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martedì 8 aprile 2014

Un inedito siglato di Giorgio Garri

fig. 1

Nella schiera degli specialisti minori impegnati a Napoli nel settore della natura morta va collocato Giorgio Garri (Napoli? – 1731), del quale la più antica testimonianza ci è fornita dal De Dominici, che lo segnala nella bottega di Nicola Casissa, per quanto fosse suo coetaneo.  Il biografo tiene a sottolineare l’abilità dell’artista nel dipingere fiori e frutta, imitando lo stile non solo del suo maestro, ma anche del sommo Belvedere e ci racconta che egli lavorava con studio e con amore, morendo nel 1731 dopo aver perso la vista.
Anche Giorgio appartiene ad una famiglia di generisti, infatti suo fratello Giovanni fu “buon pittore di marine e paesi” e la figliola Colomba brava nel realizzare “fiori e pescagione ed anche cose dolci, seccamenti, cose da cucina e sul finir dell’attività anche vedute di città in prospettiva”. A sua volta Colomba aveva sposato il pittore ornamentista Tommaso Castellano ed anche le sue figlie Ruffina, Apollonia e Bibiana furono avviate al disegno ed ai pennelli con un mediocre successo.
Causa nella sua esegesi sulla natura morta napoletana del 1972 mostra di non conoscerlo, anche se una mezza figura di donna era comparsa  sul giornale Les Arts del febbraio 1907 ed un suo quadro era registrato nel 1747 nell’inventario del principe di Scilla Guglielmo Ruffo.   La ricostruzione della sua personalità è merito del Salerno, che nel 1984 ha pubblicato un suo dipinto di grosse dimensioni transitato sul mercato e firmato per esteso, raffigurante una Donna ed altre figure in un giardino (fig. 1) da collocare nell’ambito del decorativismo di ascendenza giordanesca.
Nel 1990 presso la Finarte di Milano è stata aggiudicata una coppia di dipinti raffiguranti: Giardino di delizie con fontane, fiori, frutta e Giardino di delizie con fontane, fiori, frutta, uccelli e figure (figg. 2 - 3), che, per quanto non firmata, richiama a viva voce il quadro reso noto dal Salerno.
Infine un’altra opera del Garri si trovava nella pinacoteca D’Errico  ed oggi nel museo di Matera, si tratta di una Natura morta con cocomero, mele cotogne, uva e lazzeruoli con sfondo di paesaggio (fig. 4), firmata Giorgio Garri, che ci rivela come il pittore, si fosse orientato a seguire i modi pittorici di Giovan Battista Ruoppolo.

fig. 2

fig. 3

fig. 4

Probabilmente la tela proviene dalla collezione del principe Ruffo, nel cui inventario redatto nel 1748 dopo la morte del nobile da Rogadeo di Torre di Torrequadra sono menzionate due tele del Garri, una delle quali risponde come soggetto a quella già D’Errico, anche se con misure diverse, a dimostrazione forse di una replica seriale dei dipinti più riusciti: “due quadri compagni originali di Garri, uno rappresenta mezzo melone d’acqua e tre cotogni, azaroli rossi e bianchi et una pigna d’uva, l’altro quattro granati, mela et uva, colla cornice indorata di palmi 3 e 2 e mezzo”.
“ Il sottile realismo con cui l’artista dipinge i frutti accuratamente ricercati, il modo di lumeggiare i viticci attorcigliati, toccati da una lieve brezza, le preziosità materiche ravvisabile nella cromia vibrante e soprattutto l’ambientazione all’aperto della scena, immersa in una luce densa e fonda”, ci permettono di apprezzare un pittore le cui opere andranno ricercate con più attenzione nel mare magnum delle tante nature morte di autore ignoto o sotto le più diverse attribuzioni.
Infine molto interessanti le due Composizioni monumentali di frutta e fiori con figure (figg. 5 - 6) dell’antiquario Tornabuoni di Firenze. Esse presentano alcuni putti e prosperose fanciulle immersi nell’atmosfera arcadica di un giardino patrizio con statue di gusto classico, fontane zampillanti e preziosi vasi baccellati coronati da vaporose ghirlande di fiori e frutti multicolori, mentre all’orizzonte si intravedono alti obelischi in una selva di cipressi. Avvicinate alla produzione di Aniello Ascione e ad uno specialista giordanesco per le figure, noi riteniamo, per palmari somiglianze con alcuni dipinti del Garri (figg. 2 - 3) di poter attribuire a quest’ultimo i due pendant, mentre per la discinta fanciulla e per i putti pensiamo al pennello di Paolo De Matteis o di un suo stretto collaboratore. 
Di recente in una nobile famiglia napoletana ho avuto modo di identificare una splendida natura morta del Garri, siglata "G.G.", raffigurante al centro della composizione delle melograne eseguite con grande abilità ed un vivo cromatismo al punto di stimolare l'appetito dell'osservatore e sovrapponibile ad altre presenti in dipinti certi dell'autore (figg. 7 – 10)
Un importante aggiunta al catalogo dell'artista, che merita di essere conosciuto ed apprezzato non solo da pochi specialisti, ma da tutti gli appassionati dell'arte.

fig. 5

fig. 6

fig. 7

Bibliografia
De Dominici B. - Vite de pittori, scultori ed architetti napoletani 1742 – 45 (ristampa anastatica del 1979), pag. 575 - 576  - Napoli 1742 – 45
Rogadeo di Torrequadra  E. - La quadreria del principe di Scilla, in Napoli nobilissima, VII,  pag. 108 – Napoli 1898
AA.VV. in Thieme U. – Becker F., vol. XIII, ad vocem, pag. 216 – 217 – Lipsia 1920
Giannone O. – Giunte sulle vite de’ pittori  napoletani(a cura di Morisani O.), pag. 189 – Napoli 1941
Prota Giurleo U. – Pittori napoletani del Seicento, pag. 33 – Napoli 1953
Causa R. – La natura morta a Napoli nei Sei e nel Settecento, in Storia di Napoli, V, tomo 2,  pag. 1053, nota 113 – Cava de Tirreni 1972
Salerno L. – La natura morta italiana 1560 - 1805, pag. 254, fig. 68.1 – Roma 1984
Tecce A.  – in La Natura morta, II, pag. 950, fig. 1154 – Milano 1989
Galante L. - in La Natura morta, II, pag. 980, fig. 1199 – Milano 1989
Galante L. – I dipinti della collezione D’Errico, pag. 262 - 263, fig. 182 – Galatina 1992
Capobianco F. – Garri Giorgio in Saur Allgemeines Kunstlerlexicon, pag. 432 - 2006
Sansone E. - in Splendori del Barocco defilato(catalogo), pag. 138 – 242 – 2009
della Ragione A - La natura morta napoletana del Settecento, pag. 70 – 71 – 72, fig. 86,  tav. 172 – 173 – 174 – 197 – 198 -  Napoli 2010
fig. 8

fig. 9

fig. 10


sabato 8 marzo 2014

Monsù Desiderio alias François de Nomé

De Nomè-Costantino distrugge gli idoli (Napoli, Museo di Capodimonte)

Mentre da poco era passato da Napoli, Caravaggio il quale con le sue straordinarie innovazioni giocate sul filo di luce e ombra e su una resa della verità oggettiva puntuale ai limiti della crudeltà, riuscì che al suo verbo prontamente si adeguassero generazioni di artisti; come se nulla fosse accaduto, nella capitale vicereale, operò per quindici anni un pittore, proveniente dal Nord Europa, dalla fantasia irrefrenabile e dalla pennellata onirica, in grado di precorrere di secoli lo sviluppo che l’arte avrebbe espresso nel ‘900.
A far conoscere al pubblico questo personaggio, poco noto agli stessi specialisti, è un romanzo di Fausta Garavini: Le vite di Monsù Desiderio, un’affascinante immersione tra arte, luci e tenebre del promo Seicento tra Napoli e Roma. L’autrice è una francesista, nota per le sue ricerche su Montaigne e sulla storia della cultura e negli anni passati altri suoi romanzi hanno avuto riscontro positivo da parte sia del pubblico che della critica.
Protagonista è il pittore, di origine lorenese, la cui identità è stata a lungo avvolta nel mistero, come misteriosi nel significato allegorico sono rimasti i suoi quadri, che scavalcano il tempo, per porsi autorevolmente in un Pantheon ideale dell’arte fantastica a fianco delle tele di Magritte, di Max Ernst, di De Chirico.
Dopo gli studi di Raffaello Causa, una monumentale monografia di Maria Rosaria Nappi ha gettato ampi fasci di luce sulle opere e l’attività di François de Nomé (come del suo connazionale Didier Barra, specialista in spettacolari vedute a volo d’uccello).
Le sue sorprendenti creazioni sono pervase da atmosfere oniriche e visionarie, popolate da eccentrici congegni mitologici, posizionati tra grandiose architetture in rovina. 
La sua vasta produzione colpì molto Andrè Breton, facendo così ingresso in pompa magna nell’albero genealogico del surrealismo.
Ne viene fuori una biografia largamente e dichiaratamente «finta» in quanto ad accertabili corrispondenze con il personaggio ispiratore, ma riccamente rivelatrice di ambienti, pensieri e sensibilità di un periodo decisivo per la definizione di orizzonti della modernità che sono ancora i nostri. Sullo sfondo ci sono Galileo, Giordano Bruno arso in Campo de’ Fiori, Tommaso Campanella prigioniero a Castel dell’Ovo e a Castel Sant’Elmo di Napoli, e in diretta spunta Gianbattista Della Porta. Nel complesso scenario reso vivido dal racconto, i dipinti di de Nomé e dei suoi sodali funzionano da traccia – con le immagini riprodotte lungo le pagine – per la ricostruzione della tormentata coscienza dell’artista. François appare curioso di antichità e di cultura, ingegnoso, sensibile, sempre più incline alla più nera malinconia dei «nati sotto Saturno», pienamente partecipe delle nuove prospettive che intorno a lui suscitano speranze e smarrimenti, ribellioni e feroci condanne.
Dopo la lettura del romanzo non si resiste al desiderio di consultare la splendida monografia dedicata al pittore dalla Nappi ed ammirare una ad una le evanescenti creazioni di questo superbo sognatore.

De Nomè-Gli Inferi (Besancon, Musée des Beaux Arts)
De Nomè e Barra-Paesaggio architettonico (Collezione privata)
De Nomè-Interno di cattedrale (Napoli, Accademia di Belle Arti)
De Nomè-Veduta a volo d'uccello dei Campi Flegrei, Procida, Vivara e Ischia (Napoli, Collezione Dalla Vecchia)
De Nomè-Veduta di Napoli (Collezione privata)

lunedì 27 gennaio 2014

Le leggende dell’amore


La nostra tradizione culturale, greco-romana e giudaico-cristiana ha creato miti e leggende che hanno come motivo l’amore, divinità maggiori e minori affollavano il Pantheon greco da Venere ad Eros, da Afrodite a Cupido, ma pochi sanno che gran parte di questo materiale proviene da una fonte risalente al 2500 a.C., a Gilgamesh, il Re sumero di Uruk ed è stata scritta su tavolette di argilla, le quali fortunatamente, ci sono pervenute. Anche tante radici di miti letterari e religiosi derivano da quell’antica Epopea: dal serpente che condanna gli uomini alla mortalità al diluvio universale, ai numerosi viaggi nel regno dei morti che ispirò quelli di Orfeo, di Enea, di Dante. Gilgamesh fonda Uruk, la prima vera città e da sicurezza ai propri sudditi, ma in cambio pretende da loro, uomini e donne, che obbediscano ad ogni suo capriccio. A renderlo più docile arriva Enkido, una sorta di suo alter ego: se Gilgamesh è per due terzi Dio, Enkido è un uomo animale (un antenato dei centauri), fino a quando una donna non gli fa scoprire il sesso e lo rende uomo a tutti gli effetti. Tra Gilgamesh ed Enkido nasce una rivalità, che sfocia in un combattimento feroce, dopo il quale nasce una forma di “amicizia particolare” come quella che Omero farà nascere tra Achille e Patroclo. Quando Enkidu muore, Gilgamesh disperato lo cerca nell’oltretomba e scopre una verità ben diversa da quella raccontata dalle altre epiche: non vi è nulla che attende l’uomo oltre la morte e questo rende la vita terrena un bene prezioso da utilizzare fino in fondo. 
Per chi volesse approfondire questa straordinaria epopea, consigliamo un libro uscito di recente “Gilgamesh, l’epopea del Re di Uruk”, un affascinante viaggio dall’argilla all’acquerello, un volume a tre mani tra la grafica francese Lurie Elie, la pittrice iraniana Forough Raihani e la giornalista italiana Alessandra Grimaldi, a cui è collegato un mp3 letto da Francesco Pannofino con musiche di Giorgio Giampà.

L’amore al tempo della galera



Avrei voluto intitolare questo capitolo Il sesso nelle carceri poi sono stato attirato da questo titolo di derivazione cinematografica e ho deciso di adottarlo per discutere di quello che, a parere dei detenuti, quasi tutti molto giovani, è la privazione più grave: l’impossibilità di continuare a praticare una dignitosa affettività con le persone care, anche loro condannate, senza alcuna colpa, alla stessa pena e non vogliamo parlare solo di sesso negato, ma anche dell’impossibilità di continuare ad intrattenere un decente, anche se discontinuo rapporto, con i propri figli in tenera età, che sono sottratti per lunghi periodi da qualsiasi contatto col genitore. Tutti riconosciamo che l’essere umano ha bisogno di affetto, tanto più quando viene a trovarsi in situazioni di disagio e senza dubbio la restrizione della libertà è una delle condizioni più penose da sopportare. Nella repressione degli affetti si verificano gravi deviazioni, comprese quelle sessuali. A questo proposito lapidario è il pensiero di Friedrich Nietzsche: "È noto che la fantasia sessuale viene moderata, anzi quasi repressa, dalla regolarità dei rapporti sessuali, e che al contrario diventa sfrenata e dissoluta per la continenza e il disordine dei rapporti." (Umano, troppo umano, I, n. 141).
Allora la soluzione va cercata in una politica illuminata che, nell’esecuzione della pena, privilegi sin dall’inizio, se non è possibile l’uscita dal carcere, almeno l’incontro periodico coi propri cari e non il distacco netto e la drastica separazione, causa di infiniti problemi esistenziali, di relazione e interpersonali. Nell’interno del carcere è opportuno creare degli ambienti, che pur rispondendo a tutti i requisiti di sicurezza, offrano al recluso ed ai suoi familiari dei momenti di intimità. Se un detenuto riesce a mantenere una rete solida di rapporti affettivi, oltre a tollerare di buon grado la pena da scontare, corre molti meno rischi di tornare a commettere reati, inoltre conserva un comportamento corretto, quando queste occasioni di incontri ravvicinati sono subordinati ad un condotta assolutamente irreprensibile. Le sorprendenti scoperte di Reich hanno dimostrato in maniera inequivocabile quanto la repressione sessuale generi violenza e come le istituzioni tendano a canalizzare l’esplosione di queste pulsioni primitive per utilizzarle nei conflitti bellici. La violenza che si produce nelle carceri, impedendo anche solo la parvenza di un’attività sessuale, non giova a nessuno, certamente non alla società che si trova a ricevere individui incattiviti, nei quali cova l’odio e la vendetta, invece che la volontà di reinserimento. La storia del carcere è lunga quanto quella dell’uomo, ma le segregazioni nell’antichità e nel medio evo ripugnano la sensibilità moderna per le atrocità ed il costante utilizzo della tortura, per cui un’analisi storica sulla nascita dei sistemi penitenziari bisogna farla risalire alla nascita della società industriale ed all’accentuazione dell’esercizio del potere dello Stato, in momenti dominati dalla cultura religiosa, che ha sempre dato al sesso una valenza particolare di demonizzazione.
Pensiamo alle Lettere di San Paolo ai Padri della chiesa, ad Origene, a San Girolamo, a Sant’Agostino, fino ad Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino. Di conseguenza una soluzione al problema "affettività", intesa in particolare nella sua dimensione sessuale, deve cominciare necessariamente attraverso una critica storico culturale puntuale e puntigliosa. Dobbiamo ripercorrere e rivisitare tutta la nostra tradizione culturale sull’argomento, ereditata in duemila anni di storia dell’Occidente, che ha accompagnato ed influito sul concetto del sesso e del piacere in generale, vissuto costantemente come peccato, male necessario solo per la procreazione ed a salvaguardia della specie. La cattolicissima Spagna o la democratica Svizzera da tempo consentono i "colloqui intimi" ed hanno ottenuto ottimi risultati.
In Italia per evitare che qualcuno confonda le "stanze dell’affettività" con le "celle a luci rosse" è necessaria una rivoluzione culturale. La pena è privazione della libertà, ma non deve significare anche distruzione degli affetti ed annullamento completo di una normale vita sessuale. 
Naturalmente non bisogna considerare unicamente le esigenze di affettività degli uomini sposati o conviventi, trascurando i bisogni, impellenti ed improcrastinabili dei più giovani, che non hanno legami fissi, ma in compenso hanno ormoni in ebollizione e desideri difficile da placare. La masturbazione o l’omosessualità, i rimedi ai quali sono obbligati non sono certo la soluzione del problema. Anche per loro bisogna predisporre un programma che tenga conto delle loro esigenze. In Italia il meretricio è legale e sarebbe eccessivamente licenzioso pensare ad una cooperativa di prostitute che si convenzioni con le istituzioni carcerarie? Vi sarebbe spazio anche per volontarie, moderne suffragette pronte ad immolarsi per una giusta causa, eventualmente anche per fanciulle poco attraenti, in virtù del fatto che molti detenuti a seguito della lunga astinenza sarebbero pronti a tutto.
Naturalmente agli ammogliati sarebbe vietato di accedere a questo servizio.
Naturalmente la prestazione sarebbe a spese del recluso. Naturalmente sarebbe un evento sporadico molto dilazionato nel tempo. Naturalmente potrebbero usufruirne solo quelli che osservano una condotta corretta. Naturalmente tutti, politici ed opinione pubblica devono impegnarsi per risolvere lo spinoso problema.

Amore e morte


L’ammore è comme fosse nu malanno ca,
all’intrasatta, schioppadint’ ‘o core
senza n’avvertimento, senza affanno,
e te pòffàmurì senza dolore.

Cominciamo questo capitolo con i versi immortali di una poesia di Totò (al secolo Antonio De Curtis), che, noto per la sua ‘A Livella, ha scritto numerosi versi ispirati al nobile sentimento.
Spesso gli amanti, nel culmine della passione, adoperano frasi ad effetto: “Ti amo da morire”, “Se mi lasci mi ammazzo”, ma, sempre più spesso, anche “Se mi lasci ti ammazzo”. Infatti, una delusione amorosa, un abbandono, possono farci divenire santi ma, con sempre maggiore frequenza, anche assassini.
Sono sempre di più gli uomini, di ogni cultura e latitudine, che non tollerano che la persona amata possa amare ed essere amata da altri.
Da qui nasce la piaga esponenziale di cui vogliamo parlare, analizzandone motivazioni ed origini.
Per millenni gli uomini, sulla base di una concezione patriarcale e maschilista della società, hanno educato le donne a ricoprire nella famiglia un ruolo subordinato sottoponendole ai voleri ed agli ordini degli uomini, costringendole a pagare un pesante tributo di violenza e di sangue ad ogni, pur larvato, tentativo d’insubordinazione.
Ancora oggi, in gran parte del mondo, soprattutto nelle società dominate da princìpi religiosi, ha dominato un modello maschilista e questo non solo nei paesi islamici, dove il Corano esplicitamente prevede sanzioni e comportamenti che le donne devono pedissequamente rispettare, ma anche nel mondo cattolico, dove la figura di Dio addossa interamente la concupiscenza, considerata peccato mortale, alla responsabilità femminile, a tal punto che più di una volta, preti ultramoralisti, oltre ad omelie infuocate dal pulpito contro gonne troppo corte e seni in libera uscita, hanno distribuito volantini nei quali giustificavano le violenze ai danni delle donna come giusta reazione ai loro comportamenti provocatori e spudorati.
Chi legittima i rapporti di possesso dell’uomo sulla donna? Il Vaticano, ancora nel 1988, si esprimeva senza remore sulla “dignità e la vocazione della donna”, facendo esplicito riferimento ad essa unicamente come “moglie e madre ubbidiente, succube dell’uomo per fondamentale retaggio dell’umanità”. Ovvero, come fatto voluto da Dio, che, dunque, non gradisce una donna autonoma ed indipendente, impegnata in un’attività lavorativa qualsiasi, magari di natura dirigenziale. La Riforma protestante, per parte sua, liberò le suore dai loro voti controllando, tuttavia, che esse divenissero brave “donnette” di casa, docili e mute. Lutero in persona definì l’uomo “superiore e migliore” e la donna “un mezzo bambino, un animale pazzo”.
Anche questo monaco, in verità, parlò con l’animo ed il lessico più tipico del proprio sesso predicando come “massimo onore della donna mettere al mondo figli maschi”. Ma anche Papa Giovanni Paolo II, nel 1996, si è richiamato all’apostolo Paolo utilizzando una tra le innumerevoli frasi più misogine del celebre santo dispregiatore della femminilità: “La donna impari in silenzio, con sottomissione. Non sia permesso ad essa d’insegnare, né di usare autorità sul marito, perché Adamo fu formato per primo, poi venne Eva; perché Adamo non venne sedotto, bensì fu la donna, la quale cadde in tentazione. Nondimeno, essa sarà salvata partorendo figlioli e perseverando nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia”. Così parlò San Paolo: che le donne sappiano, una volta e per sempre, cosa debbono o non debbono fare. La misoginia clericale dimostra, insomma, come la volontà della Chiesa non senta minimamente bisogno di trasformarsi: i suoi capisaldi rimangono univoci, la definizione dei ruoli sociali immutabili, stabiliti nel tempo. Ma quel che storicamente appare più grave è il fatto che, quando la predicazione clericale inizia a non dare più frutti, ecco che si comincia a far ricorso al “femminicidio”.
Innumerevoli sono state, nella Storia, le donne denunciate come “streghe” che, in base a tale accusa, dovettero morire, perché così vollero gli annunciatori della “Lieta Novella”. Fintantochè questa Chiesa avrà potere sugli animi e non rianalizzerà le proprie colpe millenarie, gli uomini la faranno sempre “pagare” alle donne, mantenendole in una condizione di subalternità. Di quale e quanta morale dispone, dunque, la Chiesa cattolica? Il “Maglio delle streghe”, pubblicato nel 1487, ebbe la benedizione di un Papa. Esso venne divulgato in tutto il mondo come autorevole documento della Chiesa e, in tutte le sue edizioni (una trentina), vi è perennemente rimasta inclusa una “bolla” che incitava espressamente all’uccisione delle donne. Contro di essa, per più di 200 anni, non vi fu uno “straccio” di pontefice disposto a spendere una parola in senso contrario. Ecco, dunque, con quale pretesto giuridico le donne vennero sottoposte a penosi interrogatori o furono oggetto di invereconde investigazioni da parte dei religiosi. Essi estorsero confessioni utilizzando la tortura, unitamente ad altre innumerevoli sconcezze. L’Occidente cristiano si è concesso migliaia di carnefici che mai si sono stancati di esaminare sul corpo e sulla pelle delle donne la loro appartenenza a Satana. Le donne, in ultima analisi, come anche dichiarato nel protocollo di un processo del XIV secolo, “non possono che lasciarsi conciliare con la Chiesa, senza tuttavia impedire di essere consegnate al potere temporale, che provvederà alle pene richieste”. Il Concilio di Trento (1545-1563) fruttò nuovi importanti dogmi per reagire allo scisma luterano, senza spendere nemmeno una parola sullo sterminio degli eretici, degli ebrei e delle donne. La qual cosa ha sempre dato luogo a legittimi interrogativi circa le effettive origini del nazismo, fondato da un cattolico austriaco di nome Adolf Hitler. I roghi, che da quel Concilio discesero, non hanno mai destato, più di tanto, l’interesse degli storici, soprattutto in Italia. Eppure quella strage, protratta nei secoli, non ha riguardato solamente alcuni casi isolati di “peccatrici”: fu una vera e propria dottrina papale. Si pose fine alle uccisioni solo dopo che s’imposero voci provenienti dall’esterno della Chiesa, che si è sempre giustificata attribuendo le proprie “malefatte” alla volontà di Dio.
Il sommo teologo Alberto Magno definiva le donne “esseri difettosi”, mentre San Tommaso d’Aquino, dottore supremo, sulle cui disquisizioni si basa gran parte dell’edificio culturale della Chiesa, oltre a corbellerie del tipo che l’anima entra nel corpo dell’uomo a 40 giorni dalla fecondazione e nella donna dopo 90, definiva l’altra metà del cielo come “degli uomini mal riusciti, delle persone cui manca qualcosa per realizzare la più autentica natura umana”.
La tradizione cattolica ritiene che le donne devono aspirare a presentarsi come verginali fidanzate del Signore, come consorti fedeli e madri di molti bambini. La conseguenza non può essere che una società esposta al dominio del maschilismo più retrivo. Viviamo in una società, giustamente definita “liquida”, rissosa e priva di guida, condannata a seguire gli errori e gli orrori della storia, in preda all’aridità morale ed alle più ataviche delle pulsioni. 
Non vi è più speranza nel futuro: cadute le ideologie, siamo divenuti un popolo di morti che camminano.

lunedì 13 gennaio 2014

Perché l’amore finisce? Come superare la fine di una relazione amorosa



coppia che si separa


di Marina della Ragione


La dottoressa Daphne Rose Kingma affronta nel suo ottimo libro (“Perché l'amore finisce”) le motivazioni che conducono alla fine di un rapporto amoroso, mostra al lettore come riconoscere se il proprio rapporto è in una fase critica e offre un efficace metodo per superare il trauma in maniera positiva. Perché un uomo e una donna inizino una relazione è cosa che in molti hanno cercato di indagare. Volendo analizzare i meccanismi dell'attrazione vediamo contrapporsi un'idea della coppia nata casualmente (la diversità genetica) e ad alcuni valori comuni quali cultura, religione, gestione delle risorse comuni ecc. e un'idea più filosofica che vede la coppia anche come uno strumento per costruire la propria personalità per questo motivo la scelta del partner è condizionata non solo dalla diversità genetica e dalla condivisione di alcuni valori ma anche dalla possibilità del partner di insegnarci qualcosa e, come dice la dottoressa Kingma, di farci superare alcuni condizionamenti dell'infanzia. La psicologia assegna molto valore al primo periodo della vita perché considera l'infanzia il momento in cui i caratteri essenziali del comportamento vengono definiti. Anche grazie alle ultime scoperte sul funzionamento del cervello sappiamo che effettivamente quest'organo alla nascita non è pienamente formato e vive proprio nei primi anni di vita uno sviluppo notevole in funzione anche delle sollecitazioni ambientali. Secondo la dottoressa Kingma, noi ricreeremmo le stesse situazioni verificatesi durante l'infanzia al fine di comprenderne la lezione e quindi portare a compimento il nostro personale processo di crescita e maturazione. Quindi secondo questa visione, c'è una via di uscita ma soprattutto l'evoluzione verso una maggiore consapevolezza di se stessi è il compito di ogni essere umano. Partendo da quest'ultima considerazione il partner non è quindi solo qualcuno che ci aiuta e ci sostiene ma, anche se non ce ne rendiamo conto, è colui che: compensa alcuni nostri difetti; ci insegna cose che non conosciamo; ci permette di crescere e capire meglio noi stessi; ci consente di sviluppare le nostre potenzialità e la nostra creatività. Se quindi la relazione tra due esseri umani è un processo di crescita in continua evoluzione e non un punto di arrivo è evidente che ogni relazione può terminare per il semplice motivo che ha dato tutto quello che doveva dare esaurendosi e che quindi la relazione non può più contribuire alla crescita di entrambi i partner.
Questa considerazione porta due importanti conseguenze:

  1. la fine di un rapporto non è necessariamente un fallimento ma anzi può essere visto come il sintomo di un processo che ha concluso il suo iter e da cui usciamo migliori di quando lo abbiamo iniziato 
  2. le relazioni non sono eterne ma è possibile vivere più storie d'amore nel corso della propria vita e ognuna di queste contribuirà ad un pezzo della nostra crescita.

Perché allora è così doloroso chiudere una relazione? 
Perché così facendo contraddiciamo il mito del vissero felici per sempre; perché tutto ciò che davamo per scontato e che ci veniva assicurato dal partner dovremo procurarcelo da soli; perché temiamo di non poter più vivere un altro amore. Può ovviamente capitare che un partner abbia raggiunto i suoi obiettivi ma l'altro no. Si tratta di una situazione molto dolorosa sia da parte di chi lascia a causa dei complessi di colpa sia da parte di chi viene lasciato che vede allontanarsi la persona a cui si era appoggiato. Un'altra fonte di rotture è dato dal cambio di programmi di uno dei partner; E' questo il caso tipico del marito che decide di abbandonare il proprio lavoro da dipendente e mettersi in proprio oppure il caso della moglie che decide di intraprendere una carriera che rivoluziona la vita familiare. O ancora il caso in cui uno dei partner decide di non volere figli pur sapendo che l’altro non potrebbe vivere senza questa progettualità. C’è chi si sveglia un giorno e decide che è venuto il momento di provare nuove strade all’estero e prende il volo. Veramente interessante è il capitolo riguardante lo studio della storia di alcune coppie selezionate in modo da coprire le principali tipologie di relazione che si concludono in maniera più o meno traumatica. Ben fatto è lo schema delle fasi, tutte descritte sapientemente, che portano alla fine della relazione. Utili sono i semplici esercizi per superare bene e al più presto il trauma della separazione e l'appendice "diagnostica" dove è possibile verificare se la propria relazione è in una fase critica. Una crisi di coppia può essere l'occasione per cambiare la tua vita, per rinascere. Ogni crisi serve proprio a questo. Dobbiamo imparare a viverla come un cambiamento positivo, un’opportunità da saper cogliere per migliorare la nostra vita verso nuovi orizzonti. Le storie d’amore possono finire. Poco male quando la cosa succede da entrambe le parti e ci si lascia di comune accordo. Quando invece si è lasciati, allora non è più un semplice dolore: l’angoscia di essere abbandonati può divenire una vera malattia, una frattura che spezza la vita in due (prima e dopo l’abbandono), lasciando svuotati e confusi.
Anche biochimicamente le cose cambiano nell’organismo: durante l’innamoramento si ha un aumento della produzione di endorfine e di feniletilamina (con conseguente senso di benessere, euforia, vitalità e desiderio sessuale); quando la relazione finisce, per contro, si ha un crollo dei livelli di queste sostanze (con conseguente ansia, apatia, senso di frustrazione, irritabilità).
Terminiamo questo capitolo, cercando di fornire al lettore qualche suggerimento per meglio reagire alla fine di una relazione amorosa e per arginare il dolore che ne consegue:

  • Concedersi un giusto "periodo di lutto " (E’ naturale che ci vuole un tempo adeguato per poter elaborare l’infelicità e la fine di una relazione).
  • Farsene una ragione (trovare una spiegazione, provare a capire, e apprendere dall’esperienza della perdita).
  • Sviluppare il proprio spirito d’iniziativa, affrontare la situazione con coraggio, piuttosto che lasciarsi andare alle nostre paure ed insicurezze, autodistruggersi.
  • Fare nuove conoscenze: Iscriversi ad un club sportivo, frequentare un corso di arti creative o di cucina. L’importante è non chiudersi in se stessi, non isolarsi.
  • Adottare la filosofia (dell’antica Cina) "può essere una disgrazia, o può essere una fortuna ". Forse non era davvero la persona giusta per noi, forse possiamo aspirare a meglio. Crediamo nelle nostre capacità di amare ancora e di essere amati.
  • Viversi il tempo come un nostro alleato per cicatrizzare la ferita. Si dice che tutto passa e tutto arriva. Il tempo fa miracoli.
  • Approfittare del nostro tempo libero per fare quel famoso viaggio che abbiamo sempre desiderato. Non c’è momento migliore per distrarsi.
  • Investire su se stessi; portare a termine un corso di studi, impegnarsi in un nuovo progetto, imparare una nuova lingua straniera.
  • Far leva sulle forze residue per prendere in mano la situazione, accettando l’evento traumatico come una sfida, verso ulteriori traguardi possibili, poiché "la vita continua", è meravigliosa ed è l’unica che abbiamo. Non sprechiamola a piangere e a stare male per qualcuno che non ci merita!












venerdì 10 gennaio 2014

Una nuova vecchia immagine della città di Napoli


Nuova immagine di Napoli


Napoli è città antica dalla storia gloriosa, le cui origini risalgono a molti secoli prima della nascita di Cristo, ma noi possediamo soltanto immagini di qualche centinaio di anni fa e tra queste celeberrima è la «Tavola Strozzi», conservata nel museo di Capodimonte e raffigurante il rientro a Napoli della flotta aragonese nel luglio del 1465. Ad Anguillara, un ridente e tranquillo paesino sui bordi del lago di Bracciano, da tempo immemorabile dormiva, ricoperta colpevolmente sotto uno strato di intonaco bianco apposto da mani sacrileghe, una serie di affreschi celebranti il trionfo di un antico feudatario locale Gentil Virginio Orsini, vincitore dei terribili saraceni in numerosi scontri marini, tra cui, memorabile la «Battaglia della goletta», combattuta nel 1535 nella baia di Tunisi, che sanzionò la definitiva sconfitta del famigerato Kair Ed Din Barbarossa, leggendario pirata che terrorizzò per anni le nostre popolazioni rivierasche. 
Tra gli affreschi spiccano una nuova vecchia immagine della città di Napoli ed una raffigurazione del golfo di Castellammare, essi sono stati soltanto di recente riscoperti fortuitamente e restaurati ad opera del comune di Anguillara e della Soprintendenza. I mass media ne hanno avuto notizia grazie al salotto culturale di Elvira Brunetti che, lodevolmente, ha organizzato nella sua villa di Posillipo un incontro tra studiosi napoletani e romani al quale hanno partecipato tra i tanti: il prof. Aldo Loris Rossi, che ha in animo di uscire quanto prima con un libro sull’argomento ed il prof. Giulio Pane, che sta preparando un circostanziato articolo per la prestigiosa rivista «Napoli Nobilissima». 
Gli aspetti storici e documentari degli affreschi sono da mesi l’interesse quotidiano di una giovanissima quanto preparata studiosa romana la dott. Viviana Normando, che con passione ha spulciato dal buio degli archivi le notizie che hanno reso questa scoperta di fondamentale importanza per la storia urbana di Napoli. 
L’iconografia della nostra città ad inizio secolo richiamò l’interesse degli studiosi che si raccoglievano nel cenacolo di Benedetto Croce e fu Michelangelo Schipa a dare il primo contributo significativo in un saggio esemplare, in cui disquisì sulle più antiche immagini della città, dalle incisioni del Supplementumcronicharum, risalenti alla fine del secolo XV, alle vedute contenute nella celebre Cosmographia di Sebastiano Münster, le cui prime edizioni rarissime risalgono a circa la metà del secolo XVI. 
La scoperta della veduta di Napoli nel palazzo Baronale di Anguillara Sabazia riveste una grande importanza perché si affianca alla Tavola Strozzi nel fornirci l’immagine della città prima che, nel 1537, il vicerè don Pedro de Toledo ne sconvolgesse la fisionomia alterando la cinta muraria. L’affresco molto grande, 2x3 m, è posto al fianco di uno più piccolo raffigurante il golfo di Castellammare, nel quale è possibile identificare la foce del Sarno, le montagne che circondano Pozzano, la retrostante piana nocerino sarnese e, con un po’ di fantasia, anche le pendici del Vesuvio. 
Gli affreschi furono ordinati dal Gentil Virginio Orsini, capitano generale della flotta pontificia nella guerra contro i pirati, tra il 1535 ed il 1539 e celebrano le imprese marittime del committente. Gli artisti che lavorarono alle grandi vedute urbane ed ai fregi decorativi sovrastanti appartenevano probabilmente alla scuola di Perin del Vaga e di Giulio Romano. 
La verità la conosceremo quando sapremo cercare correttamente, come sta già tentando anche il sottoscritto con l’aiuto del professor Labrot, tra gli archivi della famiglia Orsini, che da decenni si trovano oltre oceano presso la biblioteca dell'Università di Chicago, microfilmati e consultabili anche attraverso Internet. I primi studiosi ritenevano che le fonti ispirative delle vedute fossero state le tavole della Cosmographia del Münster, la cui prima edizione risale però al 1544. Di conseguenza, come felicemente intuito dal prof. Pane, gli affreschi precedono cronologicamente la stesura della Cosmographia di cui costituiscono il modello ispirativo. L’ignoto artefice della veduta lavorò velocemente e concluse la sua opera in solo due giorni come messo in evidenza dal restauratore Walter Schiavoni; fece uso di tutti gli strumenti cartografici di cui disponeva la scienza del tempo: dalla stringa allo gnomone, dal quadrante allo specchio, dal dardo al cerchio graduato. Oggi viceversa per la lettura dell’immagine urbana è auspicabile l’utilizzazione del computer, che permetterà l’identificazione tra le fabbriche e gli edifici sacri rappresentati di ciò di cui la memoria storica della città non ha più il ricordo. 
Anguillara non è soltanto affreschi e palazzi storici, bensì ridente località con forte vocazione turistica non ancora espressa pienamente, nonostante affacci sul lago di Bracciano, paradiso segreto degli ecologisti, essendo vietata la circolazione di qualsiasi imbarcazione a motore e sia vicina al castello degli Odelscalchi, uno dei manieri meglio conservati d’Italia. 
Nella visita della cittadina ci fa da guida la dott. Normando, che ci fornisce oltre ad alcune splendide foto da lei scattate, le notizie storiche più significative. Anguillara Sabazia non trae il nome dall’anguilla come comunemente fa supporre il lago ricco di pesca, bensì, secondo l’opinione storica più accreditata, da una villa romana, la villa «Angularia» di Rutilia Polla che sorgeva sulla riva proprio dove lo specchio d’acqua, modellato dallo sperone del promontorio, disegna un angolo. Sui resti di questa villa fu innalzato nel Medio Evo un castello di vigilanza e successivamente nei pressi sorse il paese a cui fu aggiunto nel 1872 l’appellativo di Sabazia, in ricordo dell’antica città di Sabate. 
Le prime notizie della storia di Anguillara risalgono all’XI secolo, fu venduta agli Orsini nel 1492 e visse l’episodio più drammatico della sua storia sotto il pontificato di Alessandro VI Borgia allorché gli Orsini, per aver favorito l’ingresso dei francesi di Carlo VIII nel territorio pontificio, dovettero combattere contro il duca Valentino che era agli ordini del Papa. Gli anguillarini, sperando di migliorare le proprie condizioni, aprirono le porte alle forze della chiesa che poco dopo furono sconfitte, per punizione tutti gli abitanti furono mandati in esilio e solo dopo lunghe trattative gli Orsini consentirono il loro ritorno. Quel giorno il popolo si affidò solamente alla Madonna davanti all’immagine che tutt’ora si conserva nella Collegiata. La decadenza economica degli Orsini, colpì nel secolo XVII anche Anguillara che fu ceduta in proprietà a Francesco Grillo duca di Mondragone e da questa famiglia passò infine per vie ereditarie alla famiglia napoletana dei duchi di Eboli. 
Cominciamo l’itinerario visitando la chiesa di san Francesco, fattasi bella dopo i restauri in vista del Giubileo, gioiello del Quattrocento, la cui importanza è dovuta soprattutto agli affreschi attribuiti al Velandi. Ci rechiamo poscia in località «La Marmotta», ove, custodito ancora nelle acque del lago di Bracciano si trova il villaggio neolitico più antico di Europa sul quale sta compiendo i suoi studi il nostro caro amico Vittorio Sgarbi. 
Per la conservazione dei numerosi reperti si sta già preparando un museo che sarà l’elemento trainante di un progetto comunale di musealizzazione dei siti archeologici. 
Nelle acque del lago è stata rinvenuta una piroga, eccezionale reperto antico di oltre 8000 anni, recentemente in mostra nel museo Pigorini di Roma. Facciamo poi la conoscenza di un simpatico artista spagnolo, Pedro Cano, cittadino onorario di Anguillara, che risiede per molti mesi all’anno nella quiete del lago di Bracciano, come tanti personaggi famosi che cercano qui la pace ed il dialogo con se stessi. La sua arte molto apprezzata in tutto il mondo è ai limiti tra figurativo ed astratto e la sua maggiore abilità è la capacità di interloquire con il «Genius Loci» delle località ove risiede. Fautore del gemellaggio tra Blanca, sua cittadina natale ed Anguillara è affabile conversatore. 
Ammirando le sue opere è facile convincersi che Anguillara è sempre nel suo cuore e la sua pittura vive di luci, di ombre, di sottili trasparenze in uno sfumato che fissa l’attimo e l’animo del paese per l’eternità.


La città di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano


Panorama di Anguillara Sabazia


Un Cristo nudo del 1400 rivede la luce a Lauro

S.Maria della Pietà

Scoperto un raro ciclo di affreschi del XV secolo a Lauro di Nola. Una rarità iconografica che sta meravigliando gli stessi studiosi. 
Il Duemila, anno giubilare, è trascorso in Campania denso di manifestazioni religiose e appuntamenti culturali che hanno riavvicinato il grande pubblico non solo agli aspetti intimi della fede, ma anche alle necessarie «esteriorità», tra queste la più ghiotta è stata senza dubbio la mostra artistica sul tema della Croce tenutasi presso la sala Carlo V nel Maschio Angioino. 
La mostra ricca di straordinari reperti, alcuni dei quali, preziosissimi, mai esposti prima, ha fatto seguito ad un dotto convegno sull’argomento organizzato nei mesi precedenti dal professor Boris Iulianich, emerito nell’Università di Napoli e massimo esperto di storia del Cristianesimo, che ha visto la partecipazione di ben 54 relatori provenienti da ogni angolo del globo. 
Per rimanere nel tema cristologico vogliamo segnalare una sensazionale scoperta avvenuta nella chiesa di Santa Maria della Pietà a Lauro di Nola (fig. 1), ove nell’ambito di un ciclo di affreschi quattrocenteschi, a lungo rimasti sepolti tra le fondamenta di una chiesa più moderna, spicca una scena del Battesimo di Cristo con un’iconografia assolutamente rara: una ostentatiogenitalium in piena regola, che lascia esterrefatti, perché la raffigurazione di nostro Signore completamente nudo, in età adulta è poco meno che eccezionale. 
In Italia possiamo citare soltanto due altri esempi: il crocifisso ligneo scolpito da Michelangelo nel convento di Santo Spirito in Firenze ed un mosaico nella cupola del Battistero della Cattedrale di Ravenna risalente al V secolo. 
In tutto il mondo sono poche decine gli esempi di nudità di Gesù, esaminando un periodo che abbraccia dall’età bizantina fino alla metà del secolo XVI, come ha segnalato lo Steinberg nella sua monumentale ricerca sulla sessualità di Cristo. 
La scoperta di questi affreschi, sepolti e dimenticati, è stata del tutto fortuita anche se è avvenuta per l’intuito di un benemerito erudito locale, il professor Pasquale Moschiano, autore di pregevoli ricerche su Lauro di Nola, il quale, sulla base di alcuni indizi ottenuti in antichi documenti storici, fece compiere degli scavi tra le antiche mura sottostanti l’attuale chiesa di Santa Maria della Pietà. 
Questi lavori portarono alla luce due strati sottoposti dell’originario monumento, di cui uno di epoca medioevale e il più antico addirittura di età romana. Mentre procedevano gli scavi e si poneva mano ai lavori di consolidamento delle strutture ed alla ristrutturazione dell’ipogeo, il terremoto del 1980 fece precipitare la situazione. 
Fu successivamente la paziente ed amorevole opera di restauro intrapresa dall'architetto Pasquale Belfiore a riportare alla luce lentamente le memorie del passato. Dirigere uno scavo oltre a un impegno professionale è un emozionante avventura in grado di produrre immensa commozione, nel momento in cui la terra restituisce dal suo grembo vita, storia e cultura di altri tempi, tenute sepolte per centinaia di anni. 
L’affresco che raffigura il battesimo del Gesù nudo nelle acque del Giordano (figg. 2-3) è di una miracolosa semplicità, frutto della ingenua spontaneità di un ignoto autore che ha lavorato probabilmente nei decenni centrali del XV secolo. Un artista impegnato a ritrarre l’episodio del battesimo del Redentore ha sempre avuto problemi nel coniugare la genuinità della rappresentazione con i dettami della morale e con le severe regole previste dall’iconografia ortodossa. Spesso egli utilizza alcuni artifizi tecnici quali l'intorbidimento delle acque del Giordano, la presenza di un perizoma, la cancellazione sic et simpliciter dei genitali, oppure una pudica mano calata a ricoprire le “vergogne”. 
Tutte soluzioni che cozzano contro la spontaneità e la purificazione che emana vigorosamente dalla funzione del battesimo. Nessuna delle quali fortunatamente è stata adottata dal nostro misterioso artista, che ci ha così regalato questo antico precursore, prorompente quanto inconsapevole, di Jesus Christ Superstar. 
Per anni la Chiesa, sessuofobica come sempre, soprattutto dopo il Concilio di Trento e la Controriforma ha ordinato di ricoprire le arditezze degli artisti. Celeberrimo l'episodio di Daniele da Volterra al quale fu ordinato di mettere le mutande all’opera del più grande di tutti i tempi, Michelangelo, che nella Sistina non avena posto freni al suo genio incontenibile. 
Il Cristo ignudo di Santa Maria della Pietà di Lauro si è salvato dalle ire puritane della Chiesa grazie all’edificazione delle strutture sovrastanti, che hanno costituito felicemente una sorta di enorme perizoma architettonico. Ritornato alla luce dopo secoli, questo splendido affresco costituirà senza dubbio una delle attrazioni più importanti della tranquilla cittadina di Lauro di Nola, fino ad oggi nota per il castello Lancellotti, per i murales che la ingentiliscono e per aver dato i natali all’eroe della trasvolata artica Umberto Nobile. 
Per visitare la serie di affreschi quattrocenteschi è necessario contattare preventivamente il delegato al turismo Sig. Pietro Casalino, sempre pronto e disponibile al numero 0347 - 5080623.

Battesimo di Cristo

Particolare del Battesimo di Cristo



domenica 5 gennaio 2014

Amore ed evoluzionismo

dall'ominide all'Homo sapiens



Amore ed evoluzionismo
L’uomo condivide con gli scimpanzé il 99% del patrimonio genetico ma quello che fa la differenza è il restante 1%, perché i geni non si comportano tutti in egual maniera e piccole differenze quantitative possono produrre sostanziali differenze qualitative.
La nostra storia è lunga milioni di anni. Comincia nel cuore dell’Africa, dove settanta milioni di anni fa sciamarono le prime Australopitecine (ominidi e predecessori di ominidi), nello spettro di tempo in cui si estinguevano i dinosauri, da cui prese l’abbrivio la moltiplicazione e distribuzione dei primati del Paleogene.
Detta in breve, dovettero passare un’altra sessantina di milioni di anni prima che apparissero in Africa le scimmie che avrebbero dato origine alla nostra specie: anno domini sei milioni prima della nascita di Cristo. Passò un altro milioncino di anni e le australopitecine si misero su due piedi a causa di mutate condizioni ambientali: fu il prototipo degli ominidi da cui rampollò, circa tre milioni di anni più tardi, il genere Homo: dapprima fu quello Erectus, che migrò verso oriente, quindi i rami si divisero e furono il Neandertal, il Cromagnon e, finalmente, il Sapiens, comparso in Africa 200 mila anni fa, da dove colonizzò l’intero pianeta.
La successiva storia della diffusione planetaria del Sapiens è nota, ciò che è meno nota è invece la definizione della nostra natura, che è insieme biologica e culturale, ovvero la confutazione vivente della teoria lamarckiana dei caratteri acquisiti: detta in parole povere, da un palestrato non nascerà per forza un palestrato; palestrati ( o musicisti) lo si diventa per questioni culturali. Similmente, la specie umana è l’unica ad avere trasformato l’impulso procreativo in una forma di rapporto sociale e culturale, infine sganciata dalla finalità della riproduzione; così siamo gli unici, fra gli animali, a trarre un vantaggio competitivo nella strategia della seduzione da cose come la musica, il senso etico e l’arte, ovvero da quell’uno percentuale di cui fanno piazza pulita i neoriduzionisti, fra cui possiamo annoverare l’antropologo Robin Dunbar, per il quale quell’uno per cento differenziale è poco più che spazzatura. Il suo saggio Amore e tradimento (Raffaello Cortina editore, pagg.300, euro 23) è infatti un esempio dell’applicazione del riduzionismo biologico al fenomeno dell’amore. Dunbar, da par suo, si diverte a demistificare l’amore romantico evidenziandone le motivazioni evoluzionistiche, con tutto il kit d’attrazione per assi morfologici e somiglianza di odori, sino alla teoria che lo scambio di saliva tra innamorati sia essenziale per capire se il partner sia appropriatamente corredato per l’accoppiamento.
Afror di ascelle e brute pulsioni biologiche, accortamente sublimate in fatti culturali, avrebbero innescato la trepida attesa dello sposo del Cantico dei Cantici o il bacio galeotto di Paolo e Francesca. E’ evidente che Dunbar, a differenza di Manzi, confonde ciò che è animale con quanto è specificatamente umano, sino alla teorizzazione che l’amore e il matrimonio altro non sono che strategie per massimizzare la riproduzione dei nostri geni: da questo punto di vista il campione dei Sapiens sarebbe Gengis Khan dai cui lombi discende lo 0,5 per cento degli odierni viventi, e poco importa  se la progenie sia il frutto di stupri di massa praticati da Gengis. Dopo tutto, ciò che importa a Dunbar, è quel novantanove per cento che ci accomuna agli scimpanzè: qualche milione di anni fa, a prestar credito a Dunbar, i nostri antenati si sarebbero innamorati allo stesso modo che accade a noi, nell’ambito di una strategia riproduttiva, al limite con qualche sospiro e dolce parola in meno. Il salto evolutivo che ha condotto i nostri antenati ad un tipo di attaccamento particolare ci ha distinto dagli altri mammiferi. La lunga gestazione ed i cambiamenti ormonali hanno reso più vantaggioso per i maschi proteggere la prole per trasmettere meglio i propri geni.

2001,Odissea nello spazio

geografia dell'amore

La monogamia compare 200.000 anni fa, perché la donna aveva bisogno di un maschio che proteggesse la prole. Il primo marito fu una guardia del corpo, di certo non un procacciatore di cibo perché in tal senso l’uomo è sopravvalutato: le calorie portate in tavola dall’uomo cacciatore erano molto inferiori a quelle procurate dalla donna raccoglitrice. E poi l’uomo non è nemmeno necessario per l’accudimento dei figli: la coppia mamma-nonna si è dimostrata decisamente più efficiente in questo compito, e forse è anche per questo che nella nostra specie la menopausa arriva prima che negli altri primati: per affrancare la donna dalla necessità di riprodursi e permetterle di accudire i nipoti. Il legame continuo con un  uomo è servito alla donna non solo per difendere se stessa ma anche, e soprattutto, per prevenire l’infanticidio da parte di altri uomini desiderosi di accoppiarsi. E’ così che ci siamo differenziati da animali come il leone che, quando ha una nuova compagna, le uccide i cuccioli, figli di altri leoni, per mandarla di nuovo in estro ed avere dei figli suoi.
L’amore romantico è un effetto collaterale di queste forti spinte evolutive. Perché si creasse un legame specifico – anche se temporaneo, proprio come oggi – tra un uomo ed una donna, abbiamo dovuto aspettare di avere un cervello abbastanza evoluto da poter cogliere ciò che distingue la nostra anima gemella dagli altri e per differenziare noi stessi dai nostri rivali. Inoltre dobbiamo entrare in sintonia con il partner capendo la sua prospettiva, ci tocca ricordare ciò che il partner ama  e ciò che non gradisce e sincronizzare il nostro comportamento con il suo: tutte sfide che fanno crescere il cervello. Facciamoci caso: in quasi tutti gli animali le specie monogame hanno il cervello più voluminoso di specie simili ma poligame.
L’evoluzione ci fa e poi ci accoppia ma soprattutto, ci spinge nella mischia. Biologicamente, non possiamo perdere tempo ad aspettare l’anima gemella così, quando vediamo una persona attraente, si riduce l’attività nelle aree cerebrali che ci rendono lucidi. E’ il “richiamo dell’evoluzione”: lo psicologo James Pennebaker ha trovato, ad esempio, che chi si trova in un locale tende a trovare più attraenti le stesse  persone man mano che ci si avvicina all’ora di chiusura. Come se qualcosa, ad un certo punto, ci dicesse: “Ma insomma, guardala meglio: è una bella ragazza, dopotutto. E muoviti!”. Quella persona diventa unica. Al solo vederla, anche in foto, il nostro cervello rilascerà dopamina, neurotrasmettitore che ha un effetto simile a quello della cocaina, perché facilita l’attivazione dei centri cerebrali del piacere ed inebrianti cascate di endorfine ad ogni contatto fisico con il partner. Inoltre, da innamorati, perdiamo interesse per i potenziali rivali del nostro amore. Lo psicologo americano Jon Maner ha trovato che tendiamo a distogliere lo sguardo dagli altri quanto più questi altri sono attraenti e quindi potrebbero rappresentare una minaccia per la stabilità del nostro rapporto di coppia. I maschi dei mammiferi hanno sempre avuto la possibilità di scegliere tra l’essere un genitore amorevole od un implacabile Casanova. Ed anche l’Homo Sapiens può scegliere tra questi due estremi. In uno studio del comportamento sessuale maschile dei canadesi, lo psicologo Daniel Perusse trovò che un terzo circa degli uomini era abitualmente promiscuo, anche se il 90 per cento degli uomini era sposato. Una spiegazione affascinante, ma discussa, riguarda l’ormone dell’attaccamento maschile, la vasopressina: ha effetto soprattutto sugli uomini accoppiati da poco. Sugli accoppiati da molti anni ha invece lo stesso effetto blando che ha sugli scapoli. Il maschio lazzarone tipico dei mammiferi, insomma, è lì pronto ad affiorare.



Innamorati di Peynet

Amore ed omosessualità





Un argomento delicato e considerato oggi politicamente corretto, ma se partiamo da una visione biologica della questione e riteniamo che l’etica debba trovare il suo fondamento e la sua giustificazione sulle leggi naturali, non possiamo esimerci da un giudizio di condanna del fenomeno, in aumento in tutto il mondo occidentale, in preda ad un epicedio di valori e comportamenti, pronto ad accettare e regolamentare la nuova morale sessuale.
Solo la nostra specie conosce l’omosessualità: alcuni primati, come le scimmie, la praticano solo in condizioni eccezionali ed in cattività, quando in un ambiente ristretto aumentano significativamente i componenti; come se la natura, nella sua infinita sapienza, abbia previsto, in caso di sovraffollamento, un meccanismo compensativo che metta “fuori gioco” alcuni membri del gruppo, per il tempo sufficiente a che si ristabilisca l’equilibrio demografico.
Nella cultura greco-romana l’omosessualità era pratica accettata, anche se, spesso, era una forma occasionale e transitoria di curiosità sessuale. Il lesbismo è il termine con il quale si definisce comunemente l’omosessualità femminile.
Gli slogan del nuovo millennio pongono davanti all’alternativa tra libertà ed imposizione di una logica politicamente corretta e la conseguente rivoluzione antropologicamente sta investendo e plasmando l’intero Occidente e costituisce probabilmente la più grande sfida globale di questo nuovo secolo, dopo che, in passato, si è dovuto affrontare la sfida globale dell’antropologia marxiana e nazionalsocialista.
Il Parlamento si appresta a varare una legge molto severa sull’omofobia, al limite della violazione della libertà di pensiero e di opinione. Raffigura una forma di criminalizzazione di approcci alla realtà che non passano attraverso la censura del pensiero unico.
Di recente una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia Europea ha stabilito che alle coppie gay vanno applicati i benefici di legge, anche se appartenenti a Paesi che non riconoscono i matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Accadrà anche nei Paesi europei che ancora non riconoscono legalmente le unioni gay, anzi questa sentenza C-267/12 sembra tagliata su misura proprio per loro. Almeno in via di principio. Dice infatti la Corte di Giustizia Ue: uomini che si sposano o convivono legalmente con uomini, e donne che si sposano o convivono legalmente con donne, hanno il diritto alla licenza matrimoniale quando si stipula la loro unione, ed altri benefici offerti dal datore di lavoro; né più né meno come avviene per le coppie eterosessuali. Se così non fosse, rileva il supremo organismo che dirime dubbi e contrasti vegliando sulle norme fondamentali comuni a tutti i 28 Stati, allora vi sarebbe una discriminazione. Uno squilibrio di diritti umani e sociali basato sulle scelte sessuali dei cittadini. In altre parole: la norma europea – in questo caso l’uguaglianza dei benefici per tutti – prevale sulle leggi nazionali. E’ l’enunciazione di un principio, naturalmente, perché la Corte non usa certo i carri armati per imporre le proprie sentenze: ma quel principio viene considerato assai importante, da molti giuristi europei, come “apripista” di futuri sviluppi normativi.
Anche perché, per esempio, proprio in questi giorni la Croazia, nazione “neo-europea”, ha messo in pista una legge che dovrebbe accordare alle coppie gay più diritti civili (ma non più il diritto al matrimonio, bocciato da un referendum popolare). Mentre, dall’altra parte del mondo, la Corte Federale australiana ha bloccato con un deciso “no” le stesse nozze gay. E più o meno lo stesso è capitato in India, dove è in atto uno scontro fra la Corte Suprema (contraria alla legalizzazione) ed il governo (favorevole).
Il caso da cui ora tutto è nato nella Ue ha origine in Francia, nazione che ha legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso solo dal 17 maggio 2013. In Francia, appunto, in una banca che si chiama Crédit agricole mutuel 2, lavorava il signor Fréderic Hay. La banca ha un contratto collettivo che offre un premio economico ed alcuni giorni di licenza ai suoi impiegati, quando si sposano. E anche Hay, un giorno, si è sposato: o meglio, ha concluso un Pacs (patto civile di solidarietà, unione di fatto) con un altro uomo. Ma per lui, niente licenza matrimoniale e niente premio economico: il contratto collettivo, secondo i suoi dirigenti, riguardava solo i matrimoni eterosessuali. Hay si è rivolto ai giudici, fino alla Corte di Cassazione francese. E quest’ultima, davanti al dubbio interpretativo, ha chiesto alla Corte di Giustizia Ue se il diverso trattamento fra coppie, quelle licenze matrimoniali concesse o negate, violassero il diritto dell’Unione che proibisce la discriminazione basata sull’orientamento sessuale. La risposta è stata “sì”, e così l’Europa ha avuto il parere giuridico che cercava. Altri pareri, e ben più vecchi, arrivano invece dalla Russia: nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Vladimir Putin ha difeso la legge contro la propaganda pro-gay e definito la stessa Russia una trincea “contro la cosiddetta tolleranza, sterile e senza identificazione sessuale”.
Fuori dall’Europa, l’Australia boccia le nozze gay. Infatti in quel paese non passa la legalizzazione delle nozze omosessuali perché l’Alta Corte di Canberra ha annullato la prima legge del Paese che riconosceva i matrimoni dello stesso sesso. Restano così in mezzo al guado ventisette coppie gay e lesbiche che si erano scambiate l’anello poco tempo fa, con una cerimonia pubblica seguita con enfasi dai media, dopo l’entrata in vigore della legge sulla cosiddetta “uguaglianza dei matrimoni” approvata in ottobre dall’Assemblea legislativa del piccolo Territorio della Capitale /Act). Le loro nozze, a questo punto, non sono infatti valide. La Corte ha accolto all’unanimità il ricorso del governo nazionale, conservatore, secondo cui la legge è incostituzionale perché in contrasto con quella federale in base alla quale il matrimonio resta fra un uomo ed una donna ed ha respinto la tesi dell’Act secondo cui la normativa locale si sarebbe limitata a definire un “tipo differente di matrimonio”.
Nel frattempo, i gay africani perseguitati chiedono asilo da noi. Lo scorso 7 novembre la Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che gli omosessuali perseguitati in patria hanno diritto d’asilo in tutta l’Unione. I tre gay, che avevano portato il loro caso fino in Lussemburgo, sono rimasti anonimi: X, Y e Z. Si conoscono invece i tre Paesi da cui erano in fuga: Sierra Leone, Senegal ed Uganda, dove la pena per “gli atti contro natura” è rispettivamente l’ergastolo, cinque anni di carcere e di nuovo l’ergastolo. Non si tratta di casi isolati. L’Africa è la nuova frontiera dello sviluppo economico: la World Bank ne stima la crescita al 4,9 per cento quest’anno ed al 5,5 per cento nel 2015, mentre gli analisti di McKinsey già da un paio d’anni preconizzano l’era dei leoni subsahariani dopo quella delle tigri asiatiche. Ma alle immani contraddizioni del continente, si aggiunge ora la crescente omofobia, che fa sì che in 38 Stati su 54 essere gay sia reato, con un crescendo di pene che in Mauritania, Sudan, Somalia e parte della Nigeria, porta i partner dello stesso sesso a rischiare la pena di morte.
«Nell’Africa postcoloniale ci sono sempre state leggi antiomosessuali», spiega Eric Gitari, attivista kenyota co-autore del rapporto State-sponsored Homofobia pubblicato dall’International Lesbian Gay Association. «Se queste leggi vengono ora messe in pratica è perché il movimento gay è più visibile ed offre un perfetto capro espiatorio ai fallimenti dei governi».
La prima Costituzione al mondo che protesse il diverso orientamento sessuale venne emanata nel 1996 da Nelson Mandela che la presentò al Parlamento con una semplice frase: “I’m an african”.
Cinema e letteratura si sono interessati costantemente alla tematica ed un certo scalpore ha suscitato l’ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, Splendore, che racconta in chiave universale la storia impossibile tra due gay.
La vera sfida intellettuale è, casomai, nel tentativo di identificarsi in psicologie totalmente opposte, per comporre monologhi di umanità, amore, rapporti d’interdipendenza che vengono visti dall’interno. E’ questo lavoro esplorativo, mimetico, il filo rosso dei tanti romanzi di chi ha saputo fare sue le personalità di vagabondi, mariti fedifraghi, sorelle ossessive, ed è una voglia ed una capacità d’immedesimazione che oggi, in Splendore trova un esempio davvero riuscito. Non tanto, o non solo, per come l’autrice sa calarsi all’interno del cuore e della testa di un omosessuale che ci racconta quarant’anni di una storia di passione; non è questo a rendere il suo protagonista, Guido, una mente “altra” da esplorare. Il punto è diverso: il punto è che Guido è un uomo finito. Ed è in quest’ottica straziante, questo sguardo all’indietro sui giochi già fatti, che non è dell’autrice ma che l’autrice fa suo, ciò che regala al nuovo libro la sua forza espressiva.
Perché, certo, Splendore è un romanzo d’amore. Ed è anche un romanzo sull’omosessualità, ovviamente, motivo di gioia e di dolore dei personaggi principali. E, tuttavia, leggendo bene, non si può neanche fare a meno di pensare che qui si parli, in fondo, d’altro, e si affronti un problema generale. I rimpianti, cioè; e la domanda dolorosa: perché la vita non coincide con quello che siamo e che vogliamo davvero? In fondo Guido e Costantino, chi sono lo sanno fin da subito: il primo, rampollo trascurato di una famiglia alto-borghese; il secondo, figlio del portiere, ragazzo sensibile e massiccio, dell’ultima Roma proletaria. Sanno di essere due anime sole. Sanno di essere innamorati. Sanno che non riusciranno mai a dirsi sì ed a stare insieme totalmente, davvero. Dagli anni Settanta ai giorni nostri, dai banchi di scuola ai matrimoni che contraggono o per rifiuto o per inerzia, il sentimento che li unisce è profondo e, soprattutto, inaccettabile.
Inaccettabile per l’epoca e la società italiana: da adulti, costretti ad incontri clandestini, non riusciranno a non guardare con invidia i ragazzi stranieri che si baciano in pubblico. Ma soprattutto è inaccettabile perché è un sentimento così puro che non si adatta mai ai doveri, ai cliché ed alle convenzioni che appesantiscono ogni età: non al machismo del liceo, non alla rispettabilità dell’età adulta, ai figli, alla malinconia; né alle paure della vecchiaia, quando tutto ciò che cerca l’uomo è la serenità dell’assoluzione.
Così un amore omosessuale, che è sempre vivo ed rifiutato, forse è soltanto un rimpianto fra tanti, una di quelle passioni di cui non abbiamo il coraggio di farci carico. E, nel suo essere racconto di una vita intera, Splendore dà alla Mazzantini anche lo spunto per uno stile di scrittura nuovo perché è un romanzo che procede come potrebbe farlo un bilancio che viene scritto in tarda età: anni che vanno avanti rapidi, come una frana, con le loro perdite, con le mode e con gli eventi storici sullo sfondo che nascono e muoiono in un attimo. E poi, all’improvviso, le pause: il tempo che si dilata per lasciar spazio ai momenti significativi, di splendore, che restano. Gli attimi in cui, per poco, l’uomo ha il coraggio di essere autenticamente se stesso, prima che arrivi un nuovo crollo.






sabato 4 gennaio 2014

L'amore all'ombra del Vesuvio

1-Giacomo Casanova

Nel famoso dizionario filosofico di Voltaire la voce “amore” è seguita da “antropofago” ed è imbarazzante passare da persone che amano ad individui che divorano i propri simili.
Un anomalo dualismo che, all’ombra del Vesuvio, si attua da sempre nei confronti dei bambini, in molti casi oggetto di un amore assoluto ed incondizionato, ma altre volte abbandonati o sfruttati: un’antinomia che, come sempre, esprime le contraddizioni della città.
Ma non è di questo amore che vogliamo trattare bensì del fuoco delle passioni che, nei secoli, si è manifestato in un luogo vulcanico e tellurico per eccellenza sotto forma di seduzione, adulterio, incesto, fino all’amore saffico.
Non possiamo non partire dalle avventure galanti di Giacomo Casanova, a lungo attivo a Napoli nelle sue scorribande erotiche, che s’invaghì di Leonilda, una procace fanciulla, ufficialmente amante del duca Carlo Pignatelli di Monteleone, di cui il seduttore veneziano era ospite. Decise di chiederla in moglie e si recò dalla madre per chiedere ufficialmente la sua mano. Lucrezia, mamma della giovinetta, era stata in precedenza “passata per le armi” dal focoso Giacomo ed il frutto degli amplessi era stato la nascita di Leonilda per cui l’idea del matrimonio si spense sul nascere.
Ma non tramontò mai il desiderio di possedere la fanciulla e l’occasione per passare dalle aspirazioni ai fatti si presentò nel giardino di un vecchio gentiluomo anziano ed impotente, che aveva sposato la bella Leonilda, ancora vergine, perché anche il precedente amante era, come suol dirsi, “lasco di reni”.
Tra il profumo dei fiori ed all’ombra dei cespugli, si consumò l’incesto che fu talmente dolce da far nascere il desiderio irrefrenabile di ripeterlo, cosa che avvenne molte altre volte, complici altri luoghi e con la partecipazione della mamma della fanciulla.
Dopo un amore peccaminoso, narriamo un amore casto ed infelice, quello che sbocciò tra Giovan Battista Pergolesi, il celebre musicista, e la fanciulla di una nobile casata, del cui nome non siamo certi. Sappiamo, però, che i fratelli, per il suo diniego a sposare un aristocratico, costrinsero la giovane a prendere i voti, rinchiudendola in un convento nel quale, per il grande dolore, in meno di un anno, rese l’anima a Dio. Pergolesi ne diresse la messa funebre per morire anche lui, dopo pochi mesi, a soli ventisei anni nel 1736, consumato dal mal d’amore e dalla tisi.
Due regine napoletane, Giovanna I e Giovanna II, spesso confuse tra loro dalle leggende, occupano un posto di rilievo nell’immaginario erotico partenopeo per le loro imprese al di fuori del talamo nuziale ed infiniti sono i racconti che le vedono protagoniste.
La prima si sposò con il cugino Andrea d’Ungheria, all’età di sette anni, motivo per cui fu rinviata di dieci anni la consumazione del matrimonio, periodo durante il quale Giovanna non rimase inoperosa, concedendo le sue grazie al figlio della sua vecchia nutrice e ad un cugino, particolarmente dotato.
Rimasta vedova a soli diciannove anni, si consolò con vari amanti, prima di riconvolare a nozze con un cugino, morto dopo poco in circostanze misteriose, il cui posto fu occupato ancora da un altro cugino, Giacomo II di Majorca, spesso assente da casa, periodi che la regina occupava piacevolmente accoppiandosi democraticamente con dignitari ed inservienti.
Dopo tanti anni dedicati all’amplesso, la regina chiuse la sua esistenza in carcere, legata mani e piedi, ed oggi riposa nella chiesa di Santa Chiara ma siamo sicuri che la sua anima inquieta vaga ancora alla ricerca dell’eros.
Infiniti sono gli amanti attribuiti all’altra regina di nome Giovanna, sorella di Ladislao, che ebbe anche quattro mariti ed alcuni favoriti famosi, come ser Gianni Caracciolo, assassinato dal popolo.
Molteplici racconti accreditano la leggenda che Giovanna II si accoppiasse ripetutamente con giovani popolani, che, dopo aver soddisfatto le sue voglie insaziabili, venivano gettati in un pozzo, ancora esistente in Castel Nuovo, e venissero divorati da un famelico coccodrillo, uccisioni che la regina, novella mantide religiosa, provocava per tutelare il suo buon nome.
“Questa macabra leggenda ha ampliato sempre più l’idea di una figura femminile che, pur di soddisfare il proprio piacere, fosse priva di qualsiasi morale; ponendo quindi in secondo piano quella reale di fiera combattente che difese strenuamente, assieme al fratello Ladislao, il trono dei Durazzo (Aurelio De Rose).
In epoca più recente una terza regina chiacchierata fu Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, il famose re “nasone”, al quale diede ben diciassette figli.
Il sovrano era notoriamente solito dedicarsi a bettole e bordelli, trascurando gli obblighi del talamo e la regina lo sostituiva degnamente concedendosi a vari amanti, più o meno ufficiali, dal Principe di Caramanico a John Acton, senza disdegnare rapporti occasionali con soldati e popolani.
Per alimentare i trastulli faceva a volte originali scommesse, come quella con la Marchesa di San Marco.
La posta stabilita fu un prestigioso anello di diamanti in premio a chi delle due avesse guadagnato di più prostituendosi nel bordello di San Camillo, tenzone che vide sconfitta Maria Carolina per 18 ducati contro 14.
Non contenta dei rapporti biblici e dando credito al carteggio intercorso tra la regina e la moglie di Lord Hamilton, non volle privarsi del brivido di provare anche le sensazioni degli amplessi cari alla poetessa Saffo.
Tutti i napoletani conoscono “La Floridiana”, uno dei pochi polmoni verdi della città, ma pochi sanno che il nome le deriva da Lucia Migliaccio, figlia del Duca di Floridia, che sposò, con rito morganatico, il re Ferdinando IV da poco vedovo. Come grosso dono d’amore,ed in omaggio alla sua bellezza,il re regalò alla duchessa la splendida e lussureggiante villa vomerese, già proprietà del ministro Saliceti, che, in omaggio alla nuova proprietaria,assunse la denominazione de “La Floridiana”, un luogo ameno dove la nuova sposa si ritirò accudendo i figli di un precedente matrimonio, senza dedicarsi alla vita di corte, concedendo al sovrano di vivere dieci anni in pace e serenità.
Concludiamo questa cavalcata tra amori di ogni genere parlando degli amori contrastati dalle famiglie che spesso si concludevano con la segregazione forzata delle giovani fanciulle nei monasteri cittadini. Le giovinette si maceravano per anni e spesso morivano di crepacuore.
Quella che brevemente raccontiamo, sulla base di quanto scritto dal nostro amico Aurelio De Rose, è una storia d’amore e morte, condita da lacrime e disperazione.
Una novizia di nome Candida, monacata a viva forza, non voleva accettare l’idea di rinunciare al suo amato e questi, pur di vederla, si fece rinchiudere in una cassa di legno che doveva contenere un clavicembalo.
L’ingombrante “pacco” giunse al monastero ma le monache lo lasciarono in  giardino, non riuscendo a trasportarlo fino alla cella di Candida. L’indomani, aiutate dal giardiniere, vi riuscirono ma, quando la novizia aprì la cassa, si accorse  che il suo bel Giacomo era morto, asfissiato durante la notte. Non le restò che portare ogni giorno un fiore alla sua tomba, posta sotto ad un pino,e raggiungerlo in breve tempo, distrutta dal dolore.

2-Giovan Battista Pergolesi

3-Giovanna I




4-Giovanna II
5-Maria Carolina




6-Lucia Migliaccio

7-Ferdinando IV