mercoledì 24 novembre 2021

Un San Gerolamo di Ribera che parla all'osservatore

 

fig.1 - San Gerolamo -
Soriano Calabro, collezione privata

Mi capita spesso che mi vengano inviate foto di dipinti attribuiti a Ribera con disinvoltura, anche da noti studiosi, mentre quasi sempre si tratta di opere di bottega di qualità mediocre e di modesto valore commerciale.
Viceversa il San Gerolamo (fig.1), conservato in una  collezione  di Soriano Calabro, di cui discuteremo in questo nostro articolo rientra perfettamente nello stile del celebre pittore Jusepe de Ribera, il quale amava la rappresentazione del dolore, delle rughe, della sofferenza a tal punto che lord Byron affermò perentoriamente trattarsi di un pittore che amava intingere il pennello nel sangue di tutti i santi.
Con una tavolozza accesa vengono rappresentati con enfasi appassionata e senza alcuna pietà i personaggi, sadicamente indagati nella smagrita decadenza dei corpi consunti, dalla epidermide incartapecorita e grinzosa, dagli occhi lucidi e brillanti (fig.2-3). Il Ribera si abbandona ad un verismo esasperato al di là di ogni limite convenzionale col suo pennello intriso di una densa materia cromatica, con un vigore di impasto che ricorda l’accesa policromia delle più crude immagini sacre della pittura spagnola coeva, segno indefettibile della sua mai tradita hispanidad, ignara dei risultati della pittura rinascimentale italiana. Ed ecco rappresentato un infinito campionario di umanità disperata e dolente, ripresa dalla realtà dei vicoli bui della Napoli vicereale con un’aspra e compiaciuta ostentazione del dato naturale.
Concludiamo il nostro breve contributo accennando all’attività napoletana del Ribera, che raggiunse il culmine della celebrità all’ombra del Vesuvio.  
Nell'estate del 1616 lo Spagnoletto giunge a Napoli e si trasferisce subito in casa dell'anziano pittore Giovanni Bernardino Azzolino e dopo appena tre mesi sposa Caterina, la figlia sedicenne di quest'ultimo, da cui avrà sei figli.  
In pochi anni egli acquista una fama europea facendo uso della tragicità del Caravaggio, suo punto di forza. Inizia anche un'intensa produzione che non lo mantiene lontano dalla sua Spagna, dove comunque continuava a spedire opere. Il tema pittorico si fa più crudo e realistico e nascono così opere come il Sileno ebbro, 1626, oggi al museo nazionale di Capodimonte ed Il Martirio di Sant'Andrea, 1628, al Szépművészeti Múzeum di Budapest, solo per citarne alcune. Si accende in quel periodo la rivalità tra lui e l'altro grande protagonista del Seicento napoletano, Massimo Stanzione.  
Negli anni Trenta subì l'influenza di artisti come Antoon van Dyck e Guido Reni e perfezionò il suo stile. Eseguì in questi anni capolavori assoluti ospitati oggi in diversi musei nel mondo. Dall'Adorazione dei Pastori del Louvre al Matrimonio mistico di Santa Caterina conservato al Metropolitan Museum of Art. Il decennio che va dagli anni Trenta fino ai Quaranta fu il più prolifico per il Ribera. Compose in questo periodo essenzialmente temi religiosi: la Sacra Famiglia con i santi Bruno, Bernardino da Siena, Bonaventura ed Elia (1632-1635) al Palazzo reale di Napoli, la Pietà al museo nazionale di San Martino, il Martirio di San Bartolomeo (1639) e il Martirio di San Filippo (1639) entrambe al Prado di Madrid. Non tralasciò anche opere profane, come le figure dei filosofi o la Maddalena Ventura con il marito e il figlio (1631). A Pozzuoli presso la Cattedrale di San Procolo è conservato il dipinto Sant'Ignazio da Loyola e San Francesco Saverio. A Cosenza, presso la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone, è conservato un suo bellissimo dipinto del 1635-40, dal titolo Ecce Homo.  
A Napoli, il pittore si impegnò nella monumentale opera di decorazione della Certosa di San Martino, portata a compimento in cinque anni (1638-1643). Per il luogo di culto partenopeo, Ribera aveva già dipinto la Pietà nel 1637. Nel 1638, sempre per la Certosa, gli fu commissionato il dipinto Comunione degli apostoli, terminato tredici anni più tardi e caratterizzato da un approfondimento psicologico dei personaggi.  
L'ultima parte della sua vita è segnata tragicamente dalla malattia che di fatto riduce drasticamente il numero di opere eseguite. Gli anni Quaranta sono segnati da un ritorno alla sua prima fase compositiva, tenebrosa e cupa, abbandonando le luci assimilate dal Reni. Jusepe de Ribera morì nel 1652 e fu sepolto, come confermato dai documenti, nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, nell'omonimo quartiere di Napoli. A causa dei rimaneggiamenti apportati alla chiesa, tuttavia, dei suoi resti oggi non è rimasta traccia


Achille della Ragione

 

fig.2 - San Gerolamo - (particolare)
Soriano Calabro, collezione privata

 

 

fig. 3 - San Gerolamo - (particolare)
Soriano Calabro, collezione privata

 



8 commenti:

  1. Sempre eccellente !
    Giuliana Gualandi

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  2. Questo si che veramente è un Ribera
    Pietro Di Loreto

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  3. Caro Dottore,
    questo bel dipinto è del Maestro di Fontanarosa
    Cari saluti,Riccardo Lattuada

    Professore Ordinario di Storia dell'Arte moderna,
    Università degli Studi della Campania 'Luigi Vanvitelli'
    Dipartimento di Lettere e Beni Culturali (DILBEC),
    Via Raffaele Perla 21
    81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

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  4. Il dipinto anche a me sembra del Maestro di Fontanarosa
    Mauro Calbi

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  5. Grazie professore lei è un vulcano in perenne eruzione
    Gianvito Laforgia

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  6. Ma quale Ribera e Ribera!!!....
    Nicola Spinosa

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  7. Ciao Achille, non è Ribera ma Giuseppe di Guido, il maestro di Fontanarosa
    Umberto Giacometti

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  8. Avendolo restaurato, era una larva, ma per fortuna in prima tela , indagini , restauro, confronti ci hanno fatto attribuire il dipinto senza dubbio al maestro di Fontanarosa .

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