giovedì 7 novembre 2013

Doie cape ‘e criature

Rosalia Porcaro

Avevo previsto questo pseudonimo per una attrice napoletana, la più dotata dopo un attento esame anatomico mi sento di assegnare il titolo a Rosalia Porcaro, anche se mi preme obbligo di sottolineare la sua bravura, il suo impegno nel sociale, la sua sottile ironia con la quale condisce i suoi interventi nella rubrica che da anni ha sulle pagine del Il Mattino.
Nasce  artisticamente; a Napoli. Nel 1984 s'iscrive ad una scuola di recitazione che le farà muovere i suoi primi passi sulle tavole del palcoscenico con le compagnie di Antonio Casagrande, Rino Marcelli e Renato Carpentieri. Nel 1985 sostituisce un'attrice professionista in uno spettacolo di Eduardo Scarpetta al Teatro Bellini di Napoli, concludendo l'esperienza con tre mesi di repliche in giro per l'Italia. Da qui comincia la sua attività di attrice nelle compagnie teatrali napoletane. Alternando momenti di riflessione prende parte a diversi spettacoli, recitando tra l'altro in testi di Laforgue, Basile, Scarpetta, Pirandello, Feydau. 
Nel 1997 partecipa ad una serata di giovani cabarettisti emergenti al Maschio Angioino di Napoli; lo spettacolo presentato da Francesco Paolantoni è l'occasione per farsi notare in una veste per lei inedita: autrice ed attrice comica, presentando Veronica, operaia in una fabbrica di borse. In questo personaggio si concentrano le espressioni e i modi di dire di un certo mondo napoletano, da lei a lungo osservato ed assorbito durante la sua vita trascorsa in un piccolo centro vicino Napoli. 
Veronica riscuote successo nella trasmissione TELEGARIBALDI, una trasmissione televisiva diffusa da Teleoggi, un'emittente locale napoletana. Un invito nella trasmissione Pinocchio di Gad Lerner, nelle vesti di Veronica, in una puntata dedicata al lavoro sommerso, è la sua prima apparizione nazionale. Sulla scia di Veronica nascono poi la Suocera di Veronica e le amiche, Natascia e Creolina. Il passo verso le reti nazionali RAI e MEDIASET diventa di facile portata per Rosalia che porta i suoi personaggi a CONVENSCION, trasmissione ideata da Gregorio Paolini, (RAIDUE) e nella stagione 2000-2001 a CONVENSCION 2001 e SUPERCONVENSCION. 
A febbraio 2002 è tra i conduttori di Mmmhh! 
Uno dei successi che maggiormente la identifica è il personaggio di Natasha che con il ritornello di "sesso senza cuore" stravolgeva le puntate della trasmissione L'OITAVO NANO con Serena Dandini.
La più recente apparizione risale alla trasmissione BRA sempre della premiata ditta Dandini-Guzzanti.
Per arrivare infine al personaggio di ASSUNDHAM, la donna afgana del Sud che parla della sua vita con il velo, che Rosalia ha portato nell’ultima edizione di ZELIG OFF. Nel 2005 è nel cast di Zelig Circus in onda in prima serata su Canale 5. l'ultima impresa cinematografica a cui ha preso parte è Tutti all'attacco, con Massimo Ceccherini, per la regia di Lorenzo Vignolo, in uscita nelle sale per metà marzo 2005, in cui Rosalia Porcaro interpreta Filly, un'aspirante cantante lirica napoletana e moglie di Max Bernabei (Massimo Ceccherini) che lo molla per inadempienze alimentari. Nel 2009 partecipa al programma "ZELIG OFF" in onda su Canale 5. E' tra gli artisti del cast fisso del programma comico "QUORK" in onda su La7.
Nel 2010 la ritroviamo nel programma mito della comicità italiana "ZELIG" in prima serata su Canale 5 e nel programma comico "STIAMO TUTTI BENE" in onda su RAIDUE. Il 2010 la vede nel cast due fiction televisive "NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI" regia di Elisabetta Marchetti e "AREA PARADISO" per la regia di Diego Abatantuono. 
Nell'estate del 2011 debutta, all'interno della rassegna estiva del Teatro Ariston, con lo spettacolo "UNA DONNA SOLA" da un testo di Franca Rame e Dario Fa. lo spettacolo verrà ripreso durante la stagione teatrale invernale e toccherà le maggiori piazze italiane tra cui Roma. Una insolita Rosalia Porcaro in veste drammatica per rendere omaggio a Franca Rame ed a tutte le donne che si ribellano. 
«Cammino, cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello'che dovrei affrontare se entrassi ora. Sento le loro. domande. Vedo le loro facce i loro mezzi sorrisi.
Penso e ci ripenso ... Poi mi decido … Torno a casa …Li denuncerò domani. Ecco, questo è ciò che una donna non deve fare»
Citando «Stupro», il famoso monologo di Franca Rame, Rosalia Porcaro cambia volto e per una sera diventa attrice drammatica. I personaggi che le hanno dato notorietà, come Veronica, la suocera, Natasha o Assundam, lasceranno il posto a quello di una donna vittima, «uccisa ogni giorno di più dal marito violento, dal giovane amante, dal cognato che vuole il suo corpo, dal figlioletto che pretende le sue cure, perfino da un dirimpettaio guardone .. Così avanti fino alla follia e all'omicidio».
All’Arena Teatro Antonio Ghirelli di Salerno, l'attrice napoletana sarà la protagonista dell' omaggio dedicato dalla Fondazione Salerno Contemporanea proprio a Franca Rame, scomparsa il 29 maggio scorso. Reciterà «Stupro» e «Una donna sola», l'altro monologo scritto dall'attrice militante milanese assieme al marito Dario Fo e diretto, in questo allestimento, dal regista napoletano Enrico Maria Lamanna.
La serata avrà anche altre voci: quella di Marina Sereni, vicepreside della Camera che ricorderà l'impegno politico e femminista della Rame; quella del coro Colicanto, che intonerà «Bella ciao», la canzone partigiana da lei molto amata; le testimonianze presentate dall' associazione «Se non ora quando». 
«Anche Franca Rame era un'attrice comica, come me», spiega la Porcaro. E aggiunge: «Il personaggio di “Una donna sola” ha caratteristiche che sento mie: È una casalinga che impazzisce per la solitudine e la sottomissione ai diversi maschi della sua vita, ma nonostante tutto, mantiene una ingenuità, una fanciullezza e una fragile ironia che prende il sopravvento sulle sue disgrazie. È un personaggio tragico tenero e disarmante. Mi ricorda un po’ la mia Veronica, che lavora “dint' 'e borse”. Il padrone la sfrutta, ma lei lo giustifica, perché gli fa guadagnare un po’ di danaro». 
In «Stupro» e «Una donna sola» la, Porcaro non lesina inflessioni e cadenze napoletane: «La Rame - spiega - li ha scritti pensando a tutte le donne il dialetto non toglie nulla della loro carica. Anzi». E a tutte le donne rivolge lo stesso messaggio: «Molte pensano che subire senza parlare o ribellarsi sia la scelta più giusta, ma non è così. Perché ogni giorno qualcosa di loro muore sotto i colpi dei soprusi subiti». L'attrice, però, non abbandonala vena comica: «Con Simone Schettino e Peppe Iodice sto portando in giro uno spettacolo leggero, estivo e rilassante: "I magnifici tre"». Intanto, prepara un nuovo spettacolo con qualche nuovo personaggio: «Un Grillino che vorrebbe tanto andare in televisione, ma viene continuamente bloccato dal suo boss». 
Rosalia Porcaro

Dai Caffè della bella Époque al Caffè del Professore



Caffè Gambrinus a Napoli
Senza esagerazione si può affermare che parte della storia di Napoli nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento sia stata decisa ai tavolini dei numerosi caffè napoletani.
Dallo sviluppo delle lettere, della poesia, della pittura, della musica, a gran parte degli avvenimenti storici fondamentali per la città, sono stati partoriti tra un gelato ed una classica tazzina di caffè. Partendo da Giacomo Leopardi, che durante il suo soggiorno napoletano, si recava quotidianamente presso la prima bottega di Vito Pinto, cercando l’ispirazione sorbendo un sorbetto, di cui era goloso, alle più belle canzoni napoletane o celebri romanzi, come La cieca di Sorrento di Mastriani,  elaborati nell’accogliente atmosfera delle sale dei Caffè di Toledo.
Al “Gambrinus” Gabriele D’annunzio scrisse i versi di “A Vucchella” per una scommessa con il Poeta Ferdinando Russo e potremmo continuare a lungo. A partire dal Settecento le sale dei principali caffè napoletani sono state non solo luogo di distrazione, ma spesso nuclei di diffusione della cultura e di iniziative politiche, fungendo da base operativa per rivoluzionari e patrioti, provenienti da tutta l’Italia meridionale. Già negli ultimi decenni del Settecento in tutte le principali strade della città si aprirono caffè dove si poteva consumare seduti, la famosa “tazzulella” obbligatoriamente con le tre “c” di “come cazzo coce”. 
Nella prima meta dell’Ottocento divennero numerose soprattutto lungo Via Toledo, di queste botteghe se ne contavano oltre trenta, da quelle più In, frequentate dalla nobiltà e dalla ricca borghesia, a quelle popolari, dove perdigiorno trascorrevano piacevolmente alcune ore. Anche se nella zona del porto, ove si svolgevano le principali attività commerciali, si aprirono numerosi Caffè, che in questi anno cominciarono a trasformarsi in veri e propri cenacoli letterari, nei quali si davano appuntamento artisti e scrittori. 
Vito Pinto fondò la prima bottega del Caffè e la sua specialità fu un sorbetto dal gusto squisito, che univa il sapore della cassata a quello delle raffinate creme pasticciere francesi. I suoi gelati erano talmente buoni che i Borbone gli assegnarono il titolo di Barone e tra i suoi avventori vi era ogni giorno Giacomo Leopardi in compagnia di Antonio Ranieri, dopo aver degustato più di una ghiottoneria al Caffè Trinacria, anch’esso situato lungo Via Toledo e dotato di salottini arredati con divani rossi e le pareti adorne di specchi. Luogo di incontro della Napoli bene era un habitué anche Alexandre Dumas. Un altro celebre locale nella zona del Porto era il Caffè delle Quattro stagioni, ritrovo abituale di Bohemien di idee liberali: Pittori, Scrittori, Epigrammisti tra cui Francesco Proto, Duca di Maddoloni e Rafael Petra, marchese di Caccavone, i quali, a colpi di penna si sfidarono per anni con chiare allusioni alle rispettive prestazioni sessuali. Quella dello svizzero Luigi Caflischié l’epopea di “un self made man”, il quale partendo da zero divenne proprietario di Caffè e pasticcerie in tutta Italia , per poi concentrare la sua attività a Napoli, che costituiva la piazza più ambita e lo è ancora oggi dopo 200 anni, dopo aver resistito a cambiamenti politici e crisi economiche, rappresentando un nucleo consistente della storia della città. 

Caffè del Professore a Napoli

Il caffè d’Europa , di proprietà dei coniugi Thevenin sito in piazza San Ferdinando, riuscì a raggiungere in pochi anni, a partir dal 1845 il fior fiore dell’Intellighenzia napoletana, grazie all’abilità dei suoi camerieri rispettosi della regola “ il cliente ha sempre ragione” ed alla bellissima Madame Thevenin, dagli occhi ammalianti in grado con un sorriso di stregare gli avventori, che rimanevano attaccati ai tavolini come ostriche allo scoglio. Tra gli assidui delle eleganti sale dorate una combriccola di artisti: Caprile,  Migliaro, Altamura, Nitti, Cortese, Mancini, Pratella, Dal Bono e tanti altri. 
Spesso si tenevano banchetti luculliani, memorabile fu quello offerto da Schilizzi a Luigi Capuano in occasione della prima Giacinta al Sannazaro.Altre botteghe degne di essere ricordate sono: il Caffe del Commercio sito alle spalle del teatro Mercadante, frequentato da personaggi come Eduardo Scarpetta e Francesco Mastriani e dove per oltre un anno al pianoforte suonò Pietro Mascagni, oppure il Caffè Croce di  Savoia, all’altezza dell’attuale Piazza Augusteo, conosciuto come “Giorno e Notte” perché non chiudeva mai e veniva adoperato anche da viaggiatori che non avendo trovato alloggio, si arrangiavano su un divano come lo stesso proprietario, che pare non avesse casa e viveva nel locale. Sempre pronto ad aiutare, il fedele cameriere all’arrivo di comitive di dame e gentiluomini, di ritorno da uno spettacolo o da un banchetto. Citiamo brevemente il Caffè Aceniello in Via Foria, che fungeva da ufficio per Mastriani, il quale vi compose romanzi ed articoli, il Caffè Diodati di Piazza Dante, dove si svolgevano periodicamente i primi festival della canzone napoletana con in giuria personaggi del calibro di Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo e tra i motivi vincitori “O ricciulillo” e “O carcerato”. 
In occasione della Piedigrotta il proprietario creava tra i tavolini all’aperto uno spazio per i mastodontici carri della sfilata. Vi era poi, in via dell’Incoronata l’”Envecible”Bar frequentato quasi unicamente da forestieri, che godevano della musica di uno dei primi Caffè concerto napoletani. Un altro classico caffè concerto sorgeva nell’attuale Piazza Municipio, dove si poteva gustare anche un’ottima birra. Era un locale affollato nelle ore notturne, quando arrivavano gli spettatori del San Carlo. A poche centinaia di metri si trovava un altro punto di raccolta della borghesia gaudente, ma anche di compositori. Ai suoi tavoli, tra un caffè ed una birra, sono nate “O sole mio”, “Marechiaro”, ”luna nuova” e tante altre celebri canzoni. 
Ed arriviamo al “Gambrinus”, ancora esistente, fondato nel 1860 e che subito fece concorrenza a tutti gli altri Caffè, anche per il prestigio di “Fornitore della Real Casa”. Tra i Caffè concerto ed i cenacoli letterari, il “Gambrinus”spopolò  enelle sue eleganti sale si concentrò tutto il bel mondo napoletano: Nobili, illustri professionisti, Artisti, Poeti e Musicisti, che ammiravano estasiati gli stupendi quadri che adornavano le pareti. Il principe di Sirignano acquistò l’ultimo piano del palazzo e fondò nel 1888 il Circolo artistico politecnico, ancora esistente e che a lungo ha ospitato l’Accademia napoletana degli scacchi, grazie all’opera di Giorgio Porreca. Ai tavolini del Gambrinus Gabriele Dannunzio ha composto la celebre canzone “Vucchella.”
Per quanto frequentato da molti gerarchi, tra cui il mitico Aurelio Padovani, il “Gambrinus” era un noto covo di anti fascisti, per cui nel 1938 venne chiuso per ordine del Prefetto, anche perché la moglie, che abitava nei pressi era disturbata dal frastuono degli avventori e dalle melodie dell’orchestrina. Dopo la chiusura i locali vennero occupati da un’agenzia del Banco di Napoli.
Il “Gambrinus”riaprì nel 1952 e solo da pochi anni ha potuto riacquistare completamente i suoi sfarzosi saloni. Ed arriviamo all’epoca del Caffè Chantant. Il primo, poco dopo l’inaugurazione della Galleria Umberto, fu il “Calzona”, dove per la prima volta si esibirono le “Girls” a mezzanotte del 31 dicembre 1899, 12 bellissime fanciulle con un costume osé, salutarono in un frenetico balletto il vecchio secolo ed inaugurarono il Novecento. 
Avendo dedicato un apposito capitolo all’Epopea del Caffè Chantant ed al mitico Salone Margherita non torneremo sull’argomento, ma ricorderemo un locale unico ”L’eldorado Lucia”, sito al Borgo marinari a ridosso del Castel dell’Ovo, il quale da giugno a settembre, oltre che un teatro all’aperto, era anche uno stabilimento balneare e termale con acque miracolose, punto d’incontro preferito dei “Viveurs” napoletani, che si godevano gli ultimi scampoli della Belle Époque. Trovandoci in ambiente balneare non possiamo non citare il primo caffè letterario della vicina Capri: il Morgano, punto di incontro di un élite internazionale, che si recava nell’isola di Tiberio in una sorta di pellegrinaggio spirituale  e molti ammaliati dal suo fascino, si fermavano per viverci. Solo qualche locale di Parigi poteva gareggiare col Morgano per il livello della sua clientela, da Oscar Wilde a Edwin Cerio, da Kruppa a Fersen, da Munthe a Gorki, senza considerare d’Annunzio, Malaparte, Moravia, Steinbeck e tanti altri illustri intellettuali. 
Siamo alla fine del nostro lungo viaggio nella patria del caffè, ma prima di parlare del mitico locale denominato del “Professore”, sito in Piazza San Ferdinando, nel frattempo divenuta, Trieste e Trento, dove si possono gustare l’espresso brasiliano ed il famoso caffè nocciolato, è doveroso ricordare un altro grande locale sorto in via Toledo negli anni Cinquanta: Il caffè Motta, luogo di ritrovo non più di intellettuali, ma degli impiegati dei numerosi uffici situati nei paraggi, dal Comune all’Enel, dal Banco di Napoli alla Commerciale.

Caffè Morgano a Capri

martedì 5 novembre 2013

‘A voce ‘Napule



Nino D'Angelo


Nino D'Angelo (Gaetano per l’anagrafe) nasce a Napoli nel 1957. Negli anni ottanta fece fortuna con un jeans una maglietta ed un caschetto biondo, ma i critici lo massacravano. Oggi, invece, s’ispira a Gaber si prepara alla “terza fase artistica” e si mette la parrucca.
Originario di San Pietro a Patierno, quartiere della periferia nordorientale di Napoli, ebbe un'infanzia molto difficile e, a causa delle condizioni economiche della sua famiglia, lasciò presto la scuola e cominciò a lavorare saltuariamente come cantante ai matrimoni e come gelataio alla Stazione di Napoli Centrale.
Dopo una breve gavetta musicale, giunse ad un immediato successo in ambito regionale con il suo primo album, 'A storia mia (1976), pubblicato grazie a fondi familiari. L'album ebbe notorietà anche nelle altre regioni meridionali.
Si sposò in giovane età nel 1979 con Annamaria dalla quale ebbe due figli: Antonio e Vincenzo. In questo periodo cominciò anche a lavorare in teatro nelle cosiddette sceneggiate, tipica forma teatrale napoletana. Già nel 1979, al debutto, trovò subito il successo con "Esposito Teresa", tre atti e due quadri di Alberto Sciotti, tratta dalla sua stessa omonima canzone. Il successo fu confermato l'anno seguente da "'A discoteca", anch'essa di Alberto Sciotti e tratta da una sua canzone.
Nel 1981 debuttò nel cinema, con Celebrità. Nel 1982 Interpreta Tradimento e Giuramento in coppia con il grande Mario Merola. Si realizzò l'abbinamento disco e film con 'Nu jeans e 'na maglietta. Il film, di cui gli autori e produttori avevano aspettative molto basse, tenne testa negli incassi a Flashdance. Da questo momento cominciò il "fenomeno Nino D'Angelo".
Nel 1983 pubblica in successione due album che lo proiettano verso il successo nazionale: "Sotto 'e stelle" e "Forza campione" rafforzando la collaborazione nei testi con il paroliere Antonio Casaburi, già precedentemente presente negli album "Nu jeans e 'na maglietta" e "Le due facce di Nino D'Angelo" e con Antonio Casaburi nascono canzoni come: 'Na muntagna 'e Poesie-T'amo-Aggio scigliuto a tte-Compagna di Viaggio-Vedrai- Fra cinquant'anni- Racconto d'amore. Gli arrangiamenti sono curati da Franco Chiaravalle.
Nel 1985 raggiunse la Top Ten delle classifiche nazionali con l'album Eccomi qua, che creò le premesse per il suo debutto al Festival di Sanremo nel 1986, dove presentò Vai. Fu totalmente ignorato dai critici ma il suo album Cantautore fu uno dei più venduti tra quelli del festival. Il successo su vasta scala gli permise di ottenere il passaggio dalla casa discografica Vis Radio alla Dischi Ricordi, per la quale pubblicò, nell'autunno di quell'anno l'album Fotografando l'amore. In questi anni cominciò a girare il mondo con i suoi concerti: Belgio, Francia, Svizzera, Germania, Stati Uniti. Una sua canzone, "Napoli" tratta dal film Quel ragazzo della curva B, divenne un inno per i tifosi di calcio napoletani.
Nel 1990, dopo la scomparsa dei suoi genitori, Nino entrò in un periodo di depressione. Provò a smettere i panni del cantante che vendeva album, cercando in sé stesso "le emozioni più profonde per scrivere i brani". Si ricorda, in questo periodo, il cambio totale di look che lo vide eliminare del tutto il caratteristico caschetto biondo per un taglio più casual. Con l'album Tiempo, riuscì a convincere anche la critica (si ricordano gli apprezzamenti del critico cinematografico Goffredo Fofi). In seguito lasciò Napoli e si trasferì con la sua famiglia a Roma.
Da qui anche l'incontro con la regista Roberta Torre che gli propose di girare un cortometraggio, "Vita a volo d'angelo" fu poi presentato al Festival di Venezia riscuotendo molti apprezzamenti. L'anno dopo la stessa Torre gli propose di realizzare la colonna sonora al suo primo lungometraggio, "Tano da morire", con il quale D'Angelo ha vinto, tra altri premi, il David di Donatello come miglior musicista ed il Nastro d'Argento per la miglior musica assegnato dal SNGCI.
Nel 1997, Nino scrisse il suo primo musical, Core pazzo, che ottenne molto successo, e fu tra i conduttori del Dopofestival con Piero Chiambretti. Nel 1999 pubblica il libro L'ignorante intelligente, un'autobiografia che racconta le sue umili origini.
Sempre nel 1999 ritornò a gareggiare al Festival di Sanremo con Senza giacca e cravatta, raggiungendo l'ottavo posto. Nell'album successivo, Stella 'e matine, fu incluso fra i brani il singolo "'A muntagna è caduta" dedicato alle vittime dell'alluvione a Sarno del 1998.
Nino ritornò a Sanremo nel 2002 e nel 2003 con Marì e 'A storia 'e nisciuno. Nel febbraio 2005 viene pubblicato il singolo "Brava Gente" tratta da "Il Ragù Con La Guerra" (2005). Dal 2006 al 2010 è stato il direttore artistico del 'teatro del popolo Trianon Viviani' di Napoli. Nel settembre del 2006 lavorò sul set del film per il cinema dal titolo "Una notte" per la regia di Toni D'Angelo.
Nel maggio del 2007, Nino D'Angelo fu invitato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli per tenere una lezione sul tema "La musica come strumento di recupero sociale". Sempre in maggio 2007 Nino D'Angelo, entrò in studio per registrare il nuovo CD, Gioia nova, e cominciò una tournée durata fino ad agosto.
Il 28 settembre 2007 il cd è stato pubblicato ed il primo singolo estratto è "Nu napulitano". Tramite un suo comunicato sul suo sito ufficiale, D'Angelo dichiarò di aver trovato l'ispirazione per la realizzazione di questo disco grazie alla nascita della sua nipotina. In precedenza aveva invece affermato che non avrebbe più scritto canzoni. L'8 luglio 2008 ha partecipato al concerto per festeggiare i 30 anni di carriera di Pino Daniele, con cui ha cantato "Napule è" (insieme ad altri artisti del calibro di Giorgia, Irene Grandi, Chiara Civello, Peppe Servillo e Gigi D'Alessio) e "Donna Cuncetta".
Successivamente invece è stato nominato direttore artistico della festa di Piedigrotta a Napoli organizzata il per 14 settembre 2008, la festa è stata un susseguirsi di emozioni e ospiti d'onore da Sophia Loren a Pippo Baudo fino ad arrivare al Cardinale Sepe, tutto avanti a 50.000 spettatori per niente abbattuti dalla lunga pioggia caduta nel corso della kermesse. Il 20 settembre 2008 torna, in occasione della festa di San Matteo, in concerto a Salerno, città in cui mancava da oltre 10 anni, con ospite Raiz.
Nel 2008 pubblica l'album D'Angelo canta Bruni, cd dedicato al cantante partenopeo Sergio Bruni, dove Nino ripercorre i suoi più grandi successi. Nello stesso anno propone al teatro Trianon lo spettacolo omonimo del disco, avendo grandissimo successo di critica e di pubblico; il CD dopo un mese è entrato anche nella classifica dei cento cd più venduti in Italia. Nel marzo del 2009 una sua vecchia canzone "Pop corn e patatine" insieme ad "Ogni volta" di Vasco Rossi fa parte della colonna sonora di Fortapàsc film che narra gli ultimi 4 mesi di vita di Giancarlo Siani.
Partecipa al Festival di Sanremo 2010 con Jammo jà, canzone sulla Questione Meridionale, presentata interamente in lingua napoletana: la canzone non accede alla finale, nonostante il tentativo di ripescaggio previsto per chi non aveva superato la prima serata. Contestualmente verrà pubblicata anche una nuova compilation dal titolo Jammo jà dove verranno ripercorsi i suoi 35 anni di carriera.
Il 4 dicembre 2011 esce il singolo Italia bella che anticipa l'uscita, nel gennaio 2012, dell'album Tra terra e stelle.
Nell'inverno 2011-2012 porta nei teatri il suo nuovo spettacolo C'era una volta un jeans e una maglietta; l'esordio è avvenuto al Teatro Bellini di Napoli il 23 dicembre 2011. Lo spettacolo è stato riproposto nella stagione teatrale 2012-2013. Il 21 Ottobre 2013 per Nino D'angelo si apriranno le porte del Teatro Real San Carlo di Napoli per omaggiare Sergio Bruni in un evento a lui dedicato dal titolo Memento/Momento per Sergio Bruni a dieci anni dalla sua morte.
Attualmente è stato siglato un accordo per cui Roberto De Simone curerà gli arrangiamenti del concerto di Nino D'Angelo al San Carlo. Per le scene, invece, dovrebbero essere adattate una serie di opere di Mimmo Paladino. Due firme d'autore, dunque, alla parte scenografica e musicale per l'evento destinato a portare per la prima volta sul palcoscenico del Niccolini l'ex scugnizzo con il caschetto biondo di «'Nu jeans e 'na maglietta».

Nino d'Angelo al San Carlo

Nino D'Angelo sara' al San Carlo con il suo omaggio a Sergio Bruni il 23 ottobre

Evento annunciato, rinviato, contestato e discusso tra un mare di polemiche, di favorevoli e di contrari. E ora pare definitivamente fissato per il 23 ottobre.
Lo stesso De Simone in un primo momento era contrario a destinare la sala del lirico ad appuntamenti con il pop, e faceva parte del consiglio di amministrazione del teatro quando fu imposto il divieto assoluto a spettacoli di musica «altra» o trasversali. Ma tant'è. Convinto dalla voce verace di D'Angelo, ora il maestro dall'alto della sua esperienza ha deciso di realizzare uno spettacolo vero e proprio con una sua drammaturgia e di cucire una veste «di lusso» alle melodie del cantante di Casoria. 
Il quale, è bene ricordarlo, arriva al San Carlo per una sorta di risarcimento morale: ricordare i dieci anni dalla morte di Sergio Bruni, «'a voce 'e Napule», cui non venne mai dato il placet per una soirée al San Carlo. 
Tempi diversi. Perché nel frattempo sono state tante le voci estranee al mondo della musica colta ad esibirsi in diverse occasioni sul palcoscenico del Massimo napoletano. A sdoganare la sala sono stati in tanti, da Claudio Baglioni (che ci ha girato anche un video) a Ligabue, da Vecchioni a Noa e Fossati e, tra i cantanti di casa, Enzo Gragnaniello, Pino Daniele, Massimo Ranieri (che ha anche firmato una regia di «Traviata») e Eugenio Bennato chiamato proprio dal San Carlo .nel cartellone della stagione Extra con la sua opera, «L'amore muove la Luna», in scena a febbraio scorso. 
«Stiamo lavorando perché l' evento si realizzi», dice l'assessore alla cultura del comune di Napoli Nino Daniele. «D'Angelo, De Simone e Paladino stanno facendo una bella cosa per Napoli e la canzone napoletana. Il sindaco de Magistris e io con lui ci abbiamo creduto dal primo momento, spero proprio di portare in porto l' operazione. Il Comune darà il suo patrocinio e questo agevola perché riduce il prezzo del teatro, ma non basta. Il costo dell' operazione sta lievitando perché non si tratta più di un semplice concerto.
D'altronde D'Angelo lo aveva detto: «Al San Carlo ci voglio andare ma con un progetto, un'idea, una cosa straordinaria». E s'è messo al lavoro. In silenzio, con puntigliosità e attenzione. Fino all'incontro, decisivo, con De Simone, a fine agosto, in occasione dell' ottantesimo compleanno del maestro. Nino ha preso parte alla festa organizzata da amici e parenti dell'anziano musicologo e insieme hanno pensato a uno spettacolo diverso, che potesse lasciare il segno. Non solo un semplice omaggio all' autore di «Carmela» ma una vera e propria drammaturgia all'interno della quale D'Angelo propone i suoi hit. Il tutto con il contorno assicurato da un maestro dell' arte contemporanea come Paladino, non nuovo, pèraltro, al palcoscenico del San Carlo. Qui il maestro di Paduli è un po' di casa, visto che è suo il disegno realizzato sulla nuova cassa acustica che fa da sfondo a tanti concerti. Suoi (regalati al San Carlo tra non pochi problemi burocratici) anche i cavalli di bronzo sistemati sul tetto della nuova sala prove, nei giardini di Palazzo Reale. Ma Paladino aveva anche firmato le scene per due allestimenti lirici: nel 2002 il rossiniano «Tancredi» e nel 2005 per il «Fidelio» di Beethoven in un allestimento singolare e suggestivo con la regia di Toni Servillo. Le sue opere, insieme a quelle di tanti artisti contemporanei passati dal San Carlo ora fanno bella mostra all'interno del MeMus, il museo del teatro a Palazzo Reale. E Paladino è amico di D'Angelo: fu lui a cantare in piazza del Plebiscito sulla sua celebre montagna di sale nella Napoli del rinascimento basoliniana.
Serata strana al San Carlo, serata bella, forse anche importante, se si potesse credere che il successo dell'altra sera avesse davvero finalmente abbattuto le barriere culturali che dividono Napoli tra cittadini di serie A e serie B, come nelle intenzioni del sindaco De Magistris, in sala per applaudire uno spettacolo da lui a lungo voluto. Bella per la qualità della «composizione strumentale cameristica» con cui Roberto De Simone ha vestito «Memento/Momento», aprendo finalmente le porte del teatro a Nino D'Angelo, ma anche a Sergio Bruni, a cui l'omaggio era dedicato. Bella per il coraggio con cui l'ex scugnizzo in jeans e t-shirt ha affrontato una prova fino a ieri inimmaginabile, esibendosi senza rete, passando da un gruppo di strumenti a corde pizzicate a un ensemble di musica barocca, da un quartetto jazz ad una fanfara macedone.
Nino ha mostrato carattere sacrificando il proprio stile - ma non la propria identità - al servizio di un processo che contestualizzava in una cornice colta la tradizione orale di cui è figlia la melodia 
partenopea. Ha rinunciato ai trucchi ed alle certezze del mestiere per intonare «Lu cardillo» accompagnato da un' arpa viggianese (Giuliana Dedno) e da un violoncello (Leonardo Massa) o vivere «Amaro è 'o bene» come una chanson jazzata e tangata. 
Ha lavorato per sottrazione, sentendosi forse goffo sul palco enorme, punteggiato dai segni/disegni di Mimmo Paladino, le luci di Cesare Accetta. Ha cantato puntando all'implosione più che all'esplosione espressiva pasquarielliana, coccolato dalla regia di Davide Iodice. ricordando ad ogni problema (l’audio non era ottimale) l' assicurazione del maestro: «Sei in una botte di ferro». 
Nella botte di ferro preparatagli da De Simone si è sottratto alla celebrazione della canzone gastronomica pop come dell' overdose orchestrale. Si è mosso tra suoni da camera, alla ricerca di una musica d'assieme capace di portare in Arnerica «Amaro è o bene» (Giuliana Soscia, Pino Iodice & Co) e regalargli lo spazio per fioriture vocali emozionanti in «Tevogio bene assaje» (chitarra solista Antonello Paliotti). Ensemble a plettri (Nunzio Reina primo mandolino) e della Pietà de' Turchini si uniscono per «Carmela», che strappa ovazioni, il pre-finale melodrammatico di «Pupatella) non è casuale, si aggancia alla citazione dal «Woyzeck» di Berg nell' ouverture: la sposa fedifraga è punita, la sceneggiata è ridotta a fantasma di se stessa, De Simone ricorda come la canzone napoletana dalle origini a Bruni a D'Angelo, sia «pervasa da cultura contadina, da moralismi convenzionali imposti dal potere e da un secolare cattolicesimo che sostiene la divisione in caste di padroni e sevi. Ne conseguono accettazione passiva dello sfruttamento lavorativo, del malessere sociale, coni suoi tabù indiscussi, e i mitici elementi del maschilismo, dell'amore, della donna, della gelosia, del tradimento femminile e dell'omicidio per legittima difesa dell'onore». 
Il «Mernento/Momento» vive così di flashback melodici, di deja vu armonici, di ritmi banditi sino all' apoteosi finale, quando l'Agusevi Dzambo Orkestar irrompe sul palco, come in una processione: balcanica certo, ma anche verace se si pensa alla Madonna dell' Arco o i Gigli di Nola, ma anche messicana, conq4el teschio brandito da una sorta di pazzariello macedone prima che l'intera scena si colori di luminarie palladiniane. Qui, come in un trionfo «brutal core», la brass band punteggia cavalli di battaglia bruniani dei più popolari, dove la parola non indica tanto e solo il successo, quanto il consumo da parte della classe popolare: tra «Palcoscenico» a «'O Vesuvio», «'O ritratto 'e Nanninella» e «Bandiera bianca» per De Simone siamo alla fine della canzone napoletana, alla trasformazione da popolo in massa; per D'Angelo siamo alla radice del suo mestiere di «cantante napoletano moderno». Roberto lo imprigiona e, insieme, lo libera, gli apre porte e orizzonti.
In platea, commossa, Bruna Chianese, figlia di Sergio Bruni, commenta nel vedere Nino aprire le braccia al pubblico: «Fa gli stessi gesti di papà».
Cerchiamo ora di conoscere Nino D’angelo fuori dal palcoscenico, come abitante di una città difficile attraverso un’intervista a cuore aperto.
Quando il colera arrivò a Napoli, a fine agosto 1973, Nino D'Angelo aveva compiuto 16 anni da due mesi: era un ragazzino vivace, cresciuto tra le strade di San Pietro a Patierno, periferia nord della città. Come tutti i ragazzini, aveva ben altro a cui pensare: partite a pallone, i primi amori, la passione per la musica che iniziava a diventare sempre più travolgente. Però, ripensando oggi a quel periodo così difficile per la sua Napoli, il cantante, attore e regista partenopeo ricorda in maniera nitida una cosa in particolare: «La paura delle mamme».
Lei è cresciuto in una zona popolare della città: la situazione quotidiana era davvero terribile?
«C’era certamente molta paura anche perché si parlava ovunque del colera che aveva colpito Napoli. Pero, per quanto mi riguarda, ad attirare l’ attenzione mia e dei miei coetanei erano soprattutto le preoccupazioni dei nostri genitori, delle mamme. Si preoccupavano quando giocavamo in strada con l'acqua si preoccupavano che ci si preoccupavano che pulissimo con cura le mani ogni volta che andavamo in bagno. Insomma, c'era molta attenzione proprio nei confronti di noi ragazzi, che magari potevamo essere più esposti. Noi ragazzi però, non è che badavamo molto a quei loro avvertimenti».
I mass media dedicarono un' attenzione enorme al colera a Napoli. L'esposizione mediatica ha fatto male, sul lungo periodo, all'immagine della città? 
«Purtroppo, senza voler fare del vittimismo, ancora oggi si guarda a Napoli e ai Napoletani rifacendosi ad antipatici luoghi comuni nati proprio in quel periodo. Si evocano, con fare un po' razzista, il colera e la sporcizia della città, dimenticando troppo spesso che in questo modo, si manca di rispetto nel confronti delle vittime del colera Napoli. E il rispetto verso i morti non dovrebbe mal venir meno».
Si riferisce a episodi o a contesti particolari? 
«Molto spesso, anzi troppo spesso, negli stadi italiani soprattutto settentrionali le partite del Napoli sono accompagnate da cori ingiuriosi nei confronti dei tifosi napoletani che accompagnano la squadra in trasferta. Si evoca il colera, ma non si capisce che così si offende la civiltà di un'intera città e di un intero popolo. Naturalmente, con tutto ciò il calcio e lo sport non centrano proprio niente».
Fa tristezza che questo capiti dopo 40 annida quei fatti
«Ma, da allora, Napoli per fortuna è andata avanti. Quella situazione durò pochi mesi e fu pienamente superata. Poi, è normale che Napoli continui ad avere quei problemi tipici di tutte le grandi metropoli italiane e internazionali. In ogni caso, però, io sono fermamente convinto che di fronte a quei cori sui "napoletani colerosi" si debba reagire senza vittimismo ma con superiorità, forti dell'orgoglio verso la propria identità e dell' amore verso la propria terra».
Ed ora facciamo un passo indietro, quando Nini D’Angelo decise di portare in scena: “C’era una volta un Jeans e una maglietta” ed ammette con tristezza: «sono contro la camorra, ma qui, a modo suo è un ammortizzatore sociale».
Sembra la scena di un film neorealista. Mentre montano le scenografie, gli operai cantano i c1assici della canzone napoletana. E a un certo punto, ci offrono un caffè. Con Nino D'Angelo - 54 anni, battuta pronta occhi attenti, pancetta da buongustaio - siamo all'aperto, nel parcheggio del capannone di Pozzuoli dove, con il cast, sta mettendo a punto gli ultimi dettagli dello spettacolo. Accatastate intorno a noi. sagome in legno di angeli. Serviranno a Cera una volta ... un jeans ed una maglietta, la commedia musicale che D'Angelo porta in scena, dal 25 dicembre al Teatro Bellini di Napoli. È, come il titolo dichiara, il seguito ideale di ‘Nu jeans e ‘na maglietta, film (e disco) che nel 1983 fu l'unico in grado di tenere testa a Flashdance, Il successo che lo. consacrò, ma anche quello che lo cristallizzò nell'immagine del cantante neomelodico dal caschetto biondo da cui ha faticato tanto a distaccarsi. Qualcosa non quadra. e l'intervista parte da lì.
Chi glielo fa fare, quasi trent'anni dopo, di rispolverare caschetto, jeans e maglietta? 
«Vedo in giro tanta robba anni '80, e siccome all'epoca mi amavano in pochi ..» 
Non faccia la vittima: aveva milioni di fan, non solo a Napoli. 
«Però la critica e tanti colleghi mi schifavano. L'idea dello spettacolo è far incontrare sul palco le mie due anime quella sobria di oggi e quella ossigenata di allora. Per farlo in maniera leggera e ironica, ma anche poetica. mi sono ispirato al Signor G di Giorgio Gaber»
Come le venne, all'epoca, l'idea del caschetto biondo? 
«Mi dicevano che ero un bravo cantante ma non "tenevo" il fisico. troppo normale. Un giorno, sapendo che cercavo 'o look giusto, il parrucchiere mi propose tinta e taglio nuovi: "Nino, ‘o facimm?. “E facimmelo..”  gli risposi».
E quando si stufò di quei capelli? 
«I critici mi massacravano per come mi presentavo, non per quello che cantavo. E questo a un certo punto non mi andò più giù ‘Nu jeans e na maglietta mi ha salvato la vita, nel senso che mi ha dato proprio da mangiare, però mi ha anche tolto tanto. Per parecchia gente sono sempre quello là: il pregiudizio resiste». 
Eppure negli ultimi anni - grazie alla sua musica, e a film d'autore come Tano da morire e II cuore altrove - lei è stato completamente rivalutato. 
«È vero, ma i classisti sono sempre all'opera. E io, che pure ho le possibilità di un ricco borghese, sto sempre dalla parte della povera gente, vivo vicino ai poveri cristi, La mia famiglia sa bene che cos'è la disoccupazione: a Napoli si sente più che altrove». 
Però abita a Roma. 
«Dal 1985, per paura. Mi spararono due volte fuori casa perché volevano impormi di pagare una tangente, ma li denunciai, Come denunciai la rapina che mi fecero poi. La casa a Napoli, però, non l'ho mai venduta, e anzi negli ultimi anni ho passato più tempo lì che a Roma», 
Mai saputo chi fu a sparare? 
«Mai. Ma so che i napoletani erano dispiaciuti, e che mi hanno sempre amato. Sono uno di loro e canto da sempre di disgraziati e riabilitazione. lo penso che, se un ragazzo va in galera per uno scippo, dopo aver pagato il conto con la giustizia debba avere la possibilità di rifarsi una vita. So quello che dico: ho tanti amici che hanno fatto una brutta fine, e poteva capitare anche a me». 
C'è mai andato vicino? 
«Fortunatamente no. Da ragazzo però ho visto mia madre piangere mentre l'ufficiale giudiziario ci portava via i mobili. E io che cosa potevo fare, se non andare a chiedere i soldi a qualcuno che li aveva? Sono contro la camorra, ma Napoli è una città che con la camorra ci mangia. Non è giusto, eppure è cosi. Per combatterla davvero, dobbiamo sapere che a modo suo è un ammortizzatore sociale». 
Del nuovo sindaco De Magistris che cosa pensa? 
«Aspetto a pronunciarmi. Anche con Berlusconi il problema rifiuti sembrava risolto, invece ... Napoli è una città piena di sorprese: i guai non finiscono mai». Fino al 2010 ha diretto, con successo, il teatro Trianon Viviani di Forcella, uno dei quartieri più difficili della città, poi la nuova Giunta regionale di centrodestra l’ha licenziata in tronco: troppo vicino all'ex governatore Bassolino? 
«Può darsi. al Trianon sono arrivato grazie a lui, e non lo dimentico». 
In compenso pare che l'amministrazione abbia dimenticato: di pagarla. Mi risulta che le debbano ancora 200 mila euro. «Adesso me li dovrebbero dare, così almeno ha detto il giudice. Avevo uno stipendio di 60 mila euro l'anno, non mi sembra un'esagerazione». 
Si dice che ora potrebbe tornare. 
«C'è stato un approccio: si vedrà. Certo, se tornassi, continuerei a fare teatro per il popolo. Avevo 5 mila abbonati, gente mai stata a vedere uno spettacolo». 
È di destra o di sinistra? 
«Sono del Napoli, lavezziano». 
Ha mai pensato di tornare al genere neomelodico? 
«Mai. L'ho inventato io, e non mi piace fare sempre le stesse cose». 
I neomelodici di oggi, come Gigi D'Alessio, le piacciono? 
«No. È musica vecchia. Oggi non piace nemmeno a me quello che facevo io. Ma non mi faccia litigare con Gigi, per carità, che è bravo». 
D'Alessio da giovane incise due canzoni scritte in carcere dal boss Luigi Giuliano: a lei è mai successo? 
«I camorristi non sanno scrivere». 
Quindi le è capitato. 
«Quando ero direttore artistico del1a Festa di Piedigrotta, mi arrivava di tutto. Ma erano canzoni brutte e le ho scartate. Senza conseguenze». 
Ha ammesso di aver cantato, all'inizio della sua carriera, storie d'amore in cui veniva lasciato, perché vendevano di più. 
«È vero. Fino al '90 pensavo a fare soldi, a sistemare la famiglia. Poi è morta mamma, e mi è venuta la depressione: un giorno mi sono svegliato con la paura di uscire di casa. È stata durissima. Quando ne sono venuto fuori, con l'aiuto di un analista, ho cambiato tutto. Capelli compresi». 
In questo spettacolo va in scena con la parrucca bionda: che effetto le fa? 
«La prima volta che l'ho indossata e mi sono guardato allo specchio, mi sono messo a ridere. Dopo cinque minuti, però, mi è venuta la tenerezza. In quel caschetto biondo ci sono valori e sentimenti: mio padre, mia madre che era pazza di me, gli amici». 
Che cosa viene, dopo? 
«Un disco: si chiama Tra terra e stelle, esce a gennaio, e rappresenta la mia terza fase artistica dopo quella neomelodica e quella etnica. Inizio con una poesia, L'alba, e in Italia bella canto di politica». Mi dicono che usa parecchio Internet. «Sì, ma non per chat o puttanate simili. A casa mia la scuola era un optional, io sono un ignorante, grazie a Dio però adesso c'è Google: quando non so una cosa, cerco lì le risposte. E se non le trovo, chiedo ai miei figli. Quando si è laureato Toni (il primogenito: da Annamaria ha avuto anche Vincenzo), è stata una gioia incredibile: il primo laureato di tutta la razza D'Angelo». 
Che padre è stato? 
«Ho fatto i miei errori. Come tutti quelli della mia generazione, ho soprattutto dato: avrei dovuto parlare di più». 
Se le chiedo dei suoi ricordi più indimenticabili, che cosa le viene in mente? 
«La bicicletta che mamma mi regalò, da piccolo. E il David di Donatello come miglior musicista per Tano da morire. Per me è stato più di un Oscar. lo sono nato non per vincere, ma per lottare».

Nino D'Angelo, Alberto Amato e Mario Trevi ritratti nel 1992

Roberto De Simone con Nino D'Angelo


UN COLTISSIMO DATTILOGRAFO


Vincenzo Rizzo

Più volte relatore, ma soprattutto assiduo frequentatore del salotto culturale di mia moglie Elvira, Vincenzo Rizzo, cugino di primo grado di Giacomo, l’artista, è una persona squisita di cui mi vanto essere amico. All’immortale maschera di Pulcinella raramente sono state dedicate mostre ed una delle più intriganti degli ultimi anni si è tenuta presso la libreria di Franco Maria Ricci a Spaccanapoli, con 30 opere (disegni, sculture e dipinti) di Vincenzo Rizzo, scelte da una produzione poco meno che sterminata dell’autore che ha prodotto finora oltre 6.000 opere sul tema di Pulcinella e non ha alcuna intenzione di smettere. Vincenzo Rizzo è un personaggio singolare, degno di essere apprezzato da un pubblico più vasto di quello degli addetti ai lavori, che da tempo ne conosce l’impegno indefesso e lo stima. Sulla sua carta d’identità leggiamo la professione di “traduttore” ma Rizzo è, innanzitutto, artista nato in una famiglia d’artisti.                                                       Le ore del mattino sono dedicate al suo routinario lavoro svolto in un’antica bottega  di fronte al Tribunale di Castel Capuano ma basta andare nell’appartamento alle spalle del negozio per capire la vera inclinazione di Vincenzo: una biblioteca di libri d’autore, 10.000 volumi, una delle più ricche raccolte private napoletane di testi sulla nostra gloriosa tradizione di antica capitale. Uno studioso dunque e, ad essere più precisi, un implacabile ricercatore di antichi documenti che, tassello dopo tassello, ricostruiscono la verità, a differenza di tanti blasonati professori che ritengono, con un solo colpo d’occhio, di poter risolvere una spinosa attribuzione.                                                                                  
Suo campo di battaglia è l’Archivio Storico del Banco di Napoli, chiamato ancora con l’antico nome, dimenticando l’odiosa colonizzazione dei piemontesi. Tra montagne di carte ingiallite, Rizzo si muove con disinvoltura e, munito di una segreta e magica bussola, sa scovare la pista per identificare l’autore di un quadro o di una scultura.          Le ore passate libere da questa passione sono dedicate alla creazione artistica i cui frutti possono essere colti nella mostra “Pulcinelliade”, dedicata ad una maschera immortale, gioiosa e giocherellona, la più nota del nostro teatro, specchio del carattere di un popolo generoso e densa di effluvi tragici, malinconici, rapsodici, estenuanti. Quello di Rizzo è un canto eterno, un canto incorrotto, pregno di dolcezza, espressione di un amore che fu trasmesso a Vincenzo da Salvatore De Muto, l’ultimo grande interprete teatrale di Pulcinella, cui il nostro soleva rendere periodicamente visita, prima della morte, mentre era seduto su un seggiolone igienico presso l’Albergo dei Poveri. Ricevuto il testimone, Vincenzo Rizzo è partito baldanzosamente come un aedo greco, custode del culto della Bellezza e della Passione, del Pianto rigeneratore, della Fatica e dell’effimero del Vivere.


pulcinella


LA NIPOTE DI DON BENEDETTO

Marta Herling

       
Custode della memoria dell’illustre antenato, la dottoressa Marta Herling, costantemente presente nel dibattito culturale cittadino, è stata, oltre che relatrice, un’habituè del salotto di mia moglie Elvira.                   Nata a Napoli nel 1957, si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Napoli ed ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in “Storia della società europea” con una tesi su “Storiografia e questione nazionale in Polonia negli ultimi decenni dell’Ottocento”. E’ autrice di saggi e traduzioni sulla storia della storiografia e della cultura in Polonia tra Otto e Novecento. Dal 1988 è Segretario Generale dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce, con sede a Napoli nel Palazzo Filomarino.E’ responsabile dei programmi d’informatizzazione dell’archivio di Benedetto Croce e degli archivi dell’Istituto; coordina l’edizione dei “Carteggi di Benedetto Croce”; cura l’archivio di GustawHerling e le edizioni delle sue opere; si occupa dell’organizzazione e promozione della cultura e di istituzioni culturali in ambito cittadino e nazionale collaborando con enti ed organismi europei. Le è stato conferito il Premio “Benemerito per la cultura Gloria Artis” del Ministro della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Polonia il 15 maggio 2007.

STELLA, UNA NINFOMANE INSAZIABILE

Stella X

Stella, quando comincia la sua nuova vita, è una signora della buona società napoletana, 30 anni, bionda, molto bella, un marito professionista affermato, un incarico presso la cattedra di Archeologia, una casa accogliente e ben frequentata, una colf a tempo pieno. Poteva essere felice ma non lo era a causa di un trauma infantile che aveva irreparabilmente segnato il suo sviluppo psicologico: all’età di 11 anni, durante una gita scolastica, l’autista del pullman, con un raggiro, aveva colto il fiore della sua verginità. Da allora, una frigidità incoercibile l’aveva accompagnata costantemente, impedendole addirittura lo stesso rapporto sessuale per un vaginismo refrattario a qualsiasi tentativo di cura, almeno fino al giorno in cui decise di rivolgersi allo studio di un famoso sessuologo inventore del vaginometro, apparecchio il cui scopo era la valutazione della capacità di una donna a raggiungere l’orgasmo, del quale aveva letto un articolo elogiativo sul mensile “Salute”. Dopo i primi incontri si stabilì, come spesso capita tra medico e paziente, un transfer che in breve li trascinò l’uno tra le braccia  dell’altro e la coniugio sancì solennemente la completa e definitiva guarigione della paziente, che volle continuare a frequentare il medico per essere certa di essere guarita. Guarita lo era senza ombra di dubbio, anzi, lentamente, era caduta nella sindrome opposta perché era diventata una ninfomane insaziabile con chiunque, salvo che con il marito, verso il quale conservò un’ostinata ostilità che, ad ogni tentativo d’amplesso,  risvegliava l’antico,incoercibile vaginismo. Con il medico si era creata un’intesa perfetta, che si sublimava ogni 4-5 giorni, anche se i sentimenti rimasero sempre estranei alla passione.      Stella voleva essere posseduta da quanti più uomini possibile per cui la coppia clandestina decise d’iscriversi ad un esclusivo club di scambisti che si riuniva ogni settimana in un albergo di lusso di Via Veneto a Roma. I due, con la Ferrari del medico, volavano all’appuntamento nella hall dell’hotel, dove si sceglievano liberamente gli accoppiamenti, sempre diversi. Stella,avvolta nella sua pelliccia di visone e con una lingerie raffinata, era richiestissima mentre il  marito putativo si arrangiava con le mogli di facoltosi professionisti, ricchi commercianti ed affini. Il colmo Stella lo raggiunse quando confessò al suo curante amante che voleva provare l’ebbrezza della prostituzione per strada e voleva essere protetta. Finalmente, a quel punto, il sessuologo capì che il suo compito era terminato e non seguì Stella in questa sua ultima, esaltante esperienza.

Una Siciliana Napoletana


Giulia Michelini

In Italia vige lo Jus Sanguinis e non lo Jus Soli; lo sanno molto bene sulla loro pelle i tanti figli d’immigrati, da tempo residenti in Italia ed in regola con fisco e permesso di soggiorno, ai quali non viene concessa la cittadinanza italiana. Sulla base di questa prassi consolidata per quanti iniqua, abbiamo napoletanizzato Rosy Abate (all’anagrafe Giulia Michelini), la quale, per quanto nata a Roma ed usa ad interpretare una Siciliana Purosangue, ha due genitori napoletanissimi, integerrimi magistrati e contro l’imprinting del DNA non ci sono eccezioni da eccepire.
La nostra eroina che ringraziamo per la foto con dedica, nata nel 1985 ha trovato la massima popolarità in Squadra antimafia – Palermo oggi, la serie TV alla quale prende parte da protagonista dal 2009.
Ha uno splendido bambino di 8 anni, Giulio, il quale ha già avuto il suo debutto televisivo con una particina nella seconda puntata dell’ultima serie, dove interpreta il figlio di un’albergatrice.
Studi classici al Liceo Mamiani di Roma. Inizia sin da giovanissima l’attività di attrice debuttando per la prima volta sugli schermi nella terza stagione di Distretto di Polizia (2002), dove è Sabina, la sorella di Giulia Corsi (Claudia Pandolfi), ruolo interpretato anche nelle due stagioni successive.
L’anno seguente appare per la prima volta al cinema nel ruolo di Ilaria in Ricordati di me, film di Gabriele Muccino. Nel 2004 è protagonista della miniserie Paolo Borsellino per la regia di Gianluca Maria Tavarelli, dove interpreta il ruolo di Lucia Borsellino. Dal 2005 al 2008 è Francesca De Biase in RIS – Delitti Imperfetti. Nel 2006 è anche sul set del telefilm Il vizio dell'amore dove è comparsa nell'episodio Il vicino, nonché nella serie TV Vientos de agua dove interpreta il ruolo di Gemma e in Taccuini d’amore, regia di Valia Santella.
Il 14 settembre 2007 ritorna sul grande schermo con il ruolo di Francesca nel film "La ragazza del lago", opera prima di Andrea Molaioli, accanto a Toni Servillo e Valeria Golino. Nel 2008 partecipa alla miniserie TV "Aldo Moro – Il Presidente", nel ruolo di Anna Laura Braghetti.
Dal 31 marzo 2009 è protagonista della serie TV Squadra antimafia - Palermo oggi, serie che la vede protagonista nei panni della mafiosa Rosy Abate.
Nell’estate dello stesso anno è protagonista insieme a Giorgio Pasotti e Camilla Filippi della miniserie TV La scelta di Laura, regia di Alessandro Piva.
Ai polizieschi alterna il cinema. Nel 2009 è Marika, la fidanzata di Checco Zalone nel film Cado dalle nubi. Nel 2011 partecipa a tre film: Immaturi, per la regia di Paolo Genovese nel ruolo di Cinzia, Febbre da Fieno, per la regia di Laura Lucchetti nel ruolo di Franki e Cavalli, per la regia di Michele Rho nel ruolo di Veronica. Il 24 e il 31 marzo 2011 partecipa a due episodi della serie TV I soliti idioti, in onda su MTV nel ruolo di Carmela.
Nel 2012 è sul set di Outing - Fidanzati per sbaglio, film diretto da Matteo Vicino e I calcianti per la regia di Stefano Lorenzi. Dal 10 settembre 2012 è sul set della quinta serie di Squadra antimafia - Palermo oggi, ancora una volta nei panni della mafiosa Rosy Abate.
Ricordiamo i film a cui ha partecipato:
Ricordati di me, regia di Gabriele Muccino (2003)
La ragazza del lago, regia di Andrea Molaioli (2007)
Cado dalle nubi, regia di Gennaro Nunziante (2009)
Immaturi, regia di Paolo Genovese (2011)
Febbre da fieno, regia di Laura Luchetti (2011)
Cavalli, regia di Michele Rho (2011)
I calcianti, regia di Stefano Lorenzi (2012)
Outing - Fidanzati per sbaglio, regia di Matteo Vicino (2012)
Le sue apparizioni televisive
Distretto di Polizia – serie TV (2002-2005)
Paolo Borsellino, regia di Gianluca Maria Tavarelli – miniserie TV (2004)
R.I.S. - Delitti imperfetti – serie TV (2005-2008)
Vientos de agua – serie TV (2006)
Il vizio dell'amore, regia di Mariano Cirino – serie TV, 1 episodio (2006)
Aldo Moro - Il presidente, regia di Gianluca Maria Tavarelli – miniserie TV (2008)
La scelta di Laura, regia di Alessandro Piva – miniserie TV (2009)
Squadra antimafia - Palermo oggi - serie TV (2009-in corso) – Ruolo: Rosy Abate
Il Bosco - serie tv, regia di Eros Puglielli (2014)
Gli anni spezzati - miniserie TV (2014)
Nel 2007 gli è stato assegnato al Sulmona cinema Film Festival il premio come miglior attrice protagonista.
Non potremo concludere la biografia di Rosy senza parlare della vulcanica mamma «Nuccia», la quale, non tollerando di considerarsi pensionata, da anni mette a disposizione dei detenuti del gruppo universitario di Rebibbia la sua smisurata cultura giuridica, ma soprattutto la sua carica di simpatia, di umanità e di empatia, classica Napoletana verace con cromosomi che parlano in vernacolo.