cricca. Una crisi che comporta per l’Italia pesanti sanzioni da parte della comunità europea.
Nel dicembre dello stesso anno arriva la condanna in 1° grado da parte della Corte dei Conti a risarcire 3 milioni e 200.000 euro.
Il 24 ottobre 2009 è indagato col prefetto Pansa per presunte irregolarità nei lavori di bonifica del litorale flegreo. In precedenza nel febbraio 2008 viene rinviato a giudizio per una serie di reati, dalla truffa allo stato all’abuso di ufficio, dal falso al disastro ambientale.
Nel marzo 2010 viene rinviato a giudizio per peculato.
Nel febbraio 2013 la magistratura contabile lo condanna a risarcire al comune 560.893 euro. 
E siamo ormai ai nostri giorni. La magistratura è lenta e dovremo attendere a lungo se diventerà e quando ospite dello stato nelle patrie galere.
Il giudizio finale come politico lo darà la storia, per cui dovremo attendere ancora di più. Nel frattempo è scomparso dalla scena e si è reso nullatenente, anzi per precauzione: nulla sottotenente.
Con vari personaggi da ricordare ho avuto frequentazioni personali. Con Bassolino ho solo una vicinanza abitativa, infatti la sua modesta dimora dista pochi centinaia di metri dalla mia principesca villa posillipina.

giovedì 6 giugno 2013

Il primo sindaco rosso

 il sindaco Maurizio Valenzi con Edoardo De Filippo

Sembra ieri, invece sono passati oltre 40 anni da quando a Palazzo San Giacomo si insediò il primo sindaco comunista, destinato a regnare più tempo del mitico Achille Lauro.
Egli voleva governare per il popolo e con il popolo ed inauguròun nuovo modo di fare politica in mezzo alla gente, che voleva partecipare, discutere, decidere.
E quanto abbia inciso il suo operato sulla storia recente della città è ben compendiato dalle parole del Presidente Napolitano, suo vecchio e fraterno amico, in occasione del suo funerale nel giugno del 2009 davanti ad una folla di migliaia di persone: “Questa partecipazione corale, la città senza distinzione di parte, le Istituzioni, la società civile, ci dicono semplicemente che Maurizio Valenzi è stato una grande persona”.
Egli nacque a Tunisi nel 1909 da una famiglia ebrea di origine livornese e si dedicò sin da giovanissimo alla pittura, aprendo nel 1930 uno studio a Roma. E la pittura assieme alla politica saranno i suoi grandi amori, naturalmente oltre a quello per la moglie Litza Cittanova, sposata nel 1939, vissuta anche lei fino a 100 anni e dalla quale ebbe due figli: Lucia e Marco.
A metà degli anni ’30 aderì al partito comunista tunisino ed iniziò la sua militanza partigiana, oltre a collaborare al settimanale “L’Italiano”, a Tunisi e poi a Parigi alla “Voce degli Italiani”. Fatto prigioniero, venne liberato dagli alleati.
Egli, come ricorda Ghirelli: “Fu un artista ed un militante, la cui esistenza fu proiettata in una dimensione internazionale tra Livorno e Tunisi, Parigi e Napoli.
Nella capitale francese incontrò Giorgio Amendola e aderì al Fronte Popolare, partecipando alla lotta clandestina contro Mussolini ed il governo collaborazionista di Vichy, e fu costretto al carcere ed alla tortura. Il PCI lo inviò a Napoli per preparare l’arrivo di Togliatti e lì rimase, intrecciando un fecondo rapporto con i principali intellettuali; gli scrittori Compagnone e Rea, l’architetto Luigi Cosenza ed il matematico Renato Caccioppoli, con i quali si batté contro la guerra in Corea, per l’interdizione della bomba atomica e per il riconoscimento della Cina Popolare.
Fu intimo amico di Eduardo De Filippo, che gli dedicò una poesia e lo coinvolse in un progetto per insegnare un mestiere ai giovani reclusi di Nisida.
La sua carriera politica, prima di divenire sindaco, fu lunga: prima consigliere provinciale, poi senatore dal ’53 al ’68, consigliere comunale dal ’75 all’83 e poi parlamentare europeo. Chiuse come sindaco in un periodo agitato per la città, segnata dal colera e dal terremoto, ma si batté sempre per riqualificare Napoli attraverso la cultura come collante sociale.
Come tanti altri personaggi famosi descritti in questo libro, anche con Valenzi ho avuto l’onore di una lunga frequentazione, grazie all’amicizia col figlio Marco, abile giocatore di scacchi e conservo gelosamente un suo libro con dedica, che ha un posto d’onore nella mia biblioteca di 15.000 volumi.
Più volte sono stato nella sua splendida casa di via Manzoni, dove si godeva uno spettacolare panorama sul golfo di Napoli, che negli ultimi anni, libero da impegni politici, favorì la sua ispirazione di artista e gli permise di sperimentare nuove tecniche.
In un momento di confidenza mi disse: “Napoli è nel mio cervello dalla mattina alla sera. Il golfo è là dietro i vetri delle mie finestre, ho visto mutare le sue luci, cambiare lentamente il panorama, ma la cosa che più mi attrae è la gioia di una regata. La mattina quando mi alzo e passo davanti alla stanza dove sono i colori e le tele mi viene una maledetta voglia di chiudermi dentro e dimenticarmi tutto il resto”. Nel suo salotto troneggia un quadro dal quale non si era mai voluto dividere a nessun prezzo, perché raffigura il figlio Marco, temibile giocatore di scacchi, intento a risolvere una posizione di gioco ostica ed intricata. Quando licenziai alle stampe la mia biografia su Lauro, mi rammentò la sua dichiarazione fatta al suo funerale:” Un personaggio che ha fatto del male, ma ha saputo dare una certa voce a una città che era nelle retrovie del panorama nazionale, e per questo seppe battersi”. Ho ipotizzato una piazza per lui, il Comandante avrebbe diritto ad un riconoscimento per la sua presenza nella storia della città (“Achille Lauro Superstar”, pagine 116, consultabile in rete).

martedì 4 giugno 2013

Addio Regina sei stata una grande regina

Regina Bianchi

Il teatro napoletano ha partorito numerose grandi attrici, ma Regina Bianchi, spentasi pochi giorni fa a 92 anni nella sua casa romana era rimasta l’unica ad aver recitato sia con Raffaele Viviani che con Eduardo De Filippo, mostri sacri a cui si deve la straordinaria vivacità di testi, applauditi per decenni e che costituiscono la spina dorsale di una tradizione che tutti ci invidiano.
Era oltre che una finissima attrice anche una donna di carattere, in grado di recitare le battute con una sorta di distacco regale senza cadere mai nel sentimentalismo.
Leccese di nascita e napoletana d’adozione, il suo cognome, derivato dalla nonna paterna, era D’Antigny, che, durante il Fascismo, dov’è cambiare e scelse Bianchi, perché gli sembro’ il più anonimo possibile. Forse come ha ipotizzato Enrico Fiore, la scelta fu influenzata dal ricordo di una Brigida Bianchi, la quale, in pieno Seicento, si distinse non solo come abile commediante, ma anche come raffinata compositrice di sonetti, madrigali e sonetti, che furono apprezzati da Corneille, Molière e Racine. E come Reginella debutto’, appena sedicenne, in “Campagna napolitana” messa in scena dalla compagnia di Viviani e sotto la stessa guida, cambiando testo ogni tre-quattro sere, recito’ in una sola stagione altre commedie da “L’ultimo scugnizzo” a “Tuledo e notte”.
Quindi l’incontro fatidico con Eduardo nel 1941 con il quale lavoro’ fino al famoso litigio con Peppino, che la turbo’ oltre misura. Chiese 10 giorni di tempo per meditare, invece si allontano’ dal maestro per quindici anni e quando decise di ritornare venne accolta a braccia  aperte come se fossero trascorsi i fatidici 10 giorni. Le fece interpretare l’ambito personaggio di Filumena Marturano, a cuiseguirono altri titoli fondamentali: “Sabato, domenica e lunedi”, “Il sindaco del rione Sanità”, “Napoli milionaria” e “Questi fantasmi”.
In seguito con eguale bravura interpreto’ personaggi apparentemente lontani dal suo DNA partenopeo, creati da Lorca, Pirandello, Brecht e Goldoni.
Lavoro’ anche per il cinema e la televisione. Sul grande schermo vinse un Nastro D’Argento per “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy, ma fu egualmente brava nel “Giudizio Universale” di De Sica, in “Kaos” dei Fratelli Taviani e nel “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli.
Frequenti anche le sue apparizioni televisive, diede volto e corpo alla contessa Agnese in “Elisa di Rivombrosa” e fece parte del cast di “Vite blindate”, storie di mafia e pentitismo viste dall’occhio di un’adolescente.
Il suo ultimo riconoscimento le fu assegnato il 18 settembre scorso sul palco del San Ferdinando, presenti Isa Danieli e Lina Sastri, sue eredi dell’interpretazione di Filumena.
Già malata non poté intervenire, ma invio’ un messaggio ai giovani: “Siate sempre umili e portate in giro il messaggio di quanto è bella Napoli e quanto puo’ donare al mondo”, una volta le chiesero se si sentisse più legata alla lezione di Viviani  o di Eduardo, candidamente rispose che volentieri avrebbe recitato un lavoro scritto da entrambi. Un’eguale domanda fu rivolta da Eduardo a suo figlio Luca: “Secondo te, chi è più brava Pupella o Regina?”. Anche lui non rispose, perché è impossibile rispondere entrambe bravissime. Prima di loro la parte fu di Titina De Filippo, per la quale venne scritta la commedia. Luca tiene a sottolineare quanto sia grave la sua perdita, soprattutto se scompare il ricordo del suo insegnamento che il teatro è sacrificio, dedizione, passione, serietà.
Addio Regina ci mancherai, ma ci ricorderemo di te ogni volta che rivedremo la gelida Filumena, l’intrigante Teresa di “Ditegli sempre di si’”, la cupa e amara Amalia di “Napoli milionaria” o l’imponderabile Armida di “Questi fantasmi”.

Regina Bianchi ed Eduado De Filippo in:"Filumena Marturano"


"Ho smesso di piangere" di Veronica Pivetti



Nella mitica biblioteca Papillon, fiore all'occhiello del penitenziario di Rebibbia, Veronica Pivetti ha presentato all'intellighentia dei detenuti il suo ultimo (Ed anche il primo) libro: "Ho smesso di piangere", una sorta di via crucis, nella quale racconta i sei anni vissuti nella più profonda depressione, come ci é caduta e come é riuscita ad uscirene fuori.
Più che una presentazione tradizionale si é trattato di una botta e risposta con i presenti, molti affetti dallo stesso male oscuro , speranzosi di trovare attraverso la sua esperienza un modo per uscire da uno stato di malessere, che ti toglie la gioia di vivere.
Un'ora e mezzo conclusa con pasticcini ed aranciata e con un arrivederci nel teatro del carcere per assistere al suo prossimo spettacolo teatrale, una performance sul tema della morte, giusto per rimanere in allegria.
La novella autrice ha esordito, dicendo che la Mondadori, subito dopo averle offerto di scrivere il suo viaggio di andata e ritorno negli inferi dell'inconscio, le aveva subito proposto il ghost writer, che materialmente avrebbe preparato il testo, a cui apporre unicamente la firma.
Veronica sdegnata ha rifiutato, precisando che non solo avrebbe scritto di suo pugno la storia, ma non avrebbe accettato alcuna sorta di censura. Ci ha pure confidato che, sull'onda del successo del libro, grazie, oltre al suo nome noto al grande pubblico, come attrice spassosa e coinvolgente, soprattutto per la partecipazione alla trasmissione di Irene Bignardi "Le invasioni barbariche", un volano straordinario per captare lettori, la Mondadori le ha proposto la stesura di un nuovo volume dal titolo.... Non possiamo riferirlo per motivi contrattuali. Lo abbiamo promesso e non per niente siamo omertosi.
Non vogliamo raccontare la trama del libro per non togliere al lettore il piacere di percorrere pagina dopo pagina l'angoscioso cammino verso la luce, ma accenneremo soltanto all'origine del disturbo, che Veronica attribuisce ad una invasiva terapia di una forma di ipertiroidismo, ad un continuo cambio di medici curanti, psichiatri e psicologi e dell'aiuto decisivo per guarire del rapporto di vicinanza con l'amica del cuore Gio.
La depressione é una cosa tremenda, per guarire faresti qualsiasi cosa, anche leccare il pavimento, una condizione condivisa da tanti detenuti, come parlare di corda in casa dell'impiccato.
Ho chiesto se qualche psichiatra le avesse consigliato l'uso del Prozac, una vera panacea. In questo tipo di disturbo e se sifosse indagato sulle pulsioni sessuali, che notoriamente si azzerano, come ci ha confermato perentoriamente la nostra simpatica interlocutrice.
Senza citare le tante domande, un vero martellamento, alcune azzeccate, altre completamente fuori luogo, l'impressione finale del pubblico é stata che l'aiuto da parte di Gio, fondamentale per la guarigione, sottenda ad una infatuazione saffica, opinione che da consumato sessuologo ed impareggiabile conoscitore delle donne ( nel mio studio di ginecologo sono passate oltre 60.000 clienti, le quali, oltre alla nudità del corpo, spesso e volentieri, hanno messo a nudo la propria anima) non condivido pienamente.
Invito a consultare su internet il mio libro "La fragilità e la verginità nella donna" per trovare numerosi casi simili e la risposta al quesito:
Sic transit gloria mundi.


mercoledì 29 maggio 2013

Presentazione “Napoletanità arte miti e riti a Napoli


Venerdì 31 maggio 2013 
appuntamento alla "Minerva Auctions Palazzo Odescalchi" piazza SS. Apostoli 80, Roma
alle ore 16:45 per la presentazione del più recente libro di
Achille della Ragione.
Sarà presente l'autore!!!!!


Il libro di Achille della Ragione “ Napoletanità arte miti e riti a Napoli” editore Clean è dedicato a tutti coloro che hanno continuato ad amare Napoli nonostante tutto…
Si tratta di un insieme di articoli che ricordano la storia ed esaltano le tradizioni, i costumi e i misteri della culla di un antico fascino: dalla mitica Piedigrotta allo Struscio, alla Sirena Partenope. Dal mondo delle fatture al Diavolo di Mergellina, dal Misterioso mondo dei Femminielli a Maradona. Da “Gli antichi Monte dei pegni all’epicedio del Banco di Napoli”. Interessante l’analisi della “Gloriosa storia ospedaliera, ma una sanità malata”. Dalla Ruota dell’Annunziata a Gomorra di Saviano, senza dimenticare San Gennaro, che da sempre protegge la sua città.
Si evidenzia nello scorrere della lettura una profonda conoscenza degli argomenti affrontati da un punto di vista artistico, storico e scientifico; tutti corredati e documentati da fotografie e immagini a colore.
Il presente volume è il primo di un cofanetto con 3 tomi sulla Napoletanità e 2 su 100 personaggi napoletani da ricordare, per un totale di 1000 pagine e 2000 foto.

per la consegna del libro a domicilio Tel. 081 55 14 334


Achille della Ragione, già noto ginecologo napoletano ha avuto sempre la passione della scrittura. Ha pubblicato diversi libri, prevalentemente saggi di storia dell’arte, ma anche monografie di personaggi illustri come “Achille Lauro superstar”. Continua a scrivere articoli giornalistici pluridisciplinari e collabora con riviste italiane e straniere.

Tre dipinti inediti del seicento napoletano


aggiunte al catalogo di De Simone, Pacecco e Artemisia


A Napoli nel XVII secolo l’affollato panorama dei pittori così detti minori, al confronto di giganti del calibro di Ribera, Giordano, Preti e Solimena e l’inveterata consuetudine di copiarsi l’un l’altro, ha creato una situazione di incertezza nelle attribuzioni, e solo pochi occhi esperti sono in grado di discernere i diversi pennelli.
Il primo dipinto che cade sotto la nostra attenzione (fig.1) richiama a viva voce la paternità di Niccolò De Simone, il “geniale eclettico”, come amava definirlo il compianto Raffaello Causa, nativo di Liegi, ma napoletano a tutti gli effetti. Il quale, presenta caratteri distintivi oramai ben noti alla critica più avvertita come: anatomie sommarie, tipica concitazione delle scene, caratteristico volto delle donne (tutte mediterranee dai pungenti occhi scuri), assenza di profondità spaziale con bruschi passaggi di scala, folle in preda a un’intensa agitazione, cieli tempestosi e baluginanti, ripetitività nella costruzione generale della scena, resa cromatica dall’uso di colori stridenti ed incarnati rossicci.

fig 1-scena di duello

La tela in esame presenta sul retro una dedica “Vincenzo Galiero a ricordo di sua signoria  illustrissimo reverendo Padre Michele M. da un indegno ma penitente peccatore ostinato.” Una traccia che potrà essere utile per identificare il luogo della committenza, che riteniamo possa essere la Calabria.
Il quadro, nelle dimensioni, nella costruzione della scena e nella rutilante gamma cromatica, rivela stringenti affinità con una spettacolare Strage degli Innocenti dell’antiquario Parenza di Roma, da noi accuratamente descritta in un precedente contributo; come pur l’anziano col turbante e la folta barba (fig.2) è  lo stesso personaggio che compare, con identica gestualità delle mani, alle spalle di Aronne mentre trasforma l’acqua del Nilo in sangue, il telone, pendant del Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia, conservato nella chiesa dei SS. Severino e Sossio a Napoli.

fig 2-particolare del vecchio con turbante

Più complessa ed impegnativa la seconda attribuzione: quella del San Rocco (fig.3), se non fosse per la presenza del cane (fig.4) con in bocca la pagnotta, il quale si tradisce per essere il quadrupede personale di Pacecco, che compare in molti suoi quadri, anche i più famosi, e grazie al “mio fiuto” che ha scoperto questo debole del pittore segnalandolo nella mia biografia sull’artista, così che altri brillanti studiosi hanno potuto stilare preziosi expertise.

fig 3-San Rocco

fig 4- particolare del cane

A prima vista, l’aspetto trasandato dei capelli ed il volto apparentemente truce del Santo, potevano indurre a proporre come autore il nome di Francesco Fracanzano, ma l’esame attento dell’incarnato madreperlaceo e la stessa analisi del volto, da cui suda una pace interiore ai limiti dell’estasi, non lascia dubbi, sulla paternità dell’opera. 
Pacecco amava dipingere delicate fanciulle dai corpi eterie e dalle forme aggraziate ed accattivanti, con eleganti pettinature di una modernità sconcertante, come se fossero state realizzate da un abile coiffeur contemporaneo, ma se andiamo a confrontare il San Paolo con le rare figure maschili del suo catalogo, non possiamo non cogliere le stringenti affinità, particolarmente la cura e la dolcezza con cui sono definite le mani di un biancore luminescente, cadono gli ultimi dubbi.
E concludiamo con un capolavoro di Artemisia Gentileschi, un Davide e Golia (fig.5), che tempo fa identificammo in una raccolta privata e del quale conoscevamo l’esistenza, perche descritta nello studio della pittrice nel 1631 da Joachim Von Sandrat.
Oggi finalmente possiamo ammirare l’opera esposta nella mostra sull’artista a Pisa nella magnifica sede di Palazzo Blu.
fig 5- Davide e Golia

Lo studio attento del dipinto è un’ulteriore dimostrazione di ciò che abbiamo riferito nell’incipit del nostro articolo: la tendenza dei pittori napoletani ad influenzarsi reciprocamente, che assume particolare pregnanza nel caso di Artemisia, con una parte della critica, inclusi i curatori della mostra pisana, i quali forniscono un’immagine nella quale la Gentileschi rappresenta il fulcro attorno al quale al quale si sono adeguati i suoi colleghi, come se il suo pennello prestigioso come un ricamo, avesse determinato il corso del’intera koinè napoletana. 
Un’opinione che non ci trova concordi, alla luce degli ultimi studi che ci hanno permesso di accrescere le nostre conoscenze sulla figura di artista e di donna. Ella fu molto amata dai pittori napoletani, ma gli scambi avvennero su un piano di perfetta parità.
Il dipinto raffigura un giovane sfrontato che fissa con arroganza lo spettatore, mentre con una gamba accavallata, poggia il braccio destro sulla testa tagliata del gigante Golia, dopo averlo tramortito con un sasso fiondato al centro della fronte.
Un mix prodigioso di naturalismo caravaggesco e di potenza cromatica di matrice prettamente partenopea.
Una esposizione che farà da stimolo per gli studiosi ad approfondire non solo Artemisia, ma anche quel crogiuolo di artisti che fecero del Seicento il secolo d’oro della pittura napoletana

Bibliografia

  • della Ragione A – il secolo d’oro della pittura napoletana (10 volumi), Napoli 1998-2001
  • della Ragione A – Pacecco De Rosa opera completa, Napoli 2005
  • della Ragione A – precisazioni ed inediti di Niccolò De Simone, Napoli 2009
  • della Ragione A – Niccolò De Simone un geniale eclettico, Napoli 2010
  • della Ragione A – la pittura napoletana de Seicento (repertorio fotografico a colori) tomi I-II, Napoli 2011
  • della Ragione A – mostra di Artemisia Gentileschi a Pisa, Scena Illustrata 2013