giovedì 26 novembre 2020

10 inediti di pittura napoletana dal Cinquecento all’Ottocento

 

fig.1 - Teodoro D'Errico - Fanciulla in meditazione



Continuamente antiquari e collezionisti mi inviano foto di dipinti di scuola napoletana, chiedendomi un parere sull’attribuzione e questa circostanza mi permette di visionare una cospicua mole di inediti, fornendo gratuitamente pareri sull’autore e chiedendo un piccolo contributo spese solo se mi viene richiesto un articolo dal valore di expertise, che, viene pubblicato su riviste cartacee e telematiche ed inoltre viene inviato ad una mailing list di oltre 4000 addetti al settore: antiquari collezionisti, docenti universitari, direttori di musei etc.
Alcuni di questi dipinti sono di notevole qualità, come nel caso di questi dieci che, in attesa che i proprietari sciolgano la prognosi, voglio presentare ai miei affezionati lettori.
Partiamo in rigoroso ordine cronologico mostrando una Fanciulla in meditazione (fig.1) eseguita da Dirk Hendricksz, più noto a Napoli come Teodoro D’Errico, il quale fu uno dei pittori fiamminghi che più influenzò la cultura pittorica dell'Italia meridionale. Documentato a Napoli a partire dal 1573, quando realizza per la chiesa di San Severo la pala con Madonna e santi visse a lungo nella capitale vicereale, per ritornare poi in patria dove morì ad Amsterdam nel 1618, anno in cui nacque il quinto figlio del suo secondo matrimonio.
 Il dipinto in esame è intriso da una palpabile dolcezza e la fanciulla sembra insensibile ad ogni avvenimento esterno tutta presa dai suoi pensieri. 

 

fig.2 - Giovanni Antonio D. Amato -
Madonna col Bambino - 73x62


Anche la seconda tela che presentiamo, una Madonna col Bambino (fig.2) attribuibile con certezza a Giovanni Antonio D’Amato è intrisa da una garbata punta di devozione familiare e presenta un dolce impasto cromatico proprio delle origini baroccesche del suo autore, che nasce come pittore devozionale, ma per una parte del suo percorso artistico sarà attirato dal naturalismo dei primi caravaggeschi napoletani, a tal punto da confondersi a loro in alcune opere come nel Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia della collezione Pellegrini a Cosenza, attribuito in passato a Beltrano o a Vitale. La sua attività proseguirà fino agli inoltrati anni Quaranta non solo a Napoli ed in costiera amalfitana, ma si irradierà anche verso la Calabria e la Puglia, fino a quando i tempi dell’ultima Maniera, anche se aggiornati al lume caravaggesco, non saranno esauriti definitivamente. 

 

fig.3 - Antonio De Bellis -
Venere e Adone - 200x153

      
Entriamo poi nel secolo d’oro con una sensuale opera di ispirazione mitologica: Venere e Adone (fig.3) di Antonio De Bellis, una figura fino a trenta anni fa quasi sconosciuta alla critica e della quale non possediamo alcun dato biografico certo, essendosi dimostrato mendace il referto dedominiciano della data di morte, il De Bellis si staglia prepotentemente tra i più alti pittori del Seicento non solo «nostro» ma italiano. Un altro dei grandi del nuovo naturalismo napoletano, che medita ed opera, inizialmente, tra il Maestro degli annunci e Guarino, per poi virare verso Stanzione ed il Cavallino pittoricista. Intuizione già felicemente avanzata dal Causa nella sua brillante e precorritrice esegesi del 1972 sull’allora ignoto pittore e sulla base dell’unica opera che gli veniva assegnata, il ciclo carolino nella chiesa napoletana di San Carlo alle Mortelle, che si riteneva eseguita in coincidenza con l’infuriare della peste. Nel dipinto che prendiamo in esame grazia e desiderio si accoppiano felicemente, mentre la tavolozza sembra vibrare sull’onda dell’emozione che compenetra i due protagonisti. 

   

fig.4 - Andrea Vaccaro -
Fanciulla ben dotata


Passiamo poi ad ammirare una Fanciulla ben dotata (fig.4), che espone le sue grazie all’osservatore, mentre pudicamente volge lo sguardo al cielo, segno indefettibile di ispirazione alla lezione di Guido Reni. L’autore senza ombra di dubbio è Andrea Vaccaro, artista abile nel dipingere donne, sante che fossero, pervase da una vena di sottile erotismo, d’epidermide dorata, dai capelli bruni o biondi, di una carnalità desiderabile sulle cui forme egli indugiò spesso compiaciuto col suo pennello, a stuzzicare e lusingare il gusto dei committenti, più sensibili a piacevolezze di soggetto, che a recepire il messaggio devozionale che ne era alla base. Egli si ripeté spesso su due o tre modelli femminili ben scelti, di lusinghiere nudità, che gli servirono a fornire mezze figure di sante martiri a dovizia tutte piacevoli da guardare, percepite con un’affettuosa partecipazione terrena, velata da una punta di erotismo, con i loro capelli d’oro luccicanti, con le morbide mani carnose e affusolate nelle dita, con le loro vesti blu scollate, tanto da mostrare le grazie di una spalla pallida, ma desiderabile. I volti velati da una sottile malinconia e con un caldo languore nei grandi occhi umidi e bruni, che aggiungono qualcosa di più acuto alla sensazione visiva delle carni plasmate con amore e compiacimento.         
Per chi volesse sapere di più su Vaccaro invito a consultare la mia monografia
https://achillecontedilavian.blogspot.com/2014/09/view-andrea-vaccaro-on-scribd.html

 

fig.5 - Nicola Vaccaro e Andrea Belvedere - Flora

 

fig.6 - Nicola Malinconico - Immacolata - 120x100



Passiamo ora dal padre al figlio Nicola, il quale, in collaborazione con Andrea Belvedere, esegue una Flora (fig.5) di conturbante bellezza e di lusinghiera nudità, in compagnia di un puttino, che la circonda di fiori profumati, che gareggiano, sconfitti in partenza, con l’afrore che promana prepotente da un corpo in grado di stregare l’osservatore e lasciarlo col fiato sospeso.     
A cavallo dei due secoli va collocata una maestosa Immacolata (fig.6) di Nicola Malinconico, di proprietà di un ingegnere di Benevento, che alterna, con pari abilità, la professione di insegnante ed il mestiere di mercante d’arte, praticando prezzi stracciati, che favoriscono la diffusione del collezionismo. Ritornando al dipinto, possiamo sottolineare come la figura principale: l’Immacolata risulta esemplata partendo dai modelli mariani rappresentati nelle tele della chiesa della Croce di Lucca, successivamente rielaborate in immagini relative alla sempre vergine.   

 

fig.7 - Antonio Sarnelli -
Madonna col Bambino e S. Giuseppe

Fig.8 - Giovanni Sarnelli - La Madonna col Bambino ascolta l'invocazione di un santo -
firmato Gio. Sarnelli  1760 - 76x66 -

  
Entriamo ora nel secolo dei lumi esaminando un quadro, raffigurante una Madonna col Bambino e San Giuseppe (fig.7), in passato attribuito da alcuni studiosi alla bottega di Massimo Stanzione e che, viceversa, dall’esame del volto dei protagonisti richiama a gran voce la paternità di Antonio Sarnelli, il più famoso di una famiglia di artisti napoletani attivi nel Settecento, a me cari ed a cui ho dedicato una breve monografia consultabile in rete digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/i-sarnelli-una-famiglia-di-pittori.html
Il più famoso dei fratelli, Antonio, nato a Napoli il 17 gennaio del 1712, si ispira nella seconda metà del secolo XVIII, oltre che al De Matteis, di cui è a bottega, agli esempi del Giordano e del Solimena, lavorando nelle chiese di Napoli e provincia e molto anche fuori della regione in Calabria e Puglia.
Il suo stile è facilmente riconoscibile e si esprime in una prosa meno alata dei grandi artisti che dominano la scena, ma soddisfacendo una vasta committenza esclusivamente ecclesiastica.
Egli cerca di recuperare, se non l’inimitabile seduzione cromatica dei modelli di riferimento, almeno la freschezza dell’intonazione devozionale e la sapidità del racconto.
Frequentemente dei suoi quadri transitano nelle aste, anche internazionali e non gli vengono attribuiti, perché ancora poco noto, anche agli specialisti del Settecento.
Il secondo fratello, Giovanni, è noto soprattutto per i suoi dipinti conservati nella chiesa del Carmine a piazza Mercato ed è l’autore della spettacolare tela che presentiamo, raffigurante la Madonna col Bambino che ascolta la preghiera di un santo (fig.8), la quale, essendo firmata e datata, 1760, costituisce un’aggiunta importante al catalogo dell’artista e giustifica il sacrificio economico del proprietario, un medico napoletano che, per acquistarla ha speso tutti i suoi risparmi.   

 

fig.9 -  Giuseppe Carelli - Paesaggio - 35x21

 

fig.10 - Giuseppe  Carelli - Paesaggio -  35 x21


Concludiamo in bellezza con due panorami mozzafiato (fig.9–10) eseguiti da Giuseppe Carelli, anche lui esponente di una famiglia di pittori come il padre Consalvo, il nonno Raffaele e gli zii Gabriele ed Achille. Egli fu abile paesaggista. Nelle sue opere emergono, oltre al gusto lirico che caratterizzò la Scuola di Posillipo, raffigurazioni di scene ed elementi urbani della Napoli del suo tempo.  
Rappresentò anche altri posti in quanto viaggiò molto confrontandosi con diverse scuole pittoriche. Oltre alle grandi tele ad olio produsse certamente gouaches (acquarelli su carta destinati ai turisti), incisioni all'acquaforte e litografie, tutte appartenenti ora a collezioni private. Morì a Portici ove operarono Eduardo Dalbono e Giuseppe Mancinelli, esponenti della Scuola di Resìna.

Achille della Ragione

5 commenti:


  1. Grazie Professore. E' encomiabile che Lei metta tutti i suoi studi a disposizione di tanti.
    Gian Vito La Forgia

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  2. Grazie Achile per questo bel decalogo d'inediti del 600/700 napoletano, sopratutto per la fanciulla ben dotata che mi pare un bell'ossimoro di carnalità e pia devozione... molto bella anche la Flora e Venere e Adone e i due splendidi paesaggi del Carelli
    grazie veramente
    Ciao buona giornata Antonio Giordano

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  3. Bellissimi grazie
    Maria Police

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  4. Achille come sempre sei grandioso ed hai un occhio clinico infallibile, continua così, per i contemporanei e per i posteri
    Vittorio Sgarbi

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  5. Al limite la Flora è di Nicola Malinconico, mentre l'Immacolata di Nicola Vaccaro; per il resto nulla dâ eccepire.

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