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martedì 8 aprile 2014

La cucina napoletana dall’antichità ad oggi

Totò nel film Miseria e nobiltà
Giovan Battista del Tufo, del 1588. Tra gli ingredienti principali abbondano frutta e verdura, particolarmente i broccoli, che sono conditi con sarde, soffritto d’aglio, e succo di limone. 
Vi è stato un tempo che si mangiava per vivere, poi un lungo periodo in cui si viveva per mangiare. Una volta il simbolo del male era il diavolo, oggi è il grasso. Una fetta di salame paesano incute più timore di satana. Ma sugna, lardo, panna e insaccati continuano per molti a costituire un’attrazione fatale.
L’organizzazione mondiale della sanità li ha da tempo messi a bando, imponendo un codice etico basato sulle regole della dietetica. Un recente articolo comparso su un’autorevole rivista medica “grassi saturi, allarme poco chiaro” lascia un margine di speranza che finalmente la scienza possa sdoganare le gioie della gola,mettendo finalmente a tacere salutisti, bacchettoni e puritani della dietetica.
Peccato però che l’articolo in realtà conceda poco e niente alle aspettative del popolo gourmet. Anzi sin dalle prime righe appare chiaro che è il caso di mettersela via e patteggiare subito con il nutrizionista. Rassegnandosi a quel regime di semilibertà alimentare in cui versano ormai i cittadini dell’Occidente opulento. Evidentemente il mito della cuccagna è ancora vivo in noi. Ma altrettanto vivi sono i sensi di colpa che accompagnano i nostri desideri e i nostri piaceri. Insomma la tavola è più che mai il gran teatro della lotta fra bene e male.
Abbiamo già dedicato svariati capitoli all’argomento che invitiamo a consultare in rete, ma ora intendiamo fare una carellata attraverso i secoli, partendo dall’antichità per giungere ai nostri giorni, quando i piatti tradizionali si trovano a dover competere con i prodotti sfornati a getto continuo dagli ubiquitari fast food.
CFR-I Tomo-Napoletanità, arte miti e riti a Napoli La veritiera storia della sfogliatella pag.11-13 La cucina dai mille sapori – pag.164-168
III e IV-Tomo-Il trionfo della pizzaLa civiltà del caffèL’elogio del pomodoroLasagne, vino e chiacchiere. Il cibo dei napoletani: Il pesce  - dal Gambrinus al caffè del Professore.

Napoli: Un negozio di prodotti tipici
La mozzarella di bufala campana è il latticino più tipico della Campania

La pucchiacchella, pianta spontanea, una volta venduta come insalata insieme alla rucola da ortolani ambulanti.

Il Pomodorino vesuviano

Un fascio di friarielli, tipica verdura napoletana


Non è sempre facile ritrovare riferimenti diretti alla tradizione culinaria del periodo greco-romano. Tra le tracce dei gusti culinari classici, diversi piatti di fattura greca raffigurano pesci e molluschi, segno del consumo di piatti di mare in quell’epoca. In diversi affreschi pompeiani sono rappresentati cesti di frutta (fichi, melograni), mentre nella villa di Poppea ad Oplontis è dipinto un dolce, di cui non è dato conoscere gli ingredienti.
La cucina napoletana ha antichissime radici storiche che risalgono al periodo greco-romano e si è arricchita nei secoli con l’influsso delle differenti culture che si sono susseguite durante le varie dominazioni della città e del territorio circostante. Importantissimo è stato l’apporto della fantasia e creatività dei napoletani nella varietà di piatti e ricette oggi presenti nella cultura culinaria partenopea.
In quanto capitale del regno, la cucina di Napoli ha acquisito anche parte delle tradizioni culinarie dell’intera Campania, raggiungendo un giusto equilibrio tra piatti di terra (pasta, verdure, latticini) e piatti di mare (pesce, crostacei, molluschi).
A seguito delle varie dominazioni, principalmente quella francese e quella spagnola, si è delineata la separazione tra una cucina aristocratica ed una popolare. La prima, caratterizzata da piatti elaborati e di ispirazione internazionale, sostanziosi e preparati con ingredienti ricchi, come i timballi o il sartù di riso, mentre la seconda legata ad ingredienti della terra: cereali, legumi, verdure, come la popolarissima pasta e fagioli. A seguito delle rielaborazioni avvenute durante i secoli, e della contaminazione con la cultura culinaria più nobile, la cucina napoletana possiede ora una gamma vastissima di pietanze, tra le quali spesso anche preparate con gli ingredienti più semplici risultano estremamente raffinate.
Nonostante le contaminazioni avvenute durante i secoli, compreso quello appena trascorso, la cucina napoletana conserva tutt’oggi un repertorio di piatti, ingredienti e preparazioni che ne caratterizzano una identità inconfondibile.
Si può far probabilmente risalire al garum romano la colatura d’alici tipica di Cetara, ed è forse una reminiscenza del gusto agrodolce tipico della cucina di Apicio e degli antichi romani l’uso di condire diversi piatti salati con l’uva passa, come nella pizza di scarole, o le braciole al ragù. Dal latino ex Apicio potrebbe provenire il termine scapece, un modo tipico di preparare le zucchine con aceto e menta.
Anche l’impiego del grano nella pastiera, dolce tipico di Pasqua, potrebbe avere un valore simbolico legato ai culti di Cecere ed ai riti pagani di fertilità celebrati nel periodo dell’equinozio di primavera, Da vocabolo greco otooyyuaoc, strongylos.
Che significa “di forma tondeggiante” prendono il nome di struffoli natalizi. Ed il nome della pizza, infine, deriva probabilmente da pinsa, participio passato del verbo latino pinsere, che vuol dire schiacciare.
Lucullo aveva una splendida villa a Napoli, tra il monte Echia, oggi Pizzofalcone, e l’isolotto di Megaride, dove oggi si trova il Castel dell’Ovo. La villa era circondata dal mare, e nelle sue adiacenze Lucullo vi aveva fatto costruire vasche per l’allevamento di pesci, in particolare murene, che erano ingredienti pei i sontuosi banchetti organizzati dal padrone di casa che resero la villa celebre. Da questi banchetti ebbe origine l’aggettivo luculliano, per indicare una cena molto abbondante e deliziosa.

Napoli: Una pescheria
Piatto greco con pesci, probabilmente atto a contenere portate di mare (Altes Museum, Berlino).
Provenienza: Magna Grecia.

Pesci in un mosaico di Pompei. Provenienza: Museo archeologico di Napoli.

Il primo libro di cucina italiano è stato scritto a Napoli all’inizio del trecento dal cortigiano di Carlo II D’Angiò:  liber de coquina. Esso riporta ricette di varie provenienze in rappresentanza di un gusto francese al napoletano e dedica particolare attenzione ai piatti a base di legumi.
La cucina napoletana di fine Cinquecento è documentata dal Ritratto di Napoli di Giovan Battista del Tufo, del 1588. Tra gli ingredienti principali abbondano frutta e verdura, particolarmente i broccoli, che sono conditi con sarde, soffritto d’aglio, e succo di limone. Anche il pesce era molto diffuso, e la carne era preparata prevalentemente con ingredienti agrodolci, quali prugne, aglio, uva passa e pinoli, mandorle e cannella. Erano diffusi i latticini, paste di varia fattura e molti dei vini ancora oggi prodotti, quali l’Aglianico, il Fiano, l’Asprinio.
Napoli diventa celebre per i suoi piatti raffinati, mentre nei mercati i cibi sono esposti in spettacolari trionfi ornati di fiori, soprattutto il pescato colorato e guizzante.
Migliora anche l’approvvigionamento quotidiano di cibarie che giungono velocemente dalle campagne limitrofe.
Nel Seicento i napoletani lentamente si trasformano da mangiafoglie a mangia maccheroni e la pasta viene lavorata in varie trafilature, nascono cosi’: ziti, vermicelli e paccari.
Nel Seicento la fame affligge la plebe, e l’albero della cuccagna, con premi in pane, formaggio, salumi e carne diventa l’evento piu’ importante delle feste che la nobiltà concede al popolo più povero: festa farina e forca erano gli elementi principali su cui si fondava il governo dell’epoca. Tra il Cinquecento ed il Seicento i gusti culinari cambiano con il diffondersi dei prodotti importati dall’America: pomodoro, patate, peperoni, cacao, il tacchino e si va via via perdendo il gusto per i piatti agrodolci.
Nel Settecento l’influsso della cultura francese si comincia a diffondere in tutta Europa e presso la corte dei Borbone molti piatti tipici prendono il nome da una radice transalpina, come il ragù (da ragout), il gattò (da gateau), i crocchè (da croquettes). Tale tendenza ci viene confermata da Vincenzo Corrado nel suo libro Il cuoco galante.
Napoli diventa luogo di confronto delle più celebri cucine europee dopo il matrimonio di Ferdinando IV di Borbone con Maria Carolina d’Austria, che fa arrivare a corte cuochi francesi (monsieurs), imitata dall’aristocrazia e dalla ricca borghesia.



Un affresco di Pompei con un'aragosta e diversi molluschi,
 già ingredienti della cucina romana. Provenienza: Museo archeologico di Napoli.

Un affresco di Pompei con frutta, che può suggerirci alcuni dei gusti a tavola degli antichi romani.
Provenienza: museo archeologico di Napoli.

Pagnotta carbonizzata ritrovata a Pompei (Museo archeologico di Napoli)


Nell’Ottocento alcuni piatti tipici della tradizione locale diventano il veicolo che diffonde l’immagine di Napoli in Europa, attraverso la miriade di letterati e cronisti che includono la città come tappa d’obbligo del Gran Tour, mentre diventano celebri alcune figure come il maccaronaro, il maruzzaro, il sorbettaro, l’acquaiolo, l’ostricaro ed il franfellicaro, immortalati in dipinti, acquerelli ed incisioni.
Nel 1833 Ferdinando II di Borbone inaugura il primo stabilimento per la fabbricazione industriale della pasta.
Nel 1837 Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino pubblica la Cucina teorico-pratica, che avrà molte edizioni e nella quale compare per la prima volta la ricetta del ragù.
Nel frattempo Matilde Serao nel duo Ventre di Napoli descrive alcune ricette popolari come la zuppa di ma ruzze ed il brodo di polpo.
Nel Novecento vi sono molti cambiamenti nel costume che incidono anche sull’alimentazione.
Dopo il boom economico e lo sviluppo delle comunicazioni, comincia un periodo di contaminazione con altre cucine italiane ed internazionali. Ma, mentre sbarca anche a Napoli McDonald’s, e i cibi precotti abbondano nei supermercati, viene rivalutata dai nutrizionisti, su basi scientifiche, l’importanza della dieta mediterranea, di cui la cucina napoletana tradizionale, con abbondanza di carboidrati, verdure, pesce ed olio d’oliva, puo’ essere considerata uno dei migliori esempi.
Il Novecento è anche il secolo della diffusione su scala mondiale dei più famosi piatti della cucina napoletana, come gli spaghetti e la pizza, anche con alcune varianti, che si ripercuotono di riflesso anche a Napoli, dove alcune pizzerie cominciano a servire pizze con l’ananas, una vera bestemmia.
Nel nuovo millennio, continua la contaminazione della cucina napoletana, come l’uso del crudo di pesce, versione napoletana del sushi giapponese, insieme alla riscoperta e rivalutazione di piatti e ingredienti tipici. Diverse catene di ristorazione propongono esclusivamente cucina napoletana con diffusione nazionale ed internazionale.
Passiamo a trattare dei principali capisaldi della cucina napoletana.
Esiste una grande varietà di pasta napoletana. Nella cucina napoletana è molto diffusa la pasta di semola di grano duro, di produzione industriale, rispetto alle paste di casa, che sono molto più diffuse nell’entroterra campano ed in altre regioni d’Italia. La produzione su larga scala della pasta del napoletano risale almeno al XVI secolo, quando a Gragnano si trovavano le condizioni ideali per essiccarla e conservarla. A Napoli sono considerati molto importanti anche i tempi di cottura della pasta, che deve essere ben “al dente”, in particolare se deve essere successivamente mantecata in padella.
Tra le varietà più diffuse vi sono, oltre a quelle classiche, come spaghetti, linguine e bucatini, anche i formati tipici locali, come paccheri e gli ziti, che tradizionalmente vengono spezzati a mano, prima di essere cotti e conditi con il ragù. Per la preparazione di pasta con i legumi viene usata anche la pasta mista (pasta ammescata), una volta venduta a prezzo più basso perché risultante dai rimasugli spezzati degli altri formati, ma oggi venduta come formato a sé stante. Da non trascurare sono gli gnocchi, preparati con farina e patate. Vi sono anche formati meno tradizionali, ma oggi molto diffusi, tra i quali gli scialatielli.
Il pomodoro, originario dell’America, fu importato in Europa dagli spagnoli nel XVI secolo, ma venne ignorato dal punto di vista alimentare per circa due secoli. Solo tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo la salsa di pomodoro divenne comune a molte ricette, e la sua coltivazione si diffuse fino a diventare una delle piu’ importanti della Campania. Tra le varietà più famose a Napoli vi è il pomodoro Sanmarzano, quasi estinto alla fine del XX secolo e recentemente recuperato alle coltivazioni, ed il pomodorino vesuviano che si conserva a lungo raccolto a grappolo da appendere fuori al balcone (‘o piennolo).
A Napoli è sorta l’industria conserviera che ha portato in tutto il mondo i celebri “pelati” e il “concentrato” di pomodoro. Molti sono poi i metodi casalinghi di conservarlo, dai pomodori in bottiglia, fatti a pezzi oppure passati per essere sempre pronti agli usi più vari, alla famosa “conserva” in cui il pomodoro viene stracotto e concentrato fino a diventare una crema scura e vellutata.
I piatti a base degli ortaggi dell’agro campano, come la parmigiana di melanzane o i peperoni ripieni, possono diventare veri e propri protagonisti della tavola. Tra i prodotti più tipici vanno ricordati i friarielli, la scarola liscia o riccia, diverse varietà di broccoli, la verza, le verdure da minestra,e le puntarelle. Diffusissimi sono tutti i tipi di legumi.
Le zucchine sono ampiamente utilizzate; le più grandi vanno preparate a scapece, fritte e condite con l’aceto e la menta. I fiori maschili delle zucchine si possono preparare fritti in pastella: sono ottimi succedanei dei sciurilli, che sono i fiori di zucca. I germogli raccolti dalle piante di zucchine in tarda estate, dopo la fase di produzione, vengono chiamati talli, e sono ingredienti di ottime zuppe oppure vanno soffritti in padella. Tra le cucurbitacee ha diffusione locale la zucchetta di pergola o zucchetta del prete, dal gusto delicato, ottima con la pasta o a zuppa con pomodorini.
Lazzaro napoletano che mangia maccheroni. Incisione datata 1690,
 una delle prime rappresentazioni di questo soggetto, accompagnata dalla scritta "Mangia bene".


Bartolomeo Pinelli (1781–1835), Lazzari napoletani che mangiano maccheroni. Incisione

Litografia tratta da un originale di Teodoro Duclère (1816–1869), intitolata "Il tavernaio"

Oltre ai normali peperoni di grosse dimensioni, rossi e gialli, tipici sono i peperoncini verdi dolci, che si preparano fritti. I carciofi più pregiati sono le cosiddette mammarelle, grandi, tondeggianti e con le estremità delle foglie violacee. Sono ideali per essere gustate semplicemente lesse con un pinzimonio di olio extravergine. L’insalata accompagna molti piatti, specialmente quelli a base di pesce. Più spesso della lattuga viene impiegata l’incappucciata (simile a quella che oggi viene chiamata iceberg), più croccante, che viene mescolata anche a carote, finocchio, rucola, che una volta veniva raccolta spontanea nelle campagne e venduta dagli ambulanti insieme alla meno nobile pucchiacchella, e ravanelli, tradizionalmente quelli lunghi e più piccanti, oggi sempre più rari e quasi completamente sostituiti da quelli tondi più dolci. L’insalata di pomodori primeggia nel periodo estivo.
Presenza importante nella cucina napoletana e campana sono i latticini, la cui storia è documentata da tempi antichissimi. Tra questi sono molto importanti le produzioni di latticini in pasta filata, come il fiordilatte, provola e mozzarella. La mozzarella di bufala, in particolare, viene citata per la prima volta con il nome mozzarella nel 1570 da Bartolomeo Scappi ma ha origini sicuramente più antiche.
Tra i formaggi più famosi ricordiamo: la ricotta, fresca e salata, la caciottella, la mozzarella di bufala, la scamorza, il fiodilatte, la provola ed i caciocavalli.
Tutto il pesce del Tirreno è abbondantemente presente nella cucina napoletana. Molto apprezzati sono anche i pesci meno pregiati e più economici, tra i quali soprattutto le alici ed il pesce azzurro in generale. Ottimo è il pesce per la zuppa: scorfani, tracine, cuoccu, così come pesci di media e grande taglia, tra i quali le spigole e orate, ormai venduti prevalentemente da itticoltura, o come dentici, saraghi e pezzogne. Anche pesci di piccolissimo taglio sono usati:
- I cicenielli, novellame di pesce azzurro, piccolissimi e trasparenti, cotti lessi o fritti con la pastella.
- I fravagli, lunghi pochi centimetri, principalmente di triglia o retunni, da passare nella farina e friggere rapidamente.
Il baccalà, importato dai mari del nord Europa, è anche un ingrediente che fa parte della tradizione, e viene preparato fritto o anche con le patate e pomodoro.
Tra i cefalopodi molto consumati sono polpi, seppie e calamari.
I frutti di mare: cozze, cannolicchi, tartufi, casolari, telline sono a volte consumati anche crudi.


Giorgio Sommer (1834-1914), "Napoli - Fabbrica di maccheroni".
Fotografia colorita a mano. Numero di catalogo: 6204.


Giorgio Sommer (1834–1914): Mangiatori di spaghetti, precedente al 1886. Foto numerata n.1444.
continua

mercoledì 26 marzo 2014

Il monarca di Ceppaloni

Clemente Mastella


Clemente Mastella, nato a Ceppaloni nel 1947 è il fondatore dell’UDEUR e dopo essere stato per oltre dieci anni il sindaco del paese natale attualmente è europarlamentare nelle liste del PDL.
E’ stato membro del Parlamento dal 1976 al 2008, prima come Deputato e l’ultimo biennio come 
Senatore.
Ministro del Lavoro col governo Berlusconi e poi della Giustizia con Prodi dal 2006 al 2008.
Laureato in filosofia, è giornalista professionista. La sua carriera come giornalista e i suoi esordi nella vita politica sono stati ampiamente descritti da lui stesso in varie interviste, citate ad esempio nel recente libro “La casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, dove si legge come l’assunzione di Clemente Mastella alla Rai sarebbe stata agevolata da una raccomandazione del democristiano Ciriaco De Mita. La redazione locale ove Mastella prese servizio proclamò tre giorni di sciopero contro l’ingresso in ruolo di un giornalista assunto senza regolare concorso e per nomina politica diretta.
In vista delle elezioni politiche del 1976, come racconta lui stesso, nelle pause pranzo dei dipendenti della Rai, chiedeva “ai centralinisti di telefonare nei comuni del mio collegio elettorale. Mi facevo introdurre come direttore della Rai e segnalavo questo nostro bravo giovane da votare: Clemente Mastella. Funzionò”.
Mastella fu quindi eletto deputato, nelle file della Democrazia Cristiana. E’ deputato alla Camera ininterrottamente del 1976, riconfermato per otto legislature consecutive.
Dopo un lungo trascorso politico nella Democrazia Cristiana, fonda nel 1994 il CCD di cui diviene presidente, condividendone la leadership con Pier Ferdinando Casini.
Dopo la vittoria del Polo delle Libertà alle elezioni del 1994, diventa ministro del Lavoro nel Governo Berlusconi I.
Nel febbraio 1998 è protagonista di una scissione interna al CCD, raccogliendo l’appello dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga di costituire una nuova formazione politica di centro, alternativa alle due coalizioni.
Mastella fonda così i CDR, Cristiano Democratici per la Repubblica, che si uniscono al CDU nella formazione di gruppi parlamentari unitari.
Dopo vari trasformismi nel 1999 fonda l’UDEUR, un partito collocato al centro, pronto a convergere a destra o a sinistra a secondo delle esigenze.
Nel 2000 fu, insieme a Salvatore Cuffaro, testimone di nozze, Francesco Campanella, l’uomo che fornì a Provengano i documenti falsi per andare in Francia a operarsi alla prostata. Campanella era il segretario dei giovani dell’UDEUE.
Wikipedia arbitrariamente definisce il Campanella come braccio destro di Provengano, ipotesi smentita dagli atti processuali.
Alle elezioni 2006 Clemente Mastella è stato eletto al Senato della Repubblica come candidato dell’EDEUR. Dopo la vittoria elettorale dell’Unione, Mastella ricopre l’incarico di Ministro di Grazia e Giustizia nel Governo Prodi II. Mastella aveva chiesto per sé il Ministero della Difesa contrapponendosi a Emma Bonino; la Difesa era infine assegnata ad Arturo Parisi.
A luglio 2006 viene varato dal Parlamento un provvedimento di indulto, che a causa di divergenze tra Mastella ed il collega Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture. Mastella – in qualità di ministro della Giustizia – è tra i favorevoli alla misura, che prevede la scarcerazione circa 15000 carcerati; Di Pietro è aspramente contrario e lo definisce “un colpo di spugna immorale e inaccettabile”. Nello stesso periodo si esprime a favore della completa impunità per tutti i personaggi e le società coinvolte nell’inchiesta Calciopoli. Il 29 luglio, dopo l’approvazione definita da parte del Senato, che sancisce l’entrata in vigore dell’indulto come legge, Mastella dedica questo provvedimento al papa Giovanni Paolo II che, in occasione di una sua visita al Parlamento, chiese un provvedimento di clemenza per i carcerati.
Il 23 ottobre 2006, la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la legge 24 ottobre 2006 n.269 (meglio nota come Ddl Mastella) che modifica e sospende alcuni aspetti della riforma dell’ordinamento giudiziario licenziata nella XIV legislatura, in particolare per quanto riguarda le disposizioni sulla separazione della carriere dei magistrati e sull’accesso in magistratura.
L’8 marzo del 2007 partecipa ad Anno Zero, trasmissione televisiva condotta da Michele Santoro. Dopo un acceso dibattito con il presentatore, decide di abbandonare lo studio, tacciando Santoro di uso improprio della televisione pubblica. Successivamente, ha deciso di intraprendere un’azione legale contro Rai 2. Il 10 aprile dichiara: “Se c’è referendum si rischia la crisi di governo”.
A settembre 2007 ha chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di disporre il trasferimento cautelare d’ufficio nei confronti del pubblico ministero di Catanzaro Luigi de Magistris, il magistrato stava indagando su un presunto comitato d’affari composto da politici e magistrati lucani. Il 16 gennaio 2008 la Corte Costituzionale da’ il via libera al referendum, e lo stesso giorno Clemente Mastella annuncia le sue dimissioni dalla carica, motivate dalla “mancata solidarietà politica” da parte del centro-sinistra rispetto alla vicenda che lo vede indagato. Le dimissioni sono respinte dal Presidente del Consiglio.
Mastella ha presentato le sue dimissioni dalla carica di Ministro della Giustizia il 16 gennaio 2008, a seguito dell’inchiesta giudiziaria nella quale erano coinvolti lui e la moglie Sandra Lo nardo, in quel momento Presidente del Consiglio regionale della regione Campania.
Il 17 gennaio 2008 conferma le sue dimissioni e concede in un primo momento l’appoggio esterno al governo. Il 21 gennaio 2008 apre la crisi di governo durante un comunicato stampa dalla sede dell’UDEUR dichiarando di lasciare la maggioranza dopo 2 anni. Il 23 gennaio 2008 l’UDEUR si astiene sul voto di fiducia alla Camera dei deputati. Il 24 gennaio 2008 il governo cade a seguito del voto contrario alla fiducia. Votano contro la fiducia due dei senatori dell’UDEUR (tra cui Mastella stesso), due dei senatori dei Liberal Democratici, Domenico Fisichella, Franco Turigliatto e Sergio De Gregorio, tutti eletti nello schieramento di centro-sinistra.
Il 6 febbraio 2008, nel corso della trasmissione televisiva Porta a porta, Mastella si dichiara pronto a partecipare alle elezioni politiche indette per il 13 aprile 2008 con il Popolo della Libertà anche a costo di rinnegare il simbolo del suo partito, affermando: “Quando c’è una evoluzione nel corso delle cose, bisogna saperle prendere per il verso giusto e andare avanti in quella direzione”. Berlusconi aveva già fatto trapelare nei mesi precedenti contatti con Matella che ora parevano concretizzarsi nella promessa del leader di Forza Italia di una posizione di rilievo all’interno della nuova formazione politica del PdL. Ancora una volta Mastella cambia coalizione passando dal centro sinistra al centro-destra. Il capogruppo della Lega Nord al Senato, Roberto Castelli, tuttavia, si dichiara immediatamente contrario. Nei giorni a seguire Berlusconi, nonostante la sua iniziale disponibilità a collocarlo in una posizione di rilievo, decide di escluderlo dal suo schieramento affermando che, secondo alcuni sondaggi, la sola presenza di Mastella nelle liste dell’alleanza avrebbe fatto perdere quasi il 12% dei consensi; analogo trattamento gli viene riservato nella neonata formazione di centro Rosa Bianca, rimanendo così completamente isolato.
Il 6 marzo, dopo un paio di giorni di riflessione, decide quindi di non candidarsi alle elezioni politiche 2008, per la prima volta dopo 32 anni, e ciò nonostante l’offerta di un posto nelle liste del Partito Socialista fattagli dal segretario Enrico Boselli.
A febbraio 2009 cambia nuovamente schieramento ed a giugno è eletto al Parlamento Europeo tra le file del PDL.
Il 25 giugno 2010, nella sala dell’Assunta della Chiesa del Gesù a Roma, Clemente Mastella ha annunciato la fine della storia ultradecennale dell’UDEUR e la nascita di un nuovo soggetto politico denominato Popolari per il Sud. Il movimento, secondo quanto detto dallo stesso Mastella, “intende colmare il vuoto politico nel sud a livello locale, confermando al contempo la strategica alleanza con il Pdl”. Il 18 settembre 2010, in una manifestazione a Napoli, ufficializza l’intenzione a candidarsi a sindaco della città alle prossime amministrative.
Alle elezioni comunali di Napoli del maggio 2011 l’Udeur ottiene il 2,48%. Mastella, candidato a sindaco con l’appoggio anche di una lista civica, ottiene il 2,17%. Mastella non viene eletto neanche in Consiglio Comunale.
Alle elezioni politiche italiane del 2013 non riesce a farsi candidare in nessuna lista dei principali schieramenti e rimane fuori dalla campagna elettorale.
Procedimenti giudiziari
Il 14 ottobre 2007 Clemente Mastella viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta Why Not del sostituto procuratore Luigi De Magistris: l’ipotesi di reato è abuso di ufficio. Il ministro è sospettato di essere coinvolto in una “rete” costituita da politici, imprenditori, giudici e massoni finalizzata ad ottenere finanziamento dallo Stato e dall’Unione Europea.
Il 16 gennaio 2008, dopo il provvedimento di arresti domiciliari nei confronti della moglie Sandra Lonardo, da parte della procura di Santa Maria Capua Vetere, Mastella presenta le sue dimissioni da ministro, sostenendo di essere vittima, insieme alla sua famiglia, di un attacco della magistratura. Le dimissioni vengono respinte dal Presidente del Consiglio Romano Prodi e nel tardo pomeriggio della stessa giornata le agenzie di stampa scrivono che anche lo stesso Mastella sarebbe indagato nell’ambito dell’inchiesta riguardante la moglie.
Il giorno seguente Mastella conferma le proprie dimissioni ed annuncia che il suo partito, l’UDEUR, dara’ “appoggio esterno” al governo. Il 21 gennaio Mastella modifica la propria posizione dichiarando di uscire dalla maggioranza e di voler votare no alla questione di fiducia. Il governo Prodi cade il 24 gennaio in seguito al voto di sfiducia.
Nel marzo 2011 Clemente Mastella viene rinviato a giudizio, assieme alla moglie Sandra Lonardo, per tre capi di imputazione: truffa e appropriazione indebita, in merito all’acquisizione al patrimonio familiare di due appartamenti a Roma di proprietà dell’Udeur e della testata giornalistica  Il Campanile; abuso d’ufficio, per l’assegnazione di incarichi da parte dell’Arpac.
Curiosità ed aspetti controversi
Il caso “Il Campanile”
Il giornale di partito Il Campanile è stato oggetto di diverse indagini giornalistiche che ne hanno evidenziato la funzione “privata”. In altri termini, oltre un milione e trecentomila euro di finanziamenti pubblici (limitandosi al solo 2005) sono serviti per pagare il contributo fattivo di Clemente Mastella, viaggi e trasferte della famiglia Mastella (98.000 euro nel 2005), liberalità e spese di rappresentanza (141.000 euro), liberalità (22.000), pacchi, dolciumi e torroni (17.000).
In sostanza, secondo un’inchiesta de l’espresso, “all’ombra del “Campanile” Clemente Mastella, i suoi familiari e le loro società hanno ottenuto soldi e vantaggi grazie a un giornale finanziato con i soldi dei contribuenti”.
Il film “Il Caso Moro”
Nel 1986 a Clemente Mastella, allora nell’ufficio stampa della Democrazia Cristiana, venne mostrato in una proiezione privata il film di Giuseppe Ferrara Il caso Moro. Terminata la proiezione Mastella inveì contro la produzione. Il giorno successivo la stampa riportò l’opinione negativa di Mastella, grazie alla quale il film, in un primo momento accolto freddamente dal pubblico, divenne un successo.
La svolta sulla tematica delle coppie gay
Dopo anni in cui Mastella si era sempre opposto a qualsiasi forma di riconoscimento delle coppie omosessuali, il 23 marzo 2012 ha dichiarato di condividere quanto affermato dalla sentenza n.4184/2012 della Cassazione ossia che le coppie gay hanno diritto ad un trattamento famigliare uguale a quello delle coppie sposate e di aver, quindi, cambiato la sua posizione sulle tematiche omosessuali.

mercoledì 19 marzo 2014

Mostra a Ferrara di Matisse



Il colore che porta la gioia di vivere

Fino al 15 giugno a Ferrara, al Palazzo dei Diamanti si potrà ammirare l’opera di uno dei giganti del Novecento Henri Matisse in una retrospettiva con oltre 100 opere tra dipinti, sculture, disegni e collages.
L’artista al Salon d’Automne di Parigi del 1905 con un gruppo di colleghi, espose un gruppo di opere con un uso spregiudicato del colore e l’abbandono dei requisiti formali della figurazione.
La critica parlò con disprezzo di aberrazione cromatica, al punto che i pittori seguaci del nuovo verbo furono definiti fauves, cioè belve.
Tale movimento intese il colore in funzione espressiva e non più come imitazione della realtà. Colori puri, applicati in larghe stesure con pennellate sciolte tali da esaltare la loro innata potenzialità, per divenire automa fonte di sensazioni ed emozioni. Nessuno tuttavia, partendo dall’esperienza “fauvista”, spinse poi tanto avanti e tanto in alto la propria ricerca, quanto Henri Matisse (Le Cateau 1869-Cimiez, Nizza 1954), la cui opera, insieme a quella di Picasso e di Klee, forma le principali direttrici dell’arte contemporanea. Già nell’ambito del movimento Fauvisme la sua pittura, pur nell’esaltazione del colore, si distingue per un’innata tendenza all’ordine compositivo e alla chiarezza formale, come mostra il Ritratto con la riga verde del 1905 in cui egli ottiene una sorta di modellato cromatico per mezzo di inversioni e opposizioni di colori complementari.
Successivamente lo stile di Matisse evolve verso una stesura pittorica più liquida e trasparente in cui le zone di colore puro sono arginate dalla linea sottile di un raffinato disegno che tende a ricomporre forme di dichiarato effetto decorativo (Figura decorativa su sfondo ornamentale, 1927). Tra le sue fonti d’ispirazione sono, oltre Cézanne, le stampe giapponesi, l’arte musulmana e bizantina, i primitivi italiani, tutto ciò che lo conduce a organizzare per mezzo del colore e della linea quello “spazio spirituale” in cui si dispongono con poetica armonia oggetti e figure. “Ciò che sogno – egli scriveva nel 1908 – è un’arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità, senza oggetto inquietante e preoccupante…”. Sogno che egli sempre perseguì con costanza e coerenza, dalle opere giovanili eseguite alla maniera puntinista (Luxe, calme et volupté, 1904, Parigi, Musée d’Orsay) ai quasi astratti profili ritagliati su campiture monocrome (bianco e blu) delle “gouaches découpées” prodotte dopo il 1950.
La nascita precoce dell’artista (1869-1954) ha rischiato di imprigionarlo per sempre nell’intimismo fin-de-siècle, quasi confuso tra i Nabis da cui separavano solo pochi anni, e dunque gliene è venuto un compito analogo a quello toccato a Vuillard e a Bonnard di saltar fuori dalle spire di “interni” colmi di mobili e carte da parato e vasi di fiori, pur nell’atto di rispettarli.
A dire il vero, Matisse, subito all’inizio di secolo, è riuscito a sottrarsi con forza da quelle spire, tuffandosi risolutamente nella prima avanguardia, quella detta a ragione dei “fauves”, delle belve, che affrontavano le parvenze della “Belle époque” a scudisciate, con forti sbattimenti cromatici, maltrattando in sostanza le sagome, anche femminili. Anzi, in quella fase Matisse, oltre ad affidare la sua furia ai pennelli, la svolse ben di più con la scultura, in cui sembrava proprio voler strozzare le figure muliebri, allungandole, torcendole, o squartandole come in macelleria. Ma poi, quando, con le picassiane Demoiselles d’Avignon, nel 1907, si prospettò la vera avanguardia che voltava pagina, trattando le forme con i cubi del mondo delle macchine, il Nostro avvertì un impaccio, su quella strada, cui invece aderì senza riserve un compagno di via delle esperienze fauviste quale Georges Braque. Matisse sembrò appartenere alla categoria di “quelli che restano”, per usare una famosa etichetta di Boccioni, rifiutando in sostanza di applicare alle sembianze umane, o dei fiori e frutti, gli schemi astratti della geometria.
Matisse fu un “resistente”, quasi che avesse già violentato in eccesso le vecchie figure. Ma in realtà egli aveva una ricetta che lo salvava, consistente in una maestria sovrana nel tinteggiare gli spazi, dentro, fuori, attorno alle figure, o alle tavole onuste di chincaglieria varia. Quelle pennellate, spesso magre, rade, libere, riuscivano magicamente a ristabilire le distanze, le varie sagome balzavano avanti-indietro sulla tela, quasi col potere di saltarne fuori.
E’ stato detto, giustamente, che quelle stesure sapienti valevano come “repoussoirs”, noi diremo “respingenti”. Si può fare riferimento alla legge dei liquidi, e dunque, grazie alle diverse gradazioni cromatiche, alcuni corpi, nelle tele matissiane, vengono a galla, mentre altri affondano nelle retrovie, o si inabissano, ma in acque terse che ne consentono comunque la leggibilità. Seduto sulle sponde di quel suo stagno di nuovo conio, l’artista attese paziente di veder passare le spoglie dell’avversario, che ovviamente altri non era se non Picasso, in cui i cubi, a un certo punto, andarono in crisi, nel dopoguerra in cui il meccanomorfismo non fu più di moda, nella nostra società, e dunque, nel dopoguerra, tanti si affidarono a stesure liquide e sciolte, si pensi a Rothko, negli USA, o addirittura all’arrivo dei Graffisti, capeggiati da un Jean-Michel Basquiat che può sembrare davvero il magnifico erede della virtù matissiana, di andar via leggero, di far danzare le figure attraverso emersioni minime, ma sicure, da una incantata tappezzeria multicolore. Le imperiose erezioni macchiniste del Cubismo e derivati si sono afflosciate su se stesse, come Matisse in qualche misura aveva previsto, mettendosi ad attendere con pazienza di essere raggiunto dall’avversario di un tempo.
Nei dipinti di Matisse oggetti e figure sembrano annidarsi in un paesaggio concavo. Tutto si trasforma in colore il problema, negli anni Dieci come nelle Odalische degli anni Venti e come nei Papier Decoupes dei Quaranta e dei Cinquanta è l’equilibrio della composizione che si coniuga con l’impertinenza colorata delle masse.
L’esposizione a Ferrara ripercorre le tappe di questa ossessione che accompagna il pittore fin dagli esordi. A partire dalla centralità della figura in grado di esprimere un sentimento.
La Serpentina (1909) costituisce il primo esempio di questo approccio, una riflessione sulla curva, sulla figura sinuosa dove tutto deve essere visibile, indipendentemente dal punto di vista.
E’ indubbiamente il colore a corroborare questo approccio originale. Lo possiamo osservare nel Vaso con pesci rossi (1914) e nelle stesse Odalische.
Vi è il trionfo di una sensualità, che scaturisce dal tracciare i contorni delle forme.
Le linee si intersecano, si oppongono, si spostano in un’esplosione che congiunge verità e interpretazione: sentimento e concetto devono trovare un equilibrio, colore e linea, movimento e arresto, musica e silenzio.
“La maggior parte dei pittori – sottolinea nel 1930 – ha bisogno del contatto diretto con gli oggetti per sentirne l’esistenza e non può riprodurli che nelle loro condizioni strettamente fisiche. Cercano una luce esterna per vedere chiaro in se stessi. Invece l’artista o il poeta possiedono una luce interiore che trasforma gli oggetti per creare un mondo nuovo, sensibile e organizzato, un mondo vivo che è di per se stesso il segno infallibile della divinità, del riflesso della divinità”.
L’ardore del colore fauve non tramonta, l’analitica cubista non sfonda. Eppure le radici giovanili sembrano dialogare con gli esiti formali dell’avanguardia. Solo che la figura e il colore sono sottoposti al rigore di una musica dove la sensibilità del reale impone una misura originale: la musicalità non tanto della forma quanto dell’espressione del soggetto, a sua volta subordinata al controllo di un temperamento creativo fatto di riflessione come nel Nudo rosa seduto (1935). Ma quel che più affascina nel percorso di questo artista alla ricerca costante – è stato spesso sottolineato – di un “capolavoro borghese” che potesse superare le litigiosità faziose delle avanguardie, è la devozione nei confronti della sorpresa che le interazioni del colore definiscono; è lo stupore che il ritmo delle linee può generare. E tutto questo nulla ha a vedere con l’imitazione: la pittura è frutto di accordi, esattamente come nella musica, resi possibili da una costante tensione che l’artista crea con il proprio modello, sia una natura morta o una figura umana. Un modello espresso instancabilmente: forme divorate, dettagli che l’artista trasforma in monumentalità. Carne e sostanza, silenzio e voluttà, pulsione e quiete, istante e durata. La Natura morta con donna addormentata (1940) è uno degli esempi più sottili di questo stile inimitabile.
Una mostra che non lascia delusi e trasferisce al visitatore la gioia di vivere.

Matisse autoritratto
Figura decorativa su sfondo ornamentale
Giovane donna in bianco, sfondo rosso 
Le due sorelle
Natura morta
Ragazze in giardini

Odalisca
Ritratto con la riga verde

mercoledì 26 febbraio 2014

Il dramma delle due guerre

1943 arrivo delle truppe alleate a Monreale


Se gli orrori della Seconda guerra mondiale hanno avuto straordinari narratori italiani e spesso Napoli, con Malaparte e Lewis, è stata al centro di questi scritti, a detta della critica il primo conflitto bellico del ’15-’18 non ha mai avuto una degna declinazione narrativa. Forse però bisogna ricredersi, e anche in questo caso Napoli gioca il suo ruolo. Basta leggere, in una preziosa edizione appena arrivata in libreria, La paura e altri racconti della Grande guerra di Federico De Roberto, noto finora soprattutto per il suo romanzo I vicerè – finora perché da oggi in poi non si potrà non tenere conto di questi suoi testi quando si parlerà degli orrori della Prima guerra mondiale, e in generale di tutte le guerre.
De Roberto nacque a Napoli nel 1861, quando da pochissimo si era compiuta l’Unità, e nella sua infanzia ascoltò gli insegnamenti di un padre che di mestiere faceva proprio il soldato, ufficiale di stato maggiore agli ordini di Francesco II. Dunque ebbe modo di crescere nutrendosi delle aspirazioni dei popoli a sentirsi nuovi protagonisti di un nuovo Stato, ma anche ascoltando i racconti militari di un padre che proprio delle esperienze di guerre napoletane aveva fatto il suo mondo da tramandare al figlio. Il sapore di questa infanzia napoletana con sottofondo di fanfare militari si ravvisa spesso in questa raccolta, il cui tema principale fu affrontato dall’autore per la prima volta in diverse pubblicazioni stampate nel 1919 dall’editore napoletano Treves. Non a caso, anche qui, ci troviamo in presenza di un “libraio napoletano”, che durante la guerra riesce a rifornire di libri il Capitano Tancredi; si ravvisa spesso anche la figura di un moderno Pulcinella dietro il comportamento di alcuni soldati raccontati tra il serio e il faceto; capita che gli spaghetti siano una trappola per prigionieri. Di questi racconti, il più amaro è Il rifugio, storia di un disertore e della sua fucilazione raccontata da un ufficiale ospitato per caso proprio dai genitori del soldato fucilato; il più toccante è La paura, dove l’orrore della guerra contagia anche la natura, a sua volta percepita come un elemento mostruoso. Lo stile è secco e diretto, ma si avverte un sottofondo tragicomico, a tratti grottesco, che ha il merito di anticipare l’unica rappresentazione artisticamente valida della Grande guerra, l’omonimo film di Monicelli.
De Roberto racconta la quotidianità squallida e deprimente dei commilitoni e il loro sacrificio, mandati al macello da condottieri ottusi e impreparati. Questi chiamano uno ad uno i loro soldati e ordinano di lanciarsi all’attacco mandandoli incontro a morte certa. Prima di obbedire, ognuno si esprime nel proprio dialetto, ancora incapaci di comprendersi a vicenda. In questa raccolta di scritti siamo in presenza di un grande affresco sulla bestialità della guerra: dove “la natura aspra e crudele, impervia e tenebrosa del paesaggio- fa sfondo a inutili eroismi e patetiche diserzioni, e l’uso virtuosistico dei diversi dialetti, oltre a confermare l’attitudine plurilinguistica della scrittura derobertiana, testimonia di una unità nazionale irrealizzata”.
E se la “Grande guerra” fu vissuta da lontano, salvo qualche sporadica apparizione di minacciosi dirigibili, attraverso il pianto disperato per i tanti napoletani caduti al fronte, la seconda guerra mondiale vide la popolazione protagonista e la città martellata da oltre 100 bombardamenti.
Cannoni puntati sulle case alle falde del Vesuvio. E dietro il vulcano che erutta fumo, in gara inconsapevole con i carri armati della Quinta Armata statunitense in marcia tra pietre di lava e macerie sul colle dei Camaldoli. E’ l’avanzata degli Alleati, una guerra di liberazione che si allungherà in calvario per i liberati. E’ l’immagine, inedita e muta, scelta come copertina e contraltare delle Voci dalla guerra, raccolte a Torre del Greco. Un libro, cento testimonianze, il racconto corale di una città negli anni 1940-1945.
“Ma sai che per i nostri ragazzi Mussolini è lontano come Giulio Cesare?”. E’ iniziata così. Chiacchiere di quattro professoresse in pensione: Lina De Luca, Lucia Forlano, Anna Maria Galdi, Anna Maria Incaldi. Confidenze. Ricordi. Agendine paterne frugate nei cassetti. Documenti rispolverati all’archivio storico del Comune. E la scoperta di un sentimento condiviso: il rammarico per la memoria perduta nei figli e negli alunni, inconsapevoli come quel Vesuvio con lo sbuffo. Così la deformazione professionale diventa avventura: riproviamoci noi, a insegnar loro cos’è successo nel luogo in cui vivono. Settant’anni fa. “Primo ottobre 1943: percorrendo via Nazionale, gli americani entrano in Torre del Greco”. E’ l’appunto olografo sull’agenda di Domenico Forlano. E’ uno spartiacque. Fasullo. Il prima e il dopo accomunati dai lutti e le privazioni della guerra. Perché, come spiega Flavio Russo nell’efficace ricostruzione dell’”operazione Avanlanche”, che fa da prefazione al volume, tra lo sbarco degli Alleati a Salerno e l’agguerrita resistenza della X Armata germanica, “per le popolazioni dei tanti abitati che si vennero a trovare sulla direttrice dell’avanzata fu l’inizio del martirio, alla mercè del vecchio alleato disperato quanto feroce e senza alcun aiuto da parte del nuovo, diffidente quanto guardingo”.
La gente di Torre lotta e muore. Nelle Vocidallaguerra, le storie di chi ce l’ha fatta e chi no. Ma non è una spoon river in salsa vesuviana, questo libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche e Artistiche per volontà dell’Associazione culturale Arcobaleno con il contributo del Comune di Torre del Greco e della Banca di Credito Popolare. E’, semplicemente, “la nostra città che si racconta”, secondo l’orgoglio pudico delle autrici.
“Chi ha perso ‘na creatura?”. Teresa è nata nell’estate del ’43. In un ricovero. Lo stesso in cui la madre corre, con lei neonata infagottata in braccio. E’ un attimo, la “mappata” si apre. Teresa non c’è più. La madre lo scopre nel rifugio, Con orrore. E subito con sollievo, quando ascolta il tam tam delle voci che arrivano dalla strada. Qualcuno ha salvato Teresa. E tutta Torre fa coro per restituire la bambina alla madre. “Chi ha perso ‘na creatura?”. Perse per sempre, invece, le piccole orfane di Santa Geltrude sepolte sotto le bombe del 13 settembre. E qui il racconto, tratto dall’archivio tornese, si fa raccapricciante. I cadaveri dilaniati e smembrati vengono raccolti alla rinfusa dai vigili. Non c’è tempo per la pietà. Neppure per la precisione. Nove mesi dopo, una lettera della madre superiora lamenta che dalle macerie “esala un lezzo di carne in putrefazione”. I vigili tornano, scavano, dopo un tempo lungo quanto una gravidanza si potrà dare sepoltura anche alle orfanelle uccise due volte dalle bombe e dall’oblio.
E’ un mondo spietato quello narrato nelle Voci dalla guerra. Ma anche no. C’è spazio per la solidarietà. La gentilezza. La poesia, pure. Ad esempio quella dei versi con cui Salvatore Argenziano rievoca “un momento di misticismo”. Accade giù al porto, “abbasciammare”, sotto gli occhi stupiti dei torresi. Indiani con i turbanti scendono dalla jeep, in corteo portano sugli scogli la salma di un compagno avvolta in un sudario. Le danno fuoco. Nenie sommesse intorno alle fiamme. “Sotto la ferrovia la folla tace, come in un anfiteatro, in attesa di un insolito spettacolo”. E’ un funerale d’altre latitudini. I torresi capiscono. E partecipano. Il rito è un vassoio che gira con del cibo. “In tanti spettatori dagli scogli si avvicinano per partecipare alla inattesa esotica mensa”.
Torre del Greco non dimentica le sue “voci dalla guerra”. Anzi, le moltiplica. E’ l’effetto cascata dei ricordi. E’ la contagiosa e salvifica voglia di testimoniare, perché, come scrivono le autrici prendendo a prestito Kabil Gibran, “il ricordo è un modo d’incontrarsi, a Yotte. Ogni volta che il libro viene presentato, in un circolo, una sala parrocchiale o una scuola – saltano fuori altre storie, altri ricordi, altri documenti, altre persone che sanno. E che vogliono raccogliere il monito di De Luca, Forlano, Galdi e Incaldi: pronunciare ai ragazzi d’oggi “parole che ritornano a parlare”.
La fotografia di Robert Capa coincide con l’immaginario di guerra del Novecento. Eppure, rispetto al già noto e universalmente riconosciuto, l’archivio Capa di New York raccoglie e conserva una serie di immagini circolate molto meno, almeno poco viste, che possono raccontare diversamente o moltiplicare i punti di vista. Alcune di queste riguardano l’Italia del 1943-44, appartengono all’Italia Meridionale, a Napoli e Palermo, raccontano di un territorio per lo più contadino e di una popolazione sofferente, dell’incontro con le truppe alleate, di una vita quotidiana durissima e di città massacrate dalle bombe. L’occhio di Capa accompagna le truppe alleate, da Monreale a Troina, fino a Cassino, segue pedinando i combattimenti sul Valico di Chiunzi, fotografa gli appostamenti degli alleati e i prigionieri tedeschi, racconta l’incontro con un’Italia essenzialmente povera e contadina e la trasformazione degli spazi dettate dalle esigenze della guerra.
C’è una sequenza bella che potrebbe evocare le staged photograpy contemporanea: mostra una chiesa di Maiori trasformata in ospedale per i feriti, una sagrestia che assume le sembianze di una sala operatoria, dove con luci, lettini e strutture di emergenza l’intervento è ancora in corso. Insieme c’è lo scontro e il possibile incontro, i soldati americani accolti festosamente per le strade di Monreale e la fuga dai luoghi dove impazza il combattimento nelle campagne che circondano Montecassino, i cingolati alleati che si incrociano con gli asinelli dei contadini meridionali. Naturalmente Napoli, con una sua parte importante, nel quotidiano di ristrettezze e povertà. Tradotto essenzialmente da donne, anziani e bambini in fila per l’acqua con le bocce di vetro in spalla in una foto che ricorda gli scatti della Farm Security Administration durante la grande depressione americana. O ancora con la posta centrale ridotta ad una montagna immensa di macerie. Distrutta da una bomba ad orologeria lasciata dai tedeschi ad un esercito di americani a spostare pietra su pietra. Al fianco di una scena tragica e famosa anche grazie alle fotografie di Capa e pubblicata da “Life” l’8 settembre del ’43, con la disperazione e la pietà delle madri al funerale dei ragazzi vittime dei combattimenti delle Quattro Giornate di Napoli. Nel suo racconto diventerà questa l’immagine che accompagna il suo arrivo in Europa: le venti bare troppo piccole, per contenere anche i piedi dei bambini.
A settant’anni di distanza dallo sbarco degli alleati in Italia, le fotografie di Andre Friedmann, ebreo ungherese, consegnato alla storia con il nome di Robert Capa, ricostruiscono una guerra fatta di gente comune, di soldati e civili, vittime di una stessa strage. L’obiettivo di Capa tratta tutti con la stessa solidarietà, possa essere la guerra in Indovina o la guerra civile spagnola, e si vede per esempio in una sequenza dedicata ad Agrigento, dove sulle stesse macerie dei palazzi passano e si arrampicano i bambini, i soldati stranieri, e le donne anziane vestite rigorosamente di nero.
Monte di Dio si erge alta sul cunicolo che stiamo per scendere: la scala del Settecento ci porterà giù per oltre venti metri. Il palazzo soprastante e i palazzi vicini, forse una gran parte del quartiere, L’ha usata per cercare scampo durante gli interminabili quattro anni di bombardamenti subiti da Napoli nell’ultima guerra. La sala in cui entriamo era adibita a studio veterinario – gabbiette per animali, grossi lavatoi e, sulle mattonelle bianche, le foto degli anni di guerra, i bombardamenti, i rifugiati – quindi ci ha abitato un falegname – casa e puteca. Scendiamo nelle strette spire delle scale e subito la domanda affiora: come facevano di corsa, spaventati, i vecchi e i bambini oltre agli adulti, a non cadere lungo queste scale? Giunti nel primo, arioso spazio sotterraneo: i napoletani arrivavano giù rotti, gambe e braccia spezzate, come minimo feriti. E i grandi antri dell’acquedotto della Bolla, le cave antiche dei cavamonti, i passaggi dei pozzari – nella tradizione popolare diventati monacielli a causa delle improvvise comparse notturne dagli anfratti del sottosuolo – si trasformavano subito in ospedale da campo. Ad attrezzare gli spazi l’UNPA, Unione Nazionale Protezione Antiarea, che nelle antiche cisterne e nelle cave realizzò allacciamenti di luce, allargò i passaggi, costruì i bagni: latrine col buco o latrine con i water, più chic, per il quartiere Chiaia, dove il Tunnel spunta, in via Domenico Morelli. E poi gli spazi per le partorienti, la calce per coprire il tufo che dopo qualche ora manda esalazioni: i rifugiati restavano spesso giorni e settimane sottoterra, specie i più anziani che a salire e scendere ad ogni allarme non ce la facevano proprio. Racconta la nostra dolce ed entusiasta guida che qualche testimone sopravvissuto è venuto in visita al Tunnel: erano bambini fra il ’40  e il ’44. Si divertivano, beati loro, a vivere l’avventura sotterranea, la fuga dalle abitudini, il ritrovarsi tutti insieme con gli altri bambini del quartiere sottratti in parte allo stretto controllo dei genitori, alla scuola, alle case.
Qualcuno ha segnato il suo nome e ora controlla dov’è e lo ritrova nel punto esatto in cui lo ricordava, inciso nella parete: è più in basso, commenta. Tutta la nostra infanzia si è svolta più in basso e non finiamo mai di stupirci d’essere diventati alti, di averlo potuto fare, nel caso di chi è sopravvissuto. “Noi vivi”, si legge a grandi lettere sul fondo di una delle caverne, fra i resti pompeiani dei tetti di guerra, delle lettighe per gli per gli ammalati, persino dei giocattoli – minuscole carrozzine per bambole – rimasti a testimoniare il passato. Questa scritta potrebbe essere la nostra lapide di oggi, una lapide senza marmi, senza bellurie, tutta disperazione, come un urlo di spavento o di sollievo, di speranza. Ma la città è piena di lapidi in ogni punto in cui sono morti cittadini inermi sotto i bombardamenti inglesi, americani e tedeschi. Napoli è la città d’Italia più danneggiata dai quattro sganci di bombe – sempre primati sgradevoli – in quanto porto strategico, ponte nel Mediterraneo, base navale militare.
Si muore in pieno giorno nei tram, ancora seduti e diretti verso una meta che mai si raggiungerà, a scuola e nelle strade, cercando la via per una delle mille scale sotterranee che punteggiano la città scavata dalle acque e dagli uomini. Si muore sotto le ventiquattromila bombe lanciate in centotrenta incursioni, per un totale mai certo di ventimila vittime con conseguente distruzione del quaranta per cento delle case della città. Ancora fino al decennio scorso si sono restaurate, abbattute e riaperte strade – vedi via Marina – e i quattrocento ricoveri napoletani, oggi in parte visibili nei percorsi turistici e archeologici della città sommersa, conservano ogni segno, ogni ombra di morte.
La lapide più famosa, simbolica, è quella posta dentro Santa Chiara, bombardata il 4 agosto 1943, scambiata per obiettivo militare a causa del grande tetto o forse bombardata comunque, nonostante i segnali messi per indicare chiese, palazzi storici, l’Archivio di Stato.
“Dopo secoli di glorie questo tempio dalla guerra distrutto risorge ara di pace nel cuore di Napoli antica ed accoglie nomi e memorie di quanti versarono il sangue in auspicio di amore tra i popoli, il 4 agosto 1953”. La chiesa che i secoli avevano reso barocca e stuccata tornava gotica, le are dei re danneggiate, gli affreschi irrimediabilmente persi. Lo stesso giorno, poiché il bombardamento coprì l’intera città, in vico Fiorentine a Chiaia: “Unione cattolica operaia. M.SS. dell’Arco ai caduti del 4 agosto 1943” Una bella lapide con il bombardamento aereo ritratto nel marmo, che fa’ il paio con la lapide in via Poggioreale, 52: “Ai caduti civili della zona industriale che dal profondo abisso delle iniquità umane irrorando il cammino di sangue innocente assursero alla gloria dei cieli”. Anche qui, una lapide con aerei in volo e macerie. E in via Reggia di Portici, 9: “Ai caduti Rione S.Erasmo militari e civili della guerra 1940-1943 l’Ass.S.Gennaro dei sinistrati del III° Granili memore del loro sublime sacrificio – 19 settembre 1953”. E ancora in via San Biagio dei Librai: “Ai caduti della parrocchia di S. Gennaro all’Olmo nella guerra 1940-’44 sul campo di battaglia, nelle incursioni (seguono molti nomi) il parroco abate e il gruppo uomini cattolici Giuseppe Moscati posero”. L’anno è il 1948. L’anno prima, nel ’47, è posta la lapide di via Giuseppe Marotta: “La Sezione Porto con infinita pietà ed affetto ricorda i suoi caduti civili vittime innocenti delle atroci incursioni aeree dell’infausto periodo 1940-1944”. E chissà quante altre ora me ne sfuggono, a tracciare sprofondamenti, crolli di mura nei rifugi seppelliti dalle macerie come accadde a via Salvator Rosa, l’11 gennaio 1943, dove il ricovero crollò e fu ricoperto dalla calce nell’impossibilita’ di recuperare i corpi.
Fa caldo sottoterra. Lungo i percorsi della Bolla inseguiamo il tracciato del livello delle acque, incontriamo le ossa di un cagnetto morto lungo un corridoio, alziamo la testa a verificare i pozzari riuscivano a passare in corridoi larghi appena una trentina di centimetri e ad arrampicarsi mani e piedi per altezze vertiginose, sfruttando i buchi a scala dei cavamonti. Ma il freddo della paura e il tepore della solidarietà che pure i napoletani seppero sviluppare nei rifugi – nessuno rubava le borsette con gli Oro Saiwa, nessuno toglieva il cibo all’altro, nessuno sottraeva un bene al proprio vicino – non ci lascia . A giorni qui sotto si aprirà un percorso “avventura” e gli speologi porteranno i visitatori a scoprire profondità acquatiche del Tunnel lungo l’acquedotto del Carmignano.
Una grande occasione per rivisitare i giorni del dolore e della paura.
I morti ed i vivi della città di sotto ci aspettano.

La grande guerra film Monicelli

contadini a Troina dopo la liberazione

Fila per l'acqua

il sottosuolo

mercoledì 12 febbraio 2014

Decio Cavallo e la fontana di Trevi

Ugo D’Alessio

Ugo D’Alessio, impareggiabile caratterista, nato a Napoli nel 1909 e scomparso nel 1979, per la regola che ci siamo imposti di trattare di personaggi viventi o quanto meno deceduti da non molto, non dovrebbe figurare tra i napoletani da ricordare, ma vederlo continuamente in televisione, con la sua carica di straripante umanità, ci da’ l’impressione che stia ancora in mezzo a noi e voglia farci trascorrere qualche ora lieta dimenticando le ansie quotidiane.
Proveniente da una famiglia napoletana di artisti, debuttò a soli otto anni nella commedia Un grazioso equivoco, sotto la direzione dello zio Giuseppe;
in seguito recitò con Nino Taranto e successivamente al Teatro Ambra Jovinelli di Roma fu impegnato nella Sceneggiata napoletana.
Per cinque anni, a partire dal 1927 recitò nella compagnia teatrale Cafiero-Fumo, per poi iniziare l’importante esperienza con il grande Eduardo.
Nel 1954 recitò in Palummella zompa e vola per l’inagurazione dell’eduardiano Teatro San Ferdinando e fu abile caratterista in numerose altre commedie del maestro tra cui Le voci di dentro, Questi fantasmi e Silk, l’artefice magico; fu anche direttore artistico del Teatro Sannazaro.
Al cinema, nonostante i ruoli secondari che spesso gli vennero affidati, fu sia attore drammatico che comico; memorabile, in uno dei tanti film che girò con Totò, il ruolo di Decio Cavallo in Tototruffa ’62 nella celebre scena della vendita della Fontana di Trevi.
Appassionato di poesia, pubblicò nel 1967 un volume di liriche in lingua napoletana dal titolo Jamm ca mo’ s’aiza.
Fu Mastro Ciliegia nelle avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini.
Ha partecipato a numerosi film:
Malaspina, regia di Armando Fizzarotti (1947)
Rosalba, la fanciulla di Pompei, regia di Natale Montiello (1952)
Processo alla citta’, regia di Luigi Zampa (1952)
E’ arrivato l’accordatore, regia di Duilio Coletti (1952)
Voto di marinaio, regia di Ernesto De Rosa (1953)
Un turco napoletano, regia di Mario Mattoli (1953)
Questi fantasmi, regia di Eduardo De Filippo (1954)
Il medico dei pazzi, regia di Mario Mattoli (1954)
Amori di mezzo secolo, regia di Roberto Rossellini (1954)
Dov’è la libertà?, regia di Roberto Rossellini (1954)
Soli per le strade, regia di Silvio Siani (1954)
Milanesi a Napoli, regia di Enzo Di Gianni (1954)
I giorni più belli, regia di Mario Mattoli (1957)
Addio per sempre, regia di Mario Costa (1957)
La sposa, regia di Emilio Lozzi (1958)
Carmela è una bambola, regia di Gianni Puccini (1958)
La contessa azzurra, regia di Claudio Gora (1960)
Appuntamento a Ischia, regia di Mario Mattoli (1960)
Tutti a casa, regia di Luigi Comencini (1960)
Viva l’Italia!, regia di Roberto Rossellini (1960)
Tototruffa ’62, regia di Camillo Mastrocinque (1961)
Il giudizio universale, regia di Vittorio De Sica (1961)
L’oro di Roma, regia di Carlo Lizzani (1961)
Totò contro i 4, regia di Steno (1963)
Le monachine, regia di Luciano Salce (1963)
Spara forte, più forte …non capisco!, regia di Eduardo De Filippo (1966)
Operazione ricchezza, regia di Vittorio Musy Glori (1968)
Il giorno della civetta, regia di Damiano Damiani (1968)
Capriccio all’italiana, regia di Steno (1968)
Ninì Tirabusciò la donna che inventò la mossa, regia di Marcello Fondato (1970)
Camorra, regia di Pasquale Squitieri (1972)
Non si sevizia un paperino, regia di Lucio Fulci (1972)
Pane e cioccolata, regia di Franco Brusati (1973)
Il gioco della verità, regia di Michele Massa (1974)
Una sera c’incontrammo, regia di Piero Schivazappa (1975)
Sette note in nero, regia di Lucio Fulci (1977)
Spettacoli di prosa per la televisione
La cantata dei pastori – 1958
Napoli milionaria – 1962
Peppino Girella – 1963
La grande magia – 1967
Il cappello del prete – 1970
Le avventure di Pinocchio – 1972
La signora Ava – 1975
Lo ricorderemo sempre come Decio Cavallo, l’incauto acquirente della fontana di Trevi.

Totòtruffa 62 - Fontana di Trevi