mercoledì 2 settembre 2020

Materdei tra tradizioni e modernità

 

fig.1 -  Guglia dell'Immacolata


Il toponimo deriva dalla chiesa, di origine rinascimentale, di Santa Maria Mater Dei. La zona più a valle, che termina con via Santa Teresa degli Scalzi, è più antica, mentre la porzione a monte è stata edificata prevalentemente dopo il secondo conflitto mondiale con pregevoli edifici e parchi che si ispirano allo stile liberty tipico dell'edilizia di Napoli della prima metà del Novecento.   
Il simbolo del quartiere può essere considerata la guglia dell’Immacolata (fig.1) situata nello slargo prospiciente via Ugo Falcando, nei pressi della stazione della linea 1. Prima di essere collocato nel luogo attuale, il monumento si trovava nel chiostro dell'ex-conservatorio della Concezione. Nel 2003, dopo pressioni da parte di comitati locali, il monumento fu sottoposto a restauro e nel 2004 inaugurato nel suo ritrovato splendore e nella sua nuova collocazione.     
Il piedistallo, di stile tardobarocco e risalente al XVIII secolo, è stato attribuito a Giuseppe Astarita. Di gusto vaccariano, è alto 10 metri, in marmo bianco e piperno e presenta i tipici caratteri dell'arte barocca: linee morbide e ardite, volumi e fregi sfarzosi. Agli angoli del monumento si trovano quattro piccole basi in marmo e piperno, della stessa fattura e provenienza della guglia.    
La statua della Madonna che svetta sulla guglia è stata ritenuta dopo i restauri opera di Domenico Gagini, databile verso il 1470. Dalla veste ben disegnata nelle tante pieghe, col braccio sinistro sostiene Gesù Bambino che mantiene un libro, mentre stringe nella mano destra una sfera, probabilmente il globo terrestre.            
Quella che oggi domina lo slargo dove si trova la guglia è una copia dell'originale, custodita nel Museo Civico di Castel Nuovo per evitare che il prezioso monumento ripiombasse nel deterioramento che aveva subito per molto tempo fino al restauro. Un'altra copia è stata donata alla chiesa di Santa Maria di Materdei.     
Dato il grande scarto temporale tra la statua di Gagini e la guglia, sono state fatte molte ipotesi: la prima sostiene che la statua sia stata posta sul piedistallo per fungere da modello per la più famosa (e coeva) guglia dell’Immacolata di Piazza del Gesù Nuovo, voluta dal gesuita Padre Francesco Pepe che nel 1743 aveva fondato il Conservatorio della Concezione, dove il monumento era in precedenza collocato. Questa ipotesi è stata fatta (in parte) propria da Francesco Divenuto per spiegare l'origine del piedistallo barocco. Il Divenuto infatti sostiene che il monumento sarebbe stato una prova che avrebbe permesso a Giuseppe Genuino, il progettista della guglia del Gesù, e ai suoi collaboratori di controllare gli elementi figurativi. Successivamente sarebbe stata collocata nel conservatorio.    
Sappiamo inoltre che Giuseppe Astarita partecipò al concorso per la guglia del Gesù; questo avvalora la tesi dell'attribuzione a lui della guglia di Materdei.    
Un'altra ipotesi ritiene che la statua di Gagini appartenesse al rinascimentale Palazzo Sanseverino e che venisse spostata in quel luogo nel Settecento. Infine c'è chi pensa che la statua sia originaria della zona e che fosse collocata in un'indefinita cappella prima di essere posta sulla guglia.
Parlare della zona Materdei per me è un tuffo nel passato, ricco di ricordi e carico di malinconia. Rammento quando bambino, in compagnia di mia madre e mio fratello Carlo, 1-2 volte alla settimana raggiungevamo di pomeriggio il Capitol o il Bolivar per assistere alla proiezione di un film e ritornare a casa in tempo per la cena, che coincideva con l'arrivo di mio padre dall'ufficio. Percorrevamo un tratto di via Salvator Rosa, la salita San Raffaele, poscia un vicoletto tanto stretto, che bisognava andare in fila indiana e finalmente eravamo arrivati alla meta. Oggi del Capitol non vi è più traccia, mentre il Bolivar (fig.1) dopo solo 40 anni di chiusura è stato trasformato in un elegante teatro con 360 posti, delle poltrone eleganti ed un ampio palcoscenico (fig.2). Speriamo che quanto prima questo Covid finisca di tormentarci, perché non vedo l'ora di ritornarci per assistere a qualche divertente spettacolo.
Avevo tanti amici che abitavano in zona, tra questi Antonio Meola, mio compagno alle scuole medie, noto tra le compagne per le cospicue dimensioni del suo attributo virile, che voleva continuamente sfidarmi a braccio di ferro, nonostante le sonore batoste che gli infliggevo.
Conoscenza più recente quella con Fulvio De Innocentis (fig.3), modesto scacchista, mediocre scrittore, ma straordinario musicista, in grado di incantare il pubblico con suoni densi di emozioni.
Di pochi anni la sincera amicizia con Guido Bossa, anche lui amante della musica, ma la cui specialità è un'altra e ne parleremo fra poco, dopo aver accennato ad una delle principali attrazioni della zona: la pizzeria Starita (fig.4), la splendida scenografia dell'episodio Pizze a credito del film L'oro di Napoli, reso celebre dall'interpretazione della pizzaiola Sophia Loren (fig.5).
Per i più giovani rammentiamo l’episodio incriminato: Sofia e suo marito Rosario gestiscono una pizzeria da asporto nel rione Materdei. Lei è bella e formosa e i clienti frequentano il suo negozio anche per questo. Rosario, ovviamente, è geloso e possessivo. Un giorno il costoso anello di fidanzamento che Sofia ha sempre portato scompare. Potrebbe essere caduto nella pasta della pizza mangiata dalla guardia notturna del quartiere, o in quella di un frate o in quella consumata da un fresco vedovo, ma la verità è più amara: Sofia l'aveva lasciato dal giovane amante che, non senza imbarazzo, lo riporta alla donna fingendo di averlo trovato in una pizza. A Rosario non rimarrà che la conferma del tradimento, mentre Sofia senza vergogna passa tra la gente del quartiere a testa alta.
E ritorniamo ora a Margherita, Calzoni e Marinare e torniamo indirettamente al mio fedele amico, il quale tra l’altro ha l’altissimo onore di frequentare il mio salotto culturale, anche se il suo vero interesse è la musica, che suona divinamente e la culinaria, che esplica infornando delle gustose pizze, sfruttando un impasto dalla formula segreta ideato dalla sua amata consorte. Egli abita in un lussuoso condominio, fornito di un lussureggiante giardino (fig.6) ed occupa un vasto appartamento all’ultimo piano dotato di un terrazzo, da cui si gode un panorama da favola (fig.7) e dove frequentemente invita gli amici più cari e li prende per la gola.

 

fig.2 - Teatro Bolivar
 
fig.3 -  Fulvio De Innocentis

fig. 4 - Pizzeria Starita

fig.6 -Giardino condominale Marsicano

 

fig.7 -Panorama

 Spostiamoci indietro nel tempo per descrivere brevemente un tesoro archeologico che pochi conoscono: le tombe eneolitiche rinvenute nel rione, che sono le più antiche cavità artificiali sinora scoperte nel sottosuolo di Napoli; fungevano da luoghi di sepoltura. Risalenti al III millennio a.C. (periodo eneolitico), sono riferibili alla cultura del Gaudo e sono caratterizzate da tombe "a forno" scavate nella roccia con un pozzetto d'accesso ed una o due camere sepolcrali a sepoltura multipla. Questi luoghi accoglievano le salme di clan familiari di indole guerriera.              
Sono state scoperte fortuitamente nel 1950 in vico Neve, mentre si stava provvedendo a scavare in un giardino di un palazzo al civico 30 per preparare la costruzione di un edificio. La prima tomba fu scoperta l'11 aprile, la seconda quattro giorni dopo (15 aprile). Nella prima fu trovato un corpo integro rannicchiato, nella seconda furono rinvenuti anche cinque vasi ad impasto e un piccolo pugnale di bronzo, posto accanto a uno degli inumati. L'archeologo Giorgio Buchner provvide ad eseguire alcuni rilievi.            
Torniamo ai nostri giorni per fare la conoscenza con un luogo che rinasce grazie alla tenacia di un gruppo di cittadini attivi        
Forse non tutti sanno che a Napoli, nello storico quartiere Materdei, c’è un giardino “liberato” (fig.8-9), ovvero “occupato” solo dalle attività sociali, culturali e artistiche che gruppi di cittadini spontaneamente realizzano da circa tre anni a questa parte.   
Il giardino è solo una piccolissima parte dell’immenso spazio che, in Salita S. Raffaele numero 3, un tempo era occupato dal convento delle Teresiane e che recentemente è stato restituito alla collettività semplicemente grazie alla tenacia dei cittadini che si sono mobilitati per farne un bene comune. “Ci dovrebbe fare molto di più – dice uno degli attivisti che lo tiene in vita, Rosario Nasti – considerando che ci sono molti altri spazi a cui mettere mano. Ma già questo è un risultato importante, da valorizzare e non dare per scontato in una città come Napoli. Si tratta di un’esperienza che non ha partito, non ha colore politico, non conosce barriera. Tutti possono concretamente dare il proprio contributo al progetto”.       
Il monastero, lasciato in disuso, nel settembre 2009 è stato occupato abusivamente dal centro sociale di ispirazione fascista Casa Pound, ma dopo aspre polemiche nel mese di dicembre è stato sgomberato. Dopo un sopralluogo effettuato da cittadini e Comune nel novembre 2011, dal 2012 è sede di un gruppo di associazioni di quartiere che gestisce la struttura. Questa la ricostruzione storica tratta da Wikipedia e ripresa dal sito web del Giardino Liberato, costantemente aggiornato con tutti gli appuntamenti in programma, dal corso di informatica a quello di arti marziali, dai laboratori teatrali al corso di lingua spagnola, passando per la danza e le sperimentazioni musicali.     
Ed è proprio la musica uno dei centri nevralgici delle attività del Giardino, recentemente teatro del videoclip musicale “L’essenza della vita” firmato dal rapper Prageeth Perera ft. Nyong Inyang, girato proprio negli spazi, più o meno recuperati, dell’ex convento. Nel video, postato a luglio del 2015, protagonisti sono molti dei migranti che animano e frequentano questo posto, la maggior parte dei quali di nazionalità africana e srilankese (ovvero le comunità più numerose del centro storico di Napoli). Il testo, un po’ in italiano un po’ in inglese, è un vero e proprio inno alla vita, in cui si esorta ad andare oltre la razza, l’etnia, la religione, il colore della pelle, per costruire un domani diverso.       
L’idea è proprio quella di contribuire democraticamente ai processi di cittadinanza”, spiega ancora Nasti, che di mestiere fa l’operatore sociale. Il Giardino è davvero il centro di una serie di attività utili ai cittadini di Materdei e non solo: offre, ad esempio, uno spazio dedicato specificamente ai bambini; chi vuole può frequentare un corso per il conseguimento della licenza media; ha allestito una biblioteca di quartiere, a disposizione di chi voglia consultare opere di carattere generale, dizionari e libri di letteratura. Senza considerare il Teatro degli s-badanti, il laboratorio teatrale rivolto agli over 65 “per parlare di teatro, muoversi, leggere, ascoltare, conoscere persone e stare insieme”, curato da Daniele Mattera e Rosa Sollazzo.  Inoltre, il Giardino Liberato è aperto ed accogliente, ogni domenica mattina”, come si legge dalle pagine del suo sito. Provare per credere!              
La vita del rione è stata rivitalizzata dall’apertura della stazione della Linea 1 della Metropolitana di Napoli (fig.10), ubicata in Piazza Scipione Ammirato (fig.11).       
La stazione è stata progettata da Alessandro Mendini e inaugurata il 5 luglio 2003 alla presenza dei quindici ministri dei trasporti delle nazioni dell'Unione Europea.    La sua apertura è avvenuta due anni dopo il completamento dell'intera tratta fino a piazza Dante in quanto è stata utilizzata come pozzo d'estrazione per il recupero in superficie dei materiali ed i macchinari impiegati durante gli scavi.       
All'interno dello scalo, che fa parte del circuito delle stazioni dell'arte, c'è un mosaico di Sandro Chia, un altorilievo di Luigi Ontani e opere di Sol LeWitt e serigrafie di artisti meno noti. Un particolare della stazione è la guglia di vetro (fig.12) che sovrasta il mosaico di Chia ed è stata progettata sempre dal Mendini, anche autore della riqualificazione urbanistica della zona circostante la stazione, che ha comportato la pedonalizzazione di parte di piazza Ammirato e di via Leone Marsicano e la conseguente sostanziale variazione della viabilità nella zona.  Al centro della piazza si erge un obelisco di vetro colorato, elemento di raccordo tra l'interno e l'esterno della stazione; opposta all'obelisco, a valle, è presente una scultura in bronzo dipinto di Luigi Serafini, intitolata Carpe Diem.       
Tra i palazzi monumentali del quartiere in primis va ricordato il Palazzo Cassano Ayerbo (fig.13) D'Aragona, ubicato in Salita San Raffaele. Il palazzo viene ricordato nel testo del Parrino del 1725 come un casino di caccia situato nella zona di Sant'Efremo Nuovo. Il fabbricato fu trasformato in residenza a metà del XVIII secolo, quando la zona di Materdei subì un notevole incremento demografico. In un atto notarile del 1748 è indicato l'inizio dei lavori di ristrutturazione e ampliamento voluti dal principe Giuseppe Maria d'Aragona.   
Il palazzo presenta una scala a matrice ottagonale che finora è rimasta inedita alla critica architettonica e si presuppone che a progettare e dirigere il cantiere sia stato Ferdinando Sanfelice che morì il 1º aprile del medesimo anno dell'inizio dei lavori. Tale attribuzione è dovuta al fatto che un esempio così inusuale di scala napoletana fu largamente sperimentata dal Sanfelice. Con molta probabilità i lavori furono affidati a Giuseppe Astarita, già collaboratore del Sanfelice dalla metà degli anni Trenta del Settecento.  Nel 1785 fu condotto un restauro diretto dall'architetto Gaetano Barba che eliminò molte decorazioni barocche conferendo al palazzo un'impronta più classicheggiante ed aperta alle nuove istanze architettoniche d'oltrappe di Marc-Antoine Laugier. Nel 1906 fu acquistato dalle suore dell'Addolorata che vi edificarono nel giardino la chiesa dell'Addolorata.     
Il palazzo è ubicato in una zona di difficile accesso; l'ingresso è facilitato da una ripida salita che conduce ad un portale in piperno a tutto sesto. Varcato l'ingresso si arriva ad un primo cortile che faceva parte del primo edificio.         
Il secondo, più grande, ospita la scala a matrice ottagonale. La struttura poligonale si sviluppa attraverso una rampa centrale affiancata da due rampe laterale, divise da un pianerottolo con uno dei lati ad arco. La scala è permeata da un accentuato dinamismo, sottolineato dalla tensione di pilastri ad angoli acuti, dal profilo dei costoloni che definiscono le volte e dai rampanti a collo d'oca.            
La composizione spaziale della fabbrica primitiva e degli interventi settecenteschi sono rimaste poche tracce. La facciata principale non preserva più nulla al di fuori del portale.               
Recentemente l'edificio (fig.14), in piccola parte ancora abitato dalle suore dell'Addolorata, è stato acquistato dalla Fondazione Morra, attiva nella promozione dell'arte contemporanea ed è sede di residenze artistiche e di iniziative artistiche e culturali di livello internazionale. La Giunta comunale su proposta dell’Assessore all’Urbanistica e Beni comuni Carmine Piscopo ha approvato il progetto di “fattibilità” di un’attrezzatura pubblica ad iniziativa privata denominata “Casa Morra – Collezione d’Arte Contemporanea, cento anni di attività”, nell’antico e prestigioso Palazzo Cassano Ayerbo d’Aragona. Il progetto prevede la riqualificazione ed il restauro di gran parte del Palazzo sito in via Salita S. Raffaele, con l’abbattimento delle varie superfetazioni realizzate nel corso del tempo e la creazione di una attrezzatura museale, regolata da una convenzione col Comune di Napoli, che prevede la creazione di una servitù di uso pubblico perpetua sui vari locali destinati a esposizione, mostre, formazione, foresteria e ristoro, con accesso pubblico da Salita S. Raffaele e via Tutini, nonché la sistemazione e fruizione degli spazi aperti connessi al museo. Il progetto si inserisce nello stesso contesto urbano del Museo Nitsch e del Quartiere dell’Arte e persegue le medesime finalità di sviluppo socio – economico dell’area, nell’ambito delle iniziative finalizzate alla valorizzazione culturale de “L’isola di Pontecorvo” e parte del quartiere Avvocata ad essa contigua, con il recupero di importanti strutture pubbliche, religiose e di edilizia privata, al fine di configurare un vero e proprio “Quartiere dell’Arte” che al di là del recupero urbanistico costituisce un importante volano di sviluppo artistico – culturale e turistico della città”, come definito con la delibera di Giunta Comunale n.905 del 15/12/2014. La servitù di uso pubblico consiste nella messa a disposizione di tali luoghi adatti a condividere ed organizzare progetti di produzione di beni culturali e relazionali capaci di innescare lo sviluppo sociale ed economico nel quartiere, anche secondo le indicazioni date dal Comune di Napoli stesso.           
In particolare, l’uso pubblico si concretizzerà per l’organizzazione annuale, secondo un calendario concordato con la Municipalità, di workshop formativi, convegni, mostre ed eventi culturali con ingresso gratuito a favore delle scuole del quartiere; ma anche progetti per i giovani in formazione, utilizzando e rinnovando convenzioni specifiche e le scuole del quartiere.

 

fig.8 -  Giardino liberato

fig.9 - Insegna all'ingresso

 

fig.10 -Materdei Metropolitana

fig.11 - Ingresso stazione metropolitana Materdei, piazza Scipione Ammirato

 

 

fig.12 - Guglia in vetro

 

fig.13 -  Palazzo Cassano Ayerbo d'Aragona
 

fig.14 -  Casa Morra in palazzo Cassano Ayerbo d'Aragona

 

 Per decenni il fiore all’occhiello del quartiere è stata la Casa dello scugnizzo, una benemerita fondazione multifunzionale di assistenza sociale.       
Tra il 1951 e il 1969, la Casa dello Scugnizzo non è solo il luogo materiale dell'assistenza ai ragazzi ma soprattutto un network di Comitati sparsi in Europa e in America. La notorietà di don Borrelli (fig.15), fondatore della Casa, fu accresciuta da riconoscimenti nazionali (Stella della bontà 1963) e internazionali (Membro Onorario del Deutscher Kinderschutzbund, in italiano: Federazione per la protezione del fanciullo), la rivista statunitense il Reader's Digest, tradotta in più di 12 lingue, diffuse la sua storia in tutto il mondo così come, nel 1957, Children of the Sun, romanzo-inchiesta di Morris West.     
Nel 1958, uscì nelle sale cinematografiche il film Il bacio del sole (conosciuto anche come Il bacio del Sole - Don Vesuvio), ispirato all'impresa tra gli scugnizzi, e fu distribuito in tutta Europa, mentre la televisione inglese (ITV Television Playhouse) produce uno sceneggiato biografico a puntate intitolato Children of the Sun. Don Mario pose la propria grande popolarità al servizio dei bambini poveri, disadattati ed emarginati di Napoli: raccoglie tuttora incessantemente fondi per gli scugnizzi e le loro famiglie povere. Ma, come il sacerdote statunitense Henry Rosso, fondatore della prima scuola di fund raising al mondo, si può dire che il fund raising posto in opera da Mario Borrelli è “l'arte di insegnare alle persone la gioia di donare”.  
Nel corso degli anni Sessanta, don Mario comprese che i problemi di fondo, le cause sociali dell'abbandono, del “disadattamento” e dell'emarginazione, restano ancora un nodo da sciogliere. Pertanto decise di andare a vivere nelle baraccopoli napoletane, accanto alle Piccole Sorelle di Charles De Foucauld, e al centro di una rete di Gruppi Volontari d'ispirazione cristiana che guardano al Concilio Vaticano II come fonte e riferimento spirituale e civile.

<<Se mi domanderanno perché sto qui nelle baracche, devo rispondere onestamente che non lo so.
Potrei rispondere: “Perché vi voglio bene”. Se quelli di fuori mi porranno la stessa domanda, cosa devo rispondere? “Perché voglio loro bene”. Anche questa sembra una frase arrugginita da secoli di abbandono. Noi ci siamo fatti farisei e preferiamo sempre considerare i poveri come i soli responsabili della loro miseria>>
(Mario Borrelli, Un prete nelle baracche, La Locusta, Vicenza, 1967.)

Oltre all'assistenza minorile, la fondazione aiuta donne, anziani ed immigrati grazie anche alla collaborazione con altri enti quali la Caritas, la Gesco e l'Arci. È dotato di uno “spazio donna”, di un servizio mensa e di un consultorio medico-geriatrico, di un nido multietnico e la biblioteca dell'”Istituto Superiore di Studi Giuridici”.                      
Ciò che consente alla Casa dello Scugnizzo di aiutare i ragazzi è la raccolta di fondi operata da una rete interconfessionale di volontari. La totale novità dell'impostazione di fondo della Casa affascina educatori e famiglie, afferenti al mondo cattolico, anglicano e protestante. Numerose conferenze in giro per il mondo, gli consentono di ravvivare l'ampio network di sostegno alle sue iniziative e mentre la Casa dello Scugnizzo costruisce nuovi alloggi e offre nuove possibilità d'istruzione ai ragazzi ospitati, lui individua il contesto in cui affondano le radici dell'abbandono minorile. Questo racconto lo ascoltai dalla viva voce dell’interessato presso la sede napoletana dell’Ucid, negli anni Sessanta, dove don Borrelli era stato invitato dall’ingegnere Sergio Lamaro a parlare della sua vita avventurosa ai giovani. Rimasi colpito dai suoi abiti civili, all’epoca i preti non prediligevano il clergyman, e dalle sue parole, semplici e prive di enfasi. Mi resi conto che quegli episodi leggendari meritavano la penna di un grande scrittore, che avesse l’occhio acuto del pittore e l’impietoso angolare dello storico, per cui, possedendo queste qualità, in seguito ho dedicato al personaggio un capitolo nel I tomo della mia collana Quei napoletani da ricordare, dal titolo Il prete scugnizzo, che consiglio a tutti di leggere digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/il-prete-scugnizzo.html
Concludiamo in bellezza questo capitolo parlando dell’Archivio Bonelli (fig.16), il quale raccoglie pezzi unici della storia napoletana: locandine teatrali, statuine di San Gennaro lavorate a mano, vecchi cappelli, abiti, fotografie, una caffettiera da 18 tazze, giochi napoletani, bidet, wc e così via e che dal 2017, dopo tantissime richieste fatte e spazi mai concessi, trova finalmente una sede presso la Casa dello Scugnizzo in Piazzetta San Gennaro n.3 a Materdei, Napoli.Tra i pezzi della collezione ci sono, ad esempio, il più antico bidet, dopo quello di Caserta (il tanto rinomato “oggetto a forma di chitarra”) o esemplari di wc “inodori”, perché forniti di sciacquone.                   
Esiste poi un settore dedicato all’emigrazione: annunci stampati di navi in partenza dall’Italia per gli Stati Uniti, o viceversa (il ritorno a casa).          
“Ogni oggetto qui esposto (e pochissimi sono esposti, rispetto all’intera collezione) – afferma Gaetano Bonelli (fig.17) – ha una sua storia, ed è arrivato nelle mie mani seguendo percorsi diversi”. Alcuni, infatti, li ha dovuti comprare all’asta, investendo parte del suo patrimonio, altri gli si sono presentati davanti quasi per caso, su qualche bancarella di cianfrusaglie dimenticate. Origini diverse, ma qualcosa in comune: attraverso tutti questi oggetti è possibile raccontare la storia della città di Napoli.

 

 fig.15 - Don borrelli, il prete scugnizzo

 

fig.16 - Archivio Bonelli

 

fig. 17 -Gaetano Bonelli




2 commenti:

  1. Ieri sera tra musica dal vivo (e che vivo!), crapulate e abbondanti libagioni con vino bianco della botte, accompagnamenti musicali e non, con il beneplacito di moglie, quindi senza complessi di colpa, la serata si è conclusa canonicamente…..e non potevo chiamarti all’ora e nello stato di grazia in cui versavo.
    Ho letto le tue chiose su Materdei e la magistrale invenzione del depistaggio urbanistico sulla sede della mia abitazione!! Esporrò il trafiletto sulla mia lapide, a perenne memoria di chi fu Guido Bossa.
    Mi inchino a Sua Sommità.
    Guido Bossa

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  2. Impareggiabile Virgilio.Ciao
    Giovanni Frinelli

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