lunedì 4 maggio 2015

Comicon uber alles





Sabato mattina ho pensato con entusiasmo di visitare la mostra Comicon, ma giunto in prossimità degli ingressi, a piazzale Tecchio e su viale Augusto, le file interminabili mi hanno indotto a più miti consigli, contento per il successo della manifestazione, un po’ meno per il dover rinunciare alla visita.
Mi sono però soffermato a lungo ad osservare le file di aspiranti visitatori, la quasi totalità giovani ed ho costatato che nella mia, oramai abbastanza lunga vita, una sola volta mi ero imbattuto in una fila più lunga(circa 3 chilometri), quando nel 1989, prima della caduta del muro di Berlino, a Leningrado, dovevo visitare con la mia famiglia il celebre museo dell’Ermitage e rimasi spaventato da una marea di persone pazientemente in attesa, avendoli scambiati per amanti dell’arte, mentre viceversa si trattava semplicemente di cittadini che ambivano di acquistare una bottiglia di Coca Cola, tra l’altro prodotta in loco.
Ma la seconda osservazione è quella che mi ha sorpreso maggiormente ed amareggiato oltre misura: non vi era un giovane che non indossasse vestiti stracciati e non ostentasse pettinature tra il barbaro ed il demenziale, mentre moltissime ragazze erano in maschera, da fata, da strega, da donna fatale, pur essendo lontano il Carnevale. Probabilmente volevano rendere omaggio al titolo della rassegna apparendo comiche e svampite.
Beate loro, povera umanità.

mercoledì 29 aprile 2015

La storia di Pasquale G.



Pasquale G. tra pochi giorni riacquisterà la libertà dopo oltre 10 anni trascorsi nel carcere di Rebibbia. Potrà rivedere la figlioletta  divenuta una signorina e camminare per le strade di Trani, il suo paese natale. Il debito verso lo Stato è stato pagato fino all’ultimo giorno, nonostante la legge preveda che a metà pena, poteva godere della semi libertà, quando mancavano 4 anni dell’affidamento ai servizi sociali, gli ultimi 18 mesi dei domiciliari.
Nonostante la buona condotta, il diploma superiore conseguito tra le sbarre, un libro dato alle stampe (Cronistoria di un amore folle) ed un umile lavoro di scopino, pagato quattro soldi, per comprarsi sigarette e francobolli, non è stato ritenuto meritevole dal magistrato di sorveglianza  di misure alternative.   
Vi è molto sconforto nelle carceri, non solo per le condizioni di vita disumane, e per l’impossibilità di rieducarsi e prepararsi al reinserimento nella società, ma soprattutto perché è veramente convinto lo Stato che far scontare ai detenuti la pena in modo disumano dentro carceri sovraffollate, senza alcuna attività, imbottiti di psicofarmaci, incattiviti ed esasperati, renda la società più sicura? Le carceri così come sono, sono inutili e dannose per i detenuti, per le loro famiglie, e per la società; invece di recuperare escludono ed emarginano, e rischiano di far uscire le persone peggiori di come sono entrate.
I penitenziari si rendono vivibili garantendo ai detenuti, senza inutili barriere, quanto previsto dalla legge: semi libertà a metà pena, affidamento in prova quando mancano 4 anni dal fine pena, gli ultimi 18 mesi di reclusione ai domiciliari; provvedimenti che gradualmente svuoterebbero i penitenziari, tenendo conto che oltre 20.000 detenuti potrebbero beneficiarne, portando il numero dei reclusi in linea con quanto perentoriamente richiestoci dall’Europa.

Speriamo che Pasquale trovi un lavoro onesto e ricominci a vivere senza ricadere nella spirale dell’illegalità.


giovedì 23 aprile 2015

Il maestro dei maestri della scacchiera: Giorgio Porreca



Domenica 17 maggio alle ore 10:00 presso la sede della Associazione scacchistica partenopea, sita in Napoli via Rossini nel Circolo artistico del Vomero verrà presentato il libro Il maestro dei maestri della scacchiera: Giorgio Porreca, scritto da Achille della Ragione e Carlo Castrogiovanni.



Prefazione 
Lo scopo di questo libro è quello di far conoscere alle nuove generazioni un illustre personaggio: Giorgio Porreca, che ha rappresentato per alcuni decenni un maestro ed un esempio nel mondo degli scacchi e che rischia di essere dimenticato, nonostante i tanti libri scritti, in un epoca in cui l’apprendimento e l’aggiornamento utilizzano prevalentemente il computer.
Avevo già parlato di Porreca, dedicandogli un capitolo, che fornisce il nome a questo libro, nel II volume di Quei napoletani da ricordare, un’opera in quattro tomi, che si affianca ai quattro tomi dedicati alla napoletanità e che a breve costituirà una sorta di mio testamento spirituale. 
Avevo poi inviato tale capitolo ad una mailing list di circa 3000 nomi di scacchisti di tutta Italia e molti mi avevano scritto per ringraziarmi e auspicavano una pubblicazione più ampia, che potesse ricordare il maestro di cui avevano sentito parlare. Tra questi, in particolare, Pasquale Colucci, titolare di una diffusa testata scacchistica diffusa per via telematica, mi ha incoraggiato ed alla fine convinto.
Ho quindi invitato una decina di amici a collaborare, in primis Carlo Castrogiovanni, assurto al ruolo di coautore, al quale ho affidato, oltre ad un ricordo personale, un fondamentale capitolo che raccoglie e commenta alcune delle più famose partite di Porreca.
Ho ripreso il ricordo di Alvise Zichichi, pubblicato sulla rivista Scacco all’indomani della scomparsa di Porreca e mi sono giunti poi i contributi di Dario Cecaro, grazie al quale ho ripercorso brevemente la storia della gloriosa Accademia scacchistica napoletana nel dopoguerra, illustrata da numerose foto inedite, Giacomo Vallifuoco, Ernesto Iannaccone, Umberto Sodano, Pietro Pastore, Paolo Soprano, Guglielmo Fumo, Pasquale Colucci, Francesco Maria Sergio, Claudio Gatto, Gian Paolo Porreca, Adolfo Mollichelli.
Oltre al già citato capitolo di Carlo Castrogiovanni dedicato al commento delle principali partite del maestro, abbiamo potuto pubblicare altre foto, classifiche e materiale vario raccolto puntigliosamente da Dante Caporali, il quale ha collaborato anche alla creazione del pdf del testo da dare alla stampa. 
Un incoraggiamento fondamentale ci è stato fornito dalla Lega campana scacchi, nella persona del suo presidente Salvatore Isoldo, la quale si occuperà anche della diffusione gratuita del libro ai circoli ed ai giocatori.
Non mi resta che augurare a tutti buona lettura 



lunedì 20 aprile 2015

Una splendida pala d’altare di Nicola Malinconico nella parrocchiale di Avella

fig.1

Una importante aggiunta al catalogo di Nicola Malinconico è costituita da una splendida quanto misconosciuta pala d’altare, firmata, conservata ad Avella nella Colleggiata di San Giovanni dei fustiganti, raffigurante la Sacra Famiglia in gloria con i santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e Sebastiano (fig.1).
Prima di descrivere il dipinto accenniamo brevemente all’attività del pittore, attivo sia sul finir del Seicento che nel Settecento, rinviando chi volesse approfondire la sua conoscenza ai nostri scritti(tutti consultabili sul web, digitandone il titolo), partendo da Nicola Malinconico pitture entro il Seicento, proseguendo poi con Nicola Malinconico  un generista da rivalutare, Nicola Malinconico pittore settecentesco ed infine alle pagine a lui dedicate nel Secolo d’oro della pittura napoletana: vol. V, pag. 360, vol. VIII, IX, X, pag. 497 – 498 – 499.
Un allievo di Giordano che raggiunge notevole autonomia e che gli studi recenti del Ravelli e del Pavone hanno messo nella giusta luce è Nicola Malinconico (Napoli 1663-1727), figlio di Andrea, un modesto stanzionesco e fratello di Oronzo, artista di minore talento. 
Nicola fu versato sia nella natura morta che come pittore di Istorie, cui si dedicò maggiormente. Egli seguì il nuovo orientamento giordanesco, tutto giocato sui toni chiari e si avvalse della sua «freschezza di colore, la onde dipinse opere così vive, e belle che da taluno fu stimato il suo colorito più vago di quello dello stesso maestro» (De Dominici).  
La sua biografia viene presentata nelle «Vite» in maniera confusa sia nell’ambito dei discepoli dello Stanzione, tra i quali vi era il padre, sia tra i discepoli del Giordano. Il De Dominici non è tenero con l’artista per via del suo antagonismo con il Solimena ritenuto, giustamente, pittore di prima riga. In seguito altri biografi ne hanno valorizzato l’opera, come il Dalbono, che lo isola, assieme al De Matteis, dal seguito giordanesco per porlo in bella prospettiva. 
Per il suo percorso di generista sono da ricordare il suo apprendistato presso il Belvedere e la sua prima fatica di rilievo, la famosa Natura morta con pavone del museo di Vienna, firmata, che «nella sua esuberanza compositiva, nell’impasto ricco di colore e soprattutto negli sfondi con figure appena accennate e orlate di luce, si rifà direttamente ad una sensibilità per le forme opulente di timbro giordanesco» (Scavizzi).
In seguito la critica, per stringenti affinità stilistiche, gli ha associato altre tele come le due della Walters Art Gallery di Baltimora ed un Giardino con fiori ed un putto pubblicato dal Salerno. 
Lasciati i frutti, il Malinconico si impegnò nelle grandi composizioni dal respiro giordanesco e le sue tele più antiche furono eseguite a Montecassino in collaborazione con il Giordano, il quale ebbe poi una serie di importanti committenze da svolgere nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Bergamo dove, dopo aver spedito da Napoli la grande tela Passaggio del mar Rosso, non potendo raccogliere l’invito ad eseguire un vasto ciclo di decorazioni, lasciò tutti i lavori all’allievo prediletto, il quale continuò a lungo anche sulla base di disegni del maestro.
Dopo la partenza del Giordano per la Spagna, il Malinconico assunse un ruolo fondamentale non solo nella divulgazione del verbo del maestro, ma anche nella diffusione in ambito meridionale delle novità emerse dagli esempi del Solimena, con il quale sorse un certo antagonismo, sia nei lavori nella chiesa di Donnalbina, eseguiti tra il 1699 ed il 1702, sia in quelli eseguiti in San Benedetto a Chiaia, dove nel 1709 subentra al fratello Orazio da poco scomparso e realizza una Crocifissione ed una Visione di San Benedetto.
Passiamo ora all’esame della tela della parrocchiale di Avella, nella quale i riferimenti ad altri lavori dell’artista sono evidenti, per cui l’opera va collocata cronologicamente negli ultimi anni della sua attività.
Puntuali raffronti con altre opere del Malinconico sono stati evidenziati da uno studioso locale Carmine Filomeno Accetta, a partire dalla parte superiore della composizione, dove le figure laterali richiamano a viva voce quelle presenti nella Sacra Famiglia della chiesa di San Giuseppe a Chiaia, mentre il volto della Vergine è improntato al modello adottato nell’Adorazione dei pastori conservata in S. Maria la Nova. La figura del San Giuseppe rimanda a quella del Padre eterno nel Sacrificio di Aronne della chiesa di S. Maria delle Grazie a Sorrento, mentre la S. Anna ripropone il prototipo adoperato nel quadro della chiesa di San Giuseppe a Chiaia.
Passando ad esaminare la parte inferiore, possiamo osservare come il profilo del San Giovanni Battista rinvia a quello del Cristo raffigurato nella Certosa di San Martino, inserito in un percorso tipologico culminato nella Cacciata dei mercanti dal tempio della cattedrale di Gallipoli, della quale tempo fa pubblicammo un inedito bozzetto (fig.2) della collezione napoletana di Mario Speranza. I santi Giovanni Evangelista e Sebastiano vanno viceversa confrontati con le figure degli apostoli in ginocchio presenti nell’affresco con l’Assunzione della Vergine conservato nella sacrestia dei SS. Apostoli, realizzato nel 1726.
Possiamo concludere sottolineando come la figura principale della pala: la Vergine, risulta esemplata partendo dai modelli mariani rappresentati nelle tele della chiesa della Croce di Lucca, successivamente rielaborate in immagini relative all’Immacolata.


fig.2


I 40 anni dell’Istituto degli studi filosofici

Gerardo Marotta


A giorni l’Istituto degli studi filosofici compie 40 anni e, in linea con il degrado inarrestabile della città, è in coma, con i libri della biblioteca chiusi da anni in squallidi depositi e le attività culturali ridotte al lumicino. L’unico a resistere, indomabile, nonostante gli 88 anni, è il fondatore l’avvocato Gerardo Marotta. Per favorire la conoscenza del suo nome prestigioso tra i giovani, proponiamo ai lettori il capitolo a lui dedicato nel I volume di Quei napoletani da ricordare, consultabile sul web seguendo questo link.

Con Mirella Barracco, Gerardo Marotta divide la vetta ideale tra i napoletani degni di essere ricordati.
Il ’99 anno emblematico e fatale per i destini di Napoli, lega con un sottile filo ideale i due famosi personaggi: Napoli ’99 è infatti il nome della Fondazione voluta dalla instancabile baronessa, mentre per il Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto di Studi Filosofici, creato dall’avvocato Marotta il ’99 fu testimone di un dramma e da allora reca ancora i segni del lutto e dello sdegno, ma anche le stimmate di una memoria storica e civile che consentì alla nostra città di porsi all’avanguardia in Italia ed in Europa. In questo storico e severo palazzo che fu la dimora della nobile famiglia dei Serra di Cassano, sito nella popolosa via di Monte di Dio a due passi dal teatro Politeama, l’avvocato Gerardo Marotta, e con lui tutta la Napoli che non si arrende al degrado e non si rassegna al mal governo della città, si è rinchiuso idealmente la mattina del 2 agosto del 1799 mentre, tra le urla della plebe inferocita veniva decapitato a Piazza Mercato Gennaro Serra, rampollo della casata, che assieme a pochi altri eroi rappresentava l’ultimo baluardo per la difesa della rivoluzione napoletana travolta da una monarchia arretrata ed incapace di gestire il corso della storia. La forza d’animo, il coraggio e la fede che ha accompagnato i pochi repubblicani fino all’ultimo respiro, ha fatto si che Benedetto Croce abbia sempre circondato questi martiri nei suoi scritti di religiosa venerazione.
Da quel fatidico giorno, il portone principale della nobile dimora che apriva in direzione del palazzo reale è stato chiuso ed è rimasto sbarrato.
La nobile famiglia, che in seguito subì la repressione dei Borbone e la furia devastatrice della teppaglia sanfedista lo sbarrò in segno di lutto perpetuo e di collera verso re Ferdinando IV per cui ordine quella condanna venne eseguita. Dopo quasi duecento anni quel portone restava ancora ermeticamente chiuso e a detta dell’avvocato Marotta, sarebbe ancora rimasto sbarrato a lungo. Forse, in un domani più felice per la nostra città, verrà riaperto per festeggiare la rottura del divario che affligge da anni Napoli, tra una parte della società civile dotta ed istruita ed ansiosa dei destini della città ed una plebe, arrogante ed ignorante, le cui fila si sono allungate a dismisura negli ultimi anni fino a comprendere gran parte di quella borghesia diventata lazzarona che ha smarrito la sua memoria storica ed ha tradito Napoli, scendendo a patteggiamenti, mediazioni, tangenti ed infiltrazioni camorristiche.
Questo avamposto della cultura, questo fortino dell’intelligenza, rimasto, nello sterminato deserto che lo circonda, a difendere il futuro ed il passato di Napoli è stato creato nel 1975, grazie all’ostinazione vincente di questo caparbio avvocato napoletano che nell’opera ha profuso oltre a tutto il suo impegno e la sua testardaggine, anche tutte le sue notevoli ricchezze, comprese quelle della famiglia. L’Istituto è da decenni un punto di riferimento internazionale, impegnato nello studio di quella tradizione di pensiero che sorto nella Magna Grecia si è diffuso in tutta Europa permeandone la civiltà nei secoli seguenti; esso si interessa inoltre di studi di filosofia e storiografia antica e medioevale fino al pensiero scientifico e filosofico del Seicento e del Settecento.
L’avvocato Marotta ha più volte inviato degli appelli pubblici, ai quali l’Istituto con la sua autorevole fama ha fatto da supporto e ne ha permesso la diffusione come una cassa di risonanza, sull’importanza degli studi filosofici nel mondo moderno.
La più valida proposta degli ultimi anni è stata quella di istituire un organismo internazionale che comprenda i massimi esperti delle varie discipline scientifiche con funzioni consultive verso i governi.
«È urgente che la filosofia e le scienze riscoprano i loro motivi più profondi. Occorre uno spirito aperto, la volontà di definire gli stessi linguaggi entro una circolazione di idee amplissime, che non formi confini se non quelli del sapere umano. Potranno i governanti essere illuminati solo dalla ragione e dalle conoscenze di chi è abituato alla ricerca della verità».
E corriamo ora indietro nel tempo fino al 1927 anno in cui il piccolo Gerardo nasce in una austera casa di vico Campane a Donnalbina nel centro storico di Napoli per trasferirsi dopo pochi anni al Vomero nei pressi del liceo Sannazzaro che frequenterà da ragazzo.
Il padre Egidio è avvocato capo della Provincia di Napoli, il nonno, da cui prende il nome, di origini lucane è un infaticabile studioso, mentre lo zio è un illustre clinico allievo di Cardarelli e direttore della rivista di clinica medica. Gerardo è il primogenito seguito da altri due fratelli e una sorella. La sua infanzia e la sua adolescenza trascorrono nello studio praticato con una grande dedizione. Uniche distrazioni permesse: qualche partita a pallone o qualche puntata al mare.
La letteratura e la filosofia; il diritto e la storia sono le sue materie preferite. Durante l’adolescenza fu attratto, come tanti altri giovani, dalla figura carismatica di Benedetto Croce, che splendeva all’epoca di una luce abbagliante nel panorama culturale napoletano e da ciò crebbe l’ansia di terminare al più presto gli studi liceali e conseguita la maturità potersi iscrivere alla facoltà di Giurisprudenza affascinato dai molti risvolti di questa facoltà.
Negli anni dell’università fece parte di quei giovani studiosi, che stretti intorno alla figura di Benedetto Croce, frequentavano assiduamente l’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato dal filosofo, inoltre fu più volte eletto negli organismi rappresentativi dell’ateneo e per alcuni anni fu presidente del fronte democratico universitario.
Egli pur dividendo le ore della sua giornata tra la frequenza dei corsi, lo studio casalingo e la biblioteca, trovava il tempo per organizzare importanti seminari.
Egli fondò l’associazione «Cultura Nuova» assieme ad alcuni colleghi universitari che divennero in seguito celebri nelle loro branche da Luigi Compagnone a Corrado Alvaro, da Vittorio Viviani a Domenico Rea, da Luigi Incoronato a Roberto Pane, da Vasco Pratolini al geniale Renato Caccioppoli.
Tale associazione ebbe il merito di far conoscere nell’ambito della cultura napoletana poeti del calibro di Pablo Neruda, personalità della letteratura come Natalino Sapegno, artisti come Renato Guttuso, che poté esporre per la prima volta a Napoli e lo scultore Augusto Perez che cominciò a farsi conoscere in mostre collettive che ebbero grosso clamore. L’attività dell’associazione «Cultura Nuova» fu molto feconda e risvegliò su di essa l’attenzione della stampa che dedicava molto spazio alle varie manifestazioni; ma a volte veniva anche osteggiata quando ad alcune conferenze venivano invitati intellettuali notoriamente di sinistra.
Il quel periodo il conformismo era imperante e talune volte fu vietato l’accesso nell’ateneo a noti studiosi come il prof. Crisafulli, la cui conferenza sulla Costituzione italiana, il giovane Marotta fu costretto a dirottare nella meno accademica palestra del CUS. Ad alcuni studiosi fu comminata una censura.
Erano anni difficili per l'ateneo napoletano che fu anche chiuso più di una volta a seguito di gravi incidenti esplosi tra gli studenti e la polizia; erano però anche anni in cui personaggi di spicco della cultura come Luigi Cosenza rappresentavano un punto di riferimento per un folto movimento giovanile, incoraggiato da docenti illuminati come Adolfo Omodeo, Renato Caccioppoli e Giuseppe Montalenti.
Tale fremito di entusiasmo culturale culminò nella fondazione dell’Istituto Italiano di Studi Storici, il quale fermento voluto da Croce permise di riunire in un gruppo omogeneo le figure più rappresentative della «intellighenzia» da Federico Chabod a Giovanni Pugliese Carratelli. In questo Istituto Gerardo Marotta ha trascorso gli anni più entusiasmanti della giovinezza e come lui tutta una generazione di studiosi che correvano ad assistere alle lezioni ed ai seminari attratti dalla luminosa figura del filosofo abruzzese, sempre pronto al consiglio e disponibile al contatto umano.
Completati gli studi e conseguita la laurea in Giurisprudenza discutendo brillantemente una tesi in filosofia del diritto: «Il concetto dello Stato nella sinistra hegeliana», Gerardo Marotta continua per qualche anno ancora a seguire con grande trasporto i dibattiti ideologici che fervono nella nostra città fino alla morte di Benedetto Croce, dopo di che nella cultura giovanile napoletana si apre un periodo di crisi e di sfiducia che spinge molti giovani a chiudersi nelle proprie professioni.
Per circa venti anni a partire dal 1953 il giovane avvocato Marotta tralascia la partecipazione attiva alla vita culturale cittadina e si dedica intensamente alla pratica professionale, esercitando nel campo civilistico ed amministrativistico nello studio di famiglia assieme al fratello Lucio ed al cugino Giorgio Scala.
Si sposa con Emilia Mancuso, professoressa di letteratura francese e vede crescere la sua famiglia con la nascita di Valeria, Barbara e Massimiliano.
Nel frattempo ha modo di dedicarsi al suo amore più grande: la catalogazione ed il potenziamento della sua biblioteca, che cresce ogni giorno di più fino ad occupare ogni angolo libero della pur grandissima casa di Viale Calascione. A casa sua vi sono le bellissime librerie che furono di Gioacchino Murat, stracolme di volumi amorevolmente selezionati e schedati; una pila di libri, opuscoli e riviste accatastati per ogni angolo della casa, anche in camera da letto, crescono ogni giorno come funghi, creando una barriera sempre più alta alla luce del sole ed impedendo, quasi completamente, la vista dello splendido panorama.
Un totale di circa 120.000 libri che fanno di quella di Gerardo Marotta la più ricca e completa biblioteca privata d’Italia; donata negli anni successivi all’Istituto degli Studi Filosofici per renderla accessibile a tutti gli studiosi.
Nel rapporto di amore tra Gerardo e la sua biblioteca credo di intravedere l’aspirazione di onniscienza che si impossessa di ogni studioso che mira ad una conoscenza globale ed universale (la qual cosa è possibile?).
La brevità della vita umana e le limitate risorse di tempo e di apprendimento, costituiscono come una intollerabile catena che ostacola la volontà di conoscenza dell’uomo, il quale se può, tenta di sublimare attraverso il possesso fisico di tanti libri la sua insaziabile ansia di conoscenza.
Novello Ulisse, Gerardo, io ritengo, ha in tanti anni accumulato tanti libri e riviste con la folle speranza di poterli tutti leggere e studiare.
Un’altra lodevole iniziativa dell’avvocato fu quella di creare assieme all’amico Francesco del Franco una casa editrice specializzata, Bibliopolis, la quale si interessa in modo esclusivo della pubblicazione di libri di alto valore scientifico e letterario ed in particolare cura le riedizioni dei grandi pensatori medioevali e stampa gli atti dei numerosi convegni che si svolgono presso l’Istituto di Monte di Dio.
Nel 1975, dopo tanti anni trascorsi unicamente nell’esercizio della professione e nella cura della biblioteca, il sacro fuoco dell’organizzazione delle attività culturali si impossessò di nuovo di Marotta, il quale, assieme agli amici più cari e più prestigiosi volle creare un punto di riferimento per gli studiosi, che potesse custodire, come nel passato il cenacolo intorno a Benedetto Croce, un approdo sicuro per le giovani generazioni desiderose di arricchirsi spiritualmente, in un periodo di sfrenato consumismo in cui tutti sembrano interessati unicamente alla carriera, al successo personale ed al possesso di beni materiali.
Personaggi come Elena Croce, figliola del filosofo, Enrico Cerulli presidente dell’Accademia dei Lincei, Giovanni Pugliese Carratelli, direttore dell’Istituto crociano e Pietro Piovani, notissimo intellettuale, gli furono vicini nell’attuazione della sua idea, decisi quanto lui a «resistere» ed a non voler restare indifferenti di fronte al degrado e allo sfascio di Napoli, una grande capitale del passato, che da tempo ha smarrito il suo ruolo e la sua memoria storica.
Le difficoltà incontrate all’inizio furono notevoli in una città come Napoli ormai usurpata e conquistata dalle forze neofeudali. Una città nella quale da tempo gli intellettuali hanno abbassato la guardia ed in cui il mal costume politico, la camorra e la droga devono essere combattute con tutti i mezzi a disposizione.
L’Istituto fondato con una solenne cerimonia svoltasi a Roma presso l’Accademia dei Lincei ha svolto la sua attività inizialmente presso la casa di Marotta, per poi trovare nel 1983 una sede prestigiosa nel monumentale palazzo Serra di Cassano nella storica via del Monte di Dio. Da allora svolge instancabilmente, sotto l’amorevole attenzione e direzione dell’avvocato e con la collaborazione del fedele professor Gargano, la sua opera di esaltazione dei valori della cultura e della sollecitudine morale per il bene pubblico, cercando di forgiare le nuove generazioni di studiosi affinché essi portino in tutto il mondo l’immagine di una Italia, grande paese europeo, con alle spalle grandi tradizioni artistiche, culturali e morali. Si cerca disperatamente di far conoscere alle nuove generazioni lo spirito pubblico che animò la borghesia napoletana schiacciata dalla reazione borbonica e sanfedista del 1799 e non più risorta.
Il grande portone del palazzo Serra di Cassano, sbarrato da circa due secoli, doveva essere riaperto soltanto il giorno in cui grazie ai quotidiani insegnamenti dell’Istituto del benemerito avvocato Marotta, ci si avvicinerà al grande sogno del saggio Platone, quando cioè gli uomini di governo saranno divenuti filosofi ed i filosofi saranno divenuti uomini di governo.
Incautamente al periodo del fantomatico Rinascimento napoletano l’avvocato acconsentì alla riapertura del mitico portone, credendo che un nuovo luminoso futuro si presentasse per Napoli ed i napoletani. Mai errore fu più clamoroso. Da allora la nostra sventurata città è precipitata sempre più in basso, battendo tutti i record negativi. Ma non bisogna demordere, fino a quando uomini come Gerardo Marotta continueranno a combattere in trincea la speranza di un domani migliore ha motivo di essere coltivata.
Una civiltà muore inesorabilmente quando tutti si arrendono e perdono il gusto di lottare contro la barbarie della violenza e dell’ignoranza, trovando vano conforto nell’inutile gioco delle carte, unico passatempo della decadente borghesia napoletana.

lunedì 13 aprile 2015

Un nuovo, vecchio…, libro su Achille Lauro

Una riedizione criptata del celebre Achille Lauro superstar 



Continuano ad uscire volumi sul famigerato Comandante: mentre per giugno è atteso, edito da Mondadori,  il romanzo scritto dal nipote Achille Lauro junior, Corrado Ferlaino e Toni Iavarone hanno presentato il loro racconto delle gesta e degli amori del sindaco plebiscitario, nonché più grande armatore di tutti i tempi, favoriti da un battage pubblicitario imponente, con il Mattino che ha dedicato in tre occasioni una intera pagina ed il Tg3 che ha annunciato in pompa magna più volte l’avvenimento. 
Naturalmente per chi come il sottoscritto da anni si batte per una rivisitazione critica del personaggio, la cui storia per decenni  è stata falsificata dai mass media, è felice per l’attenzione dell’opinione pubblica sull’argomento, che potrebbe più degnamente essere divulgato attraverso un film o meglio ancora una fiction.
Si rimane però turbati, non tanto per l’assenza di una bibliografia, quanto per la circostanza che il libro di cui parliamo: Achille Lauro il Comandante tradito (edizioni Minerva), diffuso in tutte le edicole, sia per un 20 – 30 % integralmente copiato dal celebre Achille Lauro SUPERSTAR, come può accertarsi il lettore, essendo questo testo da 15 anni presente in rete, dove può essere consultato digitandone il titolo.
Vogliamo sottolineare infine come nel libro sia trascurata la discussione sulla vexata questio del “sacco edilizio”, mentre ampio spazio viene dedicato al calcio ed alla squadra del Napoli, della quale Lauro fu per decenni presidente, seguito poi da uno degli autori: Corrado Ferlaino, che finalmente portò in città lo scudetto, doveroso omaggio ad una tifoseria calorosa ed appassionata.
Vi è poi descritta una storia segreta d’amore del Comandante, sconosciuta agli stessi addetti ai lavori, un nuovo tassello alla serie sterminata di conquiste femminili di Achille Lauro, famoso perché, ottantenne, libava a Venere tre volte al giorno.
L’ultimo capitolo è dedicato ad un paragone tra Lauro e Berlusconi, definito nella prefazione di Achille Lauro superstar, un clone del Comandante, motivo per cui all’epoca la Mondadori si rifiutò di pubblicare il libro, che venne edito da Guida.

300.000 Fujentes festeggiano la Madonna dell'Arco



Per fare una sortita nel medioevo o ancora più indietro all’epoca della colonizzazione della Magna Grecia non è necessaria alcuna mirabolante macchina del tempo, basta recarsi il lunedì in Albis a Sant’Anastasia al santuario della Madonna dell’Arco ed assistere al rito dei Fujentes, una tradizione che sfida i secoli, un rito collettivo tra furore e superstizione, che sopravvive imperterrito alle sirene della modernizzazione.
A due passi dalle fabbriche di auto e di componenti aerospaziali per la Nasa, una moltitudine di pellegrini di tutte le età provenienti da ogni angolo della Campania accorre vestita di bianco, a piedi scalzi e sventolando variopinti stendardi tappezzati di banconote. 
Una imprevedibile umanità che vive fuori dalla logica e dalla storia celebra ogni anno imperterrita un rito pasquale contaminato dalle antiche festività pagane, una resurrezione di Cristo, che si coniuga con il rifiorire della natura e delle messi. Quasi duecentomila persone si mettono in moto all’alba e corrono per ore fino a raggiungere l’immagine della Madonna conservata nel celebre santuario, costruito sulle fondamenta di un antico tempio pagano, per sfruttarne imperscrutabili linee di forza, un segreto tenuto gelosamente celato dagli antichi costruttori.
Al canto di nenie mielose e ritmiche litanie, che ricordano la melopea fenice ed araba, ingagliardite da uno squassante rullio di tamburi, i pellegrini arrivano alla meta esausti, moltissimi in trance, alcuni strisciando con la lingua a terra, quindi, dopo l’adorazione, cominciano con rinnovato vigore la via del ritorno, intervallando il percorso con soste dedicate a vorticanti tarantelle ed estenuanti tammurriate.
Il rito è uno stupefacente fossile vivente di antichi culti praticati su lontane sponde di quello che fu il Mare nostrum, dalla Grecia al nord Africa, fino alla lontana Andalusia. 
Dall’alba al tramonto è una marea incontenibile di arcaiche energie sopite che esplodono all’improvviso tra pianti, preghiere, implorazioni disperate e voci assordanti, che rimembrano il richiamo del muezzin e le tradizionali grida dei venditori ambulanti.
A questa folla dolente ed esaltata negli ultimi anni si sono affiancati migliaia di nuovi arrivati: filippini, polacchi, latino americani e tantissimi rom, a tangibile dimostrazione della capacità delle antiche tradizioni di calamitare sorprendentemente sempre nuovi devoti.
Questi originali pellegrini chiedono spesso una grazia alla Madonna e sono prodighi di ex voto, un fiume in piena conservato nella chiesa dal Cinquecento ad oggi. Spesso si richiede la fertilità, come reclamavano le fanciulle sterili che si affollavano ai piedi della dea Cibele o nei secoli successivi baciavano ardentemente il pesce di Nicolò, ma negli ultimi anni, segno dei tempi mutati, si implora sempre più spesso di liberarsi dal flagello della droga, una nuova esigenza testimoniata dalle numerose siringhe d’argento appese in bacheca tra gli ex voto, come se un sottile filo volesse collegare nell’immaginario popolare le austere Matres matutae, oggi visibili nel museo di Capua alle coraggiose madri dolorose presenti nelle squallide periferie dove la vita è lotta e molti vengono travolti.