lunedì 23 settembre 2013

Il salotto di donna Elvira

Elvira Brunetti


Per oltre dieci anni il salotto letterario artistico di Elvira Brunetti della Ragione ha costituito un vero e proprio cenacolo, un faro nel deserto culturale napoletano.
Ogni mercoledì alle 17 una cinquantina di amici si riunivano negli eleganti saloni della villa posillipina di donna Elvira e dopo aver consumato al piano superiore il fatidico thé con annessi pasticcini, accoglievano l’ospite di turno, il quale avrebbe discusso per un paio d’ore su un argomento di cui era esperto, dalla letteratura all’arte, dalla storia di Napoli alla filosofia ed al cinema, per rispondere poi alle domande degli ascoltatori.
Nel corso degli anni si sono alternati oltre 100 relatori: scrittori, giornalisti, registi, docenti universitari.
Possiamo affermare senza tema di esagerare che la migliore intellighenzia napoletana è passata per il salotto, spesso rimanendovi poi come frequentatore.
Alle riunioni settimanali ogni tanto si aggiungevano delle conferenza a più voci su argomenti di ampio respiro, dalla letteratura francese alla filosofia tedesca, ospitate da celebri istituzioni come il Grenoble, il Goethe Institut o l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici.
Il sabato e la domenica si passava poi, sotto la guida del sottoscritto, a visitare mostre, chiese, monumenti, privilegiando luoghi negati alla fruizione che venivano aperti per l’occasione, spesso dopo un oblio di decenni e non mancavano spedizioni lontano da Napoli, a Roma, Firenze, Milano, Salerno, Ischia, Capri, in occasione di importanti rassegne artistiche.
Dopo una sosta forzata la sua riapertura è imminente ed attesa con spasmodica fibrillazione dai tanti amici del mercoledì, ansiosi di poter partecipare alle cerimonie del tempio del sapere.

Il salotto di  Elvira Brunetti

Il salotto di donna Elvira Brunetti


sabato 21 settembre 2013

GENIO E SREGOLATEZZA = RICCHEZZA

Alfonso Luigi Marra

Alfonso Luigi Marra (Gino, per gli amici), nato nel 1947 a San Giovanni in Fiore, Sila cosentina, ha vissuto a lungo a Napoli: attualmente risiede a Roma. Sposato due volte, ha quattro figli. Avvocato cassazionista, ha uno degli studi più grandi d’Italia con decine di collaboratori.
Nel 1987 fondò il PAS, Partito d’Azione per lo Sviluppo, che, secondo le sue parole, non era né di destra, perché la destra erra nel privilegiare l’individuo, né di sinistra, perché la sinistra erra nel sacrificarlo, né di centro, perché il centro è un porsi a mezza strada tra due errori. Il PAS è invece fondato sull’idea che l’individuo possa svilupparsi liberamente anche all’infinito, come piace alla destra, purchè il suo sviluppo sia funzionale allo sviluppo della società, così come non può che piacere anche alla sinistra.
E’ dello stesso anno anche l’associazione “Fermiamo le Banche” che, con lo scopo di contrastare il signoraggio, portò a buon fine numerose cause collettive di risarcimento, alle quali sono seguite importanti riforme.
Dal 1990 la prima pagina de “La Stampa” cominciò ad occuparsi della sua battaglia per rivedere i figli, che vivevano in Australia con la prima moglie. Dopo poco, per lo stesso motivo, partecipò al “Maurizio Costanzo Show”.
Dal 1990 si fece notare come promotore dei suoi libri autopubblicati, con l’acquisto di intere pagine di supplementi culturali de “La Repubblica” e “La Stampa”. Le redazioni protestarono. In particolare, Furio Colombo lo stroncò spiegando che Marra, per quel che capisco, appartiene a un nuovo tipo di autori, quelli che non solo provvedono alla composizione del testo ma anche alla creazione del mercato.
Parliamo un po’ di questi libri, che ho letto tutti, lasciando da parte “Il labirinto femminile”, di cui tratteremo più avanti.
Marra è innanzitutto l’autore di “La Storia di Giovanni e Margherita”, un’opera multidisciplinare nella quale, in stile narrativo per facilitarne la diffusione, ha tracciato la descrizione del modo di formazione del pensiero, ovvero del modo in cui l’individuo elabora il suo sapere e giunge alla comprensione dei fenomeni sotto la spinta delle pulsioni fondamentali: la volontà di sopravvivere, svilupparsi, riconoscere, essere riconosciuti e raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo.
E’ inoltre autore dei seguenti volumi: “Pazzia un Corno!”, struggente diario dei periodi di malessere psichico di Loredana, sua seconda moglie, nel contesto del quale svolge, da angolazioni fin lì sconosciute, il tema della chimica del pensiero e della meccanica dei processi mentali; “Cucciolino”, “La storia di Aids” e “La fase di Saul”, tre raccolte di documenti di straordinaria coerenza e lucidità su tutte le principali problematiche umane, giuridiche e sociali; “Atto di Appello”, ricorso alla “Family Court di Melbourne (un’opera morale, poetica e giuridica), pubblicata in occasione del rapimento dei suoi primi due figli da parte della prima moglie di origine australiana; “da Ar a Sir”, avvincente, originalissima storia della cultura e delle religioni dall’aristocrazismo greco/pagano delle origini alla socialdemocrazia dei giorni nostri; “Il complesso di Santippe”, sempre ispirato alla vicenda del rapimento, circa la xenofobia della cultura australiana; “La civiltà degli onesti”, tagliente, ironica difesa con la quale sconfigge clamorosamente il feroce attacco giudiziario scatenato contro le sue cause da una “giustizia” le cui “disfunzioni” descrive come in realtà funzionali al sistema; “L’Australia, una monarchia ben poco costituzionale”, sullo schematismo giuridico di quel paese.
Marra diventa noto come “l'avvocato inonda-giornali” o “avvocato grafomane”, come l'ha definito Massimo Gramellini, o anche “psico-avvocato” (Pino Corrias).  Ex comunista e socialista, venne eletto deputato alle elezioni europee del 1994 con 56 592 preferenze nelle liste di Forza Italia, che però lasciò nel 1996, rimanendo iscritto al gruppo politico Unione per l'Europa (del quale faceva parte anche il gruppo Forza Europa), come rappresentante del Partito di Azione per lo Sviluppo. Durante il mandato parlamentare europeo, fu coordinatore per il gruppo Forza Europa della Commissione per gli affari istituzionali del Parlamento Europeo e poi membro della stessa in seguito alle sue dimissioni da Forza Europa. Fu altresì membro della Commissione pesca dell'europarlamento e della Delegazione per le relazioni con l'Australia e la Nuova Zelanda
Ha scritto, nel 1995, la “Legge sull’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio” promulgata solo in formulazioni parziali, nonché da Coordinatore del suo Gruppo nella Commissione Istituzionale, un documento cruciale nella  pur essa non ancora attuata riforma costituzionale europea.
Sempre nel 1994 Marra acquistò uno spazio settimanale su “Rete Mia” per esprimere il suo “punto di vista politico”. Nel 1997 avanzò la candidatura a sindaco di Napoli, poi ritirata per problemi giudiziari. Alle elezioni europee del 1999 si ricandidò nella circoscrizione Italia meridionale per il Centro Cristiano Democratico, ottenendo 7.921 preferenze, insufficienti per la rielezione. Nello stesso anno Carla Benedetti, a proposito dei libri di Marra, li definì di non facile classificazione a giudicare dai titoli che si sono susseguiti, prendendo a modello la sua strategia promozionale per definire la figura dell'”autore senza opera”.
Dal 2010 Marra ha ripreso a promuovere le sue opere con spot televisivi sulle reti RAI, che gli hanno reso una discreta e non sempre positiva popolarità. In modo particolare uno spot televisivo del 2010 che vedeva come testimonial Manuela Arcuri, è stato definito da Aldo Grasso un piccolo diamante di coatteria, così brutto da sfiorare il sublime (...) un esempio involontario di kitsch, di camp e di trash, un brutto non intenzionale ma che poggia sul candore con cui è stato messo in opera l'artificio. Marra ha risposto alle critiche precisando di aver utilizzato il mezzo più convenzionale del mondo nella maniera più normale. Quel che nessuno vuole dire è che la differenza, nel mio caso, la fanno i contenuti, sostenendo che il potere non vuole che io scriva. Nel 2011 nuovi testimonial sono stati poi Lele Mora, Karima El Mahroug, meglio nota come la Ruby dell'omonimo caso politico-giudiziario ed infine Sara Tommasi che appare completamente nuda nel video di lancio dell'incontro costitutivo del Comitato Promotore del referendum contro il signoraggio bancario (Roma, 26 novembre 2011).
Sul versante politico, alle elezioni regionali campane del 2010 Marra ha guidato la lista Alleanza di Popolo che, con il Popolo della Libertà ed altri, sosteneva la candidatura a Presidente di Stefano Caldoro, poi eletto. La lista ha ottenuto 39 460 voti (1,43%) ed un seggio nel Consiglio regionale. L'elezione a consigliere del candidato di Alleanza di Popolo, Roberto Conte, consigliere uscente prima in forza ai Verdi e poi al Partito Democratico, è stata tuttavia sospesa in quanto il candidato è stato condannato nel 2009 in primo grado a due anni per concorso esterno in associazione camorristica e voto di scambio. Al suo posto, nel Consiglio Regionale Campano, è subentrato per 18 mesi Carmine Sommese: in seguito Conte è stato reintegrato in attesa del giudizio definitivo.
Nel 2012 Marra ha annunciato di volersi candidare alle primarie del Popolo della Libertà, che saranno in seguito annullate. Nel 2013 si candida a sindaco di Roma appoggiato da diverse liste civiche e ambientaliste-animaliste, ottenendo solo l'1.18% dei consensi
Prima di parlare diffusamente del suo ultimo libro “Il labirinto femminile” e soprattutto della lunga familiarità che ho con il Personaggio, di cui mi onoro di essere amico da oltre vent’anni, spiego il motivo per cui non l’ho incluso tra i napoletani eccellenti: non tanto per l’essere nato in Calabria ma per la sua insofferenza verso la città, come si evince dalle pagine del Labirinto:  A Napoli le culture originarie sono quella plebea e quella nobiliare, che hanno la stessa bellissima matrice, perché la loro scaturigine è nell’aristocrazismo naturalistico greco pagano. Culture alle quali, dagli anni sessanta in poi, i napoletani hanno abdicato, divenendo ‘aspiranti borghesi’, perché la cultura borghese non gli appartiene, e non sono mai riusciti veramente ad assimilarla. Un processo che ha avuto andamenti più o meno diversi nei vari luoghi del mondo, ma il cui esito, approssimativamente univoco, è stato che il potere (bancario) ha trasformato l’intera società umana in una massa di ‘pezzenti e cazzi arrizzati’ (è un’espressione di donna Maria buonanima, la madre di mio cognato Mariano, che lo diceva nell’ironicissimo dialetto di Palma Campania). Un ‘modello’ al quale per fortuna molti sono sfuggiti, rimanendo però, di fronte ai suoi trionfi, sofferenti ed emarginati. Un ‘modello’ in cui, per ‘pezzenti’, intendo moralmente immiseriti dall’abdicazione culturale e intellettuale e dallo scodinzolante asservimento a un potere che li sta soffocando nell’insoddisfazione, nell’alienazione, nella droga, nella psicosi, nel malessere economico, dopo averli costretti al ripudio dell’antica coscienza popolare e resi ridicoli per l’atteggiarsi a portatori di modelli e formule insulsi che molte volte non gli appartengono e non sanno recitare; e per cazzi arrizzati si intende pervasi dalla convinzione che il diritto a esprimersi comporti l’automatica rilevanza delle puttanate che pensano e dicono. Ragioni per cui, avendo maturato una sia pur frustrata ma grande supponenza, perché è ovvio che nessuno li pensa, e meno che mai si pensano tra loro, ecco allora, sol che li si tocchi, che appunto si rizzano. Come tanti cazzi.
“Il labirinto femminile” è uno straordinario epistolario d’amore in sms tra Luisa, giovane avvocatessa, e Paolo, il titolare del grande studio legale in cui lavora. 278 pagine di epistolario seguite da 80 di un’ancor più straordinaria analisi rivolta a liberare la coppia  e la società da quella concezione strategica e prevaricatoria dei sentimenti che le tormenta e che ha ritardato il cammino della civiltà di centinaia di migliaia di anni.
 E la sua idiosincrasia verso Napoli la si percepisce dalla dedica: Dedico questo libro ai romani e a Roma per la loro cosmopoliticità intesa anche come apertura a una perpetua rianalisi della propria cultura dal punto di vista di quella degli altri, siano essi stranieri o portatori – modesti o sommi – di nuovi saperi. Cose qui consuetudinarie da millenni, in virtù delle quali io, forestiero e assertore di una nuova cultura, dal 3 luglio 2010, giorno in cui vi sono approdato, ho sentito Roma mia città di adozione dopo una vita in cui mi ero sentito estraneo o persino in conflitto con le culture di altri luoghi dove sono vissuto.
Riporto qui di seguito quanto scritto dall’autore per spiegare la trama, ma soprattutto il significato,  de “Il labirinto femminile”: Luisa è stata creata per sintetizzare in lei caratteri, aspetti e parti di un po’ tutte le donne e le esperienze sentimentali della mia vita, alcune lontanissime, ancorché focali, come quella, non più ritrovata, mai dimenticata, della soavissima nudità di una popolanina napoletana distesa tra me e i tiepidi umidori notturni della spiaggetta di Nisida, cullati noi dai lenti mormorii equorei, mentre i suoi occhi dorati dalla luna mi pervadevano l’anima e mi smarrivo nelle voluttà dello svolgersi della sua passione, quando l’ansito del suo respiro, al culmine del farsi profondo, meraviglioso si volse in un canto d’amore bellissimo, antichissimo, dolcissimo, che mi pervase ragazzo di una struggente stupefazione e dissolse le pareti di un antro in cui non sapevo di essere liberando su noi l’onda del firmamento pullulante di stelle. E Paolo, il titolare del grande studio legale in cui lavora, che ha il doppio dei suoi anni, e anche lui ho creato per sintetizzare in un unico mio narrante i molti me attraverso i quali ho vissuto quelle esperienze.
Epistolario dopo il quale i capitoli ‘Le chiavi di lettura’ e ‘Parte seconda’ ci porteranno prima un po’ e poi molto lontano nel tempo e negli argomenti: a partire dalla distinzione tra l’amore – che implica l’intelligenza/generosità – e la partecipatività, che implica solo la cura di sé.
Partecipatività che ad esempio il cane è in grado di spingere a livelli molto avanzati e flessibili, ma sempre in funzione delle sue esigenze – emotive e non – cioè per quello che serve a lui, senza quindi poter mai capire che hai fame e decidere se è il caso o no di dividere con te la scodella. Un amare per quello che serve a noi, strategicamente, prevaricatoriamente, un amare come dominare per non essere dominati, un amare non dialogicamente che, a mio avviso, come vedremo, è la causa per la quale i tempi delle piramidi non furono già, da centinaia di migliaia di anni, tempi di viaggi siderali.
Animali – dicevamo – che possono esprimere solo partecipatività perché l’amore richiede l’intelligenza, che io credo consista nella capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri mediante la generosità.
Intelligenza che è quindi null’altro che una categoria morale: la massima, tant’è che scoprirla rese uomini le scimmie che ci riuscirono.
Intelligenza/generosità che consente di accedere a forme evolute di organizzazione sociale, tipiche anche degli animali, ma dovute a comportamenti automaticamente indotti dalla selezione naturale. Intelligenza/generosità non necessaria per ciò che comunemente si definisce ‘amore’, per il quale è sufficiente la partecipatività, ben potendosi ‘amare’ qualcuno nel modo in cui un buongustaio ‘ama’ le pietanze per divorarle, o per un satrapo le donne per goderne. Future forme di amore/intelligenza/generosità che – negli intrecci frutto della dialogicità – sveleranno una potenza, una particolarità e dei livelli di civiltà e proficuità maggiori che negli amori odierni, spesso disagevoli, quando non sofferti e conflittuali.
Ho conosciuto Marra circa venti anni fa nel corso di un viaggio negli Stati Uniti dall’Atlantico al Pacifico e capii subito di trovarmi davanti ad un genio eccentrico. Non per niente, arrivati a Las Vegas, mentre il gruppo si recava al Casinò, lui approfittò delle leggi liberali di quello Stato per sposarsi… La nostra conoscenza, tornati a Napoli, si trasformò in amicizia. All’inizio abitava in un grande appartamento al Centro Direzionale in un palazzo dove vi erano solo uffici, in cui la sera si godeva una perfetta solitudine. Alle pareti quadri di Carlo Levi di cui Gino è il maggiore collezionista e numerose teste impagliate di animali feroci perché il nostro amico ama fare spedizioni lampo nel cuore dell’Africa nera da cui ritorna con un ricordo degli animali abbattuti. Alle feste di Carnevale che ogni anno con mia moglie organizzavamo nella nostra villa di Posillipo,  più di una volta si è permesso di sfiorare il prestigioso primo premio per la migliore maschera. Si trasferì poi in una villa a Mergellina con affaccio sul mare ed un metro quadro di spiaggia privata; nel frattempo, con cadenza decennale, gli veniva un’idea per fare miliardi a palate. L’euro lo ha rovinato, da miliardario si è dovuto accontentare di essere semplicemente milionario. Il giorno in cui doveva relazionare nel salotto di mia moglie Elvira, tenne tutti con il fiato sospeso: i minuti passavano e lui non arrivava. Alla fine si presentò con 30 minuti di ritardo come se nulla fosse ma si fece perdonare per il suo eloquio forbito, in grado di affascinare il pubblico, anche se trattava di un argomento ostico: l’anatocismo.
L’ultima volta ci siamo visti alla presentazione a Roma del mio ultimo libro “Napoletanità: arte, miti e riti a Napoli”. La prossima sarà ad un seminario che terrà al gruppo universitario di Rebibbia sul signoraggio.

Copertina del libro Il labirinto femminile


UNO STILISTA DI FAMA MONDIALE.

Fausto Sarli

Fausto Sarli, nato a Napoli nel 1929, spentosi a Roma nel 2010, è stato uno dei più grandi stilisti d’alta moda italiani, famoso in tutto il mondo.
Definito lo “scultore dell’alta moda", è stato uno degli stilisti più creativi dell'haute couture italiana, ma anche uno dei più schivi e riservati. Suoi atelier sono a Roma, Milano e Napoli.
Iscritto da giovane alla Facoltà d’Economia Marittima, lasciò perdere gli studi universitari perché la sua vocazione era disegnarele “pezze” che avrebbero rivoluzionatola moda degli anni quaranta.
Una mattina,sul terrazzo di un albergo di Sorrento,  stava abbozzando lo schizzo di  un abito quando alle sue spalle una certa Adriana si mise a scrutare il modello che andava prendendo corpo sul foglio di carta. Adriana era la direttrice della sartoria Schubert: capì subito che quel ragazzo prometteva bene e se lo portò a Roma dal grande maestro napoletano, idolo della nobiltà capitolina. Schubert intuì le potenzialità di Fausto e lo inviò a perfezionarsi da un altro napoletano, il suo famoso ex tagliatore Antonio De Luca.
Tornato a Napoli, dopo aver appreso tutti i segreti della lavorazione, per quattro anni Sarli fece il suo tirocinio con una piccola clientela privata in un paio di stanzette ad Antignano, al terzo piano di un palazzo senza ascensore, godendo della fiducia delle signore che si rivolgevano a lui, alcune anche della buona società napoletana.
Nel 1954 vinse il premio come miglior figurinista di moda, aggiudicato da una giuria di personalità quali Federico Schubert, Jole Veneziani, Antonio De Luca, Roberto Capucci. Questo premio gli spalancò le porte di Palazzo Pitti, dove presentò due modelli rivoluzionari che ottennero grandissimo successo ma, mentre i suoi rivali alloggiavano nei grandi alberghi del lungarno e per spostarsi adoperavano Lincoln ed Aston Martin, Sarli trascorreva tre notti nei vagoni ferroviari in sosta nella stazione di Santa Maria Novella. 
Nel 1961 disegnò i costumi per Mina nella trasmissione “Giardini d'Inverno” e, sempre negli sessanta, vestì le attrici Liz Taylor, Gina Lollobrigida e Valentina Cortese fino ad arrivare, negli anni Novanta, a Monica Bellucci, Eva Herzigova e Carol Alt ed in tempi più recenti a Carla Bruni, Valeria Mazza e Carol Beker. Tra le sue clienti, anche mogli e figlie di politici di primo piano. 
La notorietà acquisita lo portò a Londra, New York,  Sydney, Rio De Janeiro e Paesi del Golfo Persico. Negli anni '70 iniziò ad espandersi nel mercato asiatico, in particolare quello giapponese: a Tokio preparò con cura collezioni per donne attaccate a tradizioni millenarie ed al kimono.
Nel 1984 creò la linea “Sarli Prèt a Pòrter”.Instancabile, era capace di stare in piedi per tre giorni di fila e di provare anche a notte fonda un abito da sposa. 
Negli anni Novanta ricevette premi e riconoscimenti nazionali ed internazionali. I suoi 50 anni di attività furono festeggiati a Roma con una sfilata in piazza del Campidoglio, illuminata da Vittorio Storaro, che culminò nella consegna del “Premio Marco Aurelio”.
A partire dal 1998 restaurò il guardaroba di Eleonora Duse, esposto in mostra nei più importanti musei del mondo, tra i quali il “Guggenheim Museum” di New York.
Nel 2003 il Comune di Napoli inaugurò, alla Fondazione Mondragone, il ” Museo della Moda” che espone stabilmente 50 preziosi abiti donati da Sarli alla sua città natale.
Nel 2010 il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, gli consegnò il premio “Lupa Capitolina” con la seguente motivazione: "al maestro dell'eccellenza dello stile italiano nel mondo". Nel premiarlo, il sindaco dichiarò che il riconoscimento è "un premio alla creatività e al genio di un grande stilista. Un premio che onora il maestro Fausto Sarli, la sua persona, al di là di ogni enfasi, di ogni retorica. Premiamo la sua creatività, l'eccellenza del nostro Made in Italy".
Alla sua morte, fu ricordato in un messaggio di cordoglio dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano come uno “stilista universalmente apprezzato per l'originalità e alta qualità delle sue creazioni e per la particolare sobrietà e distinzione personale”. Il Comune di Roma offrì il Campidoglio come camera ardente.
Questa in breve la sua vita.
Come in quello di tanti napoletani, nel suo bagaglio c’erano intelligenza, cultura, gusto: a queste doti, Sarli aggiunse volontà, applicazione, spirito di rischio come quando, giovanissimo, aprì il suo atelier nel cuore della Napoli elegante ed i negozianti del quartiere, invitati all’inaugurazione, lo snobbarono.
Tra tante, la sua creazione preferita fu sempre l’abito da sposa. Il suo scopo, nel disegnarlo, era far ricordare per tutta la vita il magico momento in cui lo si era indossato. Da consumato psicologo, studiava  la personalità della cliente interrogandola a lungo e, senza finta modestia, si vantava di non averne mai sbagliato uno.

Sarli e Mina,abito per il programma Giardini d'inverno

Liz Taylor con un abito di Sarli apparsa sul Daily Mirror nel 1961

Sarli e Gina Lollobrigida

consegna del premio Lupa Capitolina nel 2010


abito di Sarli esposto al Museo della Moda di Napoli

Fausto Sarli in una sua sfilata


venerdì 20 settembre 2013

Sbarre di Rebibbia



Tutti, ingenuamente, credono che le sbarre delle prigioni servano per evitare la fuga ai reclusi: viceversa, la loro funzione è quella di impedire che tra quelle tristi mura entrino la legalità, l’intelligenza, l’altruismo, la generosità, la bontà.

martedì 17 settembre 2013

La città dai tanti castelli


Napoli

A partire dal 1150. quando Guglielmo il Malo, figlio di Ruggiero il Normanno ordina la costruzione di Castel Capuano, sotto tutte le dinastie i castelli napoletani hanno assunto nel corso dei secoli la fisionomia di un organico sistema di difesa, aggiuntivo rispetto a quello delle mura cittadine, che nel tempo fu gradualmente perfezionato, costituendo un sistema architettonico che caratterizza in modo peculiare il territorio urbano.



 Maschio Angioino 

 Castel Capuano
Del Maschio Angioino e di Castel Capuano abbiamo parlato in altri capitoli, per cui cominceremo la mostra descrizione la nostra descrizione dal 1329, quando Roberto D’Angiò dà ordine di iniziare i lavori per la costruzione di Castel dell’Ovo agli architetti Fuccio e Primario. La fortificazione si trova sull’ isolotto di Megaride, lì dove secondo una leggenda si adagiò il corpo inerte della sirena Partenope, dando luogo all’origine di Napoli. Qui nel VI secolo A.C. sbarcarono i Cumani, i quali fondarono il primo nucleo della città, secoli dopo Lucullo, di ritorno dall’Asia con immense ricchezze si costruì una dimora sfarzosa dove si svolgevano pranzi con decine di portate, il secolo successivo si insediarono dei monaci Cenobiti costruendovi un monastero, poi inglobato nell’ordine Benedettino, ricco di libri antichi ed infine si rifugiò Santa Patrizia per sottrarsi alle voglie di uno Zio degenere.
La località ha per lungo tempo rivestito il ruolo di prigione, a partire dal 476 D.C., quando Odoacre vi rinchiuse l’ultimo Imperatore d’Occidente Romolo Augustolo. altri “ospiti” eccellenti furono Tommaso Campanella e numerosi Giacobini, carbonari e liberali, tra cui Francesco De Sanctis.
Fu teatro di numerosi episodi bellici, dalla lunga lotta tra Aragonesi ed Angioini, agli scontri tra sostenitori della Repubblica Partenopea del 1799 e le truppe sanfediste, al confronto tra flotte britanniche e francesi nel 1809 e di nuovo nel 1838, quando le navi di Sua maestà si avvicinarono per minacciare Ferdinando II, il quale non si fece intimidire, ordinando alle batterie di cannoni di tenersi pronte.
Alfonso D’Aragona lo preferì sempre al Maschio Angioino e si trasferì con la sua corte per godere la vista del mare. Lo sottopose a radicali trasformazioni, completate dai Borbone, che gli conferirono una struttura dignitosa, tale da permettere in tempi moderni, in occasione del G7 del 1994, di ospitare i capi di stato più potenti della terra in una cornice di assoluto prestigio.

Castel dell’Ovo

Oggi, entrando nel maniero, si ha netta la sensazione di aver attraversato una soglia simbolica: fuori la città con il traffico caotico e i rumori assordanti delle auto, dentro un percorso nel passato, dal Medioevo al Rinascimento, fino a raggiungere l’ultimo terrazzo, che si affaccia su un superbo panorama, dal Vesuvio alle acque del golfo.
una visita a parte merita anche il contiguo Borgo Marinaro con i celebri ristoranti “Zi Teresa” e “La Bersagliera” e l’affacciata di storici circoli nautici: Rari Nantes e Italia.
Chiudiamo spiegando il perché di un nome così originale. Una legenda attribuiva al sommo poeta Virgilio qualità di mago e riteneva che egli avesse custodito tra le mura del castello un uovo dotato del potere di proteggere la città dalle calamità, una credenza tale che, quando nel 1370 si sparse la voce che l’uovo fosse andato in frantumi, la Regina Giovanna D’Angiò, fu costretta a dichiarare solennemente che era stato sostituito da un altro in possesso delle stesse qualità propiziatorie.
Una favola a cui ha creduto a lungo un popolo dall’intelligenza acuta, ma poco disposto ad accettare pienamente le regole della razionalità, una caratteristica peculiare della napoletanità, che persiste immutata anche nel duemila.

Castel Sant’Elmo

Nel 1329 Roberto D’Angiò oltre al Castel dell’Ovo fa iniziare anche la costruzione di Castel Sant’Elmo, dando l’incarico agli architetti Francesco di Vito e Tito da Camaino, la cui opera, dopo la morte, fu continuata da Attanasio Primario. Sulla collina di San Martino esisteva già un fortilizio chiamato prima Belforte e poi S. Erasmo.
La posizione del castello rivestiva notevole importanza strategica, perché permetteva di tenere sotto controllo tutte le strade di accesso e la città sotto il tiro dei cannoni. Tutto attorno era circondata da una rigogliosa vegetazione ed all’interno ospitava un cospicua guarnigione di soldati.
Nel 1348, appena completato il castello dovette sostenere il primo assedio da parte di Ludovico, Re di Ungheria; per fortuna della città fu messo in fuga da una delle frequenti epidemie di peste che lo indussero a tornare a casa.
Dopo altri episodi bellici la fortezza angioina venne venduta ad un nobile: Ciarletto Caracciolo per 2500 ducati, il quale organizzava allegri banchetti e feste principesche, una tradizione seguita dagli Aragonesi. Tornò alla funzione militare molti anni dopo, con l’arrivo in città del Re di Francia Carlo VIII, che avanzava pretese sul regno di Napoli e riuscì ad occupare i 4 castelli.
Nal Cinquecento gli Spagnoli rifecero totalmente il castello, trasformandolo in un possente prototipo di architettura militare, con una pianta stellare con sei punti, oltre ad ampi cortili e sotterranei, una chiesa ed una gigantesca cisterna in grado di assicurare una lunga autonomia idrica.
Dopo il 1799 le prigioni del castello ospitarono una folta rappresentanza di repubblicani, da Mario Pagano a Domenico Cirillo, da Gennaro Serra di Cassano a Francesco Pignatelli di Strogoli. Per molti fu solo l’anteprima del patibolo.
Più fortunati furono i detenuti del periodo risorgimentale come Pietro Colletta, Mariano D’Ayala, Carlo Poerio e Silvio Spaventa che vennero graziati.
Un breve cenno va fatto per una delle poche detenute, ospiti del castello: Luigia San Felice, la quale, dopo il casino provocato durante la Repubblica Partenopea, quando aveva due amanti, uno monarchico ed uno repubblicano, ai quali, nella foga dell’amplesso, faceva imbarazzanti confidenze ed una volta condannata a morte, riuscì a rinviare a lungo l’esecuzione, fingendosi incinta con falsi certificati stilati da Domenico Cirillo.
Dopo lunghi anni in cui il Castello è stato demanio militare oggi è possibile visitarlo ed oltre allo spettacolare panorama è consigliabile soffermarsi sulla piccola chiesa di Sant Erasmo, dove si può ammirare un pregevole pavimento in maiolica e cotto, eseguito con tecnica squisitamente napoletana. Come pure una osta merita la Biblioteca Molajoli, specializzata in storia dell’arte, una delle più importanti d’Italia.

Castello del Carmine

Nel 1382 Carlo di Durazzo ordinò la costruzione del Castello del Carmine, detto lo Sperone, per la singolare forma architettonica, del quale rimangono pochi resti. Esso venne costruito per la necessità di fornire un baluardo difensivo ad oriente, dove la città era completamente sguarnita ed ebbe solo una finalità militare, privo di qualsiasi elemento decorativo e di lusso.
Attualmente una parte del nucleo centrale risulta incorporato in un edificio militare, mentre due torri in via Marina sono in balia del traffico ed alla furia vandalica dei Writers, insieme alla splendida Porta del Carmine.
Poche parole merita il Forte di Vigliena, di cui oggi è possibile individuare qualche traccia inglobata in edifici moderni. Si è incerti sulla data di edificazione e se si trattava di un complesso militare di una certa consistenza o di un semplice avamposto difensivo, posto ad oriente della città in una zona corrispondente all’attuale quartiere di San Giovanni a Teduccio. Conosciamo la data della sua distruzione nel 1799 da parte delle truppe sanfediste, quando una esplosione devastò l’intera struttura, a seguito di un colpo che diede fuoco accidentalmente alla santabarbara o per un disperato suicidio dei Repubblicani, che, pur di non consegnarsi al nemico, preferirono far saltare tutta la struttura.

Castello di Baia

Tra i numerosi castelli della provincia ne ricorderemo soltanto due, partendo da quello di Baia, posto in una località prediletta dal patriziato romano per le sue bellezze naturali; infatti qui sorsero le ville di Cesare, Pompeo, Mario e Cicerone.
Il castello venne costruito da Don Pedro di Toledo intorno alla metà del XVI secolo per creare un baluardo alle frequenti incursioni piratesche dei saraceni. Nel 1734 fu oggetto di contesa tra i Borbone e le truppe Austriache, da cui uscì completamente distrutto. Recuperato da Carlo di Borbone. Durante la Repubblica Partenopea resistette all’attacco della flotta Inglese che cercava di occuparlo.
Nel 1887 passò sotto l’amministrazione dello Stato, per divenire poi un orfanotrofio militare. Oggi restituito alla pubblica fruizione, è visitabile ed è molto interessante ammirare i numerosi reperti che vengono continuamente alla luce dal vicino parco archeologico sottomarino.
Concludiamo con il Castello Aragonese, invitando il lettore che volesse avere più notizie su questa celebre fortezza, ricca di aneddoti, a consultare il mio libro: “Ischia sacra, guida alle chiese” (pag.36-46). 
Il visitatore che giunge ad Ischia viene ricevuto dalla mole maestosa del Castello Aragonese, una struttura, secondo la leggenda edificata da Gerone, il tirano di Siracusa, dopo aver sconfitto i Cumani, che dominavano l’isola, ampliato poi dagli Angioini e che sotto gli Aragonesi assunse la fisionomia attuale.
Spesso, durante le incursioni saracene, tutta la popolazione dedita all’agricoltura nelle zone circostanti, circa 1800 famiglie, trovava rifugio tra le mura del fortilizio, protetto da robusti bastioni e collegato da un ponte alla terraferma. Oggi costituisce per i forestieri una delle maggiori attrazioni, grazie anche ad un ascensore scavato nella roccia, che permette un percorso in discesa, vivendo un flash back nel passato, dopo aver goduto, dal punto più alto dei terrazzi, ad uno spettacolo unico con un panorama che va dal Vesuvio alle isole del golfo.
Il castello ha ospitato uomini e donne illustri, tra le quali la bellissima Vittoria Colonna, in grado di far invaghire perfino il sommo Michelangelo, che, nonostante le sue dubbie inclinazioni sessuali, le scriveva lettere infocate e prese dimora, di fronte all’isolotto in una torre, oggi nota con il suo nome. Un altro unicum è costituito dal cimitero delle monache con i così detti scolatoi, da cui il detto napoletano “puozza sculà”, dove le religiose defunte venivano poste a liberarsi dei liquidi corporei. Fino a raggiungere una sorta di imbalsamazione naturale.
Ed ogni giorno, più volte , le consorelle dovevano visitarle e meditare sulla caducità della vita umana.
Alla fine della passeggiata in discesa tra sentieri medioevali, si può curiosare in un museo di cinture di castità, che ne conserva di varie fogge e dimensioni.

Castello Aragonese di Ischia

sabato 14 settembre 2013

Personaggi Napoletani da ricordare


L’ultima fatica letteraria di Achille della Ragione è “Napoletani da ricordare”, 4 tomi che descriveranno vita ed opere di 200 personaggi napoletani illustri in vari campi, dallo sport all’arte, dalla politica alla cultura, dal cinema al teatro.
Il 1° volume uscirà a Settembre in libreria e nelle edicole, si potrà ordinare a domicilio presso la libreria Neapolis 081.55.14.334, ma soprattutto si può già consultare e scaricare gratuitamente dal sito dell’ autore www.achilledellaragione.it 
L’opera va di pari passo con l’uscita in autunno del 2° tomo di: ”Napoletanità: arte, miti e riti a Napoli” (ed . Clean) ed alla fine costituirà un elegante cofanetto per un totale di circa 2000 pagine, una vera e propria Bibbia, alla quale potranno attingere in egual misura studiosi ed appassionati.
La vera chicca è la copertina, che ci mostra Sophia Loren in una inedita foto giovanile “poppe al vento”.
Gran parte dei personaggi descritti sono stati conosciuti personalmente dall’autore, che ci racconta episodi sconosciuti, a volte divertenti, sempre estremamente interessanti, come nel caso del Presidente Napolitano, di Francesco Rosi, Roberto Saviano, Luciano De Crescenzo, Maurizio Valenzi, Antonio Ghirelli, Raffaello Causa, Mirella Barracco, Gerardo Marotta, Max Rosolino, Umberto Scapagnini e tanti altri.
trascriviamo infine la breve prefazione.
«Ho cominciato a scrivere questo libro nel lontano 1994, pubblicando una decina di biografie sulla gloriosa rivista “Scena Illustrata”. Decisi di trattare di personaggi ancora viventi, il trascorrere del tempo ha fatto passare più di uno a miglior vita, per cui decisi di non rispettare più questa distinzione, di conseguenza in piacevole compagnia vi saranno morti e vivi, particolare trascurabile, perché tutti vivono nella memoria imperitura dei napoletani per le loro imprese.
Naturalmente non troverete giganti del calibro di Lauro, Totò o Eduardo, ai quali ho dedicato o conto di dedicare specifiche monografie. Non mi resta che augurarvi buona lettura!»

Tiziana Carignani di Novoli

Il cantore delle periferie.

Peppe Lanzetta

Peppe Lanzetta è nato a Napoli nel 1956. Alla fine degli anni '70 esordisce nel cabaret all'Osteria del Gallo di Napoli con altri artisti partenopei. Attento alle problematiche giovanili, nel 1983 il suo spettacolo Napoletano pentito prosegue sul filone sociale e più precisamente sul tema dell'emarginazione; seguono Bombatomica e Roipnol (entrambi nel 1984). Il confronto tra Secondigliano e New York sarà lo spunto per Lenny, omaggio a Lenny Bruce in versione poetica (1988). Prima di apparire in tv, dedica alla fine di una storia d'amore sospesa tra un sì e un no Caro Achille ti scrivo , che debutta nel 1990. Ha collaborato come autore di testi con vari musicisti tra cui, Maria Nazionale, Edoardo Bennato, Tullio de Piscopo, James Senese, Enzo Avitabile, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Franco Ricciardi, Massimo Severino e Franco Battiato. Dopo il debutto teatrale con Napoletano pentito, cui segue Roipnol (1984), Lanzetta prosegue con Il vangelo secondo Lanzetta (1986), Lenny (1988), Caro Achille ti scrivo (1990), Il gallo cantò (1993), ll peggio di Lanzetta (1993), Tropico di Napoli (1998), Ridateci i sogni (2001). Attore, autore di soggetti cinematografici e regista di un cortometraggio, ha lavorato con registi come Piscicelli, Tornatore, Cavani, De Crescenzo, Loy, Martone, Asia Argento, Scimeca. Ha pubblicato: con Baldini & Castoldi, Incendiami la vita (1996) e Un amore a termine (1998); con Paravia, In gita a Napoli (1997). Lanzetta, ha collaborato, come ospite con la trasmissione televisiva "Samarcanda" di Michele Santoro (dal 1988 al 1989) e con il "Maurizio Costanzo Show" dell'anno 1989 al 1990. La sua ultima produzione teatrale, di cui è anche autore, è "L'OPERA DI PERIFERIA" (2006), in cartellone al Teatro Parioli di Roma.
Ha scritto numerosi libri:
Una vita postdatata. Lampi e tuoni dal Bronx napoletano. Napoli, Pironti 1995.
Incendiami la vita. Baldini Castoldi Dalai, 1996. 
Una gita a Napoli con Peppe Lanzetta. Paravia/Scriptorum, 1997.
Un Messico napoletano. Milano, Feltrinelli, 1998.
Figli di un Bronx minore. Milano, Feltrinelli, 1998.
Tropico di Napoli. Milano, Feltrinelli, 2000.
Ridateci i sogni. Ballate. Feltrinelli, 2002.
Un amore a termine. Baldini Castoldi Dalai, 2003.
Elogio della suocera. Napoli, Pironti, 2004.
Giugno Picasso. Feltrinelli, 2006.
L'opera di periferia. Plectica, 2008.
"racconti disperati". Pironti, 2010.
InferNapoli. Garzanti, 2011.
Pane e peperoni. Ad est dell'equatore, 2012.
Ed ha partecipato a numerosi film:
Blues metropolitano, regia di Salvatore Piscicelli (1985)
Grandi magazzini, regia di Castellano e Pipolo (1986)
Il camorrista, regia di Giuseppe Tornatore (1986)
Il burbero, regia di Franco Castellano e Giuseppe Moccia (1987)
32 dicembre, regia di Luciano De Crescenzo (1988)
Scugnizzi, regia di Nanni Loy (1989)
L'amore molesto, regia di Mario Martone (1995)
Teatro di guerra, regia di Mario Martone (1998)
Tifosi, regia di Neri Parenti (1999)
Scarlet Diva, regia di Asia Argento (2000)
Aitanic, regia di Nino D'Angelo (2000)
L'uomo in più, regia di Paolo Sorrentino (2001)
Gli indesiderabili, regia di Pasquale Scimeca (2003)
Ciro, episodio di All the Invisible Children, regia di Stefano Veneruso (2005)
Crimini - episodio Il covo di Teresa, regia di Stefano Sollima (2006)
Marcello Marcello, regia di Denis Rabaglia (2007)
'O professore, regia di Maurizio Zaccaro (2008)
Squadra antimafia - Palermo oggi - serie TV (2009) - Ruolo: Michele Lo Pane
Napoli Napoli Napoli - regia di Abel Ferrara (2009)
Sara Sarà regia Peppe Lanzetta (2011)
Take Five, regia di Guido Lombardi (2013)
Vogliamo farvi assaggiare la prosa veemente di Peppe Lanzetta, uno dei pochissimi intellettuali, assieme a Edoardo Bennato e Pino Daniele nelle loro canzoni ed a Piscitelli e Capuano nei loro film, struggenti di angoscia e di mal di vivere, che ha descritto le dimenticate periferie di Napoli.
«La ciurma da paura, festosa, puzzolente, colorata, borchiata, griffata, prezzolata, falsa, figlia dei R.E.M., Ramones, U2, orfana dei Clash, figlia dei cantanti napoletani più gettonati sui matrimoni e battesimi, tifosa ad oltranza del Napoli, arriverà da voi, si presenterà, farà storcere il muso, farà discutere, darà fastidio, mescolerà deodoranti prendi tre paghi due con colonie di Guerlain, farà imprecare contro i tempi moderni, le alte velocità, vi farà dire: ma era proprio necessaria questa metropolitana? E allora rimpiangerete i tanto vituperati autobus dell’Atan, il 160 nero, il 34, il 118 e soprattutto il 185 che quando lo volevi non passava mai, mai, mai...».
Audace sul palcoscenico e rude nei suoi scritti, schivo e modesto nella vita privata, come quando lo invitai nel salotto letterario di mia moglie Elvira e lui mi disse: «Non sono all’altezza e non mi trovo a mio aggio tra i signori».