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martedì 17 settembre 2024

Castel dell'Ovo Castrum Lucullanum

 

Castel dell'Ovo 

Il Castel dell'Ovo (in latino Castrum Ovi) è il castello più antico della città di Napoli ed è uno degli elementi che spiccano maggiormente nel celebre panorama del golfo. Si trova tra i quartieri di San Ferdinando e Chiaia, di fronte a via Partenope.

Un'antica leggenda vuole che il suo nome derivi dall'aver il poeta latino Virgilio nascosto nelle segrete dell'edificio un uovo magico che aveva il potere di mantenere in piedi l'intera fortezza. La sua rottura avrebbe però provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi alla città di Napoli. Durante il XIV secolo, al tempo di Giovanna I, il castello subì ingenti danni a causa del crollo parziale dell'arco sul quale è poggiato e, per evitare che tra la popolazione si diffondesse il panico per le presunte future catastrofi che avrebbero colpito la città, la regina dovette giurare di aver sostituito l'uovo.

veduta del castello

Come racconta Bartolomeo Caracciolo detto Carafa (1300-1362) al cap. XVII delle sue ''Chroniche de la inclyta cità de Napole etc.'' - una storia di Napoli che fu in un primo tempo erroneamente attribuita a Giovanni Villani in quanto ne riportava alcuni brani, in realtà Virgilio, divenuto amico dell’allora ''magister civium'' (‘sindaco’) della città, un nipote dell’imperatore Ottaviano Augusto di nome Marcello, era stato da questi ingaggiato come suo consigliere per i lavori di bonifica che urgevano alla città, agglomerato urbano allora molto infetto perché mancante di chiaviche e oppresso da zone paludose, quindi infestato da roditori e insetti apportatori di pestilenze.

Virgilio, buon conoscitore della materia perché istruito in ciò soprattutto dagli insegnamenti del padre, il quale era stato proprietario terriero, agricoltore, apicultore e allevatore, indirizzò e guidò vasti e molteplici lavori di bonifica, anche se, come ricorda l’ubicazione della sua tomba, fu ricordato soprattutto per aver promosso lo scavo originario (o l’allargamento) della lunga galleria sotterranea che portava da Mergellina verso Bagnoli e che evitava ai viaggiatori sia il faticoso scavalcamento della collina di Posillipo sia in alternativa la lunga deviazione per utilizzare l’altro passaggio sotterraneo, quello di Seiano, per raggiungere il quale bisognava però percorrere tutta la costiera di Posillipo.

Poiché tutti quei lavori ebbero grande e straordinario successo, essendosi eliminati così tanti disagi che avevano da secoli reso molto più difficile la vita civile dei napoletani, questi incominciarono appunto a considerare Virgilio una specie di mago, a ciò forse anche indotti dall’appartenere la famiglia di sua madre alla gens Magia. Ma questa diceria dell’uovo nel castello venne fuori in verità non prima del Basso Medioevo, probabilmente inventata per spiegare in una maniera fantastica come il Castrum Lucullianum si fosse guadagnato quel nome popolare di ‘castello dell’ovo’, nome che già si legge nei documenti del secolo tredicesimo relativi al regno di Carlo I d’Angiò e dovuto alla sua forma appunto ovulare, forma che gli era stata data da Ruggiero il Normanno nel secolo precedente quando questo re lo aveva ricostruito sulle rovine preesistenti. Il predetto Carafa riportò quella leggenda con dovizia di particolari e unitamente a diverse altre che riguardavano Virgilio (Era in nel tempo delo dicto Virgilio uno Castello edificato dentro mare sopra uno scoglio come per fino mò; el quale se chiamava ‘lo Castello Marino’ ouero ‘di mare’… Ib. Cap. XXXI).

Vedi a tal proposito Angelo Antonio Scotto (Syllabus Membranorum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium. Vol. I, pp. 35-36. Napoli, 1824), il quale, citando il doc. n. 4 del Fascicolo VII, alla nota 2 scrive: … Immo temporis progressu factum est, ut ab OVI figura (nam deridicula est Villani Iohannis fabella Lib. II. cap. 3o.) CASTRUM OVI ipsum Neapolitani nuncuparint, quod et adhuc auditur. Vedi inoltre Mariano de Laurentiis (Antiquitates Campaniae Felicis a Mariano de Laurentiis elucubratae. Pars altera, pp. 146-150. Napoli, 1826), il quale scrive: Gulielmus autem I. Malus nomine arcem Normandicam ibi aedificavit anno MCLXX; hinc ex ea tempestate Ovi Castrum ab insulae rotunditate audiit. Iam ante insula Maior, et Salvatoris insula per patrios auctores fuit compellata, ut inter alios probat Claritus loco ante citato pluribus scriptorum Medii Ævi auctoritatibus. Ma ufficialmente era detto Castrum Salvatóris ad Mare…

La curiosità fu che gli spagnoli del Gran Capitán Gonzalo Fernández de Córdoba che nel 1503 conquistarono il Regno di Napoli, sentendo chiamare il castello ‘Castel dell’Ovo’, capivano, a causa della quasi uguale pronuncia, Castillo del Lobo (‘Castello del Lupo’) e così per un paio di secoli continuarono pertanto a chiamarlo in Spagna e in Fiandra (… Castel del Ovo: a que corruto o nome, çhaman Castel del Lobo. In João de Castro, Discurso da vida do sempre bem vindo et apparecido Rey Dom Sebastiam etc. p. 4 verso. Parigi, 1602.  

Alcuni resti della villa di Lucullo
 al Monte Echia

La Villa di Licinio Lucullo era una villa romana edificata nel I secolo a.C. ed appartenente al ricchissimo Lucio Licinio Lucullo. 

L'estensione della villa andava dall'isolotto di Megaride fino al monte Echia sul lato sud e, molto probabilmente, stando agli ultimi rinvenimenti archeologici, sul lato sud-est anche fino al circondario del Maschio Angioino, nei pressi di piazza Municipio.

La villa era dotata di laghetti di pesci e di moli che si protendevano sul mare, di una ricchissima biblioteca, di allevamenti di murene e di alberi di pesco importati dalla Persia, che per l'epoca erano una novità assieme ai ciliegi che il generale aveva fatto arrivare da Cerasunto. La villa divenne così celebre per i suoi banchetti, tanto che ancora oggi esiste un aggettivo in lingua italiana "luculliano", che sta ad indicare un pasto particolarmente abbondante e delizioso.

Scorcio della "sala delle colonne"
del castel dell'Ovo

Questa architettura antica, data la sua enorme dimensione, è visibile in diversi punti della città di Napoli. Il nucleo più ampio e forse anche più rilevante è quello posto nei sotterranei del castel dell'Ovo, mentre altre tracce della struttura sono visibili sulla collina di Pizzofalcone e molte di esse nei pressi di piazza Municipio, grazie agli ultimi ritrovamenti.

Nel sottosuolo del castel dell'Ovo, vi è la cosiddetta "sala delle colonne", ovvero un antico ambiente della fortezza risalente appunto all'epoca in cui sorgeva sull'isolotto la villa romana di Lucullo. Il nome della sala deriva proprio dalle colonne romane rimaste in piedi.


 scavi di piazza Municipio

Nel corso del tempo la villa ha vissuto comunque rimaneggiamenti che ne hanno fatto perdere sostanzialmente l'antico aspetto sia per mano dell'uomo, che più volte ne ha cambiato la destinazione d'uso modificando tutta l'architettura, sia per le vicissitudini militari susseguitesi nel corso dei secoli e, infine, sia per i vari terremoti che hanno modificato drasticamente la morfologia di quell'area.

Alla morte di Lucullo la villa passa all'imperatore romano, perdendo così di rilevanza, mentre con Valentiniano III, verrà trasformata in una fortezza. Da allora chiamato castellum Lucullanum, questo stato imperiale fu il luogo dell'esilio di Romolo Augustolo, l'ultimo imperatore romano d'Occidente.

Durante il medioevo i monaci bizantini prendono il possesso della villa-fortezza, facendola diventare un monastero. Le sale che edificarono furono fatte sui resti della villa romana, infatti proprio nella sala delle colonne del castel dell'Ovo, costituita da quattro navate con delle volte ad arco rialzato, sono presenti numerose colonne romane che sostengono la struttura. Altre sale sono state destinate poi negli anni successivi a refettori, a luoghi di scrittura, dove venivano trascritti i libri, o ancora a cimiteri per i monaci.

Ulteriori perdite di tracce della villa avvennero alla fine del X secolo, quando il monastero fu distrutto dagli stessi napoletani per paura che potesse essere utilizzato dai Saraceni come avamposto militare. Dopo questo evento, il castello fu ricostruito dai normanni così come lo vediamo oggi, pur conservando nei sotterranei, non aperti al pubblico, ancora alcuni resti dell'abitazione di Lucullo.

Oltre al castel dell'Ovo, altri resti della villa sono ammirabili nella collina di Pizzofalcone, dove nell'VIII-IX secolo a.C. era stato fondato il primo nucleo della città e nei recenti scavi rinvenuti nei pressi di piazza Municipio.

Vista dal mare


Antichità

Il castello sorge sull'isolotto di tufo di Megaride (greco: Megaris), propaggine naturale del monte Echia, che era unito alla terraferma da un sottile istmo di roccia. Questo è il luogo dove venne fondata Partenope nell'VIII secolo a.C., per mano cumana.

Nel I secolo a.C. Lucio Licinio Lucullo acquisì nella zona un fondo assai vasto (che secondo alcune ipotesi andava da Pizzofalcone fino a Pozzuoli) e sull'isola costruì una splendida villa, Villa di Licinio Lucullo, che era dotata di una ricchissima biblioteca, di allevamenti di murene e di alberi di pesco importati dalla Persia, che per l'epoca erano una novità assieme ai ciliegi che il generale aveva fatto arrivare da Cerasunto. La memoria di questa proprietà perdurò nel nome di Castrum Lucullanum che il sito mantenne fino all'età tardoromana.

In tempi più oscuri per l'Impero - metà del V secolo - la villa venne fortificata da Valentiniano III e le toccò la sorte di ospitare il deposto ultimo Imperatore di Roma, Romolo Augusto, nel 476.

Successivamente alla morte di Romolo Augusto, sull'isolotto di Megaride e su monte Echia, già alla fine del V secolo, si insediarono monaci basiliani chiamati dalla Pannonia da una matrona Barbara con le reliquie dell'abate Severino. Allocati inizialmente in celle sparse (dette "romitori basiliani"), i monaci adottarono nel VII secolo la regola benedettina e crearono un importante scriptorium (avendo probabilmente a disposizione anche quanto restava della biblioteca luculliana).

Il Medioevo: il Ducato di Napoli, i re normanni, svevi e angioini


Interno del castello 


Nell'872, sull'isolotto al tempo denominato di San Salvatore i Saraceni imprigionano il vescovo Atanasio di Napoli, ma lo sforzo congiunto delle flotte del Ducato di Napoli e della Repubblica di Amalfi permette di liberare il vescovo e scacciare i musulmani Il complesso conventuale venne però raso al suolo all'inizio del X secolo dai duchi di Napoli, per evitare che vi si fortificassero di nuovo i Saraceni usandolo come base per l'invasione della città, mentre i monaci si ritirarono a Pizzofalcone. In un documento del 1128 nel sito viene nuovamente citata una fortificazione, denominata Arx Sancti Salvatoris dalla chiesa di San Pietro che vi avevano costruito i monaci. Testimone dell'insediamento dei monaci basiliani è proprio quanto resta di questo luogo di culto, fondato dagli stessi monaci e le cui prime notizie risalgono al 1324. L'unico elemento architettonico di rilievo rimasto è l'ingresso preceduto dai grandi archi del loggiato.

Ruggiero il Normanno, conquistando Napoli nel 1140 costruì il castello che venne portato a termine dall'architetto Buono. L'uso abitativo del castello tuttavia veniva sfruttato solo in poche occasioni dato che, con il completamento del Castel Capuano, furono spostate lì tutte le direttrici di sviluppo e di commercio verso terra. Con i Normanni, iniziò un programma di fortificazione sistematica del sito, che ebbe nella torre Normandia il suo primo baluardo, ed era quella su cui sventolavano le bandiere.

Con il passaggio del regno agli Svevi attraverso Costanza d'Altavilla, castel dell'Ovo viene ulteriormente fortificato nel 1222 da Federico II, che fa costruire altre torri - torre di Colleville, torre Maestra e torre di Mezzo. In quegli anni, il castello divenne una residenza e anche prigione di stato.

Il re Carlo I d'Angiò si insediò a Castel Nuovo (Maschio Angioino). Mantenne tuttavia a castel dell'Ovo - che proprio in questo periodo comincia ad essere denominato chateau de l'Oeuf o castrum Ovi incantati - i beni da custodire nel luogo meglio fortificato: ne fece quindi la residenza della famiglia, apportandovi allo scopo numerosi restauri e modifiche, e vi mantenne il tesoro reale. In questo periodo, in quanto prigione di stato, nel castello vi fu rinchiuso Corradino di Svevia prima di essere decapitato nella piazza del Mercato, e i figli di Manfredi e della regina Elena Ducas.

Dopo un evento sismico che nel 1370 aveva fatto crollare l'arco naturale che costituiva l'istmo, la regina Giovanna lo fece ricostruire in muratura, restaurando anche gli edifici normanni. Dopo avere abitato il castello come sovrana, la regina qui venne imprigionata dall'infedele nipote Carlo di Durazzo, prima di finire in esilio a Muro Lucano.

Gli Aragonesi, i viceré, i Borbone

Romitorio Basiliano

Alfonso V d'Aragona, iniziatore della dominazione aragonese a Napoli (1442 – 1503), apportò al castello ulteriori ristrutturazioni, arricchendo il palazzo reale, ripristinando il molo, potenziando le strutture difensive e abbassando le torri.

Successogli al trono il figlio Ferrante I, ricevuti saccheggiamenti dalle milizie francesi, egli per riappropriarsi del castello dovette bombardarlo con l'artiglieria.

Torre dei Normanni

Il castello fu ulteriormente danneggiato dai francesi di Luigi XII e dagli spagnoli di Gonzalo Fernández de Córdoba, che spodestarono per conto di Ferdinando II di Aragona, re di Spagna, l'ultimo re aragonese di Napoli. Nel 1503 l'assedio di Ferdinando il Cattolico demolì definitivamente quanto restava delle torri. Il castello fu allora nuovamente e massicciamente ristrutturato, assumendo la forma che oggi vediamo. Mutati i sistemi di armamento - dalle armi da lancio e da getto alle bombarde - furono ricostruite le torri ottagonali, ispessite le mura, e le strutture difensive furono orientate verso terra, e non più verso il mare. Sconfitti i francesi per due volte, a Cerignola e sul Garigliano, avvenne la completa conquista dell'intero Regno di Napoli in favore della Spagna.

Durante il regno dei Viceré spagnoli e successivamente dei Borbone il castello fu fortificato ancor più con batterie e due ponti levatoi. La struttura perse completamente la funzione di residenza reale e dal XVIII secolo anche il titolo di "fabbrica reale", e venne adibito ad accantonamento ed avamposto militare - dal quale gli spagnoli bombardarono la città durante i moti di Masaniello - e a prigione, dove fu recluso fra gli altri il filosofo Tommaso Campanella prima di essere condannato a morte, e più tardi alcuni giacobini, carbonari e liberali fra cui Carlo Poerio, Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis.

Dall'Unità d'Italia a oggi

Durante il periodo del cosiddetto "Risanamento", che cambiò il volto di Napoli dopo l'Unità d'Italia, un progetto elaborato dall'Associazione degli scienziati letterati e artisti nel 1871 prevedeva l'abbattimento del castello per far posto ad un nuovo rione. Nel dopoguerra alcune famiglie della marina militare andarono ad abitare lì, finendo poi di essere sfrattate nel 1980 per il risanamento del castello e per farlo diventare un luogo di cultura per Napoli.

Oggi è annesso allo storico rione di Santa Lucia ed è visitabile. Nelle grandi sale si svolgono mostre, convegni e manifestazioni. Alla sua base sorge il porticciolo turistico del "Borgo Marinari", animato da ristoranti e bar, sede storica di alcuni tra i più prestigiosi circoli nautici napoletani.

La leggenda dell’uovo di Castel dell’Ovo

Ulisse e il canto delle sirene

La leggenda racconta che tanto tempo fa, nel mare di Napoli, vivevano delle sirene (metà donne e metà uccello) e tra queste vi era la sirena Partenope.

La sirena Partenope era una delle tre sorelle che, insieme a Ligia e Leucosia, tentarono con il loro canto melodioso di incantare e far naufragare Ulisse che, scaltramente, per resistere, si fece legare all’albero maestro della nave. Le tre sirene, prese dallo sconforto per il fallimento, si lasciarono, per così dire, andare alla deriva. La leggenda narra che Partenope rimase impigliata tra gli scogli di Megaride, e lì, prima di morire ed essere sepolta, depose un uovo.

Un giorno, il grande poeta latino Publio Virgilio Marone, da tutti considerato anche grande mago e taumaturgo, raccolse l’uovo della sirena in prossimità dell’isolotto di Megaride. Virgilio, credendo che l’uovo raccolto fosse veramente magico e incantato, lo sistemò in una cameretta nei sotterranei di Castel Marino, mettendolo in una caraffa di vetro piena d’acqua protetta da una gabbia di ferro, ed appesa a una pesante trave di quercia. Per questa ragione il Castello fu poi chiamato dell’Ovo.

Secondo la leggenda, se l’uovo fosse stato ritrovato o se si fosse rotto, tutto il castello sarebbe sprofondato in mare ed una serie di sventure avrebbe colpito la città di Napoli.

Fino ad oggi nessuno ha ancora rinvenuto l’uovo e quindi, a tutt’ora, la leggenda tiene legati il destino dell’uovo unitamente a quello del Castello e dell’intera città di Napoli.

La leggenda è di origine medioevale e risulta fosse già in circolazione dal 300 d.C.

La collocazione nelle segrete dell’allora “Castel Marino” di un uovo magico equivaleva a mettere al sicuro e nascondere l’anima della città; dall’integrità di quest’uovo custodito in una caraffa di vetro, a sua volta racchiusa in una gabbia metallica, sarebbe dipeso il destino del popolo partenopeo.

La stanza in cui si trova quest’uovo, secondo altre fonti, si identifica con lo stesso ipogeo nel quale dovrebbe essere sepolta la sirena Partenope.

Nel mondo dell’esoterismo con il termine “uovo” (o meglio nel simbolo dell’uovo filosofico) ci si riferisce all’elemento alchemico dell’Athanor, piccolo contenitore di metallo o di un particolare vetro, utilizzato per la lenta trasmutazione degli elementi primari in metallo prezioso, ovvero in oro. Gli esperimenti esoterici e magici avvenivano nel segreto di alcuni monasteri e anche sull’isolotto di Megaride si ha notizia della presenza di monaci alchimisti.

La verità sulla reale identità dell’uovo è però andata perduta: le pergamene su cui erano annotati gli studi alchemici di Virgilio furono rubate dalla sua tomba da un medico inglese, durante l’assedio di Ruggiero il Normanno. E da allora non se ne ha più notizia.

La leggenda e il legame tra Virgilio e Napoli

Publius Vergilius Maro

A Napoli, anche grazie a questa leggenda, la figura di Virgilio è nota e tramandata soprattutto come immagine di mago e taumaturgo, oltre che di poeta (forse per aver aderito al neopitagorismo, corrente filosofica e magica molto diffusa in tutta la Magna Grecia, o per la passione per la religione e la divinazione). È quasi riconosciuto come un nume tutelare, protettore della città con la sua aura magica, e per questo addirittura considerato come patrono di Napoli prima di San Gennaro.

Secondo la tradizione partenopea, in tutto il territorio che va dai Campi Flegrei a Napoli ci sono i segni del suo intervento prodigioso, come la costruzione dei bagni termali di Baia e Pozzuoli, la prodigiosa perforazione della Crypta Neapolitana, realizzata con l’aiuto di una schiera di demoni, e il prosciugamento di paludi insalubri che portavano la peste. Si narra anche che incantò le acque sorgive della spiaggia platamonia, dandogli la potenza per guarire ogni malattia.

Gli sono stati attribuiti anche una serie di atti magici, come la creazione di una mosca e una sanguisuga d’oro capaci di tenere lontani i loro fastidiosi consimili naturali che infestavano Napoli, oppure la creazione di un cavallo in metallo, con la virtù di sanare quelli veri, che assurse a simbolo nelle insegne cittadine.Ai pescatori della città fece ottenere ricchissima pesca grazie ad un piccolo pesce scolpito in una pietra.

La mitizzazione della sua vita gli valse l’appellativo di parthenias, “vergine”, e i suoi libri si trasformarono in fonti divinatorie, le cosiddette sortes virgilianae. Le sue opere, piuttosto che essere considerate come pagane, vennero tramandate e interpretate cristianamente, e così il Virgilio oracolare assunse una veste profetica, in particolare con l’annuncio, nella quarta egloga delle Bucolicae, della nascita di un divino puer in grado di far sorgere in tutto il mondo l’età dell’oro di pace e di serenità. Questo quaranta anni prima della nascita di Cristo.

È a partire poi dal V sec. d.C. che, nella vita virgiliana scritta da Donato, si fondono indissolubilmente le notizie biografiche con le leggende, oggetto poi di rinnovata e crescente attenzione a partire dal XII secolo. Il vescovo di Hildesheim, Corrado di Querfurt in una lettera del 1196 ad Arnoldo di Lubecca, attribuiva la conquista di Napoli al fatto che il palladio, costruito da Virgilio a sua protezione e consistente un piccolo modello della città contenuto in una bottiglia di cristallo, si fosse incrinato.

Nella “Cronica di Partenope”, testo anonimo del XIV secolo, l’ignoto autore dedica ben diciassette capitoli alla descrizione dei prodigi compiuti da Virgilio per proteggere i napoletani.


venerdì 13 settembre 2024

Il castello del Carmine, un antico maniero di Napoli

Il castello del Carmine
 nella pianta di Alessandro Baratta (1629)

Il castello del Carmine o Sperone era una fortezza della città di Napoli, nel quartiere Mercato, collocabile tra piazza del Carmine, via Marina e corso Garibaldi.

Di questo che fu un maestoso castello, oggi si conservano solo due torri, che versano in stato di forte degrado, e fungono da rifugio per senzatetto e tossicodipendenti e sono ricettacolo di rifiuti.

 

Il sistema difensivo di Napoli 
Ai tempi del viceregno Spagnolo 


Le due torri del castello del Carmine oggi

Edificato nel 1382 da Carlo III di Durazzo (sovrano del periodo angioino), l'edificio fu collocato volutamente all'angolo meridionale della cinta muraria cittadina come baluardo difensivo, in prossimità di un torrione chiamato Sperone, laddove un tempo proliferavano gli acquitrini della Palus neapolitana. Si tratta di una delle realizzazioni militari più recenti rispetto alle analoghe costruzioni della città di Napoli, dovute al ritardo nella conurbazione dell'area orientale ed alla necessità di difenderla dagli attacchi provenienti da oriente, sia via mare che da terra. A differenza, però, degli altri fabbricati (Castel Nuovo, Castel Capuano, etc.) non presentava arredi di lusso né sale regali, essendo esclusivamente adibito ad uso militare.

Il progetto originale si caratterizzava di due torri cilindriche, di un elevato torrione e di mura merlate congiunte da robusti blocchi di piperno. Il castello fu teatro non appena quattro anni dopo la sua costruzione della battaglia che vedeva contrapposti Luigi II d'Angiò e Ladislao di Durazzo. In seguito, durante l'assedio di Alfonso V d'Aragona, che vide morire suo stesso fratello in battaglia, Pietro, sostenne la difesa degli angioini, ma non fu abbastanza per mantenere il regno.

Ulteriori modifiche furono realizzate nel 1484, quando le mura della città furono ampliate e modificate dagli aragonesi: per volere di Ferdinando I d'Aragona, si decise di arricchire le mura partendo dal maggior torrione presente presso il castello del Carmine, prendendo spunto dall'ingegner Francesco Spinelli che fu preposto ai lavori e che appose una lapide in ricordo dell'evento:

«DIVUS ARAGONEA QVI SVURGIT ORIGINE CAESARITALUS ET PACE INGENS FERDINANDUS ET ARMISDUM TIBI PARTHENOPE MIRI NOVA PERGAMA FASTUSET SIMUL AETERNAS MANSURAS CONDERET ARCESHIC LAPIDEM PRIMUM FUNDAVIT NUMINE DEXTROFRANCISCUS SPINELLUS EQUES PORREX ERAT ILLUMTEMPORE QUO IUNII LUX TERNAQUE FULSERAT HORAEX ORTU CHRISTI TRIA LUSTRA DEME TRECENTIS.»

Nel 1512, a causa di un'alluvione, il torrione principale fu riedificato in forma quadrata. Fra il 1647-1648, durante la rivolta di Masaniello, fu la dimora del capopopolo Gennaro Annese.

Nel 1662, a seguito delle mutate condizioni belliche, per decisione del viceré conte di Peñaranda, fu seriamente rimaneggiato dal punto di vista militare, conferendo maggiore risalto agli arredi e alle stanze che avrebbero dovuto ospitare i capitani di ventura e i mercenari più esigenti e separandone nettamente gli ambienti dall'area conventuale dei Carmelitani. Il viceré affidò la progettazione dei lavori a Bonaventura Presti e la sua realizzazione agli ingegneri Donato Antonio Cafaro e Francesco Antonio Picchiatti.

Tra gli eventi più celebri che si sono svolti in questa sede si ricordano: la proclamazione della “Serenissima Real Repubblica Napolitana” che, però, durò solo alcuni giorni; la congiura di Macchia, verificatasi nel 1701, che anticipò l'arrivo degli Austriaci; l'occupazione delle truppe francesi di Championnet nel 1799; lo strenuo tentativo di resistenza del contingente borbonico di stanzia ai Mille di Garibaldi.

Il castello venne demolito nel 1906 per rettificare l'ultimo tratto del corso Garibaldi. Al suo posto sorse la caserma Giacomo Sani in stile neorinascimentale, adibita a panificio militare e che sarà tagliata della parte meridionale alla fine degli anni settanta per il nuovo tracciato di via Marina. Sulla parte ovest del forte, negli anni trenta fu realizzato l'edificio dei Magazzini militari, progettato da Camillo Autore e anch'esso demolito alla fine degli anni settanta. Questo era situato tra il vado del Carmine (ancora nella sua posizione originaria) e la torre Brava (in esso inglobata) e mostrava uno stile tipicamente fascista.

 

La caserma Sani
vista da via Marina

All’estremità orientale di Napoli, in un’area che solo dalla metà del XIV secolo era entrata a far parte del perimetro fortificato della città, nel 1382 Carlo III di Durazzo fece costruire un castello, che per la sua forma fu denominato lo Sperone. L’edificio sorgeva in posizione adiacente al convento del Carmine Maggiore, costruito insieme alla chiesa a partire dal 1283, in seguito alla donazione di un appezzamento di terra da parte di Carlo I d’Angiò ai frati carmelitani, devoti al culto della Madonna bruna. Molto scarse risultano a tutt’oggi le informazioni circa questo primo baluardo difensivo  per la distruzione di gran parte dei documenti d’archivio di epoca medievale durante l’ultima guerra. Dalle trascrizioni ottocentesche, come ad esempio le Cedole della Tesoreria aragonese pubblicate da Nicola Barone, si apprende che nel 1439 – durante l’assedio di Alfonso d’Aragona alla città di Napoli, che era nelle mani di Renato d’Angiò – l’edificio era munito di bombarde e presidiato da una guarnigione di Genovesi, accorsi in quell’occasione per prestare aiuto al re francese.  In realtà, durante il periodo aragonese, più che un vero e proprio edificio, all’estremità sud-orientale della città  venne edificata una torre, denominata Spinella dal nome del suo costruttore (Francesco Spinello, sovrintendente alle nuove mura).  

  


Le torri del castello del Carmine oggi 

L’importanza strategica attribuita alla torre Spinella nell’ambito del sistema difensivo della città aragonese è testimoniata dalle sue dimensioni decisamente maggiori rispetto alle altre torri della cortina meridionale, nonostante quello che oggi appare per la mancanza degli elementi di coronamento: archetti, beccatelli e merloni. Essa infatti presenta un diametro di circa 15 metri ed era l’unica a mostrare un doppio ordine di fuochi, con troniere sia al di sopra della parte scarpata dal lato verso il mare, sia sulla terrazza di copertura.  Nel 1511 l’equipaggiamento militare del torrione venne ancora notevolmente ampliato e modernizzato per volere del viceré Don Raimondo de Cardona conte di Albenga, convinto assertore della sostanziale importanza di una valida difesa costiera, al fine della salvaguardia dell’intera città contro gli sbarchi nemici. Malgrado ciò però, ai tempi di Pedro di Toledo, il “castello” del Carmine rappresentava sempre un punto di debolezza all’interno del sistema delle fortificazioni urbane, sebbene unanimemente ritenuto ancora strategicamente importante per la difesa. Proprio per questo motivo, pochi anni più tardi – subito dopo la morte del viceré – si fece strada la proposta sostenuta da Ferrante Loffredo, marchese di Trevico, di costruire una nuova fortezza ispirata alle più innovative forme dell’architettura militare, nei pressi dell’antico castello. Nel 1566 il Torrione venne quasi completamente distrutto da un’alluvione e pertanto, negli anni immediatamente successivi, l’edificio fu ricostruito e incluso in una struttura quadrangolare più ampia, per volere del viceré don Parafan de Rivera duca di Alcalà. Questi però respinse l’idea – caldeggiata dal marchese di Trevico – di realizzare una vera e propria cittadella bastionata fuori la porta del Mercato. La proposta fu scartata, ufficialmente per carenza di risorse finanziarie, probabilmente anche per la posizione del baluardo difensivo, che si trovava troppo distante dalla cosiddetta “città degli Spagnoli”, verso la quale maggiormente si concentravano gli interventi del Viceré.  Il progressivo disinteresse dei governanti nei confronti del Castello del Carmine, durante i primi anni del Seicento, sembra essere confermato anche dalle concessioni fatte dal Tribunale delle Fortificazioni in favore dell’adiacente convento, concessioni che inevitabilmente minavano l’efficacia difensiva dell’edificio. Tra il 1607 e il 1611 i frati ottenevano infatti l’autorizzazione a occupare parte delle mura della città e il piano terra del torrione, il che portò ad una sorta di continuità spaziale tra le due strutture – quella religiosa e quella militare – che ovviamente comprometteva la sicurezza difensiva di quest’ultima. Solo in seguito alla rivolta di Masaniello (1647-48) – durante la quale venne dimostrata l’enorme importanza strategica del bastione del Carmine, il conte di Ogñatte decise di ingrandire e fortificare l’antico maniero, edificando un castello «con planta real». In quest’occasione venne occupata una parte del convento dei Carmelitani e uno dei chiostri del monastero venne adibito a piazza d’armi dell’edificio militare. Ovviamente questa nuova sistemazione non piacque ai frati, i quali – costretti a sacrificare parte del loro convento in nome dell’alto ideale della difesa dell’intera città – più volte scrissero a Madrid al Re Cattolico, lamentando un’insostenibile promiscuità all’interno della struttura tra religiosi e militari. Solo dopo più di dieci anni fu trovata una soluzione di compromesso, tesa a conciliare le esigenze dei monaci con le necessità legate alla difesa della città. Nel 1662 infatti il viceré in carica – don Gaspare de Brancamonte, conte di Pegnoranda  – decise di cominciare i lavori necessari a liberare i Carmelitani. Il progetto fu elaborato dagli architetti Francesco Antonio Picchiatti e Donato Antonio Cafaro e consisteva essenzialmente nell’innalzare un alto muro di separazione tra i due edifici e nel realizzare un corridoio difensivo coperto.  

 

La pianta del castello del Carmine 

Il complesso sistema di gallerie che circondando la chiesa e il convento doveva garantire il rapido movimento delle truppe dalla porta del Carmine fino al forte e viceversa, in caso di imminente pericolo di un attacco nemico e un corpo di fabbrica tra la piazza del Carmine e la via Marina per gli alloggi dei soldati. Per la realizzazione della piazza d’armi e per l’acquartieramento dei soldati fu necessario invece abbattere  edifici privati che si trovavano nella piazza del Carmine, alcuni adiacenti alla chiesa e altri verso la Marina.  Le opere realizzate garantirono il funzionamento del forte durante tutto il corso del Settecento, anche se una prima ipotesi di demolire una parte dell’antico castello del Carmine si può rintracciare già nel 1789, nel celebre Saggio dell’abbellimento di cui è capace la città di Napoli di Vincenzo Ruffo.  I suggerimenti di Ruffo trovarono concreta realizzazione alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, quando vennero a maturazione le condizioni per la stesura di un vero e proprio programma urbanistico elaborato da Ferdinando II. In particolare, nell’area orientale era prevista la realizzazione di «una strada per sopra le mura di Porta Nolana», che seguisse il tracciato della cortina aragonese dal forte del Carmine fino a via Foria. La sede stradale – almeno per alcuni tratti – avrebbe occupato lo spazio ricavato dal riempimento dell’antico fossato e per questo la nuova arteria venne chiamata “via dei Fossi”.  Il progetto della nuova strada  fu affidato a Luigi Giura e venne approvato  nel  settembre 1840.  L’intero tracciato stradale – da via Foria fino al mare – venne completato e aperto solo nel 1860, allorché la nuova arteria prese il nome di “Corso Garibaldi”.   Intanto i lavori relativi al “taglio” del bastione del Carmine procedevano molto lentamente, soprattutto a causa dei problemi legati al passaggio di proprietà del forte dal Ramo di Guerra al Municipio.  Ancora però nel 1877 nessun accordo era stato trovato per la cessione dell’edificio al Comune e anzi in una lettera all’allora Sindaco della città, Duca di Sandonato, il Ministro dell’Interno sottolineava l’impossibilità in quel momento di «cedere al Municipio di Napoli tutto ed anche soltanto parte del forte del Carmine, essendo assolutamente indispensabile, giacché nel semestre corrente i carcerati sono aumentati di 313».

Antica veduta di Napoli 


Fin dai primi anni dell’Ottocento infatti era stata adibita a prigione una parte dell’edificio e in particolare la cortina che prospettava sul porto e che «dunque confina da mezzogiorno con la via Marina, da ponente con la porta della città, da settentrione con la piazza che prende nome dalla adiacente chiesa storica del Carmine, e finalmente da levante confina con altre località del castello e con la prima torre» .   Solo   il primo agosto del 1903  aveva luogo effettivamente la tanto attesa cessione del «Padiglione Carmine» al Comune, mentre il bastione veniva “finalmente” tagliato solo nel 1906.   Quindi,  «per ragioni di rettifilo»  veniva demolita gran parte dell’antico castello e si concludeva così la storia di uno degli edifici più caratteristici della storia urbanistica di Napoli, uno dei luoghi preferiti dai vedutisti del XVIII e del XIX secolo, che da qui riuscivano a inquadrare l’intera città, adagiata tra la collina di San Martino e il mare. 

 

Il castello del Carmine oggi

 


sabato 22 agosto 2015

Un disegno inedito di Fedele Fischetti

fig. 1 - Fischetti Fedele - Alessandro e il medico Filippo - 140 x 225 mm. - disegno a penna, inchiostro bruno ed acquerello bruno – Torino collezione Cucchiara


Questo disegno settecentesco di scuola napoletana, che raffigura un episodio della vita di Alessandro Magno, riprende con una variazione iconografica un tema già rappresentato in un   dipinto del Fischetti oggi appartenente alla collezione della Ragione a Napoli. Lo stesso tema è ricollegabile al ciclo decorativo realizzato per il Palazzo napoletano dei duchi di Casacalenda.
Il disegno (fig. 1) si riferisce ad un episodio della vita di Alessandro Magno riportato da Plutarco, quando il condottiero, ammalatosi per essersi bagnato nelle acque di un fiume gelato, si affida con fiducia alla cura del medico Filippo sino a mettere la propria vita nelle sue mani, benché una lettera segreta inviatagli da Parmenione accusi lo stesso Filippo di essersi accordato con Dario per avvelenarlo.
E' noto un dipinto del medesimo soggetto attribuito a Fedele Fischetti che oggi fa parte della collezione della Ragione ( fig. 2 )
Questo disegno, che appare come opera finita piuttosto che come studio o bozzetto, potrebbe essere preparatorio per una stampa o per l'illustrazione di un libro, ma non può neppure escludersi  una sua funzione di presentazione al committente di un progetto decorativo.
Del Fischetti si conservano anche alcuni disegni specificamente riferibili alle decorazioni del Palazzo Casacalenda tra cui, nel Museo Hangierì, un bozzetto per l'episodio del Sogno di Alessandro e un'Allegoria di Giove in Olimpo con ai lati quattro Geni alati.
Un altro gruppo di disegni del Fischetti è posseduto dalla Società Napoletana di Storia Patria e  qui sarebbe utile un esame comparativo.
Notevole anche l'affinità, nell'uso dell'acquerello e nella definizione dei volti, tra questo disegno ed il foglio settecentesco conservato presso la Fondazione Pagliara a Napoli, attribuito ad un non meglio precisato artista "solimenesco". (fig. 3 ).


Figura 2    -  Alessandro Magno e il medico Filippo – 49 – 75 - Napoli collezione della Ragione


L'Artista
Fedele Fischetti (Napoli 1732 – 1792) si formò in ambito solimenesco nella bottega del Borrello ed aderì al classicismo romano di indirizzo batoniano.Lavorò tra il 1759 ed il 1766 nelle chiese napoletane eseguendo tele di qualità non eccelsa.Questo interessante esponente del barocco napoletano si fa notare con le sue opere giovanili dal Vanvitellì, di cui rimarrà per tutta la vita un protègè impegnato come decoratore in numerosi palazzì nobiliarì della città e delle principali residenze reali fuori della capitale del Regno. In queste vaste decorazionì a fresco, la tendenza a contemperare ì caratterì della locale tradizione figurativa, legata agli esempi del Solimena, del De Matteis, e del De Mura, con le nuove istanze classiciste e accademizzanti trovò gli esiti più brillanti.Tra le  moltissime commissioni ricevute grazie al Vanvitelli spicca nel 1770  l'incarico della decorazione a fresco di vari ambienti del palazzo napoletano della famiglia dei duchi di Casacalenda, al tempo in ristrutturazione dallo stesso Vanvitelli.Qui il Fischetti raffigurò, su precise indicazioni dello stesso architetto, alcune Storie di Alessandro Magno; gli affreschi staccati nel 1922 e nel 1956 dai saloni originari sono ora esposti nel Museo di Capodimonte. Nel 1771 lo stesso Vanvitelli aveva espresso parere favorevole alla sua ammissione tra i pittori che avrebbero decorato il palazzo reale di Caserta, e qui, tra il 1777-78 e il 1781, il Fischetti fu uno dei maggiori artefici accanto all'anziano Bonito.La ricerca di un linguaggio artistico più aderente alle nuove esigenze neoclassiche, libero dai legami con la tradizione, è presente con la stessa intensità così nella pittura come nella grafica.

Bibliografia
  • Fiengo G. – Documenti per la storia dell’architettura e dell’urbanistica napoletana del Settecento – Napoli 1977
  • Pisani M. – I Fischetti, in Napoli nobilissima, XXVII, pag. 112 -121 – Napoli 1988
  • Spinosa N. – La pittura napoletana del Settecento. Dal rococò al classicismo, fig. 271, scheda 206 – Napoli 1993
  • della Ragione A. – Collezione della Ragione, pag. 44 – 45 – Napoli 1997


Achille della Ragione

Figura  3 -  Ignoto solimenesco - Le 4 parti del mondo – Napoli collezione Pagliara

martedì 18 agosto 2015

Capolavori ed inediti di Mattia Preti in terra di Francia

 
Tav. 1 - Preti Mattia - Negazione di Pietro  - Carcassone, musée des Beaux Arts
 
Della Negazione di Pietro (tav.1) del museo di Carcassonne si ignora l’antica provenienza ed a lungo ne è stata contestata l’attribuzione al Cavaliere calabrese, fino a quando si è pronunciato Spike, massimo esperto dell’artista, il quale ritiene trattarsi di una delle prime opere del Preti da collocare al 1630 – 35. Egli fa notare che i dubbi nascono da alcune debolezze: i personaggi  sono tutti disposti in primo piano ed alcuni atteggiamenti sono resi in modo maldestro, come il braccio sinistro del soldato che si spinge fin troppo avanti o, al contrario, la mano destra della serva troppo indietro. Malgrado questi difetti, la leggera preparazione bruna, i riflessi argentati sull’elmo e la corazza del soldato, e alcuni particolari – il movimento della serva o il volto di San Pietro – sono caratteristici dell’opera del Preti, così come la grande forza drammatica della composizione resa con semplicità. Questa è una delle più evidenti testimonianze dell’adesione giovanile del Preti alla lezione del Caravaggio.

 
Tav. 2 - Preti Mattia - Crocifissione di San Pietro  - Grenoble, musée de peinture et sculputure
 
La Crocifissione di San Pietro (tav.2) del museo di Grenoble, già nella collezione della regina Cristina di Svezia prima del 1687, viene acquistata dalla città di Grenoble nel 1828.
Per le cospicue dimensioni probabilmente doveva essere una pala d’altare per una chiesa di Roma, forse rifiutata dai committenti e rimasta nella disponibilità del pittore.
Cronologicamente si inserisce certamente nel contesto delle grandi pale eseguite durante i primi anni Quaranta, nelle quali molto forte è il riferimento alla lezione del Caravaggio.
Nella tela in esame si può apprezzare come la rivisitazione di  motivi chiaramente ripresi dal Merisi viene rielaborata in spunti compositivi di grande effetto, ma senza la carica drammatica che avevano in Caravaggio. Si pensi alla splendida idea dell’angelo che irrompe dall’alto, chiaro ricordo da San Luigi dei Francesi, ma anche dalle Sette opere di Misericordia.
Nella tela di Grenoble la sequenza di piani determinata dal corpo del santo e dalla sua croce, nonché dalla ardita posa del carnefice in primo piano a sinistra, sottolineata dai tocchi di luce sulle spalle, la camicia e il polpaccio, dà un senso di profonda spazialità alla scena e di accentuato dinamismo.
 
 
Tav. 3 - Preti Mattia - Ritorno del figliuol prodigo  - Le Mans, musée de Tesse

Il Ritorno del figliuol prodigo (tav.3) fu acquistato dal museo di Le Mans con un’attribuzione a Caravaggio. Fu poi il Longhi ad attribuirlo correttamente al Preti, il quale nel corso della sua carriera ha replicato più volte la stessa iconografia, molto richiesta dalla committenza, in formati e strutture molto diversi tra loro. La versione francese è una delle più antiche rielaborazioni del tema, ancora intrisa di un naturalismo di ascendenza caravaggesca, riletto attraverso i modi del Guercino, con un gusto per il colore denso e compatto e con una definizione accurata della materia, sia essa stoffa, incarnato, elemento architettonico.
Siamo nei primi anni Quaranta, in un momento particolarmente fecondo nella produzione del Preti, al quale appartengono anche le due celebri versioni conservate a Napoli, tra Capodimonte e Palazzo Reale.
 
 
Tav. 4 - Preti Mattia - Mosè sul monte Sinai  - Montpellier, musée Fabre

Il Mosè sul monte Sinai (tav.4) del museo Fabre a Montpellier, anticamente attribuito al Poussin, è stato restituito dal Longhi al Preti assieme al suo pendant conservato a Tours. Cronologicamente si tratta di opere eseguite tra il 1630 ed il 1640, durante il soggiorno romano dell’artista, in un momento in cui trionfa nella città eterna la corrente neoveneta, che fa capo al Poussin, al Mola ed al Testa, a cui il Preti, oltre alla vena caravaggesca aderirà negli anni di formazione.
Il soggetto del dipinto mescola più episodi biblici più che riferirsi ad un momento preciso del racconto del passaggio degli Ebrei nel Sinai raccontato nell’Esodo (XXIV, 1 – 36).
La composizione coniuga felicemente l’eleganza del disegno all’intensità del colore con toni caldi grigio verde, bruni e giallo dorati, disposti su una preparazione leggera.
 
 
Tav. 5 - Preti Mattia - Trionfo di Sileno  - Tours, musée des Beaux Arts

Il Trionfo di Sileno (tav.5), pendant della tela precedente fu anche esso sequestrato nel 1799 alla Galleria Reale di Torino.
Spike, massimo conoscitore del Preti, ha messo in dubbio che, nonostante le medesime dimensioni, possano associarsi un soggetto profano come un baccanale ed un episodio tratto dall’Antico Testamento. Bisogna tener conto però che altre volte l’artista ha predisposto coppie di quadri  con un soggetto profano ed un soggetto religioso, come quelli conservati a Chambery: Morte di Didone (tav. 6) e Giuditta presenta agli Ebrei la testa di Oloferne (tav.7), di cui ora parleremo e la cui storia conosciamo dai tempi del De Dominici.
Narra infatti il celebre biografo che furono commissionati dal duca di Monte Accolici, per poi passare nella collezione del marchese Rinuccini, fiorentino, per adornare le sue nobili stanze.
 
 
Tav. 6 - Preti Mattia - Morte di Didone - Chambery, musée des Beaux Arts
 
Tav. 7 - Preti Mattia  - Giuditta mostra la testa di Oloferne  - Chambery, musée des Beaux Arts

Entrambi i dipinti sono datati dalla critica alla metà degli anni Cinquanta, subito dopo il soggiorno a Modena e poco prima degli anni trascorsi all’ombra del Vesuvio.
La tavolozza è improntata ad una gamma di colori giocata tra il nero, l’azzurro, l’argento e i grigi bronzei, a causa della potente suggestione della pittura emiliana.
Dal punto di vista iconografico è interessante notare l’associazione di un’eroina pagana con un’eroina biblica.
Già nella collezione del marchese Berio a Napoli la Morte di Sofonisba (tav.8) del museo di Lione è uno dei tanti quadri che il Preti ha dedicato all’episodio raccontato da Tito Livio. Nel quadro in esame la regina ha già vuotato la coppa di veleno e livida sembra già avvertirne gli effetti, mentre tutti i presenti sono volti verso di lei, che domina la scena guardando verso lo spettatore.
La critica ha ipotizzato più date per l’esecuzione del dipinto, ma il carattere teatrale della scena, fissata sullo sfondo mediante elementi architettonici e lo schiacciamento dei primi piani, ricordano il Veronese, la cui influenza è molto pregnante nei grandi banchetti dipinti nel corso del soggiorno napoletano tra il 1653 ed il 1660.
   
Tav. 8 - Preti Mattia - Morte di Sofonisba  - Lione, musée des Beaux Arts
Tav. 9 - Preti Mattia - Ecce Homo  - Chantilly, musée Condè

L’Ecce Homo (tav.9) del museo di Chantilly è collocato cronologicamente da Spike alla fase cosidetta eroica dell’artista, un periodo che va dal 1656 al 1666, prima che, trasferitosi a Malta da qualche anno, la sua pennellata perderà baldanza e creatività.
Il dipinto francese è collegato strettamente all’Andata al Calvario del museo di Capodimonte, col quale condivide il taglio compositivo, l’illuminazione della scena, la disposizione delle figure e il trattamento dei personaggi in secondo piano.
Comune è anche la provenienza, essendo entrambe citate nel novembre 1803 dal pittore Tommaso Conca, chiamato a valutare gli acquisti operati a Roma da Domenico Venuti per conto dei Borbone per arricchire le collezioni reali.
Concludiamo citando semplicemente due dipinti modesti collocabili cronologicamente alla fase maltese del Preti, quando la qualità della sua produzione scese notevolmente. Essi sono un Diogene con la lanterna (tav.10) del museo Ingres di Montauban ed un San Giovanni Battista (tav.11) conservato nel municipio di Falaise.
 
 
Tav. 10 - Preti Mattia - Diogene con la lanterna - Montauban, musée Ingres
Tav. 11 - Preti Mattia - San Giovanni Battista - Falais, Hotel de ville
 

lunedì 17 agosto 2015

La più bella chiesa di Capri




di Marina della Ragione


chiesa di  S. Stefano a Capri


La chiesa di Santo Stefano sorge sullo stesso luogo di un'altra chiesa dedicata a santa Sofia con in prossimità un vecchio convento benedettino, risalente al 580, di cui rimane solo il campanile sulla Piazzetta: la nuova chiesa fu costruita nel 1688 su progetto dell'architetto Francesco Antonio Picchiatti e completata, grazie alla realizzazione da parte di Marziale Desiderio, nel 1697; fu consacrata dal vescovo Michele Vandeneyndel il 17 maggio 1723, diventando cattedrale di Capri. Tuttavia i lavori di completamento definitivo si protrassero fino al 1751, quando fu sistemato il coro e alcuni accorgimenti all'interno; nel 1818, con la soppressione della diocesi di Capri, perse la sua funzione di sede vescovile.
La facciata della chiesa si presenta divisa in due da una trabeazione: la parte inferiore è caratterizzata da un portale principale, decorato con finti riquadri in marmo e due laterali, sormontati da nicchie nelle quali sono contenute statue di santi ed una serie di lesene, mentre la parte superiore, più piccola rispetto a quella sottostante, presente una ampio finestrone centrale e termina alle estremità con delle volute; su tutta la facciata sono riconoscibili diverse decorazioni in stucco.
All'interno la chiesa si presenta a croce latina, divisa in tre navate, dove quella principale è coperta da una volta a botte, mentre le due laterali, dove si aprono quattro cappelle su ogni lato, sono coperte da una serie di cupole: all'esterno, tali cupole, sono caratterizzate da tamburi con solchi verticali e contrafforti ad arco; la cupola principale, estradossata, si trova all'incrocio tra la navata centrale e il transetto.
La zona dell'altare maggiore è a forma di abside rettangolare: la mensa è stata realizzata tramite una colonna in marmo giallo proveniente dalla chiesa di San Costanzo, mentre la pavimentazione è in marmo policromo, proveniente da Villa Jovis; alle spalle dell'altare si trova l'organo. Nella navata di destra la prima cappella è dedicata a San Michele Arcangelo, con dipinto di Paolo De Matteis, la seconda è intitolata alla Vergine Maria e reca sull'altare una tela del XIX secolo raffigurante la Madonna tra gli angeli; segue la cappella della Madonna del Carmine, con dipinto della Vergine del Carmelo tra le anime del Purgatorio, sempre di fattura del De Matteis e la cappella del Sacro Cuore di Gesù, la quale, sulle pareti laterali, contiene dei reliquiari in legno risalenti al XVII secolo ed altri reliquiari, sempre in legno, a forma di statue di santi, tra cui quello del Sacro Cuore, opera di Giacomo Colombo, in origine raffigurante il Salvatore e poi riadattato[2]. La prima cappella della navata di sinistra ospita una tavola del XV secolo effigiante Sant'Antonio e San Michele con in mezzo la Madonna col Bambino, la cui leggenda narra sia tornata miracolosamente al suo posto dopo essere stata gettata dai corsari in una rupe, nella seconda cappella è presente il fonte battesimale ed è adornata con un dipinto che riproduce il battesimo di Gesù, opera della scuola del Solimena, la terza cappella è dedicata a san Nicola di Bari e la quarta è dedicata a san Giuseppe, con raffigurazioni della Sacra Famiglia sull'altare, di Maria ed il Bambino tra san Giuseppe e san Francesco sul lato destro e il transito di san Giuseppe sulla parete sinistra.
La parte destra del transetto è impreziosita da una tela di Andrea Malinconico, raffigurante Sant'Andrea ed una di Giacomo Farelli, rappresentate il martirio di san Giovanni, oltre ad un'epigrafe che ricorda la consacrazione della chiesa; sullo stesso lato del transetto si apre la cappella del Santissimo Crocifisso: sull'altare è posta una pala del VII secolo che ritrae Maria, Giovanni e Maria Maddalena ai piedi della croce, un crocifisso in legno del 1691 realizzato da Giacomo Colombo e, sulle pareti, le tombe di Giacomo e Vincenzo Arcucci, realizzate nel 1612 da Michelangelo Naccherino e trasferiti dalla certosa di San Giacomo nel 1891; interessante la prima tomba dove è una riproduzione della certosa posta nelle mani del suo fondatore. Nella parte sinistra del transetto si trova l'altare contenente le reliquie di san Costanzo, ornato con una tela di Giacomo Farelli che raffigura il santo mentre scaccia i saraceni e con la statua in argento impreziosita di zaffiri e granati; anche in questo lato del transetto si apre una cappella, dedicata al Santissimo Sacramento: sull'altare è un dipinto raffigurante la Madonna del Rosario, mentre ai lati uno rappresentante Gesù fanciullo, uno Maria Immacolata ed uno San Gioacchino e Sant'Anna, della scuola di Luca Giordano.

Marina della Ragione

martedì 11 agosto 2015

Come era bello il Lido Napoli




Sono ritornato dopo oltre mezzo secolo al Lido Napoli, quanta nostalgia di tempi felici, quando raggiungevo il mare con la Cumana da Montesanto con mia madre e mio fratello Carlo ogni giorno dalle 10 alle 17 ed erano gioco, mare e sole senza sorta di interruzione, ad eccezione di un pasto frugale consumato all’ombra della cabina, che tenevamo fittata dal 15 giugno al 15 settembre.
Mia madre preparava delle irripetibili frittate di maccheroni e dei panzarotti da schianto, innaffiati da Coca Cola e gassosa a volontà. Mio padre non amava il mare, bensì il lavoro(erano altri tempi, che mai più torneranno); trascorreva tutto il giorno in ufficio alla sede centrale del Banco di Napoli di via Toledo, dove era direttore della sezione di credito industriale e la sera verso le 19, ben oltre il consueto orario di lavoro, ritornava a piedi a casa(abitavamo in via Salvator Rosa) per cenare tutti assieme.
Ricordo che il mare alcuni giorni era già sporco come oggi, perché alla rada sostavano delle petroliere, che ogni tanto lavavano le cisterne, per cui a riva giungevano macchie di nafta da far impallidire la odierna schiuma di detersivi non biodegradabili tanto di moda oggi. In genere però l’acqua era limpida e fare il bagno una gioia immensa, alternata a fabbricare castelli di sabbia e pescare telline.
Le tracine erano molto diffuse e calpestarne una era un’esperienza imbarazzante, perché dotate di aculei pungenti, attraverso i quali diffondevano un veleno che procurava per ore dolori lancinanti.
A 800 metri dalla riva esisteva una torre, detta di Pulcinella. I più grandi la raggiungevano a nuoto, in gare settimanali, nelle quali eccelleva mio fratello Carlo, valente nuotatore ed il compianto Federico Ricciardi, detto Rirì,  a differenza di Elio Fusco e Guglielmo Benigno, costantemente ultimi.
Io mi divertivo a giocare a bocce, ero praticamente imbattibile, da quando undicenne vinsi la prima coppa Ceceniello.
Alcune ore le occupavo a raccogliere bottiglie vuote di vetro, per le quali si pagava un deposito di 10 lire. Ne raccoglievo tante da ricavare 300 – 400 lire al giorno, in un periodo in cui la raccolta differenziata era di là da venire; più o meno come oggi.
Ricordo le selezioni per il concorso Ondina Sport Sud e la volta che vinse Ornella Peroni, una nostra amica che portammo al successo con un tifo da stadio.
All’epoca, siamo negli anni Cinquanta, vi erano tre fermate del treno, in corrispondenza di vari ingressi, dei quali persiste oggi un solo scheletro della struttura in cemento armato, che incute profonda tristezza. Ma la vera differenza sta nelle cabine, centinaia e centinaia, nelle quali si depositavano costumi e secchielli, oggi completamente scomparse, sostituite da anonimi spogliatoi.
I treni passavano regolarmente ogni 15 minuti, oggi sono una presenza sporadica, tutti massacrati dalle insulse scritte dei writers, da tempo un flagello ubiquitario.
I bagnini erano tanti, ma anche oggi sono numerosi, giovani, aitanti e con una canottiera rossa per distinguerli a distanza.
La vera differenza è costituita nello stabilimento attuale da una spettacolare piscina, che permette di fare il bagno anche quando il mare è poco invitante.
Concludiamo questo tuffo tra passato e presente con una considerazione sui frequentatori: una volta la migliore borghesia napoletana, che ignorava cosa fosse la villeggiatura, oggi un pubblico che la brama, ma non può permettersela, molti volti patibolari, ma tutto sommato brava gente.

mercoledì 22 luglio 2015

Un nuovo libro su “Il Napoli” di Athos Zontini



Di libri sulla squadra del Napoli ne esistono a decine e ne escono continuamente, ma trovarne uno come quello di Athos Zontini, a giorni in edicola ed in libreria, non è facile, perché non è semplicemente il racconto di un’avventura sportiva appassionante come un romanzo, ma soprattutto un atto d’amore.
L’autore è stato campione italiano di atletica leggera, stabilendo numerosi record europei nella staffetta 4X400, nel mezzofondo e nei 100 metri e giocatore del Napoli all’epoca di Garbutt ed Ascarelli, medico sociale della squadra azzurra negli anni ruggenti di Jeppson e di Vinicio, con Pesaola allenatore ed il comandante Lauro presidente.
Militò nel Napoli per tre stagioni, prima di laurearsi in medicina e partecipare alla guerra mondiale, dove fu decorato al valor militare. Al suo rientro in Patria, dopo una lunga prigionia nei lager nazisti, lavorò come ortopedico presso l’ospedale dei Pellegrini e ricoprì la carica di medico sociale del Napoli per 17 anni.
Scrisse a puntate sulla più importante testata sportiva del Sud la sua esperienza più di cinquanta anni fa, che oggi viene riproposta a lettori e tifosi grazie al figlio Leandro, fedele custode delle memorie familiari, ma soprattutto delle decine di foto inedite, che ci fanno tornare dietro nel tempo, quando le partite si svolgevano nel mitico stadio Ascarelli.
Una lettura appassionante ed un libro che non può mancare nella biblioteca di ogni tifoso.

sabato 18 luglio 2015

Il tema dell’Adorazione nel Maestro dell'Annucio ai pastori

tav. 1 - Adorazione dei magi - Napoli già collezione Banco di Napoli, palazzo Zevallos

Il tema dell’Adorazione dei magi, spesso in pendant con l’Annuncio ai pastori, è tra i più trattati dal Nostro artista ed abbiamo numerosi esempi da segnalare, riferibili cronologicamente a vari periodi.
Il dipinto da cui partiamo per la nostra carrellata è quello (tav.1) conservato a Napoli a palazzo Zevallos, già della collezione del Banco di Napoli, il quale, prima di essere acquistato nel 1985, fu presentato nel 1981, in pendant con un Annuncio ai pastori oggi in collezione Johnson, ad una importante mostra antiquariale organizzata dalla Matthiesen Gallery e tenutasi a Londra nel 1981.
La monumentalità dell’impianto compositivo, ma soprattutto la tavolozza più ricca e vivace, oltre alla intensa luminosità della scena, inducono ad ipotizzare una datazione dopo il 1635, quando la rivoluzione cromatica, che interessò la pittura non solo napoletana, ma anche romana, genovese e siciliana, si instaurò sulla scorta degli esempi del Rubens e del Van Dyck.
Agli stessi anni appartengono anche le due versioni di Madrid (fig.1) e Valencia (tav.2) pubblicate nel 1985 dal Perez Sanchez, le quali presentano lo stesso schema compositivo riproposto con minime varianti.

fig. 1 - Adorazione dei magi  -  Madrid giá mercato antiquariale
tav. 2 - Adorazione dei magi  -  Valencia collezione privata
tav. 4 - Adorazione dei magi - Napoli antiquario Franco Febbraio

La stessa scena ruotata con il Bambinello sulla destra caratterizza una versione (tav.3–fig.2) conservata in una collezione privata a Barcellona ed una (tav.4) presso l’antiquario Febbraio a Napoli, che fu esposta alla mostra Ritorno al Barocco. 

tav. 3 - Adorazione dei magi  - Barcellona collezione privata, giá New York Sotheby's 1993
fig.  2 - Adorazione dei magi  - Barcellona collezione privata

Infine segnaliamo una tela (fig.3), già presso la collezione Ruffo della Scaletta a Roma, dalla quale in epoca imprecisata fu ritagliata fa figura del re mago a sinistra (fig.4) e residuò parte della composizione originaria, che diede luogo ad un autonomo dipinto (fig.5).
Da espungere con certezza la tela (fig.6) di proprietà dell’Università di S. Barbara in California, eseguita da un ignoto stanzionesco.

fig. 3 Adorazione dei magi - Roma collezione Ruffo della Scaletta

fig. 4 - Re mago  (frammento)  - Roma collezione Marsicola

fig. 5 - Adorazione dei magi - Roma collezione Marsicola

fig. 6 - Ignoto stanzionesco - Adorazione dei magi - S. Barbara University (California)

Anche del tema dell’Adorazione dei pastori ci sono pervenuti diversi esemplari. 
Tra questi uno dei più studiati è quello (tav.5) conservato a Rimini nel museo della Città, al quale fu donato nel 1934 dalla nobildonna Elena des Vergers de Touloungeen.

tav. 5 - Adorazione dei pastori  - Rimini, museo della Cittá

Longhi riteneva che esso costituisse uno dei migliori modelli preparatori per la grande composizione che anticamente ornava la controfacciata della chiesa napoletana di San Giacomo degli Spagnoli. Citata dal Celano come opera di Bartolomeo Bassante e dal De Dominici, che ne sottolineava l’ispirazione ai modi del Ribera, la composizione scomparve agli inizi dell’Ottocento, quando furono eseguiti lavori di trasformazione dell’edificio che comprendeva la chiesa in palazzo dei ministeri, divenuto oggi sede del municipio napoletano.
Esistono  numerose altre versioni del dipinto: una presso Maitre Kohm a Bourg en Bresse, una seconda (fig.7), più famosa e senza varianti rispetto alla precedente, a Firenze presso la Fondazione Roberto Longhi, una terza, più piccola e con molte varianti, è conservata a Valenza nella cappella della Comunione della chiesa di San Tommaso, dove fa da pendant ad una Adorazione dei magi.
Alla tela di Rimini si potrebbe associare come pendant, avendo misure analoghe, l’Adorazione dei magi (tav.3) di una collezione privata a Barcellona.
Tenendo conto delle dimensioni cospicue della tela in esame e delle altre prima citate, sarebbe più opportuno considerarle tele autonome e non bozzetti preparatori.

tav. 3 - Adorazione dei magi - Barcellona collezione privata, giá New York Sotheby's 1993

Per quel che riguarda la cronologia, si può ragionevolmente ipotizzare che l’opera in questione segua la fase più strettamente naturalista e vada a collocarsi in un momento di maggiore apertura pittoricistica, alla pari dell’Adorazione conservata nel museo di San Paolo del Brasile (fig.8, tav.6), culminato nel trionfo cromatico che può apprezzarsi nel dipinto (tav.1) della collezione del Banco di Napoli.

fig. 8- Adorazione dei pastori - San Paolo del Brasile, museo de arte
tav. 6 - Adorazione dei pastori  - San Paolo del Brasile, museo de arte

La Pagano, nel redigere la scheda per una mostra, ritiene il Presepio di Rimini posteriore alla tela della Fondazione Longhi “perché ad un maggiore addolcimento delle forme già presente nel dipinto fiorentino, si aggiunge un’apertura del fondo in uno squarcio insolito fino a questo momento per il pittore,  che ritroviamo identico nella citata Adorazione dei Magi (tav.3) a Barcellona.  Ulteriori riferimenti culturali possono essere rintracciati nel giovane in preghiera accanto alla Vergine, che ripropone un rapporto con la cultura cavalliniana e nell’atteggiamento più decoroso delle figure con una particolare resa classicista nella raffigurazione del Bambino Gesù”.  
Ritornando alla tela conservata a San Paolo del Brasile, ricordiamo che essa fu donata al museo nel 1950 e venne assegnata a Bartolomeo Passante dal Soria l’anno successivo. Una datazione proposta da vari autori è tra il 1625 ed il 1630, come pure qualche studioso, sulla base di un inventario, ha avanzato l’ipotesi che possa trattarsi del dipinto presente nel 1698 nella raccolta napoletana di Francesco Montecorvino.
Un’altra notevole Adorazione è quella (fig.7–tav.9) della collezione Neapolis di Ginevra, che fu esposta nel 1999 presso la Walpole Gallery di Londra, collocabile cronologicamente verso la fine del terzo decennio. 
Un’altra versione (tav.8) di notevole qualità è conservata a Gerusalemme, dove si trova da quando nel 1849 fu regalata dalla Spagna. Di recente è stata esposta ad una importante mostra organizzata dalla Galleria Canesso tenutasi a Lugano.
 
fig. 7 - Adorazione dei pastori -  Firenze Fondazione Roberto Longhi
tav. 8 - Adorazione dei pastori- 127 - 148 - Gerusalemme, museo della custodia francescana in Terra Santa


Sempre rimanendo nella stessa iconografia segnaliamo un’Adorazione (fig.10) conservata in una chiesa di Kalmar in Svezia, pubblicata nel 1988 dal Briganti, come opera di Bartolomeo Bassante. Il celebre studioso riteneva trattarsi della famigerata tela posta sulla facciata della chiesa napoletana di San Giacomo degli Spagnoli, citata da varie fonti e perduta intorno ai primi dell’Ottocento. Nella stessa occasione il Briganti rese noto un Trionfo (fig.11) di collezione privata romana, attribuendolo erroneamente al Bassante, mentre trattasi senza ombra di dubbio di un lavoro di Agostino Beltrano.
Un’altra variazione sul tema è costituita da un dipinto (fig.12) eseguito dal Maestro di Bovino, un altro pittore, attivo in Puglia, la cui identità ci sfugge e che va considerato un seguace del Nostro artista, a dimostrazione che nel suo catalogo, cresciuto negli ultimi anni a dismisura, molti quadri non gli appartengono, soprattutto nel campo delle mezze figure di sapienti.


fig. 9 -  Adorazione dei pastori  - Ginevra collezione Neapolis
fig. 10 - Bartolomeo Bassante - Adorazione dei pastori  - Kalmar (Svezia)
fig. 11 - Agostino Beltrano  - Trionfo - Roma collezione privata
fig. 12 - Maestro di Bovino - Adorazione dei pastori - ubicazione ignota

Ad ulteriore dimostrazione di quanto affermato segnaliamo altri tre dipinti (fig.13–14–15) del Maestro di Bovino, a partire dalla Crocifissione di San Pietro, che ha costituito la prima opera a lui attribuita.
Discuteremo ora di un dipinto (fig.16) del museo di Madrid, che reca una firma probabilmente apocrifa “Bartolomeo Bassante F.“ e che viceversa va attribuito al De Bellis.
Esso proviene dalla raccolta di Elisabetta Farnese, ove era attribuito al Grechetto ed assieme ad un Matrimonio mistico di Santa Caterina fu pubblicato dal Causa nel 1972. Entrambi i dipinti sono completamente alieni alle composizioni normalmente assegnate al Maestro dell’annuncio ai pastori ed hanno creato non poca confusione nella ricerca dell’identità del misterioso pittore.
Il Causa tentò di aggregare altre tele al gruppo, tra cui il San Sebastiano curato dalle pie donne (fig.14), all’epoca sul mercato inglese, due quadri raffiguranti la Sacra Famiglia (fig.18–19) e l’Adorazione dei magi (fig.6), sulla quale egli leggeva una sigla B e della quale abbiamo già parlato. La stessa sigla qualcuno ha ritenuto di scorgere anche su un S. Onofrio (fig.20) della pinacoteca D’Errico a Matera, che è copia della tela di identico soggetto eseguita da Ribera nel 1637 e conservata all’Ermitage di Leningrado e che avrebbe rappresentato il momento iniziale del pittore marcato da una pedissequa dipendenza da modelli del valenzano.


fig. 13 - Maestro di Bovino - Crocifissione di San Pietro - Bovino museo diocesano
fig. 14 - Maestro di Bovino - San Sebastiano curato dalle pie donne - Middlebury, College museum of art
fig. 15 - Maestro di Bovino - San Francesco intercede per i poveri presso la Madonna della Lizza - Alezio, chiesa di S. Maria della Lizza
fig. 16 - Antonio De Bellis - Adorazione dei pastori - Madrid Prado
fig. 17 - Bartolomeo Bassante (attribuito) - Matrimonio mistico di S. Caterina  - ubicazione ignota
fig. 18 - Ignoto napoletano del XVII secolo - Sacra Famiglia - Napoli, Capodimonte depositi
fig. 19 - Ignoto napoletano del XVII secolo - Sacra Famiglia - Napoli collezione Causa
fig. 20 - Bartolomeo Bassante (attribuito) - S. Onofrio - Matera pinacoteca D'Errrico

Concludiamo approfondendo la discussione intorno ad una Santa Caterina (fig.21), già in collezione Einaudi a Torino.
Pubblicato per la prima volta da Raffaello Causa nel 1972 nella Storia di Napoli, il dipinto fu allora assegnato a un ipotetico "Maestro di Resina", creato dallo stesso studioso nel 1954 intorno a due dipinti della chiesa di Sant'Agostino a Resina, oggi Ercolano (Fuga in Egitto e Sant'Agostino). La personalità artistica del Maestro di Resina, inizialmente avvicinato ai modi di Bartolomeo Bassante, si dissolse presto, allorché il restauro dei due dipinti rivelò caratteristiche tali da farli assegnare a due mani diverse, a loro volta differenti dal maestro della Santa Caterina in questione. L'affinità della Santa Caterina con l'opera di Bassante fu ripresa nel 1984 in occasione della mostra "Civiltà del Seicento a Napoli" da Nicola Spinosa, che la collocava intorno agli anni Quaranta del Seicento e ne sottolineava "l'eleganza formale, alla Massimo Stanzione, la sostenuta concretezza pittorica, alla Ribera e alla De Bellis, e la raffinata sensibilità espressiva, alla Bernardo Cavallino".
Probabilmente allievo di Jusepe de Ribera, Bartolomeo Bassante fu presto attratto da modelli più classicisti che, agli inizi degli anni Quaranta, lo spinsero a mitigare il naturalismo riberiano adottando forme dai contorni più concisi, profili più netti, incarnati più levigati e panneggi leggermente raggelati nella loro preziosità pittorica, fino a raggiungere un approdo più accademico.
L'attribuzione della Santa Caterina al Bassante fu mantenuta, con qualche incertezza, anche nella scheda redatta da Giuliano Briganti quando la tela venne messa in vendita nel 1990. Allora Briganti manifestava gli stessi dubbi degli studiosi precedenti, riguardanti soprattutto l'alta qualità dell'opera, decisamente superiore alle altre prove dell'artista. La delicatezza d'impasti, l'eleganza e la ricerca naturalistica della Santa Caterina non si ritrovano, ad un livello così alto, nei pochi dipinti conosciuti del Bassante. Nell'opera nota del pittore non sembra così riuscita la congiunzione tra classicismo e naturalismo, qui restituita con finezza dai capelli della santa finemente tracciati, dalla mano bianca, dall'impugnatura rilucente dello spadone, dalla manica in seta rosa.
Una diversa traccia seguì Ferdinando Bologna presentando la Santa Caterina alla mostra "Battistello Caracciolo e il primo naturalismo a Napoli", tenutasi a Napoli nel 1991. Lo studioso proponeva di aggregare l'opera torinese ad un gruppo di tele radunate intorno al cosiddetto "Maestro della Madonna Cellini", dalla Vergine che allatta il Bambino nella raccolta romana di Pico Cellini. Attivo a partire dalla metà del secondo decennio del Seicento, il maestro rivela qualità di accuratezza naturalistica parallele allo Stanzione, ma autonome e di elevato livello.
Trattiamo ora di un’Adorazione (fig.22–tav.9–10–11) molto importante, che assegniamo, in accordo con il De Dominici, a Juan Do, escludendo che l’artista spagnolo, di cui ora sappiamo qualche dettaglio in più, possa identificarsi con il Maestro dell’annuncio ai pastori, una ipotesi avanzata a più riprese dal De Vito e per alcuni anni accolta da parte della critica, incluso Nicola Spinosa e che oggi ha perso ogni attendibilità.

fig. 21 - Bartolomeo Bassante -  Santa Caterina - Torino collezione privata
fig. 22 - Juan Do - Adorazione dei pastori - Napoli chiesa della pietá dei Turchini