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martedì 15 aprile 2025

Vergogna



Da mesi centinaia di amici mi sollecitavano a riprendere le visite guidate, per cui nonostante le mie gravi condizioni di salute, ne ho prevista una sabato scorso alle ore 15:00 alla mostra di De Vito, che si tiene al museo diocesano di Napoli.

Ho diffuso la notizia attraverso molte mail ed avevo ottenuto 70 adesioni telefoniche o via mail. Alle 13:30 mi avvio, 40 euro di taxi all'andata e 40 al ritorno.

Si presentano solo 8 adepti, a cui si uniscono alcuni  turisti. Un vero scandalo per cui ho deciso che dopo 32 anni NON vi saranno più altre visite guidate

Chi vorrà conoscere le bellezze di Napoli dovrà iscriversi ad una delle tante associazioni a pagamento, dotate di guide impreparate.

Addio e buona fortuna

Achille della Ragione

sabato 15 febbraio 2025

Un milione di visite e di ringraziamenti




Come il signor Bonaventura, il personaggio nato dalla matita di Sergio Tofano nel 1917, anche noi  sognavamo il milione.

Così siamo felici quando abbiamo ottenuto un milione di visite su questo blog  www.dellaragione.eu. Traguardo veramente importante per uno zibaldone culturale.

Un ringraziamento va a tutti Voi, che ci avete scelto e avete portato i nostri scritti: nelle vostre case e sui vostri device in giro per il mondo. Grazie di cuore e con il cuore, e continuate a seguirci. 

Achille della Ragione  

 

 


martedì 26 novembre 2024

Una nuova interessante terapia


Un aumento del valore dei trigliceridi nel sangue è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari, e la medicina fino ad oggi non ha trovato un farmaco specifico per combattere questa patologia. A tal punto che un mio amico collega,  titolare della cattedra di clinica medica dell'università di Napoli, affermava che l'unico modo per contrastare questo aumento era quello di consumare 4 noci al giorno. 

Io, grazie alla collaborazione di un mio amico scacchista: Davide Fezza, esperto in ricerche telematiche su sostanze poco note con proprietà terapeutiche, sono riuscito a trovare una combinazione di sostanze naturali che ha favorito in diversi casi una significativa riduzione dei livelli di trigliceridi e ho passato la notizia di tale combinazione a 15 amici medici della mutua che lo hanno somministrato ai loro pazienti e mi hanno segnalato che oltre l'80% di essi ha ottenuto un significativo miglioramento. 

In attesa che tale lusinghiero risultato venga pubblicato dalle principali riviste medico-scientifiche, alle quali da anni collaboro,  voglio diffondere per via telematica la notizia e chiunque volesse avere notizie più approfondite può scrivermi a achilledellaragione@gmail.com 

Il mese di luglio ho iniziato ad usare i primi patch transdermici all'inizio  solo di B12 e Omevia, poi da settembre ho iniziato ad applicare patch tutti i giorni, in particolare:

  • Il Painless Night Glu: 1 patch ogni 2 giorni a base di: Glucosamina, germanio organico, ginseng rosso coreano, saponine, ioni d'argento, calcio, potassio e magnesio.
  • Omevia: 1 patch ogni 24 ore a base di: Omega3, deha, pregnenolone e enzima Q10
  • B12: 1 patch ogni 24 ore a base di: vitamine del gruppo B, vitamina C , vitamina A e acido folico
  • Slim: 1-2 patch al giorno a base di: Spirulina, palmitoil, L-carnitina, zenzero e garcinia cambogia.

La modalità Transdermica permette l'assorbimento delle sostanze dal derma direttamente nei capillari e quindi nel flusso sanguigno garantendo non solo un elevatissima biodisponibilità ma anche un rilascio prolungato adattivo.

L'unica azienda che conosco che realizza prodotti con questa tecnologia è One More International di seguito il link per poter acquistare:    om.run/!cvqgbir.

Achille della Ragione 

 


 

lunedì 14 ottobre 2024

UNA FAVOLOSA COLLEZIONE D’ARTE


In copertina – Francesco Solimena
 Madonna col Bambino - olio su tela -
collezione privata, Napoli

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Questo libro vuole fare ammirare ai suoi  lettori una serie di dipinti appartenenti alla più importante collezione napoletana e sicuramente molti rimarranno incantati dai colori squillanti e dalle forme aggraziate dei soggetti rappresentati. Alcuni di questi quadri sono stati in mostra in importanti rassegne internazionali e Francesco Solimena e Pacecco De Rosa hanno vinto il 1° premio per l'opera più bella.

Nel dare a tutti appuntamento per il mio 163° libro non mi resta che augurare buona lettura ai lettori.

 Achille della Ragione

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In 3^ di copertina  

Vito Brunetti: Achille (40x25) 

Napoli 1990 


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Indice 

  • Prefazione  
  • Francesco Solimena: Una Madonna col bambino  
  • Francesco Solimena: Una Madonna col Bambino  dallo sguardo accattivante  
  • Un pittore e una pittrice ritraggono il  mitico Achille 
  • Una coppia di interessanti dipinti erotici di  Giacinto Diano  
  • Scipione Compagno finalmente ritrova il "compagno"  
  • Pacecco De Rosa: Una Madonna del latte  
  • Carmelina di Capri, celebre pittrice  
  • Carlo Carafa un illustre personaggio della Napoli  seicentesca
  • Ecce Homo di Giovan Bernardo Lama  
  • Napoli vista dal mare 
  • Scorci di paesaggio di Giuseppe Carelli 

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In 4^ di copertina
 - Claudio Scarano -
 Un orribile Achille della Ragione

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mercoledì 9 ottobre 2024

Una Madonna col bambino di Francesco Solimena

  

Francesco Solimena - Madonna col Bambino
olio su tela - Provenienza collezione Fuchs Perrucci, Napoli 1978

il dipinto raffigurante una Madonna con il bambino proviene dalla collezione di un'antica e famosa famiglia tedesca un cui ramo è presente a Napoli da circa ottanta anni.

Questa tela nel tempo è stata esaminata da più esperti. Alla fine la questione è stata risolta dal professor Bologna che, già a conoscenza del quadro che aveva visionato negli anni 50, presso la famiglia precedentemente proprietaria, ha stabilito con sicurezza che la tela è replica autografa del Solimena ed ha identificato il prototipo, databile al 1715,  nel dipinto conservato presso la collezione Harrach nella residenza Schloss Rohau nei pressi di Vienna. Dopo l'illuminazione del professor Bologna un certo collegamento può a nostro parere farsi anche con la Madonna centrale del dipinto Madonna con il bambino l'arcangelo Raffaele e San Francesco di Paola, un quadro del primo decennio del 700 conservato a Dresda presso la Staatliche Gemalde Galleria. Il professor Bologna dichiara altresì che la qualità del dipinto è molto elevata, molto dolce lo sguardo della Madonna e ciò potrebbe far pensare ad uno dei suoi quadri più belli. 

Achille della Ragione.

  

Il quadro nella camera da letto
della villa Fuchs Perrucci
 prima della guerra




mercoledì 18 settembre 2024

Castel Capuano


Castel Capuano
Parte della facciata principale su via dei Tribunali

Castel Capuano è, dopo il Castel dell'Ovo, il più antico castello di Napoli. Di origine normanna, è situato allo sbocco dell'attuale via dei Tribunali ed è stato sede della sezione civile e penale del tribunale di Napoli (oggi al Centro direzionale). È sede operativa della Scuola Superiore della Magistratura dal 15 maggio 2023. Deve il suo nome al fatto di essere ubicato a ridosso di Porta Capuana, che si apre sulla strada che conduceva all'antica Capua, di cui parleremo in seguito.

La storia

La sua costruzione fu avviata nel 1160 dall'architetto Buono per volere del re di Sicilia Guglielmo I detto il Malo, figlio di Ruggero il Normanno. L’edificio aveva funzioni difensive caratterizzato da robuste fortificazioni, dall'austerità degli ambienti e la sua vocazione naturale di presidio militare. Scavi effettuati nel XIX secolo hanno dimostrato che il castello fu eretto sull'area in cui nella Napoli romana sorgeva una fortellezza presso il Gymnasium e trasformato in un cimitero nei secoli successivi, come è riportato nella Cronaca di Partenope, un trattato anonimo di storia di Napoli compilato al principio del secolo XIV (Libro I, e. 14) e come provano le numerose tombe rinvenute.

Buono, architetto del Castel Capuano


Nel 1231, per iniziativa di Federico II, si ebbe il primo intervento di trasformazione del castello, che pur conservando le sue indispensabili fortificazioni, fu reso più ospitale e meglio rispondente ad ospitare momentaneamente il sovrano di passaggio da Napoli. Ne nominò castellano il suo uomo di fiducia Dipoldo di Dragoni, e usò il castello per custodire importanti prigionieri politici.

Il periodo angioino

Con l'avvento degli Angioini iniziò l'edificazione (1279-82) di una nuova fortezza, Castel Nuovo (o Maschio Angioino), che divenne dimora dei sovrani di Napoli. Castel Capuano continuò ad ospitare fra le sue mura alcuni membri della famiglia reale nonché funzionari e altri illustri ospiti come Francesco Petrarca, che vi soggiornò nel 1370 in qualità di legato di Clemente VI. Durante il regno di Giovanna I (1343-1382) il castello fu sottoposto a nuovi restauri, resi necessari dalle conseguenze del devastante saccheggio subìto ad opera delle truppe di Luigi I d'Ungheria, che furono poi costrette ad abbandonare la città per l'arrivo della peste nera.

Pur rimanendo in secondo piano rispetto alla maestosa sede della corte reale, l'imponente Maschio Angioino, il castello capuano fece da cornice a molti importanti eventi, come lo sfarzoso matrimonio di Carlo di Durazzo, che tanta impressione suscitò negli osservatori del tempo. Fu proprio il figlio di Carlo, Ladislao il Magnanimo (1399-1414), a riprendere brevemente Castel Capuano come propria residenza, mentre sua sorella Giovanna II (1414-1435) fu costretta a rifugiarsi fra le sue mura durante lo scontro con Alfonso V d'Aragona, che aveva stabilito la propria corte in Castel Nuovo. La fortezza subì in questo periodo l'assedio dell'Aragonese, che dovette però arrendersi di fronte all'inespugnabilità della residenza in cui Giovanna aveva trovato riparo. Da qui, la sovrana partì poi alla volta di Aversa, dove nominò suo erede Luigi III d'Angiò in opposizione al ripudiato Alfonso.

Sempre in Castel Capuano, il 23 agosto 1433 morì assassinato il favorito della regina Sergianni Caracciolo, mandato a morte dalla stessa sovrana.

Periodo aragonese e trasformazione da reggia a tribunale

Castel Capuano nel XVII secolo

Sotto il regno degli Aragonesi, il Castel Capuano venne inglobato dentro la nuova cinta muraria, perdendo il ruolo di baluardo difensivo. Negli anni successivi alla conquista della città, Alfonso d'Aragona, nell'attesa del completamento della ricostruzione del Castel Nuovo, lo usò come principale dimora dinastica, facendolo abbellire con cicli di affreschi commissionati al quotato pittore valenciano Jacomart Baco. Il castello visse certamente la sua ora più splendida nella veste di edificio di rappresentanza tra gli anni '70 e '90 del XV secolo, quando Alfonso II di Napoli, duca di Calabria ed erede al trono, profuse enormi somme nel dare vita a un sistema di dimore di "svago" interconnesso nell'area orientale della città, comprendente anche le ville di Poggioreale e della Duchesca e il cui "fulcro" era proprio il grande maniero di fondazione normanna. L'architetto a cui fu affidato il compito di costruire le due ville (oggi non più esistenti) con i loro grandi giardini e la nuova Porta Capuana e di modificare ulteriormente il Castello fu probabilmente Giuliano da Maiano. La documentazione rinvenutaci sui molteplici interventi decorativi è purtroppo molto frammentaria, tuttavia è certo che vi lavorarono gli stessi artisti (Antonello del Perrino, Giacomo Parmense, Calvano da Padova, Luigi La Bella) attivi nell'adiacente Villa della Duchesca.

Nei decenni a cavallo tra i secoli XV e XVI, fu anche scenario di memorabili eventi mondani, come i festeggiamenti delle nozze tra Federico III d'Asburgo e Eleonora d'Aviz (risalenti all'anno 1452), quelli delle nozze tra Sigismondo I di Polonia e Bona Sforza (risalenti al 1517), e alcune rappresentazioni teatrali di opere del Sannazaro accompagnate da fastosi apparati scenografici.

Con l'annessione del Regno di Napoli alla corona di Spagna e la sua costituzione in Vicereame (1503), tutte le dimore abitate in precedenza dai sovrani e dai principi aragonesi (castelli, palazzi e ville) andarono incontro a un inesorabile destino di decadenza. Per il Castel Capuano il canto del cigno nel suo ruolo da reggia lo si ebbe nel 1535, anno nel quale Carlo V d'Asburgo vi dimorò per alcuni mesi di ritorno dalla memorabile impresa della Riconquista di Tunisi, ricevendovi varie delegazioni da altri stati italiani e celebrandovi un ulteriore matrimonio sontuoso di quell'epoca, quello tra il principe di Sulmona, Filippo di Lannoy (a cui lo donò nel momento della partenza) e Isabella Colonna.

Un cambiamento di funzione che inaugurò una nuova epoca nella storia dell'edificio lo si ebbe nell'anno 1537, quando il viceré don Pedro de Toledo, dopo averlo confiscato al proprietario, decise di trasformarlo nel tribunale del Regno, riunendovi tutte le corti di giustizia sparse in diverse sedi in tutta la città: il Sacro Regio Consiglio, la Regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il Tribunale della Zecca. Per adattarlo al suo nuovo ruolo di grande palazzo di Giustizia, fu radicalmente modificato dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa: furono eliminate tutte le strutture tipicamente militari e fu ripensato nei suoi spazi interni, mentre i sotterranei furono destinati a prigione dotata di attrezzatissime camere di tortura.

Trasformazioni e restauri

Particolare di una decorazione del soffitto con ritratto lo stemma dei Borbone di Napoli

Nella sua lunga storia, Castel Capuano ha subito numerosi interventi di trasformazione e restauro che ne hanno profondamente cambiato la fisionomia. Già sotto Federico II furono rifatte le mura esterne, con l'apertura delle finte finestre della facciata principale. Durante il periodo aragonese, come è stato detto sopra, venne inglobato dentro la nuova cinta muraria cittadina ed ebbe, prima sotto Alfonso il Magnanimo e poi sotto il duca di Calabria, consistenti interventi di abbellimento prettamente legati alle decorazioni dei saloni, delle logge e del giardino. Il grande rifacimento commissionato da Don Pedro de Toledo utilizzò l'antico impianto della fabbrica, mantenendone la monumentalità, ma privandolo del giardino e di tutti gli abbellimenti decorativi e strutturali fatti appore dagli Aragonesi. Nei decenni successivi vi furono commissionati molteplici interventi decorativi, legati alla sua nuova funzione di tribunale; come non citare al riguardo gli affreschi eseguiti dallo spagnolo Pedro de Rubiales (in precedenza collaboratore del Vasari a Roma) negli ambienti della Regia Camera della Sommaria nel biennio 1547-1548 (pervenutici oggi sono nello spazio dell'Oratorio) e quelli realizzati nel 1608 dal greco-napoletanizzato Belisario Corenzio in quattro "rote" del Sacro Regio Consiglio, visibili ancora in ben tre sale. Nel breve periodo vicereale-austriaco (nonostante la scarsità di notizie) è certo che vennero commissionate ulteriori aggiunte decorative, ispirate nell'esecuzione al nascente gusto rococò, come testimoniato da un superstite boudoir del 1725 affrescato sulle volte e sulle pareti da Antonio Maffei e Tommaso Alfano, sotto la direzione di Ferdinando Sanfelice. Anche nel periodo borbonico gli interventi si limitarono all'aggiunta di nuovi affreschi di carattere prettamente profano: nel 1752 il Salone del Sacro Regio Consiglio venne dipinto negli ornati parietali (tuttora sopravvissuti) da Carlo Amalfi e Giovan Battista Natali, mentre della volta (perduta e sostituita nei primi decenni del '900 da un cassettonato ligneo) se ne occupò il solimenesco Leonardo Olivieri; nel 1770 Antonio Cacciapuoti affrescò insieme ad una squadra di pittori "ornamentisti" il Salone della Sommaria (oggi noto come Salone dei Busti).

Al triennio 1856-1858 va ricondotta l'opera di modifica del castello più profonda dai tempi di Don Pedro: sotto la guida dell'ingegnere Giovanni Riegler, intervenuto originariamente per riparare un dissesto, fu rinnovata la facciata principale e i balconi furono ritrasformati in finestre, scomparvero le arcate del pianterreno e fu costruito un marciapiede lungo tre lati. Il Salone dei Busti che aveva perso gli affreschi della volta a causa di infiltrazioni d'acqua non contrastate per decenni, venne ridecorato (rispettando le parti superstiti) dai pittori pugliesi Biagio Molinaro e Ignazio Perricci. Dopo l'Unità d'Italia sulla facciata esterna fu affisso lo scudo di Casa Savoia, in sostituzione di quello borbonico. Nel corso di ulteriori e meno significativi lavori d'inizio Novecento furono eseguiti presso le fondazioni del castello alcuni scavi, che portarono alla luce dei frammenti di iscrizioni lapidee che hanno confermato la presenza nei pressi dell'antico Gymnasium. Da scavi effettuati nel 1913 sono emerse invece delle tombe con vasi in terracotta e lapidi con iscrizioni latine, che proverebbero il successivo adattamento dell'area alla funzione di cimitero.

Attualmente il castello è interessato da complessi restauri conservativi (finanziati da fondi europei), al termine dei quali verrà riaperto al pubblico.

L'architettura Esterno

Prospetto laterale

Sul portale d'ingresso di Castel Capuano campeggia una lapide che celebra la vittoria di Carlo V a Tunisi e la data in cui il castello divenne sede della Corte di Giustizia. Il portale è poi sormontato da una grande aquila bicipite, stemma della casa reale di Spagna, opera di Francesco Sangallo, e da colonne d'Ercole binate col motto Plus ultra. A un livello superiore domina lo stemma dei Savoia, affisso dopo l'Unità d'Italia in sostituzione di quello dei Borbone. L'orologio della facciata risale invece al 1858.

Superato il portale si accede ad un cortile circondato da un portico sostenuto da pilastri di ordine dorico. Questo spazio rappresenta il nucleo del castello: è qui che si riunivano avvocati, giudici, imputati, testimoni e le folle di cittadini coinvolti nelle vicende giudiziarie o semplicemente curiosi. Da qui si aprono le scalinate che conducono agli ambienti interni del castello.

Sul retro del Castello sorge infine la fontana detta del Formiello. Costruita nel 1490 come abbeveratoio per i cavalli, fu rifatta nel 1583 da Michele de Guido che vi appose gli stemmi del viceré Pedro d'Aragona. La fontana fu chiamata così in quanto alimentata dalle acque dell'omonimo acquedotto.

Interno

Panoramica di una sala che con in vista l'ingresso alla salone dei Busti

Fra le sale interne di Castel Capuano, una delle più interessanti è certamente il Salone della Corte d'Appello, con affreschi di Antonio Cacciapuoti e altri artisti, eseguiti alla fine del XVIII secolo. Il ciclo raffigura allegorie delle province del regno: la provincia dei Marsi, dei Vestini, dei Picentini, degli Irpini, la Lucania, il Brutium Citerius e il Brutium Ulterius.

La sala dei Busti, situata al primo piano, ospita oggi i busti in marmo degli avvocati più famosi del foro di Napoli. In precedenza era la sala dove si tenevano le udienze pubbliche della Camera della Sommaria. Considerato il cuore del castello, oggi vi si celebrano gli avvenimenti solenni e si convocano riunioni straordinarie. Anche in questa sala gli affreschi ripropongono dodici figure femminili rappresentanti le province del regno: le figure poggiano su altrettanti piedistalli, intervallati fra loro da finte colonne. Il soffitto fu affrescato da Ignazio Perricci e Biagio Molinaro ed è diviso in tre campi, ciascuno dei quali celebra la forza ed il trionfo della Giustizia.

Compianto su Cristo morto,
dipinto sull'altare della Chiesa della Sommaria

Dalla sala dei Busti (o salone dei Busti) si accede alla cappella della Sommaria, una sala a pianta quadrata con pareti cieche realizzata verso la metà del Cinquecento.

La sala che oggi ospita la biblioteca fu sede del Gran Consiglio durante il regno degli Angioini, poi sala di udienza della Gran Corte Criminale nel periodo borbonico. Qui furono processati anche i patrioti che parteciparono alla rivoluzione del 1848 contro Ferdinando II. La Biblioteca, trasferita qui da ambienti adiacenti, fu inaugurata il 19 luglio 1896 ed ospita circa 80.000 volumi tra cui rarissime opere dei secoli XVI, XVII e XVIII che costituiscono nel loro insieme il cosiddetto Fondo Antico.

La storia di Castel Capuano si Intreccia con quella di Porta Capuana, per cui vogliamo continuare proponendo un mio articolo che fu pubblicato anni fa a puntate su Il Roma

Porta Capuana e dintorni.

Porta Capuana

La più famosa delle porte napoletane è certamente Porta Capuana, che prende il nome dalla via che conduceva a Capua. Ancora in perfetto stato di conservazione, a differenza dell’affresco di Mattia Preti, commissionato come gli altri nel 1656 a mo’ di gigantesco ex voto per la fine della peste, il quale, complici noncuranza e gas di scarico, è oramai illeggibile. 

Nel ventre di Porta Capuana si cela il mistero dell’antico fiume Sebeto e quanta storia vi è da recuperare tra il Tribunale della Vicaria e Piazza De Nicola. Lì dove scorre l’acqua, dove i Greci scavarono la Bolla, dove il Carmignano inserì i canali del nuovo acquedotto seicentesco, lì, cioè accanto a Porta Capuana, forse scorre ancora, sepolto dalla città moderna, antico fiume Sebeto. Oggi in un’antica struttura di archeologia industriale sorge la sede di “Lanificio 25”, una benemerita associazione, fondata dal chirurgo Franco Rendano e dalla sua nuova compagna, la pittrice Mary Cinque, la quale si propone un recupero dal degrado di luoghi sacri per la storia della città. In un cortile adiacente gli spazi dove da anni si fanno spettacoli ed incontri culturali si accede ad un antro e poi, scendendo scale e gradini, si arriva ad un ipogeo dove il terreno sotto i piedi è sempre umido.

Ci sono giorni, non collegati alle maree o alle fasi lunari, in cui l’acqua sale di livello, e anche molto. Un odore umido e una sensazione lagunare, un po’ come se fossimo nelle fondamenta di Venezia, si intrufola sotto le suole delle scarpe. Nel terreno morbido e intriso si affonda. È questo il Sebeto? L’antico fiume cantato dai poeti romani e dai letterati umanisti? O è uno dei mille canali non censiti dell’acquedotto greco a portare l’acqua sotto il lanificio? La cultura, come l’acqua, scorre a Napoli invisibile: sotto tutta quest’area ancora da recuperare, che include Porta Capuana, la bellissima e assai malridotta chiesa di Santa Caterina a Formiello, il tribunale della Vicaria, e piazza Enrico De Nicola – questa sola, sì, recuperata e ammodernata . c’è un invaso antico, scavi da approfondire, aree da rimettere in sesto e adibire a un rinnovato uso comune.

fontana del formiello
fontana del formiello

La grande bellezza trascurata di via San Giovanni a Carbonara, con la chiesa omonima, fra le più importanti e straripanti tesori della città, la chiesa di Santa Caterina già nominata, l’edicola di San Gennaro disegnata dall’architetto Ferdinando Sanfelice e la fontana detta del Formiello dovrebbe costituire un obiettivo di grande interesse turistico e culturale. Intanto, veniamo alla lapide che testimonia la presenza dell’acqua pubblica, ovvero la bellissima, semplice, elegante, fontana del Formiello: «Philippo regnante siste viator acquas fontis venerare Philippo Sebethus regiquas rigat amne parens hic chorus Aonidum Parnassi haec fluminis unda has tibi Melpomene fonte ministrt acquas Parthenope regis tanti crateris ad oras gesta canit regem fluminis aura refert. MDLXXXIII» Ovvero«Regna Filippo. Fermati o viandante a venerare Re Filippo, presso le acque di questa fonte, che il padre Sebeto alimenta con la sua corrente. Quegli è il coro delle Aonidi, questa è l’acqua del fiume Parnasso. Melpomene stessa ti elargisce da un fonte le sue linfe, Partenope celebra presso le sponde della vasca le imprese di sì grande sovrano ed il mormorio delle onde loda il nostro re. Anno di grazia 1583». Questa elegantissima fontana che porta, come la piazza e la chiesa, la dicitura del Formiello, ovvero «ad formis», ai canali, è ben più antica della lapide che oggi ricordiamo: ve n’è traccia nei documenti trecenteschi – e forse c’era già assai prima – ma prende ufficialmente il suo nome nel 1458, quando re Ferrante d’Aragona decide l’ampliamento delle mura della città.

Un banale abbeveratoio per cavalli dapprincipio: inoltre, il punto di uscita dell’acqua, incanalata dall’acquedotto, non era l’attuale, questa lapide testimonia dunque lo spostamento della fontana stessa dieci anni prima, nel 1573, quando viene commissionata la sua belle veste marmorea (travertino e marmo di Carrara) a tali Maestro Joseppe e Michel De Guido, incaricati dal Tribunale delle Acque. Le parole di pietra incise sulla lapide furono volute dal vicerè d’Ossuna, ovvero Pedro Tellez de Giròn, a seguito di un restauro per il terremoto del 1582. Quando, un secolo dopo circa, si volle inserire in questa bella fontana una statua del re Filippo IV di Spagna, ai Napoletani l’idea non piacque, come già non piaceva il viceregno – continue rivolte. dal 1501 fino a Masaniello lo testimoniano – e si dovette rinunciare. Ne resta il basamento, a corredo degli stemmi reali, delle quattro stagioni e delle teste leonine che ornano il monumento. Per questo la bella fontana appare alta e nuda, decorata ma priva di un protagonista, così che solo l’acqua, oggi ingabbiata, sia pienamente padrona del campo. Ma il mormorio delle onde dovrebbe rievocare agli abitanti del quartiere e della città tutta che qui molta storia è passata, non solo le feroci giostre che disgustavano Petrarca in visita a San Giovanni a Carbonara, ma anche gli allievi di Giotto e Giotto stesso, i grandi pittori del Seicento, che in massa decorarono Santa Caterina a Formiello, i martiri d’Otranto, i famosi quattrocento (ma i resti dei martiri sono di duecentoquaranta corpi) aggrediti dai saraceni che il re di Napoli arrivò tardi a soccorrere, ogni anno rievocati nella favolosa Cattedrale di Otranto, e che sono qui sepolti, a compenso di una grave mancanza. E ancora le storie delle due sante, Caterina d’Alessandria e Caterina da Siena, che intrecciano i loro nomi e la devozione nella chiesa che fu affidata prima ai padri Celestini e poi ad altri ordini. La Caterina d’oriente e quella d’occidente, arrivata seconda ma integrata, conservano la devozione secolare che avvolge la grande insula sacra prossima agli abbeveratoi, alle acque, alle porte della città, insomma a tutte le soglie, da sempre luogo mistico e iniziatico. Ci sarebbero, quindi, fin troppe ragioni per dare nuova forma a quest’intera area urbana: i palazzi, gli scorci di tempi diversi e strati che dal “Lanificio 25” si osservano, recentissimi ed obbrobriosi o modernisti, frutto di archeologia industriale o antichi e antichissimi, elementi di archeologia vera e propria . Come è sempre in quasi tutta Napoli, i tempi coesistono e le pietre, come le persone, ne sono viva e non immobile testimonianza: il difficile – anzi pare bisogna dire: impossibile – è averne cura con coscienza e consapevolezza.

Castel capuano
antica fortezza di Napoli,
 risale al 1160

A breve distanza da porta Capuana sorge Castel Capuano, il più antico maniero napoletano voluto da Gugliemo I, figlio di Ruggero il Normanno e completato nel 1154. All’inizio fu una reggia fortificata, poi con l’avvento degli Svevi, Federico II incaricò Giovanni Pisano di trasformarlo in una sfarzosa dimora. Durante il periodo angioino, i reali alloggiavano nel Maschio Angioino, mentre a Castel Capuano venivano ospitati personaggi illustri come Francesco Petrarca o si svolgevano lussuosi ricevimenti, come in occasione del matrimonio di Carli Durazzo.

Ripetutamente ristrutturato, Pedro di Toledo lo destinò ad accogliere tutte le corti di giustizia sparse per la città, funzione che ha conservato fino a pochi anni fa, mentre i sotterranei furono destinati a carcere. Fino alla costruzione al centro direzionale del discutibile grattacielo, opera di un celebre architetto giapponese, che ospita il nuovo palazzo di giustizia, Castel Capuano era visitato quotidianamente da un fiume di visitatori, che assistevano alla celebrazione dei processi, perché a Napoli da sempre la Giustizia è spettacolo, in ogni caso, quasi costantemente non è una cosa seria!

Gli avvocati distinti in “Paglietta” e “Principi del Foro” hanno costantemente prediletto il gusto di un’oratoria forbita e di un’arringa dai toni drammatici. Generazioni di celebri avvocati si sono alternate nell’agone del Tribunale, da Bartolomeo di Capua ad Andrea D’Isernia, per arrivare a Porzio, Pessina, Leone, De Marsico e ultimi epigoni di una lunga nobiltà forense, Enzi Siniscalchi ed Ivan Montone.

Al primo piano vi era la corte d’appello e ad ancora oggi la spettacolare quanto negletta Camera della Sommaria con sei splendidi dipinti di Pedro De Ruviales, studiati e pubblicati da Ferdinando Bologna.

La memoria di tanta illustre attività forense è racchiusa nel salone dei busti, uno degli spazi più prestigiosi e mirabili di Castel Capuano, luogo familiare per magistrati ed avvocati, il quale ricorda i più eminenti giuristi della insuperata scuola napoletana e rappresenta un vero e proprio museo della scultura partenopea della seconda metà dell’ottocento e del primo novecento con opere di artisti famosi come Francesco Jerace e Filippo Cifariello. Un vero e gioiello che, unito ai molteplici aspetti artistici ed architettonici, deve essere quanto prima restituito alla pubblica fruizione, a rinsaldare il legame tra un monumento straordinario e la città.

Gli uffici al terzo piano di Castel Capuano sono abbandonati da anni. Sul pavimento ci sono polvere, cicche di sigarette, i resti dell’arredo delle cancellerie della sezione fallimentare del Tribunale che lì aveva sede prima del trasferimento al nuovo Palazzo di Giustizia. Sui soffitti ci sono crepe evidenti. A terra, nei corridoi, i faldoni ammassati, che si sta provvedendo gradualmente a de localizzare.

Circa millecinquecento metri quadrati da strappare al’incuria e destinare a nuova vita, ospitando gli uffici del comando provinciale del Corpo Forestale dello Stato. Un progetto importate non soltanto sul fronte dell’impegno economico (i lavori costeranno circa due milioni di euro), ma soprattutto sul fronte della legalità. La presenza del Corpo Forestale nella storica sede di Castel Capuano mira a potenziare la tutela della sicurezza dell’edificio e a lanciare un messaggio alla città, creando un binomio arte e ambiente nel rispetto della legalità. Si inserisce nel più ampio progetto di recupero affinché si apra su Castel Capuano un nuovo capitolo di storia. Nei locali restaurati troverà spazio anche l’esposizione sui “corpi di reato”, è la cultura che esce dall’oblio, la storia che si riappropria dei propri spazi. Così rinasce Castel Capuano. «Abbiamo progetti ambiziosi – spiega il presidente della corte d’appello Antonio Bonajuto – pensiamo di realizzare un museo delle regole per ripercorrere la storia delle leggi, a partire dal codice di Hammurabi, creando un percorso della legalità fino ai giorni nostri. Sarà l’unico museo al mondo di questo tipo.». Con il direttore dell’ufficio speciale del ministero della Giustizia e presidente della Fondazione Castel Capuano, Floretta Rolleri, Bonajuto è tra le anime di questa rinascita. «L’assegnazione dei locali alla Fondazione è stata già fatta – aggiunge Rolleri _ Sono i locali al piano terra adiacenti a quelli dove oggi c’è la mostra sulla storia del castello e i progetti di restauro. C’è anche l’idea di affiancare un museo dei corpi di reato. Abbiamo qui gli archivi con quadri, tra l’altro bellissimi, di falsi d’autore, antiche pistole. Sarebbe un modo per approcciare da un diverso punto di vista alla legalità. Non dimentichiamo che questo castello è stato anche una prigione, ci sono stati i vecchi patrioti. È simbolico anche per questo».

salone dei busti di Castel Capuano

E con un museo il castello sarà aperto ai cittadini, alle scolaresche, ai turisti. Restituito alla città come patrimonio non solo della cultura della giustizia napoletana ma monumento di storia e di arte.

Le scale che dal promo piano, dove c’è il Salone dei Busti, conducono al “Bagno della Regina Giovanna”, murate nell’ottocento, saranno ripristinate. Sarà restaurato lo scalone, il saloncino, e antichi locali dai soffitti affrescati. «Tutto rientra in un progetto che fa parte del grande programma Unesco per il recupero del centro antico – spiega Amalia Scielzo della Soprintendenza per i beni architettonici di Napoli – Con gli interventi previsti, tra l’apertura della porta bassa e l’accesso dal cortile alto al centro antico verso via Tribunali, sarà possibile riscoprire collegamenti che esistevano attraverso una torre che ha un’ antica scala».

E se arrivano i fondi del Pon energia, si investirà anche nell’ottica del risparmio energetico, come già previsto per il nuovo Palazzo di Giustizia: investimento da 40 milioni di euro, speriamo che una volta tanto i buoni propositi non rimangano fantasia e si trasformino in piacevole realtà.


Camera della sommaria


lunedì 16 settembre 2024

Castel Sant'Elmo

 

Veduta del castel sant'Elmo

Castel Sant'Elmo è un castello medievale, adibito a museo, sito sulla collina del Vomero nei pressi di San Martino a Napoli. Un tempo era denominato Paturcium e sorge nel luogo dove vi era, a partire dal X secolo, una chiesa dedicata a Sant'Erasmo (da cui Eramo, Ermo e poi Elmo). Questo possente edificio (il primo castello per estensione della città), in parte ricavato dalla viva roccia (tufo giallo napoletano), trae origine da una torre d'osservazione normanna chiamata Belforte. Per la sua importanza strategica, il castello è sempre stato un possedimento molto ambito: dalla sua posizione (250 m s.l.m.) si può osservare tutta la città, il golfo, e le strade che dalle alture circostanti conducono alla città.

Aerial photograph del Castel Sant’Elmo

Il castello, oltre che museo permanente (il "Napoli Novecento"), è anche sede di varie mostre temporanee, fiere e manifestazioni: dal 1998 fino al 2011 durante la primavera è stata la sede del Napoli Comicon (dal 2012 spostatosi alla Mostra d'Oltremare). Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Campania, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei. Nel 2016 ha fatto registrare 199 233 visitatori.

Castel Sant'Elmo e la Certosa di San Martino
da piazza del Plebiscito


Castel Sant'Elmo e la Certosa di San Martino,
in notturna, da piazza del Plebiscito


Veduta del castello in una foto di Giorgio Sommer del 1860-70 circa


Storia

Le prime notizie storiche sul castello risalgono al 1329, anno in cui Roberto il Saggio ordinò al reggente della Vicaria, Giovanni de Haya, la costruzione di un palazzo, il Palatium castrum, sulla sommità della collina di Sant'Erasmo. Gli architetti incaricati del lavoro furono Francesco de Vico e Tino di Camaino; alla morte di quest'ultimo, nel 1336, gli successe Attanasio Primario e dopo di lui, nel 1340, Balduccio de Bacza; i lavori furono ultimati nel 1343 sotto il regno di Giovanna I d'Angiò.

Il castello ha avuto una lunga storia di assedi: nel gennaio del 1348, dopo l'efferato omicidio di Andrea di Ungheria, ebbe il battesimo del fuoco con il suo primo assedio da parte di Luigi I d'Ungheria, giunto a Napoli per vendicare il fratello la cui uccisione si attribuiva all'uxoricidio da parte della regina Giovanna I d'Angiò. Dopo la resa della regina, il castello fu occupato da Carlo di Durazzo.

Nel 1416 la regina Giovanna II lo vendette per la somma di diecimilacinquecento ducati ad Alfonso d'Aragona. Il castello fu un ambito obiettivo militare quando francesi e spagnoli si contesero il Regno di Napoli. Don Pedro de Toledo lo fece ricostruire nel 1537 su sollecitazione dell'imperatore Carlo V. I lavori furono curati dall'architetto Pedro Luis Escrivà, il quale effettuò una fortificazione dell'intera altura di San Martino: un'epigrafe marmorea lo commemora. La costruzione fu portata a termine dall'architetto Gian Giacomo dell'Acaya nel 1546.

Nel 1587 un fulmine, caduto nella polveriera, fece saltare in aria buona parte della fortezza uccidendo 150 uomini: al suo interno distrusse la chiesa di sant'Erasmo, la palazzina del castellano e gli alloggi militari, arrecando anche danni al resto della città. Nel 1599 si diede inizio ai lavori di ripristino, ultimati nel 1610: furono affidati alla direzione dell’architetto Domenico Fontana.

Scritte lasciate nel corso degli anni dai prigionieri rinchiusi nelle celle del Castello


Divenne poi un carcere nel quale furono prigionieri, tra gli altri, il filosofo Tommaso Campanella (dal 1604 al 1608) e Giovanna di Capua, principessa di Conca, nel 1659.

Nel 1647, durante la rivoluzione napoletana, vi si rifugiò il viceré duca d'Arcos, organizzandovi la difesa assieme al castellano Martino Galiano. Il forte, uno degli obiettivi delle forze popolari, non poté tuttavia essere occupato a causa delle discordie insorte nel campo dei rivoltosi. Il duca di Arcos bombardò la città dal castello, infliggendo tuttavia danni relativamente circoscritti che risparmiarono le aree centrali più densamente abitate di Napoli che erano il centro della rivolta.

Nel 1707 fu assediato dagli austriaci; nel 1734 dai Borbone. Al tempo della Rivoluzione francese il carcere ospitò alcuni patrioti filogiacobini: Mario Pagano, Giuliano Colonna, Gennaro Serra di Cassano, Ettore Carafa.

Durante i moti del 1799 fu preso dal popolo e poi occupato dai repubblicani, i quali durante l'assedio delle forze francesi, da qui bombardarono alle spalle i lazzari napoletani che erano insorti per opporsi all'occupazione della città. Spazzata via l'ultima resistenza, il 21 gennaio vi piantarono il primo albero della libertà e il 22 vi innalzarono la bandiera della Repubblica Napoletana. Alla caduta della Repubblica vi furono rinchiusi Giustino Fortunato, Domenico Cirillo, Francesco Pignatelli di Strongoli, Giovanni Bausan, Giuseppe Logoteta, Luisa Sanfelice e molti altri. Durante il Risorgimento ospitò il generale Pietro Colletta, Mariano d'Ayala, Carlo Poerio, Silvio Spaventa.

Fino al 1952 fu adibito a carcere militare. Nel frattempo la fortezza è passata al Demanio militare, ospitando anche alcuni marinai e le loro famiglie, fino al 1976, anno in cui ha avuto inizio un imponente intervento di restauro ad opera del Provveditorato alle Opere Pubbliche della Campania. Fu aperto al pubblico il 15 maggio 1988; il castello appartiene al Demanio Civile ed è adibito a museo.

Panorama verso Posillipo
dal terrazzo del castello

L'esterno

Il castello rappresenta uno dei più significativi esempi di architettura militare cinquecentesca. Esso ha assunto l'aspetto attuale in seguito ai lavori di fortificazione voluti dal viceré don Pedro di Toledo e realizzati su progetto dell'architetto Luigi Scrivà. Quest'ultimo concepì una pianta stellare con sei punte che sporgono di venti metri rispetto alla parte centrale e collocò, in luogo dei tiranti, enormi cannoniere aperte negli angoli rientranti.

Questa insolita struttura militare priva di torrioni, che suscitò molte critiche al momento dell'edificazione, è risultata negli anni molto funzionale. Cinta da un fossato era dotata di una grande cisterna per l'approvvigionamento d'acqua. Prima del fossato sorge una piccola chiesa dedicata, nel 1682 dagli spagnoli, a Nostra Signora del Pilar.

Particolare dell'ingresso

L'interno 

Per accedere all'interno del castello bisogna percorrere una rampa ripida e attraversare un ponticello schermato da mura laterali nelle quali si aprono dodici feritoie per ciascun lato.

Dopo il ponticello vi è la Grotta dell'Eremita, un antro che, secondo la tradizione, avrebbe ospitato in tempi antichissimi un anacoreta.

Sul portale in piperno campeggia lo stemma imperiale di Carlo V, con l'aquila bicipite e un'iscrizione in marmo che ricorda il suo regno ed il periodo vicereale di Pedro di Toledo, marchese di Villafranca. Sette feritoie assicuravano la difesa alle guardie del ponte levatoio qualora fossero state attaccate prima di riuscire a chiudere il ponte.

La grotta dell'eremita

Nell'ingresso, a sinistra, è stato collocato, in età napoleonica, un cancello a ghigliottina realizzato nello stile dell'epoca. Dopo questo secondo ingresso ha inizio la rampa finale di ingresso al castello: nella seconda curva si apre, a destra, un'ampia finestra che affaccia sulla città e sul centro storico. Più avanti ancora, sulla destra, un portale in tufo e piperno introduce nei locali adibiti a carcere.

Alla sinistra di questo ambiente si può notare un altro locale con ampia finestra, adibito ancora a prigione, dal quale si intravede il carcere dei prigionieri comuni. Sulla destra della zona d'aria vi è una larga gradinata che conduce ad altre due celle e alla prigione comune. Sulla sinistra del locale adibito a carcere della Sanfelice ci sono i servizi per i carcerati. Ritornando indietro e proseguendo si incontrano sette ampie arcate: la prima si apre sul golfo della città, le altre dominano il centro storico. Prima della piazza d'armi, sulla sinistra, ancora tre spaziose aperture dalle quali si può ammirare un panorama di Napoli che spazia da Capodichino a Capodimonte e alla collina dei Camaldoli.

Sulla Piazza d'Armi si erge la Torre del Castellano: gli ambienti che la compongono rappresentano quanto rimane dell'alloggio del comandante e del personale del castello. La pavimentazione del piazzale è dell'epoca della costruzione.

Rampa interna

Al di sotto del piazzale sono due enormi cisterne che assicuravano l'approvvigionamento di acqua al presidio in caso di assedio. Sulla sinistra della torre vi è una piccola rampa, seguendo la quale si giunge ad una terrazza che dà sulla parte occidentale della città. Proseguendo, sulla sinistra, si continua con l'ingresso a quei locali che furono adibiti fin dal 1915 a prigione militare.

Nello spessore delle mura, in epoca moderna, è stato impiantato un serbatoio d'acqua dalla capacità di 400 metri cubi per alimentare la zona del Vomero. All'angolo esterno di questa passeggiata, una garitta borbonica in piperno domina la zona tra il Capo di Posillipo, Nisida, Capo Miseno e tutta la zona Flegrea.

Sul grande piazzale in cima, sorge la piccola chiesa dedicata a Sant'Erasmo

Sulla sinistra si trova uno spazioso ambiente ricavato in epoca recente senza alterare le strutture originarie del castello; è adibito a sala congressi.

La piazza d'armi

All'interno del castello, oltre alle mostre temporanee, è allestito stabilmente il Museo Napoli Novecento 1910-1980. Nel museo in progress è possibile visionare alcune opere realizzate da artisti napoletani, o comunque legati alla città, dal 1910 al 1980.

Chiesa di Sant’Erasmo e il museo del Novecento

[dal libro di Dante Caporali “Percorsi sacri tra Vomero e Arenella” - Clean Edizioni, Napoli 2016]

La chiesa di Sant’Erasmo, situata sulla piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo, prende il nome da una cappella presente fin dal X secolo e dedicata a Sant’Erasmo, vescovo di Formia, secondo la tradizione martire al tempo delle persecuzioni di Diocleziano. Il castello sorge sul posto del Belforte angioino, fatto edificare nel 1329 da re Roberto e completato nel 1343; la fortezza, confinante con la Certosa di San Martino, la cui costruzione era iniziata circa quattro anni prima per volere di Carlo, duca di Calabria, primogenito di re Roberto, sarà denominata già dal 1348 “castello di Sant’Erasmo” poi di Sant’Ermo ed infine di Sant’Elmo. L’attuale struttura architettonica della fortezza con impianto stellare a sei punte fu realizzata negli anni 1537-46 su progetto di Pedro Luis Escrivà di Valenza, uno tra i più quotati architetti militari del tempo. Sulla piazza d’Armi che conclude il castello vi erano gli alloggi degli ufficiali e del castellano, la chiesa, costruita dallo spagnolo Pietro Prato nel 1547 e i resti dell’antica fabbrica angioina di Belforte. Nel 1587, durante un temporale, un fulmine colpì la polveriera, procurando circa 150 vittime, distruggendo la chiesa, l’abitazione del castellano e gli alloggi militari, e soltanto nel 1599 ebbero inizio i lavori di restauro, terminati nel 1610, diretti dall’architetto Domenico Fontana che riedificò la chiesa, gli alloggi e il ponte d’accesso al castello. Il nuovo edificio religioso non fu ricostruito sulle fondazioni di quello vecchio ma a sud-est del piazzale, inserito in un più ampio fabbricato dove un tempo era la residenza del castellano. La chiesa, riaperta pochi anni fa dopo un accurato intervento di restauro, conserva un pregevole pavimento in maiolica e cotto di tipico artigianato napoletano, nel quale sono incassate le lapidi sepolcrali di tre illustri castellani come Martin Galiano y Granulles (1662), Juan Buides (1721) e Francisco Vasquez (1776). Dietro l’altare maggiore troviamo una statua settecentesca policroma in stucco di Sant’Erasmo, disposta all’interno di una nicchia, e quella che è l’unica opera superstite dell’apparato decorativo della perduta chiesa di metà ‘500, cioè la lastra tombale di Pedro de Toledo, primo castellano del forte e cugino dell’omonimo viceré, assegnata recentemente ad Annibale Caccavello, discepolo di Giovanni da Nola e ritenuto uno dei più singolari esponenti della scultura napoletana del ‘500.  Il sepolcro, ricordato dalla letteratura locale ottocentesca per la sua bellezza e sontuosità, è composto da sette frammenti marmorei dei quali i due principali sono una tavola con l’effige a figura intera del defunto ed una, più piccola, con l’epitaffio, affiancato da due stemmi della casata Toledo, che ci informa che questi morì nel 1559. Gli altri cinque frammenti che contornano la tavola principale sono invece di carattere decorativo. Il Toledo è ritratto mentre riposa su un ampio cuscino; indossa un elegante berretto e un mantello con la croce dell’Ordine di Santiago che, aprendosi sul ventre, lascia intravedere l’armatura e l’elmo ai piedi. La mano destra tiene un paternoster, ad attestare la devozione religiosa del castellano, mentre la sinistra sfiora l’elsa della spada, a ricordare lo stato militare dello stesso. 

Nella volta della chiesa è presente un affresco raffigurante l’Assunzione della Madonna, attribuito al poco noto pittore Giuseppe Fattorusso, annoverato tra gli allievi di Andrea Vaccaro e della cui attività napoletana si hanno notizie dal 1668 al 1707. Sono stati poi ricollocati in sede cinque dei sei dipinti che facevano parte della decorazione della chiesa ricostruita da Domenico Fontana e che furono temporaneamente rimossi nel corso di un restauro degli anni ’70 del secolo scorso. Sulla parete destra si susseguono l’Orazione di Cristo nell’orto di Getsemani di ignoto autore seicentesco e San Michele Arcangelo precipita gli angeli ribelli, opera giovanile di Luca Giordano secondo una recente attribuzione dello studioso Giuseppe Porzio, databile alla metà del ‘600 e precursore delle eccezionali esecuzioni dello stesso soggetto nella Gemäldegalerie di Berlino, nel Kunsthistorisches Museum di Vienna e nella chiesa napoletana dell’Ascensione a Chiaia. Dietro l’altare maggiore, a destra della statua di Sant’Erasmo, troviamo il dipinto con San Stanislao Kotska comunicato da un angelo, di autore ignoto ottocentesco, mentre è andato perduto quello che raffigurava l’Estasi di Santa Teresa, un tempo collocato a sinistra della statua. Sulla parete sinistra troviamo il dipinto seicentesco con Sant’Oderisio in gloria davanti alla Madonna della Purità di Antonio De Bellis, uno dei più originali allievi di Massimo Stanzione e noto soprattutto per il ciclo di tele con Storie di San Carlo Borromeo nella chiesa napoletana di San Carlo alle Mortelle, e una Santa Barbara di autore ignoto, databile al primo quarto del ‘600. 

Così il Celano descrive la chiesa elencando anche le opere d’arte presenti all’interno: Venendo ora alla chiesetta di cui è parola, noteremo, che essa ha volta ricoperta di bianco con in mezzo un affresco dell’Assunzione di Maria in Cielo, con gloria d’Angeli, e di sotto gli Apostoli intorno al suo sepolcro, dal quale sbucciano fiori: e d’affreschi doveva essere istoriata tutta la volta, siccome appare dai vari scompartimenti di sotto all’imbiancato. È sull’altare maggiore allogata in una nicchia la grandiosa statua in stucco di S. Erasmo molto rozzamente colorata: ai lai in due cornici di bianco stucco sono due quadri esprimenti, quello a destra della statua, S. Stanislao Kotska comunicato da un Angelo, quello a sinistra l’estasi di S. Teresa. Intorno alle pareti sono due altari per banda. I due primi, in vicinanza del maggiore, mostrano sopra, quello a destra, un quadro dell’Orazione di Cristo all’Orto; quello a sinistra un S. Benedetto. Ne’ due altri, a dritta, è un S. Michele Arcangelo, ed a sinistra S. Barbara con alcune istoriette del suo martirio nel piano inferiore. Di tutti questi quadri sono incerti gli autori. Tre lapidi sepolcrali veggonsi sul pavimento di questa chiesetta in memoria de’ Castellani Giovanni Buides di Valenza, stato invitto campione nelle guerre di Portogallo, Messina, Piemonte e nel Cremonese, e sotto il governo del quale, durato per anni 20, il forte fu ne’ suoi bastioni restaurato; di Martino Galiano Granulles, che, avendo fanciullo militato nel Belgio, e di poi presso Valenza ed al Po a fronte d’un esercito nemico tre volte più numeroso, fu un tempo Prefetto del Castello di Milano, ed avendo governato questo di S. Ermo per anni 23; e del Castigliano Francesco Vasquez Zeinens, il quale da semplice soldato, venne per vari gradi innalzato a quello di Vice-Prefetto del forte.    

Autore ignoto seicentesco
Santa Barbara


Luca Giordano
S. Michele Arcangelo precipita gli angeli ribelli


Autore ignoto seicentesco
Orazione di Cristo nell'orto di Getsemani 


Antonio DenBellis
S. Oderisio in gloria dinanzi
alla Madonna della Purità 

     
Pavimento 

  
Annibale Caccavello
Lastra tombale di Pedro de Toledo

  
Statua di S. Erasmo

 
 
Giuseppe Fattorusso
Assunzione della Madonna


In alcuni ambienti sul piazzale del castello è stato inaugurato nel 2010 il Museo Napoli Novecento, che si propone di delineare, attraverso un nucleo significativo di opere, la produzione figurativa napoletana nel corso del ‘900. Sono state selezionate oltre 170 opere realizzate da 90 artisti napoletani con l’aggiunta di alcune presenze non napoletane che con ruoli diversi furono attivi in città.

Vincenzo Gemito
Busto di fanciulla Napoletana 

  
Luigi Crisconio
La casa rossa 
 
 
Alberto Chiancone
Funicolare 

 
Emilio Notte
Primo maggio 

 
Mario Persico
Sedia della tortura 

 
Guido Tatafiore
Natura morta 

 
Gianni Pisani
Guardiano della casa

 
Maurizio Valenzi
Madre