domenica 4 aprile 2021

Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura

  

fig.1 -  Prete esorcista

 La parola manicomio deriva dal greco manìa (follia) e komèo (curare).     
Nell’antichità la malattia, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali, divine, per questo veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. I sacerdoti di quell’epoca, cercavano di leggere messaggi che provenivano dall’aldilà.   
Nel Medioevo, invece, le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri”, venivano considerate possedute; ed anche in questo caso la “cura” era affidata ad esponenti della Chiesa (fig.1), tentando di combattere la possessione e, soprattutto le donne venivano messe al rogo, con l’idea che l’anima si allontanasse o si rimuovesse il più rapidamente possibile.            
Nell’Età Classica il problema della follia perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale. I folli erano coloro che rappresentavano una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere il più velocemente possibile. L’idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), ma con la negazione di questa riforma, la povertà perse questo significato trasformandosi in una colpa attribuibile alla persona.       
Nel XVII secolo, con la nascita della psichiatria (fig.2), si iniziò a denunciare il sistema correttivo capendo che la maggior parte delle persone rinchiuse non aveva bisogno di alcun trattamento. Tuttavia la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile, ed i metodi restavano disumani.       
Proprio in questo periodo sorsero moltissime case di internamento, destinate a rinchiudere in un’unica struttura una varietà di persone rifiutate dalla società: persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici e vagabondi. Qui le persone non venivano per essere curate, ma per finire i propri giorni di vita lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, esse venivano spogliate della loro dignità e trattate senza alcun rispetto. Allo stesso tempo vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a punizioni corporali.  
Vi erano cancelli, inferriate, porte e finestre sempre chiuse; catene, lucchetti e serrature ovunque. Le cure consistevano nell’internamento e nell’isolamento e gli strumenti erano quelli adatti a provocare stati di shock nelle persone. Il cambiamento nell’elaborazione delle concezioni della mente e del suo funzionamento, si ebbe tra la fine ‘800 e inizio ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi (fig.3).  
Gli ospedali psichiatrici istituiti in Italia dal XV secolo furono, regolati per la prima volta, nel 1904. Furono chiamati manicomi e la richiesta di queste strutture venne richiesta da alcuni ordini monastici, da amministrazioni provinciali o da medici illustri.     
Nei manicomi italiani entravano malati affetti da disturbi mentali, ma anche persone che avevano la colpa di rappresentare un pericolo per la società: senza tetto, sbandati e principalmente oppositori politici. Il manicomio, divenne il più pratico strumento per “togliere” di mezzo persone scomode, bypassando lunghi e complessi iter giuridici.   
Nel XIX secolo, a causa del crescente numero dei malati, si iniziò a discutere una legge che potesse regolare tutti i manicomi del Paese. Già dal 1874 venne proposto un “progetto di regolamento” che però non venne mai attuato. Nel 1891 in una ispezione sui manicomi del Regno, le strutture presentavano scarsa qualità o fatiscenza nei locali, inadeguatezza degli strumenti di cura, scarse condizioni igieniche, mancanza di una registrazione e vi era il sovraffollamento. Anche se formalmente le autorizzazioni erano sempre necessarie, per evitare complicazioni e ritardi, si praticava l’ammissione d’urgenza con domanda di autorizzazione agli organi competenti. La legge venne approvata nel febbraio 1904 con alcune modifiche, rimanendo in vigore fino al 1978.     
Il manicomio diventava, il sostituto del carcere o del semplice ospedale, l’alleanza fra psichiatri e tutori dell’ordine, il ricovero era non solo di “pazzi” ma anche di paralitici, alcolisti, degenerati, oligofrenici, tossicomani, dementi e tutti quei soggetti che potevano dare scandalo alla società o alla famiglia. Negli anni del fascismo fu un “arma” per eliminare in maniera silenziosa una persona che raffigurava l’oppositore politico ed anche l’omosessuale.       
A sancire il ricovero d’urgenza, senza alcuna volontà della persona (TSO), non era solo l’autorità di pubblica sicurezza, ma anche la figura politica con nomina governativa, che dal 1926 sostituì quella del sindaco.    
Le condizioni di vita, in un manicomio, erano ben peggiori di quelle di un qualsiasi penitenziario. Le terapie applicate erano la segregazione nei letti di contenzione, la camicia di forza, l’elettroshock (fig.4) praticato in maniera selvaggia, le docce fredde, l’insulino-terapia, la lobotomia. Questi trattamenti si basavano sulla speranza di modificare qualcosa nel paziente creandogli uno shock ed un malato di mente vi entrava come “persona” per poi diventare una “cosa”.       
Ovviamente, nei manicomi non era previsto nessun tipo di colloquio terapeutico, perché il problema psichiatrico aveva la solo eccezione biologica e non psicologica. Ai pazienti era impedito di avere contatti con l’esterno e non usufruivano, più, di nessun tipo di rapporto umano. Questo provocava dei veri e propri quadri di deterioramento mentale e fisico.       
Un paziente con disturbo psichiatrico, all’epoca dei manicomi, coinvolgeva tutta la sua famiglia andando incontro a limitazioni (l’impossibilità di fare concorsi pubblici, la difficoltà di spostarsi, il nascondersi e l’allontanamento come fosse una malattia contagiosa). Una volta diagnosticato, la persona perdeva, anche, una serie di diritti civili e politici (il voto, i beni immobili, l’eventuale eredità); la malattia veniva annotata nel casellario giudiziario, con conseguente macchia sulla fedina penale, come individuo pericoloso.
L’utilizzo non proprio ortodosso dei manicomi non terminò con la caduta del Fascismo e tantomeno con la fine della 2° Guerra Mondiale. La permanenza delle persone, in cui le condizioni erano a dir poco peggiori, li portava ad una morte anticipata nel più assoluto, colpevole e raccapricciante silenzio.
Intorno al 1950, con la scoperta del primo neurolettico la clorpromazina (fig.5), antagonista della dopamina, comincia a cambiare anche il trattamento del “folle”. La società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la loro identità.
Negli anni ’60 si inaugurarono i primi governi dove affermavano l’aspettativa di un cambiamento e di apertura anche sulla psichiatria. Vi era l’intento di trasformare i manicomi in ospedali psichiatrici dove poter curare, se non addirittura guarire, i malati di mente; si cominciò a parlare, anche, di Unità Sanitaria Locale.    
Nel 1965, il ministro della sanità, tento l’avvio di una riforma, ovviamente non tutti si dimostrarono favorevoli per la paura di mescolare i “matti” tra la gente “normale”. Il movimento antipsichiatrico partì da Gorizia per poi diffondersi anche nel resto d’Italia. A Nocera Superiore venne abolito l’elettroshock, il direttore dell’Istituto prese contatti con Basaglia. Il 1968 fu l’anno della svolta, vi fu l’occupazione dell’Ospedale di Colorno per richiamare l’attenzione della città sui problemi della reclusione manicomiale; in Italia vennero approvate alcune modifiche normative iniziando a prevedere il ricovero volontario e si cominciarono ad istituire i centri di igiene mentale a livello provinciale. Si abbatteva la regola dell’annotazione nel casellario giudiziario il paziente non perdeva più i diritti civili (come quello di votare); il paziente aveva la possibilità di effettuare un ricovero volontario; nascono le cliniche private, i pazienti potevano avere una via d’uscita dal manicomio. L’idea, comunque, non cambiava e i manicomi rimanevano sempre luoghi di aberrazione.
Nel 1977 si cominciò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività, sottolineando la necessità di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.  
Nel 1978 arriverà la famosissima legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale dove il cittadino era garantito e non vi era nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.   
Pian piano le persone cominciarono a rendersi conto della realtà del manicomio ed è in questo clima che nasce la legge 180. Una vera rivoluzione storica grazie al suo promotore, Basaglia, che in molti ritengono che sia stata proprio questa legge a permettere di chiudere i manicomi, anche se in realtà rappresentava soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto complesso.    
Solo sul finire degli ’80, a seguito della definitiva applicazione della legge Basaglia, i manicomi furono definitivamente chiusi. La strada è stata lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.    
Il primo manicomio in area napoletana sorse ad Aversa e nel tempo questa struttura ha cambiato molte volte denominazione: Pazzeria degli incurabili, Reale Casa de’ matti, Reale manicomio della Maddalena, Real Ospedale Psichiatrico di Aversa, Ospedale psichiatrico S. Maria Maddalena.    
La prima  sede manicomiale del Regno era però ubicata nel cinquecentesco Ospedale “degli Incurabili” di Napoli, il primo ospedale in senso moderno d’Europa, e che aveva al proprio interno  anche una sezione dedicata ai malati di mente chiamata senza mezzi termini “Pazzeria”    
In età borbonica  però ci si accorse della sua inadeguatezza e la necessità di creare degli spazi appositamente attrezzati e configurati anche se fu, tuttavia, il Re di Napoli Gioacchino Murat nel 1813 che con un Regio decreto   mise mano alla questione e fondò le “Reali Case de’ matti”.   
Il fatto che molte di queste Case fossero ospitate in antichi conventi e ne mantenessero la struttura non è un caso visto che la loro creazione coincise con un periodo storico  di grandi espropri di possedimenti ecclesiastici. Murat stesso  non fece eccezione visto che nel 1809 nel quadro di una riforma di ammodernamento dello Stato confiscò più di un centinaio di monasteri destinandoli ad uso civile rimanendo cosi  anche dopo la fine del periodo Napoleonico e la “Restaurazione”.    Aversa non fece eccezione ed il primo nucleo fu sistemato nel confiscato convento della Maddalena. Questa casa di cura è importante anche (e soprattutto..) perché  si specializzò nella cura con metodi innovativi e  non repressivi, attraverso il “Trattamento morale”. Questo trattamento fu messo a punto da due grandi alienisti francesi: Jean Etienne Dominique Esquirol e Philippe Pinel. I due  teorizzarono un  trattamento di cura per  “I folli” fatto di  una organizzazione di vita  quasi monastica, con  regole ed orari  ma anche divertimenti e svaghi con  occupazioni in attività varie come ascolto di musica, attività teatrali etc.     
Ai giorni nostri parleremmo  di  un percorso  di riabilitazione fatto di socializzazione e di reinserimento in società.     
Questo percorso risulta ancor più strabiliante e  davvero rivoluzionario se pensiamo  che le cure primordiali per  i folli erano fatte di  salassi, purghe “per permettere l’evacuazione delle parti folli del sé”, bagni gelati, punizioni e contenzione. I Borbone, dopo la restaurazione, una volta tornati sul trono dopo gli eventi rivoluzionari, non cancellarono questi metodi curativi intuendone la portata rivoluzionaria ed, anzi, ne fecero un vanto del Regno in tutta Europa, facendo assurgere Napoli a Capitale all’avanguardia nella cura delle malattie mentali.         
Con la legge Basaglia, si fecero largo le nuove idee progressiste sulla malattia mentale e piano piano il manicomio aversano perse d’importanza.  Le prime avvisaglie della fine fu la famosissima legge del 1978  del Servizio Sanitario Nazionale, ma la vera svolta si ebbe con la famosissima legge 180, più conosciuta come Legge “Basaglia”. Da li un lento declino fino a quando l’Ospedale psichiatrico fu svuotato nel 1998 e chiuse definitivamente nel 1999.     
Fu la fine di un’epoca di cui si doveva preservare la memoria e le testimonianze mentre invece  tutto sembra destinato  a cadere nell’oblio, sotto macerie abbandonate.  

 

fig.2 - Nascita della psichiatria

fig.3 -  Sigmund Freud

 

 fig. 4 - Elettroshock


fig.5 - Psicofarmaci, Largactil

 

 fig.6 -Ospedale psichiatrico Santa Maria Maddalena di Aversa

 

 fig.7 -  Cartolina

    
A svariati  anni dalla chiusura, l’Ex Ospedale Psichiatrico di Aversa (fig.6–7) giace ancora  in uno stato di grave e totale abbandono. Il corpo principale del complesso, quello più antico, è ormai fatiscente.  
Fra segni di crolli e cedimenti strutturali preoccupanti, passeggiare  fra i vari padiglioni e il chiostro rinascimentale segnati dall’incuria naturale (e di qualche vandalo) è veramente un colpo al cuore che  rende difficile raccontare la bellezza degli scaloni monumentali, delle architetture borboniche  senza sentirsi rattristati di ciò che era e ciò che sarebbe potuto essere.  
Una tristezza e nel contempo  un senso di angoscia ed inquietudine profonda  che ci avvolge quando passeggiamo verso l’uscita fra gli immensi saloni vuoti, i lunghissimi corridoi (fig.8) dalle pareti scrostate, i grandi finestroni con le sbarre arrugginite, le vasche da bagno (fig.9) dove si ponevano costantemente i ricoverati. Esplorare questo gigante morente, entrare nel suo ventre e perdersi nei suoi meandri polverosi, silenziosi e semibui è una esperienza veramente  forte.   
Riutilizzare l’area si può e si potrà, ma recuperare tutto quello che si è perduto è impossibile, quella bellezza, il  mistero di quello che lentamente sta morendo,  i racconti  di chi ha vissuto qui parte o tutta la propria vita.     
L’ospedale fu abbandonato definitivamente nel  1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Da allora la natura  dell’immenso giardino si è impossessata di nuovo  degli usci, dei muri  e delle pareti fino a coprire intere ali di questa cittadella che appare ora come una bocca aperta , spalancata verso un cielo ingeneroso urlando il proprio dolore.     
 La splendida chiesa ed il chiostro sono duramente divorati dal tempo, dall’incuria e dai ripetuti atti vandalici. La chiesa, in particolare, non ha più il tetto ed il pavimento è invaso da una vegetazione cresciuta  quasi ad altezza uomo (fig.10). Gli altari laterali in pregiato marmo  cadono a pezzi (o sono stati in alcuni casi “fatti a pezzi”), i confessionali sono a brandelli sepolti dalle macerie e dalla vegetazione, tranne uno che, come un uomo che affoga, affiora tra le piante che cominciano ad avvilupparlo  visto che la vegetazione selvatica ha invaso anche il chiostro e si è ripresa ciò che aveva perso secoli fa.     

 

fig.8 - Corridoi abbandonati

 fig.9 - Vasche da bagno di contenzione

 

 fig. 10 - La vecchia chiesa infestata dalle erbacce

 

fig.11 - Leonardo Bianchi

E passiamo ora a descrivere il Leonardo Bianchi: il labirinto della ragione, intitolato al celebre medico (fig.11). Sito a nord di Napoli, nascosto da un altissimo muraglione, è un luogo che evoca nella gente della contrada antichi fantasmi. Si tratta di uno dei più antichi manicomi d’Italia, tra i più grandi per estensione. E per un curioso scherzo del destino molti di quelli che vi erano internati, e che per le condizioni mentali di malati non risultavano pericolosi e quindi non necessaria la custodia nelle nuove strutture, hanno per anni continuato ad affollare la grande salita che costeggia l’ex ospedale psichiatrico. Come fantasmi, trascinandosi appresso buste di plastica e vecchi borsoni pieni di cianfrusaglie, questa sorta di popolo di Zombie sembrava come attratto magneticamente da quel luogo cui sentiva ancora di appartenere e che reputava ormai essere casa.    
 Ripercorriamo brevemente la storia di questa autentica “città dei matti” (fig.12). La legge provinciale del 1865 all’art. 174 n. 10, sanciva l’obbligo per le stesse di provvedere al mantenimento dei “mentecatti poveri”. La polemica delle province con il direttore del manicomio di Aversa, Gaspare Virgilio, per il sovraffollamento del nosocomio si protraeva ormai da anni. Così tra il 1871 e il 1901 molte province, tra cui Napoli, si distaccheranno da Aversa creando propri nosocomi. L’amministrazione Provinciale di Napoli decise inizialmente di collocare i suoi ammalati alla Madonna dell’Arco di S. Anastasia, nell’ex convento domenicano trasformato in “ospizio destinato a’ deformi, a’ ciechi, a’ malandati in salute ed agli affetti da taluni mali”. In un’altra struttura, sita in località Ponti Rossi, fu anche allestita la sezione “Osservazione”, un reparto dove venivano ricoverati i soggetti per accertarne il grado e la natura della follia e di conseguenza ricoverarli in manicomio o rilasciarli. L’ospizio di Madonna dell’Arco si rivelò da subito inadatto al punto che la Provincia nel 1874 acquistò il fabbricato di S. Francesco di Sales nel cuore della città, lungo la strada dell’Infrascata, oggi via Salvator Rosa. Nonostante fossero stati fatti notevoli adattamenti, autorevoli alienisti dell’epoca, come Miraglia, osteggiarono tale struttura ritenendola inadatta; tuttavia, il manicomio dell’Infrascata aprì nel 1881. Le cose andarono male da subito. Un’inchiesta portata avanti dal governo rilevò gravi irregolarità. La relazione ispettiva denunciava apertamente la gestione economica dei manicomi Arco e Sales, inficiata da incidenti e pesanti ammanchi di denaro. Per un certo periodo le sedi furono ben cinque: S. Maria dell’Arco in S. Anastasia, S. Francesco di Sales all’infrascata, il regio ospizio SS. Pietro e Gennaro a Capodimonte, il manicomio privato Leboffe di Ponticelli e S. Francesco Saverio alle Croci. Tutte inadeguate alla realtà.  Tra il 1883 e l’inizio del 1884 si fece pressante l’idea di dotare la città di Napoli di un manicomio più grande e del tipo a padiglioni separati. Nel 1897 fu individuata l’area e iniziarono i lavori di costruzione. La struttura fu aperta nel 1909, ma completata solo nel 1910. Ai ventinove padiglioni iniziali se ne aggiunsero altri quattro adibiti alle lavorazioni, a cabina elettrica e frigorifero; trentatré in tutto. Il modello terapeutico seguito era quello ritenuto migliore dalla scienza psichiatrica dell’epoca: il malato doveva avere occasioni di svago e di lavoro al fine di essere reinserito nella società. Il manicomio aveva una biblioteca per i folli, una tipografia, una legatoria una calzoleria, un laboratorio per lo sparto e la saggina, una fabbrica di mattonelle, una falegnameria, una officina meccanica, una sartoria e tessitoria, una panetteria e una colonia agricola. Gli internati erano seguiti e guidati nel lavoro dai vari tecnici del settore specifico ed erano retribuiti sia con denaro che con tabacco. Tuttavia, l’enorme aumento del numero di richieste mise in grave crisi la struttura già nel corso della seconda metà degli anni 30.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale determinò un periodo estremamente duro e difficile, poiché la riduzione di personale sanitario e di assistenza chiamato alle armi, la riduzione di generi alimentari e di medicinali determinò notevoli difficoltà terapeutiche e gravissimi disagi ai degenti ricoverati. Nonostante la segnaletica convenzionale internazionale di protezione, la struttura fu bersaglio delle incursioni aeree nemiche. L’8 ottobre 1943 le truppe anglo-americane penetrarono nell’ospedale occupando diverse aree fino all’11 settembre 1946. Non si conosce molto delle vicende legate al periodo della ricostruzione postbellica. Certamente l’ospedale usufruì degli aiuti provenienti dal piano Marshall come sappiamo dagli interventi di riparazione dei danni subiti durante la guerra. L’ultimo ampliamento risale agli anni 50’ a partire dal quale il complesso rimase sostanzialmente come appare oggi. Con la legge 13 maggio 1978 n°180 (cd Legge Basaglia) tra alterne vicende ha continuato la sua funzione fino al progressivo abbandono.
Il manicomio, posto ad 85 metri sul livello del mare, si estende su un’area di 220.000 metri quadri ricchissima di spazi verdi. In essa sono distribuiti trentatré edifici riuniti insieme da ampi passaggi coperti di dimensioni e di epoche diverse, che coprono una superficie di 78.000 mq (fig.13). L’edificio centrale prospiciente l’ingresso principale, che costituisce la sola parte dell’originario complesso tutt’oggi ancora attiva, era adibito agli uffici amministrativi, alla direzione, alla biblioteca, ai gabinetti scientifici, all’alloggio dei medici di guardia e del personale di assistenza religioso. Alle spalle dell’edificio principale sorgevano in progressione i diversi padiglioni adibiti al ricovero degli ammalati: a destra quelli femminili e a sinistra quelli maschili, con al centro fabbricati per i servizi generali e i laboratori.  
I folli erano distribuiti in diverse sezioni individuate sulla base della natura delle patologie. Nel regolamento del 1873 sono presenti solo quattro sezioni senza specificazione alcuna. Dal 1920 l’amministrazione fu tenuta obbligatoriamente a separare “i folli cronici pericolosi da quelli acuti e guaribili, da quelli che possono essere adibiti alle lavorazioni, dai mentecatti cronici tranquilli, dagli epilettici innocui, dai cretini, dagli idioti e dagli infermi mentali inguaribili ma tranquilli”, in applicazione dell’art. 4 del Regolamento del 1909. Dunque, gli ammalati avrebbero dovuto essere divisi in sezioni differenti, allocate nei vari padiglioni di cui si componevano le strutture manicomiali.
Per quel che concerne il criterio di assegnazione dei pazienti nelle sezioni, per molto tempo venne osservato un criterio di selezione abbastanza rigido per le diverse patologie, poi progressivamente superato a causa dell’affollamento del manicomio, eccezion fatta per la VI sezione che, fin dall’epoca della sua costruzione, venne destinata ai folli dimessi dal manicomio criminale; tutte le altre subirono modifiche nel criterio di assegnazione.
Relativamente alle sezioni maschili: la I sezione ospitava infermi schizofrenici e depressi; la II sezione ospitava pazienti affetti da psicopatie dissociative ad evoluzione cronicizzante, da frenastenici cerobropatici, epilettici e distimici; la III sezione, con funzione di infermeria, ospitava infermi affetti da malattie di ordine somatico, acute e croniche, richiedenti cure internistiche e chirurgiche. La IV sezione ospitava folli affetti da tubercolosi. La V sezione ospitava soggetti schizofrenici cronicizzati, neuroluetici, epilettici, oligofrenici, depressi e qualche demente senile. La VI sezione ospitava infermi pericolosi ed impulsivi dimessi dal manicomio criminale (fig.14). La VII sezione ospitava pazienti affetti da schizofrenia, frenastenia, epilettici, alcolisti, depressi e decaduti. L’VIII sezione, con funzione di preinfermeria, ospitava ammalati anziani arteriosclerotici e affetti da forme varie di schizofrenia, frenastenia e distimia. La IX sezione ospitava infermi affetti da forme di psicopatie croniche.
Relativamente alle sezioni femminili: la I sezione ospitava degenti affette per la maggior parte da forme di distimia melanconica, forme mistiche maniaco- depressive, rare schizofrenie; la II sezione ospitava degenti affette da schizofrenia avanzata e da oligofrenia; la III sezione ospitava ammalate tranquille affette da forme morbose varie; la IV sezione accoglieva inferme affette da epilessia e oligofrenia e da decadimento mentale; la V sezione ospitava persone affette da psicopatie non specificate; la VI sezione ospitava inferme dimesse dal manicomio giudiziario e le inferme indesiderabili in altre sezioni con diagnosi e psicopatie ad ampio spettro; la VII sezione era divisa in due reparti: Infermeria A, che accoglieva persone tra ammalate acute e ammalate lungo-degenti; Infermeria B che accoglieva  tubercolotiche; la VIII sezione ospitava  inferme affette da vasculopatie cerebrali e distimie involutive; la IX sezione ospitava pazienti con psicopatie croniche di non specificata natura.
Esplorare questa enorme struttura manicomiale abbandonata è come affacciarsi da una vecchia finestra sverniciata, sporca di polvere e fuliggine ed osservare passare lentamente i fantasmi di un epoca ormai tramontata, ma con echi e strascichi percepibili ancora oggi. Se la decadenza avesse un nome sarebbe quello di questo posto. La vegetazione rigogliosa si è impadronita di molti viali, è penetrata dentro molte strutture rendendole quasi invisibili, ha divelto finestre, pavimenti, balconi. Un folle labirinto di radici, rami e pietra. Questo rende complicato riconoscere le originarie strutture, precaria e difficile l’esplorazione. I lunghissimi e tetri corridoi, una teoria di passaggi senza fine che confondono e spaventano, sarebbero perfetti come set per un film horror splatter. Tutto è greve, penombra e polvere. L’odore di muffa, di legno marcio penetra nelle narici. La vernice scrostata cola come sangue rappreso dalle pareti di tufo. I pavimenti ingombri di calcinacci mischiati ad una poltiglia irriconoscibile, fatta di vecchi giornali, oggetti medicali, locandine, fogli di carta e altro. In questa che sembra più una “necropoli” che qualcosa di appartenente al mondo dei vivi, hanno trovato rifugio un gruppetto di senza tetto africani. Un polveroso ripostiglio con un vecchio divano sgangherato, una coperta, un fornellino per cuocere cibi tipo quelli da camping. E’ una bella e fredda giornata invernale di sole ma la luce ed il calore qui sotto non arrivano, come ne avessero paura, cosicché sembra quasi sera. I luoghi non sembrano vandalizzati, comunque molto meno rispetto alla normalità degli edifici abbandonati.
L’impressione che rimane è di un “non luogo”, qualcosa che è fuori del tempo, cristallizzato in una sorta di bolla spazio-temporale in cui si entra, si esce e stop. Non sembra avere futuro ma solo passato, mentre invece con piccola spesa potrebbe costituire un immenso ricovero per migliaia di barboni, che come tetto hanno solo il cielo e come casa la pubblica strada.   

 

fig.12 - Napoli, Leonardo Bianchi, ingresso

fig.13 - Un angolo dell'immensa struttura

 

 fig. 14 -  Corridoi del Leonardo Bianchi

fig.15 - Ingresso monastero S. Efremo Nuovo

L’ospedale psichiatrico giudiziario per anni ha funzionato nel monastero di Sant'Eframo Nuovo (fig.15) sito in via Matteo Renato Imbriani, più nota come via Salute).  
La denominazione San'Eframo "Nuovo" nasce dal fatto che bisognava distinguerlo da quello situato presso la chiesa di Sant'Eframo Vecchio, più antico, che si erge sul colle della Veterinaria, e che a sua volta ha assunto la denominazione "Vecchio".    
Il monastero nacque nel 1572, su di un fondo, appartenente a Gianfrancesco Di Sangro principe di Sansevero, acquistato dai frati cappuccini grazie alle generose elargizioni della nobildonna napoletana Fabrizia Carafa. L'edificio venne ultimato nei primi decenni dei Seicento. Il progetto originario prevedeva la costruzione di un complesso vastissimo, in quanto voleva essere la sede principale dell'ordine dei frati minori cappuccini nel napoletano; tuttavia l'idea originaria di creare qui la sede dell'ordine venne abbandonata e il progetto ridimensionato. Nonostante ciò il complesso è ugualmente imponente: 160 stanze per i frati, due chiostri, vari cortili, l'orto e le varie aree comune.    
Annesso al monastero vi è l'omonima chiesa (fig.16), fondata nel 1661. Inoltre i religiosi, giacché l'edificio sorge in una zona salubre, all'interno del comparto urbano una volta chiamato della Salute, utilizzarono la struttura come convalescenziario ed adibirono alcuni ambienti della struttura ad uso farmacia.    
Il complesso fu gravemente rovinato da un incendio nel 1840 che distrusse quasi ogni cosa; all'interno della chiesa furono perduti gli affreschi della volta, opera di Filippo Andreoli, mentre si salvarono una statua di San Francesco d'Assisi, opera di Giuseppe Sammartino, e una statua della Madonna proveniente dal Brasile (giunta a Napoli nel 1828). Grazie all'interesse dello stesso re, Ferdinando II delle Due Sicilie, la chiesa fu restaurata in pochissimo tempo e riaperta già nel 1841. Oggi lo stile architettonico della struttura rispecchia il gusto neoclassico dell'epoca.    
A seguito della politica anticlericale del Regno d'Italia, attuata tramite la liquidazione dell'asse ecclesiastico, nel 1866 il monastero fu soppresso e adattato a caserma.     
Dal 1925 il complesso fu destinato a manicomio criminale e poi, dal 1975, ad Ospedale psichiatrico giudiziario; per questi motivi la struttura ha subito forti modifiche per adattarla al meglio alla sua nuova funzione. Dal 2008 l'OPG "Sant'Eframo" non ha più sede nel complesso monastico, ma è stato trasferito presso il Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano.
Caduta in stato di abbandono, dal 2015 la struttura è occupata dal Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli, che ha dato vita a "Ex OPG occupato Je so' pazzo” con lo scopo di far riappropriare la città, e in special modo il quartiere, di un proprio bene (fig.17–18).


Achille della Ragione

 

fig.16 - Chiesa Sant'Eframo Nuovo, ingresso

fig. 17 - Gigantesco murales


fig.18 - Da Che Guevara a Maradona

venerdì 2 aprile 2021

Il tempio del sapere: i due policlinici

fig.1 - Facciata del vecchio policlinico


Il primo policlinico di Napoli è localizzato nel centro storico della città, con ingressi dalla piazza Luigi Miraglia e da via Santa Maria di Costantinopoli. Oggi fa parte dell'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.
Fu costruito a partire dal 1899 e concluso nel 1907 secondo i progetti degli ingegneri della Società pel risanamento Pierpaolo Quaglia e Guglielmo Melisurgo in un'ampia area del centro storico occupata da ben due monasteri: quello della Sapienza e quello della Croce di Lucca. L'abbattimento di queste strutture provocò allora la forte e sdegnata opposizione di molte figure importanti della cultura napoletana, tra cui Benedetto Croce, il quale si scagliò con fermezza contro la distruzione del grande patrimonio storico costituito dalle strutture monastiche, in particolare nel 1903 si appellò al sindaco Luigi Miraglia dalle colonne della rivista Napoli nobilissima. I lavori comportarono la distruzione dei conventi (nonché due importanti palazzi nobiliari situati in vico Sole: palazzo d'Aponte, che dal 1596 ricadeva nelle proprietà del monastero annesso alla Chiesa di Santa Maria della Sapienza, e palazzo De Curtis) che furono rasi al suolo. Rimase soltanto la Chiesa della Croce di Lucca (fig.2), benché mutilata dell'abside, salvata grazie all'impegno di Croce. Anche la Chiesa di Santa Maria doveva essere distrutta lasciando solo l'ingresso monumentale e anche per questa struttura alla fine fu decisa la conservazione. I progetti, che subirono moltissime modifiche nel tempo, hanno portato in conclusione all'erezione di sei edifici, raggruppati in tre isolati separati tra di loro (fig.3). Fu sede della prima facoltà universitaria di Medicina e chirurgia della Università degli Studi di Napoli "Federico II", che in seguito avrà una seconda sede in località Cappella Cangiani.
In seguito al terremoto in Irpinia del 1980 che interessò anche la città di Napoli, i due edifici meridionali, a ridosso della chiesa della Croce di Lucca, furono demoliti per ragioni di sicurezza, in quanto risultarono molto danneggiati e del tutto irrecuperabili e sono diventati un ampio parcheggio (fig.4). Nel 1972 ha avuto l’altissimo onore di assegnare col massimo dei voti ed il plauso della commissione esaminatrice la laurea al sottoscritto (fig.5).
All'inizio degli anni 2000 l'intera struttura era destinata ad essere abbattuta per essere sostituita da un grande parco archeologico, dal momento che al di sotto di essa sono conservate tracce dell'antica Neapolis, in particolare dell'acropoli, ma successivamente il progetto venne abbandonato.

 

fig.2 - Chiesa della Croce di Lucca

 

fig.3 - Il vecchio policlico visto dall'alto

 

fig.4 - Ampio parcheggio

 

fig.5 - Pergamena d Laurea

 

fig.6 - Ingresso nuovo-policlinico


L'azienda ospedaliera universitaria "Federico II", (nota come secondo policlinico di Napoli per distinguerlo dal primo policlinico di Napoli ubicato nel centro storico della città), è una azienda ospedaliera  dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, con sede nel rione alto.
La costruzione, progettata da Carlo Cocchia e iniziata nei primi anni Sessanta del XX secolo, terminò nel 1972. Nel 1995 diventa "azienda universitaria policlinico", e il 1° gennaio 2004 ha assunto l'attuale nome di "azienda ospedaliera universitaria" in seguito a un protocollo d'intesa stipulato nel 2003 tra l'Università degli Studi di Napoli "Federico II" e la Regione Campania.
Il complesso è costituito da numerosi padiglioni (fig.6-7) e un grattacielo (fig.8), è sito nella zona ospedaliera, tra i quartieri Arenella e Chiaiano. La struttura si estende su una superficie di 440.000 m² con 21 edifici a destinazione assistenziale, per un totale di 1000 posti letto per ricoveri ordinari e 200 posti letto per day hospital. Il totale di impiegati, tra medici, infermieri, tecnici, ausiliari e amministrativi è di circa 3400 unità.
Si tratta di un complesso ospedaliero integrato con la facoltà di Medicina e Chirurgia della "Federico II", le cui aule didattiche sono ubicate nel complesso stesso. Presenta diverse eccellenze e primati, tra cui il primo intervento di asportazione di tumore al pancreas in via laparoscopica in una bimba (di appena due mesi) in Italia
Data l'estensione della struttura, è presente un servizio di navette interne che collegano i vari edifici che la compongono.
La zona ospedaliera è servita dalle stazioni Policlinico e Rione Alto della linea 1 della metropolitana. La zona è altresì servita da uno svincolo della tangenziale di Napoli. Sono presenti i normali bus di linea sia urbani che extraurbani.
L'unico padiglione in funzione per molti mesi fu quello di Ostetricia, con relativo pronto soccorso ed io, da poco iscrittomi alla specializzazione in Ginecologia, per carenza di personale medico, fui assunto per le guardie notturne, con relativo contratto che prevedeva un lauto compenso, il doppio di quanto percepivo all'ospedale di Cava de' Tirreni dove prestavo servizio come assistente. Dal 1974, per due anni, ho poi tenuto una serie di lezioni di Fisiopatologia della riproduzione. Nel 1976 ho conseguito la specializzazione (fig.9), sempre"magna cum laude" e mi iscrissi al corso di 5 anni in Chirurgia Generale, senza frequentare, né lezioni, né camera operatoria, perché oberato dal lavoro nel mio studio privato, che andava a gonfie vele, gonfiando oltre misura il mio conto in banca. Mi presentavo solo agli esami, che superavo brillantemente, fino alla discussione della tesi sperimentale sulla quadrantectomia mammaria ed il conseguimento del nuovo titolo (fig.10).
La storia del Nuovo Policlinico di Napoli, progettato e realizzato per sostituire la vecchia e già malandata struttura universitaria, edificata nel centro della città, ai primi del '900, appena inaugurata nel novembre del 1972, diventa una duplicazione della facoltà di Medicina. A legittimarla ci pensa un decreto firmato dal presidente della Repubblica Giovanni Leone, su pressione del rettore e direttore della Clinica ostetrica dell'epoca Giuseppe Tesauro. Una liaison tra politica e potere accademico (il fratello di Tesauro, Alfonso, oltre che ordinario a Giurisprudenza è anche senatore Dc) compie il miracolo di una struttura nuova (sempre emanazione della Federico II) che avrebbe dovuto accogliere solo le "seconde cattedre". All'inizio sono 15. Nel tempo, però, si conteranno fino a 200 primari. Spazi enormi, all'epoca progettati per 2800 posti letto, messi a disposizione di pochi docenti che avrebbero dovuto gestire padiglioni separati tra loro.
Ma perché il Policlinico viene costruito a strutture separate, se già all'epoca prevale l'architettura sanitaria a monoblocco, con funzioni unificate? Nel nome dell'interesse personale di pochi baroni. "Negli anni '50 i sei padiglioni del Vecchio Policlinico erano a gestione autonoma, una gestione esercitata dal direttore unico. Alla fine dell'anno, i guadagni del bilancio, allora in attivo, finivano tutti nelle tasche del cattedratico. Qualcuno pensò di ripetere lo stesso schema al Nuovo Policlinico, ma fece male i conti: l'attivo scomparse, insieme alla "libera docenza" e agli "assistenti volontari".
A segnare la svolta è il terremoto dell'80. La Campania, in nome della ricostruzione, diventa terra di conquista. E del si salvi chi può. Anche in ambito accademico, si approfitta dell'emergenza-sisma. Il Vecchio Policlinico del centro storico mostra i segni dell'età, ma soprattutto le conseguenze delle ripetute scosse telluriche. Si decide, di punto in bianco, di demolire una delle due strutture comprese all'interno del recinto, il nucleo principale. pericolante, lo definiscono i tecnici. Chissà perché solo una rischia di venir giù. Inizia l'esodo. E' una vera e propria corsa, chi ha più santi (e potere) "sale" in collina e si trasferisce al Nuovo Policlinico: qui gli spazi abbondano ma i colleghi non si rivelano ospitali. Gli altri, invece, rimangono giù, in attesa di tempi migliori. Quali? Si parla di un nuovo Ateneo. Sarà la Seconda università di Napoli, che nasce vent'anni fa e che, ovviamente, comprende una facoltà di Medicina. Assorbirà, quest'ultima, ordinari e associati del Vecchio Policlinico.   
Passano gli anni. A cadenza periodica, il politico di turno lancia la proposta di trasferire in toto il Vecchio Policlinico. Dove? Non mancano le ipotesi. Tra queste, prendono corpo soprattutto l'ex ospedale psichiatrico Bianchi che, dismesso, offrirebbe spazi enormi (220mila metri quadri) per ospitarlo senza disaggregarne le singole strutture, e un erigendo ospedale nell'area di Afragola, già sede della nuova stazione dell'alta velocità (da anni in costruzione). Mentre è proprio Bassolino ad annunciare, con enfasi ad ottobre 2000, la "prossima" liberazione del centro storico. Una liberazione mirata a fare riemergere quell'Acropoli partenopea su cui insiste il Vecchio Policlinico che, invece, andrà al Bianchi. Anche stavolta non se ne fa nulla.
Situazione attuale. Il Vecchio Policlinico è sempre lì, a far da tetto all'Acropoli


Achille della ragione

 

fig.7 -Secondo Policlinico

fig.8 - Nuovo  policlinico, grattacielo

 

fig.9 - Specializzazione in  Ginecologia

  

fig.10 - Specializzazione in  Chirurgia generale




lunedì 29 marzo 2021

"L'Anomalia" e il romanzo distopico

fig.1 - Anna Karenina
fig.2 - Hervé  Le Tellier - L'anomalia

"Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo" da "Anna Karenina" (fig.1) di Tolstoj  a "L'Anomalia"di Hervé Le Tellier (fig.2) il salto è enorme, ma l'autore francese ci previene con il suo incipit: "Tutti i voli tranquilli si somigliano. Ogni volo turbolento lo è a modo suo". Qui aleggia lo spettro della catastrofe che sfocia poi nel fantastico.
Nel suo libro Le Tellier racconta una storia inverosimile annunciata già nel titolo. Il volo Air France Parigi-NewYork a marzo del 2021 riesce faticosamente ad atterrare dopo aver sfiorato una tragedia per serie turbolenze affrontate e risolte grazie all'abilità del pilota. I passeggeri illesi sbarcano. E l'attenzione dell'autore si riversa sulla descrizione di 11 personaggi diversissimi tra loro. Fin qui niente da eccepire se non fosse che dopo tre mesi a giugno lo stesso aereo, equipaggio e stesso numero di passeggeri atterra di nuovo a New York. Si allarmano Trump e Macron. Il Boeing viene dirottato in una base militare. La CIA si mette alla ricerca dei misteriosi doppi.
Chi sono costoro? Un prodotto di una simulazione digitale? Una specie di programmazione che ci ricorda il film Matrix?
Che faresti se incontrassi il tuo doppio? E' l'interrogativo di fronte al quale ci pone Le Tellier. I personaggi di giugno incontrano i loro stessi di marzo, che però sono vissuti tre mesi in più. Qualcuno è morto e spinge la sua copia a riflessioni di conseguenza. Un altro è stato abbandonato dalla sua ex di marzo e incontra la stessa ad aprile in attesa di un figlio.
Sono scenari immaginari quelli ai quali si abbandona lo scrittore, intrisi tuttavia di un possibilismo niente affatto surreale.
In alcuni punti la lettura presenta anche una vena umoristica, quando per esempio il presidente cinese, chiamato al telefono riattacca.
E' un viaggio nel tempo in cui l'anomalia iniziale investe altre anomalie da quella del numero di personaggi osservati a quella dei vari generi letterari associati ad ogni singola persona esaminata. Blake è un killer e la sua storia viene descritta con savoir poliziesco o l'introspezione da analista freudiano che segue il vissuto di un altro attore prima e dopo.
Sembra per giunta intenzionale la separazione tra tre soggetti del romanzo. L'autore lo immagina e lo scrive. Ogni lettore lo legge e lo elabora. E poi ci sono i personaggi, nei quali ognuno di noi si può riconoscere, perfino in diversi momenti della propria vita. 

 

fig.3 - L'amante (film)

 

fig. 4 - Escher, le cittá invisibili

 
Hervé Le Tellier è al suo ottavo libro pubblicato. Con quest'ultimo ha vinto a dicembre del 2020 il prestigioso premio Goncourt. Non solo, ma ha venduto più di 700.000 copie, classificandosi nella storia di tutto il Goncourt al secondo posto dopo "L'Amante" di Marguerite Duras nel 1984, un best seller da un milione e mezzo di libri Come quest’ultima (fig.3) potrebbe aspirare a diventare un film. Sarà tradotto in 34 lingue come da accordi; da noi è appena uscito da qualche giorno per La nave di Teseo.
Questo stupisce: l'enorme successo in Francia. Chi è Hervé Le Tellier? Innanzitutto è un matematico ed è il presidente del gruppo OuLiPo, acronimo di Officina di Letteratura Potenziale. Scrittori fioriti nella seconda metà del Novecento intorno alla figura di Raymond Queneau. Promotori e amanti di nuove sperimentazioni, giochi di letteratura fantastica, che a volte sorprendono e depistano ma interrogano sempre. In genere le trame sono legate a strutture con determinati limiti. Italo Calvino ne faceva parte nel suo lungo soggiorno parigino. E a lui Le Tellier ha dedicato "Il ladro di nostalgia". Era affascinato dalle costruzioni romanzesche dell'autore italiano in alcune sue opere come "Le città invisibili" (fig.4).
Nel suo libro "L'Anomalia" lo scrittore francese ha voluto alla ribalta una folla di personaggi per evidenziare accanto alla questione del doppio ugualmente quella fondamentale della letteratura. E' lo stesso Hervé che dice: "Una volta entrati in un universo letterario, viviamo in un mondo reale, tanto quanto il nostro, che potrebbe essere l'invenzione, la simulazione di qualcun altro".
E' lecita la domanda se "L'Anomalia" è un romanzo distopico? Quale abuso si è fatto e si continua a fare del termine!
Il maestro è Orwell con "1984" (fig.5) principalmente per la profezia sui regimi totalitari successivi, se si considera che il libro fu scritto nel 1948. "Il mondo pareva freddo... Il Grande Fratello Vi Guarda".
Distopico non è forse anche "1Q84" di Haruki Mukarami? Un'opera più recente, lunga e complessa, che si pone all'attenzione del lettore come un omaggio a Orwell perché al 9 si sostituisce la Q. Sia il numero che la lettera in giapponese si pronunciano nello stesso modo. Nella dimensione del fantastico di Mukarami i due protagonisti Aomamé e Tengo vivono diverse avventure e disavventure, entrando e uscendo da due mondi paralleli, uno è onirico (1Q84) e l'altro è reale (1984). Un amore romantico li tiene legati per la vita nonostante le sue evoluzioni differenti. Erano bambini di 10 anni quando l'uno prese le difese dell'altra contro tutti. Si strinsero la mano e segnarono il loro patto d'amore. Solo alla fine dopo tante peripezie 1Q84 con le sue due lune (fig.6) scomparirà e si ritroveranno.
Allora anche "L'Anomalia" si può considerare distopica, perché è una previsione basata su una dimensione avveniristica forse ma non reale.
 
Elvira Brunetti 

 

fig.5 - Orwell - 1984

 

fig.6 - Le due lune di 1Q84


 

Introduzione alla storia della follia

 

fig. 1 - Erasmo da Rotterdam -
Elogio della follia



Da tempo mi sono interessato al tema della follia e mi sono documentato, attraverso colloqui ed interviste con psichiatri ed altri addetti al settore, ma soprattutto compulsando i testi fondamentali sull’argomento, dall’oramai datato Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam alle complesse elucubrazioni di Michel Foucault.
Questo interesse è aumentato quando Vittorio Sgarbi nel 2009 mi nominò consulente, perché doveva allestire a Siena una importante  mostra: Arte, genio e follia nell’arte (fig.2), che ebbe un notevole successo.
In precedenza Sergio Piro, mordace intellettuale, era venuto come relatore, in compagnia di Luciano Scateni, all’epoca caporedattore dell’edizione napoletana di La Repubblica nel mitico salotto di Donna Elvira, dove si parlò animatamente delle teorie di Basaglia (fig.3) e della chiusura dei manicomi, e Piro superò abilmente il contraddittorio di gran parte dei presenti contrari a quella rivoluzionaria decisione e rispose con competenza alle mie numerose imbarazzanti domande sull’argomento. 

 

fig.2 - Locandina della mostra

 

fig. 3 -  Franco Basaglia

fig.4 - Pazzariello, stampa ottocentesca

Voglio ora trattare il tema per i lettori, partendo dall’antichità, in particolare dal mondo greco, la culla della nostra civiltà, il quale, a differenza delle società successive, non conobbe la reclusione dei folli, ma seppe convivere con le loro intemperanze, elaborando sofisticate forme di elaborazioni dell’alienazione mentale attraverso la convivenza, precedendo di millenni quelle che saranno le esperienze rivoluzionarie di Basaglia e di altri studiosi.
Nelle società antiche, la follia possedeva una forte connotazione mistica, essendo ritenuta derivante dall’influsso di qualche divinità (l'epilessia, ad esempio, per questo motivo, veniva chiamata morbo sacro). Il trattamento della follia era dunque di tipo mistico religioso e veniva praticato dai sacerdoti del tempio, che tentavano di alleviare i sintomi con riti e preghiere e nello stesso tempo tentavano anche di interpretare i sintomi del folle come se fossero dei messaggi provenienti da entità sovrannaturali. A volte la follia veniva considerata una punizione o una maledizione divina: in questi casi la persona giudicata folle veniva emarginata dalla collettività.
I greci distinguevano due tipi di follia, una delle quali era interpretata come un dono degli dei, è lo stesso Platone ad indicarci quale essa fosse: quella dell’artista ispirato che scopriva dentro di sé sublimi energie creative, del profeta in grado di leggere nel futuro, dei riti dionisiaci con i loro rituali di trance che permettevano di raggiungere l’estasi ed infine (la migliore, precisa il filosofo) l’amore, la più dolce delle follie, che permette all’individuo di confrontarsi con l’assoluto.
La follia poteva così divenire, a seconda dei casi, una malattia della mente o un potenziamento delle nostre facoltà.
Intorno al V secolo i Greci avevano un concetto della psiche diverso da quello che assunse in seguito. Per Omero era il soffio vitale che animava il corpo, per abbandonarlo dopo la morte. La cultura elaborò poi una diversa concezione per il concorso di correnti religiose e saperi laici, tra cui la medicina e la psiche concise con l’identità interiore dell’uomo, un’idea che da Platone  verrà accolta dal Cristianesimo.
Sulla fisicità dell’intelletto dominò la lezione di  Ippocrate (460a.C.–377a.C.), il medico più autorevole del tempio di Asclepio, nell'isola di Kos, il quale  valorizzò per la prima volta, nel De morbo sacro il ruolo conoscitivo del cervello, condannando le pratiche medico psichiatriche operate da sacerdoti e sciamani. Ippocrate riteneva che il corpo fosse formato da quattro umori: sangue (caldo umido), proveniente dal cuore, flegma (freddo umido) originato dal cervello, bile gialla (caldo secco) prodotta nel fegato, bile nera (freddo secco) secreta nella milza. La malattia era dovuta ad uno stato di squilibrio dei quattro umori presenti nell'organismo o solo ad uno di essi, oltre che da fattori esterni, come il clima o il regime alimentare. Alla sua scuola la predominanza dell’umore nero, secreto dalla bile portava ad un’indole triste, ritirata, pessimista: la malinconia (melancholia, dove melas significa nero e chole bile). Al contrario, la presenza di sangue rosso causava i caratteri passionali, rabbiosi: i ‘sanguigni’, termine usato ancora oggi. I trattamenti possibili erano di tipo fisico: bagni caldi e freddi, salassi, unguenti, purganti. Più tardi, attraverso i medici greci e soprattutto con Galeno (129-200 ca. d.C.), che riprese la teoria umorale di Ippocrate, queste ipotesi e queste pratiche giunsero anche a Roma, dove rimasero dominanti fino alla caduta dell’impero.
Dopo aver occupato una posizione importante nei riti religiosi, come nel tempio di Apollo a Delfi, ove si praticava la divinazione estatica, l’alterazione della coscienza venne interpretata durante il periodo di Pericle e di Socrate in maniera diversa ed alcuni fenomeni quali la possessione ed altri stati di alterazione della coscienza vennero relegati tra le manifestazioni dell’irrazionalità. Si operò una distinzione più marcata tra ragione e follia, una manifestazione estrema dell’inquietudine umana.
La tragedia sonderà ciò che di oscuro alberga nell’uomo, dal dramma di Eracle o di Medea, che uccidono i loro figli pur amandoli, alla violenza autodistruttiva di Aiace, all’ira funesta di Achille, fino ai fantasmi di Oreste.
Il mito sublimerà la follia e permetterà una convivenza quasi sempre senza traumi, un comportamento unico nella storia occidentale, dove si apriranno profonde fratture tra ragione e follia.
Una figura unica nel panorama folcloristico napoletano è quella del pazzariello (fig.4), oggi quasi scomparsa, un simbolo di quella saggia follia di origine bacchica, proveniente dal nostro più lontano passato, che per secoli ha avuto una veste ufficiale in questo simpatico personaggio, reso immortale dalla leggendaria interpretazione datagli da Totò (fig.5), che pubblicizzava prodotti e taverne, vestito di carta colorata, in feluca, spadino ed alla testa di una sgangherata orchestrina di tamburi, pifferi, trombe e clarini.   
Egli informava il popolino dell’arrivo di botti di vino novello nelle osterie tra mille, lazzi, fischi, capriole e filastrocche, interrotte da entusiastici battimani della plebe, accorsa ad ascoltarlo nei quartieri popolari dove abita l’anima immortale della città, la sua vitalità ed il suo spirito (fig.6).     
Stranamente, ad eccezione di Viviani, nessuno dei grandi scrittori partenopei ricorda la sua figura, invano compulseremo il Paese di Cuccagna di Matilde Serao, le poesie o le canzoni di Salvatore Di Giacomo, di Ferdinando Russo, di Rocco Galdieri, di Murolo, Bovio o Nicolardi, numi tutelari e custodi della più verace napoletanità. Una incomprensibile dimenticanza di questa genuina espressione della più sana follia dei napoletani. Molti, oltre a quello impersonato magistralmente dal Principe del sorriso, ricordano il pazzariello del film i Guappi di Nicola Squitieri.            
Io personalmente rammento, in via Salvator Rosa, dove abitavo da bambino, un simpatico pazzariello (fig.7), dagli abiti variopinti quanto sdruciti, che pazzo lo era davvero ed amava passeggiare, claudicante, anche fuori servizio nelle sue vesti sgargianti, snocciolando frasi prive di senso, intervallate da motti ed aforismi, recitati a memoria senza che nessuno dei passanti ne capisse l’arcano significato. Fino a quando, alcuni benpensanti lo fecero richiudere al manicomio di Capodichino, dove finì i suoi giorni, in quella grandiosa e triste prigione dalle invalicabili mura gialle, che i napoletani chiamavano affettuosamente Pazzaria e dove secondo alcuni critici lavorava uno psichiatra dal quale prese ispirazione Edoardo Scarpetta per delineare la figura del protagonista della sua commedia ‘O miedeco d’’e pazze, per il resto della trama ispirata alla farsa parigina Pensione Chottle.         
L’unico che riuscì ad evadere da quel luogo di pena fu Vincenzo Gemito, il celebre artista, uscito di senno per un affare di corna, che aggravò i suoi latenti disturbi nervosi provocati da una sifilide allo stadio terziario. Egli era un folle lucido dotato di forza prodigiosa, in grado di piegare i metalli con le dita e di domare bestie feroci. Una notte evase spezzando le sbarre e saltando seminudo quelle mura infinite, per chiudersi a casa sua in una stanza dalla quale non uscì più per oltre venti anni, fino a quando Mussolini non decise di nominarlo Accademico d’Italia e di premiarlo con un milione come segno di riconoscenza ad un “genio nazionale”.  
Alla figura del pazzariello, in maniera forse arbitraria, vorremmo affiancare quella del mastrogiorgio, il quale era il custode degli alienati mentali (fig.8), un infermiere specializzato che nasce a Napoli, dove presso l’ospedale degli Incurabili esisteva uno dei primi reparti del mondo dedicato alla cura di questi particolari malati. I pazzi erano curati ed assistiti con grande amore, anche se la terapia dei loro disturbi non era, come non lo è ancora oggi, risolutiva. Essi venivano confortati ed utilizzati per umili mansioni, come distribuire il cibo ai ricoverati per altre malattie e girare la ruota per tirare l’acqua dai pozzi. Queste piccole attività manuali erano ritenute terapeutiche alla pari dell’ascolto di una buona musica, un’idea originale che precorre di secoli la moderna musicoterapia. Si applicava inoltre un regime dietetico iperproteico, che prevedeva la somministrazione di numerose uova, detto e cient’ova.I matti erano divisi in categorie per ognuna delle quali cambiava l’approccio terapeutico: per i più violenti si dava da ingurgitare sangue di asino, per i malinconici infusi disgustosi e decotti aromatici, per i tonti frizioni alla testa con latte di donna misto a sedano. Naturalmente con queste terapie bisognava aspettarsi un intervento divino per ottenere un risultato positivo, come ci ammonisce il celebre dipinto di Stanzione: Guarigione dell’ossessa (fig.9), conservato nella sagrestia della Cappella del Tesoro. Purtroppo due rovinosi  incendi, nel 1795 e nel 1822, hanno distrutto completamente gli archivi dell’ospedale, privandoci di una capitolo importante della storia della sanità napoletana e precludendoci ogni possibilità di conoscere realmente il tipo di cura che veniva prestato ai folli ivi ricoverati, però sappiamo, attraverso altre fonti della curiosa abitudine, durata ininterrottamente dal 1519 al 1734, di concedere a questi malati nei giorni di Carnevale di poter uscire, sorvegliati a vista dai mastrogiorgi e di poter irrompere per le strade, dando sfogo alle loro energie represse e addirittura poter ballare nel palazzo del viceré, motteggiando le guardie con lazzi volgari e fragorose pernacchie. Una liberalità ad orologeria in linea con il famigerato buonismo e la proverbiale permissività dei napoletani.         
Nella prima metà del Seicento mastro Giorgio Cattaneo, il medico dei pazzi, curava i malati di mente più esagitati legandoli a una grande ruota che poi calava nel pozzo degli Incurabili (fig.10), su a Caponapoli. Sotto la sferza di Mastrogiorgio la ruota veniva fatta girare vorticosamente, per portare i folli allo sfinimento in quello che potremmo definire una sorta di elettrochoc ante-litteram, perché a quei tempi si pensava che la follia fosse dovuta alla presenza di meningi anormali e a un'eccessiva concentrazione di nervi nelle tempie, che provocava nei pazienti neurolabili - gli scemi di cervello, come venivano chiamati - un moto disperato e perpetuo. 

 

fig. 5 - Totò nelle vesti di  pazzariello

fig.6 - Il pazzariello con due musicisti

 

fig.7 - Il pazzariello di via Salvator Rosa

fig. 8 - Un alienato mentale
 

fig.9 - Massimo Stanzione - Guarigione di un'ossessa -
Napoli museo del Tesoro di San Gennaro

fig. 10 - Pozzo dei pazzi


Per fortuna tanti altri clinici e luminari hanno preso il posto del dottor Cattaneo, e la cura delle malattie mentali, anche grazie alla straordinaria scuola medica napoletana, avrebbe compiuto in seguito passi da gigante, in un processo ininterrotto che porterà alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso alla chiusura degli ospedali psichiatrici, con la legge Basaglia. Ma gli archivi e le cartelle cliniche del passato, soprattutto di fine 800, continuano a raccontare storie di internamento mai venute alla luce, storie maledette sprofondate in un altro pozzo nero, non dissimile da quello di Mastrogiorgio: il pozzo nero della memoria.         
La Casa dei Matti di Aversa, l'ospedale psichiatrico che negli anni fu chiamato anche Pazzaria degli Incurabili e Real Manicomio della Maddalena, fu abbandonata definitivamente nel 1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Oggi è un edificio fantasma, dove risuonano i passi di tutti coloro che vi furono murati vivi (fig.11–12).
‘O Mastuggiorgio era un infermiere di manicomio, generalmente di corporatura forte e robusta, che aveva il compito di sorvegliare i pazzi affinché non facessero del male a se stessi ed ad altri. Egli collaborava a stretto contatto con lo psichiatra, intervenendo se necessario e bloccando il malato infilandogli la camicia di forza (fig.13).
 Da dove deriva il termine? Le teorie sono diverse. La prima vede l’origine della parola dal termine greco mastigophòros, “portatore di frusta”, cioè colui che usava la frusta per placare gli animi delle persone più agitate. Mentre la seconda, meno dotta ma più accreditata, vede la sua derivazione da Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti vissuto nel Seicento che credeva di curare le malattie nervose con le percosse e picchiando violentemente i malati con un bastone. I “castigamatti” o “fustigatori” erano gli psichiatri e gli infermieri dell‘ospedale degli Incurabili e il nome lascia capire la violenza fisica con cui erano trattati, ricoverati e curati i malati di mente.    
Il termine di “Mastuggiorgio” compare anche in letteratura. Salvatore di Giacomo, nella sua poesia “Si è Rosa ca mme vò”, si ispira al forzuto infermiere:  “Nzerrateme, nzerrateme addò stanno, tant’ate, comm’a me, gurdate e nchiuse, addò passano ‘a vita, sbarianno, pazze cuiete e pazze furiuse. Nchiuditeme pè sempe ‘int’a sti mmura, è o mastuggiorgio mettiteme allato.”
 E ancora Raffaele Viviani in ” ‘O guappo nnammurato”, dove sminuito e umiliato dagli spietati maltrattamenti da parte della donna di cui è perdutamente innamorato, dice di essersi ridotto allo zimbello del paese, ad una specie di “mastuggiorgio”, ossia un infermiere di manicomio.
La figura del “castigamatti” colpì molto l’immaginazione popolare, infatti nell’idioma, nel costume e nella letteratura partenopei sono rimaste impronte fino ad oggi. In Napoletano si usa ancor oggi dare il nome di Mastogiorgio a coloro che si occupano della cura e della custodia dei pazzi, e “l’aspetta Mastogiorgio“ si dice delle persone che dimostrano chiari segni di follia.
Oggi il termine viene usato a Napoli anche come appellativo, ma ha una doppia valenza: può definire un uomo intraprendente e determinato, capace di prendere le redini di una situazione difficile, ma che può essere anche violento e pronto ad ottenere ciò che vuole ad ogni costo.


Achille della Ragione

 

fig.11 - Casa dei  matti  di Aversa, sezione femminile

fig.12 - Casa dei matti di Aversa,corridoi del secondo piano

 

 fig.13 - Camicia di forza