domenica 9 maggio 2021

Lo storico ospedale degli Incurabili

 

fig.1  -Cortile ospedale Incurabili

La costruzione dell’Ospedale di S. Maria del Popolo, detto poi degli Incurabili (fig.1) cominciò a Napoli nel 1519 ad opera di due laici: il genovese Ettore Vernazza e la nobildonna catalana Maria Longo (fig.2), vedova del dignitario di corte Joannes Lonc, la quale   dopo essere guarita da una forma di artrite reumatoide giovanile che l’aveva paralizzata, volle tener fede a un voto fatto quando era malata fondando un ospedale per la cura di ammalati di sifilide rifiutati dagli altri nosocomi. Dopo qualche anno dalla sua costruzione la Longo divenne monaca di clausura fondando l’ordine delle Trentatrè (il numero fa riferimento agli anni di Cristo e al numero massimo che poteva ospitare il convento). Le prime consorelle furono alcune prostitute convertite che, ammalate di sifilide, erano state curate presso l’ospedale (per questo motivo il monastero era anche detto “delle Convertite”). In poco tempo il nosocomio divenne uno dei più importanti di tutto il Regno di Napoli.
La nascita di un ospedale per incurabili e inguaribili non era un caso isolato in quel periodo storico in Italia e in Europa; Colombo aveva scoperto il continente americano da ormai ventisette anni e, di ritorno dall’Atlantico aveva portato con sé il morbo della sifilide che, presto, aveva cominciato a mietere vittime in tutta Europa. A Napoli i primi casi del morbo si registrarono dal gennaio 1496, a sei mesi dalla partenza delle truppe di Carlo VIII che era stato in città dal febbraio al giugno del 1495.
Oggi l’ospedale è ancora in attività: si tratta dell’unico al mondo ancora in funzione dopo 500 anni, e anche l’unico dove hanno lavorato ben 33 medici poi santificati, tra cui san Gaetano Thiene e san Giuseppe Moscati (fig.3). Lo storico ospedale degli Incurabili, oltre agli altri pregi, racchiude la notevolissima farmacia settecentesca realizzata da Bartolomeo Vecchione; essa, alla quale abbiamo dedicato un apposito capitolo,   è composta da due sale con l'originaria scaffalatura completamente in legno, sulla quale, sono presenti circa 400 preziosi vasi in maiolica dell'epoca, realizzati da Donato Massa.
Il complesso attesta un'attività umanitaria e sanitaria rivolta all'assistenza dei cosiddetti malati incurabili. Vi operò nel decennio francese Santa Giovanna Antida Thouret (fig 4) insieme alle sue Figlie della Carità. Dal 2010 è stato allestito all'interno di alcuni ambienti dell'edificio il museo delle arti sanitarie, che espone documenti di archivio (fig.5), arredi, argenteria, sculture, strumenti sanitari risalenti all'antico ospedale e alcuni locali come la farmacia, la chiesa di Santa Maria del Popolo con la cappella Montalto e l'orto dei medici. Il motore di questa benemerita attività è il chirurgo Gennaro Rispoli (fig.6) con la sua associazione il Faro di Ippocrate.   Il cortile vanta due fontane storiche, gli scaloni monumentali e il "pozzo dei pazzi" (fig.7), un pozzo dove venivano calate le persone in stato di agitazione per farle calmare.
Il complesso, di epoca rinascimentale, comprendeva originariamente: La chiesa di Santa Maria del Popolo L'oratorio della Compagnia dei Bianchi della Giustizia Lo storico ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili. Col tempo ingloberà anche la chiesa di Santa Maria delle Grazie Maggiore a Caponapoli e l'omonimo chiostro, il complesso di Santa Maria della Consolazione, la chiesa di Santa Maria di Gerusalemme (fig. 8) e il chiostro delle Trentatré (fig.9). Per la fondazione degli Incurabili furono fittati due magazzini nelle vicinanze del San Nicola e nell’estate del 1518 già vi si raccoglievano i primi infelici colpiti da mali spaventosi.
La struttura ebbe vita fino al 1522,quando si aprì il nuovo grande ospedale sull’altura di S. Agnello, il sito più ameno della  città antica perché il più elevato e soleggiato. La domenica 23 marzo 1522 gli ospiti del vecchio ospedale sulle carrette furono accompagnati con degna processione,guidata naturalmente dalla Signora Longo fino al nuovo Incurabili. Erano presenti il vicerè Cardona ed il Consiglio Collaterale della città di Napoli.
Il trasferimento dalla vecchia sede di S. Nicola, alla nuova sulla collina di S. Agnello avvenne con solenne processione il 23 marzo 1522 alla presenza del vicerè e di tutte le autorità civili e religiose. Già nei due anni in cui la sede dell’ospedale era stata al Largo delle Corregge il tipo di patologia che avrebbe trattato era stato delineato e, ora che si passava alla sede definitiva, l’accoglienza si allargò anche alle donne incinte che al nono mese di gravidanza potevano andare in un ospedale e partorire in sicurezza con l’assistenza di un medico e di una levatrice. Ma l’istituto, così come quello di Genova e di Roma, era stato creato per gli incurabili che nella mentalità e nell’accezione comune dell’epoca significava ogni persona inguaribile, quale che fosse la malattia che lo affliggeva, fisica o mentale, venerea o oncologica. L’ospedale era destinato ai poveri, affinché avessero un posto dove essere curati e, se era il momento, morire col conforto dei sacramenti. Incurabile, nel XVI secolo, era anche chi non poteva essere curato a casa per la complessità del male o perché, appunto, troppo povero per permettersi un medico. Ecco perché nella Santa Casa potevano essere ammessi anche ustionati, pazienti con calcoli renali e altre patologie chirurgiche, e ancora colerosi e tubercolotici. Da questo momento per circa 10 anni e più la vita di Maria Longo sarà nell’ospedale e per l’ospedale ed ella lavorò qui con impegno tenace e volitivo,illuminato da un passione davvero commovente. Il suo segreto era nella sua vita di fede e di preghiera che alimentava le sue giornate. Infatti,mentre attendeva al governo dell’ospedale esercitandosi nella carità verso gli infermi,ella forgiava il suo essere interiore nell’umiltà con il digiuno e la preghiera. Disprezzava se stessa,adoperandosi nel servizio altrui come una serva,accudendo gli infermi con le proprie mani soprattutto quelli più gravi con tanta tenerezza e consolazione. La grazia di Dio agiva attraverso di lei tanto i poveri ammalati si sentivano interiormente risollevati tanto che ancora dopo la sua morte sognavano che ella li visitasse e li consolasse. Tuttavia con se stessa era molto austera e rigida, vivendo molto parcamente e digiunando tutti i venerdì a pane ed acqua ed il sabato aggiungeva un po’ di minestra di pan cotto condito con pochissimo olio. Il suo desiderio di preghiera era sempre molto grande e non rinunciava ad esso per nulla al mondo. E spesso fu vista in colloquio con il dolcissimo Iddio da quale ricevette la conoscenza spirituale della Sacra Scrittura,tanto che uomini dotti imparavano da lei i significati profondi della divina parola rimanendo stupiti per tanta sapienza. Riceveva molte persone che per fragilità umana vivevano nel peccato. Con le sue preghiere e con le sue esortazioni riusciva a ricondurle all’abbraccio del Padre di ogni misericordia. Fra questi spesso vi erano personaggi illustri.
Nel 18° secolo nell’Ospedale Incurabili si trova l’unica sala di maternità del regno ed alla fine del ‘600 Chamberlen inventa il forcipe   anche se strumenti simili erano già usati per rimuovere il feto morto.   Nel 19° secolo nell’Ospedale Incurabili coesistono due strutture: nella sala di maternità, gestita dalle ostetriche, avvengono la grande maggioranza dei parti. Nel 1812 viene istituita la Clinica Ostetrica, con lo scopo di istruire gli studenti di Medicina sull’Ostetricia con lezioni teoriche e dimostrazioni pratiche sui parti laboriosi al letto delle ammalate “malconformate”. Dalla metà del XVI secolo la Santa Casa aveva ormai assunto il ruolo di ospedale generale capace di accogliere ogni “sorta di infermità”. Questo fu possibile grazie al fatto che tra le sue mura non si faceva soltanto assistenza, ma scienza e sperimentazione, che sono la garanzia di una cura appropriata e all’avanguardia. Nel 1568 l’ospedale accoglieva “piagati e malati di cancari” dei quali si occupavano otto prattici chirurgici, in aggiunta ai tre chirurghi principali che normalmente seguivano i pazienti, tre dei quali si occupavano degli uomini e uno delle donne.
I medici internisti, i phisici, erano in numero di due più un prattico fisico residente nella Santa Casa che assicurava una sorta di guardia continua sulle ventiquattro ore. Ai malati del non meglio specificato “male in canna” era destinato l’ospedale di S. Maria della Misericordia ad Agnano, che era succursale degli Incurabili, dove si praticava la cura delle “fumarole”, verosimilmente aerosol. Un altro ospedale, intitolato a S. Maria della Misericordia e anch’esso filiale della Santa Casa, fu aperto nel 1569 a Torre del Greco e venne destinato alla cura dei tisici e degli idropici. 

 

fig.2 - Maria Lorenza Longo

fig.3  - Giuseppe Moscati

fig.4 - Santa Giovanna Antida Thouret

fig.5 - Antico giornale clinico

Per il trattamento della sifilide nell’ospedale napoletano si praticava la cura allora ritenuta più all’avanguardia: la somministrazione di decotti di scorza di guaiaco, definito per le sue caratteristiche “legno santo”, cui si aggiungeva un altro decotto di un’altra pianta americana: la salsapariglia. A tal fine erano stati allestiti dei locali appositi di isolamento, poiché durante la cura i pazienti dovevano soggiornare in locali caldi per poter sudare ed espellere gli umori maligni. Da qui la necessità di stufe e bracieri anche in estate e di stanze separate dagli altri spazi dell’ospedale. Quando un paziente veniva ricoverato agli Incurabili veniva prima visitato dal medico che stabiliva la cura, la dieta e il tipo di trattamento che doveva ricevere. Successivamente veniva spogliato, lavato e rivestito con una tunica nuova. I medici facevano il giro visita due volte al giorno e in caso di infermità era d’obbligo un consulto di tutti i phisici o di tutti i chirurghi. Un medico che mancava senza motivo per una volta al giro visite veniva sostituito da un altro collega scelto dal Maestro di Casa, e il costo della consulenza esterna era detratto dallo stipendio di chi si era assentato; una seconda assenza garantiva il licenziamento in tronco. I medici che curavano gli infermi dovevano “dar loro soddisfazione di buone parole, discorrendo della qualità del male senza affrettarsi” cioè spiegare loro cosa avessero, come intendevano trattarli parlando in modo semplice e completo. Medicazioni e fasciature dovevano essere eseguite dai medici e dai chirurghi ordinari, non dai prattici né dalla gente di casa cui mancava la competenza professionale e l’esperienza nel campo. All’interno l’ospedale era diviso in diverse strutture: quello degli uomini, suddiviso in Ospedale dei Paesani, dei Soldati e dei Matti, il Camerone dei Moribondi e quello per i Malati di morbo gallico. L’Ospedale delle donne aveva reparti divisi per le Gravide, Luetiche, Moribonde, Matte e affette da scabbia e tigna. Nessuno paziente poteva uscire dall’ospedale poiché farlo equivaleva a farsi dimettere. Oltre alla principale opera di cura e assistenza e l’attività di ricerca scientifica svolta dai suoi medici, l’ospedale svolgeva, di pari passo con le altre strutture di carità cittadina, opere di beneficenza rivolte ad altri tipi di bisognosi o disgraziati: forniva doti di maritaggio e aveva un banco pubblico per aiutare i poveri. Il Banco di S. Maria del Popolo, costituito nel 1589, fu dapprima ospitato in alcuni locali siti sotto lo scalone imperiale che si trova nel cortile principale dell’ospedale, poi dal 1597 fu spostato in un altro palazzo di proprietà dell’ospedale, sito all’inizio di via S. Gregorio Armeno di fronte alla chiesa di S. Paolo e di S. Lorenzo Maggiore. Soccorreva inoltre persone in carcere per piccoli debiti “onesti”, era quindi una delle istituzioni più importanti per la popolazione non nobile.
Sicuramente il ruolo svolto dagli Incurabili nel campo dell’assistenza e della sanità, assieme alla Real Casa dell’Annunziata, rendono questa struttura un esempio mirabile di come in esso si siano fuse e, talvolta, scontrate tutte le forze che agivano allora sullo scenario politico e sociale, dando vita però a un insieme armonico costituito dal più felice connubio di religiosità e misticismo riformato-barocco, evoluzione della scienza empirica applicata alla medicina e spinta verso la concessione di incarichi di governo e responsabilità del nascente ceto civile e borghese cittadino.
E concludiamo proponendo un’immagine drammatica quando durante la 2° guerra mondiale i malati erano costretti nei loro letti (fig.10) sotto i bombardamenti degli Americani

  

fig.6 - Gennaro Rispoli

 

fig.7  - Pozzo dei pazzi

fig.8 -  Monastero delle 33

 

fig.9 -Monastero di S. Maria in Gerusalemme, chiostro

 

fig.10 - Incurabili sotto le bombe


giovedì 6 maggio 2021

Dalla ruota dell’Annunziata al signore delle nascite

  

 

fig.1 - Sacra ruota degli esposti

 Un segno tangibile dell’antica pietà napoletana è costituito dalla ruota dell’Annunziata (fig.1), quell’abile marchingegno girevole che ha permesso per secoli alle madri in difficoltà di mettere in salvo i neonati, invece di sacrificarli. Esse appoggiavano i nascituri nel piccolo vano di legno e facendo ruotare l’ingegnoso meccanismo li portavano all’interno della struttura. Al caldo ed al sicuro, perché le suore, avvertite dal suono di un campanello accorrevano prontamente ed accoglievano con amore il pargoletto (fig.2).
Questa celebre ruota ha funzionato fino al 1875, mentre l’annesso brefotrofio ha funzionato per un altro secolo ed è stato chiuso solo nel 1980. Questa pietosa usanza di affidare i bambini abbandonati al caritatevole cuore della città ha costituito un significativo segno di civiltà, consentendo alle madri di conservare l’anonimato, in una società afflitta sempre dalla più nera povertà e da un’altissima mortalità infantile.
I napoletani hanno chiamato questi bimbi con il termine esposti, da cui deriva il diffuso cognome di Esposito, con il quale venivano spesso battezzati. Essi sono stati sempre considerati i figli della Madonna, di conseguenza hanno goduto di riguardi e considerazioni speciali. Una volta divenuti fanciulli i maschi venivano trasferiti nelle scuole dell’Albergo dei poveri, dove imparavano un mestiere, mentre le donne potevano rimanere nella Casa e se decidevano di sposarsi avevano diritto ad una dote. Infatti ogni anno, il 25 marzo, tutte le ragazze in età da marito venivano presentate agli scapoli desiderosi di ammogliarsi in una sala della pia istituzione. I giovanotti potevano sceglierne una gettando ai suoi piedi un fazzoletto e se la ragazza lo raccoglieva il matrimonio si sarebbe celebrato dopo poco tempo.

 

fig.2 - Pronti ad accogliere il pargoletto

 

fig.3 - Cortile dell'ospedale dell'Annunziata


fig.4 - Interno della sacrestia della chiesa dell'Annunziata

Il complesso dell’Annunziata (fig.3) è ancora oggi un ospedale con un reparto di maternità tra i più apprezzati, ma è anche noto per i tesori di arte che conserva e per il gioiello di architettura costituito dalla  maestosa chiesa (fig.4) più volte modificata e rifatta poi completamente nel Settecento dal Vanvitelli, assieme alla parte inferiore ed al poderoso cupolone.
Da un primato del passato ad uno, raro, dei nostri giorni, costituito dalla nascita nella nostra città della prima (la terza al mondo)bambina venuta alla luce grazie alle tecniche della fecondazione artificiale.
«Alle falde del Vesuvio, abita un medico, conosciuto come il signore delle nascite, che ha dato a Napoli uno dei pochi primati di cui possa fregiarsi. Egli non ha tentazioni di divismo, né si considera un volto da copertina. Non ama passerelle di false leggende, né miti che non devono essere miti».
Con queste parole il Corriere della sera riassunse la notizia della prima fecondazione in vitro avvenuta in Italia, coronata dalla nascita di Alessandra l’11 gennaio 1983 nella clinica Villalba di Napoli.
Grande fu ovunque lo stupore e la meraviglia al diffondersi della notizia che la prima bambina in provetta italiana era napoletana. A Napoli dove tutto è bello ed intelligente, ma anche vago, impreciso ed approssimativo si era riusciti per primi nel nostro Paese in una impresa rigidamente scientifica, precisamente organizzata e per di più ciò avveniva in una struttura privata circondata da un ambiente medico conservatore, se non ostile, certamente scettico. Il ginecologo Vincenzo Abate (fig.5) ha avuto in seguito l’onore di comparire (dietro pagamento di 2000 euro) sulla copertina di una ristampa del I tomo della mia collana Quei napoletani da ricordare (consultabile in rete digitando il titolo), sostituendo degnamente la prima edizione che mostra Sophia Loren poppe al vento all’età di 18 anni.
Abate con i suoi giovani collaboratori erano stati paladini solitari nell’azione contro la disorganizzazione dello Stato, che ben si esprimeva nella scalcinata espressione ospedaliera meridionale.
Mentre la notizia si diffondeva, gli altri scienziati italiani del settore, che, fino ad allora si erano distinti soltanto per fiumi di chiacchiere versate nei congressi, sull’argomento si rinchiusero in un mutismo assoluto e cercarono di prendere le distanze dal ginecologo privato riuscito nell’impresa miracolosa, il quale aveva l’imperdonabile torto di non essere un cattedratico.
Nessuno dei suoi invidiosi colleghi volle riconoscere in quei giorni che dietro questa sua impresa eccezionale vi erano anni di studio, un costante impegno quotidiano, innumerevoli sacrifici, ma principalmente l’intuizione che per imparare qualcosa di nuovo bisogna emigrare, andando là dove la medicina è più avanzata, ma bisogna anche poi ritornare a casa ad insegnare ciò che si è appreso all’estero.
A Napoli venne così ad affiancarsi all’Orto Botanico più importante d’Europa, alla prestigiosa Stazione Zoologica ed al Laboratorio di Biogenetica di fama internazionale, un centro all’avanguardia nel settore della sterilità.
La meraviglia maggiore da parte degli specialisti del settore fu che un tale successo sia avvenuto in una struttura privata, mentre tante strutture universitarie non avevano ottenuto nessun risultato. La spiegazione ci viene dalle parole dello stesso ginecologo napoletano: «Questo tipo particolare di esperimenti è stato possibile da realizzare in una struttura privata, perché richiede un ritmo di lavoro tale che solo un ricercatore abituato a grossi sacrifici può attuare. Infatti in una struttura pubblica è assolutamente improbabile che un programma scientifico di questa portata possa essere eseguito ventiquattro ore su ventiquattro. In nessun ospedale o università si riuscirebbe facilmente ad eseguire una laparoscopia notturna sulle pazienti con ovulazioni improvvise».
Conoscere il carattere di questo cittadino doc ci permette di apprezzare quella magica miscela che ha permesso a tanti napoletani di raggiungere il successo una volta lasciata la città natale: una calda cordialità partenopea associata ad un’efficienza nord americana. I suoi stretti collaboratori ci permettono di conoscere meglio lui e soprattutto la sua clientela attraverso alcuni graziosi aneddoti.
Mi raccontava il dott.  Antonio Punzetto, ecografista, che tre volte alla settimana, nei giorni in cui egli collaborava nello studio di via Petrarca, le visite terminavano quasi sempre intorno alle 3 - 4 di notte, dopo di che doveva seguire l’intera équipe nei pochi ristoranti ancora aperti a quell’ora per cenare tutti assieme fino alle prime luci dell’alba. La mattina era sempre uno straccio. Il dott. Enzo Del Vasto, valente anestesista e proprietario di sfarzose imbarcazioni, mi confidava che il dott. Abate se come ginecologo era bravissimo, come lupo di mare era addirittura un mostro di bravura e quindi tutta una sfilza di divertenti episodi accaduti durante navigazioni verso le Eolie o attorno alla Sardegna. Il dott. Mimmo Cirillo ginecologo, ex braccio destro del professore, mi diceva che aveva più volte studiato approfonditamente la clientela in lunga e paziente attesa di essere visitata e di avere identificato dei personaggi che si ripetevano ciclicamente: «C’è la signora dell’alta borghesia, che grazie ad affrettate letture sulle rubriche mediche dei giornali elargisce consigli e spiegazioni con la prosopopea della addetta ai lavori. C’è la contadina della provincia e la popolana dei quartieri spagnoli, sempre scortata da folti gruppi di parenti che imitano le gesta del prof. Abate di cui raccontano episodi conditi da una mimica eduardiana. C’è la nobile decaduta che cerca disperatamente di saltare la fila con la stessa tenacia della donna manager, tutta lavoro ed appuntamenti, che consulta neuroticamente l'orologio ogni cinque minuti a simulare un impegno professionale che non può più attendere».
Purtroppo la lotta contro la sterilità necessita come prima dote dimolta pazienza, abnegazione e volontà di sacrifici per poter percorrere una strada lunga, faticosa e non sempre coronata da un risultato favorevole (fig.6).


fig.5 - Copertina con la foto del Signore delle nascite

fig.6 - Un nuovo abitante della Terra

mercoledì 5 maggio 2021

Una storia ospedaliera gloriosa, ma poco conosciuta

 

fig.1 Ospedale Annunziata

 
I moderni ospedali nascono in osservanza a quanto stabilito dal Concilio di Nicea del 325 d.C., che impose a Vescovati e Monasteri di costituire, nelle proprie città, “luoghi ospitali” per pellegrini, ammalati e poveri. E già il Codice di Giustiniano (534 d.C.) nel sancisce una serie, con compiti e finalità distinte: orfanotrofi, manicomi, ospedali, ecc. Il presente capitolo vuole tracciare una storia del succedersi nella città di Napoli e nell’immediato circondario della nascita di questi presidi, iniziando fin dalla Napoli greco-romana.
Nel VI – VII secolo d.C. vengono istituite le Diaconie, strutture rette da laici con funzioni assistenziali generiche. Del IX secolo sono le prime tracce certe di ospedali in città, ma è con il secondo millennio che si comincia ad avvertire quel sentimento di pietas cristiana che, in comunione con quella laica, inizia a diffondere una vera e propria rete assistenziale diffusa, con l’articolazione nel settore di competenze distinte tra religiosi e laici. Gli ospedali antichi sono ovviamente posizionati per la gran parte nella zona antica del centro.
Nel XVI secolo si diffondono Confraternite e Consorterie. Ricordiamo che, in quei tempi, borghesia e nobiltà curavano i propri malati in casa, chiamando i medici al capezzale. Il clero veniva assistito in loco dai confratelli, tra i quali quasi sempre c’era un esperto nell’arte sanitaria.
Verso la fine del ‘200 si ha notizia dei primi ospedali napoletani: Sant’Eligio e Santa Maria di Piedigrotta. Dell’inizio ‘300 è quello dell’Annunziata (fig.1), e poi via via tanti altri. Nel ‘500 gli ospedali iniziano a diventare numerosi. È di quei tempi la diffusione della sifilide, che Girolamo Fracastoro (1478–1553) definì morbo gallico, nell’ipotesi che esso avesse avuto origine in Francia, malattia incurabile e da qui la fondazione nel 1519 dell’Ospedale degli Incurabili (fig.2) voluto da Maria Lorenza Longo (fig.3), moglie del segretario del Re di Spagna. Lei, afflitta e poi guarita da un grave male, profuse nella relativa costruzione tutti i suoi beni per poi raccoglierne altri estranei. Tuttora operativo, esso si trova nelle vicinanze di piazza Cavour e di via Maria Longo appunto.
L’Ospedale dei Pellegrini, anch’esso oggi attivo, risale invece al 1533. Già alla fine del XVI secolo gli Incurabili, tra gli ospedali più grandi d’Europa, aveva oltre 1500 posti letto, suddivisi in specifici reparti, ed era il più celebre del regno, dotato di tutti i servizi necessari a farne una struttura autonoma ed avanzata. La gerarchia interna era blanda, i medici erano autonomi nelle decisioni: consultavano il primario solo quando era, a loro giudizio, necessario.
Dato l’alto livello del personale, il complesso era sede appunto dei malati allora ritenuti “incurabili”. Vi venivano anche istruiti ad arte medica di ottimo livello gli allievi del Collegio Medico Cerusico (fig.4), nato verso il 1764 ed operativo fino all’Unità d’Italia, vero cenacolo illuministico, con sede nel proto-ospedale del Regno delle Due Sicilie: S.M. del Popolo degli Incurabili.
Il collegio, autonomo dal potere universitario, ma sottoposto a rigide regole ecclesiastiche, annoverò tra i suoi maestri ed allievi i medici più illuminati del Mezzogiorno.   Molti di essi parteciparono ai turbolenti eventi della Repubblica Napoletana e pagarono sulle forche, come Domenico Cirillo, la fede negli ideali sociali e di libertà, legati al loro stesso credo professionale.      
In questi ospedali fiorirono maestri ed intelligenze dello stampo di Cotugno, Sarcone, Amantea, Chiari, Santoro, Boccanera, Scotti e de Horatiis.   
I loro libri, gli articoli scientifici conservati nelle antiche biblioteche e negli archivi ospedalieri, ci sorprendono per l'accuratezza delle osservazioni, l'intuizione clinica, l'audacia degli interventi e l'attenzione ai risultati.   In ciò la Scuola Napoletana fu pari alla cultura medica dei migliori stati europei, nonostante gli esigui riconoscimenti nella memoria storica del nostro paese.
Benefattori e religiosi prestarono la loro opera in questi che furono soprattutto "ospedali della carità".    In queste vecchie corsie si mostrò il flagello delle epidemie di peste, colera e tifo, che periodicamente e drammaticamente hanno fatto parte della storia sanitaria della città.   L'equilibrio e la moderazione nell'esercizio professionale, insieme al rispetto dell'autentica tradizione ippocratica, furono la connotazione della Scuola Medica Napoletana.
L'empirismo di Marco Aurelio Severino e l'observatio di Domenico Cotugno, partoriranno una sintesi equilibrata   tra il medico fisico, teorico, ed il barbiere cerusico, vera figura illuministica di artigiano del corpo. 

 

fig.2 - Pianta dell'Ospedale Incurabili

 

fig.3 - Maria Lorenza Longo

 

fig. 4 - Stemma

 

fig.5 - Antichi strumenti chirurgici


Sotto l'astro dei Borbone il XIX secolo affermerà la modernità della  medicina come professione e la validità di una rete ospedaliera ove esercitarono l'arte di guarire medici che per umiltà, rigore, moderazione ed intuito meritarono il nome di scuola.
Tra le tante strutture dell’epoca, ne ricordiamo solo alcune:
L’Ospedale di S. Nicola alla Dogana, che sorse verso la metà del XIV secolo vicino al Molo, sotto il regno dei Durazzo - D’Angiò, e visse per un paio di secoli.
Quello di S. Eligio, nella zona di Piazza Mercato che operò anch’esso per un paio di secoli.
L’Ospedale della Pace sorse verso la fine del XVI secolo su cura dell’Ordine dei Fatebenefratelli.
L’Ospedale di S. Giovanni a Mare, in un edificio romanico opera dei Benedettini nella metà del XII secolo, operò fino al XIX secolo.
L’Ospedale di Sant’Aniello a Caponapoli che fu il primo ospedalepubblico della città.
L’Ospedale dell’Annunziata, conosciuto anche come Real Casa dell’Annunziata,   nacque nel 1316 come ex-voto di una famiglia di combattenti. È noto per la ruota in cui venivano abbandonati neonati dalle proprie madri. All’interno era sempre presente una donna che provvedeva subito alle prime necessità del bimbo. Essi venivano poi cresciuti nella struttura, fino ai 18 anni i maschi per essere avviati al lavoro, fino ai 25 le femmine. Se queste si sposavano prima, veniva loro concessa una piccola dote purché fossero vergini. La ruota fu abolita nel 1872.
Dal periodo normanno fino all’Unità d’Italia gli ospedali napoletani rappresentarono l’unico punto di riferimento per l’intero regno, una funzione che, pur se in misura ridotta, rivestono ancora oggi verso l’hinterland e la stessa regione.
Alcune di queste strutture sanitarie, come i Pellegrini, il San Gennaro, l’Ascalesi, l’Annunziata e gli Incurabili costituiscono anche oggi il cuore dell’assistenza medica per gli abitanti del centro antico. L’antica capitale del regno poteva vantare oltre 150 luoghi di assistenza agli infermi.
Nosocomi ultracentenari che rispondono ancora efficacemente alla richiesta di salute e di ricovero di oltre metà della popolazione, mentre altri storici istituti di cura come l’ospedale S. Maria della Fede, il S. Andrea, la Cesarea, il Lazzaretto ed il famosissimo ospedale della Pace sono stati trasformati o più spesso abbandonati al degrado.
Costruiti durante il vice regno spagnolo, quasi tutti per la lungimiranza di don Pedro da Toledo e ben poco modificati in seguito, riescono a coniugare vecchi corridoi di monasteri con le moderne esigenze dell’assistenza medica. Spesso forniti di mura e strutture poderose, progettate da grandi architetti, dal Vanvitelli ed il Fuga a Domenico Antonio Vaccaro hanno brillantemente superato la prova del tempo resistendo a numerosi terremoti.
Di alcuni ci rimane solo il ricordo, come nel caso del primo nosocomio, costruito da S. Aniello sul pendio di quel colle, chiamato più tardi S. Aniello a Capo Napoli, da sempre punto di riferimento per i presidi ospedalieri cittadini o soltanto modesti ruderi come nel caso del Lazzaretto di Nisida, in funzione fino al 1860 ed oggi riconoscibile solo per qualche traccia muraria lungo il ponte che collega l’isolotto alla terraferma, a differenza dello splendido gemello situato nell’ambito dell’ex ospedale della Pace, un gioiello che meriterebbe di essere conosciuto da indigeni e turisti e che viceversa non è neppure aperto al pubblico.
Anche dell’ospedale di San Giovanni a Mare, il più antico in assoluto, rimane solo un flebile ricordo ed il proposito, mai attuato, di costruirne uno nuovo lì dove sorgeva, in un’area oggi affollata da cadenti abitazioni e infimi esercizi commerciali.
Durante gli anni bui delle guerre medioevali, le quali distrussero ogni traccia di ordine sociale, le pie istituzioni napoletane, che vivevano all’ombra della fede, non ebbero a subire alcun danno, anzi esse si andarono moltiplicando fino a raggiungere nel XIII secolo, con gli Angioini, il massimo della loro attività. E nacque allora, proprio dove era caduto il giovane e bellissimo capo dello svevo Corradino, quel grandioso ospedale di S. Eligio, opera più di espiazione che di amore, con la quale il re Carlo I sperò di dar pace ai rimorsi del suo cuore.
E fu sotto il regno di suo figlio Roberto, sposo alla regina Sancia, che sorse la Real Casa dell’Annunziata, il più famoso brefotrofio d’Europa, il quale non ha mai smesso di funzionare dal lontano 1320 e svolge ancora oggi la sua meritoria opera, reso celebre dalla famigerata Ruota degli esposti, attraverso la quale sono transitati innumerevoli pargoli abbandonati dalle mamme ed affidati al grande cuore della città ed all’amorevole attenzione delle monache.
Nei decenni successivi fu tutto un fiorire di iniziative in soccorso non solo dei malati, ma anche dei più deboli. Ecco così sorgere al fianco dell’ospedale per i gentiluomini poveri, fondato dalla nobile Giovanna Castriota e dell’ospedale per gli stranieri, nato per l’interessamento degli stessi forestieri, con annesso un convalescenziario, altre istituzioni come il ricovero per le donne discordi dai mariti alla Scorziata, l’ospizio di S. Maria di Loreto per gli orfani e quello di S. Onofrio per i vecchi.
Fino a giungere nel 1522 alla nascita del più grosso ospedale del tempo, quello di S. Maria del Popolo agli Incurabili, grazie all’animo generoso e pio di Maria Lorenza Longo, vicino al quale sorge, scandalosamente chiusa da tempo immemorabile, la Cappella dell’Arciconfraternita dei Bianchi, dedita all’assistenza dei condannati a morte, che conserva nell’oratorio l’impressionante statua in cera della Scandalosa raffigurante il cadavere di una prostituta divorato dai vermi, magistralmente descritto da Salvatore Di Giacomo in una sua novella e dove i superstiziosi venivano ad acquistare pezzettini di corda usati per le impiccagioni, un macabro amuleto contro il malocchio. Il complesso degli Incurabili, noto all’epoca in tutta Europa per la bravura dei medici e per i benefici delle cure, nasce per il voto di una nobildonna e prende il nome dai suoi ricoverati, non inguaribili, bensì incurabili, perché nessuno voleva prendersi cura di loro. I visitatori del Gran Tour spesso lo visitavano alla pari delle bellezze naturali e per secoli ha funzionato non solo come ospedale, ma anche come università, anzi era sede già dalla metà del Settecento di un collegio medico cerusico con regole rigide e gli studenti erano seguiti come in un moderno collegio. Ivi furono praticate le prime anestesie ed il primo taglio cesareo, furono applicati i primi rudimentali cateteri e furono adoperati svariati ferri chirurgici originali forgiati da artigiani napoletani (fig.5). Celebri sanitari hanno esercitato nelle corsie del superbo nosocomio da Domenico Cirillo (fig.6) e Domenico Cotugno, ad Antonio Cardarelli fino allo stesso Moscati prima di diventare santo. E tanti altri santi e beati hanno lavorato a vario titolo nelle corsie del celebre nosocomio, da Gaetano Thiene (fig.7) ad Andrea Avellino, da Francesco Caracciolo ad Alfonso Maria de’ Liguori (fig.8), fino a don Placido Baccher ed alla santa dei quartieri spagnoli Maria Francesca delle cinque piaghe (fig.9).
Purtroppo un rovinoso incendio ha distrutto quasi completamente il suo archivio, provocando un irreparabile danno alla storia della medicina meridionale ed al benemerito studioso che volesse dedicarsi al recupero della memoria storica di quella che fu una grande capitale dotata di una rete di ospedali, che tutto il mondo ci invidiava. 

 

fig.6 -Domenico Cirillo

 

fig.7 - San Gaetano Thiene

 

fig.8 -   S. Alfonso Maria de Liguori

 

fig.9 - Santa Maria Francesca delle 5 piaghe

 

lunedì 3 maggio 2021

Per ogni malattia un ospedale

 

fig.1 - Ingresso ospedale Monaldi

A Napoli nella zona del Vomero alto sorgono una serie di ospedali specializzati nella cura di specifiche malattie, per cui il paziente, una volta formulata la diagnosi della patologia da cui è affetto, può scegliere di ricoverarsi in una struttura dove troverà dei medici aggiornati sulle terapie più opportune.
Partiamo questa nostra carrellata dall’ospedale Monaldi (fig.1), un nosocomio specializzato nella cura delle malattie pneumo-cardiovascolari che si avvale di tecniche chirurgiche all'avanguardia, quali l'utilizzo di robot. Il sanatorio (fig.2), situato nella zona ospedaliera di Napoli, viene fondato nel 1938 col nome di Principe di Piemonte. Nel 1973 il nome viene cambiato per dedicare l'ospedale a Vincenzo Monaldi (fig.3), medico e politico specializzato nelle malattie dell'apparato respiratorio, il quale, nato nel 1899 in Monte Vidon Combatte, visse l'infanzia con la famiglia a Grottazzolina dove non appena ventenne fu eletto sindaco. Il più giovane sindaco dell'Italia dell'epoca.
Dopo aver preso parte, giovane studente, alla prima guerra mondiale (ricevette anche una croce di guerra), conseguì nel 1925 la laurea in medicina dedicandosi immediatamente dopo alla ricerca nel campo della tubercolosi e delle malattie dell'apparato respiratorio.  A soli 34 anni scrisse un trattato sulla fisiopatologia della tubercolosi polmonare che ebbe una larga diffusione e nel 1940 anche una traduzione in spagnolo. Dal 1946 al 1954 diresse l'Istituto Sanatoriale Principe del Piemonte e fondò la rivista Archivio di tisiologia sostenendo la supremazia del vaccino antitubercolare francese BCG rispetto all'omologo vaccino italiano VDS.  Mise a punto una tecnica di drenaggio dello pneumotorace che ancora oggi è conosciuta sotto il nome di "Monaldi-Drainage" nei paesi di lingua tedesca.. Divenne professore alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Napoli e ricevette apprezzamenti anche fuori Italia (fu nominato membro della Reale Società di Medicina di Londra e di varie Accademie di medicina in Italia ed in Germania). Affiancò alla ricerca medica anche l'attività politica arrivando alla carica di Ministro della sanità durante il Governo Fanfani II del 1958.
Morì a Napoli nel 1969. In suo onore, l'Istituto Sanatoriale Principe del Piemonte fu rinominato Ospedale Monaldi. 

 

fig.2 - Facciata ospedale Monaldi

 fig. 3 - Vincenzo Monaldi

 

fig. 4 - Ingresso ospedale Cotugno

Passiamo ora a parlare dell'ospedale Cotugno (fig.4), un nosocomio specializzato nella cura di persone affette da malattie infettive, situato nella zona ospedaliera di Napoli (fig.5), nel quartiere Chiaiano ed intitolato all'omonimo medico chirurgo.    
Fu edificato nel 1884 come ospedale municipale per le malattie infettive, in un'epoca in cui tali malattie venivano curate solo presso lazzaretti o luoghi isolati. Durante la seconda guerra mondiale, il nosocomio fu temporaneamente trasferito presso strutture di San Giorgio a Cremano
Fu intitolato alla memoria del medico Domenico Cotugno (fig.6), il quale,  laureatosi presso la Scuola Medica Salernitana, svolse la sua professione presso l'Ospedale degli Incurabili dando inizio a varie profilassi verso le malattie infettive. Domenico Cotugno (Ruvo di Puglia 1736 – Napoli 1822) è stato un medico, anatomista e chirurgo. Soprannominato “l’Ippocrate Napoletano”. Durante gli ultimi anni della sua vita era così famoso che si diceva che a Napoli : “nessuno poteva morire senza il suo permesso“. È considerato uno dei padri della medicina moderna. Egli nacque da una modesta famiglia, ma si applicò agli studi con intelligenza ed entusiasmo, mostrando propensione per le scienze. Nel 1755, trasferitosi a Napoli, si laureò in Chirurgia e iniziò a lavorare all’Ospedale degli Incurabili, dove nel 1761 fu nominato primario di chirurgia. Aveva appena 30 anni, e aveva messo a repentaglio la salute, contraendo pericolose infezioni,  pur di portare avanti le sue ricerche. Nel 1776, gli fu affidata la cattedra universitaria di Anatomia. 

 

fig.5 - L'ospedale Cotugno visto dall'alto

 

fig.6 -  Domenico Cotugno - 1736-1822

  

fig.7 - Ospedale Pascale, ingresso


L'Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori: Fondazione Pascale (fig.7) prende il nome dal suo fondatore e primo presidente, senatore e medico Giovanni Pascale. L'istituto si occupa in particolare di cure oncologiche, ed è un centro di eccellenza italiano nella cura dei tumori, è infatti anche denominato come Istituto Nazionale Tumori.  Il 14 marzo del 1934 si diede inizio ai lavori per la costruzione del primo edificio. L'11 aprile 1940 si ebbe il primo riconoscimento di Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS), che negli anni successivi ha sempre trovato conferma. Con decreto del Medico Provinciale n.8984 del 4.5.1963 l'Istituto venne classificato quale "Ospedale Specializzato" di I categoria.
Dal 1936 l'Istituto ha progressivamente ampliato gli spazi e da un originario edificio, attualmente riservato ai Laboratori di Ricerca, si è esteso in quattro fabbricati (fig.8) nei quali sono attualmente ubicati gli uffici amministrativi, i reparti di degenza, i laboratori di ricerca, gli ambienti per le attività ambulatoriali e per il day hospital.   
Il nome a cui l’ospedale è dedicato fu un clinico e oncologo di fama internazionale, nacque a Faicchio (Benevento) in una signorile famiglia locale e si formò nell'Università di Napoli, ove fu allievo dei maggiori luminari del tempo sotto la cui guida si laureò in medicina nel 1884. Recatosi all'estero per perfezionarsi in clinica chirurgica, tornò poi a Napoli ove fu allievo del D'Antona, poi suo assistente volontario e quindi, nel decennio 1890-1900, aiuto ordinario. Libero docente in Patologia e propedeutica chirurgica, primario chirurgo nell'ospedale napoletano di S. Maria della Pace, libero docente di clinica chirurgica e poi professore ordinario della stessa disciplina dal 1913, Pascale organizzò tra i primi il suo reparto ospedaliero informandolo ai principi della sterilizzazione col calore e si distinse inoltre durante la prima guerra mondiale per la soluzione di problemi medico-sociali in veste di Generale medico del X e XI corpo d'armata.
Creò ospedali per il ricovero e la cura dei feriti di guerra, di alcuni ne fu direttore, e successivamente favorì la creazione di sanatori per i tubercolotici di guerra, mentre a Faicchio diede impulso alla "Fondazione Pascale" per accogliere ed educare i bambini orfani. Studiò a lungo le patologie del cancro e creò a Napoli l'Istituto per lo studio e la cura dei tumori maligni, integrato da un Centro diagnostico e curativo dei tumori maligni annesso alla prima Clinica chirurgica dell'Università. Senatore dal 6 ottobre 1919, si occupò in Parlamento specialmente di problematiche mediche connesse alla tubercolosi. Colpito da improvviso malore mentre operava, volle che i suoi assistenti proseguissero, senza pensare a lui. Morì due giorni dopo, il 28 ottobre 1936.
A Napoli oltre all'ospedale per la cura dei tumori che porta il suo nome, anche una strada cittadina è a lui intitolata, così come pure a Benevento.
Per decenni alcuni reparti hanno avuto primari di eccezionale abilità, che, per quanto in pensione, continuano privatamente la loro attività. Ricordiamo Beppe D’Aiuto (fig.9), pontefice nella cura del cancro del seno. La divisione di urologia è stata diretta con rara competenza da Antonio Gallo, che usufruiva di un braccio destro eccezionale: la consorte Antonella Sepe; li presentiamo nella inconsueta veste di Angeli e demoni in questa spiritosa foto (fig.10) che vinse il 1° premio in una delle memorabili feste di Carnevale che negli anni Ottanta si svolgevano nei sontuosi saloni della splendida villa posillipina del più famoso ginecologo italiano di tutti i tempi.
Attualmente un nome occupa costantemente le pagine dei giornali per le sue dichiarazioni sul Covid, quello di Paolo Antonio Ascierto, che possiede una valida equipe (fig.11), che si occupa di un tumore molto diffuso: il melanoma. 

 

 fig.8 - Ospedale Pascale visto dall'alto

 

 fig.9 - Beppe D'Aiuto

 

fig.10  - Angeli e demoni

 

fig.11 -  Paolo Antonio Ascierto con la sua equipe

 

fig.12 - Centro traumatologico ortopedico, ingresso

Ci spostiamo ora su viale Colli Aminei dove incontriamo l’ingresso del CTO (fig.12), centro traumatologico ortopedico, una struttura specializzata nel trattamento di fratture ed altre patologie ossee, ma che di recente ha aperto anche un pronto soccorso, che speriamo possa diminuire il carico di lavoro del Cardarelli, dove le attese sono interminabili.
Concludiamo portandoci nel centro del Vomero dove esiste un attrezzato ospedale dedicato alle
malattie dei bambini: il Santobono (fig.13), che possiede un gemello: il Pausilipon, di cui parlo nel capitolo: “Ammalarsi a Posillipo”.
Sorti in origine come centri di prevenzione antitubercolare, gli ospedali Santobono e Pausilipon hanno fatto parte per molti decenni dello stesso Ente Ospedaliero Regionale Pediatrico, meglio conosciuto come “Ospedali Riuniti per Bambini di Napoli”.
Posti in due zone diverse della città, i due ospedali traggono la loro denominazione dalle aree sulle quali sorsero: “Santobono” dal nome della proprietà, in origine “Parco di Villa Caracciolo di Santobono” e “Pausilipon“, dal nome della zona collinare di Posillipo, letteralmente “tregua dal dolore”. L’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale Santobono Pausilipon, unica azienda ospedaliera pediatrica del Sud Italia costituisce uno dei principali poli nazionali di riferimento nell’assistenza pediatrica sia nei settore dell’emergenza-urgenza che dell’alta complessità e della riabilitazione intensiva. Essa è dotata di oltre 430 posti letto, articolati in 20 differenti discipline esclusivamente dedicate alle cure del neonato e del bambino. La sede amministrativa e legale dell’Azienda è allocata in prossimità della Riviera di Chiaia, nei locali che furono del primo ospedale chirurgico pediatrico italiano, costruito dalla Duchessa Teresa Fieschi Ravaschieri (fig.14), in memoria della figlia Lina Ravaschieri, deceduta in tenera età, alla quale da poco è stata finalmente dedicata una strada.   
E vogliamo ora ricordare questa donna dal carattere volitivo, invitando chi volesse approfondire la sua biografia a leggere il libro: “Io Teresa Filangieri, scritto magistralmente da una mia cara amica: Valeria Jacobacci.
Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri era una donna dal cuore e dal sangue nobile. Istruita e colta date le sue origini, era infatti la nipote del celebre filosofo e giurista Gaetano Filangieri, figlia del generale Carlo Filangieri e sorella minore di Gaetano Filangieri, principe di Satriano. Nata a Napoli nel 1826, dedicò tutta la sua vita agli ultimi. Una vera filantropa dato che accolse presso la sua abitazione alcuni giovani mendicanti trovati per le vie della città e decise di educarli e trasformarli in suoi domestici. Ma non erano pochi i poveri che aiutava con generose donazioni. Come gli eventi di beneficenza da lei creati e il cui ricavato andava direttamente ai più bisognosi. Durante la sua giovinezza infatti, frequentò i più prestigiosi salotti nobiliari della città, incontrando Paolina Craven Laferonnays (moglie del diplomatico inglese August Craven) e le sue sorelle. Con loro organizzava gli spettacoli teatrali. Per quanto riguarda la sua vita privata, nel 1847 sposò Vincenzo Fieschi Ravaschieri, duca di Roccapiemonte, da cui nacque Lina.
A Teresa Filangieri poi si deve la nascita nel 1879 del primo ospedale chirurgico per bambini nel nostro Paese, nato nel cuore di Chiaia in ricordo proprio della figlia prematuramente scomparsa nel 1861. In questa opera, che ottenne il finanziamento anche della coppia reale, la donna investe quasi tutto il suo patrimonio. Come si legge in una targa:
“Questo ospedale per bambini in memoria di Lina, figliuola unica e dilettissima morta a 12 anni, ha eretto la madre sua Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri, la quale a tanto dolore solo la carità pe i poverelli ha trovato conforto”.     
Durante il colera che colpì la città di Napoli nel 1873, il Comitato organizzato per i soccorsi le affida l’organizzazione delle cucine popolari gratuite, un ruolo estremamente importante data la propagazione del contagio nelle classi poveri. Ma non è l’unico incarico di rilievo, durante la Campagna d’Africa di fine Novecento, Teresa Filangieri fu a capo della Croce Rossa. Anche qui si distinse per il suo buon cuore offrendo la sua maestosa villa di Pozzuoli ai reduci italiani della battaglia di Adua in Etiopia. Accanto alla sua attività filantropa, la donna affianca quella di scrittrice. Nel 1879 pubblica ‘Storia della carità napoletana’ opera in quattro volumi, mentre nel 1892 una raccolta di lettere e memorie dedicata all’amica Paolina. Morì a Posillipo il 10 settembre 1903 dopo aver scritto ‘Come nacque il mio ospedale’.

fig.13 -Ingresso ospedale Santobono

fig.14 - Teresa Filangieri e la strada a lei dedicata





sabato 1 maggio 2021

Due antichi ospedali: San Gennaro dei poveri ed Ascalesi

  

 

fig.1  -Ospedale di San Gennaro dei Poveri

L'ospedale di San Gennaro dei Poveri (fig.1) è una struttura ospedaliera di interesse storico-artistico ed è situata nel Rione Sanità. Dopo una breve descrizione entreremo poi in un racconto più dettagliato.
La storia dell'ospedale è strettamente intrecciata a quella della basilica che sorge al suo interno, quella di San Gennaro fuori le mura (fig.2-3). La chiesa, del V secolo d.C., dopo la traslazione delle reliquie di San Gennaro a Benevento, cadde in rovina. Tale condizione perdurò fino all'872, anno in cui, il vescovo Atanasio di Napoli, la fece restaurare e annettere al monastero benedettino dei Santi Gennaro e Agrippino.
Nel XV secolo, l'intero monastero cadde in abbandono, ma nel 1468 venne riutilizzato dal cardinale Oliviero Carafa che lo trasformò in ospedale per gli appestati. Dopo la peste del 1656, l'ospedale fu ulteriormente ampliato e fu dotato anche di un ospizio dedicato ai Santi Pietro e Gennaro, le cui statue, opera di Cosimo Fanzago, furono esposte all'esterno. In seguito il complesso subì varie sciagure economiche, fino al generoso intervento del re Gioacchino Murat. Sul fondo del cortile, sulla verticale di un campanile a vela, si apre una scala a doppia rampa, che precede un vestibolo (fig.4–5) con affreschi cinquecenteschi di Agostino Tesauro, stemmi della città di Napoli, ed altre particolarità artistiche-architettoniche. Nel 1282 i monaci benedettini fondarono, ai piedi della collina di Capodimonte, un convento. Nove anni più tardi, nel 1291, su loro iniziativa sorse un ospedale crociato per i poveri, che fu affidato ai Cavalieri Templari degli ospedali di Capua e di Sant’Eligio. A partire dal 1308, la sua sede fu collocata accanto all’antica chiesa di San Gennaro fuori le mura (la Sanità infatti è considerata parte della città extra moenia), la cui costruzione risale al V secolo d. C, mentre la sua amministrazione fu ceduta alla confraternita laica dei nobili e artigiani di Napoli, nonostante continuasse a rimanere proprietà dei benedettini.
Dopo l’abbandono subito nel corso del XV secolo, nel 1468 il monastero divenne, per volere del cardinale Oliviero Carafa, un ospedale destinato agli appestati.
L’Ospedale, chiamato Ospizio dei Poveri dei SS. Pietro e Gennaro, nel 1474 fu affidato da papa Sisto V alla confraternita laica di San Gennaro insieme al convento, a seguito di una disputa legale tra la suddetta confraternita e i monaci benedettini. Dopo aver ospitato i malati di peste nel 1516, tra le azioni degne di nota della chiesa, che nel 1560 poteva contare su un’entrata annua di 600 ducati,
si ricorda la costruzione di case destinate ai poveri e alle giovani sedotte e abbandonate, il cui mantenimento era garantito dalle donazioni di privati e benefattori.
Dal 1631, fu il nuovo ospizio di San Gennaro a Materdei, donato dal principe Bartolomeo d’Aquino di Caramanico, ad ospitare le giovani donne. Soltanto nel 1656, l’ospedale dei SS. Pietro e Gennaro fu nuovamente adibito a lazzaretto e successivamente esteso grazie all’opera del viceré don Pietro d’Aragona. Dopo la peste del 1656, le statue dei santi Pietro e Gennaro, restaurate da Cosimo Fanzago nel 1667, furono collocate all’esterno dell’edificio.
Nel 1735 Carlo III di Borbone ribattezzò l’ospizio con il nome di  Real Ospedale di San Gennaro e San Pietro dei Poveri, potendo contare sull’apporto di numerose donazioni da parte dei nobili della città, specie della regina Maria Amalia di Sassonia.
Una nuova commissione municipale riorganizzò l’amministrazione del luogo, i cui collegamenti viari vennero migliorati grazie alla costruzione di via Foria nel 1768. 

 

fig. 2 - Ingresso della basilica

 

fig. 3 - Interno della basilica
 

fig.4  -  San-Gennaro extra-moenia, affreschi

fig.5 - Affreschi nell' atrio di Andrea Sabatini

 

fig. 6 - Ingresso dell'ospedale

fig.7 - Catacombe di San Gennaro

fig.8 - Affresco nelle catacombe


Dal 1752 il Real Albergo dei Poveri tornò a fornire ospitalità ai giovani bisognosi d’ambo i sessi, ritrasferiti dal San Gennaro di Capodimonte. Il decreto regio di Gioacchino Murat del 12 novembre 1809 stabilì che il San Gennaro di Capodimonte avrebbe dovuto accogliere solo gli anziani indigenti d’ambo i sessi, soprattutto disabili. L’anno successivo le giovani donne furono trasferite nel Real ritiro ed educandato di Santa Maria Regina Paradiso e Sant’Antonio da Padova , fondato dal sacerdote napoletano Antonio Iannone. Nel 1816 gli anziani ospitati nel San Gennaro, il cui numero era notevolmente aumentato, venivano pagati per esibire la bandiera ospedaliera durante i cortei funebri privati e pubblici, vestiti di nero.
Dopo la I guerra mondiale, l’Ospedale fu destinato all’assistenza dei cranio-traumatizzati , mentre a seguito del II conflitto, divenne uno dei più importanti poli ospedalieri di Napoli, noto con il nome di «Ospedale Gustavo Morvillo».
Nel 1965 all’interno dell’Ospedale (fig.6), che aveva recuperato il nome originario di «San Gennaro dei Poveri», venne istituito il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, con ben 3 Divisioni di Neurologia, un Reparto di Neurochirurgia, un Servizio di Neurofisiologia, uno di Neuroradiologia ed un Pronto Soccorso Psichiatrico, oltre agli altri reparti specialistici.
Fino al 1978, anno della Legge 180, cosiddetta Basaglia, che riformava l’assistenza ospedaliera e territoriale per gli ammalati psichici, il San Gennaro fu centro di riferimento regionale per la neuro-psichiatria, proponendosi come unica alternativa ai vecchi manicomi.
Nonostante i tagli alla Sanità che prevedono la progressiva eliminazioni, accorpamenti, trasferimenti e chiusura di numerosi reparti specialistici, lo storico ospedale rappresenta ancora oggi un polo sanitario di eccellenza e un presidio di legalità sul territorio.
Collegato all’ospedale vi sono le celebri Catacombe di San Gennaro (fig.7–8), una delle più esaltanti attrattive turistiche della città.
 

 

 

fig. 9 - Matteo Ripa

fig.10 - Elena col marito Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta ed i due figli - 1901

fig. 11 -  Struttura a 3 piani dell'ospedale

A breve distanza si trova la struttura che a lungo ha funzionato come ospedale Elena d’Aosta e che possiede una storia gloriosa ed affascinante: Nel 1682 nasce ad Eboli Matteo Ripa. Ancora giovinetto venne a Napoli per compiere gli studi e, come molti studenti, si abbandonò a vita dissipata, aveva diciannove anni quando, ascoltata per caso la predica di un francescano, senti forte la vocazione verso Dio. Consacrato prete e trasferito a Roma, pose il suo ideale nella vita missionaria partendo per la Cina nel 1707. Il futuro Ospedale Elena d'Aosta fu costruito nel 1700 come casino di campagna dei Conti di Mola. Successivamente fu adibito dall'Istituto Pio Monte della Misericordia come luogo di riposo per i padri missionari che si recavano in Cina.
Nel 1724 Matteo Ripa (fig.9) rientra in Italia, giungendo a Napoli accompagnato da alcuni allievi cinesi. Questo fu il primo nucleo del collegio dei Cinesi, sognato ancora prima della partenza per l'Asia. Fu comprato il fabbricato Casina di campagna dei Conti di Mola a cui fu aggiunta nel 1728 la chiesa, da poco riaperta alla fruizione. Nel 1725 l'istituzione fu voluta dal Papa Benedetto XIII ed approvata dal Papa Clemente XII. I Collegi erano mantenuti a spese della Casa mentre i convittori a spese loro. I preti congregati del Collegio e del Convitto avevano la direzione ed il governo della Casa e contribuivano al sostentamento spendendo tutte le loro opere al servizio della comunità. Il Papa Benedetto XIV elargì al Collegio una congrua rendita stabilendo il numero degli alunni in otto cinesi, due albanesi, due serbi, due bulgari e due ungheresi. Con il passare del tempo, la struttura fu adibita dal Pio Monte della Misericordia a luogo di riposo per i padri missionari. Elena d'Aosta, figlia di Nicola I Petrovic Niagos, Re di Montenegro, sposò il 24 ottobre 1896, l'erede al trono d'Italia, il futuro Vittorio Emanuele III, e divenne Regina d'Italia (fig.10). Donna pia, caritatevole, piena d'amore verso il prossimo, nel 1910 volle trasformare il Casino di campagna in gerontocomio per accogliere gli anziani abbandonati ed ammalati della città. La stessa regina era solita recarsi spesso in questo gerontocomio per portare il suo conforto agli anziani e soprattutto per conoscere direttamente le varie esigenze dell'Ospedale. Per tali atti di bontà l'Ospedale fu poi denominato "Elena d'Aosta", ed in seguito, nel 1950, fu definito come Ospedale per ammalati.
Nella volta dell'androne che porta nella chiesa si nota l'affresco in cui è rappresentato lo stemma dell'antico Collegio dei Cinesi. La Casa dei Cinesi fu il primo nucleo per la costituzione dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli. Sito nella zona di Capodimonte, vicino alla omonima reggia, è un edificio a tre piani (fig.11) circondato dal verde, semplice nella sua struttura e senza particolari pregi architettonici. Da tempo è divenuto un semplice poliambulatorio (fig.12) che effettua visite specialistiche.
Ci portiamo ora in un’altra zona popolare di Napoli, dove da circa un secolo funziona un ospedale, ma lì dove sorge l’attuale Ascalesi (fig.13) c’era un antico monastero, parte di un complesso più ampio che includeva anche la Chiesa di Santa Maria Egiziaca all’Olmo. Nel cuore di Forcella, a pochi passi dal corso Umberto, il complesso fu fatto costruire dalla regina Sancha d’Aragona (la cui figura è legata al monastero di Santa Chiara, dove è sepolta), moglie di Roberto d’Angiò: fu lei a volerne la costruzione verso la metà del Trecento per ampliare l’accoglienza del complesso della Maddalena, sempre costruito per volere della sovrana per ospitare prostitute pentite. Fu dedicato a Santa Maria Egiziaca, così chiamata perché la Santa aveva vissuto a lungo da eremita in Egitto dopo una vita fatta di elemosina e prostituzione.
Il monastero ospitò poi monache agostiniane: tra loro, un piccolo gruppo se ne distaccò per fondare il monastero di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone (inizialmente chiamato “delle Riformate”). Pare che la separazione fosse dovuta a contrasti sulla eccessiva ricchezza delle agostiniane di Forcella, che avevano iniziato a ospitare anche donne della borghesia partenopea, accompagnate dalle loro doti. Quando però a inizio Ottocento furono soppressi gli ordini, incluso quello delle agostiniane, le monache fecero ritorno a Forcella. Oggi alla chiesa si accede dal Corso Umberto I, mentre in passato affacciava sulla piazza dell'Olmo; durante il periodo del Risanamento, conservò l'antico ingresso e ottenne una facciata laterale, parallela alla nuova strada. La monumentale struttura sanitaria odierna (fig.15–16) assunse questa funzione negli anni Venti quando il Comune, entratone in possesso al momento della soppressione degli enti ecclesiastici, ne lasciò l’uso al “Regio ospizio dei Santissimi Pietro e Gennaro extra moenia” perché venisse creato un ospedale per cronici, specializzato soprattutto nella cura della tigna (una malattia parassitaria della pelle).   
Quando fu terminato, negli anni Trenta, fu intitolato all’ancora in vita – caso più unico che raro – cardinale Alessio Ascalesi (fig.17), arcivescovo dal 1924 per il sostegno offerto durante la costruzione dell’ospedale ma anche per il suo noto impegno civile. Di fronte all'ingresso dell'ospedale si trova un’altra perla monumentale della Napoli antica: è la cosiddetta Fontana della Scapigliata (fig.18), spesso meta di piccioni assetati o semplicemente desiderosi di un bagno per rinfrescarsi nei periodi più caldi. Tale storica fontana di Napoli, dalla forma ellittica, venne eretta attorno al 1540 su disegni di Giovanni da Nola e per volontà del viceré Don Pedro de Toledo e il suo nome viene dal particolare getto d'acqua che fuoriusciva e andava ad infrangersi sulla pietra a forma di scoglio posta al centro della vasca. Solo nella seconda metà del XIX secolo lo scoglio al centro fu distrutto e sostituito da una colonna sormontata da uno stemma rivolto verso l'ospedale, dove è visibile un volto. La fontana è stata ristrutturata recentemente e dunque riportata all’antico splendore dopo un lungo periodo di degrado e abbandono e merita di essere ammirata.


Achille della Ragione

 

fig.12 - Ingresso del poliambulatorio

fig. 13 - Ospedale Ascalesi

fig.14 - Ingresso ospedale  Ascalesi

fig.15 - Cortile dell'ospedale Ascalesi

 

fig.16 - Corridoi dell' Ascalesi

fig.17 - Alessio Ascalesi

fig.18 - Fontana della Scapigliata