domenica 24 luglio 2016

Il bestseller dell’estate 2016



Libri su Ischia ve ne sono tanti in circolazione, ma uno bello, appassionato, esaustivo ed affascinante come quello scritto da Dante Caporali ed Achille della Ragione: “Ischia l’isola dell’incanto” è raro a trovarsi. Basta scorrere l’indice per convincersene, a parte il corredo fotografico, costituito da oltre 200 foto a colori.

Dante ed Achille costituiscono una coppia insolita, il primo ingegnere, il secondo medico, da tempo hanno lasciato la professione, perché si sono entrambi innamorati della stessa entità, per fortuna non si tratta di una donna, bensì di Napoli e della Campania, per cui non sono rivali, ma formano un tandem affiatato, che da tempo produce a ritmo incessante articoli e libri sulla storia e sull’arte di questa antica e gloriosa capitale, oltre ad organizzare una serie interminabile di visite guidate alla scoperta di bellezze più o meno conosciute.
Le foto sono tutte di Dante, il quale a suo tempo illustrò un libro di Achille: Ischia sacra guida alle chiese (consultabile in rete), la cui lettura è consigliata a tutti coloro che vogliono approfondire il patrimonio artistico dell’isola verde per antonomasia.
Il libro recensito: “Ischia l’isola dell’incanto” è consultabile su internet e non mi resta che augurarvi buona lettura, con la preghiera, se vi piace, di segnalarlo ad amici, parenti, collaterali ed affini.  

Marina della Ragione

Necrologio doppio

Eliana Merolla nel film La Contessa

A distanza di poche ore hanno lasciato questa valle di lacrime le compagne di due napoletani doc: Totò ed Achille Lauro.
Franca Faldini è stata ricordata da tutta la stampa nazionale, mentre per Eliana Merolla, la moglie di don Achille, si è materializzata la damnatio memoria, che ancora perversamente si perpetua su tutto ciò che riguarda il mitico Comandante.
Vogliamo ricordarla riproponendo ai lettori il capitolo che le abbiamo dedicato nel I tomo del libro Napoletani da ricordare, consultabile in rete


Nozze tra Achille Lauro ed Eliana Merolla, in arte Kim Capri



La stella di Napoli dagli occhi verdi

Eliana Merolla


Dietro ogni grande uomo vi è una grande donna, per cui che straordinario personaggio è stato Eliana Merolla, compagna fino alla morte di Achille Lauro, anche se deve condividere parte del merito con Angelina, la prima moglie, la quale lo ha assistito nella fase dell’ascesa, da mozzo a più grande armatore del mondo della sua epoca, più del mitico Aristotele Onassis.
Ho avuto modo di conoscere Eliana Merolla intorno al 2002, quando mi apprestavo a preparare il mio volume sul Comandante, “Achille Lauro Superstar”, consultabile in rete, e, nonostante i 65 anni, i suoi occhi color smeraldo erano in grado di ammaliare chiunque si soffermasse a fissarli.
Da poco, per sopravvivere, aveva venduto all’asta una parte dei gioielli donati in omaggio alla sua bellezza da don Achille e viveva modestamente con la figlia Tania nel culto del grande uomo con cui aveva avuto il privilegio di condividere la giovinezza.
Per raccontare la sua storia mi servirò delle pagine che le ho dedicato nel mio libro, prima citato.
Angelina sopportava pazientemente le scappatelle del marito, come una croce da portare in cambio del privilegio di vivere al fianco di un uomo dalla sprizzante vitalità, ma rimase sconcertata quando Achille le confessò candidamente di non desiderarla più sessualmente.
“Ti amo, ti voglio bene, non potrei vivere senza di te, sarai sempre la padrona assoluta del mio cuore, ma non ti desidero più e non voglio mortificarti con una bugia”.
Angelina capì che non c’era nulla da replicare ed accettò le camere separate, ma il suo cuore si spezzò sanguinante di una ferita che non si rimarginò più.
Quando il suo Achille le confidò che aveva lasciato Jolanda, tirò un sospiro di sollievo, ma non sapeva di essere caduta dalla padella nella brace. Achille aveva lasciato la vecchia fiamma unicamente perché si era innamorato di una donna di cinquant’anni più giovane di lui, con la quale starà insieme fino alla morte: Eliana Merolla.
Cupido fu un concorso di bellezza, uno dei tanti che, negli anni Cinquanta, programmavano a gara i due giornali napoletani.
Il “Roma” ne organizzava di megagalattici ed “Il Mattino”, sulla sua scia, aveva promosso con grande successo, l’ ”Ondina sport sud”, dedicata alle bellezze estive, quando il bikini era da molti benpensanti considerato, più che osé, un oltraggio al pudore.
Non erano queste le uniche attività che “Il Mattino” organizzava a ruota, carpendo l’idea dalla fertile mente del Comandante, anzi l’esempio più paradigmatico era costituito dalla gigantesca sottoscrizione “Bontà di Napoli”.
Essa, per mesi, sollecitava le offerte dei lettori, solleticandone la vanagloria di vedere il proprio nome pubblicato tra i benefattori. L’iniziativa fu varata allo scopo di approntare, per le feste natalizie, pacchi dono, in tutto simili a quelli elargiti da Lauro, da distribuire a pioggia tra i bisognosi della città.
Sono gli anni in cui nasce a Napoli questo sfrenato attivismo benefico, del quale si fanno paladini grassi signori della nobiltà (decaduta) e della borghesia (nullafacente), in perfetta sintonia con signore d’annata, legate il più delle volte unicamente all’aspetto mondano della dazione.
Gli effetti nefasti, in termini di persecuzione ai limiti della rottura, si riverberano fino ai giorni nostri, caratterizzati da un quotidiano pullulare di collette, gare di burraco, spettacoli teatrali con attori dilettanti e sprovveduti, che si susseguono a ritmo vertiginoso, mentre i benefattori (con soldi altrui) sono diventati legioni, animati da due soli obiettivi: comparire come “buoni” in società e, ove mai esistesse, assicurarsi una felice collocazione in Paradiso, ignorando sfacciatamente il dettato evangelico, che ammonisce rigorosamente: “Non sappia la mano sinistra ciò che fa la mano destra”.
E parlando di beneficenza, oggi che i beni demaniali, tra cui le spiagge, vengono alienati per quattro soldi al miglior offerente, con un passaggio di proprietà dal pubblico al privato deleterio, non è fuor di luogo ricordare che per decenni don Achille ha messo a disposizione del popolo la sua villa a mare di Posillipo per i bagni estivi. Bastava una semplice richiesta per ottenere una tessera gratuita di accesso e la tintarella era assicurata. Le sorelle Capuano, cinque vispe signorine tra gli ottanta e i novant’anni, ci hanno confidato di aver fatto per anni a villa Lauro i migliori bagni della loro vita.
Il concorso “La stella di Napoli” aveva un premio speciale molto appetibile: un provino cinematografico per diventare attrice protagonista del primo film prodotto da Lauro, dal titolo “La città del sole”.
Scopo della pellicola, per la quale si era raggiunto un accordo con Eduardo De Filippo per affidargli la regia, era quello di mostrare la Napoli nuova, sorta con la ricostruzione, con strade ampie e palazzi nuovi e diffonderne l’immagine per l’Italia.
La folla di ragazze che si accalcava per partecipare alla gara era di conseguenza più nutrita del solito e tra questi, teneri boccioli, vi era Eliana, la più profumata, che si presentava, dopo un ennesimo bisticcio col gelosissimo fidanzato, con la segreta speranza di poter sfuggire ad un matrimonio che si prevedeva asfissiante e ad un futuro che si preannunciava monotono.
La prima selezione scelse, su oltre cento partecipanti, dieci ragazze, che durante la festa di Piedigrotta sfilarono, indossando un succinto costume da bagno, su di un carro speciale dedicato alle stelle di Napoli.
Eliana, con i suoi attributi fuori dal comune, dagli occhi verde smeraldo ai capelli biondo tiziano, per tacere del resto, attirò gli sguardi vogliosi del pubblico e non si contarono i complimenti a gran voce di ogni genere da parte dei più audaci.
Alla successiva finalissima le ragazze furono sottoposte al voto di una giuria composta da personalità della politica, dello sport e del giornalismo.
Achille Lauro faceva parte dei votanti e si pronunciò con un dieci e lode per Eliana ma, distratto da altri impegni, si allontanò senza attendere l’esito delle selezioni.
Sicuro della sua vittoria, il giorno dopo si rammaricò che la sua prescelta fosse arrivata solo seconda, perciò decise di farle arrivare un suo messaggio e d’invitarla per un incontro nel suo studio, nel quale si sarebbe dichiarato disponibile a far sottoporre anche lei ad un provino per il film da girare. Dall’incontro probabilmente immaginava che sarebbe potuto scaturire anche dell’altro, ma la ragazza spense ogni suo bollore, allorchè si presentò piangendo. Raccontò la sua triste storia, dai lutti familiari al fidanzato geloso e rompiscatole. Lauro commosso promise di aiutarla.
Nei giorni successivi le sue telefonate s’intensificarono, insospettendo il padre e la madre di Eliana, i quali decisero che avrebbero affrontato Lauro, pregandolo di lasciar perdere la loro figlia.
I genitori lo convocarono a casa loro e, pur accogliendolo con tutti gli onori come il re di Napoli, cercarono di convincerlo, ma lo scontro fu impari. L’autorità del Comandante tolse loro le parole di bocca ed essi capitolarono, senza condizioni, davanti all’offerta di un contratto di attrice con un cachet superiore a quello percepito dalla stessa Sophia Loren: 25 milioni, una cifra che nessuno avrebbe potuto rifiutare.
Il film, per la regia di Claudio Gora, nonostante la partecipazione di attori famosi, da Paolo Stoppa ad Amedeo Nazzari, non ebbe particolare successo. La Merolla, con lo pseudonimo di Kim Capri, ebbe però modo di mostrare le sue ragguardevoli ed esplosive grazie, ma poi preferì entrare nel ruolo più gratificante di amante di Lauro.
A dire la verità, almeno all’inizio, un’amante un po’ sui generis; infatti come con Angelina aveva instaurato un rapporto di fratello e sorella, così con Eliana ne aveva creato uno, ancora più ambiguo, di padre e figlia.
Si vedevano soltanto la sera per la cena, nell’appartamento di via Crispi vicino a villa Lauro. Si parlava del più e del meno e si accennava anche alle “sedute”, non proprio d’affari, che Lauro aveva avuto nel pomeriggio.
Durante le vacanze i due colombi prediligevano le località della costa azzurra, lambite con il “Karama”, il superbo veliero, dotato di un equipaggio di ben 11 marinai.
Achille copriva la sua amata di regali costosissimi, captando e soddisfacendo al volo qualsiasi suo desiderio.
Ci furono, come in tutti gli amori, anche momenti difficili, quando all’orizzonte comparvero uomini più giovani del Comandante, come un inglese, affascinante e tenebroso, per il quale vi fu una sbandata. Egli voleva sposare Eliana; lei però alla fine, dopo mille ripensamenti, scelse di rimanere al fianco del suo Achille.
Questa decisione fece ricredere i figli di Lauro, i quali cominciarono ad intuire che quella ragazza, così bella e così giovane, era sinceramente affezionata, se non innamorata, al loro genitore.
Eliana pretese però di essere sposata (tutte le donne sono uguali).
Lauro era oramai da anni vedovo e lo stesso si ostinava ad abitare da solo nella villa, recandosi in visita dalla sua compagna solo la sera, alla fine di una giornata di lavoro spesso massacrante, per la cena e quattro chiacchiere.
Più volte si erano preparate le carte per il matrimonio, ma esse erano scadute, senza che nulla avvenisse.
Eliana, sentendosi presa in giro, minacciò allora di scappare via per sempre ed Achille la riacciuffò soltanto sul filo di lana, mentre si accingeva a raggiungere l’aeroporto.
Furono preparate di nuovo le pubblicazioni, ma i giorni passavano e la fanciulla era ormai rassegnata.
Una sera, mentre cenavano tranquillamente, mancavano pochi minuti alle 22, Achille all’improvviso disse: “Preparati, voglio andare a teatro” e poiché la compagna perdeva tempo a prepararsi, disse bruscamente: “Non è necessario vestirsi eleganti”.
Ma lei intuì che sarebbe successo qualcosa di strano, per cui non volle rinunciare ad un completino in crèpe di lana ed alla pelliccia con il collo di zibellino e, perché no, anche ad un pizzo antico di Bruxelles, uno splendido merletto che era appartenuto ad una sua ava.
Scesi in garage, dove era in attesa la Mercedes con l’autista, prendono posto in una piccola utilitaria e raggiungono la stradina ove è situata la parrocchia di San Benedetto all’Arco Mirelli.
La porta della chiesa è socchiusa, ma all’interno vi è un tripudio di rose pallide e di lillà bianchi. Sull’uscio viene offerto un minuscolo bouquet di fiori alla frastornata Eliana, che trova il braccio del fratello e raggiunge emozionatissima l’altare.
Don Ciro, credendola sprovvista, si offe di prestarle un velo dalla sagrestia, ma Eliana non rinuncia al suo, con il quale si erano già sposate la mamma e la nonna.
Momenti di divertito imbarazzo, quando Lauro offre il suo dito al parroco, che sorridendo invita gli sposi a scambiarsi gli anelli.
Sono le 23,30, pochi minuti e sarebbero scadute le pubblicazioni per l’ennesima volta.
Pochissimi i parenti e gli amici presenti alla cerimonia, molti e sfarzosi saranno i regali nei giorni successivi, testimoni due fedelissimi: Gaetano Fiorentino ed Andrea Torino.
All’uscita si assembra una piccola folla di curiosi, medici ed infermieri di turno nel vicino ospedale Loreto e qualche perditempo notturno, che a Napoli non manca mai.
Un applauso ed in coro un grido augurale: “Viva gli sposi” e di rincalzo: “Vita lunga a don Achille”.
Con questo matrimonio si mette la parola fine ai pettegolezzi ed alle voci di nozze segrete celebrate all’estero.
La prima presentazione ufficiale della sposa al Meeting internazionale degli armatori svoltosi a Sorrento, dove Eliana, nella sua sfolgorante bellezza, oscura le compagne dei più potenti imprenditori del globo.
Dopo pochi giorni al Festival del cinema nuova splendida apparizione, al fianco dei più prestigiosi nomi dello spettacolo.
Divenuta moglie, la famiglia di Lauro cominciò a frequentarla e, conoscendola meglio, seppe apprezzare il suo attaccamento ad Achille, il suo carattere semplice ed allegro e la sua riservatezza.
Ercole, che assieme alla sorella Laura si era opposto strenuamente al matrimonio, paventandone le dannose conseguenze economiche sull’eredità, fu felice di ricredersi, a tal punto da intrattenere ancora oggi cordiali rapporti di amicizia con Eliana, da anni trasferitasi a Roma.
Appena celebrato il matrimonio, la novella sposa, assistita dal suo legale di fiducia, l’avvocato Gallo, si recò dal notaio Monticelli e dichiarò di voler separare i suoi beni da quelli del marito, uno degli armatori più ricchi del mondo, tra i primi contribuenti in Italia, con un volume di tasse superiore a quello versato ogni anno dall’avvocato Agnelli, il padrone della Fiat.
Il motivo di questa scelta, a lungo rimasta segreta, era semplice per quanto sconcertante: la signora era rimasta affascinata dal potere del suo compagno e non dalla sua ricchezza.
Che questa ragazza volesse bene veramente ad Achille lo aveva intuito la stessa Angelina, la quale, mentre odiò sempre Jolanda, ritenuta una pericolosa rivale, per questa fanciulla che sacrificava la sua giovinezza al fianco di un uomo tanto più anziano ebbe addirittura parole di ringraziamento: “Se rende felice il mio Achille, sono felice anche io”.
Una volta sposati, vi fu il naturale desiderio di un figlio. Lauro, vicino ai 90 anni, non potendo provvedere personalmente e preoccupato di lasciar sola la sua sposa, si attivò per adottare una bambina. La scelta cadde su una piccola tailandese: Tania, dal visino paffuto e dagli occhi di una bellezza devastante.
Questa bambina è stata l’ultimo, ma forse il più intenso, amore di Lauro, quando negli ultimi anni egli, chiuso nei meandri dei suoi pensieri, non voleva vedere più nessuno ed amava ritirarsi con la sua piccina per giocare e per scambiarsi coccole.
La copriva di giocattoli, però pretendeva che a Natale lei, che poteva avere tanto, li regalasse tutti ai ragazzi poveri. E Tania si rammarica oggi di non aver nessuna traccia della sua infanzia, anche se rammenta con struggente malinconia un meraviglioso trattore elettrico, che tanto le piaceva.
Sono tanti i teneri ricordi: “Dalle caramelle alla frutta, di cui ero ghiotta, che papà mi portava, svegliandomi ogni mattina, mentre a mamma serviva a letto il caffè (e non è vero, come è stato scritto, che le accettavo per poi nasconderle sotto il cuscino) fino alle giravolte in cielo che mio padre, nonostante l’età, mi faceva fare la domenica”.
Tania è oggi una splendida ragazza di 27 anni, ammirata e corteggiata dai coetanei. Divide con la madre un appartamento a Roma e vive del suo onesto lavoro: gestisce in franchising con grande entusiasmo un negozio “Calzedonia”, che le fornisce molte gratificazioni.
Ha ricordi lucidissimi dei pochi anni vissuti con il padre, al quale è stata sempre legatissima.
“Era bello abitare nella villa di Massa Lubrense, dove sono vissuta fino all’età della scuola, quando mi sono dovuta trasferire a Napoli per frequentare il Santa Dorotea”.
Ancora oggi Tania ha un sogno ricorrente che ha voluto confidarci: “Papà era solito addormentarsi il pomeriggio sulla poltrona, con gli occhi socchiusi verso l’alto e pareva che volesse saltare in cielo. Ed un brutto giorno, che non lo vidi più, mi dissero che proprio lì si era recato.
Ancora oggi nelle notti stellate spingo lo sguardo alla sua ricerca e tanto lo cerco, fino a quando non lo trovo in qualche angolo del cielo, mentre mi guarda benevolo e mi sorride, lui che era tanto buono.
Solo allora sono felice e mi balena alla mente un verso studiato a scuola, che mi ha sempre emozionato: L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

copertina libro Achille Lauro superstar



mercoledì 13 luglio 2016

Inquinamento acustico intollerabile


viale virgiliano
Come se non bastassero gli effetti acustici devastanti provocati dalla movida sulla tranquillità dei tantissimi residenti del centro, che hanno la sventura di abitare in prossimità di bar e paninoteche frequentati da giovani agghindati da far invidia ai selvaggi, in un tripudio di piercing e tatuaggi, da mesi anche Posillipo ha perso la sua pace. Infatti un parco giochi sul viale virgiliano, invece di divertire i bambini, a tutte le ore del giorno e della notte, mantiene una musica ad altissimo volume, rompendo i timpani e non solo quelli di tutti coloro che abitano nel raggio di un chilometro. Nel frattempo da Coroglio la più celebre discoteca cittadina spara a palla ritmi snervanti fino all’alba, nonostante confini con il commissariato Bagnoli.
Cosa può fare per difendersi il cittadino, oltre a telefonare a vigili, polizia e carabinieri, i quali dovrebbero porre sotto sequestro gli altoparlanti, pena l’omissione di atti d’ufficio. Consiglio a tutti di intentare una causa per danno ai proprietari dei locali fracassoni, chiedendo decine di miglia di euro, per perdita di valore degli immobili.



mercoledì 15 giugno 2016

Una mostra antologica al museo Madre dedicata a Mimmo Jodice

Mimmo Jodice


A Mimmo Jodice è dedicata una mostra antologica al museo Madre dal 23 giugno al 24 ottobre con immagini che documentano 50 anni di lavoro.
Jodice fino agli anni Settanta ha ripreso delle persone nelle sue inquadrature, ha creduto nell’impegno sociale degli artisti di cambiare il mondo. Si è recato negli ospedali, nei manicomi, nelle carceri a schedare il malessere ed il dolore. Quindi la delusione e la convinzione dell’inutilità della missione.
Da allora le sue foto si sono riempite di una solitudine metafisica da cui promana lo smarrimento dell’uomo contemporaneo ed il suo malessere.
Davanti ad alcune immagini si percepisce un grande vuoto, dal cavallo che corre nel deserto alle scale che portano al nulla. Sono rappresentazioni al di fuori del tempo e dello spazio, così diverse da quelle eseguite negli anni Ottanta, quando l’artista girava in lungo e largo il Mediterraneo alla ricerca di antiche vestigia di civiltà lontane, che documentava con cura e precisione.
Celebri anche le sue foto di dipinti e sculture in occasioni delle memorabili mostre Civiltà del Seicento e del Settecento.
Un suggello ed un riconoscimento ufficiale ad una vita trascorsa interamente a far sì che la fotografia avesse un ruolo adeguato al fianco ed alla pari di altre espressioni artistiche.
Il bianco e nero dei grandi fotografi è agli antipodi del colorismo bulimico che caratterizza i nostri giorni. Dalla fotografia alla fotomanìa, è l’effetto del passaggio dall’analogico al digitale. Dai pochi fotogrammi di una volta che fissavano la storia in un lampo di luce, agli attuali 375 miliardi di immagini scattate ogni anno nel mondo, che polverizzano la storia.
Vi è un abisso tra la sobria essenzialità del bianco e nero ed il diluvio di immagini che ambiscono ad immortalare ogni momento dell’esistenza.
L’effetto è uno tsunami di pixel che si riversa quotidianamente sul web.
Le 200 milioni di foto caricate ogni giorno su Facebook, per un totale di 6 miliardi al mese e settanta all’anno, diventano un accumulo ingestibile di ricordi che disperde la memoria in un eccesso di particolari: volendo fissare tutto, si travolge ogni ricordo.
Era d’obbligo questa premessa per presentare il lavoro di colui che è stato in grado di fissare la luce: Mimmo Jodice, uno dei grandi nomi della storia della fotografia italiana. Vive a Napoli, dove è nato nel 1934.
Fotografo di avanguardia fin dagli anni Sessanta, attento alle sperimentazioni ed alle possibilità espressive del linguaggio fotografico, è stato protagonista instancabile nel dibattito culturale che ha portato alla crescita e successivamente all’ affermazione della fotografia italiana anche in campo internazionale.
Da ragazzo ama l’arte, il teatro, la musica classica e il jazz; da autodidatta si dedica al disegno ed alla pittura. Agli inizi degli anni Sessanta scopre la fotografia. Inizia  allora una serie di sperimentazioni sui materiali fotografici e sulle possibilità della fotografia, non come mezzo esclusivamente descrittivo, ma come strumento creativo.
Durante questi anni Mimmo Jodice vive a stretto contatto con i più importanti artisti delle avanguardie che frequentavano Napoli in quegli anni: Wahrol, Beuys, De Dominicis, Paolini, Kosuth, Lewitt, Kounnellis, Nitsch e molti altri. Particolarmente sensibile alle nuove idee, si dedica sempre più alla fotografia creativa.
Nel 1970 è invitato a tenere corsi sperimentali all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, dove poi insegnerà Fotografia fino al 1994. Le sue prime mostre sono al Palazzo Ducale di Urbino nel 1968 ed al Diaframma di Milano nel 1970: quest’ultima,  dal titolo Nudi dentro Cartelle Ermetiche, aveva un piccolo catalogo con una prefazione di Cesare Zavattini.
Nel 1980 pubblica  Vedute di Napoli: in questo libro Jodice avvia una nuova indagine sulla realtà, lavorando alla definizione di uno spazio urbano vuoto ed inquietante di metafisica memoria.
Questa ricerca segna una svolta nel suo linguaggio: le sua fotografie saranno sempre più lontane dalla realtà e sempre più immerse in una dimensione visionaria e silenziosa.
Nel 1981 partecipa alla mostra “Expression of Human Condition” al San Francisco Museum of Art con Diane Arbus, Larry Clark, William Klein, Lisette Model. In seguito, sue personali vengono presentate in prestigiose gallerie e nei musei più importanti del mondo, da New York a Dusseldorf, dal Louvre di Parigi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, da San Paolo del Brasile alla sua Napoli dove espone, al Museo di Capodimonte, nel 1998 e nel 2008.
Nel 2003 dall’Accademia dei Lincei riceve il prestigioso “Premio Antonio Feltrinelli”, dato per la prima volta alla Fotografia. Nello stesso anno, il suo nome è  inserito nell’Enciclopedia Treccani. Nel 2006 l’Università Federico II di Napoli gli conferisce la Laurea Honoris Causa in Architettura.
Per Mimmo Jodice il percorso artistico nasce a Napoli, sua città natale. Le sue fotografie sono un'indagine socio antropologica sulla cultura popolare, la ritualità, la vita quotidiana delle persone.  Durante gli anni Sessanta, svolge ricerche su molti temi: dalle feste ed i rituali religiosi del mondo popolare del Sud ai problemi della sanità e della malattia mentale, dalla scuola alla reclusione, dal lavoro all'emarginazione sociale nella grande periferia napoletana. La sua fotografia sociale non si colloca però nel quadro del reportage tradizionale. L'attenzione di Jodice si rivolge più allo scenario che all'azione, più alla maschera ed al gesto che all'evento in corso: più che raccontare, punta ad organizzare il campo visivo ed a studiare il valore simbolico della luce e degli spazi nei quali si muovono le figure. Negli anni Ottanta le figure e le storie degli uomini escono di scena e nelle fotografie resta soltanto la città vuota (Napoli ed altre città e territori italiani ed europei) come metafisico contenitore.
Verso gli anni Novanta il suo lavoro si orienta verso uno studio profondo ed appassionato delle impronte del passato sul presente e delle radici lontane della cultura mediterranea. Il presente diventa spessore di cose passate, il paesaggio diviene luogo della memoria e tutto il lavoro di Jodice acquista il significato di una ricerca delle origini.

copertina del libro Le savoir sur la falaise


L’ultimo suo libro, Le savoir sur la falaise (Electa, Napoli), è un vero capolavoro: il  presidente Napolitano ha voluto riceverlo per congratularsi personalmente con lui.
Napoli è più facile riconoscerla che conoscerla perché è una delle città più rappresentate del mondo. Pittura, letteratura, cinema, fotografia ne hanno fatto un deposito di mitologie positive e negative. Nella metropoli vesuviana è possibile vedere tutto ed il contrario di tutto, il bello e l’orribile.
Mimmo Jodice, uno dei più grandi fotografi del mondo, si è addentrato nel cuore femminile della città per farcene conoscere, attraverso settantacinque scatti, la sua parte migliore. Lo ha fatto oltrepassando le alte mura seicentesche del convento di Suor Orsola Benincasa.
Le savoir sur la falaise, infatti, racchiude la storia di un’immensa cittadella monastica che, alla fine dell’Ottocento, si era aperta al sapere  ed alla cultura laica, diventando la prima università libera del nostro Paese, con il fine, in notevole anticipo sui tempi, di contribuire all’emancipazione delle donne del Sud. L’idea era partita dalla  principessa Adelaide Pignatelli e dalla femminista Antonietta Pagliara, prima italiana a vestire gli abiti delle suffragette inglesi e primo Rettore donna della storia nazionale.
Oggi, questo sconfinato labirinto barocco fatto di corridoi a perdita d’occhio, refettori imponenti, ambulacri sorprendenti, giardini lussureggianti, cappelle silenziose, scale vertiginose, chiostri favolosi, ipogei misteriosi, viene restituito in tutta la sua bellezza dall’obiettivo di questo maestro della visione, che insegue il filo secolare che lega passato e presente di quest’oasi aristocraticamente partenopea, falaise luminosa consacrata al sapere, come l’ha definita uno dei più grandi storici dell’arte: André Chastel, professore al Collège de France, stregato dall’incanto della cittadella come lo erano stati prima di lui Benedetto Croce, Marussia Bakunin, Giuseppe Mercalli, Nicola Zingarelli ed altri grandissimi del Novecento che hanno tenuto corsi nelle aule di quest’antico eremo che oggi ospita quattordicimila studenti italiani e stranieri.
Gli scatti di Mimmo Jodice mostrano le tracce materiali di questa eredità vivente, trasformando in immagini che raccontano più e meglio di cento libri una storia densa e stratificata perché la sua arte del vedere, che nasce dall’avanguardia e dalla sperimentazione degli anni Sessanta, entra in sintonia con lo spirito che aleggia nella cittadella, nata per le donne, che da alcuni anni ha aperto anche agli uomini. Jodice si muove nel dedalo del Suor Orsola come un viaggiatore incantato, in cerca di immagini capaci di spalancare le porte del tempo che fanno irrompere il passato nel presente. Con il suo bianco e nero, coglie l’anima del luogo fotografando in controluce anche il profilo di una Napoli che non finisce mai di sorprenderci.


Mimmo Jodice




venerdì 3 giugno 2016

A Caserta in mostra Terrae motus

Lucio Amelio

Nel 1932 nasce a Napoli un poliedrico e vulcanico personaggio: Lucio Amelio, gallerista di successo con spazi espositivi in Piazza dei Martiri ed a Parigi; a Berlino ed a New York; cantante dalla bellissima voce ed attore per divertimento, ma principalmente uomo dinamico e trasgressivo dal carattere bizzarro e dalle solenni incazzature, che con le sue molteplici iniziative ha permesso a Napoli di diventare una delle capitali dell’arte contemporanea ove puoi incontrare più facilmente che a Milano o a New York un «grande» dell’arte moderna.
Questo ieri, oggi vi è il deserto e Lucio Amelio è ingiustamente dimenticato.
Molti napoletani hanno senz’altro incontrato più di una volta Lucio Amelio per strada, pur senza riconoscerlo. Era facile, infatti, vederlo ogni giorno percorrere a passi piccoli e veloci il tratto di strada tra piazza Vittoria e piazza dei Martiri, mentre si recava al suo quartier generale in palazzo Partanna, con il cappotto sempre abbondante, il doppiopetto sempre impeccabile, la camicia e la cravatta ricamata. Lucio Amelio è stato uno tra i maggiori galleristi internazionali di arte contemporanea, ma come tutti i napoletani rimane un gran sognatore per cui si è divertito a fare l’attore cinematografico lavorando con registi di successo, come la Wertmuller o il cantante, incidendo un 33 giri «Ma l’amore no», rivisitando vecchi brani degli anni Quaranta e Cinquanta.
Egli da ragazzo era stato indirizzato agli studi di ingegneria dal padre, costruttore di macchine industriali, ma dopo qualche anno aveva avuto il coraggio di cambiare strada scegliendo un nuovo indirizzo di studi a lui più congeniale: la facoltà di architettura. Nel 1951 lo troviamo nel direttivo della «Corda Frates» un’associazione culturale universitaria che organizza incontri con studenti stranieri tra i quali conosce il pittore berlinese Gunter Wirth. Nel 1953 prende la tessera del partito comunista e comincia a frequentare assiduamente la «Associazione culturale nuova» fondata da Gerardo Marotta.
Comincia poi il periodo dei viaggi ed a Berlino rincontra Wirth, dal quale viene introdotto negli ambienti culturali sia ad Est che ad Ovest della allora divisa città tedesca.
Abbandonati gli studi si stabilisce per un periodo di tempo a Berlino Est ove lavora in uno studio di architettura e frequenta il circolo letterario della scrittrice Anna Segers e l’ambiente che ruota intorno a Berlinere Ensemble. Alcune volte per arrotondare deve fare anche il manovale ed il giardiniere.
Nel 1959 l’improvvisa morte del padre lo spinge a ristabilirsi a Napoli ove lavora nei cantieri metallurgici di Bagnoli come interprete di tedesco. Ma la Germania lo ha ormai stregato e nel 1960 è di nuovo a Stoccarda come rappresentante di una ditta di prodotti chimici. Si rincontra col pittore Gunter With che nel frattempo ha aperto una galleria d’arte d’avanguardia. Nel 1963 organizza a Berlino una mostra di artisti napoletani e quindi l’anno successivo a Napoli un vernissage di artisti tedeschi. Nel cartoncino di invito di questa esposizione compare per la prima volta il «marchio Lucio Amelio».
Durante un’escursione sul monte Tibidabo egli è vittima di un gravissimo incidente, precipitando in una voragine. L’incidente lo costringe a letto per oltre un anno. Ristabilitosi riprende il lavoro all’Italsider, ma siamo giunti ormai vicino ad una data fatidica il 18 ottobre 1965, quando Amelio inaugurava una sua galleria di arte contemporanea con una mostra del pittore berlinese Heiner Dilly. La Modern Art Agency è uno spazio espositivo collocato due piani sotto il livello stradale al n.85 del Parco Margherita, in un palazzo della buona borghesia, Giuseppe Berto è per i primi anni l’unico collaboratore di Amelio. Il critico d’arte Filiberto Menna stila la sua prima recensione ed effettua il primo acquisto.
Il giovane intellettuale salernitano Marcello Rumma, innamoratosi della galleria dalla prima mostra, sarà negli anni il maggior collezionista ed acquirente di opere.
La galleria che dal 1969 si trasferisce nella famosa sede di piazza dei Martiri 58, presenta nel corso degli anni le più significative tendenze dell’arte contemporanea italiana ed internazionale dal concettuale alla power art fino alla transavanguardia. È Lucio Amelio ad introdurre nei primi anni Settanta in Italia maestri del calibro di Kounellis, Twomblj e Bewys, con il quale vivrà negli anni un vero e proprio sodalizio ideale e culturale, che i maldicenti interpretarono in modo ambiguo.
Tra gli autori italiani è sempre Amelio ad imporre sul mercato e all’attenzione generale artisti come Paladino, Tatafiore e Longobardi presentati assieme in una rassegna dal titolo «Nuova creatività nel mezzogiorno» organizzata in galleria nel 1978 con la presentazione di Michele Buonomo.
Piazza dei Martiri diventa il punto di riferimento dei giganti dell’arte americana da Warhel a Raushenberg; ma la vera fama culturale della galleria sta nel fatto che essa non si limita a presentare pedissequamente proposte già confezioniate e studiate per un pubblico straniero, bensì tende ad elaborare coerentemente a Napoli una strategia artistica in grado di valicare tutti i confini con la propria forma espressiva, senza tenere in gran conto il risultato squisitamente economico. Nel 1977 con la collaborazione di Raffaello Causa, unico incontro con le istituzioni, organizza una mostra su Carlo Alfano che si terrà a Villa Pignatelli.
Amelio organizza a Napoli l’incontro tra Walhol, l’artista che più vive nel mercato con Beuys l’artista che più vive nell’utopia e con questo connubio si getta il seme ideale che farà spiccare l’ultimo salto di qualità al lavoro della galleria.
E siamo al 23 novembre del 1980 quando un rovinoso terremoto scuote dalle viscere più profonde la Campania provocando lutti ed enormi danni economici.
Lucio Amelio ha un’idea folgorante che su questa catastrofe bisogna ricostruire una nuova idea dell’arte; sorge così Terrae Motus, una rassegna di opere di artisti contemporanei dedicata al cataclisma. All’iniziativa il cui nome è preso da un suggerimento di Giuseppe Galasso, aderiscono subito entusiasti Warhal e Beuys che fanno da traino a tutti gli altri artisti che nel corso degli anni aderiscono al progetto, regalando la propria opera ispirata al terreno alla Fondazione costituitasi nel frattempo nel 1982.
Complessivamente nel corso di dieci anni Terrae Motus si arricchisce di oltre cento opere dovute a 65 artisti appartenenti a 13 paesi.
La collezione si avvale di opere di Warhol, Bauys, Kounellis, Longobardi, Vedova, Mapplettrorpe, Twombly e tanti altri per un valore commerciale stratosferico.
La mostra non ha mai avuto sedi stabili; le opere restano a Villa Campolieto dal 1982 al 1986, quindi una grande esposizione, sponsorizzata dal Banco di Napoli, al Gran Palais di Parigi, visitata da oltre ventimila persone. Molte città hanno offerto ad Amelio una sede stabile per esporre le sue opere, ma Terrae Motus nata a Napoli può vivere solo in questa città che è l’immagine della catastrofe più che del sole. La nostra patria è una caverna che da tremila anni è in subbuglio, fino a quando il terremoto è stato il catalizzatore di una scelta obbligata, assolutamente naturale.
Alcuni anni fa una sede prestigiosa sembrava pronta ad accogliere Santa Lucia al monte che la fondazione Amelio aveva acquistato per destinarla a sede definitiva di Terrae Motus, affiancando una serie di attività tali da creare un vero e proprio centro di produzione culturale con mostre, dibattiti, videoteche, archivi, biblioteche di settore, editoria specializzata, borse di studio, ateliers per artisti, ecc.
La Fondazione una volta proprietaria di una sede così prestigiosa deve essere posta in condizione di poter compiere il suo ambizioso lavoro attraverso una feconda collaborazione con le istituzioni: Comune, Regione, Soprintendenze, Accademia di Belle Arti e altre organizzazioni cittadine nazionali ed internazionali.
C’è stato un momento in cui lo Stato, invece di favorire un progetto culturale così ambizioso, ha creato degli ulteriori problemi, riscoprendo un antico diritto di prelazione sull’immobile mai attivato negli anni precedenti e perciò scaduto. Dopo un faticoso tira e molla col Ministero dei Beni Culturali si è riuscito a superare anche quest’ultimo ostacolo ed il 7 gennaio 1991 cominciano i lavori di riattivazione e di restauro del vecchio convento sotto la direzione dell’architetto Pezzullo, una specialista nel restauro dei monumenti, la quale tende sempre in primo luogo al recupero del complesso nel rispetto della sua forma originale.
Purtroppo i lavori che si sperava potessero concludersi in tempi brevi, durarono un’eternità e mai come in questo caso andrebbe bene l’implorazione «Fate presto» che Warhol pose emblematicamente nella sua opera sul terremoto, riprendendola dalle pagine dei quotidiani, che chiedevano a viva voce il soccorso per le zone interessate dal sisma. Nell’ambito della realizzazione di una sede espositiva definitiva per le opere di Terrae Motus, Amelio ha pensato di affiancare anche un progetto europeo che possa rinsaldare un legame di sangue tra la cultura napoletana ed il resto del Sud. Un progetto che tenda a rivivificare tutte le capitali del bacino del Mediterraneo da Barcellona al Cairo, da Atene a Napoli. Città dove è nata la cultura che significa anche terra che bolle e cervelli caldi.
L’importante è che si riesca a creare a Napoli un istituto di cultura contemporanea che non sia in mano ai burocratici ed ai faccendieri politici, seguendo l’esempio di Gerardo Marotta che con il suo Istituto di Studi Filosofici ha creato una struttura privata da far impallidire l’università.
Per meglio conoscere il personaggio riportiamo una breve intervista che Amelio mi concesse tempo fa per un libro che stavo allestendo sui personaggi napoletani da ricordare.
L’incontro con il signore dell’arte avvenne nella sua galleria di piazza dei Martiri e davanti a noi vi era un personaggio solare e tagliente che sapeva essere arcigno e conciliante.
Signor Amelio, come lei sa Napoli riesce a mantenere il suo fascino in Italia e all’estero grazie all’attività di poche persone che si battono tra mille difficoltà, per l’avanzamento civile e morale della città. Ci indichi 15 nomi di concittadini che si sono maggiormente distinti.
«Galasso, Marotta, Villani, De Simone, Buonuomo, Paladino, Compagnone, Tatafiore, Pisani, Alfano, Longobardi, Donatone, Marra e Trisorio».
Non le nascondo signor Amelio che per me, collezionista di dipinti antichi ed amante del ’600 napoletano, scrivere su di lei e sull’arte contemporanea è molto difficile. Mi sa dire cos’è che la spinge ad essere un gallerista di arte moderna.

«La galleria è il punto di aggregazione di idee e di energie creative, che sono nell’aria e che trovano la loro espressione nelle mostre, ove possono raggiungere un pubblico a volte anche molto vasto, chiudendo così il circuito tra gallerista, artista, visitatore e collezionista.
Inoltre è il luogo dove oltre a promuovere e divulgare l’arte vengono eseguite delle ricerche estetiche esaminate in una prospettiva storica».
Dopo il successo di Terrae Motus so che Lei sta dedicando le sue energie ad un nuovo ciclo di lavoro e di ricerca che ha chiamato la Commedia dell’Arte e di cui simbolo è Pulcinella; può dirci qualcosa in merito?
«Dopo l’esperienza di Terrae Motus mi propongo oggi di indagare sulle inquietudini del nostro futuro. Oggi la gente si sente tradita dai mercati d’arte moderna perché l’arte stessa si è degradata ad oggetto di decorazione, così che un vento gelido ha coperto con un sottile strato di ghiaccio tutte le gallerie del mondo.
Così artisti contemporanei dopo aver indicato e denunciato la crisi del mondo moderno ne sono rimasti vittime.
L’arte però non può crollare assieme al mondo e perciò bisogna organizzare una sorta di resistenza estrema come quella degli eroi delle Termopili cantata da Kavafis.
Pulcinella diventa il simbolo di questa resistenza, perché è il personaggio a cui hanno tolto tutto tranne il desiderio, come una specie di Don Chisciotte, che con il suo volto malinconico indica la direzione per uscire dall’ombra.
Noi dobbiamo come gli antichi romani aspettare nel Senato che arrivino i barbari, forse non verranno mai, forse sono già arrivati con la faccia degli stessi artisti. Noi abbiamo il compito di scuotere le coscienze, di far rinascere la consapevolezza della decadenza e delle barbarie. Dobbiamo suonare il nostro tamburo di guerra. Dobbiamo accendere mille fuochi di creatività, nella città e altrove perché solo così l’arte può trasformare e migliorare tutto il mondo.
Parole che rimbalzano dal passato e sono estremamente attuali, soprattutto a Napoli dove il tempo scorre meno velocemente che altrove.
Nel frattempo la città attende ancora  la raccolta Terrae Motus, parcheggiata nella provvisoria sede della Reggia di Caserta ed ha dimenticato l’opera e l’insegnamento di Lucio Amelio.

Lucio Amelio con l'opera di Warhol per Terrae Motus
Il nuovo allestimento Terrae Motus alla Reggia di Caserta

lunedì 16 maggio 2016

L’altra madre, il capolavoro di Andrej Longo



Genny ha sedici anni e lavora in un bar dalle parti di via Toledo; gli piace giocare a pallone e fare il buffone sul motorino. Perché, dicono gli amici, come lo porta lui, il mezzo, non lo porta nessuno. Tania di anni ne ha quindici, va ancora a scuola e dorme in una stanza che «tiene il soffitto pittato di stelle»; le piacciono le scarpe da ginnastica rosa e i bastoncini di merluzzo. La madre di Genny «ha quarant'anni, forse pure qualcuno in meno, ma il viso è segnato da certe occhiaie scure che la fanno sembrare più vecchia»; passa le giornate a fare gli orli ai jeans: venti orli ottanta euro; ogni tanto si interrompe, prende le carte e fa i tarocchi; e ogni tanto, quando non riesce a respirare, si attacca all'ossigeno. La madre di Tania fa la poliziotta, ha un corpo asciutto, muscoloso, e vicino all'ombelico «la cicatrice tonda di quando l'hanno sparata»; ed è una che se qualcosa va storto non esita a tirare fuori la pistola. Un sabato pomeriggio, in una strada del Vomero, le vite di Genny e di Tania si incrociano in modo tragico: e una madre decide di fare giustizia. A modo suo. Come già in Dieci, con quella scrittura spigolosa e incalzante che riesce, è stato scritto, «a riattivare ciò che giace inerte nel linguaggio collettivo e privato», Andrej Longo ci racconta una certa Napoli, e gli uomini e le donne che la abitano: protervi e feriti, crudeli e generosi.

Andrej Longo

Vi propongo ora una biografia privata del personaggio:scrittore, scacchista e pizzaiolo

Scrittore, Scacchista e Pizzaiolo
Andrej Longo nasce ad Ischia circa mezzo secolo fa (1959) ed ho avuto il privilegio di averlo conosciuto nelle varie vesti, novello Fregoli, che ha assunto nel corso degli anni.
Prima maestro di scacchi, specialista nel gioco lampo e memorabili sono state le centinaia di incontri che ci hanno visto protagonisti, nella pace idilliaca della mia villa di Ischia, in compagnia di altri patiti isolani delle 64 caselle: Costantino Delizia, il più bravo di tutti, anche lui, docente di matematica all’Università, d’inverno e bagnino d’estate, Antonio De Simone, preside di mattina ed accanito lettore di pomeriggio ed Antonio Tortora, il più scarso 24 ore su 24.
Andrej ha cominciato a giocare a scacchi da bambino e già a 14 anni se ne andava in giro con la tenda per l’Italia a fare tornei. Ai genitori, per rassicurarli, raccontava che partiva in compagnia di amici più grandi di loro fiducia, ma in realtà partiva da solo.
Di buona famiglia, padre architetto, sorella abile surfista, ha sempre amato la letteratura. Si è laureato in lettere al DAMS di Bologna ed a lungo ha collaborato con la RAI, con uno stipendio irrisorio, scrivendo saltuariamente testi per il teatro ed il cinema.
Poiché la cultura paga poco ha fatto svariati lavori, dal cameriere, al pizzaiolo e altri di cui è meglio non parlare, fino a quando non ha trovato la sua vera vocazione: fare il pizzaiolo. Di estate si trasferiva in Sardegna, dove chi sa fare una buona pizza guadagna poco meno di una escort e con quello che racimolava resisteva tutto l’anno.
Il suo primo libro “Più o meno alle tre” è del 2002, con un piccolo editore, Meridiano Zero, una serie di storie napoletane incardinate all’evento dell’attentato alle torri gemelle. Poi il primo salto di qualità nel 2003 con il secondo libro, edito da Rizzoli, “Adelante” che ottiene un certo riscontro da parte dei lettori e della critica.
Poi l’incontro decisivo con Adelphi, una casa editrice ideale per uno scrittore che ambisce al successo.
Per ogni libro una serie di presentazione in tutte le librerie italiane più accorsate, con famosi presentatori e con un corteo di recensioni sulla stampa, Escono uno dopo l’altro, “Dieci”, nel 2007, “Chi ha ucciso Sarah?”, nel 2009, e “Lu campo di girasoli”, nel 2011, in un misto di vernacolo e lingua del tutto originale.
Per le trame dei libri, sempre basate su una serie di racconti, legati da un filo conduttore comune, rinvio alle mie recensioni, stilate volta per volta e reperibili in rete.
 Alcuni di questi libri sono stati tradotti e pubblicati all’estero: Germania, Francia, Olanda, Inghilterra e Spagna.
Dopo un periodo di quindici anni vissuti a Roma, da poco è tornato a vivere tra Ischia e Napoli ed ormai è divenuto scrittore a tempo pieno. La pizza la mangia al ristorante, niente più tornei di scacchi, ma solo qualche partita amichevole di tanto in tanto.

Andrej Longo ed Achille della Ragione