mercoledì 5 dicembre 2012

Cronistoria di un amore folle


Una voce disperata che parla da Rebibbia

Continuamente ricevo libri da autori novelli che vogliono un parere o, i più audaci, una recensione. Purtroppo dovrei passare gran parte del mio tempo a leggere libri autobiografici che spesso non hanno alcun valore letterario per cui, anche se imbarazzato, sono costretto a dire di no.
Credevo fosse un caso simile a quello del libro scritto da Pasquale, un mio amico al quale non potevo rifiutarmi, ma dopo aver letto le prime pagine della sua “Cronistoria di un amore folle” mi sono dovuto ricredere perché le frasi d’amore, le descrizioni delle emozioni, le sensazioni voluttuose, spinte fino ad un erotismo esplicito quanto accattivante, sgorgano impetuose come un fiume in piena che appassionano il lettore, il quale brucia il libro tutto di un fiato.
Il protagonista della narrazione è l’amore, il più bel regalo che il Creatore ha fatto all’uomo; un sentimento che ci fa dimenticare la nostra condizione di animali, anche se intelligenti e ci avvicina alla spiritualità delle entità celesti.
Non possiamo credere che tutto si riduca ad un gioco di ormoni e mediatori chimici. I ferormoni, così efficaci nel regolare la riproduzione dei mammiferi scompaiono di fronte al profumo che emana prepotente dalla donna che si ama, la quale diventa il centro dell’universo e senza di lei la nostra esistenza non è degna di essere vissuta.
Il volume racconta l’amore tra Pasquale ed Elisabetta, che si dipana nel corso di vari anni e nasce come tutti gli amori: uno sguardo interessato, un sorriso di complicità che dà luogo in breve ad una passione folgorante, condita di frasi mielose, di baci appassionati, di tenere poesie recitate dall’autore nei momenti topici e che sono riportate nel testo, ma soprattutto di amplessi acrobatici e ripetuti da far invidia ai patiti del Kamasutra.
“Ci baciamo intensamente, ci graffiamo, ci mordiamo ed eccoci in un attimo nell’apoteosi dell’orgasmo che esplode dentro di te e ancora e poi ancora per tutta la notte. L’amore non è materia, è qualcosa che ti esplode dentro e ti annienta, ti fa impazzire di gioia … E’ un cosmo a sé che ti perfora l’anima, ti coinvolge, ti droga, ti penetra nel sangue, ti logora, ti dà forza, ti dà pazienza, si impossessa di tutto il tuo essere.” 
La “love story” nasce a Mergellina, in un ristorante di lusso e poi si sviluppa tra Roma, dove Pasquale ha la sua attività della moda, e Napoli, dove vive Elisabetta, ma i week-end sono di fuoco.
Un brutto giorno Pasquale riceve una telefonata dal suo avvocato, il quale, imbarazzato, lo informa che per un lungo periodo deve prepararsi a divenire ospite dello stato per un vecchio procedimento andato in giudicato.
Il mondo sembra cadergli addosso, ma quando riferisce dell’intoppo ad Elisabetta, lei gli giura amore eterno e gli promette che non l’abbandonerà mai, soprattutto in un momento così difficile, non mancherà ad un colloquio, continuerà a scrivere lettere grondanti tenerezza e compassione e tutto sembrava continuare come prima, fino all’arrivo di un telegramma …. E qui non vogliamo togliere ai lettori il piacere di scoprire il finale istruttivo anche se pieno di amarezza.
E’ un libro che incontrerà, ne siamo certi, un grande successo e sarà sicuramente seguito da altri, perché Pasquale mette in mostra uno stile ed una fantasia che gli permetteranno di scrivere altre storie in grado di interessare un pubblico anche dal palato raffinato.

lunedì 3 dicembre 2012

UNA VOLTA PARTIVANO I BASTIMENTI. OGGI ARRIVANO GLI ULTIMI DELLA TERRA



Riflessioni sul fenomeno dell’emigrazione. Ricordi sulla storia italiana e considerazioni sui nuovi flussi che interessano il nostro paese



Dopo la repressione del brigantaggio l’economia meridionale subì un vistoso tracollo e per molti, quasi tutti, l’unico modo per sopravvivere fu quello di lasciare la propria terra per procacciarsi il pane quotidiano e dare un futuro ai propri figli. Lo stato sabaudo, dopo aver combattuto la rivolta con metodi militari, rendendosi responsabile di eccidi spaventosi , incoraggiava questo silenzioso genocidio del quale invano cercheremo notizie nei libri di storia.
La meta preferita era l’America e nel corso di pochi decenni oltre 25 milioni di Italiani sono stati costretti all’emigrazione oltre oceano e soltanto pochissimi sono ritornati; la maggior parte di questi disperati proveniva dalle regioni meridionali salvo una sparuta pattuglia di veneti. Il punto di partenza era il porto di Napoli da dove partivano i famosi “bastimenti” carichi fino all’inverosimile di un’umanità lacera e spaventata.
“Ah, ce ne costa lacrime st’America a nui napulitane …“ è il primo verso di una celebre canzonetta: “Lacrime napulitane”, composta nel 1925 da Libero Bovio, in cui l’autore cercò di sintetizzare il dolore e la paura di un giovane emigrante sperduto nell’immensa solitudine di New York. Il protagonista, bisogna precisarlo, si era deciso ad attraversare l’oceano per un tradimento della donna amata, un motivo futile rispetto a quello che aveva spinto al grande passo milioni di connazionali.
Un’altra celebre canzonetta del 1919 “Santa Lucia lontana” parte proprio con: “Partono i bastimenti”. L’autore è E. A. Mario, celebre per aver scritto “La leggenda del Piave”.
L’abbondanza di composizioni canore sull’argomento non deve sorprendere perché l’emigrante, scorrendogli la melodia nelle vene, reggeva una valigia di cartone ma quasi sempre portava a tracolla una fisarmonica.
Continuavano a celebrare le proprie feste come la processione di San Gennaro ed organizzavano la festa di Piedigrotta, nella quale fu lanciata “Core ingrato” composta nel 1911 da Cordiferro e Cardillo.
Straordinaria è poi la vicenda di Gilda Mignonette che, nel 1926, si trasferì dalla natia Duchesca alla rumorosa Little Italy e venne eletta a furor di popolo “La regina degli emigranti” grazie al successo planetario della sua “’A cartulina ‘e Napule”.
I nostri connazionali, dopo un interminabile navigazione vissuta nel degrado, venivano muniti di cosiddetto “Passaporto rosso” e venivano sbarcati nell’isolotto di Ellis Island, posto davanti a New York, dove la polizia li sottoponeva ad un controllo simile a quello che si riserva al bestiame. Chi superava la selezione, lentamente con l’aiuto di parenti o amici già da tempo sul posto, riusciva ad arrangiare una sistemazione ed a trovare un lavoro, sempre faticoso e sfibrante.
A qualcuno la fortuna arrideva ed ecco alcuni diventare magnati, artisti, persino santi, ma anche gangster e mafiosi. Ma a fronte di un’organizzazione criminale come la Mano nera, di origine siciliana, a combatterla vi era un super poliziotto, Joe Petrosino, figlio di emigranti originari di Padula.
E se Al Capone era figlio di emigranti campani egualmente erano di origine italiana Fiorello La Guardia, che diventerà sindaco di New York, o Frank Sinatra, celebre cantante, o Frank Capra, uno dei più celebri registi, oltre a tanti altri scrittori, poeti e saggisti di altissimo livello. Generazioni di italiani che, inclusi coloro che avevano scelto come meta Argentina e Brasile, sono stati una notevole fonte di ricchezza per il nostro paese. Valga un solo esempio: tra il 1900 e il 1922 i soli meridionali, tramite il Banco di Napoli e quello di Sicilia, spedirono ai loro parenti rimasti in patria ben 20 miliardi di lire oro e si calcola che una eguale quantità di denaro sia stata spedita per posta o consegnata a mano. Un fiume di soldi che ha permesso di sopravvivere a milioni di diseredati.
Con il fascismo il fenomeno rallentò vistosamente per riprendere negli anni ’60 e ’70 nel periodo del boom economico, questa volta verso il Nord e le ricche regioni europee: Germania, Belgio, Svizzera, dove la manodopera meridionale veniva maltrattata non solo all’estero ma anche nella civile Padania, dove abbondavano i cartelli “Non si affitta ai meridionali”, definiti sprezzantemente terroni.
Oggi esportiamo cervelli e sono i migliori ad andarsene, regalando conoscenze ed energie vitali ad altri paesi, dopo aver speso cifre ingenti per farli studiare e specializzare.
A fronte di questa emigrazione di lusso da alcuni decenni l’Italia è divenuta la terra promessa per milioni di disperati in fuga dalla fame, dalla siccità e dalle guerre. Un fiume in piena che fra poco sarà difficile da arginare, fino a quando l’Europa, nel suo miope egoismo, non deciderà di varare un gigantesco piano Marshall per creare, soprattutto in Africa, condizioni di sopravvivenza investendo nell’irrigazione, nella sanità e nell’istruzione. Sono disperati che rischiano al vita tra le onde, dopo aver percorso a piedi centinaia se non migliaia di chilometri nel deserto per raggiungere la costa libica dove vengono taglieggiati da autentici negrieri che li spogliano di ogni oggetto prezioso, oltre a pretendere cifre vergognose per fargli rischiare la vita su barconi rattoppati, pronti ad affondare alla prima onda più alta del solito. Nessuno saprà mai le dimensioni di quel gigantesco cimitero sottomarino che raccoglie pietosamente i resti di decine di migliaia di uomini, donne e bambini che sognavano la terra promessa.
Per i fortunati che toccano il territorio italiano sono pronte strutture simili più ad un lager che a centri di accoglienza dove, stipati fino all’inverosimile, attendono per mesi sotto al sole e se non sono profughi lo Stato tenta in tutti i modi di rimpatriarli.
Un’altra porta d’ingresso è quella orientale, preferita dalle popolazioni slave e dagli ucraini. Molti vengono con visti turistici e poi scompaiono nel nulla, cercando a qualsiasi prezzo un lavoro per sopravvivere: badante, manovale, contadino.
Una serie di leggi scriteriate ha cercato negli anni di reprimere unicamente il fenomeno invece di tentare di regolarlo, attraverso quote annuali secondo le richieste del mercato, come si comportano molti paesi dagli Stati Uniti all’Australia.
Questo stolto comportamento, oggi che la storia si ripete all’incontrario con legioni di disperati che vedono nelle nostre città e nelle nostre campagne una sorta di paradiso terrestre, dipende dall’aver rimosso gli anni in cui l’Italia era terra di migranti e di non aver avviato un serio programma di integrazione, addirittura nemmeno per i figli degli stranieri in regola nati in Italia ai quali non viene riconosciuta la cittadinanza.
Il problema dell’integrazione tra italiani ed il fiume di stranieri che, anno dopo anno, sempre più affluiscono nel nostro paese, in un solo luogo ha trovato piena applicazione: nei penitenziari, soprattutto delle grandi città: Roma, Napoli, Milano, nei quali ormai gli “alieni” (ma sono nostri fratelli) costituiscono la maggioranza.
Nel buio delle celle vigono regole di solidarietà sconosciute nel mondo esterno cosiddetto civile; tutti si considerano membri di una grande famiglia e chi non conosce la nostra lingua la impara in fretta acquisendo anche la cadenza dialettale locale.
Un esempio virtuoso di cui tenere conto e da perseguire perché non si può andare contro il corso della storia.
Noi abbiamo bisogno della loro energia e voglia di conquistare il benessere ed è una fortuna non una calamità che molti scelgano l’Italia, antica terra di emigrazione, divenuta oggi la terra promessa.
Il nostro passato è dimenticato, seppellito nel più profondo inconscio complici le istituzioni che non hanno realizzato un museo che ci rammenti gli anni in cui eravamo carne da macello, pronta a qualsiasi lavoro, anche il più umile e pericoloso. Un museo dell’emigrazione per ricordare il passato e per spegnere in noi qualsiasi seme di razzismo e di becero leghismo. E quale sede più degna del porto di Napoli dove per un’eternità sono partiti i bastimenti carichi di disperazione e di nostalgia, di ansia di riscatto e di antica dignità.

domenica 4 novembre 2012

In ricordo di Gerardo Maruotti


Un professore di altri tempi


Gerardo Maruotti era un professore straordinario di quelli che non siedono più sulle cattedre della disastrata scuola italiana.
Pugliese, grande letterato, iniziava le sue spiegazioni in si bemolle per terminarle con acuti poderosi, con pugni sul tavolo, infarciti di parolacce, e poiché soffriva di emorroidi, gli ultimi minuti erano per noi studenti un esaltante godimento e per lui un gradevole supplizio.
Dopo 30 minuti di eloquio i personaggi da lui evocati sembravano rivivere in mezzo a noi, lasciando momentaneamente l’empireo dove vivono in eterno: Paola e Francesca, Achille ed Ulisse, don Chisciotte, Amleto e tanti altri immortali creati nei millenni dalla fertile fantasia di scrittori e poeti di ogni nazionalità.
Lui stesso era poeta ed aveva curato un’antologia della letteratura italiana ad uso dei licei.
Una mia compagna di classe, Letizia Petré, conosceva a memoria molti passi dei suoi canti dauni, mentre Achille Morena gli procurava gli inviti alle conferenze che si tenevano nella mitica saletta rossa della libreria Guida.
Lo abbiamo avuto come docente al liceo scientifico Galilei di Napoli, per molti anni nella mitica sezione C, nota per essere quella alla quale era assegnati i professori più preparati e più motivati.
Egli possedeva una casetta con giardino al villaggio Coppola, da poco costruito e, all’epoca, ambito luogo di villeggiatura; una domenica dell’ultimo anno, quando già alcuni di noi possedevano l’auto, ci invitò a trascorrere assieme un giorno di festa. Ad ora di pranzo ci recammo in un ristorante della zona e poi tutti sotto al patio a spegnere le candeline di un compleanno con tanti “anta”.
Oggi, andato in prescrizione il reato, posso confessare un piccolo peccato di gioventù. Spesso, quando con gli amici si faceva molto tardi, usciti dalla discoteca, chiamavamo al telefono il professore il quale, per il suo carattere irascibile, andava su tutte le furie, vituperando le divinità delle principali religioni monoteiste.
Le telefonate notturne sono state per anni una mia specialità. Ogni anno allo scoccare della mezzanotte, chiamavo immancabilmente il professore oltre ad una certa Assunta Aspettapesce, che alle mie avances, mi bombardava di parolacce in perfetto vernacolo.
Ritornando al nostro amato Gerardo, del quale conservo religiosamente a casa tutte le foto della classe nella quale egli compariva immancabilmente ed alcune foto scattate al villaggio Coppola, voglio raccontare alcuni sfiziosi aneddoti.
Il primo, innocente, quando praticai un buco in corrispondenza con la classe attigua, frequentata da una classe superiore alla nostra, i cui compagni, dopo pochi minuti, ci fornivano le soluzioni dei compiti assegnati in classe, soprattutto di matematica.
Il secondo, più birichino, fu quando, nottetempo, misi del cemento nella serratura della scuola, provocando un filone generale.
Il terzo è il più birbante: una sera misi nello sciacquone dei bagni una bottiglia colma di urina, simulando una molotov. Poi, mentre tranquillamente mi facevo vedere davanti all’ingresso, un amico avvertì la  polizia: ”attenti c’è una bomba nella scuola”. Arrivarono gli agenti e fu un altro giorno di allegro filone di massa.
Qualche anno fa, leggendo i necrologi del Mattino, appresi della triste dipartita. Confesso che piansi; professori come Maruotti non esistono più e per questo che ho accettato volentieri l’invito della figlia Valeria di ricordare l’estroso personaggio.

giovedì 1 novembre 2012

IN BARCA NEL TUNNEL DEI BORBONE


Una nuova attrazione turistica per Napoli



Napoli è piena di attrazioni turistiche, paesaggistiche e culturali, ma da qualche mese se ne è aggiunta una nuova che rappresenta una novità assoluta, unica ed irripetibile.
Tutti sapevamo che, per motivi di sicurezza, Ferdinando II aveva incaricato Enrico Alvino di costruire un percorso sotterraneo, rapido e protetto, che congiungesse Palazzo Reale con la Caserma Vittoria. L’opera non fu conclusa e rimase circondata da condotte idriche seicentesche con le relative cisterne.
Nelle vicinanze si trova una galleria scavata negli anni Ottanta, attraverso la quale doveva transitare una linea tranviaria rapida, presentata come una rivoluzione interna ai trasporti e che fortunatamente non ha mai visto la luce, limitandosi a dilapidare decine di miliardi con relative tangenti, altrimenti Napoli avrebbe potuto vantare un altro record negativo: il primo affondamento di un treno.
Nel frattempo tutto era stato sommerso da tonnellate di immondizia ed invaso dalle acque, mentre una parte asciutta è stata adoperata per anni dal Comune come deposito giudiziario per le auto sequestrate.
Poi vi erano sotto Monte di Dio vaste grotte collegate ai palazzi, che venivano adoperate come ricovero durante gli oltre cento bombardamenti che hanno martellato Napoli. Ci sono tuttora sorprendenti testimonianze: da borracce a materassi sfondati oltre a vasini per una pipì d’emergenza. La guerra si faceva sopra le nostre teste e molti, risalendo, avevano l’amara sorpresa di trovare la propria casa distrutta.
In più punti sta sgorgando un’acqua rossastra, ricca di ferro e minerali, come quella che una volta sgorgava al Chiatamone ed i Napoletani raccoglievano nelle caratteristiche mammarelle sale da falde che si credevano esaurite ed è un simbolo di speranza in un’epoca di siccità nella quale il modo rischia di sprofondare.
Su questo magma scomposto si è esercitato con tenacia il lavoro di due speleologhi, Minin e De Luzio, che in dieci anni, scavando a mano e servendosi di carrucole artigianali hanno permesso queste visite guidate, che ci permettono di conoscere Napoli nella sua realtà di città pluristratificata con luoghi invisibili che nascondono tracce di storie, di vite, di uomini.
Il percorso tradizionale di 530 metri prevede di visitare le grotte che diedero riparo nei bombardamenti, dove si trovano le auto sequestrate e le antiche condotte idriche, mentre nel nuovo percorso “avventuroso” si scende nel tunnel moderno invaso dall’acqua per una profondità di tre metri, dove vi è una piccola banchina ove attracca una piccola zattera a remi, che permette di percorrere il fiume alla fioca luce di due lampade ad olio, guidati ogni cento metri da altre tenui fiammelle che indicano il percorso. Non si vede e non si sente niente, si naviga nel nulla sotto terra. Un’esperienza emozionante che ci fa vivere tempi lontani quando la mitologia dominava sulla razionalità.
A breve partirà anche un’opzione “speleo” per i più audaci che potranno, opportunamente imbracati calarsi nei pozzi, ovviamente assistiti da speleologhi esperti. Quindi un nuovo motivo per trascorrere un fine settimana all’ombra del Vesuvio, anche in pieno inverno, perché sottoterra la temperatura è stabilmente a 18°.


venerdì 19 ottobre 2012

Una storia della pasta per antonomasia




UN POPOLO DI MANGIA MACCHERONI


Parlare di pizza o di maccheroni nel mondo significa rievocare Napoli. Orgoglio e vanto della cucina italiana, la filante e tubulare pasta ha affascinato e continua ad attirare personaggi di ogni paese, età e condizione.
Nati come metodo povero e pratico per conservare la farina di grano e renderla rapidamente commestibile, i maccheroni hanno conosciuto il destino di diventare un piatto internazionale e quasi l’emblema della gastronomia italiana all'estero.
Ma chi ha inventato i maccheroni? Le loro origini sono misteriose, ma oggi sappiamo con certezza che paste alimentari, atte alla conservazione, come maccheroni e vermicelli, fossero diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo tra i secoli XIII e XVI. Ne troviamo traccia in documenti genovesi del Duecento e del Trecento ed anche in un atto notarile del 1279. Mentre ancora prima in Cina esisteva un impasto di acqua e farina molto simile agli gnocchi.
Probabilmente la loro origine è araba o persiana e fu la Sicilia a farsi mediatrice tra Oriente ed Occidente in un periodo nel quale i napoletani erano famosi come mangia foglie.
L’ipotesi della nascita a Napoli dei maccheroni è dunque una leggenda di cui parleremo diffusamente, propagandata da Matilde Serao alla fine dell’Ottocento, rinforzata dal parere di un dotto come Carlo Tito Dalbono, grande conoscitore delle abitudini dei napoletani nella prima metà dell’Ottocento.
Napoli cominciò ad identificarsi con i maccheroni che si trasformarono in un cibo europeo quando vari viaggiatori cominciarono a descrivere quei folkloristici personaggi che li avviluppavano con tre dita e li mandavano giù, soprattutto quando divenne costume di cucinarli e venderli all’aperto in spacci ambulanti diffusi in ogni angolo della città.
Per tutto l’Ottocento il “maccaronaro” divenne uno degli aspetti più salienti del colore napoletano e l’icona indiscussa di mangiarli con le dita e addirittura conservarli nelle tasche è costituita dalla memorabile interpretazione di Totò nel film “Miseria e nobiltà”.
Ma la favola della Serao è talmente ben congegnata che merita di essere ricordata.
Durante il regno di Federico II viveva a Napoli un certo Chico, il quale possedeva antichi libri di ricette, una serie di alambicchi e faceva comprare al domestico una serie variegata di alimenti che poi mescolava in vario modo.
Accanto a lui abitava una donna maliziosa e linguacciuta di nome Jovannella, che spiava giorno e notte il mago, finchè un giorno disse: “Ho scoperto tutto; fra poco saremo ricchi”. La perfida donna riuscì a farsi ricevere dal re al quale fece assaggiare la sua pietanza.
Federico rimase entusiasta e gli diede un grosso premio. In seguito tutti i nobili ed i ricchi borghesi mandarono il loro cuoco ad imparare la ricetta e nell’arco di sei mesi tutta Napoli si cibava dei maccheroni, mentre Jovannella divenne ricca.
Fu poi Pulcinella a diffonderli dappertutto con la sua abitudine di portarli in tasca già caldi e fumanti.
Nascono poi i tanti tipi di pasta diversa, grazie a fabbriche specializzate localizzate tra Torre Annunziata e Gragnano, che grazie ad un’acqua leggerissima e priva di calcio e ad un’accorta tecnica di ventilazione, producono formati di gusti diversi, oltre a vermicelli e maccheroni, lasagne, paccheri e trenette, rigatoni ed orecchiette, che costituiscono il fondamento della dieta mediterranea che anni fa, con una decisione votata all’unanimità dall’Unesco, sono stati considerati patrimonio dell’umanità.
Non si può concludere un discorso sulla pasta senza parlare del ragù, reso celebre dalla poesia di Eduardo e che a Napoli si prepara in un modo particolare, la quale richiede molte ore di preparazione, cuocendo per ore la carne di bovino in umido col pomodoro il cui sugo serve per condire alla grande maccheroni in grado di resuscitare i morti.
Facciamo questa precisazione perché di recente una multinazionale anglo-olandese ha registrato la parola ragù negli Stati Uniti, costringendo in futuro le aziende italiane a pagare un dazio per commercializzare all’estero un prodotto tipico della nostra cucina.
Il ragout di origine francese è un intingolo con frattaglie di pollo finemente preparato che serve a condire riso e verdure, ben diverso da quello nostrano che solo a Napoli sanno fa’.

mercoledì 17 ottobre 2012

I primati di Napoli




Inaugurazione della ferrovia Napoli Portici 

Negli ultimi decenni i mass media, tutti di proprietà monopolistica del Nord, hanno non solo falsificato i libri di storia, ma hanno cercato di diffondere lo stereotipo di un Meridione costituito da fannulloni e parassiti, alle cui esigenze debbono provvedere le regioni settentrionali, prospere e laboriose. 
Solo di recente alcuni seri ricercatori, come Gennaro De Crescenzo, assiduo frequentatore di archivi ed alcuni scrittori come Pino Aprile, autore di un pamphlet di successo, che coniuga dati storici inoppugnabili ad una travolgente vena polemica, hanno cercato di rileggere con onestà gli avvenimenti del passato, soprattutto il fenomeno del brigantaggio, che vide un tacito accordo tra i notabili latifondisti e la borghesia imprenditoriale del Nord. 
Le campagne erano in rivolta ed il brigantaggio faceva del Sud un vero e proprio Far West.
Furono i soliti gattopardi, padroni dei voti delle masse popolari, ad aderire alle scelte politico-economiche post-unitarie, privilegiando finanziariamente lo sviluppo delle industrie padane a costo di penalizzare per sempre ogni possibilità di sviluppo del Meridione, i cui abitanti si videro costretti, a decine di milioni, ad abbracciare la scelta dell’emigrazione. 
Fu una diaspora di dimensioni bibliche, un vero e proprio genocidio del quale vanamente troverete anche un accenno nella storiografia ufficiale. 
Il dato più importante da cui bisogna partire è che all’ indomani del plebiscito, quando il nuovo regime cominciò ad assumere i primi provvedimenti finanziari, si rese conto che il Regno delle due Sicilie aveva in cassa 443 milioni, più del doppio dei bilanci di tutti gli altri Stati della penisola che, tutti assieme, raggranellavano 220 milioni. 
Tutto ciò a dimostrazione lampante che l’economia era più che florida, esportando legname, grano, frutta, olio, primizie, vini pregiati, carne, uova, pasta, latte ed agrumi, garantendo un costante flusso di valuta estera.
E se passiamo dall’ agricoltura all’ industria il divario era ancora più accentuato, dalla produzione di pelletteria agli strumenti di precisione, mentre la grandiosa fabbrica di Pietrarsa sfornava a getto continuo colossali macchinari, dalle locomotive alle macchine a vapore, dalle gru ai ponti di ferro alle rotaie, a parte pezzi di artiglieria, bombe e granate. 
Nel frattempo i cantieri di Castellammare producevano centinaia di navi che facevano della flotta borbonica una delle più importanti del Mediterraneo, oltre a molte altre commissionate dall’ estero. 
Nella zona di Amalfi era tutto un susseguirsi di cartiere e di opifici tessili e non poche erano le risorse minerarie; a parte lo zolfo in Sicilia, si estraeva ferro, piombo, antracite e talco.
Ma i veri primati di Napoli indiscussi sono nel campo della cultura, dell’edilizia e della scienza. Accenniamo ai principali:

  • Nel 1738 si diede inizio ai lavori per la Reggia di Capodimonte.
  • Nel 1751 Ferdinando Fuga ebbe l’incarico per la costruzione dell’Albergo dei Poveri, una struttura gigantesca destinata ad accogliere tutti i poveri del Regno.
  • Nel 1737, in soli sei mesi, quarant’anni prima della Scala di Milano, si completò il Teatro San Carlo, che divenne l’indiscusso tempio della lirica europea.
  • Nel 1738 vennero alla luce i parchi archeologici di Ercolano e di Pompei, che attirarono per decenni gli entusiasti visitatori del Grand Tour.
  • Nel 1743 fu fondata la celeberrima Fabbrica di porcellane di Capodimonte.
  • Nel 1771 fu affidato il compito a Luigi Vanvitelli di costruire a Caserta una reggia più bella e sfarzosa di quella di Versailles.
  • Nel 1778 cominciò a funzionare a Palazzo Reale la celebre Fabbrica degli arazzi. L’anno successivo nacque la manifattura di San Leucio, una singolare fabbrica governata da rivoluzionarie regole socializzatrici.
  • Nel 1798 la spiaggia di Chiaia si trasformò in una splendida Villa Reale. L’anno successivo sorsero i colossali Granili.
  • Nel 1818 prese il mare il primo battello a vapore e l’anno successivo fu edificato a Capodimonte il primo Osservatorio astronomico d’Europa.
  • Nel 1837 Napoli fu la prima città italiana ad avere l’illuminazione a gas. Ma la grande impresa fu il 3 ottobre 1839 l’inaugurazione della linea ferroviaria Napoli-Portici, la seconda al mondo, alla quale in breve si aggiunsero altri tratti che misero in comunicazione la capitale con Caserta, Capua, Cancello, Nola e Sarno. La rete stradale nel 1855 era di ben 4587 miglia.
  • Nel 1841 sorse ad Ercolano l’Osservatorio Vesuviano. Nel 1852 nacque la prima linea telegrafica Napoli-Gaeta ed in breve furono in contatto tutte le principali città, comprese Reggio Calabria e Messina attraverso una linea sottomarina.
  • Nel 1845 si tenne il VII Congresso degli Scienziati. I presidi sanitari erano all’avanguardia in Europa ed importante fu anche la funzione dei Monti di Pietà che contrastarono attivamente il fenomeno dello strozzinaggio.
  • In campo culturale ricordiamo l’Accademia delle Belle Arti, il famoso Conservatorio di Musica e una prestigiosa Università.
  • Molteplici furono le attività artigianali, dalla coniazione di monete alla legatoria di lusso, dalla lavorazione del corallo e della maiolica all’intaglio dell’avorio e all’elaborazione di gioielli d’oro e argento.

Potremmo continuare a lungo, ma vogliamo concludere con i tanti teatri, più di Parigi, che erano sempre stracolmi e testimoniavano la gioia di vivere di un popolo che scaricava così i suoi timori e le sue insoddisfazioni. 
Ricordiamo il Fiorentini, il Mercadante, il San Ferdinando, il San Carlino, dove la famiglia Petito immortalò in spassosissime commedie la celeberrima maschera di Pulcinella.

sabato 6 ottobre 2012

Spes ultima dea



Sara' sottoposto al vaglio della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo e anche al Giudizio di Revisione il caso del noto ginecologo napoletano Achille della Ragione, arrestato nell'ottobre del 2011, dopo due anni di latitanza, per una sentenza passata in giudicato del 2008 in quanto ritenuto responsabile di avere praticato un'interruzione di gravidanza senza consenso, commercio e somministrazione di medicinali guasti/scaduti, e falsita' ideologica in atti pubblici. A renderlo noto e' il figlio del professionista, Gian Filippo della Ragione, membro del pool difensivo del medico, raggiunto telefonicamente dall'Ansa. Il ginecologo, ormai da un anno detenuto a Rebibbia, si e' sempre proclamato innocente e ora, fa sapere il suo legale, e' in uno stato di salute precario: ha perso 25 chilogrammi, e' affetto da una grave sindrome depressiva e, soprattutto, ha problemi cardiaci determinati dall'occlusione di tre coronarie, come certificato da una coronarografia dell'ospedale San Raffaele. 
I fatti che hanno portato in carcere il medico riguardano, appunto, l'interruzione di gravidanza non consensuale praticata in una clinica privata di Caserta a una paziente sua accusatrice. Il legale di Della Ragione, dopo minuziose ricerche, ha allegato agli incartamenti sul caso una annotazione di servizio della Squadra Mobile di Potenza, risalente al 6 aprile del 2000, nella quale l'ex convivente della donna riferisce di un tentativo di estorsione da duecento milioni di vecchie lire da parte della donna nei confronti di Della Ragione. 
L'avvocato Della Ragione intende portare davanti ai giudici anche la testimonianza della segretaria della clinica casertana nella quale e' stato praticato l'aborto: una dichiarazione non ammessa in primo grado ma che accerterebbe la ferma intenzione da parte della paziente di volere abortire. La donna, infatti, avrebbe fatto specifica richiesta, firmato il consenso informato per poi sottoporsi all'operazione.
L'avvocato del professionista, inoltre, intende portare ai giudici anche la richiesta di una perizia fonica sulle registrazioni delle telefonate intercorse tra la paziente e il ginecologo che, a suo parere, non sarebbero autentiche ma frutto di manipolazione. Telefonate registrate proprio dalla paziente.
Infine, fa sapere l'avvocato del ginecologo, il suo assistito non avrebbe potuto commettere il falso ideologico relativo alla manipolazione delle cartelle cliniche in quanto per accedervi era necessaria un'autenticazione informatica attraverso una password sconosciuta al professionista e nota solo ai dipendenti amministrativi della clinica. 
''Per febbraio e' stata fissata la discussione del ricorso a Strasburgo, - dice l'avvocato Della Ragione -, davanti alla Corte dei Diritti dell'uomo, che e' stato accettato. E capita a meno del 3% dei ricorsi. La Corte - ha poi concluso il legale del ginecologo - ha recepito nel corso del procedimento otto violazioni del diritto di difesa.La Revisione, invece, sara' presentata entro 30-40 giorni.

il Roma 3 ottobre 2012

il Mattino 3 Ottobre 2012
Il giornale di Napoli 3 ottobre 2012