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martedì 8 aprile 2014

LA SEZIONE DI ARTE MODERNA DEI MUSEI VATICANI

un mirabile connubio tra impressionismo, cubismo e cristianità.


Bernard Buffet: Il battesimo di Cristo (1961)

Dopo essere rimasti in estasi davanti alle stanze di Raffaello ed il capolavoro della Cappella Sistina, entrare nella sezione di arte religiosa moderna dei musei vaticani provoca sconcerto e stupore per la improvvisa discontinuità nell'espressione artistica. Soltanto dopo il visitatore percepirà che questi dipinti fanno parte di un vasto progetto culturale che ha per oggetto il dialogo della Chiesa con la modernità scaturito dal concilio Vaticano II. Nella sua storia due volte millenaria il rapporto della chiesa con le arti è stato fecondo e fruttuoso. Tutto quello che è possibile vedere attraversando i musei vaticani; Raffaello nelle stanze e Michelangelo alla Sistina, i sarcofagi paleocristiani e il Beato Angelico, Botticelli e Caravaggio; è gloriosa dimostrazione di quella felice alleanza plurisecolare. Per gran parte del suo percorso la storia dell'arte in Occidente è la storia di un equilibrio mirabile fra autonomia e libertà espressiva degli autori e valori spirituali, dottrinali e politici di una religione che si affidata alle figure per dare efficacia al suo messaggio. Mi pare che il bisogno di realtà, di fisicità nella cultura cristiana sia sempre vivissimo. Se io penso che per ricomporre l'universo nella sua totalità e giustizia, Dio ha detto che l'anima riprenderà il suo corpo solo quando, dopo la pausa che intercorre dalle innumerevoli morti particolari al giudizio universale, l'uomo riacquisterà la sua completa realtà, alla sua esatta conferma.
Ma il demonio con il nostro consenso e aiuto, ha capovolto questo bisogno di realtà fisica da lucente in oscuro e perverso: in peccato. Così facendo ci siamo poi messi di fronte alla incompletezza del nostro considerare l'uomo solo materia. La morte ci ha lasciato il suo terribile interrogativo tra le  mani. E per esempio, non conosco scrittore marxista che abbia risolto per sé e per gli altri uomini questo interrogativo, a meno che non l'abbia scavalcato o dimenticato. Ma la sua allora è una pace provvisoria, una tregua. Tutta la Bibbia, tutto il Nuovo e Vecchio testamento, e, quel che più conta, tutta l’Apocalisse parla per realtà: il loro discorso si muove per via di immagini fisiche. Quando Giovanni ha la visione della fine del mondo è esplicito: "... e scese fuoco dal Cielo e li divorò. E il diavolo loro seduttore fu gettato nello stagno di fuoco ... e vidi un gran trono bianco e quelli che c'erano seduti sopra ... ". Ma anche venendo avanti nella storia, è un continuo esempio di realizzazione fisica dello spirito che la cultura cristiana ci offre, ben sapendo come sapeva che la condizione fisica dell'uomo è invalicabile. Quando la Chiesa cercava di darsi uno stile si attestava su quelli più tradizionali e consolatori, ora affidandosi a forme di generico spiritualismo, ora tentando nostalgici revival neoprimitivi, ora (è il fenomeno di cui tutti ai nostri giorni siamo testimoni) aprendosi alle forme di un caotico eclettismo che cerca di tenere insieme astrazione e figura, novità e tradizione, liturgia e funzione, segno e messaggio.
Per decenni i tesori di spiritualità del cristianesimo sembravano dissertare il mondo dell’arte. 
Nei tardi anni Cinquanta, sotto Pio XII cominciarono ad entrare nei Musei Vaticani Rouault, Morandi, Carrà, De Pisis, Rodin, De Chirico.
Partendo da quelle premesse più di trent’anni dopo, nel discorso agli artisti tenuto nella Cappella Sistina il 7 maggio 1964, Paolo VI elabora e propone una dottrina estetica che rimarrà una delle pagine più alte nella storia del cattolicesimo novecentesco. 
Partendo dalla consapevolezza della frattura fra la Chiesa e il mondo delle arti e offrendo le condizioni per un nuovo statuto di amicizia, il papa afferma la libertà dell' artista e il rispetto per la forza innovativa dei linguaggi espressivi; e lo fa con parole di dura, radicale critica nei confronti dell’istituzione da lui rappresentata: «Vi abbiamo imposto come canone primo l’imitazione, a voi che siete e creatori, sempre vivaci [...], di mille idee e di mille novità [...]. Vi abbiamo peggio trattati, siamo ricorsi ai surrogati, all’ oleografia, all’opera d’arte di pochi pregi e di poca spesa [...] e siamo andati anche noi) per vicoli traversi, dove l'arte e la bellezza e - ciò che è peggio per noi - il culto di a Dio sono stati mal serviti». E ancora ritorna, papa Paolo VI, sulla "missione" dell’artista chiamato a rendere visibile, nella pienezza della sua libertà espressiva e quindi nell'esercizio della sua responsabilità di creatore, ciò che è trascendente, inesprimibile, "ineffabile". 
Più tardi, nel 1973, nel discorso di inaugurazione del Museo di Arte religiosa moderna, Paolo VI afferma ulteriormente la sua riflessione distinguendo fra arte sacra e arte religiosa. Se la prima ha una precisa connotazione di ruolo e di funzione perché è destinata a qualificare il culto divino, la seconda offre all'artista uno spettro di possibilità creative virtualmente infinito. Tutto ciò che esprime l'umana spiritualità (stupore di fronte al miracolo della natura, culto degli affetti, ascolto e riflessione di fronte ai supremi interrogativi della vita, della morte, dell'assoluto e dell’altrove) può essere argomento di arte religiosa. 
La collezione che quel giorno di giugno del 1973 papa Paolo VI consegnava alla gestione dei Musei Vaticani, dopo averla personalmente e amorosamente costruita insieme al suo segretario monsignor Pasquale Macchi, era destinata a testimoniare la religiosità presente nell’arte moderna e contemporanea, ora affidata a iconografie tradizionali (crocifissioni, natività ecc.) ora sottesa a soggetti secolari quali paesaggi, nature morte, ritratti, composizioni informali. 
Partendo dal riconoscimento della religiosità immanente alle forme figurative della modernità sarebbe stato possibile - era questo il pensiero ultimo di Paolo VI - avviare la ricomposizione del divorzio fra Chiesa e artisti .
E grazie a questa illuminata apertura alla modernità il visitatore dei Musei Vaticani ha la sensazione di vivere nel suo tempo.

Salvador Dalì:  Crocefissione (1954)
Marc Chaghal:  Cristo e il suo pittore (1951)
Vincent Van Gogh:  Pietà (1890)

sabato 29 marzo 2014

IL PADRINO DELLA D.C.


Ciriaco De Mita


Ciriaco De Mita, nato a Nusco nel 1928, è stato uno degli uomini più potenti d’Italia a partire dagli anni Ottanta. E’ stato segretario della Democrazia Cristiana, più volte ministro ed infine Presidente del Consiglio. Figlio di un sarto e di una casalinga, nato e cresciuto a Nusco, in provincia di Avellino, dopo aver frequentato il liceo nella vicina Sant’Angelo dei Lombardi, vince una borsa di studio nel Collegio Augustinianum e si iscrive all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si laurea in giurisprudenza per poi iniziare a lavorare presso l’ufficio legale Eni di Enrico Mattei. 
Nel 1956 De Mita venne eletto consigliere nazionale della DC al congresso di Trento. In quella sede si fece notare perché criticò Fanfani e contestò i criteri organizzativi del partito. Eletto deputato per la prima volta nel 1963, per il collegio di Benevento, Avellino e Salerno, nel 1966 alla Camera lanciò l’ipotesi di un accordo con  i comunisti a proposito dell’attuazione dell’ordinamento regionale. Nel 1968 entrò a far parte del governo come sottosegretario all’interno. Fu tra i fondatori della corrente di “sinistra” della DC, chiamata “Sinistra di base” (o “la Base”), sostituendosi a Fiorentino Sullo come capo corrente irpino negli anni in cui la DC Irpina si andava affermando a livello nazionale. Fu vicesegretario del partito durante la segreteria di Arnaldo Forlani ma si dimise da tale carica nel febbraio del 1973 dopo il patto di Palazzo Giustiniani. Ricoprì poi diverse cariche ministeriali tra il 1973 ed il 1982. Nel 1982 è De Mita a nominare Romano Prodi, già suo consigliere economico, ai vertici dell’Iri, dove rimarrà fino al 1989. Dopo essere riuscito a smantellare le correnti interne alla DC facendo prevalere la sua, De Mita ne venne eletto segretario nazionale nel maggio 1982. Il partito subì un grave calo nelle elezioni politiche del 1983; nonostante ciò, de Mita restò in carica, venendo ripetutamente confermato fino al congresso del 1989. É in questo periodo che Gianni Agnelli disse di De Mita: «É un tipico intellettuale della Magna Grecia». Gli replicò Indro Montanelli dicendo: «Dicono che De Mita sia un intellettuale della Magna Grecia. Io però non capisco cosa c’entri la Grecia». Nel 1985, nella classifica degli uomini più potenti d’Italia, compilata come ogni anno dal settimanale “Il Mondo”, De Mita risultò al terzo posto dopo Gianni Agnelli e Bettino Craxi. Dopo la caduta del governo Craxi, di cui De Mita fu in parte responsabile, ed un breve incarico a Giovanni Goria, nell’aprile del 1988 il presidente della repubblica Francesco Cossiga gli affidò l’incarico di formare un nuovo governo. De Mita si trovò così a guidare un pentapartito, sostenuto dai democristiani, dai socialisti, dai repubblicani, dai socialdemocratici e dai liberali.
I detrattori di De Mita parleranno del suo governo come del “clan degli Avellinesi”. In quegli, infatti, anni si trovarono a essere originari della provincia di Avellino oltre al capo del governo, nonché segretario del maggiore partito: il numero due del maggiore partito, il Ministro degli Affari regionali e Problemi istituzionali Antonio Maccanico, il direttore generale della Rai Biagio Agnes, il capogruppo al Senato del Partito di maggioranza Nicola Mancino ed il vicepresidente della Camera Gerardo Bianco. Il 22 febbraio 1989 Arnaldo Forlani venne nominato nuovo Segretario della DC. Un mese dopo il Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, riunito a Roma, nominò De Mita Presidente del partito. Nel maggio De Mita rassegnò le dimissioni dal suo primo governo. Riottenne l’incarico l’11 giugno, dopo il fallimento del mandato esplorativo affidato a Spadolini. Il 6 luglio 1989 De Mita rinunciò all’incarico di formare un nuovo governo, incarico che Cossiga conferì poi a Giulio Andreotti. Il Governo De Mita rimase in carica fino al 22 luglio 1989. 
É uscito indenne dal terremoto giuridico ed istituzionale di Tangentopoli grazie all’amnistia del 1990 che, eliminando i risvolti penali dei reati di corruzione e concussione commessi sino al 1989, ha impedito la sua processabilità relativamente  ai finanziamenti illeciti confessati dal tesoriere del partito, Severino Citaristi. De Mita, in seguito, si schierò con i Popolari di Gerardo Bianco, corrente di sinistra del partito, contro Rocco Buttiglione che, difformemente alle decisioni congressuali, aveva deciso di allearsi con Forza Italia, partito di centro-destra. Nel 2002 contribuì all’ingresso del Partito Popolare nella Margherita ed alla nascita del Nuovo Partito di Centro.
Al secondo congresso della Margherita De Mita comunicò la sua adesione al Partito democratico. 
Nel 2008 si ritira dal PD, in polemica con lo Statuto del partito. 
Alle elezioni del 13 e 14 aprile 2008 si è candidato capolista al Senato in Campania per l’Unione di Centro ma non è stato eletto.   
In totale è stato deputato ininterrottamente dalla IV alla XI legislatura e dalla XIII alla XV.
Alle elezioni europee del 2009 è stato eletto al Parlamento Europeo nell’UDC con 56.575 preferenze nella circoscrizione Sud. De Mita continua ad avere una forte influenza sulla vita politica della Campania per la capacità di attrarre voti e, di riflesso, sulla politica nazionale. In un’intervista il Sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, già deputato dell’Ulivo, ha dichiarato: « In Campania da 40 anni siamo alle prese con un problema politico che si riassume in un nome ed un cognome: Ciriaco De Mita» e possiamo essere certi che Ciriaco ci riserverà ancora delle sorprese.

1° governo De Mita, 14 aprile 1988
Gianni Agnelli e Ciriaco De Mita
Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti
Biagio Agnes e Ciriaco De Mita
Nicola Mancino e Ciriaco De Mita

giovedì 27 marzo 2014

ARTE NASCOSTA, ARTE DISPREZZATA

01-Teatro romano di Neapolis
Napoli ha migliaia di anni di storia e potrebbe, solo per questo, costituire una meta ambita del turismo internazionale, ma le testimonianze di un glorioso passato giacciono in gran parte sepolte e, quando riscoperte, vengono abbandonate preda di ladri e vandali e rimangono sconosciute agli stessi napoletani.
Potremmo citare infiniti esempi ma ci limiteremo a quanti possono contare le dita di una mano, seguendo un criterio cronologico che, partendo da 5000 anni fa, giunge ai nostri giorni.
Vi è una Napoli antica che, molto prima che i Greci fondassero Palepolis, ha lasciato le sue tracce in vico Neve, nel cuore dell’odierna Materdei, con una serie di tombe neolitiche.
Nel 1950, all’altezza del civico 30, durante lavori di costruzione di un edificio, furono casualmente rinvenute due cavità artificiali “a forno”, due tombe preistoriche nelle quali vi era ancora un corpo quasi integro rannicchiato, cinque vasi intatti ed un pugnale di bronzo.
Gli archeologi datarono a cinquemila anni fa, quando, dove oggi  vi sono vicoli brulicanti di vita,  erano accampati gli Osci, che costituivano la cosiddetta cultura del Gaudo ed avevano il loro epicentro a Paestum.
Oggi è tutto scomparso senza lasciare tracce e senza alcun rispetto per i nostri Penati: infatti, lì dove erano tombe e reperti, ora troneggia un orto coltivato con cura da un contadino ottantacinquenne.
Delle esibizioni canore dell’imperatore Nerone nel suo teatro, a due passi dall’agorà, abbiamo già parlato diffusamente a pag.80 del 1° tomo del nostro “Napoletanità, arte, miti e riti a Napoli”, al quale rinviamo (consultabile in rete). Ritorniamo sull’argomento per segnalare che qualcosa si muove e nuovi scavi stanno facendo affiorare antiche strutture del teatro dove il celebre personaggio amava recitare accompagnandosi con una cetra.

02-Teatro romano di Neapolis, capitello
03-Baia di trentaremi dalla Grotta di Seiano
04-Anfiteatro romano della Gaiola


Cosa lega i “bassi” di Napoli a Nerone? Era lì il teatro in cui debuttò l’imperatore romano che amava recitare. Finora solo una porzione è visibile, come spuntata per miracolo fra gli altri caseggiati che lo circondano, ma a breve ricominceranno gli scavi ed entro il 2015 avremo una visione più completa.
Riportare alla luce quello che tutti chiamano “il teatro di Nerone” è particolarmente difficile proprio perché, a cominciare dai Greci, che qui avevano l’acropoli e l’agorà, tutti si sono insediati in questi vicoli. Non c’è casa che non nasconda in un vano sotterraneo qualche traccia del teatro. La “media cavea”, il settore centrale dell’edificio, è stata riportata alla luce con relativa facilità perché spuntava da uno spazio libero diventato discarica. Se ne conosceva l’esistenza dall’Ottocento ma solo nel 2004 il Comune e la soprintendenza sono intervenuti insieme per acquisire locali tutt’intorno ed eseguire una ricerca sistematica, disegnando quella che era l’estensione originaria: un edificio che poteva ospitare circa 5000 spettatori.
Quanto oggi è visibile comprende uno spicchio della “media cavea”, tre gradini della sottostante “ima cavea” ed i grandiosi vani di accesso. Si entra da via San Paolo e si prosegue nel cortile di un palazzo cinquecentesco per sbucare infine all’aperto dove ci sono le gradinate. Tutto intorno, tracce di marmi colorati, di affreschi e resti riconducibili a scuderie, cisterne, tipografie, forni: vecchie e nuove botteghe che si sono avvicendate tra via San Paolo e vicolo dell’Anticaglia. «E’ uno di quei monumenti attraverso il quale si può leggere gran parte della stratificazione edilizia partenopea. Secondo il progetto di recupero il teatro non verrà isolato da quanto è stato costruito intorno; cortili, archi, soffitti, resteranno a testimoniare l’evoluzione di un intero complesso urbano, con uno scopo ambizioso: riqualificare il centro storico e consentire agli abitanti di riappropriarsi della storia del quartiere e della città».
Per tutti questo è il teatro di Nerone (al potere dal 54 al 68 dopo Cristo). Ma lo è davvero? Le fonti letterarie concordano nel collocare a Napoli la prima esibizione in pubblico dell’imperatore, che interpretava brani di tragedie accompagnandosi con la cetra. Aveva scelto per il suo esordio questa città perché manteneva tradizioni greche e vi si apprezzava chi preferiva arte e musica alle guerre di conquista, lontano dai severi senatori dell’Urbe che ritenevano poco virile l’educazione ellenica per i giovani romani, e ancor di più le esibizioni sul palcoscenico dell’imperatore. L’edificio in corso di scavo però non è quello che ospitò Nerone perché le tecniche edilizie e le ceramiche risalgono a qualche decennio più tardi. Tuttavia «non si può escludere l’esistenza di un edificio precedente, forse di dimensioni più ridotte e con un diverso orientamento».

05-Anfiteatro romano di Pausylipon
06-Purgatorio ad Arco
07-Purgatorio ad Arco, Lucia

I prossimi interventi riguarderanno uno scavo di circa sei metri per raggiungere il piano dell’orchestra e, grazie ad espropri di ambienti che si affacciano di fronte ed a lato della cavea, si potrà ritrovare ciò che si è conservato della scena originaria. Il “fronsscenae” era una quinta prospettica rivestita di marmi colorati che comprendeva nicchie e statue. Di sicuro i materiali pregiati saranno stati asportati già anticamente ma, in passato, è stato ritrovato un bel capitello e «dalle nuove ricerche potrebbero emergere ulteriori elementi architettonici delle decorazioni».
Un’altra struttura teatrale misconosciuta è sita a Posillipo, in proprietà privata, e, nonostante sia perfettamente conservata, nessuno può visitarla. Una rarità archeologica negata alla fruizione. Quanti napoletani conoscono la misteriosa Grotta di Seiano o hanno mai sentito parlare del grandioso teatro della Gaiola?
Solo da qualche anno la grotta è stata restaurata ed i visitatori hanno così potuto riscoprire l’intatta bellezza della Cala di Trentaremi, la suggestione del percorso nella penombra della cripta fino alla luce della verdeggiante valletta della Gaiola, l’imponente mole del teatro, il paesaggio straordinario del golfo che si domina dal porticato accanto all’Odeon.
Un altro percorso affascinante è costituito dalla parte sottostante alla chiesa del Purgatorio ad Arco, ricca di dipinti barocchi, dedicata al culto delle anime del Purgatorio.
Questo è probabilmente l’edificio napoletano più affascinante e misterioso del centro antico, riconoscibile per la presenza, davanti alla facciata principale, di tre teschi in bronzo intrecciati, come da tradizione, con altrettante coppie di tibie (il quarto fu rubato e mai più ritrovato agli inizi del secolo scorso), sistemati su quattro paracarri di pietra.
Importanti sono i tesori contenuti nel sottostante ipogeo: un’area cimiteriale del XVII secolo dove sono conservati teschi, ossa, nicchie sepolcrali ed antiche sepolture nella terra, oltre ad un’innumerevole quantità di “ex voto”, cioè lettere ed oggetti vari lasciati in dono, per esaudire una richiesta o come ringraziamento per una grazia ricevuta. E non mancano, tra questi, le richieste di suggerimenti molto più prosaici di numeri da giocare o da suggerire nel sempre popolare gioco del Lotto. L’itinerario serale, indubbiamente all’insegna della fugace e labile frontiera tra religiosità e superstizione e tra fede e credenza popolare, non potrà che avere il suo massimo motivo d’attrazione nella cosiddetta Terrasanta, cioè il terreno dove venivano seppelliti i defunti in attesa del Paradiso. Vi domina, in un  loculo appena illuminato, il piccolo teschio, coperto da un velo nuziale, della giovane Lucia D’Amore, figlia del principe di Ruffano Domenico D’Amore, morta nel 1798 in un naufragio abbracciata al suo sposo, il marchese Giacomo Santomago, o deceduta, più banalmente, di tubercolosi.

08-Tempio della Scorziata
09-tempio della Scorziata, opera di  Zilda

Quella che in dialetto è stata battezzata come la “capuzzella”, e che si presenta adagiata su di un cuscino color avorio, ha ricevuto nei secoli gli omaggi, soprattutto femminili, di quante vorrebbero veder soddisfatte le proprie ansie amorose, più o meno consacrabili in un matrimonio. E li riceve ancora oggi, vista la gran quantità di candele accese e di fiori freschi di cui è omaggiata (nonostante il divieto di onorare i resti umani “ignoti” decretato dal tribunale ecclesiastico negli anni Sessanta). Un tuffo nella religiosità e nella superstizione, ma anche nella storia visto che la Chiesa delle Anime del Purgatorio contiene resti e stemmi delle più importanti famiglie nobili di Napoli, dai Mastrilli, che la fecero costruire, ai Carmignano, i Caracciolo ed i Muscettola.
La chiesa della Scorziata, in vico Cinquesanti, è dedicata alla presentazione di Maria al Tempio. Fu fondata con annesso conservatorio nel 1579 da tre nobildonne napoletane, Giovanna Scorziata e Lucia ed Agata Paparo.
Nel XVIII secolo il complesso fu oggetto di rifacimento che le conferì l’attuale aspetto e nel XX secolo fu affidato all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento all’Avvocata.
Già dal 1993 tante le devastazioni ed i furti all’interno della chiesa, dove furono razziate opere d’arte di gran valore.
In alto, sull’altare in totale degrado, che un tempo doveva ospitare l’immagine di una Vergine, s’erge l’icona dipinta di una donna. Una figura inquietante, il ritratto di una ragazza seduta, ricoperta  di abiti ottocenteschi, nello sguardo un che di diabolico, i capelli corvini, il seno nudo ed un crocifisso nero tra le dita. Un’icona che si staglia su un enorme drappo all’interno del semidistrutto Sacro Tempio della Scorziata, una delle tante chiese negate del centro storico di Napoli. L’opera è stata installata diversi giorni fa e porta la firma di Zilda, noto streetartist di Rennes, considerato il “Bansky francese”. Lo stesso Zilda, già presente a Napoli con diversi “graffiti“ tra piazza Bellini e Santa Chiara - oggi distrutti o rimossi dal maltempo - ha confermato che l’opera è la sua e che si tratta di una rielaborazione del quadro “Meditazione” di Francesco Hayez.
Si svela così l’enigma legato ad recente raid nella Scorziata da parte di alcuni giovani stranieri. L’allarme era scattato lo scorso 21 gennaio quando due ragazzi avevano chiesto aiuto a carabinieri e polizia dopo  che un gruppo di “strani turisti” s’era intrufolato nell’edificio con telecamere e macchine fotografiche. Il gruppo era composto da quattro ragazzi ed una ragazza, d’origine francese.
Gli intrusi nel monumento alle spalle di piazza San Gaetano, già devastato da un incendio il 17 gennaio 2012, avevano dunque “fini artistici” e non erano né predatori d’arte, né satanisti. Anche all’esterno della chiesa, sulla cancellata, è stato appeso un ritratto di donna, più piccolo di quello all’interno, alla cui base è stato avvolto un drappo verde. Un’altra immagine straniante, il cui significato è tutto da interpretare.
Un tentativo, forse, di dare un po’ di “colore” ed una briciola di senso ad un luogo d’arte lasciato nella più vergognosa distruzione da più di trent’anni, con infiltrazioni d’acqua ovunque, macerie sparse al suolo, ed alle cui spalle si ergono le rovine di un ospizio per anziani abbandonato durante il sisma dell’80. Un regno di devastazione capace, ad ogni modo, di far restare ancora a bocca aperta.
A lasciare stupiti non c’è solo il dipinto sull’altare ma, soprattutto, vi è un affresco raffigurante la Crocifissione di Cristo, ritratto in mezzo alla Madonna e San Giovanni dolenti, d’autore ignoto, che sta letteralmente scomparendo nell’umido e pericolante ipogeo della chiesa.
L’edificio della Scorziata è forse l’emblema del degrado nel centro storico. Nonostante questo, nessuno ha pensato di andare a guardare o a salvare quell’immagine antica che potrebbe raccontare un’altra storia di Napoli, fatta d’arte antica, ben prima dell’avvento dei moderni streetartist.

10-Affresco Tempio della Scorziata
11-Farmacia Fra' Nicola
12-Spezieria della Sanitá

Concludiamo questa carrellata giungendo ai nostri giorni, quando un’antica spezieria, dovendosi trasferire a Soccavo, dopo esserestata per secoli punto di riferimento per i malati della Sanità, è costretta ad abbandonare i preziosi arredi e non trova nessun ente che li accetti per preservarli, nemmeno regalati.
Un accorato appello del titolare è stato raccolto dalle pagine de “Il Mattino” e Piero Treccagnoli, in un articolo, ha ripercorso la storia gloriosa della bottega: «Ne hanno visto passare di ammalati e anime sofferenti, mamme in lacrime e giovani donne che assistevano parenti allettati. Se gli arredi della farmacia di Fra’ Nicola a via Stella, laddove la Sanità sta per sfociare a Santa Teresa degli Scalzi, potessero parlare ne verrebbero fuori dei romanzoni popolari.
Le scansie, le vetrate, gli specchi, i marmi hanno custodito prima, per decenni, i segreti degli speziali, sciroppi, piante officinali, estratti chimici, poi hanno ospitato le asettiche confezioni di Aspirine e Maalox. E ora devono essere rimossi. L’antica spezieria, da decenni moderna farmacia, ma con una cornice d’epoca che mette ancora un po’ soggezione, si trasferisce.
Per il piano di decentramento regionale si sposta a Soccavo, da un quartiere che si va spopolando a uno più popoloso, dal centro alla periferia. I mobili appartengono al farmacista, Luciano Attanasio, che li ha acquisiti, insieme al titolo dell’attività sanitaria, un quarto di secolo fa, quando è subentrato ai vecchi speziali. «Ma ora mi è impossibile portarli via, non saprei come utilizzarli», spiega il dottore. E allora? «lancio un appello». Prego. «Invito un ente pubblico, istituzionale, a prenderli gratuitamente e a collocarli in un ambiente adeguato». Un museo? «non solo».
In un museo, magari in un’università, non ci starebbero male. Anzi. Gli arredi della Fra’ Nicola dal 1997 sono vincolati dal ministero dei Beni Culturali per il «loro valore documentario» e per l’’ «eccezionale interesse artistico e storico». I mobili ricoprono tre della quattro facciate del locale. Sono in mogano con particolari decorativi in bronzo dorato. Anche il banco di vendita  è un pezzo d’antiquariato: ha una sottile balaustra intagliata e un piano sempre in mogano e marmo bianco. «Abbandonarli sarebbe impossibile e anche un delitto contro l’arte».
Questo piccolo tesoro di falegnameria risale alla seconda metà del Settecento. E, come racconta la relazione di vincolo della Soprintendenza, provenivano dalla Spezieria del convento di Santa Teresa degli Studi. Il locale, al civico 102 di via Stella, notissimo ai residenti, è stato adibito a farmacia dai primi decenni dell’Ottocento, al tempo del re Borbone. Apparteneva ai monaci e diventò il punto di riferimento per i sofferenti, sostituendo la Spezieria, scomparsa con l’abolizione degli ordini religiosi. Gli arredi provengono proprio dall’antico convento, grazie a un contratto, stipulato nel 1883 tra i carmelitani di San Francesco di Paola e gli affittuari di allora.
Fino agli anni Settanta, la Fra’ Nicola era condotta proprio da frati. Gli ultimi sono stati fra’ Gennaro, vero e proprio farmacista con tanto di laurea, e il suo aiutante, frate Alfonso. Una loro foto è conservata amorevolmente da Attanasio che l’ha decorata con la coroncina di un rosario. «Li ho sempre tenuti qui con me» confessa. «Questa loro foto la porto a Soccavo dove, tra qualche giorno, i nuovi locali saranno già pronti e potrò quindi trasferirmi». I tempi per salvare gli arredi che, sempre secondo la relazione della soprintendenza, «rappresentano un interessante esempio di artigianato locale in stile Impero», stringono. «Diciamo che abbiamo tempo fino a fine mese» chiarisce il dottore. «Chi vuole non perda tempo, si faccia avanti». Anche il pavimento, marmo raro ormai introvabile, andrebbe salvato. Potrebbe essere  più difficile collocarlo, ma è anch’esso un pezzo della storia del quartiere Stella. Chissà quanti passi incerti, frettolosi e ansiosi, l’avranno calpestato, cercando e aspettando un rimedio che scaturisse da quelle scansie, alleviando il dolore di un giorno o di una vita».


13-Farmacia Fra' Nicola, particolare
14-Fra' Nicola


giovedì 13 marzo 2014

MOSTRA DI WASSILIJ KANDINSKIJ A MILANO

Wassilij Kandinskij

Un’interessante mostra di opere di Wassilij Kandinskij, proveniente dalla raccolta del Centre Pompidou, si terrà a Milano presso il Palazzo Reale fino al 27 aprile.
Una ghiotta occasione per conoscere un artista, in grado di dare forma e voce al colore, protagonista assoluto nei suoi dipinti.
Tra i quadri in mostra: “Improvisation III” (1909), “Quadro con macchia rossa” (1914),  “Nel grigio” (1919), “Giallo-Rosso-Blu” (1925), “Accento in rosa” (1926), “Azzurro cielo” (1940).
Il pittore russo Wassilij Kandinskij (Mosca 1866- Neully-sur-Seine 1944) era giunto alla pittura piuttosto tardi, oltre i trent’anni, dopo essersi occupato, tra l’altro, di musica, arte popolare e religioni primitive. Stabilitosi a Monaco nel 1906 s’interessò subito agli esiti locali dello “Judenstil” ed alle varie tendenze d’avanguardia con cui venne in contatto nei frequenti viaggi a Parigi, sulle quali elaborò proprie tendenze estetiche.
Egli partiva da concetti ormai acquisiti, come l’autonomia del quadro rispetto all’apparenza del reale e la valenza simbolica data alle forme nello stesso “Jugendstil” ma, mentre quest’ultimo legava ancora tali forme all’oggetto di rappresentazione («un quadro senza oggetto è senza senso» si affermava), Kandinskij sostenne che forme, segni, colori conservavano il loro valore simbolico ed espressivo anche se completamente dissociati dalla configurazione dell’oggetto. L’effetto, la sensazione, l’azione psicologica esercitata da una pittura derivava, secondo lui, più dal rapporto stabilito tra gli elementi formali che dalla fisionomia della cosa rappresentata.
Egli prese  quindi ad usare le forme in rapporti liberi da qualsiasi riferimento oggettivo, combinando linee e colori in armonie formali autonome, in analogia con quelle musicali, dove l’espressione è il prodotto di suoni «senza significato». Seguendo tale via, le cui tappe sono ben documentate dalla sua produzione tra il 1908 ed il 1913, egli giungeva alle prime «composizioni» astratte della pittura moderna. Malgrado la completa astrazione, l’effetto di tali composizioni non è tuttavia puramente decorativo, poiché Kandinskij crea accostamenti di linee, segni e macchie di colore in funzione di una sollecitazione emozionale atta a provocare la «risonanza interiore», in analogia a concetti già espressi nella pittura simbolista e nello stesso “Judenstil”.
All’affermazione di tali valori assoluti nel campo della pittura concorsero forse in parte, nel dotto e meditativo artista russo, componenti culturali relative al pensiero filosofico e religioso orientale, come l’aspirazione al distacco totale dalla realtà od il raggiungimento della perfezione attraverso la via interna della conoscenza, anziché quella esterna della rivelazione. Ma a tutto ciò doveva anche fatalmente condurre quella ormai irreversibile tendenza a distinguere sempre più ed a separare la realtà oggettiva dalla realtà altra, autonoma dell’opera d’arte che, avviata da Manet (e forse provocata dall’avvento della fotografia) aveva rappresentato la nota dominante nel processo di rinnovamento del linguaggio artistico promosso dalle varie avanguardie.
Nella sua autobiografia, “Sguardo sul passato”, scritta tra il 1913 ed il 1918, l’artista, con pagine appassionate, ripercorre il suo amore per il colore, quel magma incandescente e caleidoscopico, presente in tutti i suoi capolavori. Per lui il cromatismo è il liquido amniotico entro cui germoglia la creazione.
I colori sono esseri viventi, dotati di una distinta personalità, di una propria impronta, capaci di condurre fino all’osservatore messaggi ed emozioni.
Essi, da quando escono maestosamente dal tubetto, con ribollente giocosità e con forza arrogante, posseggono un’autonoma vitalità e sono pronti in ogni momento a sottomettersi a nuove combinazioni, mischiandosi l’un l’altro a creare un numero infinito di nuovi universi.
Afferma: «La pittura è la collisione rimbombante di mondi eterogenei, chiamati ad edificare, attraverso la lotta, un nuovo mondo che si chiama opera».
«Il colore è il tramite per influenzare l’anima. E’ il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. I quadri sono sinfonie le cui note sono i colori».
Il colore per Kandinskij è una porta che introduce a profondità abissali e l’osservatore deve avere l’impressione di essere immerso nel mezzo cromatico. Oltre la superficie, verso la profondità spirituale, tramite la potenza dei colori l’uomo parla all’uomo del sovraumano. Questo è il linguaggio dell’arte: parola di Kandinskij!

Improvisation III

Quadro con macchia rossa

Nel grigio

Giallo,rosso,blu

Accento in rosa

Azzurro cielo


sabato 8 marzo 2014

SEGNI MISTERIOSI SULLA PIETRA





Il primo a parlare di architettura esoterica, cercando di penetrare la testimonianza misteriosa lasciataci da quelle maestranze attive a Napoli, tra tardo medioevo e primo rinascimento, fu il mio compianto amico Mario Buonoconto nel suo prezioso volumetto sulla “Napoli esoterica”.
Già sotto i Normanni e poi durante i regni di Svevi, Angioini ed Aragonesi, giunsero in città, dal nord Europa prima e poi dalla Francia e dalla Spagna, artigiani organizzati in confraternite sul modello franco templare.
Essi erano particolarmente abili nel sagomare il piperno, pietra molto dura, adoperata in genere per la pavimentazione stradale e per ricavare portali e soglie di balconi. 
Già in epoca tardo romana si erano costituite delle corporazioni di maestri pipernieri che tramandavano i “segreti dell’arte” solo a pochi fidati apprendisti.
Nel Rinascimento erano chiamati “maste ‘e prete” e si immaginava che sapessero caricare la pietra di energia positiva.
Quando si apprestavano alla costruzione di un edificio importante, oltre a porre nelle fondamenta alcune monete, come obolo per i morti, in ossequio a riti propiziatori in uso presso i Caldei ed i Greci, cercavano, sfruttando una sorta di rabdomanzia, d’identificare i punti di forza del luogo, scegliendo il più adatto per costruire.
Questa breve introduzione è necessaria per affrontare il discorso sui segni presenti sul bugnato della facciata della chiesa del Gesù Nuovo, precedentemente palazzo della nobile famiglia dei Sanseverino, edificato nel Quattrocento e, dopo sfortunate vicende della casata, ceduto all’ordine del Gesuiti, che lo trasformarono nella splendida chiesa barocca, tra le più note della città.
L’architetto Novello da San Lucano si servì di maestranze locali che crearono quella serie di piccole piramidi aggettanti verso l’esterno con il vertice puntato sull’osservatore.
Queste facciate a bugnato, relativamente diffuse al nord, sono insolite nel meridione ed a Napoli ve ne son ben pochi esempi.
Su quelle in esame sono presenti numerosi strani segni incisi sulla superficie, un misterioso alfabeto con una sorta d’ideogrammi che si ripetono secondo un ritmo particolare, che fa supporre ad una chiave criptata di lettura, di recente oggetto di una suggestiva interpretazione da parte di uno studioso locale, Vincenzo De Pasquale, che ha ritenuto di identificarvi un pentagramma che si è materializzato in un concerto eseguito nella navata della stessa chiesa del Gesù Nuovo.
La lettura fatta dal De Pasquale parte dall’ipotesi, smentita da esperti della lingua, che i misteriosi segni non siano tracce lasciate dai cavatori per conteggiare il lavoro svolto, bensì lettere dell’aramaico, la lingua parlata da Gesù.
Ad ogni segno corrisponde una nota e la facciata è un pentagramma sul quale l’architetto, Novello da San Lucano, ha scritto la sua opera musicale che, di traccia in traccia, per vie misteriose, sarebbe finito persino in un’opera di Johann Sebastian Bach.
Il concerto, reintitolato “Enigma”, è stato suonato dall’organista ungherese LorentRez ma sarebbe stato scritto originariamente per strumenti a plettro. Il legame con l’Ungheria non è casuale. Novello da San Lucano andò a vivere nel paese magiaro e là morì, dopo aver progettato e costruito diversi edifici ed aver lasciato sue tracce nella storia artistica e musicale.
Alla ricerca di altri messaggi sulla pietra si è mosso da tempo un appassionato medico di professione, Lucio Paolo Raineri, che ha indagato sulle mura medioevali cittadine, costruite dagli Aragonesi, a partire dal 1484, servendosi di maestranze di Cava ‘de Tirreni ed utilizzando piperno proveniente dalle cave di Soccavo.
La folgorazione per il riflesso di uno specchio provocato da un’insolita luce estiva gli fece scorgere i frammenti di un misterioso discorso sulle pietre scure della Torre San Michele in via Cesare Rosaroll, una delle meglio conservate. Ha continuato le sue indagini fotografando altri segni strani su mura e torri che da via Marina arrivano fino a via Foria. Ha così fatto molte altre scoperte, alcune già note agli studiosi della Napoli segreta. «Sono quasi tutti segni lapicidi, marchi di fabbrica dei cavatori, segni di posa, di allestimento».
Per lo più si tratta di lettere dell’alfabeto, numeri o simboli astrologici ed anche una croce uncinata, segno di antica tradizione indiana (molto simili a quelli trovati anche sul bugnato della facciata del Gesù Nuovo). In altri casi, sono segni che richiamano l’alchimia o la massoneria perché le logge segrete originariamente erano composte da fratelli muratori.
I segni su Torre San Michele sono stati soltanto il punto di partenza.
Armato di taccuino e macchina fotografica, il medico-Indiana Jones s’è fatto tutto il percorso aragonese. «Naso all’aria», racconta, «confrontandomi con le supposizioni di chi mi vedeva in giro, cominciai a rivisitare i massi di piperno di altre torri, con i soli limiti di penetrazione del mio sguardo e della loro dislocazione e accessibilità» perché gran parte della fortificazione è ormai all’interno di palazzi privati o è stata abbattuta o è stata sommersa da superfetazioni architettoniche.
L’anamnesi di Raineri è stata scrupolosa ed ha partorito una relazione documentatissima nella quale si legge il resoconto delle sue esplorazioni nella metropoli dei segni che avrebbe fatto la felicità di un Roland Barthes in cerca del grado zero della testimonianza operaia. «Niente scorsi sui massi della piccola Torre Duchesca a vico Santa Maria a Formiello», scrive, «né sulla vicina Torre Sant’Anna. Porta Capuana ed il tratto di mura tra Torre Onore e Torre Gloria fu ricchissimo di reperti, visibili ad occhio nudo e ad altezza d’uomo. La stessa scarsezza di risultati l’ebbi per porta Nolana, anche se la grafia di quello che può sembrare un’intera parola sconosciuta, alla base della Torre Fede, mi ha lasciato sconcertato».
Oltre che sulle torri aragonesi, i segni lapicidi sono presenti in Campania sull’abbazia di San Guglielmo al Goleto e sulla cattedrale di Sant’Antonino a Sant’Angelo dei Lombardi e sull’abbazia di Santa Maria di Realvalle a Scafati.
Ma in una metropoli perennemente affollata e costruita su se stessa, ogni angolo racchiude un segreto, un messaggio, una pietra parlante. «L’importante è cominciare a capirne la lingua», commenta Raineri, che, molto probabilmente, è solo quella del lavoro.
Al fianco di scritte pseudocriptiche, ve ne sono altre, perfettamente leggibili, ma delle quali ci sfugge il significato, come quella che s’incontra nel porticato del chiostro dell’ex dimora dei Caracciolo, i cui locali sono stati utilizzati negli ultimi anni dai giudici di pace per i loro uffici.
Cogliamo l’occasione per descrivere il mastodontico edificio che ospita la scritta, posto sull’ultimo tratto di via Tribunali, l’unico in stile tardo gotico ed unico che ricorda l’architettura catalana.
L’edificio era stato disegnato dal grande architetto dell’arca funebre di re Ladislao a San Giovanni a Carbonara, Andrea Ciccione, e ne sopravvissero, come si vede, l’arco d’ingresso, il pianterreno del primo chiostro e la porta della sala di ricevimento, in origine sacello gentilizio di Sergianni e fino al diciottesimo secolo ricchissima cappella, detta “il tesoro”, dove si nominavano i nuovi magistrati del vicino tribunale. Oggi, ad abitare il complesso, è il Comune di Napoli con i suoi uffici, sezione San Lorenzo, quartiere Forcella. Al primo piano i corridoi con gl’infissi in legno e le vetrate mostrano ancora il disegno ospedaliero. Qui erano ricoverate persone fino a pochi decenni fa: gli ultimi anziani pazienti ne sono usciti nel 1970.
Il Lazzaretto, sala maestosa, sgombra dai letti o dai pagliericci che si dovevano usare per appestati, malati di tifo ed altri pazienti colpiti da epidemia, è un trionfo di luce.  Una separazione architettonica con timpano distingue la corsia dalla sala chirurgica o gabinetto medico.
Oggi, al posto dei tavoli anatomici, c’è una piccola sala conferenze su cui troneggia una lapide dedicata a Mariano Semmola. Tutta la sala del Lazzaretto è circondata a mezza altezza da una lunga balconata da cui passare cibo e rimedi ai malati con cui non si poteva entrare in contatto. Qui si curavano, tolte le epidemie, le diffusissime malattie veneree e della pelle (nel 1888 vi  fu istituito un reparto dermoceltico).
Pochi anni fa in questa sala, infinitamente lunga ed infinitamente alta, sessanta metri, per dieci, per sei, è stata girata una fiction dedicata al medico santo Giuseppe Moscati, interpretato da Beppe Fiorello. Due anni fa, con la venuta a Napoli, in occasione del Napoli Teatro Festival, del grande regista spagnolo Enrique Vargas, il Lazzaretto diventò spazio teatrale, oscurato ed irriconoscibile, un lungo ventre di balena dove si avveravano visioni felliniane, gomitoli di cotone e ragnatele, morti e voci del passato e feste mobili che avvolgevano lo spettatore in un’esperienza irripetibile: un bell’esorcismo per un luogo del potere diventato luogo di sofferenza ed infine, luogo d’arte.
Il bellissimo palazzo, che era stato simbolo del potere di Sergianni Caracciolo su Napoli e sulla regina Giovanna II, sede di feste ed intrighi, manifesto della potenza degli uomini nuovi sulle antiche dinastie, acquistato dai frati Ospedalieri nel 1587,si trasformò in ospedale, per necessità. Giaceva in abbandono da un secolo, infiltrato da case private, tanto che le liti fra vicini produssero un morto, come testimonia la lapide minacciosa,ancora oggi presente, voluta da un diffamato, in un lato del cortile: «Dio m’arrassa da invidia canina da mali vicini, et da bugia d’homo dabbene». Questa frase si presta a varie interpretazioni: potrebbe essere una preghiera od una delle tante invocazioni scaturite dalla filosofia dei napoletani. Viene anche citata dal Chiarini ed una leggenda vuole che se i frati dell’ospedale avessero tolto la targa, il possesso della donazione sarebbe passato all’ospedale Incurabili.



01-Mario Buonoconto

02- Napoli esoterica

Foto di Maddalena Iodice

03-chiesa del Gesù nuovo
04-particolare del portale
05-segni sul bugnato a diamante
06-porta Capuana
07-tracciato murario di Porta Capuana con superfetazioni
08-tracciato murario di Porta Capuana con superfetazioni
09-segni, particolare della foto n08
10-portale Ospedale Santa Maria della Pace, di Andrea Ciccione
11-lapide interno cortile
12-sala del Lazzaretto
13-sala del Lazzaretto
14-sala del Lazzaretto

15-Ospedale Santa Maria della Pace, Achille della Ragione 17 marzo 2007
16-il Lazzaretto dalla sala conferenze

martedì 25 febbraio 2014

IL MAGO DELLA CIBERNETICA

Eduardo Caianiello


Eduardo Caianiello, nato a Napoli nel 1921, scomparso nel 1993, è stato uno dei più grandi fisici italiani.
Laureato in Fisica a Napoli nel 1944, conseguì il PhD all’università di Rochester (New York) nel 1950.
Dopo aver insegnato a Torino, Roma e Princeton, dal 1956 è stato professore di Fisica Teorica prima all’Università di Napoli e poi, dal 1973, in quella di Salerno.
I suoi principali contributi hanno  riguardato la Teoria Quantistica  dei Campi e la cibernetica. In particolare, è stato un pioniere nello studio delle Reti Neurali. 
Ha affiancato alla ricerca scientifica un’intensa attività organizzativa e direttiva. Ha fondato e diretto l’Istituto di Fisica Teorica all’Università di Napoli, il Laboratorio di Cibernetica del CNR ad Arco Felice (Napoli), la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Salerno, l’Istituto Internazionale per gli Alti Studi Scientifici (IIASS)  a Vietri sul Mare (Salerno) e la Scuola di Perfezionamento in Scienze cibernetiche e fisiche.
I suoi principali contributi riguardano la teoria delle reti neurali adattive. Fondamentale contributo in tal senso è l’Equazione di Caianiello (Caianiello’sequation) con cui si formalizza la teoria dell’apprendimento hebbiano.
Molti sono gli allievi e continuatori del pensiero scientifico di Caianiello. Tra questi: Francesco Guerra, Francesco Lauria, Salvatore Rampone, Luigi Maria Ricciardi, Giuseppe Trautteur.
L’Istituto di Cibernetica nasce nel 1968 da un’idea, particolarmente ambiziosa per quegli anni, del suo fondatore, Eduardo Caianiello, di raccogliere intorno ad un obiettivo comune, la Cibernetica, competenze provenienti da discipline diverse. Durante le direzioni che sono seguite, le attività dell’Istituto si sono orientate, seguendo un trend mondiale, verso una sempre maggiore specializzazione tematica in specifici settori disciplinari che si sono nel frattempo affermati e consolidati, mantenendo allo stesso tempo una spiccata capacità d’interazione interdisciplinare a livello metodologico. Negli ultimi anni questa “capacità di dialogo”, oltre a facilitare l’elaborazione di collaborazioni multi ed interdisciplinari con varie istituzioni scientifiche, ha condotto ad elaborare diversi progetti interdisciplinari anche all’interno dello stesso Istituto.
Ebbi occasione negli anni Ottanta, durante le feste natalizie, di trascorrere un’intera giornata con il personaggio, ospite della sua splendida casa nel castello sul mare a Rivafiorita. Mi ci recai grazie a Giosi Campanino, un estroso personaggio del quale purtroppo da tempo ho perso le tracce.
Durante l’incontro ebbi modo di raccogliere una sorta di confessione da parte del professore, amareggiato per le difficoltà che s’incontrano a Napoli per organizzare un progetto con criteri d’efficienza e competitività.
“Se decidessi d’andarmene da Napoli, me ne andrei a Tokio”. L’Estremo Oriente l’affascinava. Nel suo salotto pitture e stampe cinesi alle pareti ed in vetrina e negli scaffali, avori indiani, smalti indonesiani, statuette giapponesi.
Egli citava disinvoltamente Confucio e proverbi nipponici. Spiegava agli ospiti: “Il Giappone è passato direttamente dal feudalesimo all’elettricità, senza attraversare la civiltà del vapore. Una rivoluzione tecnologica che potrebbe attuarsi anche nel meridione, se si decidesse di entrare in una società cibernetizzata. Forse potrebbero farlo i nostri giovani, che sono molto dotati, ma costretti a muoversi tra strutture carenti”.
Sogni che purtroppo non si sono realizzati ed inconsciamente Caianiello lo sapeva e cercava di consolarsi nel tempo libero leggendo libri di storia, una passione coltivata da quando era ragazzo e componeva in latino  e scriveva poesie. Credeva che avrebbe scelto una facoltà umanistica, invece abbracciò la via della matematica e della fisica. Riteneva però che scienza ed umanesimo s’intrecciassero nelle tre più importanti creazioni dell’intelligenza umana: alfabeto, sistema numerico decimale, teorema di Pitagora.
Sono state fondamentali per il bene ed il male del genere umano: hanno favorito lo sviluppo della civiltà ma anche i calcoli balistici.
La quarta grande creazione è la cibernetica.
Fu il padre della cibernetica, l’austriaco NorbertWiener, durante una passeggiata tra i vicoli di Spaccanapoli, a pensare ad una valorizzazione turistica della zona greca di Napoli”.
Concluse con un invito alla città ed ai giovani: “E’ inutile litigare su come ripartire la povertà quando, guardandoci in giro, possiamo adoperarci per creare la ricchezza”.

LO SCULTORE SIMBOLO DEL NOVECENTO

Augusto Pereznasce

Augusto Pereznasce a Messina nel 1929 ma fin da bambino si trasferisce a Napoli, dove frequenta per qualche anno la Facoltà di Architettura. Ben presto, però, la scultura assume un ruolo centrale nella sua vita ed egli vi si dedica completamente a partire dagli anni ’50.
E’ stato definito un “hidalgo spagnolo” per la nobile figura, alta e slanciata, oltre che per  i gesti gentili, sotto i quali nascondeva una certa inquietudine.
Artista appartato e schivo, a tratti visionario, ha contraddistinto la scultura italiana del ‘900 partecipando ad importanti mostre in Italia ed all’estero, oltre ad una serie di personali.Uno dei soggetti centrali per questo artista è quello dell’ombra, sottolineato persino dai titoli in alcuni lavori più famosi (si pensi a “Crepuscolo”, “Notte” o alla serie della “Meridiana”).
Il trascorrere del tempo segnato dalla luce giustifica l’uso della tecnica, a base di potenti chiaroscuri, attuata anche nei bellissimi disegni.
Tutta la sua poetica si può dire che aspiri ad un valore simbolico.
Ecco perchè “l’importanza dell’opera di Perez potrà essere compresa se si avvertirà quanto grandioso e disperato c’è nella sua ostinazione a tenere saldamente congiunta la forza di rappresentazione dell’immagine con una tagliente ed ossessiva tensione intellettuale” (F. Simongini). Tale poetica, emersa peraltro fin dagli anni ’60, viene oggi registrata dalla critica più avanzata. Già alcuni anni orsono G.Testori, a proposito dell’opera di Perez, parlava a buon diritto di scultura che “sprofonda in se stessa  e traduce lo strazio del nostro essere uomini nello strazio della bellezza”.
L’ispirazione artistica gli scoccò mentre frequentava il ginnasio al Sannazaro, quando in un libro scopri una vecchia monografia di Bistolfi, scultore liberty, che lo entusiasmò al punto da spingere sua madre ad accompagnarlo al cimitero di Milano a studiare da vicino alcuni monumenti funebri.
Poi si avvicinò alle sculture di Gemito e cercò con l’argilla di riprodurre alcuni suoi lavori. 
Il padre volle che s’iscrivesse ad architettura ma, in segreto, continuò ad impastare creta fino a quando una sua creazione, “Una venditrice di sigarette”, attirò l’attenzione di Raffaello Causa e Paolo Ricci, con il risultato che lasciò l’università e, presa la licenza per insegnare disegno, cominciò ad insegnarlo in una scuola media di Terracina: nel frattempo, a 22 anni, si sposò con Sisina.
S’interessano ai suoi lavori Armando De Stefano, che gli consiglia di tornare a Napoli, e Guttuso, che presenta una sua opera ad una esposizione a Roma.
Rompe ogni indugio quando Emilio Greco l’invita a fargli da assistente presso la cattedra di scultura dell’Accademia di Belle Arti napoletana, al cui fianco resterà per dodici anni. 
Nel frattempo ha l’occasione di presentare alcuni suoi lavori alla Quadriennale di Roma, dove incontrano successo tra i critici. E’ il 1956 e la repressione dei moti in Ungheria l’induce ad abbandonare il partito comunista.
Un anno dopo ottiene, ancora trentenne, un’intera sala alla Biennale di Venezia, privilegio che si ripeterà anni dopo alla Quadriennale di Roma.
Il Presidente Leone gli assegna, assieme a Cagli, il prestigioso premio dell’Accademia di San Luca per la scultura.
Tra le sue creazioni frequentemente ricorre “L’ermafrodito”, un’immagine impietosa e tragica non solo dell’ambiguità della nostra epoca ma anche della lotta interiore che ha sempre lacerato quest’artista, convinto che una scultura perfetta non esiste, rimane un’aspirazione irraggiungibile, ad eccezione forse della sfera che può dare l’idea della deità fino al momento che precede la sua contaminazione attraverso l’assunzione di una qualsiasi forma.
Scomparso nel 2000, dopo dieci anni l’Accademia di Belle Arti, dove insegnò polemicamente per lungo tempo, ha inaugurato una grande mostra delle sue opere per ricordarlo, curata da Aurora Spinosa.
Fu possibile apprezzare una serie di disegni, sculture in gesso, in bronzo ed in argento della fine degli anni Cinquanta ed i trofei del ’62 – ‘63, oltre ad una serie di specchi ed il “Narciso”, uno dei suoi capolavori, esposto alla Biennale del ’66.
Ricordo l’interesse tra i numerosi visitatori, molti dei quali non lo conoscevano affatto, probabilmente perché le sue opere sono in giro per il mondo e Napoli ne possiede una soltanto, un gigantesco “Centauro” posto nell’atrio della Cassa Marittima.
Dieci anni di attesa per una mostra, molti di più per un museo a lui dedicato nello storico Palazzo dello Spagnolo alla Sanità, al fianco di quello dedicato a Totò, divenuto ormai la prova tangibile e perenne dell’inefficienza delle amministrazioni cittadine ed ancora più grave l’attesa, promessa anni addietro, di un mausoleo funebre nel circolo degli uomini illustri nel cimitero di Poggioreale. 
Ma tanto, per i morti il tempo non esiste e possono tranquillamente attendere.

2-Crepuscolo, di Augusto Perez

3-Meridiana Fontana, di Augusto Perez

4-Ermafrodito, di Augusto Perez

5-Narciso, di Augusto Perez

6-Centauro, di Augusto Perez-mostra a Castel dell'Ovo anno 2000