venerdì 6 aprile 2012

Teresa Del Po eccellentissima pittrice


27/7/2011

Teresa Del Po (Roma 1649 – Napoli 1713) fu figlia ed allieva del pittore Pietro e di Porsia Compagna e sorella di Giacomo. Nacque il 20 agosto del 1649 a Roma dove la famiglia si era trasferita da due anni e lì cominciò la sua attività artistica della quale niente sappiamo, ma dovette essere notevole perché le permise, fatto del tutto eccezionale in quegli anni per una donna, di entrare a far parte dell’Accademia di San Luca “senza il corso della solita bussola, ma per i meriti di pittrice, diligentissima miniatrice ed accuratissima intagliatrice in acqua forte”, come ci racconta il Pascoli, una specialità prediletta dall’artista anche a Napoli dove si trasferì con la famiglia nel 1683 al seguito del marchese del Carpio, come ci conferma il De Dominici: “ incontrò largamente il consenso di molti signori che concorsero per ottenere sue miniature e pitture fatte con pastelli, ritratti e mezze figure di santi”.
A partire dal 1678 cominciò a firmarsi con l’appellativo di Accademica romana e lavorò come illustratrice  di libri, sia devozionali che profani, eseguiti a tempera o su pergamena; inoltre trasferendo su carta i lavori del fratello Giacomo. Nel 1687 dimorò con la famiglia a Benevento, dove il padre era stato chiamato per dipingere nel duomo della città. Teresa elaborò alcune incisioni dell’Arco di Traiano e ritrasse alcuni illustri personaggi locali. Il De Dominici ci riferisce che anche sua figlia Vittoria Vergilli, sotto la sua istruzione, si dedicò alla miniatura raggiungendo buoni risultati, anche se non raggiunse mai “la perfezione della madre nel disegno e nella forza del chiaroscuro.
Poco ci è rimasto della sua produzione di brillante e raffinata pittrice specializzata, con molti anni di anticipo sulla più celebre Rosalba Carriera, nella tecnica del pastello, talvolta alternata a quella della tempera su pergamena, come nel caso dei due dipinti: Pan e Siringa (fig. 1) ed Apollo e Dafne (fig. 2), firmati e datati 1698 e  conservati nella raccolta di Marco Grassi a New York, i quali, pur riprendendo prototipi maratteschi, peraltro diffusi ampiamente anche a Napoli, replicano noti dipinti del fratello Giacomo. Nel museo nazionale di Palermo si trovano un Ritratto di Don Pedro de Moncada, firmato e databile al 1700 ed una Santa, firmata e datata 1705; nel Gabinetto dei disegni e delle stampe del museo di Capodimonte vi è un Ritratto di gentiluomo (fig. 3 ), firmato e datato 1708, che predede alcuni rari ritratti ad affresco del fratello, quali quelli di Giacomo e Giovan Domenico Milano siti nella sacrestia della basilica di San Domenico a Napoli; mentre nel museo di Nantes si trova una Maddalena (fig. 4) firmata e derivata da quadri di Giacomo; infine nella cattedrale di Tursi in Basilicata vi era un pastello firmato raffigurante un’Addolorata, andato distrutto in un incendio nel 1998. 




Un recente ritrovamento di un documento testimonia nel 1696 il pagamento di 200 ducati per due miniature ovali richieste dal principe di S. Agata. Numerosi sono i lavori di incisione che ci sono giunti, a dimostrazione di un percorso artistico chiaro e definito che ha inizio a Roma con un gruppo di stampe tratte dai dipinti che Pietro, il padre, realizzò per la cattedrale di Toledo, in cui rivivono chiare inflessioni di classicismo bolognese e accenti di matrice poussiniana. 
Le stampe napoletane della Del Po - dall'antiporta per la Progymnasmata physica (fig. 5) del celebre medico e filosofo Tommaso Cornelio, alla Veduta del Vesuvio in eruzione del 1694 su disegno di Giacomo - costituiscono altrettanti modelli sia per la finezza di incisione e la padronanza della tecnica acquistata con la lunga pratica romana, sia per l'effettiva mancanza di botteghe specializzate per la formazione di incisori. Tra le sue ultime opere è la nota incisione raffigurante l'Apparato funebre (fig. 6) eretto nel 1694 nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara in onore del giovane Antonio Miroballo. La grande "macchina", detta anche con un termine seicentesco "castellana", era stata ideata da Lorenzo Vaccaro come un'architettura aperta, dall'andamento lineare mosso e vibrante, carica di elementi decorativi. Ad un gusto già rococò risponde in pieno l'opera dell’artista, superando le durezze del mezzo tecnico per una resa densa di ombre, quasi pittorica. La stampa inoltre è significativa come documento atto a fornire l'immagine di uno di quei sontuosi apparati in uso nell'età barocca, volutamente effimeri, per le ricorrenze festive e funebri. Nella memoria dei Funerali nella morte del signore d. Antonio Miroballo ... edita a Napoli nel 1695, oltre alla "castellana" c'è il ritratto del giovane defunto, una delicata acquaforte ritoccata a bulino, che testimonia la nota abilità ritrattistica della Del Po. Morì a Napoli il 5 agosto 1713.


  
Bibliografia
Mongitore A. – Memorie dei pittori..siciliani(edizione del 1977 a cura di Natoli E.), pag. 26, 41, 91, 135, 140 seg. – Palermo 1719 – 1742
Pascoli L. – Vite de’ pittori, scultori ed architetti moderni, II, pag. 100 – Roma 1736
De Dominici B. – Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, III, pag. 515 e sg. Napoli 1742 – 45
Dalbono C. T. – Storia della pittura in Napoli e in Sicilia dalla fine del 1600 a noi, pag. 410 – Napoli 1859
Ceci G. – Bibliografia per la storia delle arti figurative nell’Italia meridionale, I, pag. 57 – Bari 1911
Giannone O. – Giunte sulle vite de’ pittori napoletani, pag. 177 – Napoli 1941
Valente C. – L’arte nella Basilicata. Guida artistica della regione di Orazio, – Potenza 1948 
Prota Giurleo U. – Pittori napoletani del Seicento, pag. 69 – Napoli 1953
Doria G. – Bologna F. – Mostra del ritratto storico napoletano(catalogo), pag. 52 – 53, num. 71 – Napoli 1954
Prota Giurleo U. – Notizie sui pittori del Po, in Il Fuidoro, da pag. 259 – 263 – Napoli 1955
Perrone Capano F. – Observacione sobre algunas raras estampas napolitanas del ultimo decenio del seicento, in Archivio espanol de arte, XLIV, pag. 435 e sg. – 1971
Rabiner D. N. – The paintings of Giacomo Del Po… tesi di dottorato(Università del Kansas 1978), pag. 2  1980
Prosperi Valenti Rodinò S. – in Incisori napoletani del ‘600(catalogo), pag. da 191 a 202 – Roma 1981
Omodeo A. – Grafica napoletana del ‘600, pag. 28 – 60 – Napoli 1981
Grelle Iusco A. – in Arte in Basilicata, pag. 130 – Roma 1981
Catello E. – in Seicento napoletano. Arte, costume e ambiente, pag. 439 – 441 – Milano 1984
Rabiner D. – Teresa del Po: a Pre – Rosalba Pastel portraitist, in Woman’s art journal, pag. 17, fig. 1 – 1984
Bellucci E. – in Civiltà del Seicento a Napoli(catalogo), II, pag. 450 – Napoli 1984
Barletta S – in Civiltà del Seicento a Napoli(catalogo), II, pag. 471 – Napoli 1984
Starita L.  – in Civiltà del Seicento a Napoli(catalogo), II, pag. 479 – Napoli 1984
Starita L. – L’incisione a Napoli tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII, in arte cristiana,LXII, da pag. 33 a 38 – 1984
Delfino A. – Documenti inediti per alcuni pittori napoletani del’600, in ricerche sul ‘600 napoletano, pag. 103 – Milano 1985
Wiedmann G. – Documenti sulla presenza a Roma dei Del Po, in Ricerche sul ‘600 napoletano, pag. 251 – 254 – Milano 1986
Spinosa   N. – Pittura napoletana del Settecento, II, pag. 56 – 57 – 165, fig. da 371 a 374 – Napoli 1986 - 87
Heller N. - Women artist: an illustrated history – New York 1987
Boscia M. – Appunti per una storia della tipografia e della vita culturale di Benevento del XVIII secolo, pag. 90 – Napoli 1988
Catello A. – in Dizionario biografico degli Italiani, ad vocem, pag. 240 – 242 – 1990
Pinto R. – La pittura napoletana, pag. 409  -  410 – Napoli 1998
della Ragione A. - Pittori napoletani del Settecento. Aggiornamenti ed inediti, pag. 17 – 70, tav. 48 - 49 – Napoli 2010
della Ragione A. - La pittura del Seicento napoletano(repertorio fotografico), pag. 30 – Napoli 2011

La collezione Ruggi D’Aragona in mostra a Salerno


19/7/2011

A Salerno, presso il museo diocesano, è possibile ammirare in mostra la collezione Ruggi D’Aragona, una delle più importanti raccolte di pittura napoletana, con dipinti di Beltrano, Guarino, Vitale, Coppola, Stanzione, Nicola Vaccaro e tanti altri artisti giudicati minori unicamente perché attivi nel secolo d’oro al fianco di giganti come Ribera o Giordano, Preti o Solimena. 
Si tratta di ventotto tele di soggetto sacro di maestri del Seicento napoletano, che tranne in alcuni casi non sono mai uscite prima dai depositi e sono ignote, non solo agli appassionati, ma agli stessi studiosi. La storia di questo nucleo di quadri è alquanto travagliata. Donati alla Cattedrale di Salerno da parte di uno degli ultimi esponenti della nobile famiglia salernitana Ruggi D' Aragona nel luglio 1870, come riportato in un documento testamentario del marchese Giovanni, si ritrovano citati di nuovo nel 1929. Dopo questa data, i dipinti, da sempre custoditi nella sacrestia del Duomo, subirono vari spostamenti in attesa di una nuova collocazione. Poi, un continuo migrare dovuto a rifacimenti e restauri della cattedrale, ma anche al nuovo progetto di realizzazione del museo Diocesano, che li avrebbe dovuti accogliere come nucleo principale della pinacoteca. Nel 1980 l' ultima "scossa", non solo di terremoto, dà l' ulteriore colpo di grazia, danneggiando i capolavori barocchi che a quel punto necessitano di una lunga terapia di restauro. Oggi con la mostra sulla collezione Ruggi D' Aragona si chiude il ciclo: le opere tornano ad essere esposte nel museo Diocesano per cui erano state pensate, dopo un lungo ed accurato restauro che le ha restituite allo splendore originario.
L’Adorazione dei pastori(01), a lungo ritenuta del Giordano, è viceversa con certezza opera di Nicola Malinconico, quando l’artista cercò di seguire l’ultima maniera chiara del maestro e sembrerebbe, più che un bozzetto, uno studio preparatorio per la tela di analogo soggetto conservata a Napoli nella chiesa di S. Maria la Nova.
Il lavoro del Malinconico fa da modello per uno dei dipinti inseriti nel ciclo del cassettonato della Collegiata di San Michele ad Episcopio di Sarno, a firma di uno degli allievi di Giordano, Andrea Miglionico.
Due dipinti della collezione vengono tradizionalmente assegnati a Stanzione: un San Brunone (02) in preghiera, sicuramente non autografo, realizzato probabilmente da un pittore della cerchia di Francesco Di Maria ed una Madonna della rosa (03), variamente collocata cronologicamente dalla critica tra la metà degli anni Quaranta (Leone de Castris) e gli anni Cinquanta(Schultze). Per la figura della Vergine lo Stanzione sembra ispirarsi al celebre modello della Visitazione della cappella Merlino nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, mentre in contrapposizione ai volti delicati della Madonna e del Bambino la veste e le mani, di qualità più modeste, tradiscono la partecipazione della bottega.


La Giuditta con la testa di Oloferne (04) è tra le opere più affascinanti esposte ed attira maliziosa lo sguardo dell’osservatore per la sua pacata bellezza. Già assegnata al Guarino da Spinosa nel suo repertorio, fu ritenuta da Bologna, esito di un maestro anonimo  vicino ai modi pittorici del Maestro di Fontanarosa e del De Bellis e con la denominazione di Maestro della Giuditta di Salerno fu esposta nel 1991 alla mostra su Battistello Caracciolo ed il primo naturalismo a Napoli, assieme ad un David con la testa di Golia (05), anche esso della raccolta Ruggi D’Aragona, per il quale oggi si propende per una, accettabile ma non definitiva, paternità di Van Somer.


Fa meraviglia vedere la targhetta che assegna al Gargiulo il Ruben al pozzo (06), opera certa di Carlo Coppola(siglato CC). Il dipinto, che potrebbe più incisivamente chiamarsi Giuseppe ed i fratelli, raffigura il poco noto personaggio biblico, figlio primogenito di Giacobbe e capostipite della tribù omonima, che ebbe parte attiva nella resistenza dei fratelli contro Giuseppe, ritratto mentre sta scoperchiando il suo pozzo per abbeverare le bestie.(Per maggiori dettagli rinvio alla mia monografia Carlo Coppola opera completa, pag. 10, tav. 27).

Il San Pietro in meditazione (07) è copia antica di un originale che ho avuto mesi fa occasione di esaminare a Palma de Mallorca in una collezione privata(cfr. il mio Repertorio fotografico sulla pittura del Seicento napoletano, tomo II, addenda). 

Tra i quattro quadri dati al Vitale ci ha intrigato una ulteriore versione del Loth e le figlie (08), che si aggiunge a quella transitata nel maggio1984 presso la Finarte di Milano ed alla Fuga di Lot da Sodoma già in collezione Carignani di Novoli a Napoli.(cfr. la mia monografia Pacecco De Rosa opera completa(3° edizione, pag. 5, fig. 12 – 14). Anche in questo dipinto compare, oltre a vesti sontuose, che richiamano a viva voce la lezione di Artemisia Gentileschi, un prezioso vaso istoriato in mano ad una delle due leggiadre fanciulle. La tavolozza sontuosa colloca l’opera nel quinto decennio, in linea con la data, oggi illeggibile, posta su una delle due tele citate, che indicava il 1650, un momento nel quale i rapporti di dare ed avere tra patrigno e figliastro(il Vitale e Pacecco De Rosa) si indirizzano verso un prevalere dello stile del pittore più giovane. Altri due dipinti con lo stesso soggetto sono illustrati nella monografia sul Vitale a cura di Giacometti, Porcini e Porzio(pag. 116 – 117, tav. 49 – 51); in particolare la tela passata a San Francisco presso Bonhams nel novembre del 2005, attribuita alla Gentileschi, è sovrapponibile a quella del museo Diocesano e presenta lo stesso vaso decorato con l’immagine di un cavallo in corsa.

Deboli e di autografia incerta le altre opere attribuite al Vitale: una Disputa di Gesù con i dottori(09) ed un San Francesco in meditazione(010).


Un’interessante aggiunta al catalogo di Agostino Beltrano, un ancora poco noto stanzionesco falconiano, è costituita dai due dipinti di palmare autografia, raffiguranti un Mosè fa scaturire l’acqua dalla rupe(011) ed un Viaggio di Rebecca(012) mentre plausibile appare la paternità del Marullo dell’Abramo ed i tre angeli(013), anche se il pittore riesce facilmente riconoscibile nelle tele in cui compare una figura femminile, segnata in maniera inconfondibile dal patognomonico cono d’ombra sulla guancia sinistra.



Notevoli i dipinti(014 – 015 – 016) di Nicola Vaccaro, tra i vertici della sua produzione, che daranno peso agli interessi neoseicenteschi dei solimeneschi Jacopo Cestaro e Nicola Maria Rossi, mentre la Maddalena penitente(017) assegnata sulla targhetta del museo ad un ignoto vaccariano è replica autografa di Andrea.
Difficile dare un nome ai quadri presentati come ignoti di qualità non eccelsa: un S. Antonio abate(018) e un San Girolamo(019).







Foto di Dante Caporali

Lettere al direttore, un genere letterario


19/7/2011

La rubrica delle lettere ai giornali è da sempre uno spazio di democrazia ed una palestra di idee e proposte che i lettori, attraverso le pagine del quotidiano o settimanale preferito, pongono all’attenzione generale. 
Le nuove tecnologie hanno reso più semplice questo contatto, non ci vuole più il francobollo, basta un clic ed il travaso di pensiero è assicurato, permettendo ad un fiume di denuncie, confessioni e frammenti di vita vissuta di affluire in redazione, mescolando intimità ed esibizionismo, intelligenza e mediocrità e formando un’isola privilegiata dove si esprime l’identità di un giornale. Alcune testate come Libero o Il Giornale dedicano ogni giorno due pagine ai pareri dei propri lettori, mentre alcune celebri rubriche sono sulla breccia da decenni, come lo Specchio dei tempi, pubblicato ininterrottamente su La Stampa dal 1955 o la Stanza del Corriere della Sera, resa leggendaria da Indro Montanelli e proseguita poi brillantemente da Paolo Mieli ed oggi da Sergio Romano. 
Ricordiamo inoltre l’Editoriale dei lettori, uno spazio cospicuo che ogni giorno La Stampa concede alla migliore lettera. Per le questioni sentimentali, mitici sono stati i consigli di Donna Letizia, al secolo Colette Rosselli o di Susanna Agnelli, che dalle pagine di Oggi, ha indirizzato migliaia di lettrici nei meandri di una società che cambiava radicalmente stili di vita e valori. Natalia Aspesi sul Venerdì di la Repubblica prosegue un genere letterario che non conosce pause, mentre cultura, politica e costume sono il terreno preferito da Corrado Augias, Michele Serra, Beppe Severgnini e Roberto Gervaso. Gli aficionados di queste rubriche si dividono in due distinte categorie: gli occasionali ed i patiti. I più scrivono una sola volta nella vita, sotto la spinta di un episodio che li ha colpiti in maniera particolare, gli altri, gli habitues, rappresentano un fiume in piena di proposte, invettive, proclami, inviati con frequenza quasi quotidiana. Vi è la ragionevole speranza, ponendo una questione all’attenzione dell’ opinione pubblica, che questa trovi una soluzione? La mia personale esperienza indurrebbe al pessimismo. Sono forse il più fertile tra questi maniaci della scrittura, avendo contratto la passione – malattia in età pediatrica:la mia prima lettera, sui matrimoni internazionali, pubblicata dal mensile Quattrosoldi risale infatti al 1960; l’argomento di stringente attualità è rimasto inevaso, al punto che a distanza di oltre 50 anni ho potuto proporre la medesima missiva, vedendola in evidenza su numerose testate! 
Ho pubblicato più di mille lettere, alcune simultaneamente su svariati giornali (per chi volesse leggerne qualcuna ne ho raccolto un centinaio in un libro:Le ragioni di della Ragione consultabile su internet digitando il titolo) e posso affermare che le volte in cui la proposta avanzata si è realizzata si possono contare sul palmo di una, al massimo due mani. Di recente ho visto, dopo una mia lettera, pubblicata sul Corriere della Sera e da molti altri quotidiani, sulla truffa perpetrata all’Inps dalle badanti, che sposano il proprio datore di lavoro ottuagenario per poter godere della pensione di reversibilità, la norma accolta a tempo di record nell’ultima finanziaria, grazie ad un onorevole, il quale gentilmente mi ha fatto esaminare preventivamente la sua bozza di legge. Ma grande fu la soddisfazione quando una decina di anni orsono riuscii a far uscire dal carcere un mio cameriere, ingiustamente recluso(è stato poi assolto con formula piena) e sottoposto, per quanto malato di tumore, alle angherie dei suoi 15 compagni di cella(alloggiavano in 16 in una cella di pochi metri quadrati nell’inferno di Poggio reale). 
A fronte di questi pochi successi da anni attendo, nonostante sia tornato ripetutamente sull’argomento, che Napoli dedichi una strada ad Achille Lauro o che gli intellettuali capiscano la corretta dizione di Borbone e non Borboni. Mi sono dilungato oltre misura, una regola ferrea da rispettare per le lettere al direttore e quindi concludo: ”Verba volant”. 

Andrej Longo, uno scacchista scrittore


14/7/2011
Maestro di scacchi, pizzaiolo, ma soprattutto autore di successo

Nel panorama degli scrittori campani Andrej Longo occupa una posizione defilata: non ama apparire, non partecipa a dibattiti, non frequenta i colleghi, non si spaccia per intellettuale, nessun giornalista lo interroga sul presente e sul futuro di Napoli.
Un libro all’anno, un editore autorevole, Adelphi ed il successo che si ripete puntuale.
In passato gli editori lo presentavano come pizzaiolo, faceva chic, dimenticando la laurea al Dams e tanti anni di collaborazione con la Rai. 
Per la sua ultima fatica letteraria Andrej ha ideato una furbata. Per Lu campo di girasoli alla lingua tradizionale ha sovrapposto una parlata meridionale, scorrevole ed accattivante, in grado di mescolare lingua e vernacoli, storie ed emozioni e produrre un melting pot di struggente suggestione, che ambisce a divenire un nuovo esperanto.
Una scelta coraggiosa, ma in parte già praticata in Dieci, una raccolta di racconti di qualche anno fa, dove il napoletano dominava con aurea dignità ed animava la narrazione.
La critica più avvertita ha richiamato i celebri esempi del Finnegam Wake di Joyce e l’Horcinus orca di D’Arrigo, ma si tratta naturalmente di esagerazioni senza senso, che solo recensori prezzolati e adulatori possono immaginare. 
Nel nuovo lavoro l’invenzione di una vera e propria lingua esercita un ruolo più incalzante ed avvince il lettore, che si appassiona alla storia dell’amore contrastato dei due poveri giovani, Caterina e Lorenzo, sui quali incombe la protervia di Rancio Fellone, il quale, aiutato da due complici, vuole possedere la bella fanciulla il giorno della festa di San Vito, quando tutta la folla si eccita e si sfrena nei gorghi della tammurriata. 
Molti altri personaggi intrecciano le loro storie nella narrazione, che scorre veloce tra le amenità della fiaba e lo squallore della cronaca nera, intessuto di passioni primordiali e di riti arcaici.
L’antica amicizia e la comune predilezione per il nobile gioco degli scacchi ha permesso un’esclusiva intervista con l’autore durante una memorabile sfida sulle 64 caselle.
Come ti è venuta l’idea della lingua vernacolare?
Durante un sogno ho avuto la folgorazione, mi sono svegliato ed ho cominciato a prendere appunti, mescolando il napoletano al pugliese,il dialetto di mio padre al siciliano che tanto amo.
Come pensi che risponderanno i lettori della Padania a questo coacervo di parlate meridionali?
Non mi sono posto il problema, ho seguito unicamente la mia ispirazione.
La figura di Rancio Fellone con i suoi bravi mi rammenta più che i Promessi Sposi il night che Altafini aprì ad Ischia negli anni Sessanta.
Hai ragione, ero bambino e non potevo entrare in quel locale, nel quale entravano tutti i miei amici più grandi ad abbordare le turiste del Nord.
Nel romanzo mi è parso di percepire che i protagonisti, tutti senza esclusione, non vogliono arrendersi al fato che nel Sud sovraintende a tutti gli avvenimenti.
Bravo hai colto un aspetto fondamentale del libro che nessuno dei recensori aveva fino ad oggi sottolineato.
Pensi di ripetere questo esperimento linguistico anche in futuro?
Non faccio previsioni, ora con questo caldo, finito un ciclo di presentazioni, non vedo l’ora di bagnarmi nelle acque del mare di Ischia. 

Uno sguardo sul nostro futuro


12/7/2011


Come finirà la crisi economica

Un domani i nostri figli e nipoti dovranno pagare l’enorme debito da noi accumulato. Ci malediranno e nello stesso tempo si chiederanno il perché di questa vigliaccata. Leggeranno i libri di storia alla ricerca di una risposta e vedranno come negli anni Ottanta del Novecento il capitalismo cambiò volto e, caduto il muro di Berlino, stabilì di liberalizzare i movimenti di capitali, i quali cominciarono a spostarsi da un angolo all’altro della Terra, alla ricerca della migliore redditività, una cosa fino ad allora impensabile, in un epoca ispirata agli storici accordi di Bretton Woods, contrari a qualsiasi trasferimento di risorse monetarie lontano dal luogo dove erano state prodotte. 
Tali limitazioni, da tutti accettate, avevano permesso una tregua nell’ eterna lotta tra capitale e lavoro; infatti si rinunciava alla volontà del massimo profitto in cambio di una sorta di pace sociale, contraddistinta dall’ affievolirsi della lotta di classe, dalla diminuzione degli scioperi e dalla ricerca congiunta dell’aumento di produttività, condizione indispensabile per incrementare la redditività del capitale ed in proporzione la crescita di stipendi e salari. I politici chiamarono questo accordo tra le parti politica dei redditi e per alcuni decenni essa fu contrassegnata da una drastica riduzione della disoccupazione e da una ragionevole distribuzione dei benefici economici. Questo virtuoso equilibrio tra le parti saltò in breve non appena ingenti risorse monetarie cominciarono ad indirizzarsi verso i paesi poveri, dove diedero luogo a tumultuosi processi di sviluppo, travolgendo però antiche tradizioni, sedimentate nei secoli e creando le condizioni per repentini quanto devastanti fenomeni di deflusso economico. 
Nel frattempo in Occidente questi spostamenti monetari provocarono una mutazione genetica del capitalismo, che assunse il suo volto più feroce, con una ricerca spasmodica del massimo profitto, in dispregio dell’ambiente e dei limiti dello sviluppo consentiti dal pianeta; inoltre si cominciò ad assistere ad una prevalenza della finanza sull’economia e della speculazione sulla produzione. Le conseguenze furono disastrose con uno spostamento dei guadagni dalla tangibile realtà della produzione agli artifici truffaldini della finanza, un aumento delle diseguaglianze sociali ed un incremento del divario tra ricchi e poveri. Inoltre venne a crearsi un effetto paradossale con il risparmio realizzato nei paesi emergenti, il quale, invece di sostenere i consumi locali, aumentando l’ infimo livello di vita delle popolazioni locali, va alla ricerca di un buon rendimento e di una ragionevole sicurezza, andando a finanziare i consumi spropositati dei cittadini dei paesi ricchi, istaurando una cronico squilibrio nelle loro bilance di pagamento e perpetuando la scellerata consuetudine di vivere alle spalle delle future generazioni di un regime economico nel quale l’ indebitamento cresce giorno dopo giorno ed un consumismo sfrenato, esaltato da una pubblicità martellante, induce il cittadino a ricercare benessere e felicità nel vacuo possesso di una miriade di oggetti privi di senso. 
Poi sopraggiunse una spaventosa crisi provocata dall’esplosione di una gigantesca bolla immobiliare negli Stati Uniti e dalla scoperta della truffa insita nei derivati ed in altri prodotti finanziari spazzatura. Per effetto perverso della globalizzazione dall’America il crack si trasferì in tutto il mondo travolgendo i mercati. La depressione del 1929 apparve ben poca cosa, anche perché si riuscì faticosamente a superarla grazie alla politica, che ancora prevaleva sull’economia, alla tutela degli interessi pubblici in contrasto agli egoismi privati. I governi davanti alla vastità della catastrofe si mostrarono deboli ed accondiscendenti con i responsabili: ripianarono i bilanci delle banche insolventi con denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti ed aumentando a dismisura il debito pubblico. Furono necessari gravi e duraturi sacrifici, mentre le agenzie di rating si permettevano di criticare i bilanci deficitari degli Stati che, abdicando impudicamente ad esercitare la sovranità, si erano prostrati davanti a multinazionali e potentati finanziari. Riprese spavaldamente il gioco della rapina finanziaria ai danni dei cittadini fino a quando…. 
E qui la storia può prendere due diversi svolgimenti, tutto dipenderà da come noi ci comporteremo. Ci avvieremo verso un governo mondiale, obbligatoriamente di natura dittatoriale(le democrazie sono il regno della corruzione dove il potere del denaro trionfa), auspicabilmente illuminata, in grado di regolare lo straripante potere della finanza, riportando il capitalismo a più miti consigli e dedicando la giusta attenzione all’uomo ed ai suoi bisogni. Al limite alla divisione del mondo in due blocchi contrapposti, regolati però da leggi dipendenti dalla politica e non dall’economia. Oppure (ed in tal caso dubito che i nostri discendenti possano leggere il finale) il denaro continuerà ad essere la misura di tutti i valori, la disoccupazione dilagherà, mentre il capitale sfrutterà sempre più il lavoro, incurante di disastri ambientali e dell’esaurimento delle risorse fino all’ apocalisse prossima ventura. 

Lettera a..


12/7/2011

La protervia con la quale Bossi, ostinatamente, si oppone a qualsiasi soluzione per permettere a Napoli di uscire dall’emergenza rifiuti, ha dimostrato, al di là di qualsiasi dichiarazione di principio, il vero volto del tanto auspicato federalismo. 
Un secessionismo, mascherato da devolution, che alimenta i peggiori istinti di una parte delle popolazioni del Nord. Un preludio alla rottura dell’unità nazionale sull’onda dell’egoismo delle regioni più ricche, un progetto sciagurato che oggi diventa chiaro a tutti nelle sue intenzioni e che deve essere osteggiato con ogni mezzo. 

Da Mattia Preti a Luca Giordano


9/7/2011

A breve distanza dal primo corposo volume da Caravaggio a Massimo Stanzione si conclude l’excursus di Spinosa nel secolo d’oro della pittura napoletana con un volume(più piccolo e con lo stesso prezzo del precedente) che giunge alle soglie del Settecento ed esamina i tre giganti: Preti, Giordano, Solimena, senza trascurare il nugolo di minori da Beinaschi a Malinconico, da Altobello a Farelli, da Del Po a De Matteis, oltre ad un capitolo dedicato agli specialisti della natura morta.
Purtroppo le foto a colori sono poche e quelle in bianco e nero sono spesso di qualità scadente e vi è il rammarico che l’opera non sia stato il grande repertorio sulla pittura napoletana seicentesca che studiosi ed appassionati attendono da tempo e che le difficoltà editoriali, in mancanza di sponsor, hanno rinviato sine die.
Le schede che corredano i dipinti sono approssimative, come pure la bibliografia appare insufficiente, ma il maggiore rammarico sta nel constatare che i pur numerosi inediti commentati sono transitati in aste internazionali o sono stati venduti dai grandi antiquari di Parigi, Londra e New York, a confermare una diaspora rovinosa che rappresenta il segno inequivocabile del declino di un’antica città, dal rango di capitale della cultura e delle arti figurative, a quello triste ed incontrastato di capitale della monnezza e della criminalità.
Un tempo le collezioni private partenopee, disseminate tra la Riviera di Chiaia e il Monte di Dio, tra via Costantinopoli ed il Vomero, erano tra le più famose in Europa, prima che un vento impetuoso le spazzasse via, rimpinguando raccolte private e musei stranieri, con un dissanguamento cominciato con la caduta dei Borbone e sviluppatosi oltre ogni limite nel secolo scorso, continuando fino ai nostri giorni.
Ma bando alla tristezza ed alla malinconia e godiamoci con gli occhi e con la mente le novità (non sono poche), che il solerte studioso ha voluto proporci nel suo fascinoso viaggio, una sorta di testamento spirituale e di passaggio delle consegne alle giovani generazioni di specialisti, tra le quali non mancano nomi che presto avranno il giusto riconoscimento.
Procedendo in ordine alfabetico partiamo da Altobello, del quale presentiamo una luminosa Adorazione dei pastori(01) transitata presso Sotheby’s a Londra nell’aprile del 2001 con un’attribuzione al giovane Solimena e che viceversa è tra gli esiti più alti del pittore con stringenti affinità con le sue due tele conservate nella chiesa di S. Maria la Nova e nella quale si palpa tangibilmente una ripresa delle soluzioni luministiche di Mattia Preti e dei primi lavori del Giordano.
Del Beinaschi, attivo a Napoli ed a Roma e sul quale è in uscita una corposa monografia a cura di Pacelli e Petrucci, sono illustrate numerose opere tra cui abbiamo scelto una superba Natività di Maria(02) di collezione privata spagnola, destinata originariamente, per le cospicue dimensioni, ad adornare una chiesa o un convento e collocabile cronologicamente all’epoca del secondo soggiorno napoletano, quando il pittore è simultaneamente suggestionato dai modi del Lanfranco e per le ombre dense dal Guercino e da Mattia Preti, mentre le figure femminili discendono direttamente dagli esemplari del Domenichino nella Cappella del Tesoro di San Gennaro.

Per Giacomo Del Po si parte dalle due grosse tele (03 – 04) conservate nella basilica di S. Antonino a Sorrento, le prime opere datate dell’artista, ancora ispirate a modelli del classicismo romano accademizzante, prima della svolta verso il barocco di Mattia Preti ed in pieno Settecento dalla pittura genovese, già raffinatamente rococò.


Non molti gli esempi del De Matteis, per il quale è prossima l’uscita di una monografia, tra questi abbiamo privilegiato un’Assunzione(05) eseguita nel 1691, uno dei suoi primi affreschi documentati, realizzato per la cappella di palazzo Tirone, sito nella zona di San Carlo alle Mortelle, oggi trasformato in scuola, ma all’epoca dimora di prestigio nella quale lavorarono anche il Solimena ed il Brandi ed una Danae(06), simile a quella che fu presentata alla mostra Ritorno al Barocco, intrisa da una fredda luminosità e da una chiarezza delle forme, che richiama in egual misura la lezione del Maratta e la tradizione accademica francese, senza rinunciare ad una preziosità cromatica, testimoniante l’affermarsi anche a Napoli di una sensibilità al trionfante gusto rocaille.
Del Donzelli si discute del San Michele che abbatte satana(07) conservato nella chiesa di San Vincenzo alla Sanità e lo si collega ad una tela di Meta di Sorrento firmata alla latina Philippus Zellus e datata 1654, accettando l’ipotesi del Porzio di identificare i due autori in una sola personalità. Per chi volesse approfondire l’argomento e conoscere il dipinto sorrentino ed anche un’altra tela firmata dell’artista rinvio al mio contributo: La bottega di Pacecco De Rosa, pubblicato nel volume Pittori napoletani del Seicento. Aggiornamenti ed inediti (consultabile anche sul web, pag. 44 – 45, fig. 24 – 25, tav. 101). 



Farelli viene documentato da 14 opere e tra queste abbiamo scelto due dipinti presso l’antiquario Parenza di Roma. Partiamo da una notevole Madonna col Bambino e S. Anna(08), databile agli inizi degli anni Ottanta, che appartiene alla fase purista del pittore, quando le sue fonti ispirative principali sono, oltre al Vaccaro, Massimo Stanzione. I personaggi dalle patognomoniche fisionomie si collocano in una composizione estremamente bilanciata e debitrice di una apprezzabile tecnica disegnativa.

Vi è poi una Strage degli innocenti(09), che noi abbiamo in precedenza assegnato a Niccolò De Simone, a tal punto convinti, da avergli dedicato la copertina della nostra monografia sull’artista.

Il dipinto è eseguito con pennellate generose dense di materia e con l’uso di colori squillanti, tra i quali spiccano il blu cobalto ed il giallo cenere delle vesti delle mamme, i cui volti sconvolti manifestano in egual misura dolore, terrore e rassegnazione. Al centro della composizione un tocco di erotismo stempera il dramma che si sta svolgendo implacabile con una puerpera dal seno procace, che sembra voler offrire le sue grazie agli astanti, pur di distrarre la furia mortale degli aguzzini. Osservando il quadro sembra quasi di sentire il grido lacerante delle madri che vedono strapparsi dal seno le proprie creature innocenti e che rimbomba all’infinito, raccogliendo in sé tutti i dolori del mondo. La scena è drammatica e commovente, ma una regia ineffabile sembra bloccare i gesti dei protagonisti in una staticità senza luogo e senza tempo, mentre il potente dinamismo dell’episodio è colto in un’ottica che riduce il movimento in fissità, avvolta in una vertigine che tutto risucchia in un orrore infinito, che congela i nostri sensi e le nostre emozioni, ci fa trattenere il respiro, quasi partecipi della tragedia che si compie sotto i nostri occhi.
Di Gaetano Recco viene presentata come unica opera firmata la Morte di Seneca del museo di Capodimonte, proveniente dalla celebre raccolta D’Avalos, ci permettiamo di proporre ai lettori un’altra tela firmata(010) : un Martirio di San Bartolomeo conservato a Ripacandida nella chiesa di S. Maria del Sepolcro.

Regolia, oltre alle celebri tele della raccolta Harrach a Schloss Rohrau, una delle quali datata 1673 è presente con un notevole inedito: una Caduta della manna(011), dalle palpabili affinità con i dipinti conservati in Germania, eseguito in una fase avanzata della sua attività, quando dopo un modesto inizio nei modi del naturalismo di schietta marca partenopea, si accostò, tra recuperi classicistici dal Domenichino, aperture verso il Mattia Preti tenebroso e apparenti inclinazioni barocche, ai modi di Francesco De Maria.

Di Nicola Vaccaro in collaborazione con Brueghel vi è una Venere in giardino con putti e due ancelle sotto una pioggia di fiori(012), che si colloca, per eleganze formali e compositive, chiarezza di luci atmosferiche e preziosismi cromatici nel clima tra classicismo e rococò tra fine ‘600 e primo ‘700. Illustrato anche un pendant con Venere ed Adone ed Aci e Galatea(013), già assegnato al De Matteis, improntato da una raffinata ricerca formale, orientata in senso classicista, che arriva a soluzioni di gusto rocaille.


Anche Domenico Antonio Vaccaro ha il suo spazio con un piccolo quanto prezioso olio su rame raffigurante il Ratto di Ganimede(014), al quale si riferisce uno dei pochi disegni noti del pittore, marcato da una originale sensibilità e felicità compositiva, che permetteva al Vaccaro di tradurre la narrazione mitologica in opere di dimensioni ridotte con un uso squillante e vario della tavolozza, eliminando qualsiasi omaggio alla tradizione arcadica più canonica.

Angelo Solimena, spesso trascurato nelle trattazioni seicentesche, è ben rappresentato con tele tutte già note alla critica e tra queste, abbiamo scelto la Madonna delle anime purganti(015) conservata a S. Egidio Montalbino per l’intenso cromatismo che accentua il risalto delle forme e mostra come il pittore avesse già assimilato la lezione del Preti, pur preservando una rigorosa dipendenza dallo stile del suo maestro Guarino nell’accentuazione naturalistica dei particolari.
Per non dilungarci eccessivamente non parleremo del Simonelli e dei Malinconico: Nicola, Andrea ed Oronzo, degnamente rappresentati con alcuni dei loro dipinti più noti.


Passando ai giganti, del Preti abbiamo scelto un sorprendente Convito di Baldassarre(016) di una collezione romana, un quadro di grandi dimensioni e di altissima qualità, in grado di rivaleggiare con i dipinti conservati nei più importanti musei e due Maddalene penitenti di prepotente effetto visivo. La prima(017), presso l’antiquario Corsini a New York, è un notevole esempio per qualità formali, intensità espressiva, preziosismi neoveneti di luci e materie cromatiche della produzione finale del periodo napoletano del pittore. Per la seconda(018), eseguita negli anni trascorsi a Malta, il Preti si ispira agli esempi del Ribera degli anni Trenta e del decennio successivo ed accentua i toni, seppur contenuti, di profonda pietà, immenso dolore e sincera devozione. Nella tela si apprezzano inoltre i brani di natura morta: il teschio tra le mani della santa, i libri e le pergamene a terra e la stessa stuoia a fare da umile tappeto.



Per Giordano, dalla sterminata produzione, abbiamo scelto l’inedito bozzetto per la celebre Cacciata dei mercanti dal tempio(019 ) posta sulla controfacciata della chiesa dei Gerolamini e due modelli preparatori(020 – 021) per scene di battaglia della fondazione Godia di Barcellona.



Solimena, che reclama e merita una nuova monografia ed una grande mostra, è ben rappresentato a partire da una giovanile Adorazione dei magi (022), eseguita negli anni Ottanta, che per ampiezza e sontuosità compositiva, per luci dorate e dilaganti e per preziosità di stesure cromatiche evidenzia l’attenzione verso la pittura luminosa e neoveneta del Giordano, verso cui il Solimena si configura autorevolmente come altre ego. Del 1690 è il bozzetto preparatorio(023) per un particolare degli affreschi che decorano la volta della sacrestia della basilica di San Paolo Maggiore. Un altro bozzetto raffigura la Carità, una delle virtù teologali affrescate nel tamburo della cupola della chiesa di Donnalbina, oggi in precario stato conservativo, dove è rappresentato il Paradiso e la Visione di San Benedetto e precede i dipinti con Storie di Maria collocati nella crociera. Molto bella un’Educazione di Maria, per qualità compositive e chiarezza cromatica vicina ad opere databili intorno al 1690, un tema più volte illustrato dal Solimena, a partire dalla redazione conservata a Capodimonte. Concludiamo con un gigantesco dipinto che fa da soffitto ad un ambiente di palazzo Tirone, oggi istituto Vittorio Emanuele II, che raffigura Alessandro dei Medici che entra a Firenze (024), un’opera degli anni Novanta sconosciuta a studiosi ed appassionati, che ricordo con profonda nostalgia per le tante visite guidate che ho accompagnato ad ammirarla grazie alla cortesia della preside.



Il capitolo sulla natura morta è ampio quanto confuso, non certo per colpa dell’autore, bensì per la difficoltà di definire con certezza, non solo la produzione di ogni singolo artista, ma anche la scansione cronologica delle opere, per la scarsità di dati documentari e per la confusione tra le sigle, quasi tutte eguali in ambito napoletano.
Lo dimostrano alcune audacie attributive, come quella di assegnare a Luca Forte il celebre Frutta e verdura con fioriera e colomba in volo, da sempre ritenuta il capolavoro del Maestro di Palazzo San Gervasio o a Ribera la cruenta Testa di caprone del museo di Capodimonte, che da sempre ha oscillato tra Giovan Battista e Giuseppe Recco; oppure la ricostruzione della figura di Giacomo Coppola, affrontata da Leone de Castris ed accettata da Spinosa, che lascia molti dubbi.(Per un approfondimento della questione rinvio al mio articolo La natura morta napoletana in mostra a Villa Pignatelli consultabile in rete).
Anche Giacomo Recco non sfugge a questa alea di assoluta incertezza. Considerato per decenni tra i patriarchi del genere partenopeo era stato nell’ultimo decennio completamente rivisitato dal De Vito che, grazie al reperimento di un fondamentale documento, aveva espunto dal suo catalogo gran parte della sua tradizionale produzione consistente principalmente in vasi elegantemente decorati, spesso con stemmi nobiliari e fiori stilizzati di gusto nordico, con prevalenza del colore azzurro.(Per chi volesse conoscere meglio l’argomento consiglio di consultare la voce relativa nel mio volume sulla Natura morta napoletana dei Recco e dei Ruoppolo). Anche la grande mostra di Monaco e Firenze del 2003 aveva seguito questa linea, trasferendo tutta una serie di dipinti, in passato assegnati a Giacomo Recco, nel catalogo di un non ben definito geograficamente, ma non napoletano, Maestro dei vasi a grottesche. Per cui è grande la meraviglia di rivedere sotto l’antica attribuzione alcuni dipinti, tra cui un variopinto Vaso con grottesche e fiori(025).

Porpora è rappresentato non solo da sottoboschi, la sua specialità, ma anche da pesci e conchiglie, in linea con la visione moderna di un pittore in grado di rendere sulla tela i più diversi aspetti della natura e da un fastoso Vaso di fiori con ramarro(026), eseguito negli anni della permanenza a Roma, nel quale sono resi con notevole realismo, una varietà di fiori dai colori sgargianti e dal profumo penetrante; una composizione di grande effetto decorativo ben curata nell’andamento di luci ed ombre.

Luca Forte ha numerose nuove proposte attributive e tra queste abbiamo scelto il Fruttarolo(027), già nella collezione Miani di San Paolo di Brasile e attribuito in passato ad Alonzo Rodriguez dal Marini e dalla Campagna Cicala. Giustamente dall’esame del dipinto Spinosa pensa che l’autore debba essere un protagonista del genere in ambito napoletano, in rapporto con gli esempi dei generisti attivi a Roma nel solco del Caravaggio tra il primo ed il secondo decennio e questo insieme di mele e pere, indagato con rigoroso rispetto della verità oggettiva, potrebbe costituire l’esordio del Forte intorno al 1630. La qualità della frutta esposta è infatti identica, sotto il profilo della resa naturalistica, per nitidezza di tagli di luce e brillantezza di materie cromatiche, a molte altre composizioni attribuite al pittore dalla critica. Per l’autore della figura diventa difficile pensare al Rodriguez, salvo che non si ipotizzi un secondo soggiorno napoletano dell’artista; più probabile cercarne la paternità tra i seguaci del Ribera o forse lo stesso Aniello Falcone, alla luce del rapporto di frequentazione del Forte nella sua bottega.
Giuseppe Recco è famoso per le sue composizioni a carattere marino con pesci ancora guizzanti e per la rara abilità di fissare sulla tela il delicato momento di trapasso tra la vita e la morte. La sua produzione è estremamente composita con i suoi spregiudicati inserimenti di materiali eterogenei, come nel caso di una Vanitas(028) di altissima qualità, un tema trattato altre volte dal pittore, mai però con tale ampiezza e sontuosità, dagli strumenti musicali a tappeti e stoffe preziose, al punto che la critica in passato ha ipotizzato contatti col Baschenis in Lombardia e con pittori francesi attivi in Italia come il Comte.

Una bella natura morta (29) di Cusati, che adorna la sede dell’ambasciata italiana di Parigi, in sottoconsegna dal museo di Capodimonte, mette in evidenza uno spirito acutamente decorativo oramai volgente in modo aperto al rococò, sotto la spinta del fare pittorico, libero e fantastico, di Luca Giordano e di recenti esempi del Belvedere, anticipando le soluzioni di Casissa, Garri e Gaspare Lopez.

Di Giovan Battista Ruoppolo, infine, abbiamo scelto una coppia di nature morte(fig. 30 - 31) facente parte di una più ampia serie dedicata alle stagioni, eseguita in collaborazione con Andrea Vaccaro e presentata come inedita(in bianco e nero e con misure sbagliate) senza tener conto che era stata da me pubblicata, alcuni anni fa: Un superbo pendant di Natura morta, per riproporla poi in Pittori napoletani del Seicento, aggiornamenti ed inediti(pag. 24 – 25, tav. 79 – 80). La coppia venne presentata alcuni anni fa alla mostra dell’antiquariato di Napoli con un’antica attribuzione di Federico Zeri a Vaccaro e Brueghel, un’accoppiata impossibile, perché il soggiorno del nordico all’ombra del Vesuvio cade dopo la morte di Andrea ed a Roma Abraham aveva dei collaborato fedeli che lo coadiuvavano. L’attento esame della spigola identica a quella che troneggia in alcune tele certe del Ruoppolo, come quelle del Banco di Napoli o della collezione Pagano, fanno cadere ogni incertezza nell’assegnare a Giovan Battista la paternità dei due dipinti.