sabato 9 novembre 2013

UNA VESTALE DELLA CUCINA

Alba Pezone

Una (quasi) napoletana a Parigi. Non è il titolo di un libro, ma il leitmotiv di questa storia. Che parla di ziti al sugo. Di mani laboriose. Di libri golosi. E di una donna: capelli corti, sorriso virale, curiosità irrefrenabile, gusto per le cose buone. La prima volta che l’ho scoperta, è stata attraverso un libro sulla pasta. In copertina c’era un tubettone al pomodoro. Dentro, quaranta ricette d’autore per interpretare il prodotto mediterraneo per eccellenza. Leggerlo regalava la possibilità di immergersi in un mondo speciale. Il mondo di Alba. C’era anche lei, infatti, nelle foto (bellissime, di Laurence Mouton). In una provava a fare un ragù con lo chef Alfonso Iaccarino. In un’altra scolava degli scialatielli con Libera Iovine. Oppure annusava un sugo ai capperi con Agata Parisella. Ed era quasi scontato chiedersi: perché una food writer che vive a Parigi, e che lì è gettonatissima dalle riviste specializzate (Elle, Vogue, Côté Sud), decide di partire armi e bagagli e raccontare il Sud dell’Italia e le sue eccellenze gastronomiche per poi raccoglierle in un libro? Semplice: perché Alba Pezone è campana. Anzi, per la precisione è di Parete, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta. Da lì è andata via ragazzina alla volta di Parigi, portandosi dietro (come tutti gli emigranti, soprattutto quelli volontari) suoni, ricordi e sapori della sua terra. L’ha raccontato proprio lei in prima persona: «Parete per me resta ancora il ragù della domenica, il volo dell’angelo, le polpette dolci di nonna Rosa, i carciofini arrostiti sul terrazzo della zia, le granite al limone nei pomeriggi estivi. Ecco, da quando ho lasciato la mia terra, la cucina mi è servita a curare la nostalgia». Prima l’Università, dove studia marketing. Poi il lavoro, per otto anni, al ministero della Difesa. Infine il bisogno di prendersi una pausa. E la decisione di seguire la sua passione di sempre: la cucina. Si iscrive a una scuola. Non il Cordon Bleu... Ma una molto meno “mondana”: la Scuola professionale Ferrandi della Camera di commercio. Ne esce con due diplomi: Cucina e Pasticceria. E uno stage da Gérard Mulot. Tutte esperienze che ha subito fatto fruttare. Scrive un primo libro. Poi un secondo. «Ed è arrivato il momento in cui mi sono detta: perché non fare della mia passione un mestiere?». Così è cominciato tutto. Con l’idea, nel 2004, di aprire una sua scuola nel cuore di Parigi: Parole in cucina.
Oggi racconta soddisfatta: «La maggior parte dei miei allievi sono gourmets che adorano l’Italia e la sua tradizione gastronomica. Una sorta di table d’hôte per appassionati. Che poi si trasforma molto spesso in un club di amici. Il ricettario è quello classico: il tiramisù, la pizza, il ragù...». Sono i piatti dell’infanzia che guidano le mani di questa signora entusiasta e appassionata. Anche nelle sue lezioni, dove la cucina napoletana, ovviamente, è sempre sullo sfondo. Alba si lascia guidare da quella che lei stessa definisce la cucina della nostalgia. Così questa Amélie napoletana ha stregato i parigini. Il suo segreto? «Imparare a gustare il cibo. Spesso le mie lezioni sono anche sulla qualità della pasta, ad esempio. Perché capire e riconoscere cosa è buono e cosa no secondo me è la sola base possibile per imparare a cucinare. Per esempio, se l’acqua di cottura resta pulita e non bianca, vuol dire che l’amido non ha abbandonato la vostra pasta. E che quindi è ottima».
In Italia questa cuoca della memoria è nota, ma forse non celebrata a dovere. Il 19 settembre però è uscito il suo nuovo libro Pizza (Guido Tommasi): un viaggio fotografico e gastronomico, davvero singolare, nel mondo di questo cibo oramai di diffusione mondiale. Lei, Alba, ovviamente ha fatto il reportage alla sua maniera. E cioè è andata da tre dei pizzaioli più famosi (e geniali) di Napoli a studiare i loro segreti. Immortalandoli in immagini davvero suggestive. Il risultato è splendido. Unica pecca, forse, la poca chiarezza sulle dosi e le qualità del lievito, che potrebbe indurre i neofiti in qualche incertezza. Per il resto, un libro da tenere nella biblioteca gourmande, conservandolo gelosamente. D’altronde, quante volte si era sentita chiedere: «Alba dove vado a mangiare una buona pizza?». Di qui, l’idea di mettere nero su bianco le sue idee. Da campana in terra di Francia. Così è tornata nella sua città per raccontare la pizza, ha visitato le pizzerie giuste e ha fatto un approfondito lavoro di ricerca sul campo assaggiando decine di pizze. È andata di locale in locale a provare le pizze di Enzo Coccia, di Franco Pepe, di Ciro Coccia, di Gino Sorbillo e di Enzo Piccirillo. Ha scritto le ricette di ogni pizza: dalla margherita alla marinara, dalla pizza al tonno e cipolla a quella con provola e friarelli e poi le ricette dei calzoni, dei fritti e delle frittate. Aggiungendo anche quelle sue: personali interpretazioni del piatto base. Le ha chiamate: le ricette di Alba. E si deve ammettere che sono di grande impatto. Il tutto condito con le fotografie di Laurence Mauton.
La cuoca che è in lei, comunque, da anni ha soprattutto un obiettivo: insegnare anche ai francesi che cosa si intende per convivialità italiana: «È un modo di stare insieme, un luogo privilegiato di scambi. Si pranza e si cena in famiglia. Senza formalità, come a Parigi. A casa mia, le persone che passavano a salutare magari si fermavano a cena. Anche se non era stato previsto. Questa è la meraviglia e la magia della nostra tradizione». Una sola cosa, la sorridente Alba, ci tiene a smentire: il mito della mamma italiana. «Oggi è sbiadito. Le donne italiane cucinano meno che in passato, e sono sempre di più quelle che ricorrono alle scuole di cucina per imparare. Io credo che la mamma italiana sia stato un fenomeno generazionale, ma attenzione: insisto sul fatto che queste “mamme” non hanno mai pensato che cucinare per la famiglia fosse un obbligo. Non c’è mai stato del machismo. Cucinavano perché amavano farlo. Questo è stato il loro segreto».

Ed ecco una sua ricetta

Pizza alle pere, noci, speck e rucola
Ingredienti per 4 persone



  • 280 gr di pasta per pizza.
  • 5 - 6 fette sottilissime di speck Igp.
  • 80 -100 gr di provola di bufala affumicata a listarelle.
  • 1 pera Conference, dalla polpa soda. 
  • 8 -10 gherigli di noci di Sorrento.
  • 20 gr di parmigiano grattugiato al momento.
  • 1 manciata di rucola.
  • Olio extravergine di oliva.
Preparazione: Lavate e sbucciate la pera e affettatela per il lungo. Sfogliate la rucola, lavatela e asciugatela. Schiacciate grossolanamente le noci. Preriscaldate il forno a 250° C. Stendete la pasta in un disco sottilissimo sul piano di lavoro appena spolverato di farina e mettetelo sulla teglia del forno leggermente spennellata di olio. Irrorate con un filo d’olio e infornate per 10 minuti. Distribuite sulla pizza la provola, lo speck, la pera, infornate per altri 5 minuti: la pera deve restare succosa, appena scottata dal calore del forno e lo speck deve essere morbido. Dopo aver sfornato la pizza, spolverizzatela di parmigiano, e aggiungete le noci e la rucola. Irrorate con un filo d’olio.



È una favola a lieto fine, con i sapori della Campania come rimedio alla nostalgia. È partita da ragazzina alla conquista di Parigi, portando con sé le polpette della nonna, i carciofi delle zie, le granite della infanzia ed ha conquistato i gourmet d’oltralpe, di cui è diventata maestra.

L’EREDE DEL COMANDANTE

Gialugi Aponte

Gialugi Aponte, nato a Sant’Agnello nel 1940 è uno dei più grandi armatori del mondo, fondatore e proprietario della  Mediterranean Shipping Company S.A. (MSC). Fondò la sua compagnia nel 1969 con il nome di «Aponte Shipping Company» quando comprò la sua prima nave. L’armatore sorrentino iniziò così a commerciare con l’Africa diversi tipi di merci. Oggi la MSC possiede oltre 400 portacontainer ed è la seconda compagnia merci più grande del mondo dopo la danese Maersk-SeaLand. Nel 1987 a seguito dell’acquisizione della società croceristica Starlauro, viene creata una linea di crociere sussidiaria la MSC Crociere. Nel 1995 l’imprenditore acquisisce anche la compagnia marittima Snav, società costituita da aliscafi e traghetti impegnata nei collegamenti con le principali isole italiane. Nel 2008 Forbes gli ha attribuito un patrimonio di 2,8 miliardi di dollari rendendolo il 412esimo uomo più ricco del mondo. Nel 2009 diventa uno degli azionisti della CAI-Compagnia Aerea Italiana in seguito alla privatizzazione voluta dal Governo italiano. Nell’ottobre 2010 acquisisce il 50% delle azioni della compagnia navale Grandi Navi Veloci alla quale conferisce 3 navi e la linea Napoli Palermo già di SNAV,compagnia del gruppo MSC. Nel novembre 2011 acquista il 51% di Bluvacanze e Cisalpina Tour.
Nel 2009 riceve al teatro San Carlo, insieme a Fabio Cannavaro, ed altri “napoletani eccellenti nel mondo” il relativo premio dell’Unione industriali di Napoli.
Nel 2013 è stato nominato Cavaliere del Lavoro. Un decreto «atteso» dal patron del colosso dei trasporti marittimi Msc nativo di Sant’Agnello che ha conquistato il riconoscimento assieme ad altre 24 personalità dell’industria italiana fra cui Pietro Salini, ad dell’omonimo gruppo di costruzioni italiane, Aldo Bonomi, presidente delle Rubinetterie Bresciane e vice presidente di Confindustria e Gaetano Micciché, direttore generale di Intesa Sanpaolo.
Gianluigi Aponte, armatore sorrentino patron del gruppo ginevrino Msc, balza in testa nella classifica mondiale degli ordinativi di mega-navi portacontainer, superando la danese Maersk Line. Nelle ultime settimane il numero due globale nel trasporto marittimo di contenitori ha infatti superato il leader nord-europeo, dando una scossa all’orderbook.
Il comandante invisibile è chiamato il vanto della Costiera sorrentina per la per la sorprendente strategia che lo ha portato a costruire, da Ginevra, la seconda flotta al mondo nel settore dei containers e a dare una strepitosa scalata nel campo crocieristico.
La prima nave, “Patricia”, nel 1970 dette inizio al successo della Mediterranean Shipping Company. La flotta da crociera con nove unità moderne alle quali se ne aggiungeranno altre tre fra le navi più grandi mai realizzate per un armatore europeo.
Sofia Loren madrina della “MSC Orchestra” varata a Napoli nel 2007. Ai vertici mondiali nell'industria dello shipping, c’è un armatore sorrentino trapiantato a Ginevra.
È molto legato alla terra natale e le sue navi, quando solcano le acque della Costiera, salutano con lunghi fischi di sirena. La sua flotta è la MSC, Mediterranean Shipping Company, ha la sede principale in Svizzera, ma tutti sono bene informati sulle origini dell’armatore: Gianluigi Aponte è nato nel 1940 a Sant’Agnello, oggi comune autonomo, ma all’epoca una delle quattro cittadine costiere (con Meta, Piano e Sorrento) riunite dal regime fascista in una sola municipalità, la «Grande Sorrento». Terra delle Sirene è uno degli appellativi della Costiera per le sue bellezze e per le sue fortune turistiche. Ma la storia della popolazione locale testimonia che questa è, prima di tutto, una terra di uomini di mare, di naviganti e di armatori. Aponte ha coltivato sin dalla gioventù un sogno legato a questa tradizione: seguire le orme dei suoi antenati, naviganti e piccoli armatori, ed emulare il mitico Comandante Achille Lauro, l’armatore di Piano di Sorrento, scomparso nel 1982.
Aponte ha fatto di più. È andato oltre il sogno della giovinezza perché, oggi, il colosso MSC è secondo al mondo nel settore container con 357 navi e dal 1990 ha realizzato l’ascesa ai massimi livelli anche nel comparto delle crociere sulla scia della Flotta Lauro.
Self made man, detto senza enfasi. La storia di Aponte presenta i classici tratti del romanzo di un uomo di mare che, in maniera avventurosa, raggiunge il grande successo seguendo la sua vocazione. Il padre, Aniello, subito dopo la colonizzazione della Somalia, raggiunse gli zii che già si erano trasferiti per floridi traffici commerciali e la gestione di strutture alberghiere. La guerra lo bloccò in Somalia e, colpito da malaria, morì nel 1945. La perdita del padre, a cinque anni, segnò la vita di Gianluigi Aponte. Dovette imparare presto a contare soltanto su se stesso. Gli rimase la madre, piemontese, ma il suo grande punto di riferimento fu lo zio Giovanni, che gli trasferì la passione infinita per il mare.
Conseguito il diploma di capitano di lungo corso al Nautico Bixio di Piano, ad appena 18 anni, già socio della Navigazione Libera del Golfo, Gianluigi Aponte iniziò la carriera di ufficiale sulla linea Napoli-Capri. Il suo destino di uomo di mare, tuttavia, registrò una brusca virata quando in uno dei suoi viaggi s’innamorò di Raffaella, una ragazza svizzera. Un amore intenso al punto da sposarla, lasciare la Costiera e la carriera del navigante, accettando di trasferirsi a Ginevra, dove il suocero, banchiere, lo fece assumere come impiegato in banca. Raffaella resta tuttora la donna della sua vita.
Ancora oggi molti si chiedono come mai Gianluigi Aponte, nato e cresciuto a Piano di Sorrento (NA), fondatore e proprietario della MSC – Mediterranean Shipping Company S.A., abbia acquisito la cittadinanza svizzera ed incentrato la sua vita e quella dei suoi cari oltre le Alpi, anteponendo al fascino del mare di Napoli e al calore della terra partenopea il freddo e glaciale spettacolo del lago Lemano.
Un motivo c’è. “E’ stato Achille Lauro il mio mito di gioventù, la sua flotta poteva salvarsi…”. Così l’armatore sorrentino spiega il suo allontanamento da Napoli, una città che, secondo lui, inghiottisce i suoi stessi figli, ritenendo invece Ginevra una città cosmopolita ma che al tempo stesso riesce a garantire la privacy degli abitanti, permettendo di vivere nell’agiatezza e nella serenità. 
Classe 1940, Gianluigi Aponte è un uomo taciturno, cortese nei modi,  non ama il gossip, nonostante il suo ruolo lo spingesse a vivere momenti di celebrità come quando, nel giugno 2006, a fianco di Sofia Loren, presenta MSC Musica, uscita dai Chantiers de l’Atlantique di Saint Nazaire in Francia: un vero gioiello di nave lungo circa trecento metri.
Sono però sprazzi di vita che rimangono custoditi negli annali, perché poi la sua vita ed il suo lavoro procedono nella massima riservatezza.
Basti pensare che la sede delle MSC è situata in un elegante palazzetto posto in una strategica sinuosità del Rodano, circondato dalla fitta natura, dove offre lavoro a più di 350 dipendenti, molti dei quali (più di un terzo) provengono dalla penisola sorrentina: Piano, Sant’Agnello, Meta, Sorrento.
Anche oltre le Alpi Svizzere, quindi, la MSC conserva, attraverso il suo fondatore ed i suoi dipendenti, il calore della terra madre, Napoli.
Tutto ha inizio nel lontano 1969 quando Gianluigi Aponte compra la sua prima nave e fonda la società di trasporto marittimo “Aponte Shipping Company”, cominciando a commercializzare con la Somalia. 
Da quel momento il suo iter imprenditoriale è un crescendo continuum: nel 1987 acquista la napoletana Starlauro invadendo così il neo settore crocieristico oltre quello portacontainer; ancora, acquista navi da altre compagnie, ne commissiona di nuove creando “gioielli galleggianti in perfetto italian style”, coniando lo slogan “Siamo una vera azienda italiana, con un vero stile italiano”.
Oggi le navi di Aponte trasportano più di tre milioni di container raggiungendo 215 porti di tutti i continenti: “Le terre emerse coprono  un terzo del pianeta, noi copriamo il resto”. Questo il messaggio pubblicitario che rappresenta la MSC in 350 punti del globo.
In poco più di trent’anni il capitano sorrentino è diventato uno degli armatori più importanti del pianeta dopo l’olandese Maersk SeaLand, quest’ultima con una storia di ben 150 anni.
Il suo obiettivo? Diventare il primo. La sua bussola per ora segna Maersk SeaLand.
Per capire la personalità di Aponte, uomo riservato e di poche parole, va evidenziato il suo sdegno verso gli strumenti finanziari di ultima generazione. Come i private equity, sempre più attratti dal mondo dello shipping. Aponte è un imprenditore controcorrente, deciso nel rigettare le maxicontrattazioni, oggi di moda nelle alte sfere amatoriali. No alle fusioni. Parole dello stesso Aponte: «MSC continuerà a correre da sola. Noi siamo fieri di essere diversi dagli altri». La sua compagnia, oggi, vanta nel segmento cruise nove navi moderne:
“MSC Musica”, “MSC Sinfonia”, “MSC Opera”, “MSC Armonia”, “MSC Lirica”, “MSC Melody”, “MSC Rhapsody”, “MSC Orchestra”, “MSC Poesia”. La “MSC Orchestra” varata il 14 maggio 2007 a Napoli, madrina Sophia Loren: La famosa attrice fu scelta per esaltare le origini sorrentine e napoletane di Aponte. Gli itinerari proposti sono in Mediterraneo, Nord Europa, Oceano Atlantico, Caraibi, Sud America, Oceano Indiano e Sud Africa.
Così come intenso è rimasto il legame dell’armatore con la terra natale, anche se rare sono le visite in Costiera. Negli ultimi tre anni è stato lo sponsor principale del Sorrento Calcio. È pure presidente della Fondazione Sorrento, ente con capitale pubblico e privato fondato per gestire grandi eventi ospitati dalla città. Le sue navi per passeggeri, quando partono da Napoli e sfiorano la penisola sorrentina, salutano con fischi di sirena la sua terra d’origine rammentando il ricordo del loro armatore e suscitando sentimenti d’orgoglio. Aponte tiene fede all’appellativo “The stealth fighter”, il comandante invisibile, anche in questo modo. Vive a Ginevra, ma fa sentire sua presenza sulla Costiera sorrentina.
Quei fischi di sirena, insieme con gli uffici locali della MSC collocati in eleganti palazzi d’epoca, ristrutturati con gusto, rinnovano ogni giorno il legame infinito dell’armatore trapiantato a Ginevra con la Costiera. Si può dire che, attraverso il consolidato successo di Aponte e della MSC, continua la storia secolare di questa terra di uomini di mare, di naviganti e di armatori.
Un incontro indiretto col personaggio lo ebbi quando venni avvicinato da un capitano in pensione di Sorrento, il quale mi propose di cambiare l’impostazione di un capitolo del mio libro Achille Lauro Superstar, quando racconto la fine ingloriosa dell’ammiraglia della flotta, in cambio 5000 copie in inglese da distribuire tra i passeggeri naturalmente rifiutai, come avevo rifiutato alla richiesta della Mondadori di variare la prefazione, per cui il libro fu pubblicato da Guida Editore.


MSC Daniela



UN CRITICO D’AVANGUARDIA

Achille Bonito Oliva

Achille Bonito Oliva nasce nel 1939 a Caggiano, in provincia di Salerno da una famiglia di borghesia agraria per parte di madre (discendente da papa Celestino V) e di aristocrazia nera per parte di padre (discendete dal pittore Giuseppe Bonito). Vive a Napoli, dove compie studi classici dai padri Barnabiti per poi laurearsi in Giurisprudenza nel 1961 presso l’Università partenopea. Successivamente s’iscrive alla facoltà di Lettere.
Costretto a lunghe estati nel palazzo di famiglia a Caggiano con molte letture (Kafka, Faulkner, Malraux), matura la sua iniziale vocazione, la poesia. Nel 1961 il primo viaggio a Stromboli, che diventa luogo d’elezione fino alla metà degli anni Ottanta. Alla libreria Guida di Napoli nella mitica saletta rossa entra in contatto con molti intellettuali e poeti: Ginsberg, Kerouak, Burroughs, Barthes, Gombrich, Chastel, Dorfles, Eco, Palma Bucarelli, Argan, Brandi, Sanguineti e Balestrini, che lo invitano alla riunione di Fano del Gruppo ’63 con il suo primo libro di poesia, Made in Mater, nel 1967.
Intanto sperimenta poesia visiva e teatro d’avanguardia, partecipando a un gruppo napoletano, l’Operativo ’64, animato da Luca, artista patafisico partenopeo. Si trasferisce a Bologna, dove dirige la casa editrice Sampietro, per poi passare a Roma nel 1968. Qui inizia la sua avventura di critico d’arte, sviluppando un modello creativo autonomo rispetto a quello tradizionale, servo di scena dell’artista, basato sulla lateralità dell’arte e sul protagonismo frontale della critica. Nel 1970 inizia il suo sodalizio con l’artista Vettor Pisani.
Gli anni Settanta rappresentano un decennio fertile per produzione saggistica ed espositiva: i libri sul Manierismo e la Transavanguardia, le mostre romane Contemporanea nel parcheggio di Villa Borghese e Avanguardia transavanguardia alle Mura Aureliane. Parallelamente, l’incontro con Filiberto Menna gli apre le porte dell’università. Dal 1969 al 1971 è vice direttore dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila (prima accademia sperimentale d’Italia). 
Diventa assistente ordinario (1971) e poi professore ordinario (1976) di Storia dell’arte medievale e moderna presso l’Università degli Studi di Salerno e nel 1978 approda a “La Sapienza” di Roma come professore associato (1982) di Istituzioni di storia dell’arte alla Facoltà di Architettura. Dal 1984, presso il medesimo istituto, insegna Storia dell’arte contemporanea. 
Vive un rapporto continuo con gli artisti, fatto di amicizia e sana conflittualità. Eccellente ballerino, conosce le migliori discoteche d’avanguardia in Europa, America, Asia, Africa e Oceania nei suoi giri di conferenze.
Negli anni napoletani incontra di nuovo Roland Barthes, con il quale scrive un libro a quattro mani su Arcimboldo. Continua a sviluppare il proprio interesse verso la letteratura. Incontra Borges per un libro a quattro mani sul pittore delle rovine Monsù Desiderio e un convegno sul labirinto. Approfondisce il suo dialogo con Giulio Carlo Argan da una posizione autonoma e complementare rispetto a quella del grande storico dell’arte, che gli affida il compito di scrivere l’appendice al suo volume, L’arte fino al 2000 nel 1988 e L’arte oltre il 2000 nel 2002. 
Consapevole che la produzione del critico passa attraverso un doppio livello di scrittura (saggistica ed espositiva), realizza negli anni Ottanta mostre innovative quanto a impianto teorico. Negli anni Novanta ha segnato il decennio con il progetto per la Biennale di Venezia nel 1993 Punti cardinali dell’arte, ritenuto dal filosofo tedesco Gadamer “evento espositivo internazionale imprescindibile per comprendere la nostra cultura di fine secolo”. Al dibattito suscitato dal progetto (multiculturale, transnazionale e multimediale) rispondono in nome dello specifico artisti e critici italiani. Con Ernst Junger, a cui aveva assegnato il Leone d’oro per la cultura, pubblica in Germania un libretto di considerazioni sull’arte del XX secolo. 
Nel 1993, la rivista americana Artnews lo annovera nella cerchia dei sei critici più influenti del sistema dell’arte internazionale.
Lo stemma di famiglia (tre balze con una colomba e ramoscello d’ulivo nel becco) potrebbe portare come emblema “Critici si nasce, artisti si diventa, pubblico si muore”. Alla lapide di M.D. A.B.O ne contrappose una sua virtuale, già scolpita telematicamente (con videotape gettonabile e via Internet): “sono sempre una spina nell’occhio dell’arte e della critica”, vicino all’esprit napolitain di Totò che afferma: “Muoiono sempre gli stessi”, con sepoltura tipografica a vista nell’enciclopedia e un trattino tra data di nascita e quella di morte. Manca solo l’orario.
Marxista (per via di Groucho e i suoi fratelli) e totoista (per rapporto edipico con il principe de Curtis), accompagna la sua quarantennale avventura intellettuale con senso ironico della disciplina e lunga esplorazione dell’esistenza. 
Curatore generale nel 1993 della Biennale di Venezia, curatore culturale degli Incontri Internazionali d’Arte. Consulente culturale per la Regione Campania e per la Metropolitana di Napoli. Direttore degli Annali delle Arti per la Regione Campania, consulente per le arti della Fondazione Orestiadi di Gibellina. Supervisore artistico della XII Biennale dei Giovani Artisti dell’ Europa e del Mediterraneo nel 2005, direttore scientifico della rassegna Intramoenia/Extra Art. Direttore dal 2006 della Sezione Arti Visive del Ravello Festival, ideatore di Fluxus Biennial: 730 giorni hic et nunc per l’Auditorium Parco della Musica di Roma (2010-2011). Curatore generale del progetto “Parco Nomade” di Corviale, realizzato dalla Fondazione Volume! Curatore generale nel 2010 della 3a Biennale Internazionale d’Arte di Malindi. Curatore del corso “Master of Art”, LUISS Management, Roma. Vice presidente del Consiglio di Amministrazione e Presidente del Comitato Scientifico del Museo MADRE di Napoli. Curatore del Museo Obbligatorio della Metropolitana di Napoli. Curatore delle opere contemporanee della Certosa di Padula, Salerno.
Gli sono stati assegnati: il premio della critica “Flash Art International” (1982), il premio del giornalismo internazionale “Certosa di Padula” (1985), il primo premio internazionale “Tevere” (1986), il premio “Bussotti Opera Ballet” (1988), il gran premio “Antipatia” (1989), il premio internazionale per la critica “Valentino d’oro” (1991), il cavalierato per l’ordine delle arti e lettere della Repubblica francese (1992), il premio “Europa Festival” di Locarno (1995), il premio “Oasi d’oro” del Festival multimediale di Pantelleria (1995), il premio “Festival di Giffoni Vallepiana” (1996), il “Premio Scanno” per la critica d’arte internazionale (1996), il premio “Pino Pascali” per la critica d’arte di Polignano a Mare (1997), il premio “Fregene” per la saggistica e la critica d’arte (2000), la Gran Croce di prima classe della Repubblica austriaca (2002), la Medaglia d’oro per la cultura e l’arte della Repubblica italiana (2004), il premio della critica Biennale di Pechino (2005), il premio “Follaro d’oro – Città di Capua” (2005), “Premio Efesto” (2006), il premio dell’Associazione Amici di Via Giulia per il suo 70° compleanno (2009), Premio Capalbio per la Storia dell’arte (2010), “Premio Svoboda” al talento creativo ed artistico dell’Accademia delle Belle Arti di Macerata (2010), Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana (2010). 
Il suo nuovo progetto editoriale, l’Enciclopedia delle arti contemporanee, è dedicato a tutti i grandi «portatori del tempo» e si avvale della collaborazione di giovani esperti nei diversi campi della cultura. Il primo volume (2010), che utilizza come filo conduttore il “tempo comico” di Nietzsche, ricerca «l’incursione di una nuova temporalità nel processo creativo e nella fruizione dell’opera» nella letteratura, la musica, la pittura, l’architettura, la video arte, il cinema, la musica e il teatro del XX secolo.
I suo libri sono tradotti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, russo, cinese, portoghese, giapponese, ucraino, rumeno, serbo-croato, sloveno, arabo, albanese, malese.
Tra le mostre da lui curate ricordiamo

  • 1970: “Vitalità del negativo nell'arte italiana”
  • 1971: partecipazione italiana alla “VII Biennale di Parigi”
  • 1973: “La delicata scacchiera, Marcel Duchamp 1902-1968”
  • 1973: “Contemporanea (arte)”
  • 1980: “Aperto '80”
  • 1982: “Avanguardia transavanguardia 68-77”
  • 1985: “XIII Biennale di Parigi”
  • 1991: “De Europa”, Salerniana, Erice
  • 1992: “Paolo Uccello - Battaglie nell'arte del XX secolo”, Salerniana, Erice
  • 1993: “Grande delubro, l’arte”, Salerniana, Erice
  • 1994: “La dimora dei corpi gravi: tributo a Masaccio”, Salerniana, Erice
  • 1995: “Nutrimenti dell’arte”, Salerniana, Erice
  • 1998: “Biennale di Dakar”
  • 1993: curatore generale della XLV edizione della Biennale di Venezia: “Punti cardinali dell’Arte”
  • 2005: “il bianco e altro e comunque arte” (Palazzo Cavour - Torino)
  • 2005: “intramoenia extra art - arte contemporanea nei castelli di Puglia” (Castel del Monte - Andria)
  • 2008: “Eurasia” (Mart - Rovereto)
  • 2009: Grande mostra antologica di Renato Mambor dall’infinito Castel Sant’Elmo Napoli
  • 2009: “intramoenia extra art - arte contemporanea nei castelli di Puglia” (Castello di Barletta)

Tra i premi ricevuti ricordiamo

  • 1982: premio della critica Flash Art International
  • 1985: premio di giornalismo internazionale Certosa di Padula
  • 1986: primo premio internazionale Tevere
  • 1988: premio Bussotti Opera Ballet
  • 1991: premio internazionale per la critica Valentino d’Oro
  • 1992: cavalierato per l’ordine delle arti e lettere della Repubblica Francese
  • 1995: premio Europa Festival di Locarno
  • 1995: premio Oasi d’Oro del Festival Multimediale di Pantelleria
  • 1996: premio Festival di Giffoni Valle Piana
  • 1997: premio Pino Pascali per la Critica d’Arte di Polignano a Mare
  • 1999: benemerenza de “La rosa d’oro” presso la provincia di Salerno da parte del “Garden club Salerno ONLUS”
  • 2000: premio Fregene per la Saggistica e la Critica d’Arte

UNO DEI PADRI DEL SOCIALISMO ITALIANO

Francesco De Martino


Francesco De Martino, nato a Napoli nel 1907 e spentosi nel 2002 è stato giurista, politico, intellettuale, tra i padri del socialismo italiano laureatosi in giurisprudenza entrò come praticante nello studio di Enrico De Nicola e lavorò al fianco di Giovanni Leone, suo coetaneo. A Napoli ricoprì a lungo l’incarico di professore di Diritto Romano all’Univeristà e di questa disciplina fu anche uno dei più autorevoli studiosi ed autore di testi di grande rilievo.
Si dedicò alla ricerca nel campo dell’economia e del Diritto Romano, pubblicando opere note anche all’estero:
Storia della Costituzione Romana (6 volumi)
Storia Economica di Roma Antica
Francesco De Martino fu anche un grande intellettuale e un attento meridionalista. A Napoli, negli anni '50-'60 si struttura una parte importante del pensiero meridionalista fortemente influenzato dalla “Questione meridionale” di Antonio Gramsci e cresciuta nell’analisi del pensiero di un conservatore come Giustino Fortunato. 
Una scuola che raccoglie comunisti come Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Maurizio Valenzi (futuro sindaco della città nel 1975), un repubblicano come Francesco Compagna e, appunto, un acuto professore socialista come Francesco De Martino. Li accomunava una critica ai ritardi strutturali dei nostro sud e sulla necessità che il meridione trovasse in se stesso le risorse intellettuali, intellettive e umane per crescere e progredire.
Antifascista storico, De Martino partecipa alle proteste contro il regime e, come molti fra i giovani democratici dell’epoca, chiede una linea meno isolazionista rispetto all’Aventino. Negli anni della dittatura si dedica agli studi universitari con un saggio sulla libertà nel diritto romano. Suona come una dura critica, quest’inno ai diritti dell’individuo, alla dittatura fascista e, soprattutto al nazismo appena arrivato al potere in Germania.
Vince la cattedra di diritto romano all’Università di Napoli e inizia la carriera d’insegnamento, un’esperienza che durerà per quarantanni facendone uno dei massimi esperti di storia del diritto romano.
Nozioni e conoscenze che non lo abbandoneranno mai nemmeno nella sua attività di politico che inizia subito dopo la Liberazione. La sua militanza politica attiva inizia nel Partito d’Azione e si basa sul tentativo di coniugare libertà, democrazia e giustizia sociale. Frutto dello studio e dell’impegno, il progetto di cui De Martino si fa portavoce si basa sulla speranza di unire tutta la sinistra, dalle componenti liberaldemocratiche ai comunisti ai quali, pur condividendone l’attività politica e sindacale in materia economica e di allargamento della partecipazione politica nazionale, non risparmi critiche per gli errori e le violenze perpetuate da Stalin in Unione Sovietica.
Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, mentre Ugo La Malfa e FERRUCCIO Parri confluiscono nel Partito Repubblicano Italiano, il professore napoletano aderisce al Partito Socialista Italiano, dove ritrova molti ex azionisti suoi antichi compagni di partito come Emilio Lussu e Riccardo Lombardi.
Non passa un anno che una nuova scissione divide la sinistra italiana, a Roma nel 1947 Giuseppe Saragat fonda il Partito Socialista Lavoratori Italiani (Psli), poi Partito Socialdemocratico (Psdi) che collabora al governo con i moderati della Dc, del Pri e del Pli.
Saragat rompe il Psi in polemica con il gruppo dirigente guidato da Pietrp Nenni, accusato di avere legami troppo stretti con il Pci di Togliatti.
De Martino rimane nel Psi e il 18 aprile 1948 viene eletto deputato nelle liste del Fronte Democratico Popolare, la lista comune tra comunisti e socialisti presentatisi uniti sotto il simbolo della faccia di Garibaldi su richiesta di Nenni e duramente sconfitti dalla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi. Saragat, presentatosi con una lista comprendente socialdemocratici ed ex azionisti come Piero Calamandrei da nome Unità socialista, ottiene un buon 7%, massimo storico mai raggiunto dal Psdi.
La storia di De Martino segue quella di Nenni e del Psi. Stretto collaboratore del leader socialista ne è vicesegretario e ne condivide la svolta a favore della collaborazione con la Dc di Fanfani e Moro e il Pri di La Malfa ai tempi del centrosinistra degli '60.
Nel I governo Moro del 1963 Nenni è vicepresidente e De Martino lo sostituisce alla segreteria del Psi. Apertura ai comunisti, necessità di riunificare tutta la sinistra, collaborazione con la sinistra De e le parti avanzate del pensiero laico. Sono queste le tappe e le ambizioni del segretario De Martino.
Gli anni della riunificazione socialista che vedono Psi e Psdi convivere sotto lo steso tetto per tre anni dal 1966 al 1969 lo vedono in prima linea come uno dei due cosegretari (l’altro è il socialdemocratico Tanassi) del Psu, il “partito della bicicletta”per via del simbolo che vedeva affiancati come le ruote di una bicicletta i due simboli dei due partiti socialisti italiani.
Non solo politica attiva, ma anche tanta attività teorica e intellettuale. Il pensiero socialista, che De Martino vede come pungolo al Pci, ma indissolubile dalla collaborazione con i comunisti, mentre gli ex socialdemocratici intendono come terza via tra democristiani e socialisti, ma in netta concorrenza con questi ultimi, si manifesta su “Mondo Operaio”, rivista fortemente influenzata e orientata dallo stesso De Martino. Giuseppe Tamburrano, Federico Coen e Francesco Forte rappresentano solo alcuni degli intellettuali che scrivono sulla rivista che è la vera e propria vetrina dell'intelligenza socialista degli anni '60.
Il fallimento della riunificazione, la nuova scissione del 1969 e il '68 influiscono duramente sul socialismo italiano. De Martino guida il Psi in questi difficili anni e nel 1968 è vicepresidente dei Consiglio nei governo RUMOR. Lo rimane fino al 1972 quando, usciti i socialisti dal governo per la svolta di centrodestra rappresentata dal governo Abdreotti-Malagodi (Dc-Pli, con l’appoggio esterno del Psdi).
I socialisti tornano ben presto al governo con due governi Rumor e De Martino e ancora alla guida del Psi. Nel 1975, con la sua richiesta di “equilibri più avanzati” fa entrare in crisi il governo IV governo Moro, spianando la strada alle elezioni anticipate del 1976 vinte dal Pci che supera il 35% dei voti e non perse dalla Dc di Zac (Benigno Zaccagnini, di Ravenna, eletto alla segreteria nel 1975 dopo la defenestrazione di Fanfani sconfitto sul referendum sul divorzio nel 1974 e sconfitto alle regionali del 1975 che videro la grande avanzata dei comunisti di Berlinguer) che recupera dopo la disfatta dell’anno prima.
II Psi per la prima volta è sotto il 10%. Il 13 luglio 1976 a Roma ai “congresso del Midas”, dentro il comitato centrale avviene la “rivolta dei quarantenni” che induce De Martino a dimettersi. Bettino Craxi prende la guida del partito defenestrando la vecchia guardia legata al professore, (la foto sotto è eloquente: il quasi settantenne segretario del Partito, si allontana con un’aria amareggiata lasciando la poltrona e il microfono al quarantunenne Craxi).
Inizia il craxismo, rappresentato dall’arrembaggio e dall’arroganza del suo leader che, forte del fatto di essere l’ago della bilancia tra De e Pei, avrà un ruolo di regolo nella politica italiana con potere e ruolo di molto superiore ai voti (sempre sotto il 15%) raccolti. La fine del Psi corrisponderà, nei primi anni '90 con la parabola umana, politica e giudiziaria dello stesso Craxi.
“Vidi che c’era stata una mutazione genetica”. Così De Martino ha sempre ricordato il craxismo contro il quale si è sempre battuto e caratterizzato dallo scontro con il Pci di Berlinguer e l’alleanza con la parte destra della Dc (Piccoli prima, Forlani e
Andreotti poi).
Sostenitore della necessità di un rapporto con i comunisti nel 1983 accetta la ricandidatura al Senato solo in una lista congiunta Pci-Psi.
Nei 1987, a fronte dell’impossibilità di una riedizione dell’esperimento, rinuncerà ad un collegio sicuro offertogli da Craxi e resterà fuori dal Parlamento. Nel 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nomina Senatore a vita. Aderisce al gruppo del Psi e poi a quello Socialisti-Laburisti e poi a quello dei Democratici di Sinistra. Negli ultimi anni, di fronte alle difficoltà, alle vittorie (nella sua Napoli rappresentata dalla “buona amministrazione” di Antonio Bassolino) e alle sconfitte della sinistra De Martino ha sempre cercato l’unità, invitando tutti gli eredi del movimento operaio a riunirsi in un solo grande partito. Quella che un comunista come Berlinguer chiamava “unità nella diversità”, doveva, per citare un socialista come Nenni, “far andare avanti chi la storia ha condannato a restare indietro”.
Di fronte alle difficoltà e alle sfide di un mondo sempre più complesso e più ingiusto, De Martino invocava “un nuovo Marx”, capace di portare a sintesi i problemi e dare risposte sempre con l’occhio attento e rivolto ai più deboli.
È morto a Napoli il 19 novembre del 2002 all’età di 95 anni tra il cordoglio di tutto il mondo politico.
L’attività politica però fu quella che gli diede maggiore notorietà: deputato del Partito Socialista Italiano dal 1948 ne fu anche a lungo Segretario, dal 1963 fino alla svolta di Bettino Craxi con cui si trovò più volte in contrasto perché non ne condivideva l’opposizione ai comunisti e l’alleanza con la destra della DC. Piuttosto che piegarsi  ad accordi politici preferì, nel 1987, rinunciare ad un seggio sicuro offertogli dallo stesso Craxi, e restò fuori dal  parlamento.
De Martino lottò a lungo per le grandi riforme, teorizzando sempre l’unità delle forze e del pensiero, in un costante impegno per l’arretrato Sud Italia, e non si allontanò mai dalla vita e dall’attività politica. Nel 1991, alla vigilia della Festa della Repubblica, Francesco Cossiga lo nominò Senatore a vita, assieme ad Andreotti, Taviani e Agnelli, e grandi festeggiamenti ricevette in Senato in occasione del suo novantesimo compleanno. Infine una nota di colore per capire il personaggio. 
Nella sua casa di via Aniello Falcone Francesco De Martino allevava uccelli e canarini, ripetendo spesso la frase di Eliot: “Gli animali sono così piacevoli, non fanno domande, non criticano”. Nella stessa casa, tra i suoi libri e di fronte al golfo della sua città Francesco De Martino si spense all’età di novantacinque anni il 18 novembre 2002; gravemente malato non aveva potuto presiedere, come Senatore più anziano, la prima seduta della nuova legislatura nel 2001, e cedette quindi il suo posto a Paolo Emilio Taviani. Ma fino agli ultimi giorni della sua vita De Martino continuò lucidamente a pensare e teorizzare, cercando di costruire una politica nuova, dove una volta per tutte le varie forze, nate da uno stesso pensiero, siano capaci di lavorare insieme. Una grande intuizione che forse costituisce la sua eredità spirituale più importante; un’idea forte e concreta che certo non è morta con lui

PRINCIPE DI NAPOLI, MA MI FACCIA IL PIACERE

Emanuele Filiberto di Savoia


Collocare Emanuele Filiberto tra i napoletani da ricordare naturalmente è una forzatura basata unicamente su un titolo: principe di Napoli, che i reali Savoia alternavano a quello di principe di Piemonte, ma mi permette di parlare di una mia lunga intervista al personaggio, venuto all’ombra del Vesuvio per un congresso del partito monarchico e di invitare i lettori a visionarla nella sezione video del mio sito www.achilledellaragione.it (vi assicuro è divertente) nel corso di questa conversazione Emanuele Filiberto, a differenza di come appare nelle numerose trasmissioni televisive a cui partecipa, si dimostrò colto e sensibile. Seppe difendere l’istituto della monarchia come forma di governo ed interrogato se gli piacessero la napoletane, sicuro di non essere ascoltato dalla moglie, rispose affermativamente, preferisco le more alle bionde.
Dopo aver confessato questo peccato di vana gloria passiamo ad inquadrare la sua figura partendo dalla sua nascita, a Ginevra nel 1972, ma soprattutto dal suo ingresso in Italia nel 2002, venuto meno un divieto previsto dalla Costituzione per i discendenti di sesso maschile della ex Casa Reale Italiana.
Emanuele Filiberto è l’unico figlio di Vittorio Emanuele di Savoia. La sua nascita, avvenuta a Ginevra dove il padre viveva in esilio, fu l’occasione per una certa ricomposizione dei dissidi familiari sorti dalla decennale opposizione di Umberto II al matrimonio, celebrato infine senza che ne fosse avvertito, del figlio Vittorio Emanuele con Marina Ricolfi Doria.
In effetti Umberto II partecipò al battesimo del nipote. Ciononostante a quest’ultimo non fu dato come primo nome quello portato dal nonno e che dall’unità d’Italia si alternava di generazione in generazione a quello di Vittorio Emanuele. Né, parimenti, Umberto II concesse al nipote il titolo di principe di Piemonte, che lui stesso aveva portato fino all’assunzione della Corona, e che, come i nomi, si alternava a quello di principe di Napoli. Questi fatti evidenziano, secondo alcuni, il tentativo di Umberto II di riconciliarsi con la famiglia senza tuttavia considerare la nascita di Emanuele Filiberto come significativa da un punto di vista dinastico. Al contrario, per lo stesso Emanuele Filiberto, che avrebbe ricevuto al momento del battesimo il titolo di principe di Venezia, la partecipazione del nonno all’imposizione del sacramento avrebbe avuto un chiaro segnale dinastico e il riconoscimento ex post del matrimonio dei genitori.
Emanuele Filiberto dopo il diploma ha frequentato l’Università di Ginevra.
Le disposizioni transitorie dalla Costituzione della Repubblica Italiana ne vietavano l’entrata sul suolo italiano in quanto discendente maschio di Casa Savoia. Emanuele Filiberto si era virtualmente avvicinato al Paese nel 1995-96 come ospite fisso (in collegamento esterno) a Quelli che il calcio, nota trasmissione sportiva della televisione italiana.
Con la legge costituzionale del 23 ottobre 2002, entrata in vigore il 10 novembre del medesimo anno, si esaurirono gli effetti del primo e secondo comma della XIII disposizione transitoria della Costituzione, consentendo ai discendenti maschi di casa Savoia di entrare in Italia e conferendo loro il diritto di elettorato passivo.
Il 25 settembre 2003 Emanuele Filiberto ha sposato a Roma, nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, già luogo del matrimonio del bisnonno paterno, l’attrice francese Clotilde Courau, dalla quale ha avuto due figlie.
Ha svolto la professione di consulente finanziario. All’età di 26 anni ha lanciato il fondo d’investimento Altin, quotato alla Borsa di Zurigo.
È molto attivo nel mondo dello spettacolo come ospite televisivo in numerose trasmissioni, a partire da Quelli che il calcio (1995-1996). Nel 2002 ha inoltre partecipato ad uno spot pubblicitario dei sottaceti Saclà.
Nel 2008 è membro della giuria nel talent show Il ballo delle debuttanti su Canale 5.
Nel 2009 partecipa come concorrente alla quinta edizione del talent show di Rai Uno Ballando con le stelle in coppia con la maestra di ballo Natalia Titova, ed il 21 marzo se ne aggiudica la vittoria.
Nel 2010 conduce con Pupo, Georgia Luzi e Valeria Marini il talent show I Raccomandati e presenta il varietà Ciak... si canta! sempre con Pupo, entrambi su Rai 1. Partecipa al Festival di Sanremo insieme a Pupo e al tenore Luca Canonici con la canzone Italia amore mio, con testo di Emanuele Filiberto musicato dal cantautore toscano. Il trio viene fischiato dalla platea del teatro Ariston e la canzone è la prima eliminata dalla gara. Nella puntata del 17 febbraio la canzone viene ripescata dal televoto popolare e riesce ad accedere alla finale del 20 febbraio posizionandosi in seconda posizione. Nell’estate conduce il programma di Rai 2 Ricchi di energia con Debora Salvalaggio, e più tardi affianca Milly Carlucci nella conduzione del concorso di bellezza Miss Italia, su Rai 1.
Nel 2011 partecipa come concorrente (non in gara) all’ottava edizione del reality show di Rai 2 L’isola dei famosi. Nello stesso anno interpreta sé stesso nel cinepanettone Vacanze di Natale a Cortina, con Christian De Sica e Sabrina Ferilli.
A partire dal 31 gennaio 2012 è protagonista del reality show su Cielo ideato da lui Il principiante - Il lavoro nobilita.

Numerosi i programmi televisivi a cui ha partecipato:
Quelli che il calcio (Rai 2, 1995-1996)
Il ballo delle debuttanti (Canale 5, 2008)
Ballando con le stelle (Rai 1, 2009) Concorrente
Ciak... si canta! (Rai 1, 2010)
Miss Italia (Rai 1, 2010)
I Raccomandati (Rai 1, 2010-2011)
L'isola dei famosi (Rai 2, 2011) guest star
Ricchi di energia (Rai 2, 2011)
Il principiante - Il lavoro nobilita (Cielo, 2012)
Pechino Express (Rai 2, 2012)

Emanuele Filiberto ha creato la “Fondazione Emanuele Filiberto Charity Fund” e la
“Fondazione Principe di Venezia”, nata nel 2001. Si occupa inoltre del “Premio Principe di Venezia”.
Emanuele Filiberto ha lanciato, a luglio 2009, il suo contributo alle cerimonie per il 150º anniversario dell’unità d’Italia inaugurando a Cortina d’Ampezzo la mostra “Casa Savoia, storia di una Famiglia italiana”, promossa dalla Prince of Venice Foundation. Nella mostra sono presenti circa 150 oggetti appartenuti ai re ed alle regine d’Italia.
Nel 2005 ha fondato il movimento d’opinione Valori e Futuro.
Alle elezioni politiche italiane del 2008 si candida per essere eletto alla Camera dei deputati con una lista denominata “Valori e Futuro con Emanuele Filiberto”, presentandosi solo per la circoscrizione estera “Europa”. 
Con soltanto lo 0,4%, “Valori e Futuro con Emanuele Filiberto” si è classificato come il peggior risultato della circoscrizione estera “Europa”, l’unica nella quale si era presentato, diventandone l’ultimo partito in assoluto in ordine di preferenze.
Il 28 aprile 2009 è stata presentata la sua candidatura per le elezioni europee del 2009 nelle file dell’UDC. Il suo nome figurava terzo in lista dopo quelli di Magdi Allam e Luca Volonté. Anche questa volta, però, Emanuele Filiberto, pur raccogliendo circa ventiduemila preferenze, non è stato eletto.
In concomitanza con l’arresto di suo padre, Vittorio Emanuele, avvenuto in seguito allo scandalo di Campione d’Italia, Emanuele Filiberto è stato indagato per pirateria informatica ai danni di un sito sgradito ai Savoia. È stato però prosciolto da ogni accusa e l’inchiesta archiviata dallo stesso pm Woodcock. A seguito di tali fatti vi è stato un duro scambio di accuse tra Emanuele Filiberto e Maria Gabriella, sorella del padre Vittorio Emanuele.
Il 20 novembre 2007 viene rivelato dalla trasmissione Ballarò che Emanuele Filiberto e il padre Vittorio Emanuele 20 giorni prima, tramite i propri legali, hanno richiesto il risarcimento dei danni morali in seguito all’esilio per un valore complessivo di 260 milioni di euro oltre alla restituzione dei beni confiscati alla famiglia Savoia dallo Stato quando nacque la Repubblica Italiana. Il segretario generale della presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, ha replicato che il governo non solo non riteneva di dover pagare nulla ai Savoia, ma che pensava di chiedere a sua volta i danni all’ex famiglia reale per le responsabilità legate alle note vicende storiche.
Le sue biografie si perdono nell’elencazione di onorificenze e titoli nobiliari, ma il suo valore sta nella sua bellezza e nella capacità di fare spettacolo



A caccia di virus


Giulio Tarro

Giulio Tarro nato a Messina nel 1938, si è laureato in Medicina a Napoli, dove ha studiato con il Prof. F. Magrassi problemi di chemioterapia antivirale. Quindi si è trasferito per 4 anni negli Stati Uniti dove ha lavorato ha lavorato con Sabin, il celebre premio Nobel, impegnato a dimostrare l’associazione degli herpesvirus con alcuni tumori dell’uomo. Da cui è scaturito il primo marker tumorale etiologico.
nel 1973 fu in prima linea nel contrastare l’epidemia di colera a Napoli,  come pure nel ’79 isolò il virus respiratorio sinciziale responsabile della morte di numerosi bambini durante il così detto “Male oscuro a Napoli”. Attualmente è impegnato nel separare antigeni tumorali ed identificare il loro valore nell’immunoterapia.
Ha ricoperto numerose cariche accademiche ed è stato dal 1971 al ’75 direttore di progetto del National Cancer Institute negli Stati Uniti.
Primario di Virologia presso il Presidio Ospedaliero D. Cotugno di Napoli USL 41 (1/6/73) dal 1981. Presidente a vita della Fondazione T. e L. de Beaumont Bonelli, per le ricerche sul cancro.
Tra i premi e riconoscimenti: Premio internazionale Lenghi dell’Accademia dei Lincei, Roma, per studi di Virologia, 1969. Medaglia d’oro del Ministro della Pubblica Istruzione, conferita dal Presidente della Repubblica (1975). Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio (1985). Pubblicazioni oltre 300. Laurea Honoris Causa University Cattolica Albany (New York), 1989. Il 23/11/2006, data del suo pensionamento è stato nominato Primario emerito presso l'A.O. "D.Cotugno".
In data 2/1/2007, è stato nominato Presidente della Commissione sulle Biotecnologie della Virosfera UNESCO, a Parigi
Tra i numerosi titoli ricordiamo: Membro Senato Accademico University Providence (Rhode Island), 1990. Presidente della Società Italiana di Immuno-oncologia, dal 1990. Commendatore al merito della Repubblica Italiana, (1991). Laurea Honoris Causa Accad. St. Teodora (New York), 1991. Biografia riportata su Who’s Who in the World 1991/92, a seguire; in America, 1994-1998; in Science and Engineering 1992/93, 1994/95, 1996/97. Presidente della Lega Internazionale Medici Antivivisezione, dal 1992. Membro Senato Accademico Univ. Pro Deo (New York), 1994. Biografia riportata sulle pubblicazioni di International Biographical Centre, Cambridge, England. Biografia riportata sulle pubblicazioni di The American Biographical Institute, Raleigh, N.C., USA. Ha ottenuto numerose onoreficenze e riconoscimenti diversi, tra cui 19 premi internazionali. Membro del Comitato Nazionale per la Bioetica dal 1/1/95. Nel 1996 diventa giornalista pubblicista ed è iscritto all’Albo dei Giornalisti. Laurea Honoris Causa, The Constantinian University, Cranston (R.I.) USA - 1996. Nel 1997 Membro dell’International Informatization Academy (United Nations).
Nel quarantennale della ultima grande epidemia dell’Europa così ha rievocato quei giorni.
«Napoli è un terreno infiammabile. Basta un cerino per innescare l’incendio». Quaranta anni dopo il colera Giulio Tarro, infettivologo di fama mondiale, pur escludendo la possibilità di un ritorno della epidemia del ‘73 parla delle emergenze sanitarie che possono essere innescate nella nostra città, nella nostra provincia. 
Ai «tempi del colera» Giulio Tarro - oggi-professore associato alla 'Temple University di Filadelfia - era un giovane primario di Virologia al Cotugno, l'ospedale dove fu curata 1'epidemia. All' epoca, la fama di Giulio Tarro era ,già di livello internazionale perché il medico-scienziato, dalle origini messinesi aveva collaborato, a metà degli anni Sessanta, al fianco del grande Albert Sabin nella messa a punto del vaccino contro la poliomielite. Tarro, oggi, ricorda quei drammatici giorni.
Professore, ci racconti di quel tragico agosto di quaranta anni fa. Come seppe del primo caso di colera?
«Lo seppi proprio dal Mattino. Ero a New York. Acquistai alla libreria Rizzoli, come ogni giorno, il quotidiano della mia città. In prima pagina un titolo a nove colonne annunciava "Colera a Napoli". Rimasi basito». 
E cosa fece?
«Presi il primo volto per l'Italia. A Fiumicino mi vaccinai. Poi proseguii per Napoli. Una volta al Cotugno, dove ero primario di Virologia - e docente di Virologia oncologica, prima cattedra in Italia - trovai tutti i miei colleghi. Erano stati precettati. E non potevano lasciare l' ospedale per questioni di sicurezza». 
Che situazione trovò?
«L'allarme era maggiore nella popolazione che nella struttura ospedali era. Ricordo che arrivò 1'allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone per visitare i colerosi. Qualche collega pensò bene di mettergli una benda alla bocca per proteggerlo dal vibrione. La foto del presidente sulla copertina del "Time Magazine" fece il giro del mondo. Ma fece ridere il mondo sanitario dell'intero pianeta: il virus, infatti, è una malattia gastroenterica. La benda si mette per quelle a diffusione respiratoria. E il vibrione non salta. Diciamo che fu un eccesso di zelo». 
Quanti erano i colerosi al Cotogno?
«Quando arrivai ce n’erano alcune decine. La mortalità, comunque, fu del dieci per cento, sette-otto casi se non ricordo male. ma percentuale fu comunque alta se si considera che in Bangaldesh è dell'uno per cento. Ciò che spaventò, comunque, in quei giorni, fu la psicosi generata nella popolazione. Una paura atavica dalle nostre parti. Eppure il vibrione è uno degli agenti di malattia infettiva più labile che esiste. È facilmente controllabile sotto l'aspetto igienico. L'intervento principale, infatti, consiste nel curare soprattutto la disidratazione sia con flebo che per via orale». 
Ma venne poi accertato che erano le cozze all' origine dell'epidemia?
«Le cozze "incriminate" provenivano dalla Tunisia. Fu in quei mitili giunti dal Nord africa, infatti, che venne intercettato l’inquinamento dal vibrione del colera. In particolare quelle cozze avevano assunto il vibrione dagli scarichi fognari. Per questo nei giorni del colera a Napoli venne vietato l'uso della fauna marina. Ricordo che in un noto ristorante napoletano uno chef mi servì petali di garofano al posto delle vongole».
C'è la possibilità di una nuova epidemia?
«Tendo ad escluderlo. Potremmo forse registrare qualche caso singolo di qualcuno che viene contagiato in un altro paese e arriva da noi con la malattia. Ma, ripeto, tendo ad escludere nuove epidemie. Peraltro il vibrione è sensibile all'acqua bollente. La cozza se fatta bollire e assolutamente innocua. li vibrione, insomma, è talmente fragile che anche l'esposizione al sole può distruggerlo». 
L’emergenza rifiuti, lo stato di degrado igienico possono innescare altre malattie nella nostra città, nella nostra regione? 
«Le salmonellosi sono il pericolo più immediato. Ma la vera preoccupazione sono le malattie generate dall' inquinamento dell'acqua. Ed è questo un problema che interessa più la provincia, il cosiddetto "triangolo della morte" ;vale a dire Marigliano-Nola-Acerra». 
Quali sono i pericoli? 
«Malformazioni nei neonati, tumori». 
Lei ha raccontato quella sua esperienza in un libro? 
«Sì. Realizzai una specie di epicrisi sulla situazione di cui eravamo stati testimoni. Una pubblicazione dal titolo: «Condizioni igieniche e sanitarie di una città dolente». Quel mio lavoro corredò il famoso «Libro bianco della Campania» del 1977 . 
Qualche anno dopo, però, pure vennero registrati dei casi, non è vero? E in città ritornò la psicosi!
«Si trattò di una "bufala" . Ricordo che all' epoca il ministro della Sanità era De Lorenzo. La notizia venne smentita. Stroncata senza mezzi termini. Infatti non era vera. Ma la paura ritornò nei napoletani. E ci volle molto per convincerli che il colera non era ritornato». 
I meriti del Cotugno in quella drammatica vicenda vennero riconosciuti dal mondo scientifico. Perché ? 
«Innanzitutto il merito più grande del nostro ospedale fu quello di aver isolato il vibrione. Comunque il successivo "male oscuro" fu decisamente un evento più grave». 
Il "male oscuro"? Ce lo ricorda brevemente? 
«Mi riferisco alla viro si respiratoria denominata virus sinciziale che fece una ottantina di vittime tra i bambini. Ebbene allora ci vollero quattro mesi per capire di cosa si trattava. Era il 1979. Per questo venne denominato "il male oscuro"». 

prime pagine dell'epoca

Goffredo Fofi


Su quei giorni terribili interessante la testimonianza di Goffredo Fofi.
Quando scoppiò il colera, a Napoli, in quell’agosto del 1973, Goffredo Fofi c’era già da qualche mese. Deluso dalla deriva violenta del movimento del Sessantotto a Milano, era tornato all’amato Sud (dopo le giovanili lotte in Sicilia sulle orme di Danilo Dolci che l'avevano spinto a lasciare la sua Gubbio a diciott' anni), stabilendosi questa volta all'ombra del Vesuvio. Qui, con Fabrizia Ramondino, compagna di Lotta Continua come Cesare Moreno e Geppino Fiorenza e un’ area cattolica del dissenso che faceva capo alla parrocchia del Vomero di padre Dini, partecipò, proprio nell'anno dell'epidemia del colera, all'esperienza della Mensa dei bambini proletari di Montesanto, che aggregò attorno a, se gran parte della «meglio gioventù» partenopea. Intellettuale engagé, come Si sarebbe definito un tempo, una vita dedicata all'impegno sociale, Fofi - saggista, critico letterario e cinematografico - ricorda oggi il colera a Napoli, dopo quarant'anni, come un evento che fece emergere allo stesso tempo il peggio e il meglio della città. A quella epidemia dedicò, insieme con Cesare Moreno e Gennaro Esposito, anche un instant-book edito da Feltrinelli e intitolato «Anche il colera. gli untori di Napoli», raccogliendo interviste e testimonianze.
Fofi, quali apparvero ai suoi occhi, mentre Napoli viveva il dramma del colera, le vere cause dell'epidemia?
«Sappiamo che lo Stato dette la colpa di tutto al mitili, che furono usati come capro espiatorio dell'epidemia. Santa Lucia fu assediata da forze militari di aria, terra e mare che ebbero l’ordine di distruggere tutti gli allevamenti di cozze, sia quelli legalizzati che quelli abusivi, con grande danno per l'economia del quartiere. Per me invece fu chiaro da subito che le vere cause erano nel sistema fognario della città che versava m condizioni disastrose». 
Era un sistema fognario che risaliva all'epoca borbonica. Si trattava di fogne a cielo aperto.
«Assolutamente sì. Era merda che passava sotto gli occhi. Mi ricordo che con il fotografo Tano D'Amico girammo tutti i Regi Lagni della zona, fogne scoperte che convogliavano gli scarichi verso la costa. Ci infilammo in alcuni di questi posti con un certo tremore, per fotografarli». 
Dunque le condizioni igieniche della Napoli di quegli furono la causa principale dell'epidemia? «Era evidente a chiunque vivesse a Napoli. La mortalità infantile era altissima, il sovraffollamento nelle case in alcuni quartieri del centro, e soprattutto nelle periferie, come Ponticelli, o il Rione Traiano, era tremendo, a livelli del terzo mondo. All'epoca avevo letto, ovviamente, «La peste» di Camus, e mi ricordo la viva impressione che provavo nel vedere a Napoli gli stessi topi morti ai lati dei vicoli descritti nel romanzo. Non era la peste, certo. Ma era arrivato il colera». 
Cos'altro ricorda di quei mesi? 
«L'ossessione per l’amuchina. Era diventata una specie di toccasana: tutto si doveva lavare con l’amuchina, seguendo le indicazioni delle autorità sanitarie. E poi ricordo alcune scene che vedevo dal terrazzino di casa mia, una soffitta a salita Tarsia che affacciava sull'Ospedale Gesù e Maria, che accoglieva i sospetti infettati dal vibrione. Vedevo le fila dei parenti che dalla strada parlavano con i ricoverati, come se fossero dei carcerati». 
Al Cotugno, invece, l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, in visita agli ammalati, non trovò niente di meglio da fare che il gesto scaramantico delle corna per scongiurare il pericolo. Che impressione le fece all'epoca quel gesto?
«Fu un gesto che fece il giro del mondo. Non l'avevo mai visto fare in quel modo, a parafulmine: cioè con la mano sinistra alzata verso il cielo e la destra per scaricare a terra le energie negative. Fu il simbolo del modo fatalista con cui le autorità ed una certa cultura potevano affrontare un evento come quello». 
In quei giorni si scatenò, inevitabilmente, anche la caccia all'untore. 
«Questo perché lo Stato non volle assumersi la responsabilità dell'arretratezza in cui versavano - Napoli e tutto il Meridione. A un certo punto si disse pure che c’era la possibilità che a portare l'infezione fossero stati i rimpatriati dalla Libia cacciati da Gheddafi. E si disse che non era stata disposta la quarantena perché c'era un'attenzione mediatica elevata per il dramma degli italiani libici. Senza pensare, poi, che proprio l’epidemia di colera era destinata a colpire l'immaginario internazionale in maniera impressionante». 
E la città, invece, come affrontò l'epidemia?
«Mi colpì soprattutto la reattività. La città reagì. E per fortuna alla fine il numero dei morti non fu elevato. Sarebbe potuto andare molto peggio. Noi della Mensa dei bambini proletari mettemmo in campo tante energie. Si organizzò nel quartiere un presidio sanitario con molti giovani medici volontari, tra cui i fratelli Greco, per fare le vaccinazioni. La mensa fu l'immagine simbolo della Napoli migliore, quella che seppe dare una risposta interclassista di mobilitazione e solidarietà, alla quale parteciparono sottoproletari, proletari, operai, borghesi, alto borghesi e perfino nobili. Anche la sinistra giovanile trovò un'unità rara di coordinamento, che permise anche di boicottare il comizio che Giorgio Almirante voleva fare in quei giorni a Pozzuoli con chiari intenti eversivi. Fu questo tipo di solidarietà emersa in quei giorni tra la nuova sinistra e una certa borghesia intorno ai problemi sociali di Napoli a portare poi alla giunta Valenzi, che aprì un nuovo capitolo nella storia di Napoli».
Vorrei chiudere con un ricordo personale. Nel 1973 lavoravo a Cava De’ Tirreni e nel giorno delle vaccinazioni, nella piazza antistante l’ospedale si radunò una folla di oltre 5000 persone, mentre noi avevamo poche centinaia di dosi. I colleghi furono presi dal panico, ma io non persi il sangue freddo e feci incetta di tutti i flaconi di fisiologica e di glucosata di cui disponeva il nosocomio. I primi 500 furono vaccinati, gli altri 4500 si dovettero accontentare di un placebo!!

vaccinazioni


venerdì 8 novembre 2013

Una cantante sia brava che bella


Anna Tatangelo

Anna Tatangelo, nata nel 1987, acquista notorietà grazie alla vittoria nella sezione giovani del festival di Sanremo 2002 con il brano Doppiamente fragile. Nel dicembre 2005 comincia una relazione col collega Giggi Dalessio, all’inizio clandestina, coronata nel 2010 con la nascita di un figlio: Andrea
Anna Tatangelo nasce a Sora da una famiglia di produttori della tradizionale ciambella sorana; a partire dal 1994, incomincia a prendere parte a diverse manifestazioni canore provinciali e regionali, nel 1999 si aggiudica il secondo posto al “Minifestival della Canzone” di Viterbo, che l'anno dopo invece vince.
Nel 2001 partecipa al concerto “La Nota D'oro di Blera”, vince il concorso itinerante “Bravissimi in Tour" di tappa a Sora e vince anche la finale nazionale di Cassano. Ancora, doppio secondo posto alle selezioni e alla finalissima del concorso “Una voce per…” e un'altra vittoria a “Castelliri in Musica”. Nell'agosto dello stesso anno, all'età di 14 anni, viene selezionata dalla Rai per il “Girofestival” dove presenta il suo primo inedito, dal titolo Dov'è il coraggio, per la stessa canzone gira il suo primo videoclip e firma anche il suo primo contratto discografico (con la CSB Italia - Casalba).
Perfeziona il suo stile presso l'Accademia musicale di Sora, per la quale svolge attività concertistica nel coro giovanile. Nel settembre dello stesso anno partecipa e vince all'Accademia della Canzone di Sanremo con il brano L'angelo di Syria: con questa vittoria entra di diritto nel cast della Categoria Giovani del Festival di Sanremo 2002.
Nel 2002, a 15 anni, partecipa e vince nella Categoria Giovani del Festival di Sanremo, con il brano Doppiamente fragili composto da Marco Del Freo e David Marchetti, seguita da Valentina Giovagnini e Simone Patrizi. Pippo Baudo la sceglie come co-conduttrice della trasmissione Sanremo Top, insieme a Silvia Mezzanotte, vincitrice con i Matia Bazar della sezione Campioni col brano Messaggio d'amore.
Sempre nello stesso anno duetta con Gigi D'Alessio in Un nuovo bacio, che raggiunge la nona posizione tra i singoli più venduti. A luglio prende parte alla XVII Giornata Mondiale della Gioventù. Nel 2003 la Tatangelo torna al Festival di Sanremo, questa volta nella sezione Big, in coppia con Federico Stragà, con la canzone Volere volare, firmata da Bungaro e Claudio Passavanti.
Anticipato dal singolo estivo Corri esce nell'agosto del 2003 il suo primo album, dal titolo Attimo x attimo, prodotto da Fio Zanotti. Dall'album, oltre a Corri, vengono estratti la stessa Attimo x attimo e L'amore più grande che c'è. Nel 2004 viene scelta dalla Disney per duettare con Gigi D'Alessio ne Il mondo è mio, colonna sonora del film di animazione Aladdin.
Nel 2005 partecipa per la terza volta al Festival di Sanremo con Ragazza di periferia, canzone scritta da Gigi D'Alessio con Vincenzo D'Agostino e Adriano Pennino. La canzone si classificherà al terzo posto della Categoria Donne e nelle settimane successive raggiungerà la posizione numero 16 nella classifica dei singoli più venduti in Italia.
A luglio la Tatangelo inizia il Tour 2005, che conta diverse date in tutta Italia. Quando due si lasciano è il nuovo singolo estratto. Il 23 settembre dello stesso anno partecipa ad O' Scià, il festival di musica leggera italiana ideato da Claudio Baglioni e, nel corso dello stesso mese, viene estratto dall'album il terzo singolo, Qualcosa di te. A dicembre è ospite del tour in Australia di Gigi D'Alessio.
Nel 2006 la Tatangelo debutta discograficamente in Brasile e Sudamerica. Partecipa per la quarta volta al Festival di Sanremo, con Essere una donna, canzone composta da Mogol e Gigi D'Alessio. Durante il corso della manifestazione, nella serata dei duetti, esegue una versione riarrangiata del brano, affiancata da Alberto Radius e Ricky Portera. La canzone vince nella Categoria Donne e questa affermazione le permette di partecipare alla votazione finale, dove si classifica al terzo posto. 
Il 2008 vede la sua quinta partecipazione al Festival di Sanremo, dove si classifica al secondo posto con il brano Il mio amico, dedicato a un amico gay della cantante, che ha suscitato critiche negative da parte di alcune associazioni omosessuali. Il brano raggiunge anche la seconda posizione nella classifica dei singoli più venduti e viene certificato disco di platino.
Nel giugno 2009 contribuisce al megaconcerto allo stadio San Siro di Milano in favore delle vittime del Terremoto dell'Aquila del 2009. L'iniziativa benefica intitolata Amiche per l'Abruzzo è stata ideata da Laura Pausini e vede coinvolte altre cantanti femminili della musica italiana. Pur dando la sua adesione Anna Tatangelo non può però partecipare all'evento, il giorno 21 giugno, per motivi di salute. Il 27 novembre 2009 esce Q.P.G.A, album di Claudio Baglioni nel quale è presente il brano Due Universi cantato in duetto da Baglioni con la Tatangelo e Gigi D'Alessio.
Nel 2010 la cantante partecipa, in veste di giudice, alla quarta edizione di X Factor: le viene affidata la categoria Donne 16/24, che guida con la collaborazione di Adriano Pennino come vocal coach.
Il 10 dicembre 2010, insieme a Valeria Marini e Gigi D'Alessio, pubblica la compilation 3 x te, progetto il cui ricavato è destinato ad essere devoluto a favore delle associazioni Noi come voi, Doppia difesa e Amri. Nel 2011 Anna Tatangelo partecipa per la sesta volta al Festival di Sanremo con un brano di cui è coautrice, Bastardo: una ballata rock, con la quale arriva in finale e si classifica al nono posto. In contemporanea con la partecipazione al festival della cantante viene pubblicato, il 16 febbraio 2011, il quinto album dal titolo Progetto B. L'album contiene 12 inediti e la reinterpretazione di Mamma, il brano di Cesare Andrea Bixio scelto dall'artista per la serata speciale del festival per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Tra gli autori delle canzoni del disco compaiono Mario Biondi che firma Se e L'aria che respiro, quest'ultima cantata in duetto con la Tatangelo e pubblicata il 1º aprile come secondo singolo; e Renato Zero, autore della canzone Anna dedicata all'artista.
Il 22 marzo la Mondadori pubblica l'autobiografia di Anna Tatangelo Ragazza di periferia. La mia piccola favola. Nel maggio dello stesso anno prende parte ai Wind Music Awards e ha inizio il tour. Il 24 giugno esce Sensi, il terzo singolo estratto da Progetto B.
Nel 2012 partecipa come concorrente, in coppia con Stefano Di Filippo, dell'ottava edizione di Ballando con le stelle, il talent show di Rai Uno sul ballo condotto da Milly Carlucci con la partecipazione di Paolo Belli, dove si classifica al terzo posto e vince il Premio boogie woogie. Partecipa anche a Ballando con te dove vince la sfida a squadre nel Team di Bobo Vieri e si classifica al secondo posto nella Coppa dei Campioni.
Il 15 giugno 2012 la Tatangelo si esibisce a Città del Messico come ospite nel concerto di Gigi D'Alessio cantando. Il 9 e 10 settembre 2012 è membro della giuria tecnica della 73ª edizione di Miss Italia A fine settembre la Tatangelo è impegnata in Egitto, a Sharm el-Sheikh dove ha tenuto un servizio fotografico e ha condotto un documentario per la rete televisiva Marcopolo. A dicembre partecipa a I grandi della musica, programma di Rai Uno condotto da Massimo Giletti dedicato ai grandi artisti della musica italiana scomparsi, interpretando varie canzoni di Lucio Battisti e Mia Martini nelle serate a loro dedicate.
Il 16 gennaio 2013 in un'intervista radiofonica a "I corrieri della sera", programma condotto da Francesco Facchinetti e Pippo Pelo, Anna ha annunciato di aver registrato un nuovo brano definendolo divertente, giovane e soggetto al senso del ritmo. In seguito in un'intervista esclusiva al settimanale Chi, la cantante ha presentato il suo nuovo singolo dal titolo Occhio per occhio uscito il 22 marzo 2013. La canzone diventa la colonna sonora della campagna pubblicitaria di "Coconuda" per la quale la Tatangelo è testimonial.
Nel mese di aprile la Tatangelo appare settima nella classifica delle star italiane dello spettacolo più influenti sul web stilata dall'Osservatorio Social Vip.
Questa estate è cominciato, dopo  l’annuncio di Dagospia il tormentone: ”Giggi e Anna si sono lasciati?” conferme e smentite on line.
D’estate, si sa, le coppie scoppiano. Vuoi per i desideri opposti su dove trascorrere la vacanza, vuoi perché senza gli impegni lavorativi si è costretti a trascorrere insieme gran parte della giornata, vuoi perché tra l'accaparramento del posto in prima fila al lido e lo stress delle code sulle autostrade del mare, si finisce sempre per litigare. Non è il caso di Gigi D'Alessio e Anna Tatangelo. Loro non hanno litigato, anche se ne parla tutta Portorotondo e la Penisola intera. Se Annarella è tornata a casa da mammà, è un caso, una coincidenza, un sincronismo che gli occhi del malevolo giornalista di gossip traducono in un eloquente: Gigi e Anna si sono lasciati. Il gossip dell'estate è scoppiato ieri sul sito Dagospia, per eccellenza il regno del pettegolezzo. Direttamente dal suo buen retiro di Sabaudia, il patron Roberto D'Agostino scrive: «Bufera di Ferragosto tra Gigi D'Alessio e Anna Tatangelo: lei ha abbandonato la villa di Palumbalza a pochi passi da Portorotondo. Sembra che anche nelle settimane precedenti l' atmosfera non fosse più quella di una volta. Si chiude?». Fan in agitazione, tam tam su Twitter dove Selvaggia Lucarelli rilancia lo scoop di Dago, manager che smentiscono, conoscenti che rintuzzano. E i diretti interessati? Prima di rilasciare dichiarazioni, trascorrono molte ore. Tempo prezioso per far si che la notizia sia ripresa da tutti i siti e giornali online. Nel tardo pomeriggio è Gigi a replicare per primo. «Non è successo nulla! Tra me e Anna va alla grande, voglio tranquillizzare soprattutto i nostri fan che si sono allarmati più di tutti», scrive su Facebook. Lei, sempre sui social network, rilancia con un laconico: «Che divertimento a leggere questi romanzi? smentisco? nessuno lascia nessuno?». 
I ben informati che hanno "avvisato" Daga parlano di nervosismo a fior di pelle, di una lite pubblica, di una scenata di gelosia di Gigi e della reazione istantanea di Annarella che ha fatto le valigie ed è tornata davvero da mammà. D'Alessio però non ci sta e ribadisce che tutto scorre d'amore e d'accordo: «là e Anna siamo stati benissimo in vacanza a Formentera, abbiamo mangiato, bevuto e siamo stati coi bambini.  a ferragosto ci siamo mangiati un ottimo ragù, altro che lite!». Insomma, se D'Alessio è rimasto da solo in Sardegna trascorrendo una serata con Briatore e il cantante Seal, mentre Lady Tata era dai genitori a Sora, è soltanto un casualità. 

Giggi D'Alessio ed Anna Tatangelo