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sabato 11 maggio 2013

Il Teatro Margherita e il Cafè-Chantant

01-manifesto del Salone Margherita

Possiamo cominciare questo capitolo con la fine della passeggiata per Via Toledo, magistralmente descritta da uno scrittore straniero innamorato di Napoli, la quale costituiva l’antipasto prima del divertimento, che aveva il suo tempio nella Galleria dove si trovavano i più celebri Caffè-Chantant.
Alla fine del percorso possiamo immaginare che stia scendendo la sera, la luce dei lampioni a gas, le insegne dei negozi: si illumina la scena. E possiamo “vedere” la duchessa Caffarelli che passeggia con due gentiluomini, il conte Perrone che esce dalla pasticceria Pintauro, alcune donne che conversano allegramente concedendosi prolungate risate: sono le demi-mondaines, giovani donne che si concedono solo agli uomini facoltosi. Con le loro toilettes, ma più ancora con la loro bellezza, gareggiano con dame aristocratiche. Dai negozi si entra e si esce sorridenti, coppie di innamorati passeggiano scambiandosi sguardi languidi, schiocchi di frusta sollecitano i cavalli. E’ l’ora della vita, è l’ora del cicaleccio, è l’ora dell’amore, è l’ora in cui Toledo offre il gran finale del suo meraviglioso spettacolo. (Alexandre Dumas)
Sul finire del XIX secolo, quando Parigi divenne il simbolo del divertimento e della vita spensierata, i cafè-chantant valicarono le Alpi per essere importati anche in Italia. La novità esplose a Napoli, dove l’epoca d’oro del caffè-concerto coincise con quella della canzone napoletana. Nel 1890per merito dei fratelli Marino, che capirono l’importanza di un’attività commerciale redditizia da unire al fascino della rappresentazione dal vivo, venne infatti inaugurato l’elegante SaloneMargherita, incastonato nella Galleria Umberto I. 
L’idea fu vincente e ricalcò totalmente il modello francese, persino nella lingua utilizzata: non solo i cartelloni erano scritti in francese, ma anche i contratti degli artisti e il menu. I camerieri in livrea parlavano sempre in francese, così come gli spettatori: gli artisti, poi, fintamente d’oltralpe, ricalcavano i nomi d’arte in onore ai divi e alle vedettes parigine. E’chiaro come la clientela che affollasse il Salone Margherita non fosse gente del popolino: in ogni caso, per i più disparati gusti, sorsero altri cafè-concert come l’elegante Gambrinus, l’Eden, il Rossini, l’Alambra, l’Eldorado, il Partenope, la Sala Napoli ed altri ancora che ricalcavano spesso, anche nel nome, i cafè-chantant parigini. Anche altri bar di Napoli, che in passato non presentavano spettacoli, si adattarono al gusto del momento presentando numeri di varietà misti a canzoni.
Solitamente gli spettacoli proposti erano presentati in successione, con un intervallo tra primo e secondo tempo del susseguirsi di rappresentazioni. Solo verso la fine del primo tempo qualche personaggio noto appariva in scena ma il clou veniva raggiunto al termine, quando il divo eseguiva il suo numero. Importanti e famosi artisti che iniziarono la loro carriera proprio nei caffè-concerto furono Anna Fougez, Lina Cavalieri, Lydia Johnson, Leopoldo Fregoli, Ettore Petrolini, Raffaele Viviani.
Il cafè-chantant divenne in Italia non solo un luogo ed un genere teatrale, ma anche qui, come in Francia, il simbolo della bella vita e della spensieratezza, nel pieno della coincidenza con la Belle èpoque.
Al successo della canzone napoletana si accompagna la nascita del caffè-chantant con l’inaugurazione del Salone Margherita, una settimana dopo l’apertura della Galleria Umberto I, che in breve diverrà il cuore pulsante della cultura e della mondanità cittadina. Il nuovo locale occuperà gli spazi sotterranei ed ottenne in breve lasso di tempo un successo internazionale, grazie al coraggio imprenditoriale dei fratelli Marino, che sul loro palcoscenico fecero sfilare le più celebri vedettes internazionali, come la Bella Otero o Cleo de Mérode, alle quali si affiancarono non meno brave ed affascinanti prime donne indigene, che, pur sfoggiando modelli e pseudonimi francesi, in onore del paese dove era nato quel tipo di spettacolo, erano originarie del Vasto o del Pallonetto.

02-Anna Fougez

03-Lina Cavalieri

04-Bella Otero

05-Cléo de Mérode


Assursero a grande notorietà anche molti comici come Gill, Pasquariello e Maldacea o magnifiche cantanti, tra le quali spiccava il nome di Elvira Donnarumma, la prediletta di Libero Bovio.
Sciantosa deriva dal francese chanteuse che vuol dire cantante, ma anche primadonna, attrazione, fantasia: quella che oggi si definirebbe una star.
Sull’esempio del cafè-chantant di Parigi, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, a Napoli furoreggiò il caffè-concerto, con protagonista, appunto, le sciantose. Per essere il più possibile simili alle colleghe d’oltralpe, le indigene adottavano nomi d’arte francesizzanti e gli autori di canzoni ironizzavano volentieri su questa moda. Nacquero così  “A frangesa” di Mario Costa nel 1894, “Lily Kangy” del 1905 (la macchietta di successo di Nicola Maldacea) e infine la famosa “Ninì Tirabusciò”, un nome ed un cognome certo più eleganti di Nina Cavatappi. Questa leggendaria figura fu creata nel 1911 da Califano e Gambardella e negli anni Sessanta il ritornello, che fu il cavallo di battaglia di Gennaro Pasquariello, venne rilanciato in televisione e al cinema da Monica Vitti in veste di sciantosa. In epoca più vicina a noi le gustose  tiritere di Ninì Tirabusciò sono state rivisitate da Mirna Doris, autentica vedette dell’avanspettacolo, dalla dosata ironia  e dal gustoso piglio popolaresco.
Il successo del cinema fu tale che anche il mitico Salone Margherita fu costretto ad inserire, all’interno della programmazione serale, alcuni minuti di proiezione di un film. Una consuetudine che si ripeterà dopo circa 50 anni con l’avvento della televisione: infatti, a dimostrazione che ogni nuovo mezzo espressivo cerca di scalzare il precedente, il giovedì  sera tutti i cinematografi interrompevano la pellicola in corso per permettere al pubblico di seguire la puntata di “Lascia o raddoppia” con un allora giovanissimo, ma già irresistibile, Mike Bongiorno.
Poco tempo dopo l’inaugurazione della Galleria Umberto I, al suo interno fu aperto il Caffè Calzona. Ben presto i napoletani impararono a conoscerlo per le serate di gala e i luculliani banchetti ufficiali che vi si tenevano.
Fu qui che, al ritorno da Parigi, fu festeggiata Matilde Serao per il successo raccolto in terra francese e fu al Calzona che, per la prima volta sul palcoscenico di un Cafè-chantant napoletano, ancor prima che al Salone Margherita, si esibirono le girls. Era la mezzanotte del 31dicembre 1899, quando 12 bellissime ragazze, con il loro balletto, un po’ osè per quei tempi, salutarono l’Ottocento come il secolo d’oro appena concluso e diedero il benvenuto al neonato Novecento.
Ma gli spettacoli di varietà nel Caffè della Galleria non costituivano un avvenimento eccezionale: erano in programma ogni sera. Il piccolo palcoscenico, posto proprio al centro e rivolto verso Via Santa Brigida, fu calcato da personaggi dello spettacolo rimasti famosi, in particolare dalla coppia Scarano-Moretti, cioè il padre e la madre di Tecla Scarano. Gli spettacoli del Calzona avevano tale successo di pubblico che anche i giornali dell’epoca, spesso, ne pubblicavano le recensioni. Di solito, i critici dei quotidiani seguivano solo le prime dei lavori in scena nei numerosissimi teatri napoletani.
Anche il Caffè della Galleria, per i prezzi particolarmente bassi che praticava e per gli spettacoli gratuiti e di buon livello, era divenuto un punto d’incontro tra le classi ricche e quelle meno abbienti. Con la spesa di soli tre soldini si prendeva il caffè seduto al tavolino e si poteva trascorrere l’intera serata a godersi lo spettacolo.
C’era chi, più fortunato, poteva assistere dalle finestre del suo ufficio al primo piano. Era il caso di Matilde Serao che, dalla redazione del Il Giorno, tra uno scritto e l’altro, volgeva volentieri lo sguardo verso il piccolo palcoscenico del Calzona.

06-Armando Gill
07-Gennaro Pasquariello
08-Nicola-Maldacea
Il Caffè, con la sua attività di spettacoli e con il suo pubblico eterogeneo, fornì lo spunto ad una macchietta, inventata dal cronista mondano del Mattino Ugo Ricci. La interpretò l’attore Nicola Maldacea nel vicinissimo Salone Margherita. Nel dialogo si magnificavano le caratteristiche del locale: <In fatto di cafè, presentemente, non v’è di meglio d’ ‘o CafèCalzona…/ Questa è la mia modesta opinione: sempre secondo il mio modo  ‘e vedè>.
In realtà qualcosa di meglio doveva esserci  se è vero che pian piano il Calzona perse la parte più consistente della sua clientela in favore di altri locali, in particolare, a beneficio dei  solitiGambrinus e Salone Margherita.
In questi anni, dopo Ninì Tirabusciò, nata dalla penna prolifica di Aniello Califano, Ferdinando Russo firma il primo fascicolo della Piedigrotta e, grazie alla casa discografica Polyphon, annunzia l’ambizioso progetto di esportare la canzone napoletana in tutto il mondo.
Giungeranno così per i siti più lontani la poetica del nostro animo sognante, l’idea di un mare divino, di un sole ammaliante, della nostre armonie gentili ed accattivanti.
Il fenomeno dei cafè-chantant napoletani fu tale che in breve tempo cominciò ad espandersi nelle altre grandi città italiane. La prima città ad introdurli a sua volta fu Roma. Il perché di tale diffusione non deve stupire: così come a Napoli, anche a Roma, a Catania, a Milano, a Torino ed in molte altre città letterate d’Italia si riunivano spesso, nei bar e nelle trattorie, cantanti e poeti che, nel corso di riunioni semiprivate, si dedicavano al canto ed alla declamazione di poesie. Questa forma artigianale di spettacolo fu il fertile terreno su cui si basò il successo dei caffè-concerto, che negli ultimi anni del 1800 aprirono anche nella Capitale.
Sempre i fratelli Marino, già proprietari del Salone Margherita di Napoli, inaugurarono nella Capitale due nuovi locali: un altro Salone Margherita e, successivamente, il Teatro Sala Umberto. A questi seguirono numerosi altri cafè-chantant dai nomi altisonanti ed esotici (non proprio tutti: il primo caffè-concerto della città, aperto in Via Nazionale, portava il poco allegro nome di “Cassa da morto”).
Vorremmo concludere delineando la figura di Ersilia Sampieri, al secolo Ersilia Amorosi, la prima diva del cafè-chantant.


09-Elvira Donnarumma

10-Libero Bovio

11-Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa - attrice protagonista Monica Vitti
Torinese di nascita e napoletana di adozione, usò la sua fama e la sua ricchezza per aiutare i bisognosi. Era orfana dei genitori, che le lasciarono un solo capitale: una prorompente bellezza ed una bella voce. Dopo aver lavorato in una compagnia di bambini, la Lillipuziana, in breve si trovò ad esibire nei locali del lungomare di Marsiglia. A Napoli si trasferì a 17 anni e, con il nome di Piccola Andalusa, si esibiva alla Birreria dell’Incoronata, cantando in napoletano, francese e spagnolo. Divideva il palco con giovani di grande talento come Elvira Donnarumma ed il macchiettista Davide Tatangelo. Alla fine girava col piattino per le offerte, facendo intravedere il seno. Passò poi al Caffè Scotto-Jonno e da lì spiccò il volo per esibirsi nei locali italiani più rinomati con puntate anche all’estero.
Nel 1901, quando i fratelli Marino la scritturarono al Salone Margherita, era già una diva.Vi rimase sei anni, alternando esibizioni a Parigi e Londra, dove venne definita la “Sarah Bernhard del caffè-concerto”, mentre Edoardo Scarfoglio preferiva l’epiteto di “la Fenice della Fenice”.
Gli impresari le misero a disposizione un secondo camerino, dove procurava lavoro, trovava  un letto in ospedale, facilitava permessi ed esoneri ai militari: tutto soloper umanità.
Su di lei circolavano svariate leggende: amante di un rampollo di casa Savoia o membro della massoneria.
Di lei si innamorò perdutamente Libero Bovio, che le dedicò una struggente poesia.
Nel 1907 sposò Mister Muscolo, un lottatore acrobata gelosissimo, che le vietò le attività benefiche e la portò in breve alla separazione ed alla solitudine.
A Parigi fece innamorare un petroliere e durante una tournée in Medio Oriente, conquistò un pascià disposto a follie pur di averla nel suo harem.
Resse la scena fino ai 45 anni e piano piano, finiti i risparmi, per sopravvivere si improvvisò chiromante con studio a Roma. Resistette 12 anni, poi finì all’ospizio dove si spense a 78 anni nel 1955.
La sua voce è giunta fino a noi grazie ai dischi della Phonotype, che ci permettono di riascoltare i suoi cavalli di battaglia: “ I te vurrìavasà”, “Voglio siscà” e “Donna Fifì”.

12-Ferdinando Russo

13-Ersilia Sampieri

14-il Cafè-chantant in un disegno di F.Galante

15-manifesto collezione Mele


giovedì 11 gennaio 2018

10^- Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli. Errori madornali e boiate pazzesche a volontà decima puntata

La nascita del cinema e della televisione ed il trionfo del cafè chantant


La nascita del cinema italiano è avvenuta all’ombra del Vesuvio, anzi, ad essere più precisi, sulla verde (allora) collina del Vomero, quando un secolo fa sorgeva la prima casa discografica made in Italy. 
Si tratta di un altro dei tanti primati della città di cui si è perso il ricordo, perché non basta certo una piccola targa per imprimere nella mente del distratto viandante quella straordinaria avventura rappresentata per anni da studios all’avanguardia e generazioni di tecnici ed artisti alternatisi nella produzione di molteplici pellicole proiettate nei cinematografi di tutta la penisola. 
Siamo ai primi del Novecento, in un momento di grandi cambiamenti a Napoli, che cerca di digerire la perdita del ruolo di capitale, attivandosi nel cambiare il volto della città attraverso il piccone del Risanamento, cercando di liberarsi dalla morsa del malaffare con l’inchiesta Saredo, che metterà in luce un perverso intreccio di interessi tra politica e camorra, purtroppo perpetuatosi fino ai nostri giorni. Sono i giorni della nascita dell’Ilva, che fornirà lavoro a migliaia di addetti, collaborando alla crescita di una coscienza operaia, ma che priverà per sempre i cittadini di una spiaggia formidabile, sono gli anni della Belle Epoque, dei divertimenti folli, del pullulare di fermenti artistici e letterari in perfetta sintonia con i circoli culturali europei. 
In questo fervore creativo si colloca la figura di Gustavo Lombardo (fig.1), un giovane studente universitario, che dopo un’esperienza nel campo del noleggio dei film, una novità assoluta perché allora gli esercenti dovevano acquistarli, rilevò gli stabilimenti della Poli film, ed ampliandoli pose le fondamenta per la nascita di una Cinecittà partenopea.
In poco tempo si gireranno oltre cinquanta pellicole, caratterizzate non solo da un’ambientazione locale, ma anche da un respiro nazionale, le quali vedranno tra le principali interpreti Leda Gys (fig.2), destinata a divenire una delle più celebri attrici del cinema italiano, all’epoca rigorosamente muto e la moglie del suo produttore.
Alcuni film erano delle traduzioni per lo schermo di celebri sceneggiate e lo sfondo per il racconto è rappresentato dal lungomare, dai vicoli, dalle feste popolari, dal porto, che in quei tristi anni significava emigrazione verso l’America, la meta preferita anche di tanti film accolti con un entusiasmo delirante dalle comunità oltreoceano, non solo dai napoletani, ma da tutti i meridionali, i quali riconoscevano ancora in Napoli la loro capitale morale. Spesso famosi tenori seguivano la tournee offrendo la loro voce per la colonna sonora, ma gli spettatori si accontentavano di poco e nonostante il muto, le immagini avevano una tale forza da sfociare nel sonoro…
In pochi anni in città si moltiplicano le case di produzione più o meno piccole, quasi tutte a livello artigianale, a volte addirittura a conduzione familiare, tra queste ricordiamo la Vesuvio film di Roberto Troncone sorta nel 1908 in una ridente villetta del Vomero, con i suoi attrezzati teatri di posa e le sue dive come la mitica Francesca Bertini (fig.3). All'inizio degli anni Venti, la Dora Film (fig.4) dei Notari (Nicola nelle vesti di produttore, regista e operatore, sua moglie Elvira (fig.5) in quelle di soggettista e regista ed il figlio Eduardo, col soprannome di Gennariello, in quelle di attore) sopravvisse alla crisi dell’epoca conquistando le folle degli emigrati in America. Le sequenze dei celebri A santa notte o È piccerella si sincronizzavano sull’accompagnamento del pianoforte, mentre le didascalie esprimevano con un lessico che imitava la forma spezzata del dialetto. Il bianco e nero stilizzava una Napoli insieme arcadica e tragica, mentre gli attori recitano con sentimentale impeto. Si gira quasi tutto all’esterno, perché negli interni vi è un insormontabile problema di illuminazione.
In contemporanea alla produzione di film sorgono come funghi i luoghi della fruizione: i cinematografi. La prima a nascere è la Sala Recanati, sorta nel 1897, a cui seguirono la Sala Roma in Galleria, il Salon Parisien in piazza Municipio, il Vittoria in via Roma e l’Olympia in via Chiaia. 
Tra le altre merita un cenno la Sala Cattaneo, nata dalla trasformazione di uno squallido baraccone dove si esibivano donne barbute ed uomini nerboruti. Il proprietario si arricchì rapidamente, aprì un nuovo locale in via Poerio: la Sala Iride e si costruì a Posillipo una splendida dimora, divenuta oggi l’ospedale Fatebenefratelli.
Egli fu anche l’artefice del primo tentativo di dare voce al muto collocando due attori ai lati dello schermo con degli altoparlanti al posto delle orchestrine, che aggiungevano un tocco di musica ad alcune scene. 
Poi nel 1928 la casa cinematografica di Lombardo si trasferisce a Roma dove sorgono con investimenti dello Stato grandi stabilimenti ed il sogno della Hollywood del Vesuvio tramonta tristemente, ma il cinema continuerà a nutrirsi della napoletanità come di una linfa vitale e vizi e difetti dei napoletani faranno da musa ispiratrice ad infiniti film di grande successo, da Le quattro giornate di Napoli a Il camorrista, da Carosello napoletano a La Sfida, da L’oro di Napoli a Le Mani sulla città e potremmo continuare a lungo, anche escludendo i più di cento film di Totò, un epifenomeno, un marziano, che va considerato come un pianeta a parte. Il cinema napoletano è stato un infinito palcoscenico di situazioni e sentimenti ed ha rispecchiato fino in fondo la sua innata carica di pathos. Fantasia ed ironia, antica saggezza e grande euforia, ma anche solidarietà e sofferenza si amalgamarono sapientemente con la poeticità delle sceneggiature, la varietà dei temi, la genialità artigianale, l’arte innata e versatile dei grandi interpreti e l'indiscutibile spettacolarità dei panorami. Dal felice connubio tra la musica, le arti, la poesia, il teatro ed il cinema è risultato un affascinante prorompente messaggio culturale che subito si è diffuso fuori dal contesto partenopeo, per divenire universale e simbolico dell’essere Italiani. La contraddittoria energia sprigionata dalla città, tante volte deprecata, è stata infatti capace di produrre per il cinema un patrimonio inestimabile di immagini, che narrano storie indissolubilmente impregnate di cruda realtà, capricciosa fantasia e sferzante ironia, antica saggezza e facile euforia.


02 - Leda Gys

03 - Locandina cinematografica

04 - Dora film
05 - Elvira Notari
Nel dopoguerra vi sarà una curioso rigurgito con la velleitaria rinascita della Partenope film ad opera di Achille Lauro, l’ineffabile Comandante, che produrrà un film studiato apposta per Eliana Merolla (fig.6), una bonazza della quale il vecchio armatore si era infatuato e che sposerà una volta divenuto vedovo. 
Rossellini in Paisà dipinge il senso dell'abbandono morale, del degrado, ma anche del desiderio di rinascere, suscitati dalla guerra fascista. Stessi temi sviluppati da Eduardo nella poetica Napoli milionaria. Vittorio De Sica gira L'oro di Napoli, tratto dai racconti dello scrittore Giuseppe Marotta. Ettore Giannini confeziona il capolavoro di Carosello napoletano (1953), che riesce a fondere lo spirito "alto" e quello "basso" dell'anima popolare napoletana: uno spettacolo totale, in cui canto, danza e recitazione s'intrecciano finemente in uno sfavillante caleidoscopio di storia e natura, sogno e realtà. Con La sfida, premiato alla Mostra di Venezia del 1958, Francesco Rosi coniuga denuncia e suspense con un rigore ed una tensione degni del noir americano e cinque anni dopo, con Le mani sulla città, accentua l'indignazione civile puntando il dito contro l'intreccio politico che favorisce il malaffare. 
Accanto ai film d'autore, esplode un nuovo boom di film popolari: un gran numero di film a basso costo, facile presa e grande guadagno, sprezzantemente definiti dalla critica "lacrimevoli", che però venivano incontro al desiderio del pubblico di ritrovarsi con il proprio dialetto, le proprie canzoni, i propri volti e di appassionarsi a storie verosimili quanto improbabili, prevedibili quanto commoventi. I MaIaspina di Roberto Amoroso, costato due milioni di lire, ne incasserà trecentottanta, di cui quarantacinque provenienti da due sale di New York. 
Segnato dalle critiche, il cinema napoletano si avviava intanto al tramonto. Il panorama produttivo diventa man mano desolato. Si distingue ancora Salvatore Piscicelli con Immacolata e Concetta (1979) e Le occasioni di Rosa (1981) o Antonio Capuano con le sue desolanti denunce sociali.
Il film napoletano ha perso la battaglia contro una critica che non voleva più “sole, pizza e mandolino” (ma cosa voleva?) e si è rifugiato nel piccolo schermo dove ogni giorno, c’è spazio per Totò, Peppino De Filippo,Tina Pica e tanti altri eroi della napoletanità: I due orfanelli, Totò al giro d'Italia, Fifa e arena, Totò cerca casa, L'imperatore di Capri, Totò cerca moglie ... in questi vilipesi capolavori di massa il fuoco della vita e della recita si bruciano nel trionfo della vitalità sottoproletaria, che non si piega alla speranze, né apre verso un lieto fine. L'arte d'arrangiarsi, la fame, l'imbroglio, la beffa, l'avidità sessuale perenne dichiarano guerra a tutte le istituzioni: Totò resta così per sempre il grande ambasciatore della napoletanità non addomesticata, il portabandiera irredimibile dell'indiavolata vitalità del sottosviluppo partenopeo, che è cinema e dramma nello stesso tempo.
La radio non ha primati da vantare, perché le prime trasmissioni ufficiali italiane partirono da Roma il 6 ottobre 1924, mentre Radio Napoli nacque, dopo alcuni mesi di esperimenti, il 28 ottobre 1926, prima in un appartamento di via Cesario Console e poi in una sede più adeguata in via Egiziaca a Pizzofalcone, dove dispose di un’orchestra stabile per la canzone napoletana. 
Anche la prima televisione privata nasce a Napoli, nonostante le pretese avanzate da Tele Biella. Il merito di questo altro primato che può vantare la città è del vulcanico ingegnere ed inventore partenopeo Pietrangelo Gregorio (fig.7), il quale, il 23 dicembre del 1966, attivò il segnale via cavo di Telediffusione italiana – Telenapoli, il cui marchio venne ufficialmente registrato 4 anni dopo, il 17 dicembre 1970; per trasformarsi poi nel 1976 in Napoli Canale 21, grazie al sostegno economico dell’editore Andrea Torino.
L’ingegnere fu un rivoluzionario del tubo catodico, in un momento in cui imperava solitario il monopolio della televisione di Stato. Egli trasformò un cantinato in uno studio televisivo e sperimentò una televisione alternativa di quartiere, realizzata da un cittadino per i cittadini, dando a tutti la possibilità di esprimersi. 
Gregorio, ancora attivo nel settore della web tv, come ci rievoca in un’intervista esclusiva, collegò ad un amplificatore le antenne del palazzo di piazza Cavour dove abitava e poi fece degli accordi con gli esercizi commerciali della zona, molti dei quali allestirono delle sale per assistere alle trasmissioni, che occupavano alcune ore serali e si basavano su notizie locali, canzoni, barzellette, cabaret e piccoli messaggi pubblicitari. Erano periodi eroici, non si poteva registrare e tutto avveniva in diretta. In contemporanea debuttavano sull’emittente gruppi comici destinati a divenire famosi come i Cabarinieri di Lucia Cassini, Renato Rutigliano ed Aldo De Martino.
Poi venne Filo diretto una trasmissione innovativa durante la quale si telefonava al pubblico che diveniva il vero protagonista, lamentandosi di ciò che non funzionava in città ed a volte chiedendo aiuto. Le istituzioni, prima guardinghe, in seguito erano attente ai contenuti del programma ed a volte esaudivano le richieste pubbliche degli spettatori.
Gregorio è anche l’autore della prima trasmissione a colori, avvenuta il 24 maggio 1971 ed è titolare di oltre 300 invenzioni di cui ha depositato il brevetto.
Nel 1973 Telenapoli poteva vantarsi di essere la più importante televisione via cavo d’Europa, contando su 380 chilometri di cavo, 6 studi televisivi e 150 dipendenti, tra cui 15 giornalisti.
Poi con la liberalizzazione dell’etere e l’abolizione della diffusione via cavo tutto cambiò. Le televisioni libere divennero commerciali, entrò in campo Berlusconi ed il mercato cambiò per sempre per divenire ciò che, nel bene e nel male, è ai nostri giorni.  
Sul finire del XIX secolo, quando Parigi divenne il simbolo del divertimento e della vita spensierata, i caffè chantant valicarono le Alpi per essere importati anche in Italia. La novità esplose a Napoli, dove l’epoca d’oro del caffè concerto coincise con quella della canzone napoletana. Nel 1890 per merito dei fratelli Marino, che capirono l’importanza di un’attività commerciale redditizia da unire al fascino della rappresentazione dal vivo, venne infatti inaugurato l’elegante Salone Margherita (fig.8), incastonato nella Galleria Umberto I.   
L’idea fu vincente e ricalcò totalmente il modello francese, persino nella lingua utilizzata: non solo i cartelloni erano scritti in francese, ma anche i contratti degli artisti e il menu. I camerieri in livrea parlavano sempre in francese, così come gli spettatori: gli artisti, poi, fintamente d’oltralpe, ricalcavano i nomi d’arte in onore ai divi e alle vedettes parigine. E’chiaro come la clientela che affollasse il Salone Margherita non fosse gente del popolino: in ogni caso, per i più disparati gusti, sorsero altri cafè concert come l’elegante Gambrinus, l’Eden, il Rossini, l’Alambra, l’Eldorado, il Partenope, la Sala Napoli ed altri ancora che ricalcavano spesso, anche nel nome, i cafè chantant (fig.9) parigini. Anche altri bar di Napoli, che in passato non presentavano spettacoli, si adattarono al gusto del momento presentando numeri di varietà misti a canzoni.  
Solitamente gli spettacoli proposti erano presentati in successione, con un intervallo tra primo e secondo tempo del susseguirsi di rappresentazioni. Solo verso la fine del primo tempo qualche personaggio noto appariva in scena ma il clou veniva raggiunto al termine, quando il divo eseguiva il suo numero. Importanti e famosi artisti che iniziarono la loro carriera proprio nei caffè concerto furono Anna Fougez (fig.10), Lina Cavalieri, Lydia Johnson, Leopoldo Fregoli, Ettore Petrolini, Raffaele Viviani.
Il cafè-chantant divenne in Italia non solo un luogo ed un genere teatrale, ma anche qui, come in Francia, il simbolo della bella vita e della spensieratezza, nel pieno della coincidenza con la Belle èpoque (fig. 11).
Al successo della canzone napoletana si accompagna la nascita del cafè chantant con l’inaugurazione del Salone Margherita, una settimana dopo l’apertura della Galleria Umberto I, che in breve diverrà il cuore pulsante della cultura e della mondanità cittadina. Il nuovo locale occuperà gli spazi sotterranei ed ottenne in breve lasso di tempo un successo internazionale, grazie al coraggio imprenditoriale dei fratelli Marino, che sul loro palcoscenico fecero sfilare le più celebri vedettes internazionali, come la Bella Otero (fig.12) o Cleo de Mérode, alle quali si affiancarono non meno brave ed affascinanti prime donne indigene, che, pur sfoggiando modelli e pseudonimi francesi, in onore del paese dove era nato quel tipo di spettacolo, erano originarie del Vasto o del Pallonetto.    
Assursero a grande notorietà anche molti comici come Gill, Pasquariello e Maldacea o magnifiche cantanti, tra le quali spiccava il nome di Elvira Donnarumma, la prediletta di Libero Bovio.
Sciantosa (fig.13) deriva dal francese chanteuse che vuol dire cantante, ma anche primadonna, attrazione, fantasia: quella che oggi si definirebbe una star.
Sull’esempio del cafè chantant di Parigi, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, a Napoli furoreggiò il caffè concerto, con protagonista, appunto, le sciantose. Per essere il più possibile simili alle colleghe d’oltralpe, le indigene adottavano nomi d’arte francesizzanti e gli autori di canzoni ironizzavano volentieri su questa moda. Nacquero così  “A frangesa” di Mario Costa nel 1894, “Lily Kangy” del 1905 (la macchietta di successo di Nicola Maldacea) e infine la famosa “Ninì Tirabusciò” (fig.14), un nome ed un cognome certo più eleganti di Nina Cavatappi. Questa leggendaria figura fu creata nel 1911 da Califano e Gambardella e negli anni Sessanta il ritornello, che fu il cavallo di battaglia di Gennaro Pasquariello, venne rilanciato in televisione e al cinema da Monica Vitti in veste di sciantosa. In epoca più vicina a noi le gustose  tiritere di Ninì Tirabusciò sono state rivisitate da Mirna Doris, autentica vedette dell’avanspettacolo, dalla dosata ironia  e dal gustoso piglio popolaresco.
Il successo del cinema fu tale che anche il mitico Salone Margherita fu costretto ad inserire, all’interno della programmazione serale, alcuni minuti di proiezione di un film. Una consuetudine che si ripeterà dopo circa 50 anni con l’avvento della televisione: infatti, a dimostrazione che ogni nuovo mezzo espressivo cerca di scalzare il precedente, il giovedì sera tutti i cinematografi interrompevano la pellicola in corso per permettere al pubblico di seguire la puntata di “Lascia o raddoppia” con un allora giovanissimo, ma già irresistibile, Mike Bongiorno.
Poco tempo dopo l’inaugurazione della Galleria Umberto I, al suo interno fu aperto il Caffè Calzona. Ben presto i napoletani impararono a conoscerlo per le serate di gala e i luculliani banchetti ufficiali che vi si tenevano.
Fu qui che, al ritorno da Parigi, fu festeggiata Matilde Serao per il successo raccolto in terra francese e fu al Calzona che, per la prima volta sul palcoscenico di un Cafè chantant napoletano, ancor prima che al Salone Margherita, si esibirono le girls. Era la mezzanotte del 31dicembre 1899, quando 12 bellissime ragazze, con il loro balletto, un po’ osè per quei tempi, salutarono l’Ottocento come il secolo d’oro appena concluso e diedero il benvenuto al neonato Novecento.
Ma gli spettacoli di varietà nel Caffè della Galleria non costituivano un avvenimento eccezionale: erano in programma ogni sera. Il piccolo palcoscenico, posto proprio al centro e rivolto verso Via Santa Brigida, fu calcato da personaggi dello spettacolo rimasti famosi, in particolare dalla coppia Scarano Moretti, cioè il padre e la madre di Tecla Scarano. Gli spettacoli del Calzona avevano tale successo di pubblico che anche i giornali dell’epoca, spesso, ne pubblicavano le recensioni. Di solito, i critici dei quotidiani seguivano solo le prime dei lavori in scena nei numerosissimi teatri napoletani.
Anche il Caffè della Galleria, per i prezzi particolarmente bassi che praticava e per gli spettacoli gratuiti e di buon livello, era divenuto un punto d’incontro tra le classi ricche e quelle meno abbienti. Con la spesa di soli tre soldini si prendeva il caffè seduto al tavolino e si poteva trascorrere l’intera serata a godersi lo spettacolo.
C’era chi, più fortunato, poteva assistere dalle finestre del suo ufficio al primo piano. Era il caso di Matilde Serao che, dalla redazione del Il Giorno, tra uno scritto e l’altro, volgeva volentieri lo sguardo verso il piccolo palcoscenico del Calzona.
Il Caffè, con la sua attività di spettacoli e con il suo pubblico eterogeneo, fornì lo spunto ad una macchietta, inventata dal cronista mondano del Mattino Ugo Ricci. La interpretò l’attore Nicola Maldacea (fig.15) nel vicinissimo Salone Margherita. Nel dialogo si magnificavano le caratteristiche del locale: <In fatto di cafè, presentemente, non v’è di meglio d’ ‘o Cafè Calzona…/ Questa è la mia modesta opinione: sempre secondo il mio modo  ‘e vedè>.
In realtà qualcosa di meglio doveva esserci  se è vero che pian piano il Calzona perse la parte più consistente della sua clientela in favore di altri locali, in particolare, a beneficio dei  soliti Gambrinus e Salone Margherita.
In questi anni, dopo Ninì Tirabusciò, nata dalla penna prolifica di Aniello Califano, Ferdinando Russo firma il primo fascicolo della Piedigrotta e, grazie alla casa discografica Polyphon, annunzia l’ambizioso progetto di esportare la canzone napoletana in tutto il mondo.
Giungeranno così per i siti più lontani la poetica del nostro animo sognante, l’idea di un mare divino, di un sole ammaliante, della nostre armonie gentili ed accattivanti.
Il fenomeno dei cafè chantant napoletani fu tale che in breve tempo cominciò ad espandersi nelle altre grandi città italiane. La prima città ad introdurli a sua volta fu Roma. Il perché di tale diffusione non deve stupire: così come a Napoli, anche a Roma, a Catania, a Milano, a Torino ed in molte altre città letterate d’Italia si riunivano spesso, nei bar e nelle trattorie, cantanti e poeti che, nel corso di riunioni semiprivate, si dedicavano al canto ed alla declamazione di poesie. Questa forma artigianale di spettacolo fu il fertile terreno su cui si basò il successo dei caffè-concerto, che negli ultimi anni del 1800 aprirono anche nella Capitale.
Sempre i fratelli Marino, già proprietari del Salone Margherita di Napoli, inaugurarono nella Capitale due nuovi locali: un altro Salone Margherita e, successivamente, il Teatro Sala Umberto. A questi seguirono numerosi altri cafè chantant dai nomi altisonanti ed esotici (non proprio tutti: il primo caffè concerto della città, aperto in Via Nazionale, portava il poco allegro nome di “Cassa da morto”).


06 - Eliana Merolla

07 -L'ingegner Gregorio nello studio di Telenapoli con Pasquale Squitieri e Claudia Cardinale
08 -Salone Margherita in una stampa dello '800
09 - Cafè chantant in un disegno di Galante
010 -Anna Fougez
011  - Bella epoque
012  - Bella Otero
013 - Sciantosa
014 -Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa
015 -  Nicola Maldacea

Vorremmo concludere delineando la figura di Ersilia Sampieri (fig.16), al secolo Ersilia Amorosi, la prima diva del cafè chantant. Torinese di nascita e napoletana di adozione, usò la sua fama e la sua ricchezza per aiutare i bisognosi. Era orfana dei genitori, che le lasciarono un solo capitale: una prorompente bellezza ed una bella voce. Dopo aver lavorato in una compagnia di bambini, la Lillipuziana, in breve si trovò ad esibire nei locali del lungomare di Marsiglia. A Napoli si trasferì a 17 anni e, con il nome di Piccola Andalusa, si esibiva alla Birreria dell’Incoronata, cantando in napoletano, francese e spagnolo. Divideva il palco con giovani di grande talento come Elvira Donnarumma ed il macchiettista Davide Tatangelo. Alla fine girava col piattino per le offerte, facendo intravedere il seno. Passò poi al Caffè Scotto Jonno e da lì spiccò il volo per esibirsi nei locali italiani più rinomati con puntate anche all’estero.    
Nel 1901, quando i fratelli Marino la scritturarono al Salone Margherita, era già una diva. Vi rimase sei anni, alternando esibizioni a Parigi e Londra, dove venne definita la “Sarah Bernhard del caffè concerto”, mentre Edoardo Scarfoglio preferiva l’epiteto di “la Fenice della Fenice”.  
Gli impresari le misero a disposizione un secondo camerino, dove procurava lavoro, trovava un letto in ospedale, facilitava permessi ed esoneri ai militari: tutto solo per umanità.
Su di lei circolavano svariate leggende: amante di un rampollo di casa Savoia o membro della massoneria.
Di lei si innamorò perdutamente Libero Bovio, che le dedicò una struggente poesia.
Nel 1907 sposò Mister Muscolo, un lottatore acrobata gelosissimo, che le vietò le attività benefiche e la portò in breve alla separazione ed alla solitudine.
A Parigi fece innamorare un petroliere e durante una tournée in Medio Oriente, conquistò un pascià disposto a follie pur di averla nel suo harem.
Resse la scena fino ai 45 anni e piano piano, finiti i risparmi, per sopravvivere si improvvisò chiromante con studio a Roma. Resistette 12 anni, poi finì all’ospizio dove si spense a 78 anni nel 1955.
016 - Ersilia Sampieri






mercoledì 22 gennaio 2014

La città dei tanti teatri


(2^ parte)

Teatro Augusteo

Teatro Augusteo

Ritornati al centro, parliamo dell’Augusteo, il più grande cinemateatro della città, edificato nel 1929 dalla società costruttrice della funicolare centrale,su progetto dell'architetto Arnaldo Foschini e dell'ingegnere Pier Luigi Nervi, capace di oltre 3000 posti, con una grande platea ed una vasta galleria, riccamente decorate da Siviero e Guardascione: qui, nel 1934, recitò Totò.
Dopo un inizio trionfale, negli anni Cinquanta si era trasformato in sala cinematografica, ospitando film come “Orchidea selvaggia” ed importanti eventi musicali tra cui alcune edizioni della Piedigrotta oltre a grandi serate di gala cui partecipavano artisti come Elvira Donnarumma, Salvatore Papaccio e Gennaro Pasquariello. In un momento di declino, ha corso il rischio di essere trasformato in garage o supermercato.
Dopo accorto restauro, grazie alla coppia lungimirante formata da Francesco ed Alba Caccavale, ancora al timone di comando, che hanno attivato una sorta di gemellaggio con il Teatro Sistina di Roma, ha ripreso a funzionare come teatro nel 1992.
Lo splendido sipario di velluto rosso si è aperto per presentare i più importanti attori non solo napoletani come Luca De Filippo e Peppe Barra, ma anche di caratura nazionale, da Bramieri a Montesano, da Proietti a Gassman o cantanti quali Lucio Dalla, Ivano Fossati e Paolo Conte.
Per anni vi è stato un proficuo accordo con il Circolo Canottieri Napoli che ha permesso ai soci del sodalizio di incontrare gli artisti a cena, dopo lo spettacolo, e con mia moglie ho avuto così occasione di scambiare opinioni con Gassman, Renzo Arbore, Marisa Laurito, Giacomo Rizzo e tanti altri protagonisti del teatro italiano.

Teatro Mercadante

Teatro Mercadante
Usciti dall’Augusteo, dirigendoci verso Piazza Municipio, incontriamo il Mercadante, l’ultimo dei gloriosi teatri cittadini, restituito alla pubblica fruizione dal 1995, quando ha assunto la qualifica di “Stabile” amministrato dal Comune di Napoli e dagli enti teatrali italiano e campano.
Il Mercadante nacque nella seconda metà del Settecento ed acquisì subito un posto di rilievo in un momento particolarmente fecondo che vide la nascita del Teatro Nuovo nel 1782 e del Teatro San Ferdinando nel 1791.
I lavori del Mercadante cominciarono nel 1778, affidati all’architetto Securo, allievo di Ferdinando Fuga.
L’inaugurazione avvenne l’anno successivo con la messa in scena dell’”Infedeltà fedele”, di Domenico Cimarosa. Durante l’ultima guerra subì gravi danni che lo condannarono per lungo tempo alla chiusura per ritornare all’attività, come abbiamo visto, solo da poco tempo.
Durante gli anni di splendore ha ospitato oltre alla prosa, giganti della lirica come Rossini, Bellini e Donizetti.
Nel 1870 assunse il nome attuale, lasciando quello iniziale di Teatro Del Fondo.
Abbattuto il San Carlino, vi si trasferì la compagnia di Eduardo Scarpetta che vi raccolse applausi, con “Miseria e nobiltà”, e fischi, con “Il figlio di Iorio”.
A breve distanza, nella Galleria Umberto I, si trova il celebre Salone Margherita, regno di lustrini e sciantose, di cui non parliamo, rinviando il lettore al capitolo: “Il teatro Margherita ed il caffè chantant”, contenuto nel II tomo del mio “Napoletanità: arte, miti e riti a Napoli” (consultabile in rete).
Proseguiamo lungo Via Toledo, fermandoci alla celebre Gelateria della Scimmia. 
Inerpicandoci lungo la Salita Montecalvario, incontreremo la Galleria Toledo, sorta lì dov’era il Cinema Corallo, poche centinaia di posti occupati da un pubblico giovane, amante di spettacoli “di tendenza”, con rassegne di prosa, musica e cinema, espresse con una rilettura al passo delle nuove ricerche.

Salone Margherita

Galleria Toledo

Teatro Nuovo
Pochi passi ed incontriamo il Teatro Nuovo che, oggi, non ha nulla a che vedere con la celebre struttura settecentesca:in esso si respira aria di sperimentazione con un appassionato pubblico giovanile che segue rassegne cinematografiche e spettacoli off.
Il Nuovo è composto da due piccole sale in cui hanno debuttato opere storiche di Mario Martone, Annibale Ruccello ed Enzo Moscato.
In passato, per più di due secoli, è stato frequentato da nobili e ricchi borghesi.
Un incendio, fine comune a molti teatri, lo distrusse nel 1935. Il Nuovo era stato costruito dal grande architetto Domenico Antonio Vaccaro e vi si alternavano prosa e spettacoli di “opera giocosa”.
Il suo palcoscenico è stato calcato da Raffaele Viviani e nel 1929 da un giovane comico di grande futuro: Totò.
Il Nuovo è ritornato all’attività nel 1985, grazie a due giovani e coraggiosi teatranti: Angelo Montella ed Igino Di Napoli, che hanno restituito alla città uno spazio caduto nell’oblio.
Continuando su Via Toledo, superata Piazza Dante, ci troviamo al cospetto della sontuosa facciata del Teatro Bellini, quello attuale, naturalmente, perché un altro Bellini, che sorgeva di fronte alla chiesa di Santa Maria di Caravaggio, fu anch’esso distrutto da un incendio nel 1869.
Il nuovo Bellini fu inaugurato nel 1878 e fu subito ritenuto uno dei più belli della città. L’inaugurazione avvenne con “I Puritani” ed “I Cavalieri” di Vincenzo Bellini. Per un tempo accolse opere liriche e gli spettatori decretarono, senza tema di smentite, “’O San Carlo p’’a grandezza, ‘o Bellini p’’abellezza”.
Dopo la lirica, fu la volta dell’operetta, del teatro dialettale ed infine, tristemente, divenne cinema di terza visione, frequentato dai “filonisti”, tra cui il sottoscritto, che, all’epoca, dopo aver marinato la vicina scuola media di Santa Maria di Costantinopoli, con pochi soldi di mancia alla maschera, utilizzava un palco per frenetici incontri ravvicinati del quarto tipo.
Bisogna essere grati a Tato Russo che nel 1988 lo acquistò per la sua compagnia, restituendo l’edificio all’antico splendore. La nuova inaugurazione vide in scena “L’opera da tre soldi”, di Bertold Brecht, con protagonista Lando Buzzanca.
Concludiamo la nostra carrellata occupandoci del glorioso San Ferdinando, al quale si giunge percorrendo Via Foria. Superata la maestosa mole della Caserma Garibaldi, si gira a destra, incontrando il vecchio Ausonia, un tempo dedito alla sceneggiata, da poco divenuto teatro di ricerca grazie alla gestione di Mario e Maria Luisa Santella, che ne hanno cambiato il nome in omaggio a Totò.
Leggenda vuole che il San Ferdinando nasca intorno al 1790 per iniziativa di  re Ferdinando IV e che, per la sua inaugurazione, vi si rappresentasse un’opera di Domenico Cimarosa.

Teatro Bellini

Teatro Bellini

Teatro Totò


In seguito, per quarant’anni, il teatro fu il regno incontrastato di Federico Stella che, solo durante le festività natalizie ed il carnevale, lasciava il passo rispettivamente alla “Cantata dei pastori” e ad Antonio Petito. 
Il San Ferdinando mantenne sempre la sua caratteristica di teatro popolare fino a quando, nell’agosto del 1943, fu distrutto da uno dei cento bombardamenti aerei elargitici dai nostri alleati…
Le macerie furono acquistate nel 1949 da Eduardo De Filippo che, dopo complessi lavori di ricostruzione, lo restituì alla città nel 1954 con “Palummella zompa e vola” di Antonio Petito.
Il grande attore commediografo finalmente aveva uno spazio dove esibire il suo repertorio con una compagnia di cui facevano parte: Titina, Luisa Conte, Tina Pica, Ugo D’Alessio, Pietro Carloni, Gennarino Palumbo e Nino Veglia.
Poi, tristemente, scomparso l’artefice, venne la chiusura, con gran dolore dei tanti, tra cui il sottoscritto, che vi avevano potuto ammirare le sue indimenticabili interpretazioni.
Il nostro viaggio si è concluso.
Per non appesantire il racconto, che non vuole essere un saggio, come non abbiamo accennato a dimenticati teatri: il Sebeto, la Darsena, Il giardino d’inverno, la Stella Cerere, L’arena napoletana etc, così non abbiamo parlato del San Carlo, cui dedicheremo un capitolo, del Politeama al Monte di Dio, del Trianon, che passa giorni agitati per l’insipienza dei nostri amministratori, del Mediterraneo alla Mostra d’Oltremare, dell’Auditorium della Rai.
Lo spettacolo è finito: cala il sipario.


Teatro San Ferdinando

Teatro San Ferdinando


giovedì 7 novembre 2013

Dai Caffè della bella Époque al Caffè del Professore



Caffè Gambrinus a Napoli
Senza esagerazione si può affermare che parte della storia di Napoli nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento sia stata decisa ai tavolini dei numerosi caffè napoletani.
Dallo sviluppo delle lettere, della poesia, della pittura, della musica, a gran parte degli avvenimenti storici fondamentali per la città, sono stati partoriti tra un gelato ed una classica tazzina di caffè. Partendo da Giacomo Leopardi, che durante il suo soggiorno napoletano, si recava quotidianamente presso la prima bottega di Vito Pinto, cercando l’ispirazione sorbendo un sorbetto, di cui era goloso, alle più belle canzoni napoletane o celebri romanzi, come La cieca di Sorrento di Mastriani,  elaborati nell’accogliente atmosfera delle sale dei Caffè di Toledo.
Al “Gambrinus” Gabriele D’annunzio scrisse i versi di “A Vucchella” per una scommessa con il Poeta Ferdinando Russo e potremmo continuare a lungo. A partire dal Settecento le sale dei principali caffè napoletani sono state non solo luogo di distrazione, ma spesso nuclei di diffusione della cultura e di iniziative politiche, fungendo da base operativa per rivoluzionari e patrioti, provenienti da tutta l’Italia meridionale. Già negli ultimi decenni del Settecento in tutte le principali strade della città si aprirono caffè dove si poteva consumare seduti, la famosa “tazzulella” obbligatoriamente con le tre “c” di “come cazzo coce”. 
Nella prima meta dell’Ottocento divennero numerose soprattutto lungo Via Toledo, di queste botteghe se ne contavano oltre trenta, da quelle più In, frequentate dalla nobiltà e dalla ricca borghesia, a quelle popolari, dove perdigiorno trascorrevano piacevolmente alcune ore. Anche se nella zona del porto, ove si svolgevano le principali attività commerciali, si aprirono numerosi Caffè, che in questi anno cominciarono a trasformarsi in veri e propri cenacoli letterari, nei quali si davano appuntamento artisti e scrittori. 
Vito Pinto fondò la prima bottega del Caffè e la sua specialità fu un sorbetto dal gusto squisito, che univa il sapore della cassata a quello delle raffinate creme pasticciere francesi. I suoi gelati erano talmente buoni che i Borbone gli assegnarono il titolo di Barone e tra i suoi avventori vi era ogni giorno Giacomo Leopardi in compagnia di Antonio Ranieri, dopo aver degustato più di una ghiottoneria al Caffè Trinacria, anch’esso situato lungo Via Toledo e dotato di salottini arredati con divani rossi e le pareti adorne di specchi. Luogo di incontro della Napoli bene era un habitué anche Alexandre Dumas. Un altro celebre locale nella zona del Porto era il Caffè delle Quattro stagioni, ritrovo abituale di Bohemien di idee liberali: Pittori, Scrittori, Epigrammisti tra cui Francesco Proto, Duca di Maddoloni e Rafael Petra, marchese di Caccavone, i quali, a colpi di penna si sfidarono per anni con chiare allusioni alle rispettive prestazioni sessuali. Quella dello svizzero Luigi Caflischié l’epopea di “un self made man”, il quale partendo da zero divenne proprietario di Caffè e pasticcerie in tutta Italia , per poi concentrare la sua attività a Napoli, che costituiva la piazza più ambita e lo è ancora oggi dopo 200 anni, dopo aver resistito a cambiamenti politici e crisi economiche, rappresentando un nucleo consistente della storia della città. 

Caffè del Professore a Napoli

Il caffè d’Europa , di proprietà dei coniugi Thevenin sito in piazza San Ferdinando, riuscì a raggiungere in pochi anni, a partir dal 1845 il fior fiore dell’Intellighenzia napoletana, grazie all’abilità dei suoi camerieri rispettosi della regola “ il cliente ha sempre ragione” ed alla bellissima Madame Thevenin, dagli occhi ammalianti in grado con un sorriso di stregare gli avventori, che rimanevano attaccati ai tavolini come ostriche allo scoglio. Tra gli assidui delle eleganti sale dorate una combriccola di artisti: Caprile,  Migliaro, Altamura, Nitti, Cortese, Mancini, Pratella, Dal Bono e tanti altri. 
Spesso si tenevano banchetti luculliani, memorabile fu quello offerto da Schilizzi a Luigi Capuano in occasione della prima Giacinta al Sannazaro.Altre botteghe degne di essere ricordate sono: il Caffe del Commercio sito alle spalle del teatro Mercadante, frequentato da personaggi come Eduardo Scarpetta e Francesco Mastriani e dove per oltre un anno al pianoforte suonò Pietro Mascagni, oppure il Caffè Croce di  Savoia, all’altezza dell’attuale Piazza Augusteo, conosciuto come “Giorno e Notte” perché non chiudeva mai e veniva adoperato anche da viaggiatori che non avendo trovato alloggio, si arrangiavano su un divano come lo stesso proprietario, che pare non avesse casa e viveva nel locale. Sempre pronto ad aiutare, il fedele cameriere all’arrivo di comitive di dame e gentiluomini, di ritorno da uno spettacolo o da un banchetto. Citiamo brevemente il Caffè Aceniello in Via Foria, che fungeva da ufficio per Mastriani, il quale vi compose romanzi ed articoli, il Caffè Diodati di Piazza Dante, dove si svolgevano periodicamente i primi festival della canzone napoletana con in giuria personaggi del calibro di Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo e tra i motivi vincitori “O ricciulillo” e “O carcerato”. 
In occasione della Piedigrotta il proprietario creava tra i tavolini all’aperto uno spazio per i mastodontici carri della sfilata. Vi era poi, in via dell’Incoronata l’”Envecible”Bar frequentato quasi unicamente da forestieri, che godevano della musica di uno dei primi Caffè concerto napoletani. Un altro classico caffè concerto sorgeva nell’attuale Piazza Municipio, dove si poteva gustare anche un’ottima birra. Era un locale affollato nelle ore notturne, quando arrivavano gli spettatori del San Carlo. A poche centinaia di metri si trovava un altro punto di raccolta della borghesia gaudente, ma anche di compositori. Ai suoi tavoli, tra un caffè ed una birra, sono nate “O sole mio”, “Marechiaro”, ”luna nuova” e tante altre celebri canzoni. 
Ed arriviamo al “Gambrinus”, ancora esistente, fondato nel 1860 e che subito fece concorrenza a tutti gli altri Caffè, anche per il prestigio di “Fornitore della Real Casa”. Tra i Caffè concerto ed i cenacoli letterari, il “Gambrinus”spopolò  enelle sue eleganti sale si concentrò tutto il bel mondo napoletano: Nobili, illustri professionisti, Artisti, Poeti e Musicisti, che ammiravano estasiati gli stupendi quadri che adornavano le pareti. Il principe di Sirignano acquistò l’ultimo piano del palazzo e fondò nel 1888 il Circolo artistico politecnico, ancora esistente e che a lungo ha ospitato l’Accademia napoletana degli scacchi, grazie all’opera di Giorgio Porreca. Ai tavolini del Gambrinus Gabriele Dannunzio ha composto la celebre canzone “Vucchella.”
Per quanto frequentato da molti gerarchi, tra cui il mitico Aurelio Padovani, il “Gambrinus” era un noto covo di anti fascisti, per cui nel 1938 venne chiuso per ordine del Prefetto, anche perché la moglie, che abitava nei pressi era disturbata dal frastuono degli avventori e dalle melodie dell’orchestrina. Dopo la chiusura i locali vennero occupati da un’agenzia del Banco di Napoli.
Il “Gambrinus”riaprì nel 1952 e solo da pochi anni ha potuto riacquistare completamente i suoi sfarzosi saloni. Ed arriviamo all’epoca del Caffè Chantant. Il primo, poco dopo l’inaugurazione della Galleria Umberto, fu il “Calzona”, dove per la prima volta si esibirono le “Girls” a mezzanotte del 31 dicembre 1899, 12 bellissime fanciulle con un costume osé, salutarono in un frenetico balletto il vecchio secolo ed inaugurarono il Novecento. 
Avendo dedicato un apposito capitolo all’Epopea del Caffè Chantant ed al mitico Salone Margherita non torneremo sull’argomento, ma ricorderemo un locale unico ”L’eldorado Lucia”, sito al Borgo marinari a ridosso del Castel dell’Ovo, il quale da giugno a settembre, oltre che un teatro all’aperto, era anche uno stabilimento balneare e termale con acque miracolose, punto d’incontro preferito dei “Viveurs” napoletani, che si godevano gli ultimi scampoli della Belle Époque. Trovandoci in ambiente balneare non possiamo non citare il primo caffè letterario della vicina Capri: il Morgano, punto di incontro di un élite internazionale, che si recava nell’isola di Tiberio in una sorta di pellegrinaggio spirituale  e molti ammaliati dal suo fascino, si fermavano per viverci. Solo qualche locale di Parigi poteva gareggiare col Morgano per il livello della sua clientela, da Oscar Wilde a Edwin Cerio, da Kruppa a Fersen, da Munthe a Gorki, senza considerare d’Annunzio, Malaparte, Moravia, Steinbeck e tanti altri illustri intellettuali. 
Siamo alla fine del nostro lungo viaggio nella patria del caffè, ma prima di parlare del mitico locale denominato del “Professore”, sito in Piazza San Ferdinando, nel frattempo divenuta, Trieste e Trento, dove si possono gustare l’espresso brasiliano ed il famoso caffè nocciolato, è doveroso ricordare un altro grande locale sorto in via Toledo negli anni Cinquanta: Il caffè Motta, luogo di ritrovo non più di intellettuali, ma degli impiegati dei numerosi uffici situati nei paraggi, dal Comune all’Enel, dal Banco di Napoli alla Commerciale.

Caffè Morgano a Capri