martedì 23 giugno 2020

Dobbiamo ridere o piangere?



Brillante operazione delle forze dell'ordine che ieri hanno arrestato Emilio Fede per mancato rispetto delle normative sugli arresti domiciliari ai quali il noto personaggio è condannato e deve scontare ancora oltre 4 anni. Il criminale stava festeggiando gli 89 anni con la sua ex moglie degustando una pizza nel noto ristorante napoletano Fresco, quando gli agenti lo hanno acciuffato per portarlo "al fresco".
Nessuna speranza di potersi fregiare del titolo di condannato più vecchio del mondo, detenuto vergognosamente dall'Italia, che anni fa teneva ristretto ai domiciliari un noto criminale di guerra tedesco, prossimo a compiere 100 anni, il quale aveva però il permesso ogni giorno di uscire per fare la spesa (accompagnato da 4 carabinieri) e se voleva di partecipare alle funzioni religiose, scortato in questo caso da 4 poliziotti.
Dobbiamo ridere o piangere?

Achille della Ragione

domenica 21 giugno 2020

Aspettando "Un posto al sole"

Il Mattino, pag.38 - 21 giugno 2020


<<Un posto al sole>> è una fiction di produzione napoletana  che da decenni è seguita da milioni di telespettatori, perché fotografa con precisione la realtà della società odierna con pregi e difetti, soprattutto questi ultimi: coppie separate, delinquenza, disoccupazione e tante altre amenità.
Io da sempre non perdo una puntata ed anche se sono impegnato in una conferenza come relatore abbandono tutto e corro davanti al video.
Le puntate che da oltre un mese andavano in onda si riferivano al 2012, ma costituivano una consolazione, in attesa che si registrino quelle nuove, evento che pare sia rinviato ad autunno inoltrato. All'improvviso la Rai ha pensato di sospendere la messa in onda delle repliche, generando, rabbia e sconforto.
Ora, però apprendo della ripresa dell’attività degli attori, anche se con specifiche prescrizioni post Covid. Meno male, tornerà presto questa fiction.

sabato 20 giugno 2020

Una presa in giro ai cittadini


Nei giorni scorsi la fondazione melanoma ha pomposamente annunciato che sabato e domenica dalle 9 alle 18 recandosi in piazza del Gesù tutti i cittadini che lo desideravano potevano sottoporsi ad una visita dermatologica gratuita per la prevenzione del melanoma senza alcuna formalità. I giornali hanno dato grande risalto alla notizia, in primis Il Mattino che ha dedicato una pagina.
Mi sono recato in loco alle 12, con enormi difficoltà, parcheggiando ad un chilometro e sotto un sole cocente, ed ho scoperto con somma meraviglia che bisognava stare lì alle 8 per prenotarsi ed i posti disponibili si erano esauriti in pochi minuti.
Ho estratto il tesserino di medico, mi sono qualificato come ex docente universitario ed ho chiesto di parlare con un collega, ma le signorine della reception hanno candidamente affermato che era in pausa pranzo e sarebbe ritornato non prima di tre ore.
Dietro di me almeno altri 10 cittadini, sbalorditi per la disorganizzazione della iniziativa, che sbraitavano pesantemente.
Bisogna che l'evento sia portato a conoscenza dell'opinione pubblica per evitare che altre volte si prendano in giro i cittadini con l'appoggio della stampa

Achille della Ragione

mercoledì 10 giugno 2020

La mostra su Gemito a Capodimonte abortita: vergogna!!!


   


Dopo infiniti rinvii, ieri pomposamente, con il direttore in alta uniforme a ricevere i visitatori, la mostra su Gemito da mesi allestita nelle sale del museo di Capodimonte doveva essere inaugurata, viceversa è stato annunciato che si terrà a metà settembre, senza nessun giustificato motivo che non sia l'assoluta inefficienza dei vertici che presiedono una sede tra le più ricche di opere d'arte del mondo. Il danno all'immagine della città è devastante. Napoli muore giorno dopo giorno nell'indifferenza generale e non si fa niente per contrastare questo penoso declino.

Achille della Ragione

Il Mattino, pag. 42 - 28 giugno 2020





sabato 6 giugno 2020

Lorenzo De Caro


fig.1 - Lorenzo De Caro - Cristo soccorso da un angelo -
olio su legno -25x19 - Gorizia collezione Domenico Calò



Il Cristo soccorso da un angelo (fig.1) di rara potenza espressiva, da taluni studiosi attribuito ipoteticamente a Sebastiano Conca, è a mio parere assegnabile con certezza al pennello di Lorenzo De Caro, per cogenti affinità stilistiche e per il prelievo letterale di alcune figure da altri dipinti documentati dell'artista, tra cui Il martirio di un santo (fig.2), di cui parleremo alla fine dell’articolo.
Nella tela sono da sottolineare dei prelievi letterali da altri quadri: nella parte sinistra con l’angelo in volo un’opera perduta eseguita intorno al 1752 in Spagna dall’Amigoni e nota attraverso un’incisione, mentre sulla destra evidenti sono i legami con la lezione pittorica del Traversi, a dimostrazione della capacità del De Caro di recepire la lezione del grande collega e di innestare nel suo stile quegli effetti di grande espressività , pervenendo a composizioni dall’originale taglio compositivo, caratterizzate da eleganti virtuosismi tecnici ed intense interpretazioni della realtà psicologica. Siamo davanti ad una tela marcata da una spiritosa ed anticonvenzionale vena rococò, spogliata da ogni sacralità ed intrisa di grazia civettuola.
Lorenzo De Caro fu insigne pittore del glorioso Settecento napoletano, anche se fino ad oggi conosciuto solo dagli specialisti e dagli appassionati più attenti. Una serie di dipinti presentati sempre più di frequente nelle aste internazionali, una esaustiva  monografia di Rosario Pinto ed alcune fondamentali scoperte biografiche costituiranno un viatico per una sua più completa conoscenza da parte della critica ed una maggiore notorietà tra antiquari e collezionisti. Verso la fine degli anni Cinquanta si manifesta il momento migliore nella sua produzione, a cui appartiene il dipinto in esame, quando, pur partendo dagli esempi del Solimena, ne scompagina la monumentalità attraverso l’uso di macchie cromatiche di spiccata luminosità e, rifacendosi ai raffinati modelli di grazia del De Mura, perviene ad esiti di intensa espressività, preludendo l’eleganza del rocaille.
Finalmente, grazie alle diligenti ricerche archivistiche del pro nipote, Gustavo, Lorenzo De Caro ci rivela, dopo secoli di oblio, i suoi dati anagrafici (Napoli 1719-1777). E speriamo che tale notizia, già pubblicata anni fa sulle pagine della gloriosa rivista Napoli nobilissima, venga quanto prima recepita da tutti gli studiosi, così da evitare in futuro imprecisioni, come quella in cui è incorsa Ward Bissel, una tra le più grandi studiose del mondo della pittura europea, che in un suo recente volume ha dedicato ben quattro pagine al nostro artista (Caravaggio ne ha avuto cinque), ma nei dati biografici si è limitata ad indicare: Notizie dal 1740 al 1761.
Rosario Pinto, dopo gli studi fondamentali sull’artista di Spinosa e le aggiunte di Pavone sulla base di documenti reperiti dal Fiore, ha affrontato con autorità e rara competenza l´inquadramento del De Caro nel panorama figurativo napoletano, che risentiva ancora di giudizi affrettati ed oramai superati dalle nuove acquisizioni. L´analisi dello studioso ci restituisce una pittura lontana dai toni aulici e celebrativi allora di moda ed attenta, viceversa, a presentarci eroine bibliche, madonne dolenti e santi in estasi, spogliati di ogni convenzionale attributo di sacralità e restituiti alla loro natura umana e sentimentale, resa con immediatezza e sincerità.
 Collocabile nel periodo maturo dell’artista e non nella fase giovanile, come più volte sostenuto da Spinosa, vi è poi la Decollazione di un Santo (fig.2) di collezione della Ragione, la quale presenta tangibili affinità con la Decollazione di San Gennaro  conservata nella chiesa dei santi Filippo e Giacomo (documentata ad agosto 1758) con la quale condivide l’impaginazione e stringenti analogie tra il guerriero con l’elmo sulla sinistra, l’impeto dinamico del carnefice e l’insieme degli angioletti che guardano la scena dall’alto.
Nella composizione è presente una palpabile discrepanza temporale tra il martirio da parte di soldati romani, persecuzioni che cessarono con il 312, quando il Cristianesimo divenne religione di Stato e l’immagine di un minareto sullo sfondo, un’architettura che comparve dopo almeno tre secoli.
La tela nel tempo ha avuto, come molte altre opere del De Caro, diverse attribuzioni, prima al Solimena, quando nel 1969 si trovava presso la Koetzer Gallery di Zurigo, quindi al Giaquinto quando passò nel 1986 in asta presso Semenzato, per divenire poi una delle opere più significative del pittore.

  

fig.2 - Lorenzo De Caro - Martirio di un santo -
Napoli collezione della Ragione


Bibliografia

Spinosa N.  - Civiltà del 700 a Napoli 1734 – 1759 (catalogo della mostra) Napoli 1979 – 80
Spinosa N. – Pittura sacra a Napoli nel Settecento – Napoli 1980 - 81
Pavone M. A. – in Dizionario biografico degli Italiani, ad vocem, vol. XXXIII – Roma 1987
Spinosa  N. – Pittura napoletana del Settecento dal Rococò al Classicismo – Napoli 1987
Pavone M. A. – Pittori napoletani del Settecento – Napoli 1994
della Ragione A. – Collezione della Ragione – Napoli 1997
Pavone M. A. – Pittori napoletani del primo Settecento – Napoli 1997
Pinto R. – La pittura napoletana – Napoli 1998
De Caro G. - Note archivistiche su Lorenzo De Caro, pittore napoletano del ‘700, in Napoli nobilissima, V serie. vol. III, fasc. I – II, Napoli, gennaio aprile 2002
De Caro G. – Marini M. – Pinto R. – Lorenzo De Caro, pittore del ‘700 napoletano

giovedì 4 giugno 2020

Un ricordo personale di Roberto Gervaso

IL MESSAGGERO di martedì 26 giugno 2012 pag.2
IL MESSAGGERO martedì 26 giugno 2012 pag.2




Roberto Gervaso ci ha lasciato, celebre giornalista, a lungo collaboratore de Il Mattino, ad 83 anni ha abbandonato questa valle di lacrime. Voglio ricordarlo ai lettori riproponendo la sua caustica e ponderata risposta ad una mia lunga lettera, che ebbe l'onore di essere ospitata sulle pagine del Messaggero.


Rubrica: A TU PER TU Di Roberto Gervaso

MITOLOGIA OGGI

Caro signor Gervaso, creata dalla fertile fantasia dei nostri antenati, la mitologia rivive con prepotenza nell’immaginario popolare dei nostri contemporanei. Le muse sono oramai a portata di mouse e non vivono più nei racconti dei cantastorie che li diffondevano dai villaggi alle città, ma trionfano sui settimanali patinati ed irrompono dallo schermo dei nostri computer, creando un mirabile corto circuito tra passato e presente in un mirabile spazio-tempo, a cui tutti gli abitanti del villaggio globale  possono accedere liberamente. Oramai tra l’Olimpo e lo star system non esiste più alcuna barriere temporale. Le monumentali statue di Fidia e di Mirone, che ci proponevano atleti leggendari, si sono reincarnate nelle piroette di Messi e nello scultoreo corpo della Pellegrini mentre le divinità sono divenute dive, gli eroi si sono trasformati in campioni olimpici, le vezzose quanto seducenti ninfe sono degnamente rappresentate da graziose veline o maliziose escort, i virulenti satiri hanno trovato un degno erede nelle incredibili cavalcate erotiche dell’immarcescibile Cavaliere. Eris la poco nota dea della zizzania, rivive negli effetti devastanti del prorompente posteriore di Pipppa Middleton, che distoglie i flash dei fotografi dall’abito nuziale della sorella Kate e turba i desideri lascivi dei maschi di tutte le età. Una pedissequa ripetizione della famosa discordia scatenata dalla perfida mela che turbò il matrimonio tra Pelea e Teti, scatenando dissapori tra le Dee come in una eccitante puntata di un reality show. I  suoni delle band e le suadenti melodie dei cantanti vorrebbero ammaliarci, come le sirene cercarono di incantare l’astuto Ulisse. Le miss e le longilinee top model ricalcano il mito del trucco e della bellezza, che vede Cleopatra come illustre capostipite. L’antica mitologia ci proponeva divinità umanizzate con pregi e difetti: da Giove a Venere, da Ercole ad Achille, da Paride ad Elena; antichi archetipi, pedissequamente riproposti da calciatori, ballerine, pop star e attori del cinema e della televisione, in una girandola multiforme e con uno scambio di ruoli da far inorridire sia Kafka che Pirandello.

Achille della Ragione

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Lei, caro Achille ha perfettamente ragione: le cose stanno proprio così. Né con l’aria che tira, potrebbero stare diversamente. I valori si sono sovvertiti, il favore fa aggio sul merito, i gusti sono cambiati, e anche i disgusti. E cambiate sono le aspirazioni. Il mondo di oggi non è più quello di ieri, e non solo entro i confini dello stivale: ovunque. Le copertine dei settimanali sono diventate appannaggio degli eroi dello spettacolo, dello sport, della moda. Le veline, le show  girl, i calciatori, le modelle, tengono campo, dopo averlo invaso. I nuovi Soloni sono i tronisti che, non sapendo niente di niente, possono parlare, e parlano di tutto. Il gossip dilaga, il sensazionalismo è la materia prima dei giornalisti. Se non fai scandalo, non sei nessuno. Un paio di tette prosperose o un fondoschiena ben esibito valgono più di un cervello che funzioni. Lo star system impera e i suoi fan, sempre più fanatici, non si contano.
Noi siamo all’antica e non solo perché antichi (antichi o venerabili, non vecchi) e in questo mondo stiamo male, anche se speriamo di restarci il più a lungo possibile visto che l’altro, se esiste, non lo conosciamo; se non esiste, ci annulla e ci toglie la voglia di salire sul barcone di Caronte.
Con la parola e con la penna cerchiamo di arginare questa deriva ma l’impresa è disperata. Siamo soli e in pochi. La massa si è adeguata e i pettegolezzi che ha sempre amato la fanno gongolare più di quanto la interessino la serietà e la profondità dei ragionamenti. Fra un Nobel e Madonna che fa una piroetta e canta, sguaiata e blasfema, non ha dubbi: meglio la signora Ciccone. Tra un filosofo che cerca di farti capire l’incomprensibile vita e un bomber come Di Natale, sceglie Di Natale.
Nei bar, la mattina, fra una tazzina e l’altra di caffè, di cosa si parla? Del rigore ingiustamente negato alla Roma e benevolmente concesso alla Juventus, dell’ultima esibizione della rock star, del temerario bikini di Belen o dell’amore contrastato della figlia di un commoner con il pretendente al trono di un regno scandinavo.
Che fare? Niente. Prendere atto, come dicevo, che il mondo di oggi non è più quello di ieri e augurasi che quello di domani sia meglio di quello di oggi.

Roberto Gervaso


venerdì 29 maggio 2020

Intervista del giornale XXI secolo sul libro Grand hotel: carcere di Rebibbia


Serena Autieri ed Achille della Ragione





“Grand Hotel: carcere di Rebibbia” di A. della Ragione il girone infernale e il viaggio nell'esperienza umana di Achille della Ragione.


di  Elisabetta Pedata Grassia


“Grand Hotel: carcere di Rebibbia” , il girone infernale e il viaggio nell’esperienza umana di Achille della Ragione.
Nato a Napoli, classe ’47, laureato in Medicina nel 1972 e specializzato in ginecologia, si Laurea poi anche in Lettere Moderne.. Achille della Ragione è un appassionato studioso dai molteplici interessi, si dedica con dedizione e impegno alla storia dell’arte divenendo uno dei massimo cultori della pittura del Seicento napoletano. Ma non solo, Achille della Ragione è uno scrittore indefesso e ” Grand Hotel: Carcere di Rebibbia” è il suo  centoventisettesimo libro.

Segue l’intervista:

-Possiamo considerare la Sua esperienza come una sorta di viaggio in un girone infernale, ma nonostante tutto Lei ha sempre infuso  grande ironia e leggerezza anche a quell’esperienza. Come e quando nasce la volontà di scrivere questo libro?

<< Come accennato nella prefazione del libro, anni fa, alla soglia dei settantanni ho elaborato una corposo autobiografia e nel tempo ho aggiunto capitoli su capitoli, raggiungendo un corpus di circa 500 foto e 300 pagine. E mancava qualunque accenno, a quel periodo della mia vita. Durante il periodo della pandemia, ho messo a punto questo libro che da un lato si presenta come un amarcord, e da un lato vuol essere anche un’elaborazione sulla vita nelle carceri . Elaborazione che avevo precedentemente scritto anche attraverso un altro scritto ” Tribolazioni di un innocente’‘ con la prefazione dell’ On. Amedeo Laboccetta.>>

–Quali sono le differenze che si stagliano tra  questi due ‘gironi’, che sono da un lato Rebibbia e dall’altro Poggioreale?

<< C’è una differenza sostanziale  dovuta al rapporto tra capienza e numeri di detenuti. Napoli soffre di un sovraffollamento costante. A Rebibbia invece c’è un intero reparto dedicato ai ” vip”, intendo ironicamente ergostolani o personaggi realmente famosi come il governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, truffatori in cravatta bianca, parlamentari ecc. Poco dopo esserci entrato fui destinato anche io a questo reparto, che godeva della possibilità di poter uscire dalla cella, dopo un certo orario per poter usufruire di un’infinità di attività che si svolgevano. Particolare attenzione la dedicai alla facoltà di Giurisprudenza sostenendo anche metà degli esami , un teatro che due o tre volte a settimana ci intratteneva con spettacoli di musica, canto. C’erano anche scuole medie e superiori; a questo si aggiungeva la possibilità diffusa di poter lavorare a seconda della proprie attitudini. Mentre Napoli è dimenticata da Dio, Rebibbia era un via vai di visite da parte di tantissime autorità, tra Rettori universitari come quello della Luiss. Attori, ministri in visita ufficiale. Spesso proprio io ero in prima linea nell’accoglienza di queste personalità, e molte delle mie dichiarazioni venivano poi riportate dai maggiori quotidiani. Per questo motivo all’interno di ” Grand Hotel” ho inserito una appendice documentaria con foto  per attestare quanto realmente accaduto.>>

-Rispetto a quanto accaduto di recente durante l’emergenza sanitaria: qual è il suo pensiero circa le proteste avvenute nelle carceri italiane?

<<Purtroppo durante la pandemia, sono state necessarie delle misure di emergenza che per i normali cittadini hanno creato un certo disagio, per i detenuti, che l’isolamento lo vivono quotidiamente, il non poter più avere neanche più un contatto sporadico con i propri familiari ha creato un disagio sicuramente portato all’estremo. Soltanto in questi giorni, si sta cercando con mille precauzioni di ripristinare questo filo importante verso l’esterno. La mancanza che io voglio sottolineare è quella che all’epoca di Rebibbia  trovai in collaborazione con la ministra Severino, per l’uso di Skype. Nelle carceri Skype è sconosciuto, ma non è da sottovalutare l’apporto che dà nel contatto visivo tra il detenuto e i suoi familiari. Potrebbe essere una soluzione alternativa anche per i detenuti stranieri che hanno le famiglie dall’altro capo del mondo.>>

-Ricordiamo anche gli accadimenti di  Santa Maria Capua Vetere di alcuni detenuti pestati.

<<Sì, sarebbe appropriato mettere a punto ulteriori soluzioni alternative per permettere ai detenuti di avere contatti anche durante emergenze così gravi>>

–Umanamente, cosa ha appreso da quell’esperienza così dura?

<<Dietro le sbarre ho constatato che esistono delle regole di solidarietà eccezionali che se trasferite alla società esterna, cosiddetta civile, cambierebbe di certo. Nelle carceri si è tutti fratelli, si divide tutto a metà è una regola non scritta, ma assolutamente rispettata. Il rispetto e la solidarietà che ho appreso lì sono incomparabili.>>

-Un’esperienza memorabile di questa parte della Sua vita?

<<Al di là di un solo episodio, ricordo con piacere che ero continuamente impegnato in mille attività. Sono appassionato di scacchi e lì dedicavamo un paio d’ore in qualche partita. Ho cercato di convogliare tutte le energie ponendo il focus su qualcosa di produttivo: a partire dall’università, cineforum, teatro. Quel che mi ha colpito maggiormente è che la sera, da maggio a ottobre, nel nostro reparto, le celle chiudevano la sera dopo le 22. Ci organizzavamo con gli altri detenuti  dopo la cena con gli sgabelli nel corridoio  e desideravano che io li intrattenessi. Leggevo per loro i passi della Divina Commedia, poesie di Totò, spaziando con interesse da un argomento all’altro. La cosa curiosa è che anche i secondini erano interessati a queste dissertazioni. Mi è rimasta una certa nostalgia di quell’attenzione così appassionata. Con alcuni sono rimasto in contatto, cercando anche di indirizzare alcuni sulla retta via. >>

-Fuori da un certo moralismo, è possibile una redenzione secondo Lei?

<< Sì se i percorsi non sono esclusivamente punitivi, il carcere dovrebbe portare alla redenzione. Cercare di riportare gli esseri umani su una strada migliore rispetto a quella di partenza. La pena deve tendere alla redenzione, ripristinando un minimo di riabilitazione.>>

–Dove è possibile trovare il libro ”Grand Hotel: Carcere di Rebibbia”?

<< E’ consultabile integralmente sul blog www.dellaragione.eu ,  mentre per il cartaceo, che sarà in vendita in tutte le librerie italiane, bisognerà aspettare  settembre, dato che la prima edizione è in sold out.>>