lunedì 10 settembre 2018

Il Rione Terra tra passato, presente e futuro

fig. 01 -  Rione terra

Il Rione Terra è un agglomerato urbano che costituisce il primo nucleo abitativo di Pozzuoli, abitato fin dal II secolo a.C. Si trova su una piccola altura che permetteva di controllare bene gli arrivi dei nemici provenienti sia dal mare sia dalla terra (fig.1-2-3). Il quartiere fu sgomberato nel 1970 a causa della notizia di una presunta crisi bradisismica, annunciata dai geologi e diffusa attraverso i mezzi di comunicazione. Tra i motivi che indussero allo sgombero pesarono  anche le pessime condizioni igieniche che vi albergavano. Ulteriormente danneggiato dal terremoto dell'Irpinia del 1980 e da una nuova recrudescenza del bradisismo negli anni Ottanta, il rione è stato per lungo tempo oggetto di restauro e riqualificazione, insieme al percorso archeologico sottostante. A partire dal 2014 è di nuovo aperto e visitabile ed aspetta ansioso di divenire il volano di un’attrazione turistica in grado di convogliare decine di migliaia di visitatori.
  
fig. 02 -  Rione terra
fig. 03 -  Rione terra

Per descrivere il Rione Terra di Pozzuoli, occorre inevitabilmente prendere a prestito un'espressione usata magistralmente da Alberto Angela in una puntata di Superquark “C'è un quartiere dove i capitoli della lunga storia di Pozzuoli si sono sovrapposti come pagine di un libro, il Rione Terra”. Nessuna espressione può essere più esatta di questa. Infatti di tutto il territorio puteolano, la rocca del Rione Terra è l'unico luogo che è stato protagonista di tutte le evoluzioni storiche. Dai primi anni della colonizzazione greca e romana fino all'epoca moderna. Secondo lo storico greco Strabone, la rocca era da considerarsi lo sbarco di Cuma e fu qui quindi che con ogni probabilità, nel 529 a.C., sbarcarono gli esuli dell'isola di Samo e fondarono Dicerachia, il governo dei giusti. Fu però in epoca romana che Pozzuoli e la rocca conobbero il loro periodo di maggior splendore. 
Pozzuoli per secoli è stato, prima della nascita di Ostia, il maggior porto di Roma e conseguentemente la città ne ebbe cospicui vantaggi economici. L'allora Puteoli divenne  una colonia romana nel 194 a.C. ed aveva proprio nella rocca il suo motore. Con la nascita del porto di Ostia prima ed il decadimento dell'Impero Romano poi, Pozzuoli cadde velocemente in declino, fino a che la vasta città che si estendeva fino a comprendere la moderna Bacoli, si ridusse proprio alla piccola rocca del rione Terra. È da questo momento (400 d.C. circa) che questo angolo di città inizia a “stratificarsi”. Le culture che si sono succedute hanno costruito le loro botteghe e le loro abitazioni su quelle che un tempo erano le mura romane.  
 L'esempio più lampante di questo fenomeno è senza dubbio il duomo della città di Pozzuoli (fig.4), che fu edificato proprio sulle mura del tempio di Augusto. Il duomo, costruito all'epoca della dominazione spagnola, ingloba il tempio di epoca romana, che a sua volta inglobava un tempio di età repubblicana risalente al 194 a.C., che venne già ristrutturato da Silla nel 78 a.C.
Il cuore palpitante da circa 2000 anni del Rione Terra è costituito dall’attuale Cattedrale, alla quale abbiamo dedicato un esaustivo saggio dal titolo esplicativo: Da un tempio greco romano alla cattedrale di Pozzuoli, al quale rinviamo il lettore che deve solo digitare il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=Da+un+tempio+greco+romano+alla+cattedrale+di+Pozzuoli+
mentre per approfondire la straordinaria pinacoteca (fig.5) in essa conservata si può consultare il mio articolo: Ammiriamo i big del Seicento napoletano digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=Dopo+mezzo+secolo+riapre+la+cattedrale+di+Pozzuoli+
Fino agli anni '60 il Rione Terra era ancora il centro vivace, per quanto popolare, della città ed il passare dei secoli avevano ormai nascosto le costruzioni dei tempi romani. Il 2 marzo del 1970 la rocca venne evacuata a seguito di uno dei frequenti sciami bradisismici della storia di Pozzuoli. Da qual momento in poi la zona sarà abbandonata fino ai primi anni '90, quando finalmente si decide di rimettere a nuovo quello che da sempre è stato il centro pulsante di una città dalla storia millenaria. Proprio durante i primi lavori di ripristino, la memoria romana è riaffiorata. Sotto il Rione Terra c'è un intero percorso archeologico quasi perfettamente conservato, che rende l'idea di come era  2000 e più anni fa. Senza esagerazioni si può dire che questa rocca sia un museo a cielo aperto di tutta la storia puteolana, dal 500 a.C. fino ai giorni nostri e non si può non visitarlo.
Il percorso archeologico sotterraneo del Rione Terra è un viaggio nell’antica colonia romana, Puteoli, fondata nel 194 avanti Cristo e divenuta presto porto commerciale di Roma. Il percorso è situato sotto la rocca di tufo che domina il golfo, tra Nisida e Baia  e si sviluppa lungo gli assi principali della città romana, cardini e decumani (fig.6). Il visitatore, passeggiando lungo le strade dell’antica Puteoli, verrà affascinato dall’architettura dei numerosi edifici, dai depositi di grano, dal forno per la lavorazione e la cottura del pane (pistrinum) con le macine quasi intatte, dai criptoportici, dalle botteghe e dai magazzini (fig.7). Il percorso archeologico è arricchito da installazioni multimediali che guidano il pubblico alla scoperta delle attività che si svolgevano nell’antica città.
Un’altra importante quanto sconosciuta attrazione culturale è costituita dal museo diocesano (fig. 8-9-10) sorto come strumento per contrastare, da un lato, lo stravolgimento e la quasi totale cancellazione della bi millenaria storia di Pozzuoli, a causa della trasformazione così profonda e repentina della diocesi locale durante il XX secolo e, dall'altro, consentire uno studio più approfondito delle tradizioni cristiane degli abitanti.

fig. 04 - Duomo di-Pozzuoli
fig. 05 - Coro, volta ed altare maggiore della cattedrale
fig. 06 - Antichi cardini
fig. 07 - Antiche botteghe
fig. 08 - Sale del museo diocesano
fig. 09 - Sale del museo diocesano
fig. 10 -San Paolo scrive a Filemone-Pozzuoli museo diocesano

La città di Pozzuoli nel corso della sua storia non ha mai avuto un museo diocesano poiché tale funzione era supplita dalle numerose chiese presenti nel territorio, che contenevano opere d'arte di valore: fra queste la più importante era il duomo di San Procolo, situato sul Rione Terra, che è stato per secoli il motore della città e della diocesi. Nel maggio 1964 il suo incendio ha causato la perdita di una gran parte del patrimonio artistico cittadino.
Inoltre, l'evacuazione del rione Terra nel 1970 e del centro storico nel 1983-1984 a causa del bradisismo, con la creazione di nuovi quartieri assai distanti dai luoghi d'origine, e l'immigrazione di residenti provenienti da aree limitrofe hanno determinato un sovvertimento nella percezione e nella fruizione del territorio da parte degli abitanti e una quasi totale dimenticanza dei capolavori artistici ancora presenti sul territorio.
Per salvaguardare la memoria della storia dell'arte puteolana già alla fine degli anni '70 l'allora vescovo di Pozzuoli Salvatore Sorrentino pensò all'apertura di un museo diocesano del quale fu allestita nel 2000 una prima sezione presso gli ambienti della Curia al villaggio del fanciullo per volontà del suo successore monsignor Padoin. La sede definitiva è stata inaugurata il 20 maggio 2016 presso i locali del palazzo vescovile al Rione Terra un tempo ad uso del seminario diocesano.
Oggi il tempo sembra essersi fermato, con centinaia di appartamenti e decine di botteghe, completate da anni e che attendono di essere occupate (fig.11–12–13). Di giorno splende il sole di notte non circola anima viva, ma solo tenebrosi fantasmi, di cui ci pare di udire la voce che implora: fate presto! Sono certamente gli spiriti degli antichi abitanti del luogo, che conservano intatto il segreto e la forza dei puteolani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente, del quale si sono scocciati per cui da oggi debbono divenire attivi artefici del loro destino.

Achille della Ragione

fig. 011 - Ingresso rione terra
fig. 012 - Una stradina
fig. 013 -Affacciati sul mare

mercoledì 5 settembre 2018

Perché si sceglie di essere cremati


Il Mattino - 5 settembre 2018, pag. 38


Nella nostra cultura la sepoltura dei defunti rappresentava una scelta obbligata.
Da alcuni anni mi capita di discorrere di morte con amici e conoscenti e tutti affermano categoricamente che desiderano essere cremati. Quando chiedo il perché di questa scelta vengono addotti due motivi, il primo economico, il secondo per evitare il fastidio ai figli di dover  recarsi sulla tomba a deporre un fiore.
La Chiesa si è pronunciata sulla cremazione, affermando che la pratica è tollerata purché non costituisca nelle intenzioni offesa alla materialità della salma, ma ha stabilito che le ceneri debbano essere deposte in un luogo sacro, non conservate a casa.
Forse perché posseggo una nicchia di famiglia, desidero lasciare ai posteri un segno del mio passaggio terreno, con la segreta speranza che in futuro, migliorate le tecniche di clonazione, qualche discendente deciderà di farmi rivivere.

Achille della Ragione


La cremazione è uno dei più antichi e diffusi riti funebri. Appare nel Neolitico, Greci ed etruschi la ritenevano un atto di purificazione, In epoca romana ricchi e potenti celebravano funerali sontuosi con pire di legni pregiati. Con il Cristianesimo la cremazione fu abolita e anche l'Islamismo impose l'inumazione.
Einstein, Gandhi, Garibaldi e Jack London vollero essere bruciati. Il vostro cronista non ha ancora deciso, spera di aver tempo sufficiente per riflettere bene.

Pietro Gargano



Il sogno infranto di Pozzuoli città industriale

fig. 1 - Stabilimento Armstrong Pozzuoli

Il sogno di cui parleremo ora è stata una vivace realtà per quasi  cento anni e solo negli ultimi decenni del secolo scorso è svanito nel nulla.     
Due sono state le punte di diamante tra le tante industrie che costellavano il territorio: la mitica fabbrica metallurgica Armstrong (fig.1) e lo stabilimento Olivetti (fig.2).
Tutto comincia nel 1885, quando l'industria britannica Armstrong, che costruiva armi per le forze armate di tutto il mondo decise di impiantare a Pozzuoli una fabbrica metallurgica per la costruzione di artiglierie navali, lungo la costa, su un'area di 50mila metri quadrati, dove anticamente, secondo la tradizione, sorgeva l'Accademia fondata da Cicerone.
La fabbrica ha costituito un'importante realtà industriale del napoletano, ma soprattutto un'importante fonte di reddito per la maggior parte delle famiglie puteolane; nel 1886 vi lavoravano 250 operai che diventarono 4.000 nel 1911 e 5000 nel 1916 (fig.3). Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nello stabilimento venne costruito gran parte dell'armamento delle navi da battaglia Dante Alighieri e di quelle delle classi Cavour e Duilio, in particolare l'armamento principale costituito dal cannone 305/46 Elswick Pattern "T" (fig.4) che ha equipaggiato la corazzata Dante Alighieri e le corazzate Cesare e Duilio; lo stabilimento divenne la maggiore fabbrica di cannoni (fig.5) e di siluri (fig.6) in Italia. All'inizio del Novecento alla lavorazione meccanica venne abbinata quella siderurgica. Lo stabilimento era favorito dalla posizione, con la collocazione sul mare, con un grande pontile lungo 200 metri, fornito di binari ferroviari (fig.7) che si estendevano per sette chilometri all'interno della fabbrica. La posizione consentiva l'approdo delle navi da carico (fig.8) che portavano il carbone e il minerale ferroso e anche delle navi militari, in cui dovevano essere imbarcati i cannoni. Nel corso della prima guerra mondiale lo stabilimento ebbe una grande espansione produttiva cui sarebbe seguito un periodo di crisi dopo il 1919, a causa della fine dell'economia bellica, che provocherà il passaggio nel 1929 al gruppo Ansaldo e l’inizio della fine.
 Dopo la seconda guerra mondiale il complesso assunse il nome di  Stabilimenti meccanici di Pozzuoli e venne progressivamente abbandonata la produzione bellica, per dedicarsi alla produzione meccanica: fucinatura, stampaggio e carpenteria. Nel primo periodo dopo la guerra poiché le commesse civili tardavano a decollare, venne sviluppato e costruito per la Marina Militare un moderno pezzo d'artiglieria navale, il cannone antiaereo da 76/62 mm denominato tipo SMP3, cioè da tre pollici, da cui scaturisce la sua sigla “SMP-3”, imbarcato sulle corvette Albatros e sulle corvette dello stesso tipo realizzate nei cantieri italiani per la marina danese e olandese. La produzione di questo cannone fu l'ultima commessa militare di questi stabilimenti, in quanto la Marina Militare decise di affidare la produzione delle sue artiglierie navali agli stabilimenti Oto Melara di La Spezia.
Nel 1948 gli stabilimenti passarono sotto il controllo dell'IRI, come diramazione della finanziaria Finmeccanica. Inizia così anche la costruzione di materiale rotabile ferroviario prima con l'insegna degli stessi S.M.P. per proseguire nel 1957 con l'Aerfer ed infine nel 1967 con la SOFER (fig.9).
Negli anni Cinquanta gli stabilimenti vengono rilevati dalla IMAM (Industrie meccaniche aeronautiche meridionali SpA) che a sua volta venne inglobata dalla Aerfer, società di Finmeccanica costituita il 26 luglio 1955 per raggruppare le attività del polo aeronautico campano.
Nel 1967, in seguito alla scissione di questa società, lo stabilimento venne ceduto alla Sofer Officine Ferroviarie del gruppo EFIM, che l'anno seguente, in seguito alla ristrutturazione delle aziende del gruppo che operavano nel settore ferroviario, venne inglobata dalla Breda Ferroviaria.
Dopo una prima grande crisi nel 1993, nel 2003 gli stabilimenti sono stati chiusi dopo oltre 100 anni di attività e sono divenuti un fantasma, che incute vergogna più che timore.
 
 
fig. 2 - Ingresso stabilimento Olivetti Pozzuoli
   
fig. 3 -  Operai all'opera
fig. 4 - Cannone 30546 Elswick Pattern T
fig. 5 - Cannoni a volontá
fig. 6 - Lancia siluro
fig. 7 - Binari ferroviari
fig. 8 - Immagine dall'alto
fig. 9 - Sofer

Lo stabilimento Olivetti costruito negli anni Cinquanta su progetto di Luigi Cosenza è un felice esempio di integrazione architettonica nello splendido panorama della costa napoletana (fig.10).
Nel 1953 Adriano Olivetti (fig.11) decide di aprire una fabbrica di macchine calcolatrici a Pozzuoli, scelta che rientra nell'ambito dei progetti di pianificazione sociale del Movimento Comunità per offrire posti di lavoro nell'Italia meridionale, con salari sopra la media e soprattutto assistenza alle famiglie degli operai. In questo aspetto del progetto possiamo ipotizzare l’ispirazione all’operato degli illuminati sovrani borbonici, che, nel Settecento, crearono a San Leucio, in provincia di Caserta, il primo esempio di fabbrica modello per la vicinanza delle abitazioni degli operai al luogo di lavoro.
Olivetti è stato un personaggio unico nel panorama dei capitani d’industria italiani, paragonabile unicamente a Raffaele Mattioli, il celebre economista, il quale per il suo impegno a favore della cultura è spesso ricordato con l'epiteto del banchiere umanista. Egli assumeva tecnici di grande valore ma anche laureati con una tesi su Omero. Credeva fermamente in una fabbrica di persone solidali, che aiutasse i dipendenti a risolvere molti problemi al di là del lavoro. Una figura impensabile oggi, in un mondo di sfruttatori ed egoisti, che ha lasciato a Pozzuoli tracce tangibili del suo sogno.
Il progetto dello stabilimento fu affidato al celebre architetto napoletano Luigi Cosenza (fig.12), autore a Napoli di veri e propri monumenti all’ingegno ed alla operosità umana, quali il Mercato ittico ed il grattacielo della facoltà di ingegneria di Fuorigrotta.
I lavori furono molto veloci (fig.13) e solennemente all'inaugurazione nel 1955 Adriano Olivetti affermò: "Di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell'idea dell'architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell'uomo, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza".
Dopo l'inaugurazione, verranno costruite fino al 1970 nuove ale e costruzioni.
Il grande successo dei prodotti Olivetti negli anni ’50 sollecita l’espansione ed il decentramento della base produttiva. Da un lato si rafforzano gli investimenti all’estero (soprattutto in Sud America), dall’altro si ricorre a siti produttivi anche al di fuori del nucleo storico delle officine site in Piemonte a Ivrea.
In questo contesto si colloca il progetto per la costruzione di uno stabilimento a Pozzuoli.
La scelta della localizzazione non è motivata dalla prospettiva di sgravi fiscali o di altri incentivi pubblici, ma è frutto delle politiche di sviluppo economico e sociale, che in quegli anni Adriano Olivetti tenta di promuovere nel Sud di Italia.
Lo stabilimento è situato lungo la via Domiziana a pochi chilometri da Napoli, in una particolare posizione che domina il golfo partenopeo; copre una superficie totale di 30.000 metri quadrati (fig.14) e al momento della sua apertura accoglie 1.300 tra operai e impiegati.
I corpi della fabbrica sono progettati secondo uno sviluppo lineare per assecondare lo svolgimento dell’intero ciclo produttivo. Nella fabbrica, pensata in funzione di strategie aziendali che prevedono un incremento progressivo e graduale delle lavorazioni al Sud, inizialmente si producono addizionatrici manuali ed elettriche e alcuni modelli di macchine per scrivere (fig.15).
Tra le diverse soluzioni ipotizzate da Cosenza, quella vincente prevede la progettazione di una pianta a croce, che mentre soddisfa le esigenze della produzione riesce anche ad adattare i volumi dell’edificio alle pendenze del terreno, integrandosi perfettamente nel paesaggio.
Il progetto del verde e lo studio del colore per gli interni della fabbrica, su suggestione degli scavi archeologici dell’area vesuviana (forse unica concessione alla tradizione locale), sottolineano la volontà di coniugare le esigenze della società industriale con i valori comunitari di una società tradizionale, in sintonia con le idee di Adriano Olivetti.
Dal punto di vista tecnico è molto significativa la sezione dell’edificio pensata per convogliare all’interno il massimo della luce e creare così nei saloni di lavoro un’atmosfera luminosa, solare, come mostrano le immagini della fabbrica all’indomani della sua apertura (fig.16).
Il complesso produttivo comprende inoltre un centro di Formazione Meccanici e un laboratorio sperimentale, entrambi collocati in località Fusaro già a partire dal 1951.
Luigi Cosenza progetta in parallelo allo stabilimento anche un quartiere residenziale, che rientra nella visione socio-economica di Adriano Olivetti: i luoghi del lavoro devono integrarsi, per qualità e per vicinanza territoriale, con i luoghi dell’abitare.
Il progetto iniziale prevedeva la costruzione in località Fusaro (fig.17), a ovest di Pozzuoli, di due unità abitative di 28 e 10 alloggi ciascuna e di una serie servizi: colonia marina, asilo, scuola elementare, cinema-teatro, chiesa, negozi e locali per l’assistenza sociale e sanitaria.
In sede di realizzazione il progetto viene però modificato, anche per offrire ai dipendenti la possibilità di abitare in un'area più vicina allo stabilimento. Il quartiere sorge così a Pozzuoli nei pressi dell'anfiteatro romano, in un'area già fornita di vari servizi: i lavori si limitano quindi ai due lotti di edifici di abitazione. L'iniziativa è commissionata dalla Olivetti, mentre l’esecuzione avviene in gestione diretta da parte dell’INA-Casa, secondo una prassi già utilizzata a Ivrea nella realizzazione del quartiere di case per dipendenti di Canton Vesco. Il quartiere verrà ampliato con un terzo lotto di 24 alloggi nel 1963.
Lo stabilimento di Pozzuoli si presenta come un esempio forse unico di intelligente inserimento di una struttura industriale in un ambiente di grande bellezza naturale; una fabbrica di gradevole aspetto architettonico, movimentata dalla presenza di più corpi e da vari colonnati, immersa in una zona verde, con al suo interno una mensa, una biblioteca, spazi per il riposo, un laghetto, vialetti, sdraio per le ore di intervallo.
Nel corso degli anni vi sono state localizzate varie produzioni meccaniche ed elettroniche, finché sul finire degli anni ’80 è iniziata la progressiva conversione della fabbrica in sede di attività d’ufficio.
Dopo avere ospitato tra l’altro uno dei principali centri di ricerca e sviluppo della Olivetti, oggi lo stabilimento di Pozzuoli ospita, accanto ai laboratori del CNR, la sede decentrata di alcuni istituti universitari partenopei e società di servizi, tra cui uffici e call centre Vodafone, secondo un modello di riuso multifunzionale degli ex edifici industriali che mette sempre insieme ricerca e produzione.

Achille della Ragione

fig. 10 - Panorama  dallo  stabilimento Olivetti

fig. 11 - Adriano Olivetti
fig. 12 - Luigi Cosenza
fig. 13 - Cantiere in costruzione
fig. 14 - Visione dall'alto
fig. 15 - Catena di montaggio
fig. 16 - Interno dello stabilimento
fig. 17 - Case  dei lavoratori

sabato 1 settembre 2018

Villa Avellino, una succursale del paradiso terrestre


fig. 1 - Benvenuti


A differenza di Napoli, che da decenni permette che la Villa comunale, una volta reale, prospiciente il lungomare più bello del mondo: via Caracciolo, versi in uno stato pietoso di abbandono con edifici in rovina, statue imbrattate, cani randagi e cespugli inestricabili, Pozzuoli possiede  un giardino pubblico che è un vero e proprio gioiello: Villa Avellino (fig.1), una succursale del paradiso terrestre, divenuto da tempo parco pubblico (fig.2–3), dopo essere stato il giardino privato di una dimora nobiliare.

fig. 2 - Viali alberati
fig. 3 - Viali alberati

Vi è stato un periodo recente della mia vita che quasi ogni giorno, dalle 10 alle 12, ho frequentato Villa Avellino per recuperare pace e tranquillità perdute.
Bastavano pochi minuti di passeggiata "lento pede" per acquisire uno stato d'animo confinante con l'estasi.
Lasciavo l'auto nel capiente spazio antistante l'ingresso, presidiato da un anziano parcheggiatore abusivo, che si contentava anche di soli 50 centesimi, che contraccambiava con una serie di 3- 4 grazie affettuosi ed ossequiosi.
La prima sosta era presso il "laghetto", uno stagno frequentato da una miriade di vivaci pesci rossi e da una decine di simpatiche rane saltatrici.
Se avevo la fortuna di stare con i miei adorati nipoti ci si fermava a lungo nel parco giochi (fig.4), attrezzato e soprattutto gratuito.
Quando mi capitava di essere in romantica compagnia, di mia moglie o di qualche ammiratrice, era d'obbligo una sosta per ammirare lo splendido panorama (fig.5). 

fig. 4 -  Giostrine in Villa Avellino
fig. 5 - Panorama

Dopo una sosta di meditazione sulle antiche rovine archeologiche (fig.6–7–8), che ci rammentano il passato glorioso di Puteoli, quando la città, in epoca romana, era importante quanto Napoli se non di più, era d'obbligo, usufruendo dell'uscita secondaria (fig.9), una tappa ai tavolini del bar della piazzetta, ove servono un caffè del nonno strepitoso o dei gelati da far sballare il mio traballante diabete.
Dopo i ricordi personali vogliamo ora fornire ai lettori una descrizione più dettagliata della struttura e siamo certi che la voglia di visitarla al più presto sarà irresistibile.
La Villa Avellino (fig.10)  è un edificio storico di Pozzuoli, appartenuto prima ai principi Colonna di Stigliano, poi, per breve periodo, ai padri Benedettini della Congregazione di Montevergine. A causa del bradisismo discendente, che colpisce la località, i padri Benedettini furono costretti ad abbandonare il convento nel 1787. Con la soppressione dell'Ordine la proprietà passò ai duchi di Lusciano e fu venduta dagli eredi di questi ultimi il 15 marzo 1836 all'archeologo Francesco Maria Avellino. La proprietà passo seguito al Barone de Gemmis di Terlizzi
Il 13 gennaio 1980, il giardino della villa è divenuto di proprietà del Comune per essere adibito a parco pubblico (l'esproprio ha interessato un'area di circa 28.500 metri quadrati.  
La cappella di Sant'Andrea, in via Carlo Rosini, fu trasformata appena dopo il 1980 in ristorante, in questa opera furono distrutti gli stucchi e un bell'altare in marmo policromo.  
Nel 2011 nasce all'interno del palazzo finemente ristrutturato la residenza storica Villa Avellino. I lavori di restauro sono stati effettuati dagli attuali proprietari nel rispetto della storicità della struttura e dell'ambiente.  
Pare che all'interno del palazzo fossero custodite diverse opere pittoriche di valore che non sono state poi ritrovate, in particolare un dipinto del pittore puteolano Giacinto Diano, del quale si possono ammirare alcune opere nella chiesa di San Raffaele, a pochi passi dal Palazzo De Gemmis Villa Avellino.

Achille della Ragione

fig. 6 -   Reperti archeologici
fig. 7 -   Reperti archeologici
fig. 8 -   Reperti archeologici
fig. 9 - Uscita secondaria
fig. 10 - Villa Avellino

sabato 25 agosto 2018

Diana De Rosa, detta Annella Di Massimo

Ogni martedì, a partire dal 28 agosto, terrò una rubrica sulla pittura del Seicento napoletano, sul giornale telematico: “PuoiDirloQui”, inviato ogni settimana a mezzo milione di lettori.
ecco il primo articolo in anteprima


fig.1

Diana De Rosa, detta Annella Di Massimo
opere certe e nuove ipotesi attributive


Alla figura di Agostino Beltrano è indissolubilmente legata quella di Diana De Rosa, la famigerata Annella di Massimo del racconto dedominiciano, moglie del pittore e pittrice anch’ella, nell’ambito della scuola stanzionesca.
Diana era la sorella maggiore di Pacecco De Rosa e, secondo il De Dominici, allieva dello Stanzione «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella».
Anche le sue sorelle Lucrezia e Maria Grazia, la quale sposò Juan Do, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane», vezzeggiativo che fu poi ereditato dalle tre figlie di Maria Grazia, anch’esse bellissime.
Pur se citata dalle fonti e resa famosa dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi «una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con certezza.
Sicuri sono i dati anagrafici, 1602-1643, resi noti dal Prota Giurleo.
Il De Dominici ciarlava che Annella, allieva di Massimo Stanzione, fosse la pupilla del maestro, il quale si recava spesso da lei, anche in assenza del marito per controllare i suoi lavori e per elogiarla. Una serva della pittrice, che più volte era stata redarguita dalla padrona per la sua impudicizia, incollerita da ciò, avrebbe riferito, ingigantendone i dettagli, della benevolenza dimostrata dal «Cavaliere» verso la discepola, scatenando la gelosia di Agostino, il marito, il quale accecato dall’ira, sguainata la spada, spietatamente le avrebbe trafitto il seno. A seguito di questo episodio il Beltrano, pentito dell’enormità del suo gesto ed inseguito dall’ira dei parenti di Annella, si rifugiò prima a Venezia e poi in Francia dove visse molti anni prima di ritornare a Napoli.
Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più a tale favoletta, anche se il nomignolo di «Annella di Massimo» che dal Croce al ProtaGiurleo, dal Causa a Ferdinando Bologna unanimemente si credeva fosse stato inventato in pieno Settecento dal De Dominici è viceversa dell’«epoca», essendo stato rinvenuto in alcuni antichi inventari: in quello di Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del principe Capece Zurlo del 1715. In entrambi vengono riferiti dipinti assegnati alla mano di «Annella di Massimo».
Questa nuova constatazione fa giustizia della vecchia diatriba tra il comune di Napoli ed il Prota Giurleo, indispettito che una strada della città fosse dedicata ad un nome inesistente e convinto che dovesse ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio. Come pure, alcune contraddizioni inducevano Raffaello Causa a respingere a priori la tesi di Roberto Longhi, pur con la diplomatica frase «segno distintivo di sicuro riconoscimento», di ravvisare nella sigla «ADR», scoperta sotto uno straordinario dipinto, oggi ad ubicazione sconosciuta, le iniziali della pittrice, perché ella si chiamava Dianella e non Annella.
Anche il Bologna, di recente, ribadendo che «è storicamente impossibile prima della pubblicazione e della fortuna della biografia dedominiciana» l’autenticità della sigla, ha ritenuto che essa fosse apocrifa, «anche nel ductus grafico» ricollocando, come è opinione anche del Pacelli, le opere precedentemente assegnate ad Annella nel catalogo di Filippo Vitale e della sua cerchia.
Il Longhi fu il primo che tentò una ricostruzione ragionata del corpus di Diana De Rosa sulla guida di una sigla da lui identificata sotto un pregevole quadro, rappresentante l’Ebrezza di Noè, già in collezione Calabrese a Roma ed oggi purtroppo ad ubicazione sconosciuta. Per affinità stilistica egli assegnò così altre tele alla pittrice, il cui catalogo è stato in seguito ampliato fantasiosamente dal Fiorillo in una pubblicazione molto criticata.
La tradizione assegna alla De Rosa, oltre ai lavori nel soffitto della Pietà dei Turchini, anche un dipinto per la chiesa di Monte Oliveto, oggi S. Anna dei Lombardi, ed uno nella sacrestia della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone: tutte opere di cui oggi non v’è più traccia. La difficoltà maggiore nell’identificare opere sicure di Annella dipende, in base a ciò che raccontava il De Dominici e come suggeriva anche il Causa alcuni anni fa, dalla circostanza che ella collaborava attivamente ad opere sia dello Stanzione che del Beltrano, senza però quasi mai completarle.
Oggi le uniche opere che ragionevolmente possono essere assegnate alla De Rosa sono, come invita a considerare anche il Bologna, le due tele che entrando nella chiesa della Pietà dei Turchini si possono vedere ai lati dell’altare e che probabilmente sono le stesse che il De Dominici collocava nel soffitto, che come vuole la tradizione e le antiche guide napoletane, era decorato da una serie di dipinti su tela commissionati entro il 1646 a Giuseppe Marullo, particolare confermato anche da documenti reperiti da Nappi. Le due tele rappresentano la Nascita e la Morte della Vergine (fig.1-2) ed il De Dominici con una precisione dettagliata dei temi rappresentati le assegna ad Annella De Rosa, per la cui commissione presso i governatori della chiesa si era mobilitato lo Stanzione in persona.
L’affinità stilistica delle due opere con la produzione stanzionesca degli anni Quaranta è fuori discussione, come la sua qualità elevata, per cui per i futuri studi bisognerà decidersi a partire da questi due dipinti.
Molto di recente, dopo il restauro delle due tele della Pietà dei Turchini, che hanno rivelato pesanti ridipinture in grado di alterarne profondamente la lettura è stato pubblicato un articolo della Petrelli, il quale riepiloga lo stato delle conoscenze attuali sulla pittrice. 
Inoltre un tentativo di allargarne lo scarno catalogo è stato avanzato dal Porzio, il quale, nel redigere la scheda di uno Sposalizio della Vergine (fig.3), proveniente dalla chiesa di San Giovanni Maggiore ed oggi nelle sale del museo diocesano di Napoli, ha sottolineato “il ripetersi degli stessi tipi fisiognomici tra il quadro in esame e la Nascita della Vergine ed ha pensato di attribuire, anche se col beneficio del dubbio, l’opera alla De Rosa; ipotesi coraggiosa, che può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto.
Per un collegamento con gli altri artisti che lavorano in quegli anni a Napoli e con l’ambiente familiare, nel quale sono attivi numerosi pittori, rinvio alla mia monografia Massimo Stanzione e la sua scuola.
 http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/massimo-stanzione-e-la-sua-scuola.html

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È possibile contattare Achille Della Ragione all’indirizzo: a.dellaragione@tin.it
Un nuovo appuntamento con questa rubrica è previsto per il primo martedì del prossimo mese.

C’era una volta a Posillipo un Gran premio automobilistico internazionale

fig.1 - Partenza nel   1948

Pochi ne hanno memoria, neanche i napoletanisti più incalliti, che non ne danno notizia nei loro libri, ma a Napoli si è svolto per circa 30 anni un gran premio automobilistico di importanza internazionale (fig.1) al quale hanno partecipato i più celebri piloti del mondo
Il circuito, alla pari del famoso Gran Premio di Monte Carlo, era cittadino e si dipanava tra le strade del quartiere chic della città: Posillipo e poteva sfruttare il lungo rettilineo del viale Virgiliano (fig.2), da poco costruito da un cavaliere senza macchia e senza paura: Benito Mussolini. La foto che abbiamo proposto risale al 1931 e fa parte di un volume sulla Campania, della serie sulle regioni italiane, stampato dal Touring club in oltre mezzo milione di copie, in un momento storico in cui i libri erano considerati merce preziosa, venivano conservati con rispetto ed esposti orgogliosamente nei salotti delle famiglie borghesi.
Della corsa ho un vivido ricordo, avendo assistito più volte alla gara, anche se ero poco più di un bambino, ma stranamente, più che i bolidi roboanti (fig.3), rammento le ubiquitarie balle di paglia (fig.4), che circondavano il percorso e che aumentavano di volume nelle curve, dove il pericolo di uscire dalla pista era maggiore.
Il lettore mi scuserà se faccio notare, dall’esame di alcune foto, il procedere dei lavori che hanno portato nel tempo alla costruzione della mia villa. Nella prima foto (fig.5) si nota soltanto la porzione di destra, dominata da una torre medioevale sulla quale in passato si apriva un balcone. Nella foto successiva (fig.6) si evidenzia un cospicuo aumento volumetrico con la nascita di un’ampia balconata. Infine nel 1994, dopo essere divenuto proprietario della villa nel 1980, ho edificato (e condonato) un 5° piano, che si appoggia sulla torre dalla quale è scomparso il balcone.
  
fig,2 - Viale Virgiliano
fig,3 - Schieramento di partenza nel 1955
fig,4 - Un uomo in fuga
fig,5 -  A grande velocitá
fig,6- Bolidi in fuga

Ritorniamo ora alla storia della corsa con la prima edizione del Gran premio di Napoli che si svolse nel 1933. In origine era chiamata "Coppa Principessa del Piemonte", in onore della moglie di Umberto di Savoia, Maria José, Il percorso si sviluppava su circa 4 chilometri del circuito cittadino (fig.7) di Posillipo che regalava a pubblico e addetti ai lavori lo splendido scenario del golfo visto dall’alt o della collina. L’ultima edizione si è svolta nel 1962 per un totale di 20 edizioni.
I circuiti cittadini avevano la particolarità, ed il fascino, di mettere il pubblico a diretto contatto con piloti e macchine e gli permetteva di “vivere” la corsa dai bordi del  tracciato delimitato da semplici balle di paglia, protezioni quasi inutili per pubblico e piloti.
Gli spettatori, non potendo contare né su maxischermi né su informazioni in tempo reale  attendevano con trepidazione il passaggio dei piloti proiettando lo sguardo ed il corpo verso l’uscita della curva che precedeva il proprio punto di osservazione.
I piloti consideravano il tracciato partenopeo come uno dei più difficili a livello internazionale. “Quello di Posillipo – raccontava Manuel Fangio (fig.8), che non riuscì mai a vincere qui – era un tipico circuito cittadino e nascondeva tante insidie, come gli spigoli dei marciapiedi, per non dire degli alberi lungo i tratti in discesa, ai lati della strada. Un vero incubo”.
La manifestazione richiamò sin dagli inizi molti piloti, anche di rango internazionale; il programma di gara prevedeva una suddivisione in gruppi delle vetture partecipanti, a seconda della cilindrata: Alfa Romeo, Bugatti, Ferrari, Maserati, Osca, Stanguellini sono solo i nomi dei marchi più prestigiosi che parteciparono alle varie edizioni.
Con la  denominazione Coppa Principessa di Piemonte ebbe luogo nel 1933, 1934, 1937, 1938 e 1939.
Al termine del secondo conflitto mondiale la manifestazione ripartì nel 1948 assumendo la denominazione di Gran Premio Napoli – Circuito di Posillipo; il GP
fu organizzato ininterrottamente fino al 1962, anno dello stop definitivo.
Inizialmente vennero ammesse le Formula 2 seguite poi dalle Sport/Prototipo; a partire dal  1954 presero parte alla manifestazione anche le Formula 1,  benché la gara  non avesse validità per il Campionato del Mondo.
Nell’anteguerra il nome più prestigioso tra i vincitori è quello di Tazio Nuvolari(fig. 9) che vinse l’edizione del 1934 alla guida della Maserati 6C 34.
La prima edizione del dopoguerra, quella del 1948, fu vinta da Luigi Villoresi alla guida di una Osca 1100.
Al circuito di Posillipo sono legati piloti del panorama automobilistico internazionale; oltre ai già citati Nuvolari e Villoresi, furono protagonisti del GP partenopeo Nino Farina (il primo Campione del Mondo di Formula 1 nel 1950), vincitore nel 1937 e poi ancora nel 1952 e nel 1953; Luigi Musso, che si aggiudicò l’edizione del 1954; Giancarlo Baghetti, che vinse nel 1961; all’edizione del 1959 si registrò la partecipazione anche di Alejandro De Tomaso (che poi diventerà prima costruttore e poi industriale delle 2 e delle 4 ruote) alla guida di una OSCA 1500 e infine citiamo Alberto Ascari(fig. 10) (Campione del Mondo di Formula 1 nel 1952 e nel 1953) che vinse le edizioni del 1951 e del 1955; questa, disputata l’ 8 maggio, fu l’ ultima vittoria del pilota milanese in Formula 1 perché il 26 maggio Ascari, reduce da un incidente al GP di Monaco, morirà vittima di un tragico incidente all’Autodromo di Monza.
Dunque il recordman di vittorie è Nino Farina che, come abbiamo ricordato, si aggiudicò 3 edizioni del Gran Premio, nel 1937, 1952, 1953.
Tra le vetture ricordiamo la tripletta della Ferrari che nella XIV edizione del 1957 piazzò i suoi piloti sui tre gradini del podio, con, nell’ordine, Peter Collins, Mike Hawthorn, e Luigi Musso.
Rombo di motori, bandiere a scacchi, tribune stipate di folla (fig.11). Il mondo della Formula 1 affascina per decenni gli amanti dell'automobilismo. Storie irripetibili, fatte di campioni indimenticabili e imprese memorabili. C'è stata un'epoca in cui anche Napoli faceva parte del Circus. In verità la F1 non è mai sbarcata per davvero all'ombra del Vesuvio, ma la Coppa Principessa del Piemonte, nota anche come Gran Premio di Napoli, ha fatto parte per anni del calendario internazionale delle competizioni automobilistiche. La gara non era valida per il campionato mondiale di Formula 1 ma rappresentava uno degli appuntamenti extra classifica, valido per il campionato F2.
Il circuito - lungo 4,8 chilometri - era a Posillipo, nei pressi del Parco Virgiliano. Il rettilineo finale  era sito in viale Virgilio e le auto, procedendo in senso antiorario, svoltavano per via Tito Lucrezio Caro, facendo una morbida curva a sinistra, da dove iniziavano la discesa. Arrivavano a discesa Coroglio, girando a sinistra verso via Boccaccio e proseguendo poi per  via Pascoli. I bolidi sfrecciavano per via Padula, svoltando nuovamente a sinistra su via Manzoni che li riportava al rettilineo di viale Virgilio. Era un circuito tecnico con curve veloci e impegnative, teatro di sfide emozionanti su strade panoramiche. Immaginate le auto da corsa sfrecciare con il mare dei Campi Flegrei sullo sfondo. Uno spettacolo.
  
fig.7 - Mappa del circuito
fig.8 - Manuel Fangio
fig.9 - Tazio Nuvolari
fig.10 - Alberto Ascari
fig.11 - Tribuna d'onore


Sulle strade posillipine si fronteggiarono dal 1934 al 1962 - con alcune pause - i grandi nomi dell'automobilismo. Campioni come Tazio Nuvolari, Nino Farina e Peter Collins scrissero il loro nome nell'albo d'oro del Gran Premio di Napoli. L'impresa più emozionante, però, resta quella di Alberto Ascari nel 1955. La vittoria a Posillipo dell'8 maggio fu l'ultima del grande campione che morì due settimane dopo a Monza. Ascari aveva già vinto a Napoli nel 1951. Era un'amante del circuito partenopeo e nonostante i tanti impegni decise di portare la sua Lancia D50 ai nastri di partenza del Gp partenopeo. E vinse. Sotto il sole napoletano la monoposto rossa di Ascari tagliò il traguardo per prima. I napoletani, grandi tifosi del pilota milanese, lo portarono in trionfo.
Erano gli anni del dualismo con l'argentino Fangio e vincere a Napoli rappresentava una spinta morale in vista degli appuntamenti ufficiali del mondiale di F1. Per uno scaramantico come lui era un'iniezione di fiducia niente male. Quell'ultimo urlo del grande campione - sedici giorni prima dell'incidente mortale durante i test del Gran Premio Supercortemaggiore a Monza - consegnò il Gp di Napoli al mito. Il sorriso di Ascari portato in trionfo restò nel cuore dei partenopei che, il 26 maggio 1955, appresero dalla radio la notizia della morte del proprio beniamino.
Il vincitore dell’ultima edizione, nel 1962, è stato Willy Mairesse su Ferrari Dino 156 Formula 2.
A partire dal 1998 viene organizzata in città la rievocazione storica del Gran Premio, che riporta le auto d’epoca ad affollare le vie di Posillipo e Mergellina.e vivo della corsa e di provare le stesse emozioni dei piloti e degli spettatori.l
A conclusione del nostro articolo proponiamo al lettore alcuni brevi filmati dell’Istituto Luce, che ci permettono di entrare nel vivo della corsa e di provare le stesse emozioni dei piloti e degli spettatori


fig.12 e 13 - Villa di Achille








Achille della Ragione


Quanti errori nella storia di Napoli


 il Roma - Il Giornale di Napoli:  lunedì 20 agosto 2018 pag.33


DI VALENTINA CAPUANO

Il saggio di Achille Della Ragione riprende e amplia una serie di falsità già denunciate da Benedetto Croce e Matilde Serao



“La vera storia di Napoli è piena di errori madornali, tramandati anche da studiosi celebri come Benedetto Croce e Matilde Serao. Metterli in risalto non può essere considerato un atto di lesa maestà”.
A dichiararlo è Achille Della Ragione, autore di “Errori e bugie sulla storia di Napoli” (edizioni napoletane arte) e di innumerevoli altri volumi , come le trilogie “Scritti sulla pittura del ’600 e del 700 napoletano” e “Napoletanità, arte, miti e riti a Napoli”.
Il suo volume, corredato da significative e preziose illustrazioni dei luoghi e delle opere d’arte più rappresentative della nostra città e dei personaggi più rilevanti, ripercorre la storia di Napoli attraverso un prezioso lavoro di ricerca svolto frequentando archivi storici o attingendo a fonti meno note, ma ritenute attendibili, quelle di alcuni colleghi napoletanisti.
Ed ecco che, dopo un lavoro accurato, durato circa tre anni, l’autore svela al lettore molti aspetti inediti della storia di Napoli, segnalando, doverosamente, alcuni eclatanti falsi storici.
Tra questi, uno dei più singolari è quello legato alla storia della sfogliatella, dolce partenopeo conosciuto nelle sue tre declinazioni: liscia, frolla e santa rosa. Il dolce, molto diffuso già dal 600’, come attestano molti documenti d’archivio e immagini pittoriche, si è creduto fosse nato in ambito monastico, e più precisamente in un convento di Conca dei marini, sulla costiera amalfitana, tra il quindicesimo ed il sedicesimo secolo, laddove, invece, attraverso alcuni documenti in lingua latina è stato possibile retrodatare l'invenzione invenzione a circa 2000 anni fa.
Abbastanza piccante e fantasiosa la storia riportata dall’autore: pare che la sfogliatella riccia, con la sua forma triangolare ed il delizioso ripieno, evocativa del sesso femminile, fosse offerto a virili giovani impegnati in riti pagani che si svolgevano all’interno della grotta di Piedigrotta, all’interno della quale si svolgeva in settembre il culto della Vergine genitrice. Riti di fecondità, quindi, che coinvolgevano, ipotizza l’autore, alcuni sacerdoti ai quali giovani donne offrivano queste prelibatezze per corroborarne la virilità.
Ma sono altri gli argomenti che appassionano, evidentemente l’autore che si reputa, un appassionato meridionalista, ma al tempo stesso fieramente impegnato nella divulgazione della storia, anche più recente di Napoli.
Ad esempio non nasconde, ma anzi difende strenuamente l’operato politico ed amministrativo dell’armatore Achille Lauro, per decenni accusato, ingiustamente, del “sacco edilizio“ di Napoli.
Ma a smentire questa teoria infondata e di parte basterebbe, a suo dire, solo osservare un quadro: la celebre “Tavola Strozzi”, ubicata nel museo di Capodimonte, dalla quale si evince un’urbanizzazione selvaggia che risale, evidentemente ad epoche anteriori. Le sue argomentazioni a riguardo (contenute anche nel suo volume “Achille Lauro Superstar”) partono da una conoscenza precisa e dettagliata delle leggi e dei piani regolatori della città, dalla quale giunge alla conclusione che non sia difficile imputare a circa 2000 anni fa.
Imputare la speculazione edilizia e la cementificazione selvaggia alla criminalità organizzata e ai politici collusi, oltre che ad una storia pregressa, una storica tendenza che parte dal lontano '500 e da Pedro de Toledo, a costruire in verticale.
Bugie e falsità non risparmiano neanche la storia dell’alimento più famoso a Napoli: la pizza margherita, così denominata, secondo la storia ufficiale perché sarebbe stata creata ed offerta , per la prima volta alla regina Margherita di Savoia.La sovrana, narra la leggenda , avrebbe particolarmente gradito questa
nuova tipologia di pizza, offertagli, secondo la fonti, nel 1889 da Raffaele Esposito, pizzaiolo della pizzeria Brandi. Tuttavia, questa storia molto diffusa è stata smentita da un noto napoletanista, Angelo Forgione. Da fonti certe, come ad esempio un testo del filologo Emanuele Rocco del 1849 e da un altro volume risalente addirittura al 1830 (“Napoli contorni e dintorni”) si evince che la pizza Margherita già esisteva ed era accuratamente descritta così come la conosciamo oggi.
Ma l’orgoglio meridionalista di Achille Della Ragione, ben lungi dal sottolineare con consueto vittimismo le avverse sorti dei meridionali schiacciati dal Nord, evidenzia i primati del sud, spesso poco noti, come la nascita del Futurismo nel 1909, che avvenne a Napoli dove il Manifesto di Marinetti fu pubblicato sul periodico “La tavola rotonda” (per poi essere ufficializzato il 29 aprile del 1910 al Mercadante di Napoli), o la scoperta della penicillina, che erroneamente venne attribuita Fleming (e che gli permise di vincere il Nobel nel 1945), laddove è attribuibile al giovane Vincenzo Tiberio, giovane studente di medicina che già nel 1895 aveva testato l’efficacia della stessa senza ottenere alcun riconoscimento.