sabato 30 marzo 2019

Visita Sabato 6 aprile: Trinità dei Pellegrini. E Mercoledì 10 aprile: mostra su Canova



Carissimi amici ed amici degli amici esultate, le prossime visite guidate, la 30^ e la 31^ del nuovo anno accademico, saranno:
sabato 6 aprile, quando visiteremo la Trinità dei Pellegrini e la chiesa di Materdomini con appuntamento alle ore 10:30 sullo scalone posto nel cortile dell’omonimo ospedale sito alla Pignasecca (ticket 5 euro) e
mercoledì 10 aprile, quando, con la guida della professoressa Elvira Brunetti, alias mia moglie, ammireremo la mostra su Canova, che si tiene al museo archeologico, con appuntamento alle ore  10:30 alla biglietteria ed un ticket di ben 15 euro.

Nelle more vi invio due articoli sull’argomento e vi segnalo che in futuro potrete sapere dove si svolgono le visite consultando il mio blog digitando il link

www.dellaragione.eu

Spargete la lieta notizia ai 4 venti

Achille

http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/trinita-dei-pellegrini.html

https://achillecontedilavian.blogspot.com/2019/04/mostra-di-canova-al-mann-tra-i-palpiti.html

venerdì 29 marzo 2019

I detenuti donatori di sangue



Gentile Direttore,

I detenuti sono tra gli emarginati gli ultimi tra gli ultimi.
Privi di diritti ed oberati di doveri non conoscono però l’egoismo e dividono fraternamente tra loro il poco di cui dispongono anche se tutti li hanno dimenticati, dal Parlamento, impegnato in squallide beghe di potere e spesso addirittura dagli stessi familiari, loro non vogliono sentirsi inutili e se non possono lavorare, vogliono poter donare il loro sangue a chi ne ha urgente bisogno.
E’ un sangue che si nutre quotidianamente di amarezza, ma che può divenire una dolce miscela in grado di salvare tanti malati.
Ne ho parlato tra i detenuti di Poggioreale, raccogliendo decine di entusiastiche adesioni, ma credo fermamente che anche in tutti gli altri penitenziari italiani migliaia di giovani vigorosi sarebbero felici di poter regalare la vita, senza nulla chiedere in cambio.

Achille della Ragione

La Repubblica N - 29 marzo 2019 - pag. X
Il Mattino 15 aprile 2019 - pag. 38

mercoledì 27 marzo 2019

Due interessanti dipinti del ‘600 napoletano

tav. 1 - Domenico Gargiulo - Pastorello -
Napoli, collezione privata


In un panorama ricco di personalità di rilievo internazionale, dal Caravaggio a Luca Giordano, dal Ribera a Solimena, quale è quello rappresentato dal Seicento napoletano, la figura di Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro, non assurge certo al ruolo di protagonista assoluto, ma il suo percorso artistico è quanto mai interessante abbracciando più filoni iconografici, in alcuni dei quali è da considerare più che un innovatore un vero e proprio caposcuola, la cui attività troverà epigoni ed imitatori ben oltre i limiti temporali del XVII secolo, come nel caso delle scene di martirio o dei quadri di storia e cronaca cittadina, oltre che nella pittura di paesaggio, come nel caso del dipinto (fig.1) che illustriamo in questo articolo, che riporta sul retro della tela un’antica attribuzione (fig.2). Inoltre Domenico Gargiulo è un napoletano “doc”, nato e morto nella nostra città, dalla quale non si è mai allontanato.       
Con occhi curiosi ed uno stile da narratore paziente ed attento, Micco Spadaro praticò tutti i generi. Raccontò la Bibbia e i miti con quel suo facile linguaggio rigorosamente descrittivo, tra immagini e argomenti appropriati per le sue favole, in un connubio artistico letterario denso di contenuti. Fotografò fatti storici e di cronaca documentandoli, descrisse palazzi e luoghi del passato poi sventuratamente scomparsi, delineò ritratti, costumi sociali, squarci urbani ed appunti di vita cristallizzandoli e donandoli alla storia dell’umanità. Oltre a questo genere di tele, egli ha eseguito notevoli paesaggi, sull’onda dell’insegnamento di Salvato Rosa e per venire incontro alle richieste di una committenza laica e borghese, che non amava i soggetti devozionali.    
Quasi sempre nei suoi dipinti appaiono figurine di piccolo formato, ma talune volte, come nel pastorello (fig.3) che compare nel nostro quadro, la figura predominante assume dimensioni adeguate, mentre all’orizzonte si intravedono le patognomoniche nuvole bianche orlate di rosa ed una montagna in lontananza. La definizione del fogliame, che copre tutte le tonalità del verde, è di ottima fattura, un altro dettaglio che rinvia al pennello di Micco Spadaro.

tav. 2 - Domenico Gargiulo - Pastorello -Retro del quadro -
Napoli, collezione privata
  
tav. 3 - Domenico Gargiulo - Pastorello - (particolare)
Napoli, collezione privata



Il secondo dipinto che esaminiamo, di grandi dimensioni e di altissima qualità, raffigurante San Bonaventura che riceve il cappello cardinalizio (fig.4–5) in un primo momento non irradiava quell’afrore caratteristico di “napoletanità” che riescono a cogliere gli specialisti di quel periodo, tra cui il sottoscritto ed il motivo mi è stato chiaro dopo che il celebre studioso di pittura bolognese, il professor Pietro Di Loreto, lo ha attribuito al Domenichino, durante gli anni trascorsi all’ombra del Vesuvio, quando, pur impegnato nella Cappella del tesoro di San Gennaro, trovava il tempo per soddisfare delle committenze private di prestigio. Domenico Zampieri detto il Domenichino, è infatti presente a Napoli per 10 anni, dal 1631 fino alla morte, avvenuta il 6 aprile del 1641.     
Egli fu, assieme ad Annibale Carracci e Guido Reni, uno dei grandi pittori bolognesi del Seicento appartenente a quella scuola pittorica che rinnovò il linguaggio artistico del XVII secolo.
Tutta la sua carriera è dedicata alla rievocazione della luminosa stagione del pieno Rinascimento, rivisitato alla luce di una consapevolezza critica e intellettuale aggiornata e tutto comincia nel clima della Galleria Farnese, palestra ed esempio imperituro per generazioni di pittori, saturo di cultura classica e ammirazione per Raffaello, ma anche di inquietudine e di sensualità, ove maturava il seme da cui sarebbe sbocciato lo stile, significativamente aborrito dai classicisti, che in pochi decenni avrebbe guadagnato l’intera arte europea, ossia il Barocco. 
La sua fama ha oscillato per tre secoli tra l’ammirazione e il disprezzo: osannato dai contemporanei, che lo ritennero secondo solo al Raffaello, nel Settecento ebbe un momento di oblio, per ritornare in auge con la critica moderna, che è pervenuta ad una più chiara valutazione dell’età barocca e del suo primo momento classico.   
Egli tese a fissare in immagini di statuaria evidenza le passioni fondamentali dell’uomo, piegando a volte le regole del più puro classicismo ed accostando i modelli di bellezza idealizzati alle corde più impalpabili degli umani sentimenti. Dopo tanti anni di successo, il Domenichino, quando giunse a Napoli si impegnerà per il resto dei suoi anni nei lavori per la decorazione della Cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli.     
 Il compenso stabilito fu da record: 18.000 scudi che riuscirono a stemperare gli indugi e le perplessità del Domenichino, timoroso di lavorare nella difficile realtà napoletana, dove gli artisti stranieri non erano ben accolti dall’entourage dei pittori locali, come testimoniavano l’agguato a Guido Reni e le storie di avvelenamenti, associate alle minacce, più o meno sottili, che venivano propinate ad ogni occasione. Ma infine, l’ambizione per l’esecuzione di un’impresa che si annunciava colossale prevalse sulle paure e sulle riluttanze ed il pittore giunse a Napoli dove visse anni difficili per la rivalità dei colleghi e per un senso di solitudine ed isolamento che aumentarono nel tempo.    
Egli si buttò anima e corpo nell’esecuzione degli affreschi e delle pale d’altare, certo di divenire l’artefice di una grande impresa: l’intera opera consisterà di quattro pennacchi, tre lunette, dodici riquadri nei sottarchi e cinque pale d’altare, una delle quali non completa, mentre la cupola, che egli riuscì appena a cominciare, fu lasciata incompiuta e quel poco che aveva fatto a tempo a dipingere fu «buttato a terra» come ci ricorda il biografo Giovan Battista Passeri e la decorazione ricreata interamente dal suo acerrimo antagonista Giovanni Lanfranco.    
 Costretto a lavorare senza sosta dai suoi committenti che gli vietano di assumere qualsiasi altro incarico, tentò per qualche tempo la fuga, rifugiandosi presso la famiglia degli Aldobrandini, suoi antichi protettori, a Roma. Ma dopo poco fece ritorno, anche se di malavoglia, a Napoli, dove, sempre sotto le forti minacce fattegli dai suoi colleghi continuò pigramente a lavorare fino al 1641, quando morì, forse avvelenato, lasciando incompiuta la sua impresa, che fu proseguita dal Lanfranco, al quale si deve la realizzazione della splendida cupola e, per le pale d’altare, a Massimo Stanzione, cui spetta il vigoroso e drammatico Miracolo dell’Ossessa ed a Ribera artefice del celebre e spettacolare San Gennaro che esce illeso dal fuoco della fornace, un immenso rame che, restaurato per l’occasione, fu il gioiello della mostra sulla Civiltà del Seicento ed il cui dramma miracoloso si compie sotto un cielo azzurro come da sempre è quello napoletano.

Achille della Ragione


tav. 4 - Domenichino (e bottega) -
San Bonaventura che riceve il cappello cardinalizio -
Napoli collezione privata
tav. 5 - Domenichino (e bottega)
- San Bonaventura che riceve il cappello cardinalizio - (particolare) -
Napoli collezione privata


sabato 23 marzo 2019

Visita sabato 30 marzo: San Paolo Maggiore




Visita gratuita sabato 30 marzo San Paolo Maggiore ore 10:30 poscia altre chiese   Carissimi amici ed amici degli amici esultate, la prossima visita guidata gratuita, la 29^ del nuovo anno accademico, sarà sabato 30 marzo  ed interesserà prima la chiesa di San Paolo Maggiore, ore 10:30, e poscia quella del Purgatorio ad Arco.
Nelle more vi invio due miei articoli sull’argomento e vi segnalo che in futuro potrete sapere dove si svolgono le visite consultando il mio blog digitando il link
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Spargete la lieta notizia ai 4 venti

Achille






venerdì 22 marzo 2019

l’Agorà da 2500 anni


Il cuore pulsante della vita politica, economica e sociale di Napoli per secoli è stato piazza San Gaetano con le strade limitrofe: decumani e cardini.
In epoca greca vi era l’Agorà, in epoca romana il Forum, mentre nelle aree adiacenti erano collocati tutti gli altri edifici civili e religiosi, dove si amministrava la giustizia, si prendevano le decisioni più importanti e si commerciavano merci provenienti dagli angoli più lontani del mondo allora conosciuto, in seguito è rimasto il luogo dove si è svolta frenetica la vita sociale, artistica e civile della città durante molteplici dinastie, dai Normanni  agli Svevi, dagli Angioini  agli Aragonesi.
Oggi al posto delle strutture più antiche si stagliano poderose le sagome della chiesa di San Paolo Maggiore e di San Lorenzo. La prima occupa lo spazio dove sorgeva il tempio dei Dioscuri, del quale adopera nella facciata alcune colonne superstiti, mentre la seconda sostituisce gli ambienti della Curia.
Gran parte della storia napoletana è stata scritta e vissuta in questa piazza: qui si riunivano in assemblea i rappresentanti delle dodici fratrie in cui si articolava la popolazione, qui si ricevevano gli ambasciatori stranieri e si trattava la pace e la guerra, si accoglievano in pompa magna gli imperatori romani e qui accorreva, al suono delle campane, il popolo in armi per respingere gli attacchi degli invasori, fossero Longobardi o Saraceni.
Oggi un nuovo museo ci permette un percorso a ritroso nel tempo per ritornare al punto di partenza, in un eterno presente, dal suono melodioso del flauto di Antigenide ai canti delle popolane, sostituiti negli ultimi anni da nenie cingalesi e da violini zigani provenienti dall’est.
Ci troviamo nella piazza più antica di Napoli, dove per 20 secoli si sono svolti i commerci, il passeggio elegante e si sono decisi i destini dei cittadini. A due passi cantava Nerone, applaudito da folle oceaniche, Boccaccio intravide la sua Fiammetta, che gli infiammò il cuore, mentre austeri saggi, nel Parlamento voluto da Alfonso d’Aragona, emanavano leggi tra le sale della torre, che oggi ospita un  nuovo museo, nel quale sono esposti i reperti recuperati nei sottostanti scavi archeologici, che rappresentano da tempo uno dei percorsi più affascinanti per il visitatore che voglia esplorare le pulsanti viscere della città. Segue poi una raccolta di anfore, puniche greco italiche, corinzie, che testimoniano la vivacità dei traffici commerciali napoletani nell’antichità con tutto il bacino mediterraneo. Vino, olio, carne essiccata ed altre merci transitavano per raggiungere località della terraferma.
Sono conservati inoltre arredi e paramenti religiosi. In eleganti e ben illuminate vetrine si susseguono pissidi, reliquari, ostensori e calici, alternati a messali e cartegloria, mentre in altre sono esposti i segni esteriori della Chiesa trionfante post tridentina: pianete, mitrie, stole e dalmatiche.
Fa compagnia agli oggetti sacri  una nutrita collezione di pastori, del Settecento e dell’Ottocento, tutti di legno e terracotta e con glaciali quanto espressivi occhi di vetro. Re magi e mendicanti, floride contadine e vecchierelle gozzute, artigiani e saraceni, una folla di volti e di atteggiamenti che ritroveremo immutati una volta ridiscesi per strada lungo il presepe vivente che da secoli anima i decumani, gli stessi volti patibolari o eduardiani, che erano in prima fila durante l’assalto della torre al tempo di Masaniello o tra le truppe sanfediste che impazzarono dopo il 1799. Un crogiuolo di popoli e di culture, ieri: cartaginesi, greci, romani, spagnoli, austriaci e francesi; oggi: cingalesi, ucraini, capoverdiani, rumeni e nigeriani.
Durante il dominio angioino lentamente la sua importanza decisionale diminuì per spostarsi verso altri luoghi della città, ma conservò la sede della Curia, trasformatasi nel frattempo in organismo municipale ed ospitò senza interruzioni le adunanze comuni dei Sedili e le riunioni del Parlamento. Continuarono inoltre a svolgersi celebrazioni di grande rilievo, come il corteo nuziale di Sigismondo di Polonia e di Bona, figlia di Isabella d’Aragona, descritto dai cronisti dell’epoca come uno dei più sontuosi avvenimenti mondani del Rinascimento; oppure l’omaggio delle autorità cittadine al corteo di Carlo V di Spagna, che si svolse in un trionfo di gemme, velluti, broccati, armi, cimieri e corazze, talmente imponente che difficilmente se ne riesce a trovare uno di eguale fastosità negli annali.
Un capitolo a parte è costituito dalle esibizioni canore dell’imperatore Nerone, che amava esibirsi per il pubblico napoletano, il quale era tra i più appassionati e rumorosi. Infatti egli era forse un tiranno crudele e bizzarro, ma amava l’arte ed il canto e sopra ogni cosa l’applauso della folla. Allo spirito furbesco ed imprenditoriale dei partenopei si devono la nascita delle claches, incaricate di prezzolare adepti che facessero quanto più chiasso possibile. Nascono così alcuni rudimentali strumenti musicali prettamente napoletani, come il putipù, il triccabballacche, lo scetavajasse e o siscariello, per creare un frastuono ancora più assordante ed incassare in misura maggiore il denaro degli emissari dell’imperatore, che pare pagassero in funzione dei decibel.
Il caloroso tifo degli sportivi napoletani, appassionati delle prodezze del Napoli, nasce duemila anni fa ai concerti di Nerone.
Questi strumenti, dei quali si possono ammirare dei prototipi antichi in una bacheca del museo archeologico, furono in seguito adoperati per rallegrare l’acustica di balli popolari, in primis la tarantella. Essi accentuano maggiormente la componente ritmica  rispetto a quella melodica e sono costituiti, il primo da una pentola di terracotta, coperta da una pelle di tamburo con un buco al centro, nel quale si trova una bacchetta che si fa salire e scendere con grande velocità, il secondo da tre bastoncini di legno articolati in maniera tale da creare un suono ripetitivo ed asfissiante, il terzo da una canna spaccata che fa da cassa di violino, mentre un’altra, fatta a sega, funge da archetto, l’ultimo è una sorta di flauto formato da una canna bucata.

La Madonna delle Grazie ed il delicato confine tra vivi e morti

Fig. 3a - Marullo, Madonna delle anime del Purgatorio
Napoli complesso di S. Chiara

Tutti sanno che cristo si fermò ad Eboli, ma a Napoli il cristianesimo non ha mai sostituito completamente il paganesimo. alcuni riti e miti sono stati trasformati dalla religione assumendo nuove sembianze, mentre altri sono rimasti più o meno invariati e tra questi un posto fondamentale è occupato dal delicato confine tra la vita e la morte, che caratterizza la credenza di gran parte della popolazione napoletana, adusa ad intrattenere con i trapassati un fitto rapporto, non solo preghiere, ma anche intercessioni e ottenimento di numeri sicuri da giocare al lotto, il gioco preferito da secoli all’ombra del Vesuvio.
Questa commistione tra sacro e profano trova la sua glorificazione devozionale nell’iconografia della Madonna delle grazie, detta anche Madonna delle anime purganti e non vi è pittore del Seicento che non si sia confrontato con questa tematica, per cui la nostra scelta è stata difficile ed alla fine avremmo dovuto orientarci verso la celebre pala dello Stanzione sita sull’altar maggiore della chiesa del Purgatorio ad arco, uno dei luoghi più noti della città, devoluti a questo fecondo scambio di amorosi sensi tra vivi e morti. abbiamo viceversa privilegiato una tela di Giuseppe Marullo, meno conosciuta, ma non meno bella ed affascinante, soprattutto per denunciare la vergognosa collocazione che da alcuni anni occupa, a dimostrazione lampante del disinteresse che autorità e popolazione nutrono verso il loro ineguagliabile patrimonio artistico. essa infatti, proveniente dalla chiesa di S. Agostino alla Zecca, vergognosamente chiusa da tempo immemorabile, è posta in un locale del monastero di S. Chiara adibito al soddisfacimento delle più elementari pulsioni fisiologiche, in poche parole nei gabinetti. nella parte bassa del dipinto si accalca implorante una folla di anime in espiazione, ben distinte, per quanto si tratti di spiriti…, in maschi e femmine. in alto la fisionomia della madonna, con il patognomonico cono d’ombra sulla guancia sinistra, la firma criptata del pittore, è quella di una modella della quale il Marullo era segretamente invaghito, al punto da ripeterla per decenni immutata nei suoi quadri, senza che lo scorrere implacabile del tempo riesca a scalfire la serenità del suo volto. Particolare curioso la stessa modella si ritrova identica tra le anime in pena, a confermarci come la bellezza femminile possa condurci in egual misura verso la beatitudine o verso la dannazione. i resti fisici delle anime del purgatorio si conservano, non solo nei cimiteri e nelle catacombe, ma anche negli ipogei di antiche chiese, tra queste le più famose sono la cripta di S. Maria del Purgatorio ad arco, quella di San Pietro ad Aram, di S. Agostino alla Zecca, che si affiancano al cimitero delle Fontanelle ed alle catacombe di San gaudioso, poste sotto la basilica di S. Maria alla Sanità.
Sono gli scheletri di morti di peste, in guerra, durante le carestie, oppure di soldati, stranieri, mendicanti, naufraghi; l’esito dell’immenso esercito di sconosciuti venuto alla luce dopo una lunga permanenza nelle fosse comuni. la credenza popolare ritiene che i morti conoscano il futuro e possano comunicarlo ai vivi attraverso i sogni o altri segni; molti pensano che alcune categorie di trapassati: coloro che hanno subito una morte violenta (meglio ancora se decollati) posseggano facoltà superiori di divinazione. 
Fig. 3b - Stanzione, Madonna delle anime del Purgatorio,
Napoli chiesa del Purgatorio ad arco

in particolare le anime del purgatorio, per la loro precaria condizione tra aldiquà e aldilà, godono di una maggiore facilità di comunicazione con i viventi, soprattutto con quelle persone con le quali, attraverso una sorta di adozione, hanno stabilito un solido legame. il fulcro del rito di adozione prevede la scelta di un teschio, prelevato dal gruppo anonimo e la sua collocazione in una cassetta di legno che funge da ex voto. la “capuzzella” sarà da allora oggetto di cure, preghiere e tributi, in cambio delle quali ci si aspetta protezione e soprattutto la conoscenza del futuro.
Taluni teschi acquistano una nuova identità ed un nome: come il capitano, la suora Lucia, la Sposa, la bimba Maria, il dottore e tanti altri e possono diventare oggetto dell’attenzione di altre persone al di fuori dell’adottante. Si instaura così quel meccanismo di scambio, già conosciuto dagli antichi: i devoti si prendono cura dei resti mortali, recitano preghiere, fanno officiare messe di suffragio per alleviare le pene a cui sono sottoposte le anime del purgatorio, in cambio queste ultime diventano protettrici, fanno grazie, prevedono lo svolgersi di matrimoni, gravidanze ed affari e molto spesso suggeriscono i numeri vincenti del lotto. Per ottenere questi favori fino ad alcuni decenni fa si celebravano riti collettivi di invocazione il venerdì precedente l’estrazione da parte di gruppi di donne che si riunivano nel camposanto napoletano. i numeri vengono forniti attraverso i sogni e vanno interpretati utilizzando la Smorfia, un famoso libro che attribuisce ad avvenimenti e persone un numero corrispondente: 90 la paura, 23 lo scemo, 45 il canto del gallo, 71 l’uomo di m… e così via. il cimitero delle Fontanelle occupa un posto di rilievo tra le grotte napoletane e tra i luoghi ove, al fianco di macabri riti di iniziazione di novelli camorristi, si è maggiormente manifestato quell’affettuoso legame che a Napoli, da sempre, unisce i vivi ed i morti. il gigantesco ossario è un’immensa cavità di tufo nel cuore del quartiere di cui porta il nome ed in esso si conservano teschi, femori, tibie e peroni accatastati nella penombra, dando luogo ad uno scenario senza eguali, che ha ispirato nei secoli un immaginario sospeso a metà tra cristianesimo e paganesimo. in questa atmosfera irreale è nato un particolare tipo di culto dei morti, presente solo nella nostra città, pieno di leggende e rituali, mistero e superstizione, in un labile confine tra mondo dei viventi e dei trapassati, dove è ipotizzabile il magico contatto tra due dimensioni che normalmente non si toccano e che da noi convivono senza problemi.
Una visita a questo luogo straordinario sospeso tra fede e magia è un’esperienza indimenticabile e per tantissimi napoletani non è mai avvenuto, perché questa straordinaria attrazione turistica senza eguali è tornata usufruibile, ma solo durante il maggio dei monumenti, dopo una criminale chiusura ventennale, che la dice lunga sulle capacità dei nostri amministratori. Napoli, nella sua storia plurimillenaria è stata sempre linea di demarcazione tra oriente ed occidente, tra cielo e terra, tra realtà e fantasia.
Una civiltà impregnata di luce e buio e tutto sommato ancora visceralmente pagana, che celebra i suoi riti pre cristiani in San Pietro ad Aram, al Purgatorio ad arco e nel cimitero delle Fontanelle. Un mondo sospeso su un dedalo inestricabile di caverne sotterranee ed antri sconosciuti, fantasmagorico crocevia di miti e leggende.
Una città dove la frequentazione con i morti è stata quotidiana e del tutto naturale e dove vi è stata sempre una particolare attenzione per le anime abbandonate o pezzentelle. dove fede cattolica e ritualità arcaiche sono andate a braccetto per secoli, senza che nessuno gridasse allo scandalo o al sacrilegio. dove il dialogo con i teschi, il lucidarne amorevolmente la fronte fino a consumarla o il chiedere consiglio sono per larga fetta della popolazione, anche colta, pratica quotidiana.


Fig. 3c - edicole votive nel cimitero delle Fontanelle

Fig. 3d - il colloquio con i teschi.

giovedì 21 marzo 2019

Uno spettacolare pendant di Adriaen Van Utrech

fig. 1 - Banquet still life - 185x242 - databile al 1644-
Amsterdam  Riyksmuseum di


Adriaen Van Utrech è un celebre pittore di nature morte e tra le sue opere più famose va annoverato il Banquet still life (fig.1), conservato nel Riyksmuseum di Amsterdam, del quale rendiamo ora noto il suo pendant: Scena di cucina (fig.2), appartenente ad una celebre collezione napoletana.
Dopo la descrizione  del dipinto in esame forniremo alcune notizie biografiche sul suo autore, del quale mostreremo anche il suo ritratto (fig.3)
Passiamo ora a parlare del dipinto raffigurante una Scena di cucina, appartenuta fino al 1984 ad una collezione privata milanese, per passare poi in collezione della Ragione a Napoli.
Questa pregevole opera di Van Utrech, siglata in basso a destra sulla base dell'anfora con le iniziali del pittore e nella quale è certa la  collaborazione  di Thomas  Willeboirts, detto Bosschaert, potrebbe, con grande probabilità, essere un quadro scomparso da secoli e di cui ci danno notizia alcuni documenti da poco tempo scoperti. Da tali documenti veniamo a conoscenza che su richiesta del principe Frederic Herni da Nassau il Van Utrecht eseguì in collaborazione con Thomas Willeboirt Bosschaert una importante composizione dal soggetto non ben precisato. Questa opera sarebbe dovuta essere destinata alla residenza dell'Aja, che rappresentava allora il domicilio estivo della Casa Orange. 
La partecipazione del nostro pittore fu largamente ricompensata nel 1648 con una somma di 400 fiorini, che all'epoca costituivano il prezzo di un'opera molto importante.   
Ad ogni modo un altro paragone è d'obbligo tra la nostra opera e la famosa «Kuechenstuck» o «Kitchen Piece» della Staatlichen Gemaldegalerie di Kassel, firmata per esteso e datata 1629, nella quale compare lo stesso timballo di cigno sontuosamente decorato presente nella nostra tela e che possiamo osservare identico in un'opera analoga del 1644, eseguita da David Theniers il Giovane e conservata nel Museo dell'Aja. 
In particolare nel dipinto del Teniers il cigno, il timballo e le decorazioni alludono ai rapporti politici del tempo: infatti la crosta del timballo è decorata con l'aquila bicipite della casata degli Asburgo, mentre al collo del cigno è appeso un emblema con mani giunte e un cuore in fiamme, simbolo della fede.      
Tali emblematiche e fastose decorazioni erano ideate per accompagnare le colte conversazioni dei cortigiani nell'ambito di un pranzo che soddisfacesse oltre che il palato anche la vista. E ciò faceva parte del cerimoniale da tavola delle feste celebrate   dall'aristocrazia nel XVII secolo nelle quali facevano spesse parte invenzioni plastico-artistiche realizzate con galatine o timballi che risultavano «pietanze da guardare» le quali evidentemente erano pensate per soddisfare più l'occhio che la gola, o almeno l'uno e l'altra. Queste decorazioni  erano costituite da una base commestibile tipo timballo, il quale certamente non aveva per ingrediente la sgradevole carne di cigno e da parti di cigno impagliate che formavano l'artistica alzata, ornata al culmine da una corona.
La scena di cucina del museo di Kassel, pur presentando notevoli similitudini sia nel soggetto che nei dettagli con la nostra tela non può essere però considerata un suo pendant, perché ha dimensioni, anche se di poco, diverse.  Nel quadro in esame il Van Utrecht, al posto di un sontuoso disordine, pone gli elementi. della  composizione con una netta distinzione in carni, vegetali  e dolci.  Il cigno sul lato sinistro è poggiato su un elaborato timballo molto decorato ed è impreziosito da un nitido mazzolino di fiori derivato dallo stile di Jan Brueghel.
 La figura della cuciniera (fig.4), di mano del Bosschaert, che ricorda i volti dolcissimi del Rubens, rifulge al centro della tela con la sua prorompente bellezza, che ben si esprime negli occhi lucenti e nel seno prosperoso che fa capolino maliziosamente dalla scollatura e spezza in due la composizione; mentre la scena viene a svolgersi su due piani orizzontali: uno costituito dal gruppo di selvaggina e volatili appesi al muro o posti sulla tavola, mentre al suolo si contrappongono i grandi cavoli, i carciofi. e gli altri legumi.
Il pittore, per spezzare la verticalità e la crudezza degli animali appesi ai crocchi, fa comparire lunghi gambi di verdura dal tracciato sinuoso, che fuoriescono dal tavolo o dalla grossa anfora posta  sulla destra  della scena.  Questo artifizio di composizione compare nella maggior parte delle nature morte del Van Utrecht, in particolare nelle opere di grande formato, ove l'artista si sforza di rendere sensibile la profondità dello spazio. 
Tra i colori adoperati nella composizione caratteristico è il verde dei  cavoli che vira verso il grigio, il che può essere considerato come «patognomonico» della firma del pittore (fig.5).
Il tappeto della tavola è reso con un grigio spento per favorire la riaccensione dei colori delle vivande.
 Altri elementi presenti nel dipinto e che spesso troviamo nei lavori di Van Utrecht sono il bel pezzo di argenteria cesellata ed il bicchiere di cristallo trasparente (fig.6). In particolare il pezzo  di argenteria compare identico (fig.7) nel dipinto conservato nel museo di Amsterdam.
In definitiva questa opera costituisce un ulteriore arricchimento del catalogo di Van Utrecht, il quale si riscopre come artista di altissimo livello, dotato di una tecnica raffinata ed in grado di gareggiare con l'opera di un Franz Snyders o di un Jan Fyt.


 fig. 2 - Scena di cucina
(in collaborazione con Willeboirts Thomas, detto Bosschaert) - 240x175 -firmata -
Napoli, collezione della Ragione

fig. 3 Coenraet Waumans
Ritratto di  Adriaen van Utrecht

 fig. 4 - Scena di cucina (particolare)

Passiamo ora alla biografia dell’autore
Adriaen van Utrecht (Anversa, 12 gennaio 1599-1652) era un pittore fiammingo noto soprattutto per i suoi sontuosi banchetti di nature morte, selvaggina e frutta, ghirlande di frutta, scene di mercato e cucina e raffigurazioni di pollame vivo nei cortili. I suoi dipinti, in particolare i pezzi di caccia e di giochi, mostrano l'influenza di Frans Snyders . I due artisti sono considerati i principali inventori del genere dei pronkstillevens, vale a dire nature morte che hanno enfatizzato l'abbondanza rappresentando una varietà di oggetti, frutti, fiori e giochi morti, spesso insieme a persone viventi e animali. Era un collaboratore abituale con i principali pittori di Anversa che erano stati alunni o assistenti di Peter Paul Rubens, come Jacob Jordaens, David Teniers il Giovane, Erasmus Quellinus II, Gerard Seghers, Theodoor Rombouts, Abraham van Diepenbeeck e Thomas Willeboirts Bosschaert.  
La maggior parte delle notizie riguardanti la sua biografia le ricaviamo dalla leggenda posta sotto il suo ritratto, eseguito da Jan Meyssens. Van Utrecht nacque ad Anversa il 12 gennaio 1599 e nel 1614 divenne apprendista presso la bottega di Herman De Ryt. Tra il 1620 e il 1625 compì un lungo viaggio di istruzione in Francia. Germania e Italia.  Dal testamento di suo padre veniamo a conoscenza che il 1° giugno del 1624 si trovava ancora lontano da casa, mentre dal 1625 alcuni documenti di archivio testimoniano la sua presenza costante nella sua città natale. Il 14 agosto 1625 diventa maestro della corporazione di San Luca,

     
fig. 5 -Scena di cucina (particolare patognomonico)
fig. 6 -Scena di cucina (particolare )

fig. 7 - Banquet still life -(particolare)-
Amsterdam  Riyksmuseum